Vai al contenuto principale

← Il quinto petalo

Creato il 17/07/2026, 19:06 · Aggiornato il 20/07/2026, 21:09

Capitolo 41: Il viaggio di un sogno - parte 10

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

Shailoh Shailoh, yatreet ka...

Shailoh shna... otvit ka...

Hahla Hahla... ahlah hah...

Shailoh washnee

fortee ney...

Cheza ed i quattro lupi avevano danzato per tutta la notte, rinvigoriti dalla luna piena, dopo essere sopravvissuti alla prova della Foresta della Morte e fatto il bagno nel lago, ed ora, stanchi, si erano fermati sotto una quercia a riposare. L’aria soffiava leggera in quella foresta ancora verde, una delle ultime che il grande gelo sembrava aver risparmiato, e sotto quella grande fronda la fanciulla accarezzava le loro folte pellicce, trasmettendo calore e conforto, mentre i loro respiri si facevano lenti e profondi.

In quel momento sospeso tra cielo e terra, i lupi sognavano. Ognuno scivolava nella propria idea di paradiso: chi desiderava soltanto correre senza fine, libero, chi ritrovava il sorriso di una nonna perduta, chi si abbandonava a fantasie più leggere come essere circondato da tante femmine. Pensieri diversi, dal più innocente al più profondo, che Cheza raccoglieva e custodiva, cullandoli con una dolcezza silenziosa, facendo loro credere, almeno per quella breve frazione, che ogni desiderio fosse reale.

Ma il suo sguardo andava oltre.

Quella notte il suo canto non si limitò a loro.

Tutti i lupi erano legati a lei, come fili invisibili che attraversavano il mondo, e mentre sotto la quercia il branco si abbandonava a un riposo finalmente sereno, lontano, a chilometri di distanza, un cuore stava cedendo. Nella neve, solo, senza alcun conforto, un lupo chiudeva gli occhi per sempre.

Cheza lo sentì. Avvertì il battito rallentare… sempre più lento… sempre più lento, come una luce che si affievolisce prima di spegnersi.

Allora cantò.

Shailoh Shailoh, yatreet ka...

Omen nio hah...

Shailoh Shailoh, yatreet ka...

Shailoh shna.. otvit ka...

Hahla Hahla... ahlah hah....

Shailoh washnee

fortee ney...

E il suo canto si sollevò lieve, attraversò la foresta, si insinuò tra i rami, si lasciò trasportare dal vento, oltre le distanze e il gelo, fino a raggiungere quella creatura che non era più riuscita a correre con loro, che aveva desiderato il Rakuen non solo per sé stessa, ma per tutti i compagni che aveva dovuto lasciare indietro.

Per un istante, prima che tutto si spegnesse, quel lupo non fu più solo.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Hubb si girò lentamente nel letto, ancora sospeso tra sonno e veglia. Il profumo di Cher lo avvolgeva, come se fosse rimasto impresso sulla sua pelle. Quella notte aveva ricomposto ciò che per troppo tempo era rimasto diviso. Per la prima volta, ogni cosa sembrava aver trovato il proprio posto.

Fuori pioveva. Lo scroscio dell’acqua riempiva il silenzio di quelle prime ore del mattino, scandendo un tempo lento, quasi sospeso.

«Buongiorno» disse ad occhi chiusi, con un leggero sorriso. Era a pancia in giù e sulle spalle portava ancora i segni lievi di quella unione così lungo attesa.

Non arrivò alcuna risposta.

Aprì allora un occhio, ancora intorpidito, e si accorse che accanto a lui il letto era vuoto.

Si accigliò, sollevandosi appena sui gomiti.

«Cher, sei in bagno?»

Silenzio.

Un brivido gli attraversò il corpo. Si alzò di scatto e raggiunse la porta del bagno, bussando. «Cher!»

Quando aprì la porta ed ebbe conferma che non c'era nessuno al suo interno.

Rimase immobile per un istante, poi tornò verso il letto e si lasciò cadere seduto, le dita si infilarono tra i capelli in un gesto nervoso. Forse era uscita, forse era andata a prendere la colazione... ma con quali soldi?

Sollevò lo sguardo verso il comodino e lì lo vide subito: un biglietto. In un attimo era già tra le sue mani.

Deglutì, mentre sollevava lentamente la carta piegata a metà. Sul foglio bianco era riportata una calligrafia elegante, specchio della grazia naturale di quella donna.

"Caro Hubb,

grazie per questa notte, grazie a te ho finalmente ritrovato il mio vero io.

Grazie a te ho ricordato tutto e ora ho la conferma di qualcosa che forse ho sempre saputo.

Per anni ho servito la famiglia Darcia, convinta di essere parte di mondo privilegiato, persino superiore agli altri esseri umani. Non mi è mai mancato nulla, la mia famiglia mi ha sempre amata, e così non ho mai avuto dubbi su chi ero.

Tutto però è cambiato nell'attimo stesso che ti ho incontrato, quella sera alla vigilia di Natale. Ballare con te, scherzare con te e poi quando ieri notte... oh Hubb, perché questo nuovo mondo ci ha voluti separati per così tanti anni?

Forse perché la mia ossessione per Cheza ha deviato la direzione della mia rinascita, facendomi scegliere ancora una volta lei, anziché te. Mi hai detto che siamo sposati, ma ricordo bene che in realtà abbiamo divorziato ed è stato a causa mia.

E forse è un bene che allora non ci siamo mai incontrati prima. Questo Rakuen ti aveva dato la possibilità di ricominciare da capo, con chi ti avrebbe meritato davvero.

Anche se hai affrontato l'inferno per ritornare da me... dimenticami, ti prego.

Sto tornando da Lord Darcia. So che lo odi con tutto te stesso e anche io dovrei fare lo stesso... ma semplicemente non ci riesco.

Io ho visto con quanta cura e quanta speranza quell'uomo custodiva il corpo di Hamona, vittima della Malattia del Rakuen , ed ero presente quando egli, al cospetto di Jaguara cadde definitivamente nelle ombre. E posso assicurartelo, era dolore autentico. Lo stesso dolore misto a speranza che lo guida ancora adesso.

So che ha compiuto atti deplorevoli, io stessa in alcune occasioni l'ho aiutato a compierli, ma credimi se ti dico che c'è del buono in lui ed io sono la sua unica amica.

Odiami pure se vuoi, brucia questa stessa lettera come se stessi dando in pasto alle fiamme me, ma ti prego, cerca di capirmi.

Io non posso abbandonarlo.

E non posso abbandonare Cheza.

Anche se non ci crederai... ti amo anche io.

Cher"

Le mani gli tremarono appena quando terminò di leggere e un paio di lacrime caddero sulla carta, deformando leggermente l’inchiostro. Rimase immobile, lo sguardo perso su quelle parole, incapace di staccarsene, come se nel farlo avrebbe reso tutto definitivo.

Non riusciva a crederci. Ancora una volta… ancora una volta lei aveva scelto qualcun altro.

Forse Cher aveva ragione. Forse avrebbe dovuto andare avanti, lasciarsi tutto alle spalle, accettare che quella fosse la fine naturale di qualcosa che non aveva mai smesso di rincorrere. E allora perché? Perché quel destino maledetto aveva voluto riportarla da lui? Fargliela ritrovare, fargliela amare ancora… solo per strappargliela via di nuovo?

La solitudine gli si posò addosso con un peso reale, tangibile, riempiendo ogni angolo della stanza. Anche le pareti sembravano più strette, più opprimenti. Fuori, la pioggia e i tuoni non facevano che amplificare quel senso di vuoto, come se il mondo intero stesse risuonando con la sua delusione.

Che cosa avrebbe dovuto fare adesso? Accettarlo e basta? Accettare che lei tornasse da lui, che sposasse quell’uomo e con esso varcasse il Rakuen, seguendo un destino che non lo includeva?

Eppure… nonostante tutto… lui continuava ad amarla.

«Non siamo mai così indifesi verso la sofferenza, come nel momento in cui amiamo» disse con un mezzo sorriso amaro, citando Freud. Non gli era mai sembrata una verità così precisa come in quell’istante.

Spostò infine lo sguardo verso il pavimento. Il vestito di lei chiaramente non c'era più ma non solo: mancavano anche le sue scarpe.
Si lasciò andare a un sospiro. «E ora io come esco?»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Quando Hige riaprì gli occhi, il bruciore delle ferite si riaccese sotto la pelle, meno violento rispetto al giorno prima, ma abbastanza da ricordargli che il suo corpo non aveva ancora finito di pagare il prezzo di quello scontro. Eppure, quel dolore era lontano, quasi irrilevante rispetto a quello che gli stringeva il petto.

Era solo nella caverna. Il fuoco si era ormai spento, ridotto a cenere fredda, e fuori si udivano i versi e le grida dei suoi compagni, ritmate e concentrate. Si stavano allenando. La loro tenacia non li aveva abbandonati, anche mentre lui restava fermo.

Portò una mano alla tasca ed estrasse la collanina che Tsume aveva recuperato all’accampamento. Il ciondolo di quarzo rosa catturò appena i riflessi freddi di quel luogo, restituendo una luce debole.

La osservò a lungo.

Si sentiva svuotato. Nella sua mente, le immagini del combattimento con Misha tornavano con una chiarezza ostinata e ancora non riusciva a conciliare quella figura con la ragazza che, tra le sue braccia, gli era sempre sembrata piccola e fragile.

Ora capiva che quella forza non era solo fisica. C’era qualcosa di più profondo, qualcosa che lui non aveva colto, nonostante i segni ci fossero stati tutti.

Misha li aveva traditi. Almeno, era ciò che lui credeva, a differenza di Tsume. Tsume non aveva esitato neanche per un istante, nonostante quelle ferite raccontassero una storia diversa, difendendola a spada tratta.

Hige abbassò lo sguardo sul ciondolo, stringendolo appena tra le dita.

Lui invece - se ne rese conto solo allora - non l’aveva mai davvero capita.

Quando Hige uscì dalla caverna, una lama di freddo gli attraversò il volto, facendolo inspirare più a fondo. Davanti a lui si stendeva una distesa di neve compatta, segnata da solchi e impronte recenti. Il cielo sopra era lattiginoso, uniforme.

Poco più avanti, due figure si muovevano con una velocità che rompeva quell’apparente quiete.

Kiba, nella sua forma di lupo bianco, scattava sulla neve con movimenti netti, precisi, il corpo teso come una corda pronta a spezzarsi. Di fronte a lui, Blue, lupo nero, gli girava attorno con passo più fluido, gli occhi fissi su di lui, in attesa di un varco.

Non c’era esitazione nei loro movimenti, solo istinto.

Kiba avanzò con uno scatto improvviso, cercando di chiudere la distanza, ma Blue si spostò di lato con agilità, sfiorandolo appena e lasciando dietro di sé una scia di neve sollevata. Subito dopo contrattaccò, puntando al fianco, ma Kiba ruotò il corpo, anticipandola, e il suo muso sfiorò quello di lei in un incrocio rapido.

Il suono delle loro zampe sulla neve si mescolava ai ringhi bassi, controllati.

Un nuovo scatto e questa volta Kiba non lasciò spazio.

Affondò con decisione, sfruttando il peso e la velocità, e intercettò Blue nel momento in cui cercava di aggirarlo. I due corpi si scontrarono, rotolando nella neve, sollevando una nube bianca attorno a loro.

Per un attimo sembrò che l’equilibrio potesse ribaltarsi. Poi, però, Kiba riuscì a imporsi e bloccò Blue a terra, il corpo sopra il suo, il respiro affannato ma stabile, gli occhi fissi nei suoi. La neve attorno a loro si era segnata profondamente, testimone di quello scontro serrato.

«Ehi!» disse Hige, avanzando nella neve con passo affrettato, il fiato che si faceva corto mentre cercava di raggiungerli. «Non ci sei andato un po’ troppo pesante con lei?» aggiunse, fermandosi a pochi passi, costretto a prendere un paio di respiri più profondi. La neve arrivava a metà stinco e ogni movimento richiedeva uno sforzo che il suo corpo ferito sentiva ancora tutto.

Kiba e Blue si separarono e tornarono alla loro forma umana, scrollandosi di dosso la neve con gesti rapidi.

«Hige!» disse Blue, avvicinandosi di qualche passo, lo sguardo che si fece subito più attento. «Come stai?»

«Sto bene» rispose lui in fretta, quasi tagliando corto, per poi spostare immediatamente l’attenzione su Kiba. «Sei stato un po’ troppo violento. Ricordati che è una femmina.»

Kiba lo guardò senza scomporsi, le sopracciglia appena corrugate. «Che sia domani o a novembre, dovremo affrontare un nemico che non conosce pietà» disse con tono fermo. «Non possiamo permetterci di andarci leggeri tra di noi.» Poi il suo sguardo si spostò su Blue e si ammorbidì appena, in un accenno di rispetto. «E poi è stata proprio lei a ricordarmi come si combatte davvero.»

Hige rimase un attimo in silenzio, ancora incerto, ma quando tornò a guardare Blue vide che anche lei si era fatta seria.

«Combatto da sempre» disse la donna, sostenendo il suo sguardo. «Ti ricordo che, prima di scoprire chi fossi, vi ho dato la caccia insieme a papà. Solo perché sono una femmina, non dovresti trattarmi diversamente.»

«Non ti tratto diversamente.»

«Invece lo fai» ribatté lei, senza alzare la voce ma con fermezza. «Io non ho bisogno di protezione.»

Hige la fissò per un istante, come se le parole gli si fossero fermate in gola. Le labbra si schiusero appena, ma non uscì nulla. Alla fine corrugò la fronte, abbassò lo sguardo e strinse i pugni.

«Ah, vedo che il nostro principe si è svegliato.»

La voce di Tsume arrivò alle loro spalle insieme al rumore dei suoi passi sulla neve. Teneva in mano una coppia di fagiani, lo sguardo soddisfatto. Hige sollevò gli occhi e, appena lo vide, digrignò i denti.

«Che c’è? Vuoi darmi di nuovo dell’imbecille?» disse, con tono teso. «Accomodati pure, tanto mi sono stancato. Qualunque cosa io dica o faccia, sbaglio.»

Non aspettò risposta. Si voltò di scatto, infilò le mani nelle tasche del giubbotto mimetico e si allontanò, lasciando dietro di sé solo impronte nella neve fresca.

Kiba, Tsume e Blue lo seguirono con lo sguardo.

«È davvero diverso da come era una volta» mormorò Tsume.

«Ognuno di noi lo è» rispose Kiba. «Rinascere non significa tornare come si era prima e ora in noi si sovrappongono due vite.»

Blue scattò in avanti. «Hige, aspetta!»

Lo raggiunse in pochi istanti e si portò al suo fianco, prendendolo a braccetto. Hige non si scostò, ma continuò a camminare con lo sguardo basso, fisso sui passi che affondavano nella neve.

Rimasero in silenzio per qualche secondo. Poi Blue inclinò appena il capo verso di lui. «Non dargli retta. Lo sai che è geloso.»

Hige fece una smorfia, senza guardarla. «Tsume è tante cose, ma la gelosia non gli appartiene.» Una breve pausa. «Forse sono io ad essere invidioso.»

Blue abbassò lo sguardo. «Hige… sii sincero. Se Misha fosse venuta con voi, forse è lei a cui ti saresti legato, non è così?»

Hige si fermò di colpo. Le prese il mento con decisione, costringendola a guardarlo negli occhi. «No, Blue. E se non fossi stata ostaggio dei Darcia, avrei scelto te ancora una volta.»

Il cuore di lei ebbe un sussulto. Quelle parole erano state dirette, senza esitazioni.

«Ma allora…»

«Sono invidioso perché lui riesce a essere razionale anche nelle situazioni più disperate» continuò Hige, lasciandola. «Non mostra debolezza. Non mostra pentimento.»

«Forse è solo la maschera che si è scelto» rispose Blue piano. «Mentre io ammiro di te il fatto che non nascondi i tuoi sentimenti.»

Il vento soffiò tra loro, sollevando piccoli vortici di neve.

Lo sguardo di Hige si fece più cupo. «È che ho paura…» ammise. «Da quando ho ricordato… continuo a rivedere il giorno in cui lui ti uccise. Ancora e ancora.» Il respiro gli tremò. «E quella paura l’ho proiettata su Misha. Avevo paura di perdere anche lei… di impazzire dal dolore. Io non posso assistere di nuovo a qualcosa del genere.»

Blue gli si parò davanti e lo afferrò per le spalle, costringendolo a fermarsi. «Questa volta non succederà» disse, guardandolo dritto negli occhi. «Mi hai capito? Io non lo permetterò. Né Kiba, né Tsume, né te… e nemmeno Toboe e Misha.»

«Ma loro...»

«Io ho conosciuto quella lupa» lo interruppe, scuotendo il capo. «L'ho guardata negli occhi, ho sentito la sua voce. Lei è una di noi. E anche Toboe.» Il suo sguardo si posò sui graffi sul volto di lui. «Non so cosa sia successo, ma quando ti ha affrontato, lo ha fatto con la morte nel cuore, ne sono certa.»

Le sue mani tremarono appena nella presa.

«Quindi non dirmi che, se mi avessi ritrovata prima, non avresti avuto dubbi, perché stai mentendo anche a te stesso.»

Sorrise appena, con malinconia, e gli accarezzò la guancia.

Hige le prese la mano e la premette contro il proprio viso, gli occhi lucidi.

«Sono davvero uno sfigato» disse.

«No, Hige» rispose lei con dolcezza. «In te vive un trauma, per qualcosa che non avresti dovuto ricordare. E quando credevi di avere una vita stabile… tutto è crollato.» Poi sospirò, e la voce si fece più ferma. «Ma sappi che non ho intenzione di far parte di triangoli amorosi, sperando di essere la scelta finale. Ti amo, Hige e ti amerò sempre, ma questa non è la nostra priorità.» Fece un passo indietro. «Se questo può aiutarti a ritrovare un po’ di forza, ti svincolo dal nostro legame passato. Questa è una nuova vita.»

«No.» La risposta arrivò immediata, dura.

Gli occhi di Hige si accesero. «Non ci sto.» Strinse i pugni. «Quando ho ricordato te… il mio cuore ha vacillato. La mia mente era in conflitto. Il detective mi ha detto che dovevo concentrarmi su Misha, perché lei era presente, mentre tu eri solo un nome.» Inspirò a fondo. «Ma quando gli indizi hanno iniziato a emergere, quando ho risentito il tuo odore… e quando ti ho vista da quell’elicottero… tu sei diventata reale.»

Blue lo guardò, trattenendo il respiro. «Vuoi dirmi che non la ami?»

Hige esitò, poi deglutì. «Sì, la amo... ma non è l’amore che credevo.» Distolse lo sguardo. «In lei ho trovato una famiglia, un punto fermo. È stata la prima tra voi che ho ritrovato e il suo cuore mi ha dato un’ancora.» Scosse appena il capo. «Ma non ho avuto dubbi, quando ho creduto ci avesse traditi. E quando sei venuta da me…»

Digrignò appena i denti, poi le afferrò le spalle e si chinò su di lei.

Il bacio arrivò improvviso e intenso, pieno di tutto ciò che le parole non avrebbero potuto esprimere.

Blue rimase immobile per un istante, gli occhi spalancati. Poi si riempirono di lacrime.

In quel gesto ritrovò il compagno con cui aveva combattuto, con cui aveva condiviso tutto, persino la morte.

Socchiuse gli occhi e si lasciò andare a quel momento.

Quando si scostarono, i loro occhi erano entrambi mutati in quelli del lupo e le iridi brillarono di una luce intensa, come se in quel momento qualcosa di più profondo della semplice memoria fosse riemerso tra loro.

Blue gli accarezzò di nuovo la guancia e accennò un lieve sorriso, un sorriso che Hige ricambiò, mentre il rossore gli saliva appena sul viso, tradendo una vulnerabilità che non cercava più di nascondere.

Hige abbassò lo sguardo, poi infilò la mano nella tasca ed estrasse la collanina di Misha. «Forse è meglio che la dia a Tsume» disse, porgendola appena. «Gliela restituirà lui.»

Blue gli prese la mano e la richiuse attorno al gioiello. «No, è stato un tuo regalo ed è giusto che sia tu a restituirglielo.» Poi sollevò lo sguardo verso il suo, cercando i suoi occhi ambrati. «Devi credermi se ti dico che sono stata felice per voi due, vi ho visto all’inaugurazione dell’orfanotrofio. Il vostro è un sentimento sincero, vi volete bene… e se il destino ti ha fatto trovare lei per prima, non è stato un caso.»

Hige sgranò appena gli occhi. «Eri tu quella volta?» Il cuore gli accelerò.

Lei annuì. «Non so quali forze guidino davvero le nostre scelte… ma credo che, se tu avessi ritrovato me prima di conoscere lei, ti saresti aggrappato solo al nostro passato. Alla nostra morte. E ne avresti fatto un’ossessione.»

Hige sospirò, lasciando andare la tensione, poi un sorriso più luminoso gli attraversò il volto. «Quindi non può essere nostra nemica, perché lei è un angelo.»

Blue lasciò sfuggire una risata breve, un po’ nervosa. «Non idealizzarla troppo.»

«No, dico sul serio!» si affrettò lui, quasi divertito. «Quando l’ho conosciuta era vestita da angelo dell’amore!» Si grattò la nuca, ridacchiando. «Mi ha persino lanciato un incantesimo.»

«E ha funzionato?»

Hige la guardò, lo sguardo colmo di affetto, poi la strinse a sé. «Sì.»

Blue ricambiò l’abbraccio, nascondendo appena il viso nella sua spalla, lasciandosi andare per un attimo a quel calore ritrovato.

«Però non faceva che rimproverarmi se mangiavo troppi panini» aggiunse lui, con un tono più leggero, ma leggermente imbronciato.

Blue sospirò piano, accarezzandogli i capelli. «Ora anche io le voglio tanto bene.»

Il resto della giornata trascorse tra allenamenti e una costante vigilanza. Ogni rumore veniva ascoltato con attenzione, ogni movimento tra gli alberi osservato con sospetto, ma le aeronavi non si fecero più vedere e così, dopo ore, la tensione si allentò appena.

Hige rimase nella caverna, lasciando che il corpo recuperasse. Il dolore era ancora presente, ma meno insistente, come se anche lui avesse deciso di arretrare. Le parole di Blue gli avevano restituito qualcosa che credeva perduto, una stabilità nuova, e quella leggerezza si rifletteva nei suoi movimenti, nel respiro più regolare, nello sguardo che aveva ritrovato una direzione.

A un certo punto si sollevò leggermente, appoggiando la schiena alla roccia. «Domani cercherò di raggiungere l’esercito e capire dove sono stati trasferiti Misha e Toboe» dichiarò, con tono fermo. «Mi sono arruolato e ho accettato di fare il cane solo per loro e per Cheza… e Darcia spera che la mia presenza vi faccia da faro.» Fece una breve pausa, accennando un sorriso amaro. «Cosa che, in effetti, è successa.»

«Ma ora che non c’è il detective, saresti da solo» osservò Kiba, accigliato.

Hige scosse appena il capo. «Non ho bisogno del suo aiuto. Ha fatto la sua scelta… e un giorno ci riuniremo anche con lui.» Poi sollevò lo sguardo, passando da uno all’altro. «Siamo noi gli ultimi Creatori viventi e quando il Monte del Principio verrà ritrovato, recupereremo Cheza. E questa volta… il Rakuen sarà davvero nostro.»

Quelle parole non rimasero sospese. Attraversarono il gruppo, lasciando dietro di sé una sensazione concreta, quasi tangibile, come una corrente che li univa.

«Aspetteremo e ci rafforzeremo nel frattempo, come avevamo deciso» confermò Kiba, con calma. Poi si avvicinò e posò una mano sulla spalla di Hige. «Grazie, amico mio. Contiamo su di te.»

Hige annuì appena e per la prima volta, dopo tutto ciò che era accaduto, quello sguardo non vacillò.

Calò la notte e il silenzio regnava nella caverna, il fuoco era ormai ridotto a brace. Hige socchiuse appena gli occhi, quando avvertì un fruscio. Dapprima alzò lo sguardo su Blue, che dormiva in forma di lupo, così come Kiba, e sorrise dolcemente. Poi, sollevando lo sguardo, vide Tsume uscire, un pacchetto di sigarette in mano.

«Dovresti buttare quella schifezza» disse alle spalle dell’uomo, quando lo raggiunse nello spiazzo innevato. C’era vento e la luna crescente proiettava una luce rossa. «Come farai a correre altrimenti?»

Tsume si portò una sigaretta alla bocca e con l’accendino l’accese. Inspirò una breve boccata e la punta si illuminò di una fioca luce gialla. «Lo so, sto finendo il pacchetto, poi non le comprerò più.» Il suo tono era tranquillo, indifferente. «Tu piuttosto perché mi hai seguito? Domani devi alzarti presto.»

Hige si accigliò e strinse i pugni. «Per dirti che finalmente ho le idee chiare… e Blue non è la mia ex, ma la mia compagna.»

«Lo so, vi ho visti.»

Hige sobbalzò sul posto. «D-davvero? E non sei furente?»

Tsume si voltò appena, lo sguardo contrariato. «Ora capisco perché vai tanto d’accordo con il detective. Siete entrambi fissati con i drama.»

«E tu hai la sensibilità di una ciabatta!» ribatté Hige, irrigidendo le braccia lungo il corpo.

Tsume fece un altro tiro, poi parlò senza cambiare tono. «Senti, al di là di quello che ti ho detto ieri, se ora hai capito che i nostri amici non ci hanno tradito, per me è sufficiente. Spero che questo ti abbia fatto davvero maturare… altrimenti come faccio ad affidarteli?»

Hige si accigliò, mentre il vento gli agitava le ciocche fulve. «Tsume… ma loro due non sono solo semplici compagni, vero?»

Tsume fece un tiro. «Loro sono molto importanti per me.»

«Ma tu credi di non essere importante per loro.»

«In questa vita mi conoscono appena.»

«Ma non nella precedente…» Hige prese un respiro**. «E magari ce n’è stata anche un’altra. Se i cicli sono reali, forse non abbiamo avuto solo due vite.»**

Tsume sembrò soffermarsi su quelle parole, senza interromperlo.

Hige si strinse nelle spalle e sorrise appena, mentre nella mente gli scorrevano ricordi lontani. «Mi dispiace che la tua vita sia stata così differente dalla nostra. Anche tu avresti meritato ciò che noi abbiamo avuto e così saresti stato tu il punto di riferimento del moccioso.» Scostò il capo. «E tu avresti dovuto confortare Misha, quando i fantasmi del passato l'hanno reclamata con il sorgere della luna rossa… tu avresti dovuto stringerla a te come se non esistesse nient’altro.»

Tsume non rispose e si limitò a prendere qualche tiro, il fumo che si disperdeva nel vento.

«A me va bene che ci sia stato tu» disse infine. «Sei stato presente e sei stato attento.» Fece una breve pausa. «Tu hai una sensibilità che a tratti ti invidio.»

Hige rimase in silenzio, colto alla sprovvista da quelle parole. Non era abituato a sentirle da lui.

Tsume abbassò appena lo sguardo, osservando la sigaretta tra le dita. «Io invece…» accennò una smorfia «ho sempre preferito allontanare tutti da me, credendo che li avrei solo delusi.» Sollevò gli occhi verso l’orizzonte scuro. «Non è una questione di questa vita o di quella prima. È proprio il modo in cui sto al mondo.»

Il vento soffiò più forte per un istante.

«Però una cosa è certa» continuò Tsume, con un tono più fermo**. «Non appena avranno successo con la loro ricerca, non permetterò che rimangano alla mercé di Darcia.»** Strinse appena la mascella. «Questa volta non lascerò che le cose vadano come prima.»

Hige lo osservò di lato, poi accennò un sorriso appena percettibile. «Vedi che alla fine anche tu fai discorsi da drama.»

Tsume sbuffò appena, quasi infastidito, ma senza reale convinzione. «Non ti ci abituare.»

Rimasero lì ancora qualche istante, in silenzio. Due figure ferme nel freddo, diverse in tutto, ma unite da qualcosa che andava oltre le parole.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Quando Hige raggiunse il forte militare, dovette rispondere a un’infinità di domande. Era scomparso per più di ventiquattro ore dopo lo scontro con l’esercito nemico e questo, in un contesto del genere, non poteva passare inosservato. Tuttavia, il fatto di essere un protetto della famiglia Darcia lo risparmiò da lunghe procedure e sospetti più pesanti. Il Capitano Hubb Lebowski, invece, venne dichiarato disperso, esattamente come era stato immaginato.

Darcia III fu subito informato del suo ritorno e, senza perdere tempo, fece in modo che il ragazzo venisse inviato nel luogo in cui la squadra del professor Silva era stata trasferita.

Quel giorno Toboe era seduto nel cortile del rifugio, con un libro tra le mani. Lo sguardo era concentrato sulle pagine, assorto, mentre attorno a lui il viavai dei militari continuava incessante, ormai diventato un rumore di fondo a cui non faceva più caso. Il cigolio dei freni di un camioncino non lo fece nemmeno voltare.

«Vedo che tua sorella ti ha trasmesso la passione per i libri.»

La voce lo colpì come un fulmine.

Toboe si girò di scatto, gli occhi che si spalancarono increduli. «Hige!» esclamò, alzandosi in piedi di colpo. Lo fissò da capo a piedi, come se volesse assicurarsi che fosse davvero lì. L’ultima immagine che aveva di lui era quella di un corpo a terra, ferito, mentre ora era in piedi davanti a lui, con quel suo solito sorriso allegro.

Fece un passo avanti, poi si fermò, lo sguardo che si abbassò. «Mi dispiace… per quello che ti abbiamo fatto.»

«È tutto passato» rispose Hige, allargando le braccia con naturalezza. «Avanti, o ora sei troppo cresciuto per gli abbracci?»

Gli occhi di Toboe si illuminarono. Il libro gli scivolò di mano senza che se ne accorgesse e, un attimo dopo, si lanciò verso di lui. L’abbraccio fu immediato, caldo, sincero.

Fuori continuava a nevicare, il mondo restava in bilico, ma per quell’istante qualcosa dentro di loro si alleggerì, come se una stagione diversa avesse trovato spazio, anche solo per un momento.

Hige si scostò appena e gli posò una mano sulla testa. «Caspita, ti sei fatto più alto… ma sei ancora mingherlino.»

Toboe arricciò il naso in un cipiglio infastidito. Poi il suo sguardo scivolò verso l’ingresso dell’edificio, facendosi più serio. «Non si ricorda niente di quello che è successo… ma credo che in qualche modo l’abbia sentito. Da allora è ancora più chiusa.» Esitò un attimo. «Ti prego… perdonala.»

«Non c'è nulla da perdonare» rispose subito Hige, con fermezza. «Non la considero nostra nemica.» Fece un passo avanti. «Dimmi dov’è.»

Misha era intenta a riordinare alcuni materiali per gli scavi nel magazzino, aveva una matita dietro l’orecchio e i capelli legati in una coda, la tuta marrone impolverata. «Dunque… scalpello c’è, le torce anche» disse, alternando le parole ai segni sulle schede, ma si fermò di colpo quando davanti ai suoi occhi azzurri apparve sospesa in aria una collanina, quella con il ciondolo a forma di rosellina.

«Dovresti avere più cura dei regali che ti faccio.»

Non appena la voce di Hige le raggiunse le orecchie, si congelò. Il colore le abbandonò il viso e dovette raccogliere ogni briciolo di forza per voltarsi. Quando i suoi occhi incontrarono quelli del ragazzo dai capelli fulvi, il tempo sembrò fermarsi. Hige indossava una divisa militare blu e un cappello con lo stemma del Paese, dettagli che lo facevano apparire più adulto e maturo. Eppure quel leggero sorrisetto, quel modo di guardarla, erano rimasti gli stessi.

Si portò le mani al petto e fece un passo indietro, inciampando quasi tra le casse. Hige la afferrò al volo per le braccia, impedendole di cadere.

«Che ci fai qui?» disse lei, la voce tremante, mentre nella mente si accendevano flash confusi e dolorosi che le serrarono il cuore.

«Sono qui per te e per Toboe» rispose lui, senza esitazione.

«Ma tu… tu dovresti odiarmi.»

Hige serrò la mascella, poi si gettò su di lei in un abbraccio improvviso. Le dita si strinsero tra i suoi ricci, e appena oltre la sua spalla le iridi si accesero di una luce intensa. «Io non ti odio, non ti ho mai odiata… e non ti odierò mai.»

Misha rimase immobile, le braccia ancora strette al petto, incapace di reagire, mentre quel calore la avvolgeva come un bozzolo protettivo.

«Perché allora…» riuscì appena a dire.

«Sciocca! Come hai potuto credere a quelle menzogne, dopo quello che ti ho detto?» la voce di Hige si incrinò, un singhiozzo gli sfuggì senza che potesse trattenerlo**. «Tu sei parte una parte di me...»**

Quando si separarono quel tanto che bastava per guardarsi, entrambi avevano gli occhi pieni di lacrime. Non dissero altro. Si avvicinarono e poggiarono la fronte l’uno contro l’altra, restando così, sospesi in un silenzio che diceva tutto.

Quando Toboe entrò nel magazzino, li trovò a qualche passo di distanza. Misha si rigirava tra le dita il ciondolo che ora portava al collo, mentre Hige era seduto su una cassa, lo sguardo abbassato.

«Devo finire di riordinare l’archivio» disse lei, quasi di scatto. Poi si voltò e si allontanò, senza aggiungere altro.

«Glielo hai detto?» chiese Toboe, incrociando le braccia mentre si metteva al suo fianco.

«Tutto» rispose Hige. «Non solo del rapimento, ma anche di me e di Blue, ho solo evitato la parte in cui mi ha trattato come un sacco da box.»

«Molto bene… e come l’ha presa?»

Hige fece una smorfia. «Credo che voglia ancora usarmi come un sacco da box anche in questa versione… ma forse, almeno per ora, ha le fregole nel riempire di pugni Darcia.»

Toboe accennò un mezzo sorriso, poi il suo sguardo si fece più attento. «Però lui ti ha mandato direttamente qui con noi.»

«Avrà pensato che riunendoci la connessione si sarebbe accelerata» annuì Hige. «Sfrutta la nostra amicizia come se fosse una partita a scacchi.»

«Già…» mormorò Toboe, abbassando appena lo sguardo. «Ora con mia sorella sei tornato ad essere solo un amico.»

«Esatto.»

Hige si appoggiò meglio alla cassa, osservando Misha poco distante, intenta a sollevare scatole e sistemarle sugli scaffali con la solita precisione professionale che la contraddistingueva.

«Senti un po’…» riprese Toboe, con un tono che si fece improvvisamente più cupo. «A proposito di fregole.»

Hige sentì un brivido risalirgli lungo la schiena.

«Adesso non hai che in testa Blue, vero?» continuò il ragazzo. «Non è che, lavorando a stretto contatto con Misha, ricomincerai a ronzarle attorno… vero?»

Hige girò il capo di scatto, quasi esitante a incrociare il suo sguardo, ma quando lo fece, il sangue gli si gelò per un istante.

Toboe aveva gli occhi mutati in quelli del lupo, ma le iridi erano ridotte a due fessure e l'espressione era decisamente minacciosa. In quel momento non gli parve nemmeno di essere al cospetto di un suo simile.

«Ma certo…» balbettò Hige, sollevando appena le mani in segno di resa. «Tranquillo.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Quella sera stessa, Cher stava analizzando gli ultimi dati su Cheza. Nelle ultime settimane si erano registrati nuovi picchi e, confrontandoli con quelli già noti, era emerso con chiarezza il risveglio del sangue dei lupi. Anche coloro che mancavano all’appello, probabilmente, avevano ormai raggiunto una maturità tale da mutare la loro natura umana in quella originale.

Cheza, nella sua prigione di vetro, continuava a rimanere nel silenzio, seppur i parametri stessero diventando sempre più precari.

«Cheza… ora capisco le tue parole di allora, ma allora perché non parli nemmeno con me?» chiese Cher, quando si ritrovò sola nella stanza. Posò una mano sulla superficie fredda della sfera. «Se sono anche io una rinata, non dovresti avere una connessione anche con me? Ti prego, dimmi qualcosa. Perché hai smesso di cantare per loro?»

Per un lungo istante non accadde nulla.

Poi, lentamente, Cheza aprì gli occhi. Anche quel gesto sembrò costarle fatica.

«Lei non ha smesso… lei sta rimandando.»

La voce non attraversò l’aria. Si insinuò direttamente nella mente di Cher.

La donna fece un passo indietro, colta di sorpresa, quasi scossa da quella risposta inattesa.

«Ma come… rimandando? Che vuoi dire?» La sua voce tremò appena. «Ormai tutti hanno subito il risveglio… lo sai.»

Gli occhi di Cheza, opachi ma profondi, rimasero fissi su di lei.

«C’è un motivo per cui il Rakuen dovrà essere riaperto a novembre… ma non è ciò che pensa Lord Darcia.»

I fogli scivolarono dalle mani di Cher, sparpagliandosi a terra.

«Cheza… ma tu… per tutto questo tempo…»

«Il ciclo sta per chiudersi definitivamente» continuò la ragazza, senza muovere le labbra. «Ma un ultimo atto è necessario.»

Cher deglutì, sentendo il cuore accelerare. «Quale atto?»

Per la prima volta, un’ombra di sorriso attraversò il volto di Cheza.

«Quello in cui la forza più grande dell’universo aprirà le porte al vero paradiso.»

Cher rimase pensierosa a quelle parole, ma Cheza non aveva ancora finito.

«Questa notte, si compirà il penultimo.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Il professor Silva quella notte non riusciva a dormire. Un’inquietudine sottile lo teneva sveglio, come un pensiero che non riusciva a prendere forma ma che si rifiutava di essere ignorato. Da quando aveva rivisto Hige, qualcosa dentro di lui si era incrinato. Il ricordo di quella sera, del modo in cui lui e Misha avevano combattuto… non come strumenti, non come cavie, ma come esseri dotati di volontà, aveva scosso le fondamenta stesse delle sue convinzioni.

Per settant’anni era cresciuto all’interno dell’Ordine, nutrito da una verità che non aveva mai messo in discussione: i Creatori erano un mezzo, un sacrificio necessario per raggiungere il Rakuen. Nulla di più. Nulla di meno.

Eppure, ora… ora quella certezza vacillava.

Per la prima volta, si ritrovò a interrogarsi sul significato di quel sacrificio. Non nella sua funzione, ma nella sua legittimità. Come potevano arrogarsi il diritto di reclamare qualcosa di così assoluto, di così sacro? Gli uomini avevano sempre desiderato elevarsi, oltrepassare i propri limiti, riscrivere le regole stesse dell’esistenza… ma a quale costo? E soprattutto, con quale diritto?

Un paradiso costruito su una selezione, era davvero un paradiso? O solo l’ennesima illusione di controllo?

I suoi passi risuonavano debolmente lungo i corridoi bui, immersi nella penombra. Non si accorse nemmeno di essersi alzato, di aver iniziato a camminare e che nel suo percorso aveva imboccato le scale per salire ai piani superiori. Il silenzio del rifugio era totale, quasi irreale, come se il mondo intero si fosse fermato per ascoltare quei pensieri.

Sulla cima del tetto, il vento spazzava via la neve in piccole spirali, mentre il cielo restava chiuso, pesante, attraversato appena dalla luce di un quarto di luna rossa che filtrava tra le nubi.

Hige e Toboe raggiunsero Misha quasi insieme, il respiro ancora irregolare per la corsa. Non si erano detti nulla, ma entrambi si erano svegliati nello stesso istante, guidati da qualcosa di più profondo di un semplice richiamo. Si aspettavano di trovare la lupa e invece no. Misha era lì, immobile, con gli occhi umani rivolti verso il cielo.

Si affiancarono a lei, in silenzio.

«Hige…» disse a un certo punto, senza distogliere lo sguardo. «Te li ho fatti io quei graffi, non è vero?»

Hige si portò istintivamente le mani alle guance, colto alla sprovvista. Non rispose subito.

Lo sguardo di Misha si fece lucido. «Sì… te li ho fatti io.»

«Non preoccuparti, non è niente, non è niente!» si affrettò a dire lui, cercando di alleggerire quelle parole.

Ma Misha continuò, come se stesse ricomponendo qualcosa dentro di sé.

«E Darcia ti ha rapito… quindi io sono corsa a salvarti.» Si voltò appena verso Toboe**. «Perché non era possibile che mi avessi detto quelle cose, perché noi siamo un branco.»**

Toboe trattenne il respiro, immobile, mentre lei sollevava una mano e gli accarezzava la guancia. Il contatto fu leggero, ma carico di una consapevolezza nuova.

Misha chiuse per un istante gli occhi, poi li riaprì, più fermi. «È arrivato il momento di rendere cosciente… ciò che è inconscio.»

Improvvisamente le gambe di Misha cedettero e Hige e Toboe si sporsero nello stesso istante per sorreggerla. Il suo corpo tremava, come attraversato da una corrente invisibile.

«Sta… statemi vicini…» sussurrò, mentre i suoi occhi mutavano ancora, un istante lupo, un istante umani, come se due maree opposte si stessero scontrando dentro di lei.

Entrambi la strinsero a sé senza esitazione.

Il momento era arrivato, lo percepivano chiaramente: l’Amnesia del Rakuen, stava abbandonando anche Misha che aveva cercato di trattenerlo per così tanto tempo, ma che ormai non poteva più contenere gli argini del destino che doveva compiersi.

«Quindi…» la sua voce si incrinò, spezzata dal pianto «noi non abbiamo vissuto altro che un sogno?»

Le lacrime le scorrevano sul viso mentre i ricordi delle due vite si sovrapponevano, si incastravano, trovavano finalmente un equilibrio.

«La caffetteria, l’amore dei miei genitori, le nostre esperienze…» scosse appena il capo «nulla di tutto questo era reale?»

«Certo che era reale, Misha!» disse Hige con forza, stringendola e portando la sua testa contro il proprio petto. «Era il nostro Rakuen… ed era reale. È reale.» La sua voce non vacillò. «Lì fuori i tuoi genitori sono in apprensione per te. Nadia e il capo stanno lavorando per riaprire la caffetteria… e persino la nostra maestra di ballo sarà su tutte le furie perché non può bacchettarci!»

«Noi questa vita l’abbiamo vissuta davvero, non è mai stato un sogno» aggiunse Toboe, avvicinandosi ancora di più, la fronte contro la sua spalla. «Noi siamo diventati davvero una famiglia.»

«E ora tutto questo sta per terminare» aggiunse Hige, abbassando lo sguardo.

«No, non terminerà» la voce decisa di Misha li colse di sorpresa. I suoi occhi erano tornati umani, ma il suo sguardo era lo stesso della lupa rinata, consapevole di qualcosa che a loro ancora sfuggiva. Ora non aveva più bisogno di essere sostenuta, le sue gambe erano in grado di reggerla perfettamente.

Il professor Silva si accorse di essere arrivato quasi al tetto proprio in quell’istante, quando improvvisamente avvertì degli ululati profondi, che gli fecero vibrare la stessa anima. Accelerò il passo, il cuore in gola, mentre percorreva gli ultimi metri che lo separavano dalla cima dell’edificio. Quel suono lo guidava come un canto ipnotico, qualcosa a cui non riusciva a sottrarsi.

Quando infine spalancò la porta di metallo, il vento lo investì insieme alla neve, e li vide: tre lupi con il muso rivolto verso la luna, intenti a dedicarle il loro canto.

Si stropicciò gli occhi e quando li riaprì, la scena davanti a lui cambiò, lasciandolo senza fiato: di spalle, Hige, Toboe e Misha erano lì, mano nella mano, immobili, mentre osservavano la luna.

Cher fece un passo indietro, mentre i parametri di Cheza schizzarono improvvisamente verso valori mai registrati; le lancette tremarono, i monitor lampeggiarono e da alcuni macchinari iniziò a levarsi del fumo.

«Cheza, che stai facendo, fermati!» disse, ma la sua voce sembrò perdersi prima ancora di raggiungerla, perché lo sguardo della fanciulla andava oltre, oltre quelle pareti di vetro, oltre il castello, come se stesse osservando qualcosa che esisteva solo su un piano più profondo.

«Lei sta adempiendo uno dei compiti per cui è nata…» la sua voce si diffuse non nello spazio, ma nella mente «lei è il faro dei Creatori per mostrare loro la via per il Rakuen.»

Kiba.

Tsume.

Hige.

Toboe.

Misha.

Blue.

Uno ad uno pronunciò i loro nomi, e quel richiamo li raggiunse ovunque si trovassero, come un’eco che non poteva essere ignorata. Ognuno di loro si fermò, quasi nello stesso istante, voltando lo sguardo verso un punto preciso, verso quel luogo che non vedevano ma che sapevano riconoscere.

«Cheza!» chiamò Kiba ad alta voce, il vento che gli strappava le parole dalle labbra mentre urlava verso il cielo «Cosa dobbiamo fare, guidaci!»

«Il Monte del Principio sta per essere trovato» la voce rimase dolce, immutata «e allora, solo in quel momento, potrete riunirvi.»

Kiba abbassò lo sguardo, le mani serrate, il peso di quelle parole che gli attraversava il petto.

«Cheza, mostrami la via» disse Misha, avanzando di un passo, mentre le sclere dei suoi occhi si facevano nere, attraversate da quella stessa forza che stava chiamando tutti loro.

In quel momento tutti i fiori della luna iniziarono a tintinnare, come campanelle mosse dal vento, ma non era un suono casuale: era una melodia precisa, una sequenza ordinata, una coordinata che si propagava nello spazio e che solo un udito affinato come quello dei lupi avrebbe potuto cogliere davvero, riconoscere e seguire.

«Ma Cheza, non è la loro ultima vita?» disse Cher, premendo le mani contro il vetro, il respiro che si appannava sulla superficie fredda. «Così verranno condannati!»

Cheza non distolse lo sguardo da quel punto lontano che solo lei sembrava vedere, e sulle sue labbra si disegnò un lieve sorriso.

«Lei li salverà. Tutta l’umanità verrà salvata, stavolta non solo i rinati» rispose, con quella calma che non apparteneva più a una singola esistenza ma a qualcosa di molto più antico. Poi, quasi come un sussurro che custodiva un significato più grande di quanto le parole potessero contenere, aggiunse: «Lei lo ha promesso… ad un angelo.»

«Misha!» si lasciò sfuggire Toboe quando, per un istante, sia lui che Hige la videro sovrapposta per un istante a una figura dai lunghi capelli biondi e un abito bianco.

Misha si strinse le mani al cuore e socchiuse gli occhi; dal suo petto scaturì una luce, viva, pulsante, e quella luce si slanciò in avanti come il fascio di una cometa, tracciando una direzione precisa nell’aria, verso l’orizzonte.

«Che sta succedendo?» urlò Silva, coprendosi il volto con il braccio mentre il vento aumentava, sollevando la neve in vortici sempre più violenti.

Quando i tre ragazzi si voltarono verso di lui, i loro occhi erano mutati e i loro sguardi erano decisi.

«Professore» disse Misha, mentre il vento le sferzava i capelli ed esaltava quella nuova intensità ferina «ora sappiamo dove si trova il Monte del Principio.»

Blue e Kiba, nella loro forma di lupo, iniziarono ad ululare, un canto liberatorio, una dedica che si innalzava verso il cielo come risposta a quel richiamo ritrovato: Cheza stava di nuovo indicando loro la via.

Tsume, in piedi accanto a loro, con gli occhi mutati e lo sguardo rivolto verso l’alto, sollevò un braccio verso il cielo e poi chiuse la mano a pugno, come se volesse afferrare qualcosa.

La luce passò sopra di loro, proseguendo senza fermarsi.

Dopo qualche istante, la vide anche Hubb, dalla finestra del suo appartamento a Freeze City; sollevò lo sguardo quasi senza rendersene conto e, nel momento in cui quella scia gli attraversò gli occhi, qualcosa dentro di lui si accese, una speranza improvvisa, che sembrava arrivare da molto lontano.

La scia proseguì il suo cammino, attraversò il cielo sopra il castello dei Darcia e lo oltrepassò; Cher la vide dalla finestra, mentre quella luce tracciava il suo percorso oltre ogni cosa, come se nessun luogo potesse trattenerla.

Darcia.

Sento una voce.

Risuona nel cielo che ha smesso di piangere,

e colpisce dritto al cuore.

Era l’estate in cui c’eri tu.

Ti rincorro, mentre l’inverno si avvia alla fine.

A guidarmi

sono le parole che mi hai lasciato quel giorno.

L’odore della tormenta,

frequenze acute che vibrano nell’aria…

ho così tanti ricordi,

ma se mi voltassi ora, resterei indietro.

Per questo continuo ad avanzare, quasi alla cieca,

lungo questa strada,

pregando per il domani.

Verso un sogno senza limiti, senza fine, irripetibile,

ci spinge un istinto selvaggio che non dorme mai.

Giorni senza meta, senza ornamenti, senza salvezza…

eppure continuiamo a camminare,

perché siamo figli del viaggio.

Siamo guidati da qualcosa,

o stiamo solo fuggendo da ciò che ci insegue

in questo mondo senza fine?

Un giorno, quando arriveremo,

forse vedremo cosa c’è oltre il sogno.

La nostra forza non cambia, non teme,

perché è nata dalla disperazione che abbiamo attraversato.

Ricordi lontani che nessuno può rubare,

tracce fragili lasciate come ossa nel tempo.

Verso quel sogno infinito, insostituibile,

ci sospinge ancora quell’istinto primordiale.

Come un climber che ha scalato fino alla vetta,

voglio raggiungere, un giorno, il luogo della pace.

Continuiamo a camminare,

perché siamo figli del viaggio.

Sento una voce…

oltre il cielo che ha smesso di piangere,

sei tu che mi stai aspettando.


Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Caricamento…