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«Il Rakuen… sicuramente non esiste in nessun posto», disse, con un filo di voce. «Ai confini del mondo non c’è nulla… e per quanto si cammini, non si fa altro che proseguire sulla stessa strada… ma allora… perché un impeto così forte mi pervade?»
Il suo sguardo si sollevò un’ultima volta e mentre il mondo iniziava ad assorbirlo, mentre la sua essenza veniva lentamente dissolta, la sua stessa — o forse un ricordo — lo guidò.
«Dirigiti… al Rakuen.»
La neve si sollevò appena sotto il ritmo serrato della loro corsa, leggera come polvere, per poi esplodere in spruzzi violenti quando, nello stesso istante, i due corpi virarono di scatto, tracciando archi opposti nello spazio bianco.
I muscoli si contrassero con precisione feroce, tendini pronti a scattare, mentre le fauci si spalancavano lasciando intravedere due file di zanne lunghe e affilate, capaci di spezzare ossa. Il respiro si condensava nell’aria gelida, mescolandosi al vapore caldo della battaglia. Gli artigli affondavano nella neve come lame, sollevando solchi profondi e scintille di ghiaccio.
La pelliccia di entrambi era intrisa di sangue, scura, ma nessuno dei due sembrava percepirlo. Il dolore era stato superato, lasciato indietro, come tutto il resto.
Nelle loro menti non esisteva altro. Solo due obiettivi: sconfiggere l’avversario e raggiungere il Rakuen.
Infine, in quello scontro fratricida, sembrò avere la meglio Darcia. Il suo corpo, ormai ridotto a una massa di ferite e volontà ostinata, si mosse verso quello che riteneva fosse suo di diritto: la fanciulla fiore, Cheza.
Ma fu lì che commise il suo errore fatale: non era degno di toccarla.
Quando azzannò Cheza, la linfa che scorreva in lei si insinuò nel suo corpo come un veleno.
Il grande lupo nero lasciò la presa, il corpo venne scosso dagli spasmi, mentre la mente precipitava in una follia lucida, intrisa di disperazione. Del resto in lui non era rimasto più niente, aveva già perso da tempo la speranza di riavere la sua amata.
Eppure, in un ultimo slancio, si mosse ancora, avvinandosi al lago da cui il Rakuen avrebbe dovuto sbocciare, alimentato dai raggi della luna.
Raggiunse l’acqua… ma quello fu il suo ultimo gesto. Nel momento in cui il suo corpo entrò in contatto con essa, venne annientato. Non fu una semplice morte: fu una disgregazione improvvisa, come se un geyser lo avesse colpito in pieno, dissolvendolo senza lasciare traccia.
Nel silenzio che seguì, Cheza giaceva tra le braccia di Kiba. Poi anche lei iniziò a svanire. Il suo corpo si trasformò in migliaia di semi luminosi, e mentre si dissolveva, il suo sguardo rimase sul suo prediletto.
Gli chiese di ritrovarla.
Kiba rimase lì, stringendo il vuoto che avanzava tra le sue mani, ma glielo promise. Con tutto sé stesso.
Il mondo attorno a lui sembrava piegarsi, perdere consistenza, come se ogni cosa stesse tornando a un’origine indistinta. Cosa che effettivamente avvenne.
Mentre, però, il mondo si resettava, la sua mente, ora divenuta astratta, rimase sospesa e attese... attese... finché le ere non si susseguirono e infine un campo di candidi fiori della luna si spiegò d'innanzi a lui.
La visione, tuttavia, durò poco perché in un lampo di luce egli venne proiettato altrove, verso una nuova vita... una nuova esistenza.
Era rinato.
Kiba, in questo nuovo inizio, crebbe da due genitori attenti ma che per lavoro si dovevano spostare sempre, molto vicini allo spiritualismo. Non avevano mai fatto forti pressioni su di lui, e fin dalla più tenera età si dimostrò indipendente, sicuro di sé, quasi già formato. Chiunque lo conosceva rimaneva colpito da quello sguardo intenso, uno sguardo che sembrava andare oltre il semplice vedere.
Ed era davvero così.
Kiba non aveva mai avuto l’Amnesia del Rakuen. Non aveva dimenticato nulla. Aveva sempre ricordato, e proprio per questo aveva sempre atteso. Atteso di diventare più grande, più forte… ma soprattutto attendeva il suo canto. Sapeva, lo sentiva con una certezza che non aveva bisogno di spiegazioni, che se era nato in quella precisa epoca era perché lì l’avrebbe trovata. Non sapeva dove, non sapeva come, ma sapeva che il suo istinto lo avrebbe guidato.
Quella consapevolezza però non era priva di dolore. Gli aveva lasciato addosso una ferita profonda, mai davvero rimarginata. Non aveva potuto salvare i suoi compagni. Non aveva potuto portarli con sé oltre quel varco. E forse, alla fine, loro non esistevano più. Lui era andato avanti, solo, mentre i corpi di Toboe, Hige, Tsume e Blue giacevano immobili, inghiottiti dalla neve.
Poi arrivò la maggiore età. Forse fu una coincidenza, forse no. Forse lei sapeva che era diventato abbastanza grande da potersi muovere liberamente. Fatto sta che, finalmente, il canto arrivò e, ironia della sorte, volle che condurlo proprio nella stessa città dove tutto era iniziato, come se il mondo stesso non cercasse più nemmeno di nascondere la sua ciclicità.
Quel canto, però, non era solo un richiamo a lei. Accese qualcosa e con suo grande stupore ritrovò i suoi amici. Inconsapevoli, sì, ma vivi.
Per un attimo, tutto sembrò combaciare. Come se quello fosse il compimento del suo cammino, il premio per la sua devozione, per il sangue versato, per la solitudine attraversata. Un mondo dove Cheza avrebbe potuto vivere libera, senza la brama di potere dei nobili, senza catene.
Ma si sbagliava e anche di grosso. Quella non era la fine. Era un’altra prova e questa volta doveva affrontarla in un corpo umano.
Inoltre, come se non bastasse, Darcia era sopravvissuto. In qualche modo, contro ogni logica, esisteva in quell’epoca.
Una beffa.
Un’ingiustizia.
...una colpa.
Kiba lo sapeva bene: non lo aveva finito quando avrebbe dovuto. Gli aveva permesso di ferire Cheza, di arrivare a toccare quell’acqua sacra; così quel diavolo sopravvisse... e ora era diventato un re.
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Avevano perso ormai la cognizione del tempo. I giorni si susseguivano tutti uguali, indistinguibili, senza più un’alba o un tramonto a segnare il passaggio delle ore. Se non fosse stata per quella bussola interiore che li guidava, forse chiunque altro si sarebbe già smarrito da tempo.
Anche le scorte avevano iniziato a scarseggiare e persino la caccia non era più un’alternativa sufficiente. Gli animali si erano ritirati, nascosti nel cuore della terra o tra le profondità dei boschi, in attesa che quell’inverno interminabile concedesse loro tregua. Ormai dovevano essere alla soglia dell'estate, eppure la neve continuava a stendersi sul mondo come una coperta letale, innaturale.
Sembrava quasi che la terra stessa stesse reagendo, che stesse punendo un culmine raggiunto troppo in fretta, una crudeltà che per troppo tempo si era propagata senza freni. Il sacrilegio di aver portato ancora una volta i Creatori sull’orlo dell’estinzione non poteva restare senza conseguenze e così la punizione non aveva fatto distinzioni, colpendo anche gli innocenti.
Kiba, sull’altura rocciosa, con il vento gelido che gli sferzava il volto, osservava quella landa ghiacciata con espressione accigliata. Da quel che ricordava, il Monte del Principio si ergeva come un picco altissimo, verticale, una lama di roccia scagliata verso il cielo. Davanti a lui, però, non c’era traccia di nulla del genere. Solo distese bianche, immobili e ingannevoli.
Tuttavia qualcosa, dentro di lui, continuava a dirgli che quella era la direzione giusta.
Più in basso, Blue e Tsume lo osservavano con una preoccupazione che non avevano bisogno di esprimere a parole. Cheza era tornata nel suo silenzio e, con lei, anche Kiba sembrava essersi chiuso di nuovo. Più cupo, più rigido, sempre meno disposto ad accettare qualsiasi voce contraria alla sua.
«Hai visto qualcosa?» chiese Blue, quando lui scese.
«No, nessun rifugio» rispose Kiba. «Solo distese di terra.»
Blue si strinse l’impermeabile addosso, abbassando lo sguardo. «Di questo passo…»
«È una delle prove» la interruppe Kiba, con fermezza. «Questo lungo inverno testa la nostra volontà di andare avanti.»
Tsume sollevò lo sguardo verso il cielo opaco. «Spero solo che la ricompensa ne valga la pena.»
Ripresero a muoversi, mutando nella forma del lupo. Le teste basse, il passo pesante, mentre il vento li colpiva senza tregua. I cristalli di ghiaccio si infrangevano contro di loro come piccole lame, insistenti, fastidiose.
«Come staranno i nostri compagni?» si chiese Blue, alzando la voce per superare il rumore della tormenta.
«Mi auguro meglio di noi» rispose Tsume. «Ma non ti preoccupare, Hige è un imbranato, però sa il fatto suo quando si tratta di proteggere qualcuno.»
«Lo so… ma non posso fare a meno di preoccuparmi.»
«Risparmiate le energie» tagliò corto Kiba. «Restate concentrati.»
Tsume sbuffò. «Concentrati? Qui sembra di avanzare nel deserto dei Tartari.» Poi abbassò lo sguardo. «Se allora fossimo stati all’altezza, quel tipo non sarebbe rinato… e ora noi…»
«Dopo aver criticato Hige, ora sei tu quello che si piange addosso?» ribatté Kiba, irritato. «Quel che è fatto è fatto… e noi, ancora una volta… io…»
La frase si spense nel vento, lasciando dietro di sé qualcosa di più pesante del silenzio.
Improvvisamente una specie di riflesso, un bagliore, catturò lo sguardo del ragazzo. Una brillantezza diffusa, quasi onirica, scagliata lungo l’orizzonte innevato.
I suoi occhi si illuminarono.
«Finalmente siamo arrivati?» chiese, con voce speranzosa.
«Aspetta, non accelerare troppo!» disse Tsume, allarmato per l’improvviso scatto del lupo bianco.
«No, non da quella parte!» urlò Blue, la quale cercò di raggiungerlo.
Ci siamo... è il luogo! continuò a ripetersi Kiba nella sua mente. È il luogo.
Nella sua mente flash di fiori della luna che sbocciavano e del dolce sorriso di Cheza apparvero, puri e incontaminati. Ora che aveva raggiunto il Monte del Principio, sarebbe potuto andare da lei, degno di lei, e strapparla dalle grinfie di Darcia.
Si avvicinò sempre di più alla brillantezza, sempre di più... sempre di più.
«Fermati, Kiba!» Blue lo raggiunse un attimo prima che il lupo potesse cadere dal dirupo, dandogli una spallata e spingerlo di lato.
«Appena in tempo» disse la lupa, ansante.
Solo allora Kiba si rese conto di ciò che era accaduto. La fame e la disidratazione gli avevano annebbiato i sensi: quelle luci non erano l’accesso al Rakuen, ma semplici luci di posizione di un cantiere abbandonato, poco visibili attraverso la tormenta.
«Cosa ti è saltato in men…»
Blue non riuscì a finire la frase.
Sotto le sue zampe, nascosta dalla neve, c’era un’impalcatura fragile. Il legno scricchiolò sotto il peso improvviso, poi cedette di colpo.
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«Blueeeee»
La voce di Hige nella penombra del rifugio squarciò l’aria, disperata, urgente, facendo svegliare tutti di soprassalto.
Il ragazzo si alzò di colpo e, d’impeto, spalancò la porta di metallo del magazzino, lasciando entrare vento e neve.
«Sei impazzito, ragazzo!?» protestò il professor Silva, riparandosi col braccio mentre si stringeva nella coperta termica.
«Dove pensi di andare con questo tempo?» disse Toboe, alzandosi di scatto e afferrandolo per il braccio, cercando di impedirgli di uscire.
Lo stesso fece Misha, prendendolo per l’altro, ma l’adrenalina di Hige era talmente alta che persino lei faticò a trattenerlo.
Gli occhi mutati del ragazzo pulsavano; nella sua mente la scena della caduta di Blue era viva, come se stesse accadendo proprio davanti a lui.
«Devo andare da lei, ha bisogno di me!» urlò con disperazione.
«È a chilometri di distanza, non puoi fare niente!» disse Misha, a denti stretti.
«Ci sono Kiba e Tsume con lei, ci penseranno loro a proteggerla!» aggiunse Toboe.
Ma Hige non sembrò sentire ragioni. Il cuore gli martellava nel petto e, ancora una volta, l’immagine della morte della sua compagna gli si impose con violenza nella mente.
«Lasciatemi andare!»
Nel tentativo di divincolarsi, tirò con troppa forza il braccio trattenuto da Toboe. Il ragazzo perse l’equilibrio e urtò con la tempia contro la porta di metallo; il colpo lo stordì e una vite sporgente gli procurò un taglio.
«Guarda che cosa hai fatto!» ringhiò Misha, correndo subito in soccorso del fratello, inginocchiandosi accanto a lui.
«Tranquilla, è solo una botta. Un po’ di acqua ossigenata e mi passa, eheh!» cercò di sdrammatizzare Toboe.
Solo in quel momento Hige si rese conto di aver perso il controllo. «Scusa…»
«Scusa un corno!» Le iridi di Misha erano accese. «Cosa ti ha preso, così all’improvviso?»
Il labbro di Hige tremò. «È che Blue… Blue… deve esserle successo qualcosa.»
Misha esaminò la ferita di Toboe, tirando un sospiro di sollievo: nulla di grave, solo una botta e quel taglio era superficiale.
«Se vuoi andare da lei, noi non ti tratterremo» disse poi con calma. «Ti ha mandato qui Darcia solo per tenerti sotto controllo, ma ora lui non è qui. Ce la caviamo anche da soli.»
Hige inspirò profondamente. Era vero: nessuno poteva fermarlo davvero. Seguendo l’istinto, avrebbe potuto cercarla e aiutarla.
Ma poi strinse i pugni.
«Ho già avuto occasione di sfuggirgli e restare con lei… ma non l’ho fatto. Ho scelto di rimanere accanto a voi e di proteggervi.»
Misha e Toboe non dissero nulla. Si erano rialzati entrambi e lo osservavano, in silenzio.
«Ho fatto una promessa a Tsume e intendo mantenerla» continuò piano. «Ed è con voi due che questa nuova avventura è iniziata. Voi avete bisogno di me, come io di voi.»
Un paio di lacrime gli scesero lungo le guance, mentre un sorriso malinconico gli piegava le labbra.
«Sì… Blue starà bene. È una guerriera forte e coraggiosa. Non ha bisogno che le guardi le spalle… lei… non ne ha mai avuto bisogno.»
Misha gli si avvicinò, gli prese una mano e con l’altra gli accarezzò la guancia per asciugargli le lacrime.
«Torniamo dentro» disse semplicemente.
E insieme, tutti e tre, tornarono al riparo.
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«Blue!» urlò Kiba, dalla cima del dirupo, mentre si sporgeva nel vuoto cercando di scorgere l’amica tra la nebbia di polvere e neve sollevata dalla caduta.
Tsume arrivò subito dopo e, senza esitare, si lanciò giù. In forma umana si mosse con maestria tra sbarre e travi, scendendo rapido verso il basso.
Kiba fece un passo indietro. Per un attimo una paura cieca lo attraversò, per ciò che aveva provocato. Poi serrò i denti, si impose coraggio e, tornato umano, iniziò a scendere anche lui.
Blue, nella sfortuna, era stata fortunata: una serie di intelaiature aveva attutito la caduta, evitandole ferite fatali. Ma aveva comunque battuto la testa e forse una zampa si era rotta. Era priva di sensi.
«Come sta?» chiese Kiba, con voce tremante, mentre Tsume tastava il corpo del lupo per valutarne le condizioni.
«Non bene…» rispose il ragazzo dai capelli grigi, rabbuiato. «Dobbiamo trovare un punto riparato dove farla riprendere. Forse qui c’è un magazzino e un kit di primo soccorso. Se siamo fortunati, magari anche un distributore.»
«Accidenti… non ci voleva…» mormorò Kiba.
«Cosa non ci voleva?» ribatté Tsume con un mezzo ringhio, mentre recuperava un telo su cui adagiare Blue. «Che la nostra amica si sia fatta male per salvarti o che la tua impresa abbia l’ennesima battuta d’arresto?»
Kiba mostrò i denti affilati. «Sei davvero un bastardo!»
«No. Semplicemente non mi tengo le cose dentro, quando sono palesi.» Tsume distese il telo a terra e, con attenzione, vi sistemò il corpo di Blue. «È successo perché di nuovo ti sei fatto trasportare dall'impazienza. Ti è capitato nella vita passata e stai rifacendo la stessa identica cosa anche adesso.»
«E tu parli sempre come se fossi il migliore di tutti noi!»
Tsume sollevò lo sguardo verso di lui. Le iridi accese.
«È proprio perché non lo sono… che capisco quando un amico sta perdendo il controllo.»
Le braccia di Kiba tremarono dalla rabbia e le nocche gli divennero bianche. Ma le parole di Tsume, dovette ammetterlo, avevano colpito nel segno ancora una volta.
Si rabbuiò, ma non poteva permettere che Blue restasse un secondo di più inerte, esposta alla furia degli elementi. Senza aggiungere altro, afferrò l’altro capo del telo e insieme a Tsume si diresse verso il deposito delle macchine. Non era il massimo, ma almeno lì dentro trovarono un riparo dalla tormenta.
Fortunatamente non fu difficile individuare un kit di pronto soccorso e, sparsi qua e là, qualche bottiglietta e pacchetto di cibo lasciati dagli operai. Non molto, ma abbastanza per mettere qualcosa sotto i denti.
Tsume inumidì la testa di Blue con una pezza imbevuta di disinfettante, cercando di pulire le ferite, mentre Kiba si occupò della zampa, fasciandola con attenzione e improvvisando una stecca.
«Speriamo non sia fratturata come temo» disse Tsume.
«Fortunatamente corrisponde al braccio e non alla gamba, almeno da umana potrà ancora muoversi» rispose Kiba, pensieroso. «Quel che mi interessa è che non abbia una commozione cerebrale.»
Tsume lanciò uno sguardo verso l’esterno, dove la tormenta continuava a imperversare. «Forse siamo vicino a una cittadina. Potrei correre lì e chiedere aiuto.»
Kiba scosse debolmente il capo e si alzò in piedi. «Vorrei andarci io, se non ti dispiace… è colpa mia.»
Tsume si accigliò, studiandolo in viso.
«Comunque non adesso» disse poi. «Credo sia notte fonda e anche tu sei stanco. Per ora ci prenderemo noi cura di lei.»
Qualche ora più tardi, sia Tsume che Kiba, nella loro forma animale, avevano circondato Blue, proteggendola con il loro calore, nella speranza che l’indomani la lupa avrebbe almeno riaperto gli occhi.
Il sonno di Kiba, però, durò poco. Un crepitio gli fece drizzare le orecchie, poi un secondo suono gli fece sollevare la testa.
Subito dopo, il verso di un gufo attirò la sua completa attenzione.
Alzò lo sguardo e lo vide: appollaiato su una trave stava il guardiano della foresta. Non aveva alcun dubbio. Per quanto potesse sembrare un semplice barbagianni, lo avrebbe riconosciuto tra mille.
Gli occhi del guardiano luccicarono appena, poi reclinò la testa.
«Sensi di colpa, Kiba?»
Kiba assottigliò lo sguardo, ma non rispose.
«Non c’è alcuna possibilità di riscatto se prima non si riconosce la propria colpa.»
Kiba abbassò il capo**. «Io la riconosco benissimo.»**
«No… se vedi in te un nemico.»
Quelle parole gli serrarono il petto. Kiba si alzò di scatto, il cuore in gola.
Il guardiano spiegò le ali e si innalzò in volo.
«Preferisci essere troppo buono anziché essere completo?»
Kiba non si rese nemmeno conto di essere uscito dal deposito. Si ritrovò a inseguire l’uccello nella tormenta, tra vento e neve.
«Cosa vuoi dire? Come faccio ad essere completo? Perché sarei troppo buono?»
Il guardiano non rispose e si limitò a battere le ali con naturalezza, come se il vento contrario non esistesse, come se i fiocchi di neve gli attraversassero il corpo senza opporre resistenza.
Kiba ormai sapeva che quella presenza, quando si palesava, non era mai a caso. Probabilmente egli stesso faceva parte delle prove per l’accesso al Monte del Principio… ma allora cosa aveva in serbo per lui?
La risposta giunse prima del previsto.
Il gufo lo condusse fino a una depressione nel terreno roccioso. Kiba si chinò, cercando di distinguere qualcosa nell’oscurità.
In quell’istante il cielo, come se stesse aspettando proprio quel momento, si aprì. Le nubi si diradarono un poco e la luna emerse, riversando i suoi raggi cremisi proprio al centro di quella cavità.
La luce illuminò una pianta grassa, dalle lunghe foglie ripiegate su sé stesse.
Kiba sgranò gli occhi. La conosceva fin troppo bene.
Sollevò lo sguardo verso il gufo, ora posato su una roccia sopra di lui. L’animale inclinò leggermente la testa.
«Non vorrai che io vada lì?»
«È una tua scelta.»
Kiba serrò appena la mascella. «Non sembra che finora ne abbia mai avuta una…»
«Ineluttabilità e libero arbitrio. La scelta del cosmo contro quella dell’individuo. Possono coesistere?»
Kiba tornò a fissare la pianta. Il vento si insinuava tra le rocce, ma in quel punto sembrava quasi trattenere il respiro.
«Puoi almeno dirmi cosa mi attende, se scelgo di andare lì?»
«Forse la tua morte… forse imparerai a perdonare.»
Il cuore di Kiba si gelò. Per un istante, fu come se quella voce non appartenesse più al guardiano… ma a Cheza.
Sollevò di scatto lo sguardo.
Il gufo era scomparso.
Kiba rimase ancora per un momento chinato, ad osservare la pianta millenaria. Una volta lo aveva quasi risucchiato, prosciugandolo fino a lasciarlo in bilico tra la vita e la morte. Se non fosse stato per i suoi compagni, che non si erano arresi nel cercarlo, e per Iyek, il giovane della tribù Hmong, che lo aveva strappato a quelle spire letali, quella sarebbe stata la fine.
Ma ora… se fosse entrato di nuovo, non aveva alcuna certezza che qualcuno sarebbe arrivato in tempo.
«Imparare a perdonare…»
Era quella la condizione. L’unico modo per tornare da Cheza, per non essere rifiutato ancora una volta.
«Una mia scelta…» si ripeté.
Quando era stata l’ultima volta che aveva davvero scelto? Quando aveva deciso di avvicinare Tsume ed Hubb? Quando aveva assaltato il castello a Capodanno oppure quando aveva risposto al richiamo? O ancora, quando aveva scelto di rinascere senza voler dimenticare?
Quante di quelle erano state scelte e quante, invece, solo passi lungo un sentiero già scritto?
E ora?
Avrebbe potuto voltarsi, tornare al rifugio, trovare un altro modo per soddisfare la richiesta della fanciulla fiore…eppure…
I suoi occhi azzurri si fecero più duri. Piegò le gambe e saltò giù, dentro la depressione.
La pianta era ancora più grande di come la ricordava. Una Welwitschia mirabilis, tra le più antiche e longeve della terra. Forse proprio per questo era sopravvissuta alla rinascita del mondo… oppure era comparsa di nuovo solo per lui, per sfidarlo un’ultima volta.
Si avvicinò lentamente. I fiocchi di neve si intrecciavano tra le sue ciocche scure, si posavano sui suoi vestiti, silenziosi.
Una follia, certo, ma quanto di tutta quella storia c'era mai stata davvero lucidità?
Sollevò una delle foglie ed entrò sotto di essa. Erano così larghe da proteggerlo quasi completamente, come un riparo naturale.
Si rannicchiò e il freddo, il silenzio, il peso dei pensieri… tutto gli cadde addosso insieme.
Dopo poco, sopraffatto da una stanchezza profonda, chiuse gli occhi.
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Una brezza leggera e profumata lo accolse mentre aveva ancora gli occhi chiusi. Non più il gelo dell’inverno infinito, ma la temperatura tenue di una primavera ormai pronta a cedere il passo all’estate.
Lo sentiva chiaramente: era disteso sull’erba, soffice e fresca, mentre da qualche parte gli uccellini intrecciavano il loro canto d’amore.
Un petalo, trasportato dal vento, gli sfiorò il naso. Kiba si portò un dito a grattarlo e, in quel gesto istintivo, socchiuse gli occhi. La luce del sole lo costrinse a strizzarli per un istante. Poi si voltò su un fianco e lentamente si sollevò.
Quando li spalancò del tutto, il respiro gli si fermò.
Quel luogo, immerso nella natura, nella quiete più assoluta, sembrava un paradiso sceso in terra.
Si trovava su una collinetta e da lì poteva vedere ogni cosa: i boschi verdi che si estendevano a perdita d’occhio, il grande lago dove creature diverse si abbeveravano fianco a fianco, predatori e prede, senza paura. Un luogo sospeso nel tempo.
Era rimasto identico a come lo ricordava.
Si alzò di scatto, lo sguardo febbrile, e iniziò a correre.
«Dove sei?» si disse tra sé e sé.
Ripercorse i luoghi in cui era stato con lei, i sentieri, i punti in cui avevano parlato e giocato a rincorrersi, ma non si trovava da nessuna parte.
«Mew…» sussurrò.
Si fermò di colpo. Strinse i pugni, le braccia rigide lungo il corpo, e abbassò il capo. Alcune lacrime caddero sull’erba.
Mew era stato un altro fallimento.
Lui era tornato indietro, ma nel farlo l’aveva lasciata indietro.
Non gli importava che appartenesse a un’altra specie, per lui, quella ragazza era diventata importante. Aveva sentito una connessione profonda, simile a quella con Cheza… e una malinconia che aveva cercato di ignorare, finché non era tornato nel mondo reale.
Lei era un’anima perduta, intrappolata in quel luogo senza tempo che ti faceva dimenticare tutto.
E forse ora non c'era più… forse la sua esistenza si era consumata come una stella.
«Kiba?»
La voce, squillante e sorpresa, lo colse all’improvviso, sospendendo il suo respiro.
Lentamente sollevò il capo.
Era lì.
La giovane caracal si trovava proprio di fronte a lui. Un attimo prima nella sua forma animale, quello dopo nella forma umana che ricordava: capelli corti e sbarazzini color biondo cenere, occhi viola, felpa gialla con zip che lasciava scoperto l’ombelico, pantaloni jeans a gamba lunga. Il suo sorriso era lo stesso, allegro, accogliente.
Kiba provò a parlare, ma le parole non arrivarono.
L’attimo dopo scattò in avanti. La raggiunse, la strinse a sé e, nell’impeto, la sollevò facendola girare su se stessa.
Quando la rimise a terra, Mew aveva un’espressione stupita, luminosa, colma della stessa gioia che gli riempiva il petto.
Gli sfiorò il viso con la punta delle dita e sospirò. «Mi sei mancato.»
«Credevo fossi scomparsa con la rinascita del mondo…» ammise Kiba, la voce incrinata da qualcosa che non era riuscito a trattenere.
Mew scosse lentamente il capo. «Non ho idea di cosa accada nella tua realtà, qui siamo in un altrove che segue altre regole» Fece una breve pausa, lo sguardo che si abbassava di qualche grado. «Anche se la tua assenza… quella l’ho sentita.»
Il suo sorriso si fece più tenue, velato di malinconia. «Ormai mi ero arresa all’idea di non rivederti più.»
«Sono tornato invece» rispose Kiba, con una dolcezza insolita, sfiorandole a sua volta la guancia. «E sono felice che tu non mi abbia dimenticato.»
Mew sospirò piano. «Qui si dimentica in fretta… ma per qualche motivo, tu no. Non sei mai scomparso.» Sollevò gli occhi viola su di lui. «Forse perché questo luogo appartiene anche a te.»
Kiba le prese le mani, stringendole con decisione. «Mi dispiace non averti potuta portare con me. Non avrei dovuto lasciarti qui.»
Mew inclinò leggermente il capo, osservandolo con curiosità sincera. «E cosa avresti potuto fare, tu?»
Kiba rimase in silenzio. Non aveva una risposta e per un attimo, tra loro calò una quiete sospesa.
Poi Mew sorrise di nuovo, più leggera. Senza dire altro, il suo corpo mutò nella forma agile della sua forma animale e con un balzo si allontanò di qualche passo, voltandosi verso di lui con aria giocosa, come a sfidarlo.
Kiba la osservò, e per la prima volta da molto tempo il peso sul suo petto sembrò alleggerirsi.
Subito dopo, anche lui mutò e il lupo bianco scattò in avanti, accettando il gioco.
Corsero a perdifiato per tutta la valle, senza mai stancarsi, liberi, leggeri, come se il mondo non avesse peso su di loro.
Lei si muoveva con una sinuosità naturale, quasi danzante. Lui rispondeva con salti agili, scatti improvvisi, un’energia viva che si intrecciava alla sua. Era un continuo scambio: rincorrersi, sfuggirsi, ritrovarsi.
Attraversarono boschi, sfiorarono altre creature che li osservavano senza paura, parte di quell’equilibrio impossibile.
Forse era un falso paradiso, ma era la cosa più vicina all’idea di Rakuen che Kiba avesse mai avuto.
Il luogo che aveva sempre immaginato per sé e per i suoi compagni.
Alla fine si lasciarono cadere tra le spighe dorate di un campo. Restarono lì, distesi, a braccia aperte, mentre il respiro tornava lento. Sopra di loro, le nuvole scorrevano nel cielo terso, rincorrendosi come avevano fatto loro poco prima.
«Sei tornato per restare, questa volta?» chiese Mew, senza distogliere lo sguardo dal cielo.
Kiba rimase in silenzio per un istante.
«Vorrei… con tutto il cuore. Ma ho fatto una promessa.»
«E questa promessa è così importante?»
Kiba si sollevò sui gomiti e la guardò. «Molto.» Non c’era esitazione nella sua voce.
Mew si girò verso di lui. «Allora perché sei tornato?»
Kiba le prese la mano. «Perché non riesco a perdonarmi di averti lasciata indietro.»
Mew si mise seduta a sua volta e lo fissò negli occhi. «Kiba… tu non puoi risolvere la mia situazione. Neanche se lo vuoi con tutto te stesso.» Abbassò lo sguardo. «Non so quale forza ti abbia fatto tornare, ma non è per salvarmi.»
«Venire qui è stata una mia scelta» disse lui. Lo sguardo tremò, lucido. «Se non posso salvarti, però… allora perché il guardiano...»
Mew si sporse e gli lasciò un bacio leggero sulla guancia.
Kiba arrossì leggermente, colto alla sprovvista.
Poi lei gli accarezzò i capelli, giocando con le ciocche, arricciandole tra le dita.
«Forse perché devi comprendere… che anche tu hai dei limiti.»
Quelle parole lo lasciarono sospeso, senza respiro.
«Quindi devo riconoscere di essere debole…»
Mew scosse piano il capo. «No, non sei debole. Riconoscere di avere dei limiti è diverso dalla debolezza.» Il suo tono era dolce, ma fermo**. «A volte, bisogna solo accettare che non è possibile salvare tutto. E tutti.»**
Kiba iniziò a singhiozzare. Le spalle gli tremarono, come se tutto ciò che aveva trattenuto fino a quel momento si fosse spezzato.
Mew lo abbracciò e lo cullò contro di sé. Chiuse gli occhi, e anche dalle sue lunghe ciglia si affacciarono delle perle liquide.
«Va bene così… va bene così. Io sto bene, in ogni caso.»
«Se solo fossi stato più forte, Cheza non sarebbe stata rapita. Se solo fossi stato più forte, non mi avrebbe rifiutato… se solo fossi stato più forte…»
«Tu sei forte, Kiba.»
La sua voce lo fermò.
«Tu sei il suo prediletto. Hai affrontato mille pericoli. Hai riacceso la speranza tra i tuoi simili.» Si scostò appena, per cercare il suo volto. «Sei uscito da questo limbo e sei persino tornato, solo per rivedere un’amica un’ultima volta.»
I loro sguardi si incontrarono.
«A me basta questo. Che tu lo abbia desiderato davvero.»
Gli sfiorò il viso, con una tenerezza quieta.
«Ma accetta questo… anche se sei il discendente dei Creatori, resti un essere una creatura terrena.»
Fece una pausa, un lieve sorriso tra le lacrime.
«Non è un difetto… è semplicemente… esistenza.»
Kiba la strinse forte a sé e le lasciò un bacio tra i capelli.
Rimasero così, abbracciati, in silenzio.
Lei gli accarezzava piano la testa, con un gesto lento e rassicurante, mentre lui cercava di ritrovare un po’ di quiete in quel calore, in quella presenza che sembrava colmare, anche solo per un attimo, tutte le crepe dentro di lui.
Il vento continuava a soffiare leggero e tutto attorno regnava una pace assoluta. In quell’istante sospeso, esisteva solo il loro qui e ora.
«Cosa scegli di fare ora?» chiese Mew a un certo punto, con voce gentile. «Se rimani qui, questo mondo ti farà dimenticare ciò che è stato e potrai vivere spensierato, nel tuo paradiso.»
Fece una pausa, poi posò la testa sulla sua spalla.
«Se invece decidi di andare, dovrai farlo con la consapevolezza che sei fallibile, in un mondo dove tutto lo è.»
Kiba chiuse gli occhi.
Le sue dita si strinsero attorno a lei, come se volesse trattenere quel momento, fermarlo lì, sospeso per sempre.
Davanti a lui non c’era una scelta semplice.
Da una parte, un luogo senza dolore, senza rimpianti, senza peso.
Dall’altra… la realtà. Imperfetta, crudele, incompleta.
Ma anche viva.
Il suo respiro si fece più profondo e in quel silenzio, non fu una risposta immediata a emergere, era qualcosa di più sottile. Una direzione.
«Se resto qui, smetterò di essere me stesso.» Abbassò lo sguardo, cercando le parole. «Questo posto è tutto quello che ho sempre desiderato, ma è anche un luogo dove non devo più scegliere. Dove non devo più lottare. Dove posso dimenticare.»
Le sue dita si strinsero attorno a quelle di lei.
«E se dimentico… allora tutto quello che ho vissuto, tutto quello che sono diventato, non avrà più senso.»
Tornò a guardarla, gli occhi ancora lucidi, ma diversi. Più stabili.
«Io non voglio un paradiso dove non esiste il dolore… se il prezzo è perdere ciò che mi rende me.» Fece una breve pausa. «Voglio tornare, perché là fuori ci sono le persone che ho scelto. Anche se posso ferirle. Anche se posso fallire ancora.»
Un sorriso lieve, stanco ma sincero, gli sfiorò le labbra.
«Perché è proprio questo che rende reale ciò che provo. Il fatto che posso perderlo… ma continuo a scegliere di proteggerlo.»
La guardò ancora, con una dolcezza piena e consapevole.
«E perché, se davvero devo imparare a perdonarmi, non posso farlo nascondendomi qui.»
Le accarezzò una guancia.
«Devo tornare nel mondo imperfetto, perché è l’unico posto dove posso davvero cambiare.»
Mew lo ascoltò e infine sorrise allegra, la sua risposta le era piaciuta.
«Allora vai, eroe, continua ad avanzare a testa alta e non rimproverarti più per le tue imprese non riuscite. Finché il tuo cuore arderà dal desiderio di fare la differenza, tu non fallirai mai davvero» disse, mentre le guance si rigavano di lacrime, senza però smettere di sorridere.
Kiba si sporse e la baciò teneramente sulle labbra. Non c’erano secondi fini in quel gesto, solo un modo per comunicarle tutto il suo affetto e la sua gratitudine.
Sapevano entrambi che quello sarebbe stato il loro ultimo incontro, ma avrebbero rubato ogni singolo secondo, finché egli non sarebbe stato strappato a quel luogo e sarebbe ritornato alla realtà.
Improvvisamente una voce lontana lo chiamò, come un’eco che giungeva da un altro mondo, e Kiba comprese che il tempo, purtroppo, era giunto.
Per un ultimo istante volle imprimersi negli occhi il viola di quella fanciulla, custode di quel paradiso che non avrebbe dovuto esistere… e che per lui, invece, era stato reale.
«Grazie per aver curato le mie ferite e per aver colmato il mio vuoto in un battito di ciglia» le sussurrò, posando la fronte contro la sua e socchiudendo gli occhi.
Mew contraccambiò quel gesto, chiudendo a sua volta gli occhi. «Grazie a te, mio dolce lupo, per aver scelto di portarmi nel tuo cuore.»
La nebbia li avvolse lentamente, come un sogno che si richiude su sé stesso.
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«Kiba! Kiba!» il richiamo di Tsume divenne sempre più nitido, sempre più vicino, mentre la coscienza tornava a galla.
Quando Kiba aprì lentamente gli occhi, sopra di lui trovò il volto preoccupato dell’amico. Le iridi gialle di Tsume brillavano nella penombra come due piccole luci.
«Ah, meno male… ti sei svegliato da solo» disse, lasciandosi andare a un sospiro di sollievo.
«Mi hai trovato…» sussurrò Kiba.
Tsume si sedette accanto a lui, riprendendo fiato. Quando lo aveva visto sotto la pianta, aveva dovuto caricarselo sulle spalle e risalire in fretta la depressione, prima che i miasmi velenosi della Welwitschia lo coinvolgessero a sua volta.
«Proprio io devo dirti che l’istinto di proteggere i nostri compagni non si limita solo a chi siamo innamorati?» borbottò, passandosi una mano tra i capelli. Socchiuse gli occhi, poi li riaprì mentre il respiro si faceva più regolare. «Mi dispiace solo non essermene accorto prima… stavi diventando magro.»
Kiba provò a sollevarsi, ma il corpo gli rispose con lentezza, intorpidito, come se fosse rimasto fermo per ore e allo stesso tempo avesse attraversato uno sforzo estenuante.
«Non possiamo essere infallibili» disse semplicemente.
Doveva essere stata davvero una frase fuori da lui, perché ora Tsume lo fissava con un misto di stupore.
«Ma perché sei andato lì sotto? Sai bene che effetto ti avrebbe fatto.»
Kiba abbassò lo sguardo sulle proprie mani. Gli sembrava ancora di percepire il calore di quel contatto con il corpo di Mew, come se non fosse mai svanito del tutto.
«Dovevo fare un viaggio oltre questa realtà.»
Tsume si grattò la nuca, stringendo i denti. «La prossima volta che vuoi fare un viaggio mistico, avvertimi che chiamo un paio d’amici… almeno la pianta non proverà a consumarti a sua volta.»
Kiba accennò un sorriso, leggermente divertito.
Poi sollevò lo sguardo e subito dopo inarcò le sopracciglia dallo stupore. La pianta stava appassendo sotto i suoi occhi. Le foglie si afflosciavano, la vita che l’aveva sostenuta fino a quel momento si stava ritirando, come se avesse esaurito il suo scopo.
Tsume seguì il suo sguardo. «Almeno quello che hai visto, ti è stato utile?»
Kiba annuì lentamente. «Sì… grazie a lei.»
Tsume corrugò la fronte. «Lei chi?»
Kiba chiuse per un attimo gli occhi, lasciando che quel ricordo si depositasse dentro di lui senza più ferirlo.
«Il mio angelo.»
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