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«Quando il mondo giungerà alla fine, il Rakuen apparirà… ma solo i lupi sapranno trovarlo.» - Il Libro della Luna Rossa
Undici anni prima.
Università degli studi della facoltà di neuropsichiatria di Parigi.
Cher chiuse lentamente il fascicolo davanti a sé, lasciando che per un istante il silenzio si depositasse nell’aula. Poi sollevò lo sguardo verso la commissione, composta, ma con quella lucidità che già allora la distingueva.
«Se esistesse una mente umana perfetta» iniziò, con tono chiaro «non sarebbe tale per l’assenza di errore, ma per la sua capacità di integrare ogni errore senza esserne distrutta.»
Fece una breve pausa, lasciando che le parole trovassero spazio.
«Dal punto di vista della biologia molecolare, abbiamo visto come l’equilibrio tra espressione genica e plasticità sinaptica permetta al cervello di adattarsi, di riscriversi continuamente. Eppure, è proprio questa instabilità controllata a renderci ciò che siamo. Una mente perfetta, quindi, non sarebbe immutabile… ma infinitamente adattiva.»
Le sue dita si posarono delicatamente sul banco.
«La connettività cerebrale ci mostra che non esiste un centro unico del pensiero, ma una rete. Una rete che funziona perché ogni nodo è in relazione con l’altro. Se dovessimo immaginare una mente perfetta, dovremmo immaginarla non come un sistema chiuso, ma come una rete capace di mantenere coerenza pur accogliendo il cambiamento.»
Il suo sguardo si fece più profondo.
«In questo senso, la perfezione non risiederebbe nella completezza, ma nella capacità di restare aperta. Di apprendere, di riorganizzarsi, di riconoscere sé stessa anche nel mutamento.»
Fece un respiro, aveva ripassato quel passaggio per notti intere ed ora finalmente lo stava esponendo davanti ai suoi professori.
«Forse, quindi, la vera mente perfetta non è quella che elimina il conflitto, ma quella che riesce a contenerlo… senza perdere la propria identità.» Abbassò leggermente il capo. «E in questo, più che avvicinarci a un ideale astratto, continuiamo semplicemente a essere… profondamente umani.»
Dall’aula magna si levò un applauso che riempì ogni angolo della sala. L’esposizione della ormai dottoressa Cher Degre aveva affascinato la commissione e la sua famiglia non poteva esserne più che orgogliosa.
Tra il pubblico, però, sedeva anche un giovane uomo che non applaudiva con lo stesso trasporto degli altri. I suoi occhi eterocromi osservavano con attenzione, quasi con interesse studiato, mentre le dita battevano l’una contro l’altra in un gesto misurato. I capelli corti ma ribelli, la camicia morbida, l’atteggiamento composto: all’apparenza avrebbe potuto sembrare il classico figlio di papà, ma qualcosa nella sua presenza rompeva quell’impressione superficiale.
Quando Cher ricevette la pergamena con tanto di lode, tra le congratulazioni della commissione e l’abbraccio dei genitori, lui si alzò. Senza fretta, ma con una sicurezza che gli apriva spazio tra le persone senza bisogno di chiederlo, si avvicinò.
«Una prestazione eccellente, dottoressa, le faccio i miei complimenti» disse Darcia, porgendole la mano.
Cher rimase per un attimo interdetta, sorpresa da quella voce e da quella presenza che non riconosceva. «G-grazie…» rispose esitante, stringendogliela. «Sei anche tu uno studente di questa facoltà?»
La madre le diede una gomitata, trattenendo a stento un’espressione scandalizzata. «Sciocca, ma come non lo riconosci?» disse sottovoce, prima di inchinarsi immediatamente verso il giovane.
Cher aggrottò lievemente la fronte, confusa. Aveva appena raggiunto uno dei traguardi più importanti della sua vita e, improvvisamente, l’attenzione dei suoi genitori si era spostata completamente su quello sconosciuto.
«Lui è Lord Darcia III, colui che ha plasmato questo mondo.»
La pergamena le scivolò quasi tra le dita.
Lo guardò meglio, come se solo in quel momento riuscisse davvero a vederlo. Non sembrava avere neanche trent’anni, eppure portava su di sé il peso di qualcosa di molto più antico. Il capo dell’Ordine. Colui che aveva scelto i capostipiti di quella società a cui la sua famiglia apparteneva da generazioni. Colui che, secondo ciò che le era sempre stato insegnato, era tornato.
«Come vi siete fatto grande…» disse il padre di Cher, con una nota di emozione nella voce. «Ormai siete un uomo.»
Darcia socchiuse appena gli occhi e sorrise, con quella calma che sembrava non incrinarsi mai. «Per favore, oggi non è il giorno per adulare me, ma la vostra brillante figlia.»
«Perdonatemi, Lord Darcia… io… io non sapevo» disse Cher, ancora scossa, il rossore che le saliva sul volto.
Darcia scosse leggermente il capo. «Del resto io abito oltre oceano, non tutti hanno avuto modo di conoscermi dal vivo… ma oggi era il giorno della laurea di una delle mie seguaci più brillanti e non potevo mancare.»
La madre portò una mano al petto, quasi sul punto di cedere per l’emozione.
Più tardi, Darcia e Cher si trovavano nella sala dei rinfreschi, allestita con cura dalla famiglia della giovane dottoressa. L’ambiente era elegante, attraversato da un brusio sommesso e da sguardi curiosi che, uno dopo l’altro, si posavano su di loro. La notizia che il capo dell’Ordine avesse attraversato mezzo mondo per assistere alla laurea di Cher si era diffusa rapidamente, trascinando con sé inevitabili pettegolezzi.
I genitori di lei si erano premurati che nessuno si avvicinasse troppo.
Darcia e Cher erano l’uno di fronte all’altra, ciascuno con un calice di champagne tra le dita. La luce calda della sala si rifletteva sul vetro e negli occhi di lui, che lei non riusciva a sostenere a lungo senza sentirsi osservata in profondità.
Aveva scoperto che aveva solo un paio d’anni in meno di lei, ma quella differenza sembrava annullarsi del tutto. Di fronte a lui, Cher si sentiva piccola, come se la sua presenza occupasse più spazio di quanto fosse visibile.
«Vi interessano i miei studi, ho capito bene?» chiese, con le guance leggermente arrossate.
Darcia annuì, con naturalezza. «Come immaginavo, le mie aspettative sono state ben ricompensate.»
«Aspettative?» ripeté lei, accigliandosi.
«Sapevo che sarebbe infine nata la persona adatta per guidare l’Ordine verso il nostro Rakuen perfetto.»
A Cher andò quasi di traverso il sorso che aveva appena bevuto. Tossì con moderazione, cercando di ricomporsi. «State davvero parlando di me, Lord Darcia?»
«Perché arrivare fin qui, altrimenti?» rispose lui, senza esitazione.
Cher scosse lievemente il capo, ancora incredula. «Ma io… sì, sono una stacanovista, ma sono anche inesperta. La mia è solo teoria. Possibile che, tra tutte le menti che guidano il vostro Ordine, non abbiate trovato qualcuno di più… adatto di me?»
L’occhio giallo di Darcia, che allora era ancora umano, brillò lievemente sotto la luce della sala.
«Si fidi, dottoressa» disse con tono calmo, ma assoluto «non potrei trovare nessuna migliore di lei per il compito che le assegnerei.»
Poi le porse la mano, aspettando che Cher contraccambiasse la stretta. «Sto ristrutturando un castello settecentesco appena fuori dal centro di Freeze City. Lì sarebbe a capo di un laboratorio tutto suo, dove potrà applicare le sue teorie» disse, con quel suo sorriso composto che non lasciava trasparire nulla di superfluo. «Per favore, accetti di entrare alle mie dipendenze.»
Cher sentiva gli occhi dei suoi familiari su di sé, quasi come una pressione silenziosa. L'uomo le stava offrendo un'opportunità lavorativa ma ci avrebbe messo la mano sul fuoco che loro si stavano aspettando qualcosa di fiabesco.
Quando tornò a guardare Darcia negli occhi, però, ciò che la colpì non fu il peso dell’Ordine, né il prestigio di ciò che le stava offrendo.
Fu una strana sensazione. Un riconoscimento. Come se, senza sapere perché, una parte di lei lo avesse già incontrato.
Per un istante esitò. Dentro di sé qualcosa le suggeriva cautela, quasi un rifiuto istintivo, ma allo stesso tempo avvertì con chiarezza che voltare le spalle a quell’occasione avrebbe lasciato un vuoto difficile da colmare.
«Va bene, accetto la proposta» disse infine, stringendogli la mano.
Qualcosa di fiabesco nella sua vita era realmente accaduto, quando Darcia la condusse all’interno del castello. Non furono i marmi, i pregiati vasi o la schiera dei domestici ad affascinarla, bensì quando mise piede nel laboratorio. Il magnate aveva allestito l’ampia stanza con i computer e i macchinari più avanzati dell’ultimo decennio e tutta quella tecnologia era a sua completa disposizione; per un attimo Cher provò la strana, quasi infantile sensazione di voler cantare come una principessa in un musical, sopraffatta da quella visione.
Eppure non era ancora quella la sorpresa più grande. Darcia ne aveva in riservo un’altra.
«Ciò che sto per mostrarle, dottoressa» disse, con tono fermo «dovrà rimanere un segreto. È di vitale importanza che nulla trapeli al di fuori di questo laboratorio.»
Cher deglutì, ma annuì. «Perché sento che si tratta del tesoro della famiglia Darcia?»
Darcia contrasse leggermente le sopracciglia, poi confermò con un cenno del capo. Si avvicinò a una porta di vetro e passò il tesserino sullo scanner. Il meccanismo scattò con un suono secco.
La sala oltre era immersa nella penombra, scandita da colonne che si perdevano nell’ombra, ma al centro vi era una luce smeraldina, tremolante, generata da un liquido che rifrangeva bagliori irregolari sulle pareti.
Quando Cher vide la sfera sospesa, ebbe un mancamento, ma Darcia la afferrò subito per le spalle, impedendole di cadere.
«Guardi, dottoressa» disse, sostenendola «ammiri con i suoi occhi il gioiello della tecnologia della mia famiglia, sopravvissuto alla rinascita del mondo stesso.»
All’interno della sfera, immerse in quel liquido luminoso, vi erano due figure. Due donne, abbracciate e apparentemente prive di coscienza. Indossavano tute aderenti bianche, percorse da ricami dalla trama romboidale.
Una aveva i capelli corti e neri, la pelle scura. L’altra aveva i capelli rosa e la pelle diafana.
«Questa donna si chiama Blue» spiegò Darcia «mentre l’altra è…»
«Cheza.»
La voce di Cher la sorprese prima ancora di sorprendere lui. Come aveva potuto dirlo con tanta certezza?
Darcia la osservò di sottecchi, con attenzione, come se stesse verificando qualcosa che già sospettava.
Cher non era lì per caso, del resto. Era una delle anime che lui stesso aveva individuato, cercato tra quelle più luminose, quelle che non si sarebbero dissolte nell’oblio.
Quando, nel piano metafisico, aveva scelto i capostipiti dell’Ordine, si era assicurato che lei nascesse nel momento giusto, nella famiglia giusta.
Cher non era solo una promessa: era un piano riuscito. Forse l’unica rinata che egli fosse riuscito a riportare consapevolmente sulla terra pur essendo soltanto umana. Tutti gli altri erano stati guidati dai suoi sogni.
Lei, invece, era stata scelta.
Cher si fiondò sulla console e, muovendosi come se quei macchinari li conoscesse da anni, iniziò a scorrere i dati raccolti fino a quel momento.
«Non possono essere qui da cent’anni… sono… sono…»
«Giovani?» concluse l’uomo, affiancandola.
«In effetti, fino a qualche decennio fa non erano che una sfera di luce che poi si è gradualmente evoluta, come un ovulo che si sviluppa nel grembo materno, fino a formare il feto.» Fece una breve pausa. «Ora, in questa forma finale, non invecchiano. Sono sospese.»
«Sospese?» ripeté Cher, voltandosi verso di lui, cercando il suo sguardo.
«Sì, finché il giorno non arriverà. Finché il destino non annuncerà che i tempi sono maturi… e potrò ricongiungermi con la mia Hamona.»
Cher si accigliò. «Siete certo che avverrà in quest’epoca?»
«Sì» disse lui con sicurezza. «Quando rapii Cheza durante la rinascita, il Rakuen si aprì ai lupi per il loro nuovo ciclo. La rinascita ha lo stesso principio di lanciare un sasso nell’acqua: forse non si poseranno nello stesso punto, quindi potrebbero avere età diverse, ma la loro risonanza rimane in superficie e gli anelli si congiungono. Che qualcuno abbia cinquant’anni e un altro dieci, saranno tutti viventi nella stessa epoca in cui la storia tornerà a ripetersi.»
Cher tremò, il cuore in gola. «Perciò io sarò testimone della rinascita del mondo?»
Darcia le prese le mani. «Tu mi aiuterai a compierlo.» Si accigliò appena. «Ma non utilizzerò la forza. Darcia I, per un desiderio analogo, condannò la nostra famiglia: fu un Rakuen egoistico. Io no. Io non compirò il suo stesso errore, perché alla base del mio c’è... l’amore.»
Lo sguardo della donna si spalancò lievemente; quelle parole erano state pronunciate con un calore che non si aspettava.
«Voi volete ricongiungervi alla vostra amata?»
Darcia annuì. «La sogno ogni notte, è la mia gioia e la mia ossessione… questa volta… questa volta io non abbandonerò la speranza.»
Per Cher quei primi mesi furono forse il periodo più formativo della sua vita; affiancata da un team di esperti accuratamente selezionati da Darcia III, trovò una naturale armonia nella gestione del laboratorio e nello studio della fanciulla fiore e della sua compagna, legata ad essa attraverso una simbiosi unica.
Tuttavia comprese ben presto che quello non poteva essere il suo unico ruolo. Non che Darcia glielo avesse mai chiesto esplicitamente, fu piuttosto qualcosa che maturò in lei in modo naturale.
In quell’edificio dalle pareti dorate, tutti chinavano il capo al passaggio di quell’uomo dai natali così prestigiosi e, quando teneva i suoi sermoni, non lo faceva con lo spirito che ci si sarebbe aspettati da un leader di una setta. Narrava della leggenda della Luna Rossa e dei lupi Creatori dell’umanità con una tale passione da catturare l’attenzione di chiunque lo ascoltasse, senza mai avanzare pretese apertamente egoistiche. Erano piuttosto i suoi seguaci ad aspettarsi molto da lui, da colui che avrebbe condotto quella élite verso un mondo destinato solo a loro.
Cher aveva capito fin da subito che non si trattava di devozione, bensì di uno scambio. A lui servivano le posizioni elitarie di quella gente, mentre loro erano mossi dalla brama di potere. Probabilmente - arrivò a pensare - avrebbero perseguito i loro scopi anche senza di lui, ma attraverso la sua figura avevano trovato una via di fuga.
Un giorno trovò il coraggio di chiederglielo.
«Mio signore, perché avete plasmato un mondo in cui esistono guerre e criminalità di ogni genere? Perché creare uno nuovo, quando avevate già questo?»
Temeva una risposta dura, forse persino di essere allontanata per aver osato tanto, ma ciò che ricevette fu solo uno sguardo velato di malinconia.
«Perché io mi sono solo aggrappato a qualcosa che si stava già incrinando dalla nascita. Sono sopravvissuto grazie al mio odio e alla mia follia... ma se queste mie radici velenose hanno attecchito, è perché c’è stato chi se ne è nutrito» sospirò. «Io ho influenzato il mondo e il Rakuen è nato imperfetto. Allo stesso tempo, questo mondo ha accolto me.»
Cher deglutì, sentendo il peso di quelle parole.
«Io non posso offrire ad Hamona un mondo del genere. Lei deve rinascere nel vero paradiso, ed utilizzerò ogni mezzo a mia disposizione. Mi macchierò dell’indicibile per ottenere quel luogo… tanto questo è già perduto.»
«Ma potrà mai esistere questo mondo perfetto?» chiese Cher.
«Può esistere una mente perfetta, dottoressa Degre?» ribatté lui. «Questa non è stata la mia prima vita e la mia stirpe è originaria di coloro che sapevano attraversare le dimensioni, finché non ci fu una battuta d’arresto. Né Darcia I, né io all’epoca eravamo preparati… ma questa realtà, dove l'uomo pensa solo al proprio torna conto e non ha idea delle antiche leggende, è dove i miei piani avranno modo di svilupparsi adeguatamente.»
Le conversazioni private con Darcia aumentarono gradualmente e, col passare del tempo, smisero di ruotare esclusivamente attorno al destino o ai piani di conquista, lasciando spazio anche a temi più leggeri, quotidiani. Forse perché erano quasi coetanei, forse perché entrambi portavano sulle spalle le aspettative delle reciproche famiglie, il desiderio di trascorrere del tempo insieme divenne qualcosa di naturale e spontaneo.
Non c’erano secondi fini. Solo due persone che, in mezzo a tutto questo trovavano sollievo nella presenza reciproca.
Il ruolo di Darcia però non cambiava. Rimaneva il suo signore, e con il passare del tempo, mentre la pressione su di lui, da parte dei suoi accoliti, si faceva sempre più insistente, qualcosa iniziò a mutare. Si fece più freddo, più attento a ogni parola, a ogni gesto, come se stesse lentamente indossando una maschera destinata a non cadere più. Una maschera necessaria.
Cher era forse l’unica a intravedere ancora ciò che vi era sotto: il giovane uomo che non aveva mai smesso di credere in qualcosa, anche mentre tutto il resto attorno a lui lo spingeva a diventare altro.
Un giorno lo trovò carponi a terra, nel suo studio. Aveva sognato di nuovo la moglie perduta e aveva l’irrefrenabile bisogno di disegnarne il volto, di non perdere neanche un frammento di quel ricordo, ma nella frenesia aveva spezzato la matita e, non trovando altro, aveva iniziato a tracciare linee con il proprio sangue sul foglio.
«Fermo, che fate? Smettetela di farvi del male» disse Cher, allarmata, cercando di staccarlo da quel disegno macchiato di rosso.
«Oh, Cher…» la chiamò lui, e alla donna si spezzò il cuore vedendo quegli occhi eterocromi colmi di lacrime. Le afferrò le spalle e premette la fronte contro l’incavo del suo collo. «Questi sogni mi distruggono l’anima, pezzo dopo pezzo. E se Hamona non tornasse? Se le mie azioni fossero indegne della sua grazia?»
Cher lo abbracciò e lo cullò, sentendo le lacrime salirle agli occhi. «No, mio signore, voi ci riuscirete. Il vostro desiderio è troppo grande per rimanere inascoltato. La vostra amata è lì, sospesa, e vi sta aspettando» sussurrò. **«Ci riuscirete… e io vi aiuterò. Cheza ci traghetterà nel mondo perfetto per il vostro fiore.»**
Quelle parole sembrarono bastare. Darcia, ancora segnato da quell’ombra, si staccò lentamente.
«Perdonami, ti ho turbata» disse, cercando di ritrovare la sua compostezza.
«No, Lord Darcia, niente affatto. Voi siete un uomo, non una macchina, né un idolo su un piedistallo. Siete fatto di carne… e solo chi prova sentimenti può compiere ciò che avete fatto voi» rispose Cher, lo sguardo ora più saldo. Poi accennò un sorriso. «E poi, secondo me, siete solo stanco. Avete pensato tutta la notte al discorso, vero?»
Darcia si strinse debolmente nelle spalle. «Dovevo preparare una presentazione per l’ufficio e si è aggiunto anche il discorso… ci mancava poco che questa sera parlassi ai seguaci della borsa di Milano.»
Cher scoppiò a ridere. «Per favore, non anche nel nuovo mondo!» poi annuì con decisione. «Qui ci vuole una passeggiata distensiva. E non parlo del Parco dell’Eden, ma delle vie dello shopping di Freeze City.»
«Di’ la verità… hai voglia di fare acquisti, visto che siamo sotto saldi.»
A Cher sfuggì una risatina nervosa. Non aveva proprio segreti per lui.
Più tardi, i due vennero accompagnati nel centro di Freeze City. All’apparenza non erano che due giovani amici che passeggiavano tra la folla, con un caffè in mano e una ciambella condivisa tra battute leggere. Nessuno dei passanti immaginava chi fossero davvero, né che a pochi passi da loro, nell’ombra, si muovessero guardie pronte a intervenire.
«Misha, non così veloce!»
«Siete voi che siete lente!»
La ragazza, con la divisa del primo anno delle superiori, correva davanti alle sue compagne, ridendo, senza accorgersi di chi le stava venendo incontro. L’urto fu improvviso e il caffè di Darcia rischiò di rovesciarsi.
«Oh accidenti, signori, scusatemi tanto!»
«S-signori?» disse Cher, mentre un nervo le pulsava sulla tempia e stringeva un po’ troppo forte il bicchiere.
«Spero di non avervi fatto male!» aggiunse la ragazzina, dai lunghi capelli corvini e ricci e dagli occhi azzurro ghiaccio.
«Niente affatto, ma stai più attenta» disse Darcia, accennando un sorriso.
Le amiche la raggiunsero subito dopo, lamentandosi del suo solito correre troppo veloce per loro.
«Sì, lo farò, scusate ancora, signori!» rispose lei, con un sorriso ampio, luminoso, prima di allontanarsi di nuovo tra le risate.
Cher la seguì con lo sguardo, ancora contrariata, poco entusiasta di essere stata chiamata “signora” due volte nel giro di pochi secondi.
Per Darcia, invece, fu diverso. La sua espressione cambiò, attraversata da uno stupore improvviso, quasi irreale.
Le sue labbra si mossero, emettendo un sussurro lieve. «H-hamona…»
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Darcia.
Darcia III aprì improvvisamente gli occhi, colto da uno spasmo. L’occhio del lupo iniziò a muoversi per conto suo, come se fosse alla ricerca di qualcosa.
Il corpo si mosse da solo, ancora prima che se ne rendesse conto, e si diresse verso la finestra. In quel momento, la scia luminosa solcò il cielo e dentro di sé qualcosa di inspiegabile, ma immenso quanto l’universo, sorse in lui. Un riconoscimento.
Il suo udito venne raggiunto dal tintinnio lieve dei fiori della luna, che annunciavano il sopraggiungere del suo destino.
Cher, che in quel momento stava monitorando i parametri di Cheza, ormai al limite dopo lo sforzo di comunicare con i lupi, sobbalzò non appena la voce urgente di Darcia la raggiunse. Si voltò di scatto e lo trovò sulla soglia, ansante.
«Lord Darcia…» le parole le morirono in gola quando, all’improvviso, l’uomo avanzò a lunghi passi verso di lei e la strinse in un abbraccio, aggrappandosi a lei.
«Che vi succede, vi prego, parlatemi!» esclamò Cher, serrando i denti mentre cercava di sostenerlo, accompagnandolo lentamente a terra, finendo entrambi in ginocchio.
Darcia era madido di sudore, la febbre gli era salita tutta insieme, e le ciocche dei suoi lunghi capelli corvini gli si erano incollate ai lati del viso. Stava piangendo.
«È come… è come quando da bambino l’Amnesia del Rakuen mi ha abbandonato…»
Per la prima volta, dopo tano tempo, quell’uomo sempre saldo e incrollabile, tornò ad apparirgli così fragile, quasi smarrito.
«Quella scia… quella scia… era Hamona, io lo sento. L’hai vista?»
Cher annuì. «Sì, l’ho vista, guiderà i lupi al Monte del Principio… ma come potete affermare che sia Hamona?» Poi le sopracciglia le si inarcarono e si voltò di scatto verso Cheza, che nel frattempo aveva perso i sensi. «Che sia l’angelo?» la voce le tremò.
«Io la porterò indietro… la riporterò da me» disse Darcia, respirando profondamente. «Lei esiste, non è perduta, ora ne ho l’assoluta certezza.» Un sorriso gli piegò le labbra, sinistro e colmo di speranza allo stesso tempo, mentre l’occhio del lupo pulsava e l’iride dell’altro si restringeva. «Lei vuole essere ritrovata.»
Le mani di Cher tremarono attorno alle sue spalle. Quelle parole erano state pronunciate con una sicurezza incrollabile… ma dentro di sé sentiva che Darcia si stava sbagliando.
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Quentin Silva non aveva perso tempo, la scia iniziava già a sbiadirsi nel cielo e, anche se erano i lupi a conoscere il percorso, voleva partire il prima possibile. Svegliò i ricercatori di soprassalto, buttandoli letteralmente giù dalle brandine, e nel giro di pochi istanti il rifugio si riempì di movimenti frenetici, mani che afferravano zaini, voci concitate e passi affrettati.
Fu allora che la voce di Misha si levò, chiara, alta abbastanza da fermare ogni gesto.
«Il Monte del Principio è un luogo che solo noi possiamo raggiungere.» Le sue iridi azzurre pulsarono sopra le sclere nere. «Gli umani non possono seguirci o periranno nel tentativo di compiere questa impresa.»
Quentin la raggiunse a lunghi passi e la afferrò per le spalle. «No, non mi impedirai di portare a termine il lavoro di una vita!»
«Il lavoro di una vita?» disse Toboe, osservandolo con attenzione, lo sguardo ferino che non lasciava spazio a fraintendimenti.
Il professore esitò, rendendosi conto di essersi spinto troppo oltre.
Misha allora gli prese le mani e gliele abbassò, fissandolo negli occhi. «Una volta lei riconobbe che l’uomo ha ucciso Dio, di conseguenza l’uomo si è condannato da solo.» La sua voce era ferma, carica di una consapevolezza che andava oltre il semplice risveglio. «Tuttavia, proprio perché noi siamo i vostri Creatori, non vi odiamo… ma vi salveremo, anche se lei e Darcia ambite a un luogo plasmato dal nostro stesso sangue.»
Il professore fece un passo indietro, scosso. «Ma tu…»
Hige si frappose tra lui e la ragazza con un ringhio sommesso, gli occhi di lupo ridotti a due fessure.
L’uomo allora strinse i pugni ed abbassò il capo. Rimase in silenzio per qualche istante, come se stesse raccogliendo le idee. Poi le sue labbra si schiusero: «In certi momenti di silenzio assoluto, sentivo che la mia voce non mi appartenesse del tutto. Quando cercavo il senso di ciò che ero, capivo di non essere nato dal nulla, ma da un respiro antico che mi ha preceduto.»
La sua voce era profonda, come se quel pensiero lo stesse confessando più a sé stesso che a loro.
«Sentivo che i Grandi Antichi, i Lupi che hanno forgiato il nostro spirito all’inizio dei tempi, non erano scomparsi nella polvere: essi vivevano ancora nel battito del mio sangue.
Quando guardavo l'infinito, non ero solo io a guardare: erano loro che, attraverso i miei occhi, continuavano a osservare il mondo che avevano generato.» Fece una breve pausa. «Gli umani sono il loro canto che continua nel tempo.»
Poi sollevò di nuovo la testa e guardò i tre negli occhi, in un misto di rispetto ma anche di riverenza.
«Eccomi, dunque. Riconosco nel vostro sguardo il mio stesso inizio e la fine di ogni mia domanda. Non sono più un figlio perduto che cerca risposte, ma un riflesso che torna alla sua fonte. Ciò che in me era pensiero, davanti a voi torna a essere carne, respiro e silenzio. Sono tornato a casa, nel branco da cui tutto è cominciato.»
Lo fissarono in silenzio, come se stessero soppesando le sue parole. Del resto era uno degli uomini di Darcia e, di conseguenza, aveva fatto dell’inganno una strategia. Eppure, in quel momento, sembrò davvero essersi messo a nudo. Anche se per lui i lupi non potevano essere che mezzi per un Rakuen destinato agli umani, forse una parte di lui li rispettava davvero, li riconosceva.
Misha superò Hige e gli si avvicinò. Gli prese il volto tra le mani, costringendolo a sostenerne lo sguardo.
«Desideri davvero assistere al compimento di questo ennesimo ciclo… anche a costo della tua stessa vita?»
Il professore annuì, senza esitazione.
Misha assottigliò lo sguardo. «Anche tu…» ma lasciò la frase sospesa, come se qualcosa fosse ancora in attesa di essere compreso.
Poi abbassò le braccia e fece un passo indietro. Si voltò verso Hige e Toboe. «Lui può venire con noi. Solo lui.»
«Quanto ci vorrà?» chiese più tardi il professore, chiudendo la portiera del furgone, mentre Hige metteva in moto.
«Per ora ci è stata mostrata la direzione» disse Misha, seduta sul retro accanto a Toboe. «Raggiungerlo è tutt’altra faccenda.»
Hige accennò un sorriso. «Ed io che pensavo di arrivarci impostando il navigatore del cellulare.»
«Anche gli altri saranno in grado?» chiese Toboe, voltandosi verso la sorella.
Misha annuì. «Sì, del resto, in quel luogo… voi tutti ci siete già stati.»
Toboe le strinse la mano, abbassando lo sguardo. «Avresti dovuto esserci anche tu.»
Misha rimase con gli occhi fissi davanti a sé, la voce calma, quasi distante**. «Il mio destino era un altro.»**
Hige la osservò un momento dal riflesso dello specchietto retrovisore e corrugò quasi impercettibilmente le sopracciglia, prima di inserire la marcia e far partire il veicolo.
Il mezzo militare avanzava lungo la strada, preda delle forti raffiche di neve già da un po’. Forse era già giunta l’alba, ma il cielo era talmente coperto da non poterlo affermare con certezza.
Sul retro, Toboe e Misha si erano addormentati, le teste poggiate l’una contro l’altra e la mano stretta l’uno all’altra.
Il professor Silva ed Hige invece erano assolutamente svegli, ma tra i due aleggiava una tensione sottile. La mascella di Hige era indurita, mentre il professore sembrava attraversato da pensieri impenetrabili, gli occhi posati sulla bussola che aveva tra le mani.
«È il tuo stomaco che brontola o stai ringhiando perché mi vuoi saltare al collo alla prima occasione?» disse a un certo punto.
«Chissà. Magari in un solo gesto potrei soddisfare entrambi i desideri» rispose il ragazzo, con gli occhi fissi sulla strada.
«Pensare che ti credevo uno di quelli sempre con il cellulare in mano… almeno finché non ti ho visto combattere.»
«Lei non ha idea di quello che ho passato. Quindi sì, mi ha decisamente sottovalutato.» Hige aveva occhi umani, ma ormai non serviva più mutare per dimostrare che il suo sangue era a un passo dal risveglio completo. «Comunque anche lei mi ha sorpreso con quel discorso, prima. Nonostante tutto, sembra davvero… ammirarci.»
Il professore rimase in silenzio per qualche secondo, poi parlò.
«Mio padre, prima che nascessi, fece parte della spedizione che con il nonno di Lord Darcia trovò la sfera luminosa.»
Nel suo sguardo sembrarono passare diverse immagini. «Per Darcia I era il compimento del lavoro di una vita. Mi raccontò che quel giorno tutto il team fu invaso da una strana sensazione. Avevano esaudito il sogno del loro signore, ma allo stesso tempo compresero di essere di fronte a qualcosa di sacro.»
Gettò uno sguardo al finestrino. «E quando le redini dell'associazione passarono a me, capii a cosa si riferiva. Al cospetto di quella sfera luminosa, che iniziava a formare due figure umane, iniziai a interrogarmi sulla vostra stessa natura.»
«Tuttavia non l’ha convinta del tutto ad essere davvero dalla nostra parte, vero?» lo incalzò Hige.
«Non per un mero, egoistico luogo chiamato “Rakuen degli umani”, ma per essere più vicino a voi. Essere come voi, che siete creature perfette. Ogni vostra sensazione è spinta al massimo, dall’istinto puro al modo in cui siete connessi tra di voi.» Scosse il capo. «Questo è qualcosa che l’essere umano non ha ereditato.»
Hige fece una smorfia. «Io non credo che la perfezione esista. Altrimenti non esisterebbero questi cicli… e io non avrei fatto casino con due ragazze a cui voglio bene.» sospirò debolmente «E la mia specie non vi avrebbe creato.»
Lo sguardo di Hige si fece più profondo, quasi in contrasto con la sua solita espressione spensierata e un po' sciocca, che era avvezzo mostrare la maggior parte delle volte. «Possiamo solo andare avanti e cercare di migliorarci passo dopo passo. Forse così otterremo una parvenza di perfezione. Accettando anche il fatto che non la raggiungeremo mai davvero.»
Improvvisamente il motore iniziò a gracchiare e, dopo qualche boccheggio, il veicolo perse velocità fino ad arrestarsi del tutto.
«Ecco un altro esempio di imperfezione» disse ironicamente Hige, mentre lui e il professore scendevano per controllare la situazione. Non appena aprirono il cofano, una nube di fumo nero gli arrivò dritta in faccia, costringendoli a tossire.
Il vento sferzava le loro giacche militari e i capelli con violenza, e la neve che cadeva fitta rendeva difficile anche solo mettere a fuoco il problema.
«Purtroppo i pezzi di ricambio scarseggiano e questi sono tutti mezzi ricondizionati» borbottò Quentin Silva, cercando di osservare il motore tra le folate.
«Che è successo?» chiese Toboe, sporgendosi dal finestrino. «Perché ci siamo fermati?»
«Rimetti la testa dentro, moccioso» lo ammonì Hige. «Abbiamo tutto sotto controllo.»
«Si atteggia a duro solo perché Kiba e Tsume non sono nei dintorni» commentò Toboe, rivolgendosi a Misha con un mezzo sorriso.
Ma Misha si accigliò. «Sta facendo del suo meglio per proteggerci. Dovresti portargli rispetto.»
Toboe scostò lo sguardo, gonfiando le guance in silenzio.
«Dannazione!» esclamò il professore, colpendo il mezzo con un pugno. «Questo vecchio trabiccolo non ne vuole proprio sapere!»
«Questa è una delle prove» disse Misha.
Era scesa dal furgoncino senza che se ne accorgessero e ora li osservava, lo sguardo profondo.
Hige fece per sfilarsi la giacca e passarla a lei, ma Misha sollevò una mano per fermarlo. «Posso sopportare questo tipo di freddo.»
L’attimo dopo, il suo corpo mutò in quello di un lupo siberiano. La pelliccia nera e bianca venne subito attraversata dal vento e dalla neve, ma in lei non provocò alcun tremito.
«Dobbiamo proseguire a piedi» aggiunse, la voce che risuonava direttamente nelle loro menti.
«E dove? E di che prove stai parlando?» chiese il professore.
Misha sollevò il muso verso Hige. «Anche tu lo sai, no? Ricordi.»
Hige serrò debolmente la mascella, poi si voltò verso Silva. «Professore, questa è la sua ultima possibilità di tornare indietro. Il GPS è ancora funzionante, può chiamare qualcuno a recuperarla.»
«No!» rispose l’uomo senza esitazione. «Voglio raggiungerlo. Con tutto me stesso!»
«Sente il richiamo?» chiese Misha.
Il professore tremò appena tra le braccia, poi annuì.
Recuperarono tutto ciò che potevano portare in spalla e lasciarono il mezzo alle loro spalle, ormai inghiottito dalla tormenta.
Toboe si aggrappò alla criniera di Misha per resistere alle raffiche, mentre Hige e Silva avanzavano subito dietro, piegati contro il vento.
«Non consisterà solo nel cercare di non diventare pupazzi di neve, questa prima prova!» esclamò Hige, riparandosi il volto con il braccio.
«No, ma credo che imparare ad affrontare il gelo sia comunque parte di essa» disse Misha. «Solo un vero lupo potrebbe resistere in queste condizioni.»
«Sembri saperne molto più di noi» ribatté Hige, rabbuiato.
Misha non rispose.
«Non si vede neanche più quella cometa» disse il professore, sollevando lo sguardo verso il cielo, ormai inghiottito dalla tormenta.
«Non c’è bisogno di vederla, è dentro di noi» rispose Misha.
Una folata più violenta fece stringere Toboe alla lupa, lasciandogli sfuggire un mugugno.
«Comunque sia dobbiamo cercare un riparo, non possiamo avanzare così alla cieca» disse Hige, chinandosi su di lui per proteggerlo. «Toboe non ce la fa più!»
«Sì che ce la faccio!» protestò l’adolescente, ostinato.
«Toboe, salimi in groppa» disse Misha.
«Ma no, davvero, ce la faccio!»
Misha emise un ringhio basso, che non ammetteva repliche, e Toboe le salì in groppa in un lampo.
«Bravo, ascolta la mammina» lo canzonò Hige, con un sorriso provocatorio.
Misha gli morse la mano. Hige rimase per un istante interdetto, poi si lasciò sfuggire un urlo scandalizzato, mentre agitava la mano all'aria per scrollarsi di dosso il dolore.
«La mia prova sarà sopportare un branco di ragazzini per tutto il tempo» borbottò Silva, sospirando esausto.
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Kiba si voltò verso i suoi due compagni, proprio nel momento in cui la cometa venne nascosta dalla tormenta improvvisa. Il vento gli sferzava i capelli castano scuro, mentre i riflessi del ghiaccio facevano brillare le sue iridi azzurre, fredde e determinate.
«Cheza ci ha mostrato la via.»
«Ragazzi, vi ho insegnato tutto quello che potevo. Ora sta a voi» disse Blue, con una fermezza che non lasciava spazio a esitazioni.
«Forse non avrò ancora raggiunto il vostro livello» aggiunse Tsume, con una nota ironica nella voce. Poi piegò le labbra in un mezzo sorriso, mostrando un canino affilato. «Ma non vedo l’ora di prendermi la rivincita contro quel nobile.»
Kiba e Blue mutarono in lupi e scattarono subito in avanti, fendendo la tormenta con movimenti rapidi e sicuri, mentre Tsume rimase indietro, costretto ancora a correre su due gambe. Nel suo sguardo, però, non c’era esitazione, né il minimo senso di inferiorità.
Si era fatto una promessa. Sarebbe diventato un compagno degno per Misha e una figura di riferimento per Toboe. Poteva essere migliore di così e, grazie alla prova della Foresta della Morte, lo aveva finalmente compreso.
Con quei pensieri che gli bruciavano dentro, iniziò ad accelerare. Sempre di più. Sempre più veloce.
Il vento sembrava volerlo respingere, la neve ostacolare ogni passo, ma lui continuava a spingere, fino a quando qualcosa cambiò.
Kiba e Blue scorsero all’improvviso una macchia grigia sfrecciare accanto a loro, superandoli in un lampo. Si arrestarono per un istante, colti di sorpresa.
Davanti a loro correva un lupo grigio che avanzava libero contro la furia della tormenta, come se quella stessa violenza fosse parte della sua natura.
Poi, da lui si levò un ululato. Profondo, liberatorio.
Kiba e Blue risposero senza esitazione, unendo le loro voci alla sua, in un richiamo che vibrava nell’aria gelida.
Finalmente stavano andando incontro alle loro ultime prove, sfidando la fine del mondo stessa.
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