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Creato il 17/07/2026, 19:04 · Aggiornato il 20/07/2026, 21:06

Capitolo 40: Il viaggio di un sogno - Parte 9

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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La lupa nera si muoveva tra gli alberi con passo leggero, una presenza scura che scivolava nel bianco immobile della foresta, dove ogni cosa sembrava sospesa in un silenzio innaturale. Sollevò appena il muso, lasciando che l’aria gelida le riempisse i polmoni, ma non trovò nulla di significativo: solo tracce sbiadite, odori appartenenti a qualcosa ormai di passato.

Le settimane avevano consumato la fauna insieme alla speranza, e ormai era chiaro che qualcosa non stava solo cambiando, ma si stava esaurendo. La primavera avrebbe dovuto essere arrivata già da tempo, e invece il gelo continuava a stringere ogni cosa nella sua morsa, come se il mondo stesso si fosse dimenticato di andare avanti.

Il vento si alzò piano, insinuandosi tra i rami spogli e sollevando piccoli vortici di neve che si posarono sulla sua pelliccia, facendola fremere leggermente. Blue avanzò ancora di qualche passo, attenta, silenziosa, finché un crepitio lieve non spezzò quella quiete. Il suo corpo si irrigidì all’istante, i muscoli tesi, pronta a scattare. Lo sguardo si fissò sul punto da cui proveniva quel suono, e quando il cespuglio si mosse, si preparò all’attacco.

Ma ciò che ne uscì non fu una minaccia. Era una lepre.

Piccola, fragile, con le orecchie dritte e gli occhi neri lucidi, così immobili da sembrare due pozzi senza fondo. Non fuggì. Non esitò. Rimase lì, a fissarla.

I loro sguardi si incontrarono, blu contro nero, predatore e preda, ma qualcosa in quell’equilibrio era spezzato, rovesciato.

La lepre avanzò, senza paura, senza fretta, come se ogni movimento fosse già stato deciso molto prima di quel momento. Quando le fu abbastanza vicina, si fermò, e lentamente si distese a terra, abbassando il capo in un gesto che non era solo resa, ma qualcosa di più profondo.

«Mangiami» disse, con una voce lieve ma ferma. «Saziati della mia carne, affinché almeno tu possa vivere.»

Blue rimase immobile. Per un istante il suo istinto si incrinò, come se qualcosa dentro di lei rifiutasse di accettare quella scena. Fece un passo indietro, le orecchie abbassate, la bocca socchiusa, incapace di conciliare ciò che vedeva con ciò che era.

«Perché ti stai offrendo a me?» chiese infine, e nella sua voce non c’era durezza, né minaccia, ma solo una sincera incomprensione, quasi un rifiuto di quella verità che le si stava ponendo davanti.

La lepre rimase immobile, il corpo disteso sulla neve come se avesse già accettato il proprio destino, ma nei suoi occhi non c’era rassegnazione, quanto piuttosto una lucidità quieta.

«Perché non c’è più nulla da proteggere» rispose, con una voce bassa, che si fuse con il sussurro del vento tra gli alberi. «I miei piccoli sono morti uno dopo l’altro, consumati da questo inverno che non finisce mai. Li ho visti spegnersi senza poter fare nulla, senza poter offrire loro nemmeno un rifugio, né un domani.

Inspirò piano, come se stesse cercando parole che non tradissero ciò che sentiva.

«Noi crediamo che la vita debba compiersi e lasciare qualcosa. Ma non è questo. È un passaggio. Una forza che prende forma per un istante, e poi si trasforma ancora.

Quello che è stato non va perduto perché finisce. Esiste nel momento in cui è stato, e questo basta a giustificarlo.

Io non ho più nulla da generare ma posso ancora trasformarmi. Posso ancora entrare in quel flusso che continua, anche quando i singoli si fermano.»

Un soffio di vento attraversò la radura.

«Morirò comunque, ma non mi disperderò. In quest'ultimo ciclo naturale, ciò che sono passerà in te, e in questo passaggio resterò parte di ciò che continua a vivere.»

Un attimo di silenzio, poi concluse: «Non è la fine a dare senso alla vita. È il fatto che essa non smetta mai davvero di mutare.»

Quando Blue tornò al rifugio, i suoi occhi erano velati, lo sguardo segnato da qualcosa che non apparteneva solo alla fatica. C’era una quiete diversa in lei, più profonda, come se avesse attraversato qualcosa che non si poteva raccontare.

Tsume e Kiba se ne accorsero subito. Si scambiarono un’occhiata, ma nessuno dei due trovò le parole. Non era il momento, o forse non esistevano parole adatte.

Blue non disse nulla. Si limitò ad avvicinarsi al fuoco e ad accovacciarsi, lasciando che il calore le sfiorasse il volto ancora freddo.

Rimase in silenzio per qualche istante, poi abbassò lo sguardo sulle fiamme.

«A volte, vivere significa portare avanti anche ciò che non è più qui.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Quando le esplosioni squarciarono l’aria e le due aeronavi si sollevarono nel cielo per darsi battaglia, Kiba, Tsume e Blue avvertirono nello stesso istante il pericolo che i loro compagni stavano rischiando.

Kiba e Blue mutarono senza esitazione. I loro corpi si piegarono e si allungarono nella forma del lupo, e subito dopo scattarono in avanti, divorando la distanza con falcate potenti, mentre la neve veniva sollevata sotto le loro zampe. Il vento gelido tagliava il respiro, ma non rallentava la corsa.

Tsume li seguiva e grazie agli occhi mutati, il mondo gli scorreva davanti con una chiarezza diversa. Anche se ancora nel suo corpo umano, la velocità era aumentata in maniera considerevole.

Ma non ci volle molto perché qualcosa li fermasse.

L’odore li avvisò prima che la vista si potesse posare sulla scena: l’esercito nemico avanzava proprio lungo il percorso che avrebbe condotto agli scavi. Una linea compatta, armata, pronta a inghiottire tutto ciò che si fosse trovato davanti.

Kiba rallentò di colpo, Blue fece lo stesso al suo fianco. Davanti a loro, i soldati si muovevano in numero troppo elevato perché potessero attraversarli senza conseguenze. Non era una questione di forza, ma di possibilità.

Dovettero così deviare, prendendo un percorso più largo, ma così avrebbero perso tempo prezioso e lo sapevano.

«Sembra proprio che la necessità di un nuovo Rakuen sia diventata inevitabile» disse Tsume, la voce bassa, mentre continuava a correre.

Kiba abbassò lo sguardo per un istante, senza rallentare.

«E così Cheza dovrà tornare a essere uno strumento» mormorò, in un tono misto a rabbia e frustrazione.

Blue si accigliò all’improvviso, rallentando il passo. Le orecchie si mossero, tese, come se stesse inseguendo un richiamo che gli altri non potevano cogliere allo stesso modo. «Hige sta combattendo, lo sento.»

«Anche Misha… e da un bel po’» aggiunse Tsume, serrando i pugni, lo sguardo già proiettato oltre ciò che avevano davanti.

Kiba non si fermò. «Allora non esitiamo.» La sua voce era ferma, priva di incertezze. «Non importa quanto dovremo lottare. Raggiungerli è diventata una priorità assoluta.»

Si lanciarono giù per il pendio, senza più preoccuparsi di essere individuati. La neve cedeva sotto i loro passi, mentre il fragore della battaglia si faceva sempre più vicino.

Tsume, nella sua forma umana, sapeva di essere il più esposto, ma non rallentò. Non poteva.

Non fu uno scontro diretto ad ostacolarli nel loro intento, ma tutto ciò che stava accadendo, nonostante loro.

Il terreno tremava sotto i loro piedi, i proiettili fischiavano nell’aria, le trincee si aprivano come ferite nella neve. Dovettero dare fondo alle loro abilità per evitare le raffiche improvvise.

Una granata esplose a pochi metri da loro, sollevando terra e ghiaccio, costringendoli a separarsi per un istante prima di ricongiungersi subito dopo.

Sopra di loro, le aeronavi continuavano a scambiarsi colpi, e a tratti fasci di luce incandescente si abbattevano sul terreno, cancellando intere porzioni di spazio in un lampo.

L’odore del fumo e della cenere saturava l’aria.

Per Tsume fu come essere trascinato indietro, a ciò che aveva vissuto solo poco tempo prima nella grotta nella Foresta della Morte. Il calore soffocante, le fiamme, e loro due - Misha e Toboe - soli, circondati da un inferno che non lasciava via d’uscita.

Il cuore gli si strinse.

Poi un altro ricordo lo colpì, improvviso, brutale: la morte di Toboe nell'antico mondo. Il momento in cui aveva scelto di salvare quello sceriffo e aveva perso la vita insieme a lui.

Un dolore sordo gli attraversò il petto.

Ora capiva. Capiva perché Kiba non sapesse nulla della sua cicatrice, quando glielo aveva chiesto. Perché l’unico a cui aveva confessato quella colpa… non c’era più.

Allora non era stato all’altezza, ma adesso?

Strinse i denti, gli occhi si indurirono ulteriormente, mentre avanzava tra il caos.

No. Non questa volta.

Non avrebbe permesso che accadesse di nuovo.

Quando però riuscirono ad arrivare all’accampamento, purtroppo tutto era già finito. Incrociarono qualche soldato rimasto indietro, che li affrontò credendoli nemici, ma non ebbero difficoltà a tramortirlo.

«Hige!» disse Blue, aumentando improvvisamente l’andatura. «Sento il suo sangue… è ferito!»

La giovane lupa nera scattò in avanti, superando un capannello di soldati come se non li vedesse, saltò un paio di fossi e si fece largo tra i detriti senza rallentare.

Nella sua mente, continuava a sorriderle, con quell’aria dolce e al tempo stesso sfrontata.

La pioggia batteva ancora incessante quando, ansimando, lo vide. Era lì, disteso e abbandonato tra i resti dello spiazzo dell’accampamento dei ricercatori, ormai distrutto e in fiamme.

«Hige!» lo chiamò con tutto il fiato che aveva in corpo. «Hige!»

Il cuore le martellava nel petto, temendo il peggio. Per cent’anni era stato al centro dei suoi sogni. Lo aveva lasciato andare, gli aveva augurato una vita felice anche senza di lei, ma non aveva mai smesso di amarlo. Era il compagno che aveva scelto, e non poteva, non voleva, che il loro ultimo incontro coincidesse con i suoi ultimi respiri.

Poi Hige sollevò la mano e le accarezzò la guancia.

Bastò quel gesto.

Vide che in lui c’era ancora vita. Era stanco, ferito, e nel suo sguardo si leggeva una malinconia profonda, ma non sarebbe morto. Non quel giorno.

«Oh Hige…» disse, chinandosi su di lui. Premette la fronte contro la sua e iniziò a singhiozzare, lasciando uscire un pianto che non tratteneva più nulla, forse il primo davvero libero, in quella vita come nella precedente.

Poco dopo arrivarono anche Kiba e Tsume, piegandosi sulle ginocchia per riprendere fiato.

«Come sta?» chiese Kiba, con il cuore in gola.

«Yho!» rispose Hige, guardandolo dal basso con un mezzo sorriso e sollevando il pollice.

Kiba lasciò uscire un lungo sospiro di sollievo.

«Dove sono Misha e Toboe?» domandò Tsume, guardandosi attorno, senza percepire più la loro presenza.

Blue aiutò Hige a sollevarsi, anche se lui gemette appena. Il movimento gli strappò una smorfia: forse qualche costola era incrinata. Lei cercò di pulirgli il viso dalla polvere e dal sangue, passando con delicatezza la manica dell’impermeabile sulle sue guance, ma si fermò per un momento quando si rese conto che esse non erano bagnate solo dalla pioggia.

«Hige… che cosa è successo?» disse, e il dolore che lesse in lui le attraversò il petto come un colpo secco.

Per un attimo tutto rimase sospeso. Kiba e Tsume lo fissavano, in attesa, mentre Hige, ancora frastornato per la botta alla testa, cercava di raccogliere i pensieri.

«Misha…»

«Cosa le è successo? L’hanno presa?» incalzò Tsume, impaziente.

Hige lasciò uscire un singhiozzo nudo, improvviso. Blue lo strinse forte a sé, e lui si abbandonò a quell’abbraccio. In quel momento, nonostante la sua robusta mole, sembrava fragile, lontano anni luce da quella sicurezza che mostrava sempre.

«Misha…» provò ancora «ci ha traditi.»

Un tuono attraversò il cielo, mentre quelle parole caddero pesanti nello spiazzo.

«Sta farneticando. Non vedete che ha battuto la testa?» disse Tsume a bassa voce, scuotendo il capo.

Kiba, invece, non sembrò sorpreso.

«E Toboe?» chiese.

«Credo… l’abbia seguita» sussurrò Hige, aggrottando la fronte. «Ha detto… che era sua madre.»

Blue gli accarezzò i capelli, cercando di calmarlo. «Ma non capisco… avete combattuto.»

Hige annuì lentamente.

**«Insieme… almeno finché la nostra presenza non è diventata un ostacolo per il suo signore.»**

Kiba sospirò ed abbassò le spalle. «Allora era come temevo.»

«Come temevi, cosa?» sbottò Tsume**. «Che ne sai tu, che l’avrai vista sì e no due volte!»**

Kiba si accigliò e lo guardò con espressione contrariata. «Vuoi forse negare che anche tu percepisci l’odore degli artigli di quella ragazza sul corpo del nostro compagno?»

Tsume strinse i denti e distolse lo sguardo con stizza.

«Tsume…» sussurrò Hige, con gli occhi rivolti verso il cielo cupo. «Fidati, anche io avrei avuto la tua stessa reazione… se tutti questi tagli che riporto non fossero stati provocati da lei.» Accennò un sorriso stanco. «È davvero la lupa più grossa che abbia mai visto. Perfino più grande di Kiba.»

Kiba non rispose subito. Si limitò a sollevare il capo, inspirando profondamente, ma la pioggia aveva cancellato ogni traccia e l’aria non restituiva nulla. «Ovunque siano, la pioggia ha lavato via tutto… e a questo punto non so nemmeno se mi interessa dove si trovano.»

«Neanche di Toboe?» chiese Blue, accigliata, cercando il suo sguardo.

Ma Kiba non si voltò. «Ha fatto la sua scelta.» Poi si chinò su Hige, piegandosi su un ginocchio. «Possiamo alternarci per portarlo in groppa. Dobbiamo portarlo al sicuro e curare le sue ferite.»

Tsume si allontanò di qualche passo, iniziando a camminare nello spiazzo con le mani nelle tasche, il passo teso e l'espressione contrariata.

Attorno a loro c’erano dei corpi a terra, alcuni immobili, altri appena coscienti; presto qualcuno sarebbe venuto a recuperarli.

Le sue narici si allargarono e, tra l’odore del fumo e del sangue, ne riconobbe uno preciso: quello di Misha, impregnato su quei soldati inerti.

Contrasse la mascella.

«Sembrava una furia» disse Hige alle sue spalle. «Sembrava nata per combattere. Per uccidere. Senza mostrare alcuna pietà.»

Le parole si intrecciarono a un ricordo.

«No, uccidere è orribile… e più provo a lavare via il sangue, più esso si impregna sulla mia pelle.»

Glielo aveva detto lei. Proprio lei. E ora quella frase gli rimbombava in testa come qualcosa che non trovava più un posto preciso.

Tsume si chinò lentamente su uno dei corpi e posò due dita sul collo. Il battito gli rispose subito, debole ma presente.

Sgranò leggermente gli occhi. Si spostò su un altro, ripetendo il gesto, e poi su un altro ancora. Tutti vivi. Ridotti male, incapaci di muoversi, ma vivi.

Restò fermo per un istante, il respiro trattenuto.

Misha non aveva ucciso nessuno.

Aveva colpito con precisione chirurgica, lasciandoli a terra ma senza mai oltrepassare quel limite.

Neanche uno.

Quando finalmente raggiunsero un rifugio sicuro, tutti e quattro avevano ormai superato il limite, lasciandosi cadere sulle ginocchia, il respiro pesante e il corpo ancora scosso da ciò che avevano attraversato.

«Accidenti se sei pesante» disse Kiba, che aveva portato Hige in groppa per la maggior parte del tragitto.

«E ora non puoi nemmeno accampare la scusa del pelo folto» aggiunse Tsume, con un ghigno appena accennato.

«Non vi ascolto… tanto siete solo invidiosi» ribatté Hige, ancora ansante, prima di lasciarsi sfuggire un gemito più sincero.

Lo aiutarono a togliersi la giacca mimetica per valutare le ferite. Sotto, la pelle livida parlava chiaro: almeno un paio di costole erano incrinate, oltre ai tagli ancora aperti.

«Dobbiamo procurarci un kit medico» osservò Tsume, incrociando le braccia, lo sguardo serio.

Blue, senza pensarci due volte, mutò di nuovo nella sua forma di lupo e si avvicinò, iniziando a leccare con attenzione le ferite.

Hige diventò immediatamente rosso. «No! Che fai?!»

«La nostra saliva ha proprietà disinfettanti» spiegò lei con naturalezza, senza fermarsi.

«Sì, ma non è questo…» borbottò lui, cercando lo sguardo degli altri due.

«Preferisci lo faccia io?» intervenne Kiba, con un tono fin troppo disponibile. «Forse ti sentiresti meno in imbarazzo con un maschio.»

Hige lo fulminò con lo sguardo e ringhiò. «Tieni lontana la tua linguaccia da me!»

Più tardi, Hige venne fatto stendere vicino al falò. Sul suo corpo avevano applicato impacchi di erbe curative, nel tentativo di alleviare il dolore che continuava a pulsare sotto la pelle.

Sorrise piano, grato, quando Blue gli si avvicinò con un po’ di zuppa raccolta in una lattina. Al campo erano riusciti a recuperare qualche provvista, abbastanza per tirare avanti qualche giorno.

«Come ti senti?» gli chiese lei, con tono gentile.

«Come se mi avesse investito un camion» sussurrò lui. «Ma non ti preoccupare, le mie ferite si rimarginano in fretta.»

«Non parlavo delle ferite» disse Blue, abbassando lo sguardo mentre gli avvicinava il cucchiaio alle labbra.

Hige non esitò. «Come un fallito.»

Blue si accigliò subito. «Questo non devi pensarlo mai. Sei stato tradito, dopo tutto quello che hai fatto per lei. Dovresti essere furente, invece.»

Lui sollevò lentamente una mano e le sfiorò la guancia**. «Il solo fatto di averti dimenticato… mi rende tale.»**

Blue sentì le orecchie scaldarsi, ma si impose di restare ferma. «Te l’ho detto io di dimenticarmi. Mi hai ascoltato.»

«L’unica volta in cui un uomo non avrebbe dovuto ascoltare una donna…» mormorò lui, con un mezzo sorriso.

«È stato necessario. Almeno così hai vissuto una vita felice.»

«Ma incompleta» rispose lui, senza esitazione.

Le sopracciglia di Blue si contrassero, e dovette regolare il respiro per non lasciarsi travolgere. Sentiva gli occhi di Hige su di sé, e quella presenza la metteva in difficoltà, sospesa tra ciò che provava e ciò che sapeva di dover mantenere.

«Vuoi dire che non sei stato felice?» intervenne Tsume, accigliato.

Hige scosse il capo. «No, non dico questo. Lo sono. Lì fuori ho una famiglia che è in apprensione per me ed è anche per loro che sto combattendo.» Abbassò lo sguardo, come se il resto delle parole gli si fosse fermato in gola. Rimase in silenzio per un momento, svuotato.

Poi sollevò il mento, tornando a parlare con una punta del suo solito tono leggero. «Vi chiederete perché indosso queste vesti… e ve lo dico subito: non è per fare bella figura con le ragazze.»

Hige raccontò allora della minaccia di Darcia, di ciò che pendeva sull’incolumità di Misha e Toboe, e di come la loro ricerca fosse diventata ormai indispensabile. Cheza stava appassendo, e il tempo non era più dalla loro parte.

«Quindi i suoi piani dovranno compiersi per salvare il nostro fiore disse Kiba a denti stretti, serrando i pugni. «E allora perché ti ha attaccato? Non stavi eseguendo la volontà stessa di Darcia?»

«Sì… è così.» Hige esitò, lo sguardo che si fece più serio. «Ma poi ho capito una cosa. Se siamo noi i Creatori… se questo ciclo deve essere riavviato… perché non farlo noi stessi? Anche se, forse, per noi sarà l’ultimo.»

Le parole caddero nel silenzio della grotta, pesanti.

«L’ultimo?» chiese Blue, accigliata.

«Così ha detto Darcia. Che per noi sarebbe stato l’ultimo.» Hige abbassò lo sguardo. «Forse è anche per questo che Cheza ha smesso di chiamarci… sta cercando di allungare il nostro tempo. E credo sia lo stesso motivo per cui il detective ha mandato tutto all’aria, appena ha sentito alla radio del matrimonio con la dottoressa Cher.»

Tsume si alzò senza dire nulla e fece qualche passo fino al limitare della grotta. Si fermò lì, le mani nelle tasche, lo sguardo giallo perso fuori, tra la neve e il buio.

«Misha…» riprese Hige «quando ha capito che, nonostante la minaccia, lui sarebbe andato comunque a fermarlo, si è messa in mezzo. Ho dovuto intervenire, per impedirle di ucciderlo.»

Tsume rimase in silenzio ancora un istante, poi parlò, senza voltarsi. «Dimmi una cosa… non può essere che, con tutta quella confusione e la situazione in cui eravate, voi abbiate solo capito male?»

Hige si accigliò, irritato**. «Ti pare che ho capito male? Guardami!»**

Tsume si voltò di scatto, gli occhi duri**. «Ti guardo… e vedo un imbecille che non ha capito un cazzo di quella che sarebbe dovuta essere la sua ragazza.»** Poi spostò lo sguardo su Blue. «E che per due graffi ha cercato conforto tra le braccia della sua ex.»

Dapprima ci fu un ringhio e la frazione di secondo dopo Hige era su Tsume, con il labbro arricciato e le zanne in mostra, gli occhi mutati e fuori di sé, gli artigli sollevati, pronti a colpire. Nonostante le ferite, quelle parole erano state troppo. Tsume aveva passato il segno.

«Mi hai stancato con questa tua saccenteria. Che cazzo ne sai di me e del rapporto che avevo con Misha? Tu sei stato il primo ad abbandonarla ed ora osi giudicarmi se dopo questo ho capito chi avrei dovuto proteggere davvero?»

Tsume sostenne lo sguardo e anche i suoi occhi si tinsero di nero, un ringhio gli attraversò il corpo mentre si parava il petto con le braccia per proteggersi dal suo attacco. «Io mi ero affidato a te, mentre avevo accettato di stare in ombra, ma alla fine ho avuto ragione… e quel che è peggio è che non solo lei, ma ritenete anche Toboe un traditore.»

«Nel momento in cui ha scelto di seguirla e di abbandonare Hige, lo ha fatto, purtroppo» disse Kiba, rammaricato, avvicinandosi, pronto ad intervenire se il confronto tra i due fosse andato oltre.

Hige e Tsume continuarono a sfidarsi con lo sguardo. Hige non era ancora mutato in lupo, ma dalle fattezze che aveva assunto era chiaro che anche lui fosse prossimo al risveglio completo.

«Hai avuto un primo risveglio, quando hai ricordato Blue, ma questa attuale forma a cosa è dovuta? Cosa ti ha permesso di crescere?»

Hige non rispose. Allora Tsume fece scivolare velocemente la mano in tasca ed estrasse qualcosa: la catenina argentata con il ciondolo della rosa.

Hige perse un battito.

«L’ho trovata nella sua tenda, tra i bagagli che evidentemente non era riuscita a portare con sé» disse, indurendo la mascella. «Alla luce di quello che credi… per quale motivo se la sarebbe portata dietro?»

In quel momento, nella mente di Hige, riaffiorò l’istante in cui lei, in lacrime, gli aveva raccontato del suo passato con Goyan, di ciò che aveva fatto per sopravvivere. Una ferita così profonda da attraversare le ere, da farla sentire indegna persino di lui.

Possibile che fosse stato solo un inganno?

Il silenzio venne riempito dal singhiozzo frustrato e doloroso del ragazzo.

Blue abbassò lo sguardo e lo distolse.

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Dopo la battaglia all’accampamento, Toboe e Misha avevano raggiunto il bunker seguendo la traccia dell’odore del professor Silva e, una volta al sicuro, lo stato alterato della ragazza si ritirò, lasciandola cadere in un sonno profondo. Rimase incosciente anche quando i soldati arrivarono per farli salire sui camion diretti verso una zona più sicura.

Quentin Silva aiutò Toboe a sollevarla e ad adagiarla su alcuni sacchi. «Pensare che all’apparenza sembra una ragazzina come tutte le altre della sua età, fissate con trucco e selfie.»

Toboe le accarezzò i capelli con delicatezza. «No, lei non è mai stata quel genere di ragazza.»

«“Dal grande spirito nacque il lupo, e l’uomo ne divenne il messaggero”. In altre parole, la razza umana è stata creata dai lupi. Così dice l’autore de Il Libro della Luna.» Il professore parlava a metà tra il rivolgersi a Toboe e a sé stesso. «Le persone che incontri ogni giorno al mercato, i poveri sfigati a cui ti siedi accanto al bar… ognuno di loro potrebbe essere un lupo.»

Toboe lo guardò accigliato. «Mi è sembrato di capire che lei non credesse a queste cose, fino a poco tempo fa.»

Quentin sollevò il capo e contraccambiò lo sguardo. «Anche se non ci credessi, quello che mi è stato mostrato non è forse una prova eloquente?» Fece una smorfia, soffiando dal naso. «I nostri Creatori sono un branco di mocciosi.»

«Non sono forse più mocciosi gli umani?» ribatté Toboe, con sorprendente maturità. «Non perdono occasione per trovare una scusa per fare guerra, distruggendo tutto ciò che li circonda.» I suoi occhi si fecero duri. «Io ho visto luoghi desertificati o congelati, dove non c’era più vita, solo sopravvivenza… e anche lì c’era chi dava la colpa ai lupi, invece di guardarsi allo specchio.»

Poi il suo sguardo tornò su Misha, e si addolcì.

Un sorriso malinconico gli piegò le labbra. «In questo periodo, persino a Freeze City ci sarebbero state giornate di sole. Avremmo potuto fare un picnic tutti insieme…» La voce si fece più bassa, gli occhi lucidi mentre immagini dai contorni sfumati gli scorrevano davanti. «Misha ci avrebbe cucinato una torta e Hige avrebbe cercato di mangiarsela tutta da solo. Avremmo giocato a palla, scattato foto…»

Si fermò un istante, come se quel pensiero lo stesse ferendo.

«Poi saremmo tornati a casa, sapendo che il giorno dopo ci aspettava un’altra giornata di scuola o di lavoro. Sarebbe stato noioso…» abbassò lo sguardo «ma almeno avremmo saputo cosa ci aspettava.»

Quentin Silva rimase in silenzio, osservando quel volto così giovane. Per un attimo qualcosa gli attraversò lo sguardo, un fremito sottile, ma lo scacciò subito, come se non volesse nemmeno riconoscerlo.

«Dove stiamo andando?» chiese Toboe dopo qualche secondo.

Il camion sobbalzò mentre attraversava il terreno irregolare, il rumore del motore e delle ruote che affondavano nel fango riempiva gli spazi tra le parole.

«Per ora in un accampamento sicuro» rispose il professore. «Dobbiamo curarci e riprendere le forze. Dopodiché…» fece una breve pausa «dovreste dircelo voi. Tu e Misha.»

Toboe si indicò il petto, visibilmente stupito.

Quentin annuì. «Il fatto che il libro si trovasse nei pressi del Monte del Principio era la deduzione più ovvia. Ma proprio per questo, se fosse stato davvero lì, qualcuno lo avrebbe già trovato da tempo.» Distolse lo sguardo, pensieroso. «Invece abbiamo raccolto solo falsi indizi.»

Il camion ebbe un altro scossone.

«Quel luogo, in antichità, era il punto più vicino alla luna…» continuò, tornando a guardarlo. «E voi dalla luna traete forza.» Gli occhi di Quentin si fecero più attenti. «È arrivato il momento di capire quanto il vostro sangue si sia davvero rafforzato.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

L’orchestra stava ancora accordando gli strumenti, un intreccio di suoni sospesi che riempiva l’aria come un respiro trattenuto. Le luci calde del teatro avvolgevano ogni cosa in una penombra dorata, riflettendosi sui velluti, sugli stucchi e sulle dorature che impreziosivano la sala, restituendo l’illusione di un mondo intatto, distante da ogni rovina. Tra i corridoi e le file dei palchi si muovevano figure eleganti, abiti scuri e stoffe pregiate, gioielli discreti e sguardi compiaciuti: uomini e donne che sembravano appartenere a una realtà separata, dove la guerra e la distruzione non avevano ancora trovato accesso.

Al loro ingresso, Darcia e Cher vennero immediatamente intercettati da quella folla selezionata, circondati da sorrisi e gesti misurati, carichi di approvazione per il loro recente fidanzamento. Nulla veniva detto ad alta voce, eppure tutto era sottinteso nei cenni del capo, nelle strette di mano, negli sguardi che indugiavano su di loro con curiosità e compiacimento.

Fu Darcia ad aprire il passo, con la sicurezza di chi appartiene a quel mondo, accompagnando Cher tra le file fino ai posti riservati nelle prime file. Le sfiorò appena la mano per guidarla, e in quel movimento l’anello che portava al dito catturò la luce soffusa, restituendola in un riflesso discreto. Un bagliore breve, ma sufficiente a segnare la presenza di un legame che, almeno in quel luogo, appariva saldo e inattaccabile.

Cher prese il volantino del programma e lo aprì, lasciando scorrere lo sguardo tra i nomi e gli atti, seguendo con attenzione la scaletta. «Certo, era da tanto che non andavo all’opera» commentò, senza alzare gli occhi.

«Quale occasione migliore, allora, se non ascoltare Giuseppe Verdi?» rispose Darcia, con un sorriso sottile che non arrivava mai davvero a sciogliersi.

«La forza del destino…» lesse lei, accennando una smorfia. «Lord Darcia, perdonate la mia schiettezza… ma voi avete proprio un pallino per questi argomenti.»

«Se non lo fossi, non ti terrei al mio fianco» rispose l'uomo, per poi fare un leggero cenno con le spalle, quasi impercettibile. «Del resto è ciò che ha plasmato la mia intera esistenza» disse. «Ricercare temi come questo mi è… necessario.»

Per un istante il brusio della sala sembrò affievolirsi attorno a loro, come se quelle parole avessero tracciato una linea sottile tra ciò che si vedeva e ciò che, invece, si muoveva al di sotto, silenzioso e inevitabile.

Cher sollevò lo sguardo dal programma, ma Darcia stava già osservando il sipario chiuso, come se ciò che stava per andare in scena fosse già accaduto.

«Leonora e Don Alvaro» disse piano «credono di poter scegliere. Di poter fuggire, cambiare direzione, sottrarsi a ciò che li ha travolti.» Accennò un sorriso appena percettibile. «E invece ogni passo che compiono li riporta sempre più vicini al punto da cui cercano di allontanarsi.»

Le luci calde si riflettevano nei suoi occhi, immobili.

«È questo il paradosso… non è la costrizione a guidarli, ma il loro stesso desiderio di salvarsi. Più cercano una via, più quella via si richiude su di loro.» Fece una breve pausa, come se stesse seguendo un pensiero già noto. «Perché non esiste un vero distacco da ciò che siamo. Ci si trasforma, si cambia forma, si attraversano luoghi e vite… ma il filo resta lo stesso.»

Sfiorò delicatamente il bracciolo con le dita.

«E alla fine tutto torna. Non come era prima, ma come doveva essere.»

Le luci iniziarono ad abbassarsi lentamente, come un respiro che si ritira, e il brusio della sala si affievolì fino a spegnersi del tutto. Il sipario restava chiuso, immobile, mentre un’attesa silenziosa si posava su ogni sguardo.

Dal lato dell’orchestra fece il suo ingresso il maestro.

Un passo sicuro, misurato. Si voltò verso il pubblico, accennò un inchino e per un istante il teatro si riempì di applausi, caldi ma contenuti, come si addiceva a quel luogo. Poi si girò, sollevò la bacchetta e il silenzio si fece assoluto.

Il primo suono spezzò l’aria. Secco. Netto.

Quei tre colpi iniziali caddero come un presagio, profondi, ineluttabili, come se qualcosa fosse stato annunciato senza possibilità di replica. Non era solo musica: era una dichiarazione.

Poi l’orchestra prese vita.

Le corde si distesero sotto quel richiamo, portando con sé una tensione trattenuta, mentre i fiati si inserirono con una linea più ampia, quasi a voler dare forma a un destino già scritto ma ancora in movimento. Il tema si apriva e si richiudeva, oscillando tra impeto e malinconia, come una forza che non si può evitare ma solo attraversare.

E in quella musica, ancora prima che la storia iniziasse davvero, era già contenuto tutto.

Darcia si portò un paio di dita sulla benda del suo occhio e accarezzò lentamente la stoffa. La sua espressione si distese, come se quelle note stessero risvegliando qualcosa di antico, pensieri che scorrevano al di sotto della superficie e che per Cher restavano impenetrabili.

Nel frattempo, sulla piccionaia, una figura si muoveva nell’ombra.

Aveva fatto un lungo viaggio per tornare fin lì, attraversando pericoli che per altri sarebbero stati insormontabili, ma che per lui non erano stati altro che ostacoli da superare con pazienza e astuzia. Nella sua mente un obiettivo saldo che non sarebbe stato deviato per nessun motivo.

Man mano che scorrevano le scene del primo atto - Buona notte, mia figlia e Temea restasse qui fino a domani! - sotto, l’orchestra si fece più incalzante.

Gli archi iniziarono a correre rapidi, serrati, intrecciandosi in una sequenza nervosa e pulsante, come un battito che accelerava senza concedere tregua. Le note si inseguivano, si rincorrevano l’una con l’altra, creando una tensione sottile, crescente, che sembrava accompagnare ogni movimento.

E lui si mosse con quella stessa cadenza.

Un passo dopo l’altro, preciso, silenzioso, sfruttando ogni ombra, ogni interruzione della luce. Il suo avanzare seguiva quel ritmo nascosto, come se la musica stessa stesse scandendo il tempo del suo ritorno.

A un certo punto la sala si riempì di un nuovo scrosciante applauso, quando fece il suo ingresso per la seconda scena del primo atto la lirica che interpretava Leonora. La donna avanzò con passo misurato, avvolta in abiti settecenteschi: un vestito bianco e rosa stretto alla vita, il velo trasparente che le cadeva leggero sulle spalle, i capelli raccolti in una crocca ordinata, secondo l’eleganza del tempo. Si fermò al centro della scena, immobile per un istante, in ascolto.

Poi portò le mani al petto, inspirò.

E la sua voce si levò.

«Me pellegrina ed orfana,

mi sento sola, senza più un luogo a cui appartenere, come una viandante smarrita.

Lungi dal patrio nido!

lontana dalla casa che mi ha accolta e protetta.

Un fato acerbo e barbaro

un destino crudele e spietato

Mi sospinge in stranio lido;

mi trascina verso una terra straniera.

Colma di tristi immagini,

con la mente piena di ricordi dolorosi,

Da un’ombra ognor seguita,

sempre inseguita da un’ombra che non mi abbandona,

Verrò fra ignote genti

andrò a vivere tra persone sconosciute

A consumar la vita.

fino a consumare lentamente la mia esistenza.»

Il canto si diffuse nella sala con una chiarezza quasi irreale, attraversando ogni spazio, insinuandosi tra le colonne, tra i palchi, tra le persone sedute in silenzio.

Cher avvertì un capogiro.

All’inizio fu lieve, come un’imprecisione nel respiro, ma nel momento in cui quelle note le raggiunsero la mente, qualcosa cambiò. Il suono sembrò amplificarsi, dilatarsi oltre la musica stessa, fino a diventare quasi fisico.

Le luci si fecero più lontane e il teatro, per un istante, sembrò perdere consistenza.

Il vortice crebbe, lento ma inesorabile, mentre il canto continuava a risuonarle dentro, non più solo come voce… ma come eco.

«E tu che m’abbandoni,

e tu che mi lasci andare,

Sventurato mio padre!

povero padre mio,

Ti lascio… e il cor colpevole

ti sto lasciando… e il mio cuore, pieno di colpa,

Mi batte e mi s’infrange!

si agita e si spezza dentro di me.

Ahimè! che far poss’io?

ahimè, cosa posso fare?

Morir? No, è tardi…

morire? No, ormai è troppo tardi…

Un reo poter mi vince,

una forza oscura mi domina,

M’affretta, mi travolge…

mi spinge via con urgenza, mi trascina senza scampo…»

«Perdonate, lord Darcia, mi assento un momento» disse Cher, controllando il tono, ma senza riuscire a nascondere del tutto il freddo improvviso che le aveva attraversato il corpo.

Darcia la osservò per qualche istante, attento, poi annuì senza aggiungere altro.

Cher si alzò e avanzò tra le file con il capo leggermente chino, mormorando qualche scusa mentre sfiorava gli spettatori seduti. Le luci soffuse e il calore della sala sembravano ora opprimerla, e ogni passo le richiedeva uno sforzo maggiore del dovuto. Raggiunte le scale, si aggrappò per un istante al corrimano, poi si avviò lungo il corridoio che conduceva alle toilette.

Il vestito argentato frusciava leggermente ad ogni movimento, mentre i tacchi a spillo battevano sul pavimento lucido con un ritmo irregolare. Si sentiva instabile, come se il terreno sotto di lei non fosse più del tutto solido. Aveva bisogno d’aria, di spazio, di silenzio.

Il bagno delle signore la accolse con la stessa opulenza del resto del teatro, ma almeno in quel momento era vuoto.

Si avvicinò al lavandino e aprì l’acqua, portandosi le mani al viso. Il contatto con il freddo le strappò un respiro più profondo, ma non bastò. La nausea le salì improvvisa, violenta e il mondo iniziò a girare.

Un vortice lento, ma inesorabile, come se qualcosa dentro di lei si fosse messo in moto senza possibilità di fermarlo.

Si precipitò verso uno dei bagni e si piegò in avanti, lasciando che il corpo cedesse a quella sensazione, mentre il respiro si spezzava e le mani si stringevano al freddo della ceramica.

«Ahimè! padre mio!

ahimè, padre mio!

Me pellegrina ed orfana, ecc.

io, sola e senza casa, come all’inizio…

Ti lascio, e un cor colpevole

ti abbandono, e il mio cuore colpevole

Mi batte e mi s’infrange…

continua a tormentarsi e a spezzarsi…

Addio, mio padre, addio!

addio, padre mio, addio!

Addio!

addio.»

Quando uscì dal bagno, il suo viso era pallido, quasi svuotato. Non riusciva a capire cosa le stesse accadendo, tutto era arrivato all’improvviso, senza un motivo apparente. Si fermò un istante e abbassò lo sguardo sull'anello che portava all'anulare.

Brillava di una bellezza perfetta, immutabile. Forse qualsiasi altra donna lo avrebbe portato con orgoglio, come simbolo di qualcosa di desiderato. Ma non lei. Per lei era diverso. Sentiva come se le si stesse stringendo attorno al dito, come una morsa invisibile che si chiudeva lentamente, sempre di più, sempre di più.

Inspirò, ma l’aria sembrò non bastare.

Poi, all’improvviso, qualcosa cambiò. Uno spostamento d’aria, lieve ma percepibile.

Il suo sguardo si sollevò di scatto, giusto in tempo per cogliere una figura che attraversava il corridoio: un canarino, rapido, sfrecciò davanti a lei e proseguì oltre.

«Ma cosa…»

Non seppe spiegarsi perché, ma qualcosa dentro di lei si mosse. Un impulso netto, istintivo. Prima ancora di pensarci, si chinò, si sfilò le scarpe e le lasciò lì, abbandonate sul pavimento lucido.

Poi iniziò a correre.

Il battito dei suoi passi nudi si mescolava al ritmo che continuava a risuonarle nella testa. La voce della lirica, gli archi che si inseguivano, quella tensione crescente, accompagnandola, come un filo invisibile che la guidava.

Sentiva che doveva seguirlo.

Non seppe per quanto stesse correndo, quei corridoi sembravano essersi trasformati in un labirinto senza uscita, più si inoltrava e più perdeva il senso della direzione. Il canarino non lo vedeva più, ma continuava a sentirne il cinguettio, distante, intermittente, come un richiamo che la spingeva ad andare avanti, a non fermarsi. Poi, all’improvviso, anche quello svanì.

Cher si arrestò di colpo, il cuore in gola, il respiro affannoso che le spezzava il petto. «Ma cosa… cosa sto facendo?» sussurrò, cercando di riprendere fiato.

Solo in quel momento si rese conto che nulla di ciò che aveva fatto aveva senso, che si era lasciata trascinare da qualcosa di inspiegabile e lord Darcia a quell’ora si sarebbe sicuramente accorto della sua assenza.

Si voltò, decisa a tornare indietro, ma proprio mentre passava accanto a un corridoio laterale, una figura emerse dalle ombre e la afferrò di scatto, stringendole un fianco e tappandole la bocca. Cher sussultò, il corpo attraversato dalla paura, e iniziò a dimenarsi, cercando di liberarsi, colpendo alla cieca finché uno dei pugni non andò a segno.

«Cher— ahi!... Cher, sono io!»

Si bloccò, i pugni ancora sollevati, lo sguardo che cercava di mettere a fuoco quel volto. Quando lo riconobbe, l’espressione si fece incredula: era Hubb Lebowski.

«Che ci fai qui? Credevo fossi al fronte!» disse, appena lui le tolse la mano dalla bocca, ancora tesa.

«Cher, tu non puoi sposare quell’uomo» rispose lui, senza esitazione.

«Perché no?»

«Perché tu sei già sposata.»

Cher smise di divincolarsi e lo fissò, sollevando un sopracciglio. «Ma che stai farneticando? Con chi lo sarei?»

«Con me» rispose il detective, senza alcuna esitazione. Poi la strinse un po' di più, cercando di costringerla a sostenere il suo sguardo. «Devi ricordartelo, è importante. Io e te siamo sposati da così tanto tempo che forse non esiste nemmeno più una definizione che vada oltre le cosiddette “nozze d’osso”.»

Gli archi si sollevarono proprio in quel momento, riempiendo il silenzio che si era frapposto tra loro con una tensione vibrante, quasi insostenibile. Il cuore di Cher iniziò a battere forte, troppo forte, mentre qualcosa si incrinava dentro di lei. Visioni frammentarie si insinuarono nella sua mente senza chiedere permesso: un velo bianco che le sfiorava il volto, la luce tremolante delle candele, passi lenti lungo una navata, e qualcuno… qualcuno in abito elegante che la osservava da lontano.

«No… no, tu mi stai confondendo, smettila!» disse, scuotendo il capo, come se potesse scacciare quelle immagini.

Hubb si allarmò. «Perché stai negando a te stessa questa cosa? Siamo dei rinati anche noi, Cher! Il destino ha voluto che ci ritrovassimo!»

Ma lei si portò le mani alle orecchie, come se volesse isolarsi da tutto.

«No! Gli umani non possono varcare il Rakuen senza il sangue di lupo!»

Le parole le uscirono con forza, quasi automaticamente, come un riflesso costruito nel tempo. Tutto ciò che le era stato insegnato, tutto ciò in cui aveva creduto per quarant’anni, si impose con violenza… e allo stesso tempo iniziava a vacillare, a entrare in conflitto con qualcosa che non riusciva più a ignorare.

«Se non fosse così… il Rakuen sarebbe per tutti. E un mondo aperto all’umanità non sarebbe altro che questo… e tutto ricomincerebbe da capo. Non esisterà mai un mondo perfetto.»

«Forse perché non deve esserlo!» ribatté Hubb, senza arretrare. «Un mondo perfetto sarebbe come il cristallo: bello, immobile… ma fragile. Basterebbe un tocco per farlo crollare su sé stesso.»

La afferrò per le spalle, cercando di non perdere il contatto visivo, di tenerla ancorata a lui. «Cher, io ti amo! Ti ho sempre amata e ti amerò per sempre!» disse, con un’intensità che non lasciava spazio a esitazioni, lo sguardo acceso da qualcosa che andava oltre il tempo.

La musica si fece più incalzante, più rapida, le scene scorrevano sul palco mentre, lontani da quello sguardo dorato, Hubb e Cher restavano nascosti in quel corridoio buio, sospesi in un tempo che sembrava separato da tutto il resto.

In platea, Darcia sollevò il polso per controllare l’ora, poi si voltò di poco e lo sguardo scivolò dietro di sé, ma senza tradire alcuna inquietudine. Rimase composto, immobile nel suo posto.

«Non puoi amarmi… io ti ho tradito» disse Cher, la voce incrinata, attraversata da una disperazione che non riusciva più a trattenere.

«È proprio perché ti amo che ti perdono» rispose Hubb, senza esitazione. «Anche tu sei una vittima, ma non te ne rendi conto. Sei sempre stata ostinata, soprattutto quando si trattava di restare accanto a Cheza.» Le posò la fronte contro la sua. «Ma come vedi, ho sfidato l’inferno pur di raggiungerti. Questo deve pur valere qualcosa per te.»

Lo sguardo di Cher tremò. Un’immagine si fece strada nella sua mente: un prete che agitava un turibolo, il fumo dell’incenso che si sollevava lento, parole pronunciate in un rito sacrale.

Scosse il capo con forza. Il dolore le attraversò la testa come una lama, il sangue che pulsava troppo veloce. «No… no, non è vero! Non siamo dei rinati… non siamo dei rinati!»

Hubb si fece serio, lo sguardo deciso. In un movimento rapido si girò, portandola con le spalle contro il muro, stringendola a sé, facendo aderire il calore del suo corpo al suo.

Si guardarono. Un istante soltanto.

Poi, proprio mentre dal palco l’acuto di Leonora e Don Alvaro si levava nel canto di Ah! per sempre, o mio bell’angelo, Hubb si chinò su di lei e la baciò. Fu un gesto improvviso, urgente, carico di tutto ciò che non aveva potuto dire.

In quel momento, le trombe e gli archi non risuonarono solo nella sala e si propagarono dentro di loro.

Per Cher fu come una scossa che le attraversò l'anima, spezzando ogni resistenza. Lo stupore durò appena un istante, poi le sue braccia si sollevarono da sole, avvolgendosi attorno al collo di lui, ricambiando quel bacio con la stessa intensità. Come se in quel contatto stesse ritrovando qualcosa che le era stato strappato via da troppo tempo, qualcosa che le apparteneva da sempre e che ora, finalmente, tornava a prenderla.

«Ma dove è finita…» mormorò Darcia a bassa voce, mentre l’impazienza iniziava a incrinare la sua compostezza. Cher non era ancora tornata, nemmeno per la fine della penultima scena del primo atto, e quell’assenza cominciava a pesare più di quanto fosse disposto ad ammettere.

Approfittò della breve pausa per alzarsi. Un’inquietudine sottile gli attraversò il corpo, qualcosa di istintivo, come un segnale che si accendeva sotto la pelle. Avanzò lungo il corridoio d’uscita con passo controllato, ma deciso, mentre sotto la benda l’occhio di lupo pulsava, sensibile a qualcosa che ancora non riusciva a definire.

Si diresse verso il bagno delle donne e fu lì, a pochi passi dall’ingresso, che vide le scarpe di Cher abbandonate.

Si chinò lentamente per raccoglierle, ma nel momento in cui le ebbe tra le mani, qualcosa dentro di lui scattò. Si rialzò di colpo, lo sguardo che iniziò a muoversi rapido e il battito accelerò.

«Signore, le consiglio di rientrare, l’ultima scena sta per iniziare» disse un addetto, avvicinandosi con discrezione.

Darcia si voltò verso di lui. «Ha visto per caso la donna che era con me all’inizio? Capelli biondi, vestito argentato?»

L’uomo esitò, poi scosse il capo. «No, ma un mio collega ha visto una donna correre verso l’ala ovest.»

Darcia annuì rapidamente, senza perdere altro tempo. Si mosse subito nella direzione indicata, il passo rapido ma ancora perfettamente controllato, come se nulla dovesse trapelare all’esterno.

«State allerta» disse poi, attivando la comunicazione sullo smartwatch.

Le sue guardie, già sparse nel teatro, ricevettero l’ordine senza bisogno di ulteriori spiegazioni.

Mentre avanzava lungo il corridoio, quell’inquietudine continuava a crescere, trasformandosi lentamente in una certezza: qualcosa stava sfuggendo al suo controllo.

L’avanzata sembrò dilatarsi in modo innaturale, come se quel corridoio di pochi metri si fosse allungato fino a diventare interminabile. Il battito del cuore si fece più forte, più pressante, mentre il corpo iniziava a irrigidirsi, attraversato da una tensione crescente che non lasciava spazio a esitazioni.

No, Cher non poteva essere scappata. Era cresciuta all’interno di quell’ordine, figlia di due devoti, educata fin dall’infanzia secondo precetti che lui stesso aveva sussurrato ai suoi antenati, quando ancora si muoveva come uno spirito errante. Quelle convinzioni non erano fragili, non erano opinioni: erano radici profonde, incise nella sua mente, rafforzate dal tempo e dalla fede. Per tutti quegli anni non aveva mai vacillato, mai messo in discussione ciò che le era stato insegnato, soprattutto quell’idea fondamentale, incrollabile, che gli umani non avessero diritto al paradiso senza che in loro scorresse sangue di lupo.

Dal teatro, intanto, l’ultima scena del primo atto si aprì tra gli applausi, e subito dopo le trombe e gli archi proruppero con forza, riempiendo ogni spazio e annunciando l’inizio di Vil seduttor!.

Le note si propagarono lungo i corridoi come un’onda, vibrando contro le pareti, insinuandosi ovunque. Fu in quel momento che il suo udito, acuito dal sangue di lupo, colse qualcosa che non apparteneva alla musica: un suono più basso, sommesso, fatto di respiri profondi, irregolari.

Strinse i pugni e il passo si fece ancora più deciso, mentre colmava gli ultimi metri con una tensione che ormai non cercava più di contenere. Girò l’angolo e... li vide.

Nell’ombra, c'erano due corpi avvinghiati, mossi da un’urgenza che non lasciava spazio a dubbi. La mano di Hubb aveva sollevato la gonna di Cher, la stoffa raccolta fin sopra la coscia, mentre i capelli di lei, sfuggiti allo chignon, ricadevano disordinati lungo le spalle. La giacca di lui era a terra, la camicia aperta sul colletto, e tutto in quella scena parlava di qualcosa di istintivo, di incontrollato.

Per un istante, il tempo si fermò. Poi, sul palco, il colpo di pistola a salve risuonò nell’aria e fu con quella stessa violenza che l’immagine si impresse nello sguardo di Darcia.

«Così nemmeno una guerra mi ha impedito di tenerti lontano dalla tua “Leonora”, detective Lebowski.»

La voce di Darcia scivolò tra loro con una calma che contrastava violentemente con la scena appena interrotta. Cher ed Hubb si separarono di scatto, colti di sorpresa; lei si riabbassò la gonna con un gesto rapido, cercando di ricomporsi senza avere il coraggio di sollevare lo sguardo verso il suo signore, mentre Hubb fece l’opposto, avanzando di un passo, lo sguardo duro, acceso da una furia che non cercava più di contenere.

«Non mi ha tenuto lontano la rinascita di un intero mondo, pensi che un uomo borioso come te sarebbe potuto riuscirci!?»

Darcia non si scompose. «Deduco che il nostro accordo è saltato… in barba al destino di Cheza.»

«Se questa è la nostra ultima vita, voglio viverla con la donna che amo» ribatté Hubb senza esitazione. «Troveremo un modo per salvare Cheza, ma non ti permetterò mai di prenderti Cher. Hai giocato con lei anche fin troppo!»

«Io non ho mai giocato con la dottoressa» rispose Darcia, con lo stesso tono misurato. «L’ho sempre rispettata e ritenuta un membro valente del mio staff e dei miei accoliti.»

Hubb lasciò uscire un mezzo sorriso amaro. «I tuoi accoliti… ma certo. Tutta quella gente assetata del sangue di Hige e degli altri… un branco di esseri disgustosi.»

«Parole forti per chi sta per morire.» La voce di Darcia non si alzò, e proprio per questo risultò più tagliente. «Almeno spero che Hige sia rimasto o non vi importa più niente di Misha e Toboe?»

Lo sguardo di Hubb saettò, facendosi ancora più feroce. «È crollata anche quella facciata, Darcia! Misha ha mostrato la sua vera maschera. Mi avrebbe ucciso pur di fermarmi se non fosse stato per Hige che si è messo in mezzo!»

Ma nel momento in cui aveva pronunciato quelle parole, il cuore perse un battito perché l'espressione di Darcia fu di sincero stupore, come se quella rivelazione avesse colto di sorpresa anche lui.

Darcia non perse tempo a chiedere spiegazioni, si chinò sul suo orologio, pronto a impartire l’ordine.

«Lord Darcia, no vi prego!» intervenne Cher, con voce tesa. «Non fategli del male!» e, nel dirlo, si frappose tra i due uomini.

Lo sguardo di Darcia si fece più duro, più profondo. «Dottoressa, togliti di mezzo.»

«Non lo farò.» Il cuore le tremava, ma la voce no. «Hubb ha fatto di tutto per raggiungermi e io non posso semplicemente accettare che voi lo facciate fuori.»

«Il detective ormai è un elemento pericoloso per i nostri piani.»

«Perché?» ribatté lei, aggrottando lo sguardo. «Quale minaccia può rappresentare per la conquista del nostro Rakuen? Non è nemmeno un lupo.»

Darcia scoccò la lingua sul palato.

Quel suono, breve, bastò a far scattare qualcosa.

Cher lo fissò, gli occhi che si stringevano. «A meno che…» disse lentamente «lei non abbia bisogno di tenerlo sotto controllo, così come me, perché siamo dei rinati. E quindi altre due chiavi

«Basta così, dottoressa.» Il tono di Darcia si fece più tagliente. «Non ti do il permesso di lanciare insinuazioni.»

Le labbra di Cher si contrassero, lo sguardo si accese. Con un gesto improvviso si sfilò l’anello e lo lasciò cadere a terra, il suono metallico che riecheggiò nel corridoio.

«Per anni vi ho servito con fedeltà e dedizione» disse, serrando i denti «e più volte vi ho chiesto se fosse possibile che anche gli umani potessero rinascere. E voi avete negato. Ogni singola volta.» Fece un passo avanti. «Mi avete sempre ingannata. Ancora una volta avete piegato la verità ai vostri scopi. Un burattino…» la voce tremò appena «che pensavate di poter manipolare. Persino credendo che potessi accettare di concedervi la mia mano, senza avere nulla da ridire.»

In quel momento sopraggiunsero le guardie del corpo, le armi già puntate.

«Cher…» disse Darcia, senza alzare la voce «fa’ molta attenzione a ciò che stai per decidere.»

Lei rimase immobile per un istante.

Poi improvvisamente afferrò la mano di Hubb, cogliendolo di sorpresa per una frazione di secondo, prima che lui si adeguasse al suo passo. Con una spallata si fece largo, urtando Darcia, e subito dopo si lanciò in avanti, trascinandolo con sé nella fuga.

Le guardie sollevarono le armi, pronte a sparare.

«Fermi.»

La voce di Darcia li bloccò.

«Per ora lasciateli andare.»

«Ma, Lord Darcia...»

«Non discutete!» tagliò corto lui, autoritario.

Poi rimase immobile, lo sguardo fisso nella direzione in cui i due erano scomparsi, mentre la musica del teatro continuava a riecheggiare in lontananza.

«Le parole della dottoressa sono state forti…» mormorò infine «ma lei stessa sa di non poter restare lontana da me… o, meglio, da Cheza.» Una breve pausa. «Tornerà.»

«Ma non ci stanno inseguendo?» disse Hubb trafelato, mentre lui e Cher correvano per la strada, appena usciti dal teatro, il fiato che si spezzava nel freddo della notte.

«Così pare… ma meglio così» rispose lei, senza rallentare, i piedi nudi che battevano sull’asfalto gelido, sfiorando la neve accumulata ai lati della strada.

«Comunque ero venuto io a salvarti» aggiunse lui, con un finto broncio, cercando di riprendere aria.

«Risparmiati queste cose per i film romantici, lo ricordo che sono i tuoi preferiti.»

Hubb inarcò le sopracciglia, colto alla sprovvista. «Ma allora tu…»

Cher non rispose, continuando a correre, lo sguardo fisso davanti a sé mentre i lunghi capelli biondi ondeggiavano ad ogni passo, catturando a tratti la luce dei lampioni.

«Dove hai la macchina?» chiese dopo qualche istante.

«Sono venuto a piedi, in realtà… eheh.»

Lei gli lanciò uno sguardo di lato. «Ma come, volevi fare il cavaliere senza un nobile destriero?»

«Ringrazia che non mi hanno sparato al confine, piuttosto! Non immagini nemmeno le acrobazie che ho dovuto fare per non farmi beccare!»

«Il solito incosciente…» mormorò lei, ma proprio in quel momento si fermò di colpo, trattenendo un’esclamazione: una scheggia le aveva ferito il mignolo.

Hubb si voltò subito. «Tu invece sei lucidissima a correre scalza per la città!» la rimproverò, ma senza aspettare risposta si chinò e la sollevò di slancio tra le braccia, come se non avesse peso.

Cher si irrigidì un po' per la sorpresa, un lieve rossore che le salì alle guance. «Dove stiamo andando?» chiese, cercando di mantenere un tono neutro.

«Alla stanza che ho affittato» rispose lui, riprendendo a muoversi con passo rapido, stringendola con sicurezza mentre il freddo e la notte continuavano a scorrere attorno a loro.

La stanza era raccolta e discreta, essenziale, forse persino più del suo appartamento, che in quel momento era inaccessibile, dato che sarebbe stato il primo posto dove sarebbero andati a cercarli. E poi, con il coprifuoco ancora in corso a Freeze City, non sarebbero mai arrivati in tempo.

Hubb la adagiò sul letto con attenzione, poi si lasciò cadere accanto a lei con un sospiro, distendendosi per un istante sulla schiena, come se tutto il peso di quella corsa gli fosse piombato addosso in un solo momento. Dopo pochi secondi però si risollevò. «Vedo se c’è dell’acqua ossigenata e un cerotto in bagno.»

Per fortuna la stanza era dotata di un piccolo kit di primo soccorso e in pochi minuti il piede di Cher poté essere sistemato. Hubb si chinò su di lei, passò il cotone con cura sul mignolo ferito e poi, con la stessa attenzione, le avvolse il cerotto. Cher lo lasciò fare in silenzio, seguendo con lo sguardo ogni suo gesto, quasi sorpresa da quella delicatezza.

«Come sapevi dove trovarmi?» chiese a un certo punto.

La luce calda della lampada era l’unica fonte luminosa nella stanza e, in quella penombra, gli occhi azzurri di lei sembravano ancora più intensi. Hubb esitò un attimo, come se fosse stato colto impreparato da quella semplicità.

«Vorrei dirti che è stato l’istinto…» accennò un sorriso «ma purtroppo siamo davvero due normalissimi esseri umani.»

Cher sorrise lievemente.

«Però sono pur sempre un detective» continuò lui, con un’ombra di orgoglio. «E per me non c’è pista che mi sfugga… senza contare che Darcia dovrebbe fare più attenzione ai suoi social media manager. In un attimo tutte le riviste scandalistiche sapevano che stasera sareste stati a teatro.»

«Ecco perché siamo passati da un’entrata laterale» osservò lei.

Si scambiarono uno sguardo divertito, poi scoppiarono a ridere, una risata leggera, quasi liberatoria dopo tutto ciò che avevano appena vissuto.

«Si vede proprio che a quell’uomo piace fare scena» aggiunse Hubb, scuotendo il capo. «Ha persino orchestrato quell’attentato pur di farsi benvolere.»

Cher si accigliò subito. «Quale attentato?»

«Quello all’inaugurazione dell’orfanotrofio» rispose lui, sistemandosi meglio sul letto. «Quando si è preso una pallottola per salvare quel ragazzino, Toboe.»

Cher scosse lentamente il capo. «Pensi davvero che un uomo arriverebbe a farsi sparare per una messa in scena?»

Anche Hubb si fece serio. «Ma è quello che ha fatto.»

«Non sappiamo chi sia stato» ribatté lei, con calma ma fermezza. «Ma su questo lui non c’entra. Anche adesso, anche se lo nasconde, ha difficoltà a muovere il braccio. Il proiettile ha mancato per un soffio il polmone.»

Hubb rimase interdetto, tanto che per un attimo sembrò perdere l’equilibrio sul materasso. «Ma… io credevo…»

Cher abbassò lo sguardo, mentre il ticchettio dell’orologio alla parete riempiva il silenzio. «Forse questa tua ostinazione nel seguire una pista ti ha portato su quella sbagliata. Tu non conosci Lord Darcia come lo conosco io.»

Hubb ingoiò saliva, cercando di rimettere ordine nei pensieri. Poi chinò di qualche grado il capo. «Beh… Toboe è un lupo. Non avrebbe permesso che morisse proprio quel giorno.»

Cher non rispose, limitandosi a sospirare piano. Poi si sporse leggermente in avanti e gli accarezzò una guancia, con un gesto semplice, naturale.

«E tu, detective?» disse a bassa voce. «Sono sua complice. Dovresti odiarmi… non amarmi.»

A quel tocco Hubb sussultò, come attraversato da un calore improvviso. I suoi occhi si fissarono nei suoi, poi scivolarono lentamente dal suo volto a sul collo, fermandosi un istante di troppo. «Come hai detto tu… sono un tipo ostinato» mormorò. «E sei mia moglie. Possiamo anche bisticciare, ma odiarti non potrei mai.»

Si avvicinò, cingendole il fianco, come se quel gesto fosse sempre stato naturale. «Ora capisco perché non ho mai trovato nessuno, in tutti questi anni… è perché avevo già qualcuno. Solo che entrambi ce ne siamo dimenticati.»

Il silenzio che seguì non fu vuoto, ma pieno. I loro respiri si fecero più lenti, più profondi, mentre restavano lì, vicini, come se stessero recuperando qualcosa che il tempo aveva cercato di cancellare.

«Una metà mancante…» sussurrò lei «che non sapevamo di avere, ma che era sempre lì. In attesa di essere ritrovata.»

«Il nostro inevitabile destino» concluse lui, per poi allungare il collo e baciarla sulle labbra con intensità.

Si scostò appena, per scambiarsi un ultimo sguardo, poi si riavvicinò con più passione e le passò un braccio attorno per stringerla di più a sé.

Il ritrovato contatto li travolse in un crescendo costante. In un attimo i loro corpi erano avvinghiati e desiderosi di un contatto che aveva atteso vite intere.

Qualcosa che anche nella loro vita passata era stato interrotto troppo presto.

Le sfilò lentamente il vestito, mentre la riempieva di baci infiammati, la pelle calda e morbida.

Cher espirò lievemente, mentre le mani del detective indugiavano sempre di più su di lei, come se l'uomo ricordasse ancora dove dovesse toccarla per farle piacere.

Le dita della donna passarono lente nei suoi capelli biondo cenere, mentre con l'altra mano passò piano le unghie sulla sua schiena e Hubb si lasciò andare a un sospiro roco.

Solo per un momento Hubb sentì il bisogno di fermarsi e poggiare la fronte contro la sua. Aveva bisogno di sentirla lì, viva e in quell'esatto momento. Il ricordo della sua morte l'attraverso ancora una volta con una violenza spietata, ma immediatamente dopo iniziò a dissolversi.
Quello era il presente. Loro erano lì. Uniti. Tutto il resto non era stato altro che un incubo. Un incubo da cui entrambi finalmente si erano svegliati.

Il vecchio letto della stanza cigolò appena, in risposta a quei movimenti sempre più ricercati, in una danza antica quanto il mondo, di due anime che nessuno avrebbe mai dovuto osare dividere.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

«Del mondo i disinganni,

le delusioni e le amarezze della vita

io già provai…

le ho già conosciute fino in fondo

la vita è un mar d’affanni,

l’esistenza è come un mare pieno di sofferenza

è un sogno l’amor!

e anche l’amore si rivela un’illusione.

Tutto è menzogna, è vano,

tutto ciò che credevo reale si rivela falso e inconsistente

è sogno e polve il cor…

anche i sentimenti si dissolvono come polvere

Ah! nel silenzio e nell’orrore

ah, solo nel silenzio e nel distacco dal mondo

pace sperai trovar!

ho sperato di trovare finalmente pace.»

Darcia era tornato al suo posto a sedere, composto, anche se ora il posto accanto a lui era vuoto. Non importava, aveva ancora tutto sotto controllo. Vada come vada, quel destino era già segnato.

Mancavano ancora alcuni mesi, per alcuni sarebbe stata un’eternità, per altri un battito di ciglia, ma alla fine quel giorno sarebbe giunto.

In quel momento ebbe un fremito e questo gli causò una fitta alla spalla. Si portò la mano su di essa, massaggiandola lentamente, mentre diversi pensieri gli attraversavano la mente, ma non volle dare ascolto a nessuno di loro.

Abbassò lo sguardo verso la coppia accanto a lui: portavano un bracciale con inciso il fiore della luna. Dovette socchiudere gli occhi e, per un attimo, sentì qualcosa che non provava davvero da tempo.

Da ere.

Dolore.


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