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Misha e Toboe rimasero immobili a fissare Tsume, smarriti davanti a quegli occhi ferini, che riflettevano una luce fredda. Il vento sferzava le loro vesti, insinuandosi tra i capelli con raffiche taglienti, mentre tra loro calava un silenzio denso, quasi sospeso.
Fu la febbre, però, a spezzarlo. Le ferite reclamarono il loro peso e la ragazza cedette, abbandonandosi all’incoscienza.
Toboe le fu subito accanto, pronto a sostenerla prima che il corpo crollasse del tutto.
«Dobbiamo trovare un riparo» disse, la voce incrinata dal freddo, mentre tremava nel suo pigiama troppo leggero.
Tsume corrugò la fronte, lo sguardo teso per un istante, poi annuì. «Ci penso io.»
Si rialzò con uno scatto controllato e, con l’aiuto di Toboe, si caricò Misha sulle spalle, stringendola con fermezza per non farla scivolare.
«Riesci a camminare?» domandò poi, cercando gli occhi del ragazzo.
Toboe esitò appena, stringendosi nelle spalle, quindi annuì con decisione. Si aggrappò al suo fianco e insieme ripresero a muoversi, passo dopo passo, contro il vento della notte.
«Dove ci stai portando?» chiese Toboe dopo un tratto di cammino, il fiato corto che si perdeva nell’aria gelida.
«Da Kiba e Blue» rispose Tsume, senza voltarsi.
«Riesci a percepire dove sono?»
Gli occhi di Tsume, ancora attraversati da quella luce mutata, fremettero appena. Poi annuì.
In lontananza, gli spari continuavano a squarciare la notte, mescolandosi al fragore confuso della battaglia. Nemmeno il gelo riusciva a fermare gli uomini. Forse Darcia aveva acceso la miccia, ma ormai quel fuoco si alimentava da solo, divorando tutto.
All’improvviso Toboe inciampò, cedendo su un passo incerto.
«Stai bene?» domandò Tsume, fermandosi di colpo e voltandosi verso di lui.
«Non… non sento più i piedi.» La voce gli tremava. Si chinò appena, scostando la neve: le dita, livide, stavano virando al nero. Poi sollevò lo sguardo. «Non preoccuparti per me. Porta Misha al sicuro.»
«Non dire idiozie.» Il tono di Tsume si fece duro, tagliente. «Aggrappati a me. Vi porterò entrambi.»
«Ma Tsume…»
«Non discutere con me, ragazzino!»
Toboe deglutì. In quello sguardo c’era qualcosa di antico e inamovibile, che non lasciava spazio a repliche. Esitò solo un istante, poi gli passò le braccia attorno al collo.
Tsume serrò i denti. Il peso aumentò, gravandogli sulle spalle già tese, ma non vacillò: sollevò anche lui, strappandolo alla neve di qualche centimetro.
Il passo si fece più lento, più pesante. Eppure non arretrò di un solo passo. Avanzò contro il vento, uno dopo l’altro, con una determinazione ostinata, come se ogni respiro avesse un unico scopo: portarli via da lì, entrambi vivi.
Fortunatamente, in quelle condizioni, il percorso non si protrasse a lungo. A un certo punto, tra i vortici di neve sollevati dal vento, una sagoma chiara emerse davanti a loro.
Una pelliccia bianca, quasi luminosa, si stagliava nella notte. Due occhi gialli, vigili, li fissavano senza esitazione, immobili come brace sotto la cenere.
Un grosso lupo bianco. Kiba.
Toboe fissò il grande animale con occhi colmi di stupore. Per un istante il timore gli serrò il petto, ma bastò soffermarsi su quello sguardo per riconoscerlo.
«Eravamo preoccupati» disse Kiba, avanzando verso di loro. «Sei scomparso all’improvviso.»
Poi il suo sguardo si posò sui suoi occhi, assottigliandosi appena.
«Ho seguito il mio istinto» rispose Tsume, la voce bassa, priva di esitazione.
«Ed ha funzionato.» Kiba annuì appena, poi spostò l’attenzione su Toboe, indugiando su quel colore innaturale delle dita dei suoi piedi. «Sali sulla mia groppa. Ti porto io.»
Toboe esitò, incerto, lo sguardo sospeso tra dubbio e fiducia. Cercò Tsume, e lui gli restituì un semplice cenno del capo.
«Fa come ti dice.»
Il ragazzo si staccò, mentre Kiba si abbassava leggermente, piegando le zampe per agevolarlo. «Aggrappati alla mia criniera» mormorò, con un tono più quieto.
Toboe obbedì, affondando le dita nel folto del pelo, ancora tiepido nonostante il gelo. Un attimo dopo, il mondo sembrò scivolargli sotto i piedi: Kiba scattò in avanti, rapido e silenzioso.
Un’esclamazione gli sfuggì dalle labbra, sorpresa e incredula insieme. Non sentiva il peso del proprio corpo, né quello del vento che gli tagliava il viso. Era come se il lupo stesse correndo al di sopra della neve, leggero, quasi sospeso nella notte.
Ora che il peso di Toboe non gravava più su di lui, Tsume poté aumentare l’andatura. Sistemò meglio Misha sulle spalle, stringendola con più attenzione, mentre avanzava contro il vento.
Fu in quell’istante, quasi all’improvviso, che ne ebbe piena consapevolezza: era la prima volta che si sfioravano dopo quasi un anno.
Il ricordo affiorò con una chiarezza tagliente. L’ultima volta l’aveva vista in quel parco, poco prima di capodanno. L’aria era fredda anche allora. E Misha gli aveva detto che era andata avanti.
Aveva fatto bene. Non c’era nulla da rimproverarle.
Eppure, quella notte, mentre le luci lontane si spegnevano una dopo l’altra, non era riuscito a sottrarsi a quel vuoto ostinato. Una solitudine silenziosa, profonda, che gli era rimasta addosso più di quanto avesse voluto ammettere.
Blue si alzò di scatto non appena Kiba varcò la soglia della grotta, andando incontro a Toboe. Il crepitio del fuoco riempiva l’aria, diffondendo un calore vivo che contrastava con il gelo rimasto addosso.
Kiba scosse la folta pelliccia, spargendo neve e brina tutt’intorno. Toboe si riparò istintivamente con un braccio. «Fa attenzione!»
«Toboe… accidenti» disse Blue, accorgendosi subito delle sue condizioni. Gli si avvicinò senza esitazione e lo sostenne, guidandolo verso il fuoco. Il ragazzo la seguì, zoppicante.
«Tu sei Blue, non è vero?» chiese poi, cercando il suo sguardo. «Mi ricordo di te.»
Blue sorrise, con una calma composta, e annuì. «Vedo che la tua memoria ha abbattuto le barriere dell’Amnesia del Rakuen.»
«Non del tutto…» ammise lui, sedendosi vicino alle fiamme. «Ma da quando Hige mi ha raccontato, è stato un crescendo continuo. È stato come ritrovarmi. Come se un dottore avesse dato un nome a quello che non andava in me.»
Si massaggiò le dita dei piedi, e a poco a poco il colore livido iniziò a cedere, restituendo loro una sfumatura più viva.
Poco dopo arrivò anche Tsume. Blue si rialzò ancora una volta e lo aiutò a far adagiare Misha accanto al fuoco, con attenzione.
«Non ha ripreso conoscenza» disse lui, a denti stretti.
Blue si chinò su di lei, osservandola con attenzione. «Ha la febbre alta.»
Poi, senza esitare, lasciò la sua forma umana: il corpo mutò in quello di un lupo, e si accovacciò accanto alla ragazza, offrendole il proprio calore.
«Che cosa è successo?» chiese Kiba, lo sguardo indurito.
Toboe e Tsume risposero, alternandosi, ricostruendo ciò che avevano vissuto nella loro personale esperienza.
«Non so cosa sia stato» disse Tsume a un certo punto, riferendosi a quella specie di viaggio nel tempo. «Ma era come se fossi davvero lì.»
Si portò una mano alla cicatrice. Non sanguinava più, come se non si fosse mai aperta.
Kiba rimase in silenzio per un istante, poi guardò Toboe. «Pensi che vi stiano cercando?»
Toboe scrollò appena le spalle. «Forse domani.»
«Per allora Misha deve rimettersi in piedi.»
«Perché non possono restare con noi?» intervenne Tsume, il tono improvvisamente più duro**. «Che cosa devono fare, diventare burattini per quell’uomo?»**
Toboe si accigliò, lo sguardo basso. «Per ora… sì.»
«Perché?» ribatté Tsume, impaziente.
«Perché me l’ha chiesto lei.»
Tsume si voltò di scatto verso Misha, immobile tra le coperte improvvisate.
«Non lei… cioè sì, lei… ma non questa» si corresse Toboe, incerto. «La sua parte di lupa rinata. Non so se l’avete mai conosciuta.»
Tutti e tre si voltarono verso di lui.
«Sì» disse Tsume, abbassando appena il capo. «L’abbiamo conosciuta.»
Poi socchiuse gli occhi, come richiamando un ricordo. «La promessa…»
«Sai a chi era rivolta?» chiese Kiba.
Toboe scosse la testa, fissando le fiamme che danzavano davanti a lui. «So solo che ha una missione. E che deve compiersi in un momento preciso. Sta cercando di rimandare il risveglio… ma questo la rende instabile.»
Il silenzio che seguì fu diverso, più pesante. Tutti rivolsero lo sguardo verso Misha, come se in quel corpo fragile fosse custodito qualcosa di troppo grande per essere compreso.
«Quando si sveglierà…» aggiunse infine Toboe, con voce più bassa, «se sarà nella sua forma umana, non ricorderà nulla di tutto questo.»
Esitò un istante. «Per favore… non travolgetela con le domande.»
Passò qualche ora, che il branco sfruttò per abbandonarsi a un sonno leggero, nel tentativo di recuperare un minimo di forze. Il fuoco si era ridotto a braci vive, che pulsavano piano nella penombra della grotta, mentre fuori la notte cominciava lentamente a ritirarsi, lasciando spazio a un chiarore incerto.
Fu un brontolio sommesso a rompere quella quiete.
«Non è che avete qualche scatoletta, per caso?» chiese Toboe, con un sorriso imbarazzato, portandosi una mano allo stomaco.
«Niente di niente» rispose Tsume, a bassa voce, senza aprire gli occhi. «Dovrai resistere finché non tornerete all’accampamento.»
«Dove… dove mi trovo?»
La voce di Misha, fragile e spaesata, li fece scattare tutti insieme, come richiamati da uno stesso impulso.
La febbre sembrava essersi attenuata. La ragazza si stropicciava gli occhi, guardandosi attorno con disorientamento. Il corpo tremava ancora, gli abiti umidi le si erano incollati addosso, e il freddo della terra su cui aveva dormito le attraversava le ossa.
Blue, nella sua forma di lupo, si accostò di più a lei, offrendole calore. Misha sussultò appena, ma poi il suo volto si distese in un sorriso gentile. Allungò una mano e iniziò ad accarezzarle la testa. «Che bel cane…»
«Non è un cane. È un lupo. Proprio come te» intervenne Kiba.
Misha si voltò verso di lui, ma sussultò quando lo vide mutare sotto i suoi occhi, la figura umana che lasciava spazio a quella animale in un istante fluido.
«Non avere paura, siamo tra amici» disse Toboe, avvicinandosi con cautela. «Li riconosci tutti, vero?»
Misha deglutì, ancora scossa, poi annuì piano.
«Tsume ci ha salvati» aggiunse Toboe. «Questo lo ricordi?»
Gli occhi azzurri della ragazza si posarono su Tsume, rimasto in disparte, con la schiena contro la parete, lo sguardo in ombra. Dopo un attimo, annuì. «Sarei morta… altrimenti.»
«Avanti, Tsume, avvicinati!» intervenne Blue.
Un istante dopo, dove prima c’era il lupo, comparve una donna dai capelli corvini. Misha trasalì di nuovo, il secondo sobbalzo nel giro di pochi minuti.
Blue accennò un sorriso, sollevando appena le spalle. «Scusa.»
Misha sbatté le palpebre, ancora confusa. «Ci siamo già viste?»
Blue esitò appena, lanciando un rapido sguardo a Toboe, poi tornò su di lei e scosse il capo. «No. È la prima volta. Piacere, mi chiamo Blue.»
A quel nome, il volto di Misha perse colore. Le tese comunque la mano, ma le dita tremavano lievemente, incapaci di nascondere quella reazione improvvisa.
«Tu… sei stata la compagna di Hige, nella vita precedente» disse Misha, con un filo di voce, faticando a sostenerne lo sguardo. «Sei… sei bellissima.»
Le parole rimasero sospese nell’aria, e il silenzio che seguì si fece improvvisamente denso, quasi tangibile. Il crepitio del fuoco sembrò farsi più evidente, riempiendo quello spazio imbarazzato.
Blue accennò appena un sorriso, ma non rispose. Per un istante, nessuno seppe bene dove posare lo sguardo.
Fu Toboe a rompere la tensione. Strinse gli occhi, piegando la bocca in un’espressione contrariata.
«Chi è d’accordo nel torchiare Hige, appena ce l’avremo sotto mano?»
Kiba e Tsume sollevarono la mano all’unisono, senza esitazione.
In quello stesso istante, a qualche chilometro di distanza, Hige si fermò di colpo.
Poi starnutì.
«Credo che dovremmo tornare...» disse Misha, stringendosi appena nelle spalle. «Altrimenti il professor Silva manderà qualcuno a cercarci.»
Volse lo sguardo verso l’esterno della grotta. La neve aveva smesso di cadere, lasciando dietro di sé un silenzio immobile.
«Ma voi che ci fate da queste parti?» aggiunse poi, accigliandosi leggermente.
«Ci stiamo allenando per diventare più forti» rispose Tsume, alzandosi in piedi. I suoi occhi erano tornati normali, ma qualcosa nel suo sguardo era rimasto più saldo, più definito. Strinse i pugni. «E se stanotte lo sono diventato… è stato anche grazie a voi due.»
Le sue parole rimasero sospese tra loro.
Tsume la fissò dritto negli occhi. Misha sostenne quello sguardo per un istante appena, poi lo lasciò scivolare via.
«Tranquilla…» aggiunse lui, più piano. «Non devi perdonarmi, se non vuoi.»
Misha si voltò leggermente, senza rispondere.
Toboe si rimise in piedi. Le dita, ormai, avevano riacquistato colore e sensibilità e fece un paio di passi verso di lei.
«Adesso non credo sia il momento per questo.» Le si avvicinò ancora, accennando un sorriso. «Torniamo all’accampamento.»
Poi sollevò lo sguardo verso Kiba e Blue. «Potete darci un passaggio per qualche miglio? Così evitiamo di congelarci di nuovo.»
Poco dopo, Kiba e Blue, nelle loro forme di lupo, attendevano all’ingresso della caverna. Il chiarore del mattino filtrava dall’esterno, disegnando riflessi pallidi sulla neve.
Toboe arrivò per primo e, senza più esitazioni, salì sulla groppa bianca di Kiba. «Mi sento come il protagonista di quel film d’animazione» ridacchiò, lasciandosi sfuggire un breve entusiasmo.
«Certo che in questo mondo i ragazzi sono davvero spensierati» commentò Blue, con un’ombra di divertimento nella voce.
Misha stava per raggiungerli, ma proprio mentre stava per oltrepassare la soglia della caverna, una mano le afferrò il polso.
«Aspetta» disse Tsume, il tono teso, trattenuto.
«Che c’è?» rispose lei, voltandosi.
E quando incrociò il suo sguardo, qualcosa dentro di lei mancò un battito.
Tsume la fissava con un’intensità che non lasciava spazio a fraintendimenti. La mascella contratta, gli occhi fermi nei suoi.
«Lo so che non mi vuoi intorno… ma io ti amo.»
Le parole caddero tra loro come un peso improvviso, senza appello.
Gli occhi azzurri di Misha si spalancarono, colti alla sprovvista. Per un istante, il tempo sembrò sospendersi, come trattenuto tra un respiro e l’altro.
Anche Tsume abbassò appena lo sguardo, come se quella stessa ammissione gli avesse attraversato il petto con forza. Ma non indietreggiò.
«Ma quasi non mi conosci…» sussurrò lei.
«Ti conosco.» La risposta arrivò immediata, ferma. «Ti conosco da ere… forse anche da prima.»
Fece un passo impercettibile verso di lei. «Quando quella notte ti ho stretta a me, non era solo passione. E credo che anche per te sia stato lo stesso.»
Misha distolse lo sguardo, come a sottrarsi a qualcosa di troppo vicino. «E allora perché te ne sei andato?»
Tsume serrò i pugni. «Perché non sono capace di tenere qualcosa… senza distruggerla.»
Il tono si fece più basso, ma non meno deciso. «Ma non importa se adesso non vuoi saperne di me. Tu resterai al centro di quello che sono e ti ritroverò, tutte le volte che servirà… finché non sarò il compagno che avresti dovuto avere.»
Il vento filtrò nella grotta, sollevando appena le ciocche scure di lei. Lo sguardo di Misha vacillò, attraversato da qualcosa che non riusciva a contenere.
Tsume non si mosse. Non avrebbe ritirato una sola parola.
«Ti lascio andare» aggiunse infine. «E fai attenzione a quell’uomo. Non so cosa ti spinge a restargli accanto… ma ricordati che hai un branco. Potrai sempre contare su di noi.»
Misha deglutì, cercando di regolare il respiro. Qualcosa dentro di lei premeva, insistente, difficile da trattenere.
Da fuori, la voce di Toboe la richiamò.
Lei esitò solo un istante.
«Io… io non ti odio» sussurrò appena.
Poi si voltò di scatto e corse via.
Tsume rimase immobile a guardarla allontanarsi, la figura che si faceva sempre più piccola contro il bianco.
Forse esistevano modi migliori per dire certe cose. Più giusti, più delicati. Ma lui non li conosceva. Non gli appartenevano.
E, in fondo, non gli importava. L’unica cosa che contava era che adesso lei lo sapesse.
Era da poco passata l’alba quando raggiunsero l’accampamento. Una luce lattiginosa si stendeva sulle tende e sulle strutture improvvisate, mentre l’aria, ancora gelida, conservava il silenzio delle prime ore. C’era poco movimento, e per il momento nessun allarme era stato dato.
Kiba si guardò intorno. «Quindi il Monte del Principio potrebbe trovarsi da queste parti.»
«Non lo sappiamo con certezza» rispose Misha, abbassando leggermente lo sguardo. «Ma è qui che hanno trovato l’autentico Libro della Luna.»
Blue si accigliò. «Solo il Libro della Luna?»
«Sì… perché?»
Per un istante, Blue rimase in silenzio. Negli occhi di Misha non c’era esitazione, né reticenza. Solo una sincera inconsapevolezza. Fu sufficiente per comprendere.
Darcia aveva scelto di non dirle tutto.
Le posò le mani sulle spalle, con una fermezza - senza essere brusca - e la costrinse a sostenerne lo sguardo.
«Ascoltami bene» disse, a bassa voce. «Non fidarti di nessuno qui dentro. Neanche di quel professore.»
Il vento del mattino sollevò appena i lembi degli abiti, portando con sé un freddo sottile.
«Non so cosa ti abbiano raccontato…» proseguì Blue, lo sguardo più duro ora, «ma i loro non sono scopi nobili.»
A quelle parole, qualcosa si incrinò dentro Misha.
Un capogiro improvviso le attraversò la mente, come un’onda fredda che le offuscò i pensieri. Per un istante vacillò, lo sguardo incerto, come se due verità stessero cercando di sovrapporsi senza riuscire a combaciare.
«No… no…» mormorò, portandosi una mano alla testa. «Così salveremo le persone… le aiuteremo ad attraversare il Rakuen…»
La sua voce era attraversata da una confusione palpabile, come se stesse difendendo qualcosa che, in fondo, non riusciva più a vedere con chiarezza.
Toboe si fece subito avanti, mettendosi tra lei e Blue. «Il professor Silva e gli altri ricercatori sono brave persone. Stanno facendo tutto il possibile per trovare quel luogo.»
«E… non lasceremo che Kiba trovi la ragazza fiore per il suo egoistico paradiso.»
Le parole uscirono dalle labbra di Misha senza filtro, dure, taglienti.
Il respiro le si fece corto, lo sguardo fermo su Kiba.
«Ma che idiozie…» iniziò Kiba, irrigidendosi, ma Blue lo fermò con un gesto.
Kiba serrò i pugni, lo sguardo acceso. «Non cerco Cheza per me stesso. La cerco perché anche lei ha diritto a una vita felice. Le ho fatto una promessa.»
Per un attimo, lui e Misha si fronteggiarono in silenzio, due volontà in contrasto che non trovavano un punto d’incontro.
Poi il momento si spezzò.
«Ora andiamo via» disse Toboe, frapponendosi. «Grazie per averci aiutato. Sono felice che stiate vegliando su di noi.»
Kiba e Blue li osservarono allontanarsi, gli occhi inevitabilmente fermi su Misha. C’era qualcosa, in lei, che non tornava.
«Non so se considerarla davvero parte del branco» disse Kiba, a bassa voce.
Blue si voltò verso di lui, sorpresa. «Pensi che stia facendo il doppio gioco?»
Kiba assottigliò lo sguardo, lasciando sfuggire un ringhio sommesso. «Esatto.»
Blue rimase in silenzio per un momento, poi sospirò piano. «Non so cosa pensare… ma gli altri, in questa e nella vita passata» esitò appena «…si sono legati a lei. Non riesco a vederla come una nemica.»
Si umettò le labbra, pensierosa. «Credo piuttosto che ci sia qualcosa che ci sfugge.»
Fece per voltarsi ma poi si fermò di colpo.
Un tremito le attraversò il petto, improvviso, come un richiamo antico.
Tra le figure dell’accampamento, poco distante, un uomo si muoveva tra le tende. Non si era accorto di lei. Il volto segnato, la barba bianca, gli anni impressi nei lineamenti.
Eppure, per Blue, non ci furono dubbi.
«P… papà…» sussurrò.
Anche quella notte, nel settore assegnato a Hige e Hubb, non conobbe tregua. Gli scontri si erano trascinati fino all’alba, lasciando dietro di sé un’eco sorda, difficile da scacciare.
Ora, tra le strutture del forte, si muovevano uomini feriti e volti svuotati. Un flusso continuo, fatto di passi lenti e sguardi persi.
«Ancora questi dannati fiori!» sbottò qualcuno nello spiazzo, accanendosi contro alcuni fiori della luna emersi durante la notte.
«Come se prendersela con dei fiori fosse la soluzione» commentò Hige, osservando la scena da una posizione rialzata. Scosse appena il capo, poi riprese a camminare verso l’infermeria.
Il volto segnato da alcune escoriazioni, la divisa sgualcita e sporca, ma il passo ancora sicuro. A differenza di molti altri, ne era uscito senza danni seri.
Varcata la soglia dell’infermeria, lo accolse l’odore acre dei disinfettanti e il brusio sommesso dei feriti.
«Detective, come sta?» chiese, avvicinandosi alla branda di Hubb Lebowski.
L’uomo aveva un braccio e una gamba fasciati, colpiti da schegge. Nonostante tutto, accennò un sorriso quando lo vide e si sistemò meglio, per sedersi.
«Diciamo che ho visto giorni migliori…» rispose con tono leggero. «Tu invece, ho sentito che sei diventato l’oggetto di ammirazione di molti qui. Soprattutto tra le soldatesse.»
Hige si grattò la nuca, imbarazzato. «Ma non faccio niente di che…»
«Sei sicuro?» ribatté Hubb, stringendo appena lo sguardo.
«Detective... ma insomma!»
Hubb scoppiò a ridere, ma subito dopo si portò una mano al fianco, trattenendo il dolore. «Scusa…» mormorò, riprendendo fiato. «È che la tua presenza mi aiuta a restare ancorato a qualcosa di normale.»
Il suo sguardo si fece più distante, velato.
«Dopo quell’esplosione… niente è più stato lo stesso.»
«Non lo era già più da prima» disse Hige, lo sguardo che vagava senza fermarsi davvero su nulla. «Forse non lo è mai stato. Forse è sempre stata un’illusione.»
«Come svegliarsi da un sogno troppo lungo» concluse Hubb, abbassando gli occhi.
Per un momento, tra loro calò un silenzio quieto, quasi rassegnato.
Poi, all’improvviso, la voce gracchiante di una radiolina si fece spazio nella stanza, limpida abbastanza da catturare l’attenzione di tutti.
«…ed ora passiamo alla nostra rubrica mondana. Pare che finalmente lo scapolo d’oro del nostro Paese abbia deciso di convolare a nozze. La dottoressa Cher Degre, da anni al servizio del nostro amato Lord Darcia, ha accettato la proposta del magnate di diventare sua moglie. La data non è ancora stata ufficializzata, ma alcune indiscrezioni parlano di un evento imminente. Auguriamo una vita lunga e felice a questa splendida coppia.»
Le parole si dispersero nell’aria, ma qualcosa, in quell’istante, cambiò.
«Detective…» chiamò Hige, aggrottando la fronte. «Detective, si sente bene?»
La distanza tra loro era minima. Eppure, per Hubb, quella voce arrivava ovattata, come filtrata da uno strato invisibile.
Il suo sguardo si fissò nel vuoto, immobile e indecifrabile. Qualcosa, dentro di lui, si era appena incrinato.
Ci fu un attimo sospeso. Poi, all’improvviso, le mani di Hubb si serrarono con forza, le nocche sbiancarono sotto la pressione. Il suo sguardo si oscurò, come attraversato da qualcosa di più profondo del dolore.
«No… non permetterò che delle acque scure la inghiottano di nuovo.»
Le sue spalle tremarono, appena, ma abbastanza da tradire ciò che stava cercando di trattenere. Hige lo osservò in silenzio. In quell’istante, pur restando umano, c’era qualcosa in lui che gli ricordava i lupi. Una determinazione istintiva, feroce.
«Pensavo che facesse tutto questo per un amore perduto» disse Hige, accigliandosi leggermente.
Hubb sollevò lo sguardo di scatto. «Amore perduto?» La sua voce si fece più dura. «Secondo te quell’essere sa cosa sia davvero l’amore? Non fa altro che manipolare chi gli sta attorno. Si nutre dell’affetto degli altri.»
Strinse i denti. «La sua stessa esistenza è… infestante.»
Hige rimase a guardarlo per qualche secondo, senza interromperlo. Poi anche lui serrò i pugni, come prendendo una decisione.
«Capitano, sono ai suoi ordini.»
Hubb inspirò profondamente, cercando di contenere l’urgenza che gli ribolliva dentro.
«Aiutami ad andarmene da qui» disse, a voce bassa ma ferma. «Mi riprenderò Cher. E questa volta… definitivamente.»
Per mettere in atto il loro piano dovettero attendere alcuni giorni. Il tempo necessario perché le ferite di Hubb si richiudessero quel tanto che bastava, ma anche perché si presentasse un’occasione. In un contesto simile, la diserzione non era contemplata: veniva punita severamente.
(Wolf's Rain - Face On https://www.youtube.com/watch?v=liYO3LPwlFk&list=RDdZT39fk3KtI&index=3)
Il momento arrivò e, come spesso accade, fu anche il peggiore.
Verso mezzogiorno, un suono attraversò l’aria.
Profondo, innaturale. Un rombo che ricordava un tuono lontano, ma più cupo, più vivo, come il richiamo di una creatura gigantesca.
I soldati alzarono la testa quasi all’unisono.
La sagoma scura di un’aeronave emerse tra le nubi basse, imponente, lenta e inesorabile. La fazione nemica aveva finalmente sviluppato un modello capace di contrastare quello delle Darcia Industries.
Non passò molto prima che anche l’altra comparisse all’orizzonte.
Il cielo si fece presto teatro di uno scontro silenzioso, come un respiro trattenuto. Poi tutto esplose, assieme al rombo di un tuono che anticipò un forte acquazzone.
I due colossi si fronteggiarono, e il fragore degli impatti si riversò sulla terra. Colpi di artiglieria, detriti incandescenti, vibrazioni che facevano tremare il suolo.
Non c’era più distinzione.
Amici e nemici venivano travolti allo stesso modo, inghiottiti da un caos che non faceva differenze.
A un certo punto, i corni argentati dell’aeronave di Darcia si inclinarono lentamente in avanti, puntando il bersaglio.
Tra le loro estremità iniziò a crepitare qualcosa. Un bagliore elettrico che si addensava sempre di più, attirando a sé l’aria e la luce. L’energia si condensò in una sfera pulsante, instabile, attraversata da scariche azzurre e violacee che si contorcevano come nervi scoperti.
Poi, senza alcun preavviso, la sfera si distese in una lancia di pura energia, squarciando il cielo lattiginoso e la pioggia incessante, lasciando dietro di sé una scia accecante. L’impatto contro l’aeronave nemica fu devastante: un’esplosione secca che fece tremare l’aria stessa.
Per coloro che erano rinati, non ci furono dubbi: quella era tecnologia dell'antico mondo.
Darcia non solo ne aveva conservato la memoria, ma l’aveva riportata in vita, adattandola a quell’epoca. E gli uomini l’avevano fatta propria, accelerando qualcosa che forse sarebbe dovuto emergere secoli più tardi.
Ma Darcia non era disposto ad aspettare. Il suo Rakuen non era un destino lontano: era una volontà. Doveva compiersi esattamente quando lo decideva lui.
E per ora… stava vincendo.
«Capitano Lebowski!» lo chiamò d’urgenza uno dei superiori. «Gli scontri si stanno spostando verso la zona degli scavi del Fiore Bianco. Raggruppi una squadra e proceda all’evacuazione immediata!»
«Sissignore!» rispose Hubb, senza esitare un istante.
Non appena l’ordine fu impartito, si mosse. Il passo deciso, lo sguardo già proiettato altrove.
«Hige!» lo chiamò poco dopo, raggiungendolo e afferrandolo per la manica della divisa, con una stretta che non lasciava spazio a dubbi. «Misha e Toboe hanno bisogno di noi. Andiamo.»
Per un attimo, il rumore della battaglia sembrò arretrare.
Gli occhi di Hige si scurirono all’istante, tingendosi di nero. «Andiamo.»
All’accampamento dei ricercatori il panico si era diffuso come un incendio. La gente si muoveva senza direzione, spinta più dall’istinto che dalla ragione, mentre i soldati di guardia cercavano a fatica di contenere quel flusso disordinato, evitando che qualcuno venisse travolto o calpestato.
«Non siete ancora pronti?» proruppe il professor Silva, entrando nella tenda di Misha e Toboe con passo brusco.
I due avevano ancora i borsoni aperti.
«Ma professore, dove possiamo andare? Siamo circondati!» disse Toboe, la voce incrinata.
«C’è un bunker a qualche miglio da qui» rispose l’uomo, senza perdere tempo. «L’esercito verrà a prelevarci.»
«E tutte le nostre ricerche?» intervenne Misha, stringendo tra le mani alcuni appunti. «Non possiamo portare tutto.»
«Porteremo l’essenziale.» Il tono di Silva si fece più secco. «Abbiamo già escluso quella radice. È possibile che il Monte del Principio sia altrove.»
Si interruppe solo per caricare il fucile che portava con sé. Il suono metallico dell’otturatore risuonò nella tenda, fuori posto e definitivo.
«E adesso basta parlare» concluse. «In guerra non c’è pietà. Nemmeno per donne e bambini.»
Quelle parole rimasero sospese per un attimo. Poi i due ragazzi si mossero, chiudendo in fretta gli zaini, infilando dentro ciò che capitava.
Uscirono dalla tenda seguendo il professore, che già avanzava deciso tra il caos.
Toboe si avvicinò appena a Misha, abbassando la voce. «Siamo sicuri che sia solo un topo di biblioteca?»
Lo sguardo gli scivolò sull’uomo davanti a loro. In quel momento, Silva sembrava tutto tranne che uno studioso.
Il camioncino militare correva rapido sulle strade sterrate e innevate. Sui volti dei soldati si leggeva il timore, ma anche una determinazione ferma. La missione era chiara: salvare gli scienziati e portarli al rifugio più vicino, prima che i soldati nemici potessero irrompere nell’accampamento per fare prigionieri o peggio.
Hige strinse il fucile tra le mani. Il berretto mimetico era calato sugli occhi, a nascondere ciò che stava accadendo dentro di lui: il suo sangue ribolliva come non mai. Il pensiero che i suoi due amici fossero in reale pericolo di vita lo tormentava.
L’ultima volta che li aveva visti, stavano salendo su un aereo, mentre lui li osservava a distanza, dietro un vetro.
Aveva accettato le condizioni di Darcia solo per loro - oltre che per aiutare Cheza. Per proteggerli da una minaccia che ora si stava facendo concreta.
Forse era proprio questo che lo avrebbe spinto oltre, verso il suo risveglio completo.
Darcia lo sapeva perfettamente.
Hubb lo guardò e gli posò una mano sulla spalla, in una stretta salda. Non servivano parole: il loro scambio di sguardi fu più che eloquente.
Quando arrivarono, però, fu subito chiaro che era troppo tardi. Il nemico aveva già fatto irruzione e, trovando le difese basse, stava rapidamente prendendo possesso dell’accampamento.
Non appena lo sportello del camioncino venne abbassato, i soldati, con un grido feroce, si riversarono verso quello che ormai era diventato un campo di battaglia.
Il più veloce tra tutti fu Hige.
Non appena inspirò l’odore di polvere da sparo e sangue, qualcosa in lui si spezzò. La collera lo accecò.
«Misha!» urlò. «Toboe!»
Li chiamava a gran voce mentre si faceva strada tra i nemici, muovendosi con rapidità brutale. Non sparava. Non ne aveva bisogno, e non voleva uccidere. Ma ogni colpo che infliggeva era sufficiente a neutralizzare chiunque gli si parasse davanti.
Un’esplosione scoppiò poco distante. Il suono gli fece fischiare le orecchie, ma non rallentò. In quello stato, il dolore e il frastuono sembravano non raggiungerlo davvero.
«Hige, resta compatto al gruppo!» urlò Hubb.
Ma era inutile, il giovane non avrebbe ascoltato.
Anche Hubb si ritrovò a combattere quasi subito. Diversamente da lui, impugnava l’arma, ma anche nei suoi colpi c'era la volontà di fermare e non di uccidere.
La pioggia iniziò a cadere più forte, battendo sul terreno, fredda, incessante, come se il mondo stesso non avesse più altro da offrire se non lacrime.
«Mishaaa! Toboeeee!» Continuò a gridare Hige, finché la voce non gli si fece roca.
Il cuore gli martellava nel petto. Le vene pulsavano sotto la pelle. Dentro di lui, qualcosa cresceva, si faceva largo con sempre più forza: lo spirito del lupo, alimentato dalla paura e dal desiderio di salvare la sua famiglia.
A un certo punto lasciò andare il fucile. Quella semplice arma umana era ormai solo un ingombro. Le dita si contrassero fino a mutare in artigli, i canini si allungarono e lo sguardo si fece ancora più acceso, attraversato da una fiamma feroce.
Guardò le divise nere dei soldati nemici e, per un istante, tra le urla e il riverbero delle fiamme, ebbe l’impressione di vedere le armature di Jagra, il regno che lo aveva sfruttato per anni per ingannare i suoi simili. Il ricordo si sovrappose alla realtà, deformandola, e in quel lampo gli attraversò la mente anche un’altra immagine: il branco di Misha e lei stessa inghiottiti da quella stessa distruzione.
No. Questa volta non sarebbe accaduto. Non avrebbe lasciato che le fiamme la prendessero di nuovo, non finché lui fosse stato in grado di opporsi.
Si lanciò in avanti e si avventò su un nemico, colpendolo al volto e alle gambe con una rapidità brutale, abbattendolo senza esitazione. Eppure, nonostante la furia, non affondò mai in modo letale: il suo fiore non lo avrebbe voluto, per lui la parola di Cheza era sacra come un comandamento.
Qualcuno però si accorse di quel soldato dalle abilità fuori dal comune che stava mettendo in difficoltà le truppe, e l’ordine arrivò rapido e netto: concentrare gli attacchi su Hige.
Da quel momento, l’aria attorno a lui si riempì di proiettili. Fu costretto a muoversi senza tregua, saltando, schivando, piegandosi con movimenti istintivi che sembravano precedere ancora prima il pericolo. Non riuscì a evitarli tutti: alcuni lo colpirono di striscio, aprendo tagli superficiali lungo il corpo.
Le narici si dilatarono mentre inspirava l’odore ferroso del proprio sangue. Ma invece di rallentarlo, quel sapore lo spinse oltre. I suoi movimenti si fecero più rapidi, più affilati, quasi predatori.
Hubb intervenne, gettandosi nella mischia accanto a lui. Combatteva con lucidità, alternando il corpo a corpo alla baionetta del fucile, ogni colpo studiato ma privo di esitazione.
Intorno a loro, il campo cedeva al caos. Le urla si mescolavano al crepitio delle fiamme, qualcuno cadeva, senza distinzione tra soldati e ricercatori, mentre le tende prendevano fuoco una dopo l’altra, inghiottite da lingue arancioni che la pioggia non riusciva a spegnere.
Hige continuava a chiamarli, in maniera sempre più urgente, finché non fu costretto a smettere: la battaglia gli si richiuse addosso, costringendolo a pensare solo a sopravvivere.
Una granata rotolò poco distante.
L’esplosione lo colse di lato. Saltò appena in tempo per non esserne travolto, ma l’onda d’urto lo sbalzò, facendogli perdere l’equilibrio. Il mondo si inclinò, i suoni si fecero ovattati e, quando cadde, la mente si riempì di un vuoto improvviso.
Dentro quel vuoto, riaffiorarono ricordi che ormai sembravano distanti anni luce: le giornate alla caffetteria, piene di voci e risate; le lezioni di ballo con quell’insegnante insopportabile; i battibecchi con Toboe. E poi Misha… le notti in cui tutto il resto scompariva e loro diventavano una cosa sola.
Quel mondo avrebbe dovuto essere il suo paradiso.
Ma lo sapeva già, ne aveva già parlato con il detective: era solo un sogno fragile.
E in essi non si può rientrare, una volta che ci si è svegliati.
Un’ombra si allungò su di lui.
Un soldato nemico aveva colto quell’attimo di smarrimento. Si avvicinò senza esitazione, sollevando la baionetta, la lama che catturò per un istante la luce tremolante delle fiamme.
Stava per colpire... ma qualcosa si mosse più veloce, prima che esso gli penetrasse il cuore.
Un ringhio feroce. Un lampo di artigli che squarciò l’aria, seguito poi da un urlo, spezzato dal dolore.
Hige non riusciva ancora a mettere a fuoco, ma quella voce sì, quella la riconobbe subito.
«Hige! Hige! Come stai?»
Toboe gli era accanto.
In quell’istante, il mondo tornò a esistere.
«Misha, è ancora vivo!» urlò Toboe, sollevando lo sguardo verso il punto in cui si trovava la creatura che lo aveva appena salvato.
Hige girò appena il capo e la riconobbe: era Misha, ma in quella forma che le aveva visto solo una volta.
Gli occhi, di un azzurro glaciale cerchiato dalla sclera nera, erano ridotti a due fessure, in netto contrasto con quel volto che conservava ancora una bellezza da bambola di porcellana. Le labbra si arricciarono appena, scoprendo i canini affilati, mentre i muscoli si contraevano già pronti a scattare di nuovo verso il prossimo avversario.
Quest'ultimo non tardò ad arrivare, questa volta diretto verso Hubb. Misha si mosse prima ancora che il colpo potesse essere sferrato, scattando in avanti e travolgendo l’uomo con una forza sorprendente, sbalzandolo via senza lasciargli il tempo di reagire.
Hubb arretrò d’istinto, colpito da quella rapidità e da quella ferocia che non si sarebbe mai aspettato da lei, e rimase per un attimo immobile a fissarla, mentre il respiro gli si fermava nel petto.
Fu allora che il suo sguardo scese sulle mani della ragazza, completamente rosse, il sangue che gocciolava lento tra le dita. Non era solo quello del soldato appena colpito. E la domanda gli attraversò la mente senza bisogno di essere formulata: quanti ne aveva già abbattuti prima di raggiungerli?
Toboe aiutò Hige a risollevarsi, sorreggendogli la schiena con entrambe le braccia, ancora scosso ma visibilmente sollevato.
«Sono così felice di rivederti» disse, con la voce incrinata e lo sguardo lucido. «Non avevamo idea di che fine avessi fatto.»
Hige accennò un sorriso, ancora segnato dallo scontro. «Sono sempre stato vicino a voi.» Poi spostò lo sguardo su Misha, osservandola con attenzione, e aggrottò la fronte. «Si è risvegliata?»
Toboe scosse il capo. «No… mi avevano attaccato e, beh… la mia mamma è emersa.»
Hige sollevò un sopracciglio. «La tua che? “Onee-chan” non ti bastava più?»
Toboe storse lo sguardo, contrariato. «Vedo che il tuo senso dell’umorismo depravato non te lo sei perso nemmeno in guerra.»
In quell’istante, una raffica di spari li costrinse a muoversi. Hige afferrò Toboe per le spalle e lo spinse via appena in tempo, evitando che venisse colpito.
«A quanto pare abbiamo attirato un bel po’ di attenzione» disse Hubb, con un tono sorprendentemente leggero nonostante la situazione.
Hige si portò al suo fianco, il sorriso che tornava a farsi strada tra la tensione. «La taglia se la dovranno sudare.» Poi cercò lo sguardo di Misha e tra i due passò un’intesa silenziosa, un sorriso appena accennato, ma carico di significato.
«Dobbiamo radunare i ricercatori rimasti» disse Hubb, tornando immediatamente serio. Poi si voltò verso Hige e Misha. «Devo coordinare lo spostamento. Potete cavarvela da soli?»
«Certo!» risposero all’unisono.
Misha si voltò verso Toboe, lo sguardo deciso. «Mettiti al sicuro.»
Toboe esitò un istante, sul punto di ribattere, ma si fermò. Sapeva che, soprattutto in quella forma, quando lei dava un ordine, non c’era spazio per discutere.
Hige e Misha si affiancarono istintivamente, spalla contro spalla, i corpi tesi, pronti a reagire al prossimo attacco.
«Un po’ caotico per festeggiare il nostro quinto mesiversario» disse Hige, con tono ironico.
Misha inclinò appena il capo verso di lui. «Te ne sei ricordato?»
«Che credi?» rispose, senza distogliere lo sguardo dal campo di battaglia. «A dispetto delle apparenze, sono un bravo fidanzato.»
Misha sorrise, ma dietro quel velo c'era una nota malinconica.
Tramite quel ritrovamento, improvviso e necessario, Misha ed Hige trassero forza l’una dall’altra, senza più trattenersi, lasciando che fosse l’istinto a guidarli. I loro movimenti si fecero più fluidi e, davanti a quella forza fuori dal comune, gli umani poterono solo arretrare, incapaci di reggere il confronto con i loro stessi Creatori.
Quando uno veniva preso di mira, l’altro interveniva senza esitazione, atterrando il nemico prima ancora che il colpo potesse essere portato a termine. Non c’era bisogno di parole tra loro, nessun richiamo: era una coordinazione naturale, istintiva, come se condividessero lo stesso respiro.
Nel frattempo, Hubb manteneva il controllo della situazione con lucidità, muovendosi tra i soldati con sicurezza e impartendo ordini chiari per recuperare quanti più ricercatori possibile e portarli in salvo. In mezzo a quella confusione, si imbatté nel professor Silva, che quasi gli sparò addosso.
«Accidenti, non siamo nel Far West» commentò Hubb, con un’ironia che cercava di spezzare la tensione.
«Ah no? E tu questo come lo chiami?» ribatté Silva, ancora col respiro affannato.
«Mi segua e lasci fare a noi il nostro lavoro.»
Quentin Silva uscì dal suo riparo dietro alcune casse e si accodò a lui, ma proprio mentre si muovevano il suo sguardo venne catturato da quella coppia che, tra le fiamme e la pioggia, combatteva con ferocia e coraggio.
«Lupi…» sussurrò, con un tono basso, carico di qualcosa che non era solo sorpresa.
Quando Misha atterrò l’ennesimo avversario, Hige le porse la mano per aiutarla a rialzarsi e, approfittando di quel contatto, la attirò a sé, facendole scivolare l’altra mano attorno ai fianchi.
«Mi sei mancata» le sussurrò a bassa voce, con un’intensità che contrastava con quello che li circondava. Per un attimo tutto sembrò rallentare, e quando si chinò appena verso di lei, a un passo dal sfiorarle le labbra, una voce li raggiunse.
«È fatta, sono tutti al sicuro!»
Hubb sopraggiunse con un’espressione raggiante. Hige lo fulminò con lo sguardo, e il detective accennò un sorriso imbarazzato, rendendosi conto di aver interrotto qualcosa.
«Allora direi che questa è l’occasione giusta» disse poi Hige, tornando serio e lanciandogli uno sguardo complice.
«Un’occasione giusta per cosa?» intervenne Toboe, arrivando poco dopo.
«Avrete sentito che Darcia sposerà la dottoressa, no? Beh, lui interverrà con “io mi oppongo!”» rispose Hige, ridacchiando e portando le mani dietro la nuca.
Toboe sorrise, divertito e stupito allo stesso tempo. Misha, invece, rimase in silenzio, lo sguardo fermo.
«Diciamo che, oltre a questo, se avrò l’occasione gli darò anche un bel pugno in faccia» aggiunse Hubb, sistemandosi l'arma in spalla. «Ragazzi, abbiate cura di voi. Approfitterò di questo caos per farmi dichiarare disperso.»
«Buona fortuna, detective!» esclamò Hige.
Hubb fece per andarsene, muovendo pochi passi, ma si fermò quasi subito: Misha gli si era parata davanti.
«Che cosa ha intenzione di fare?»
Hubb si accigliò appena. «Ve l’ho detto. Impedirò queste nozze.»
Misha non rispose subito, limitandosi a fissarlo con attenzione, come se stesse cercando qualcosa oltre le sue parole.
«E una volta impedite… che cosa ha intenzione di fare?» chiese infine.
Hige e Toboe si avvicinarono, affiancandolo.
«Di sicuro non gliela farà passare liscia» disse Hige. «Siamo stati al suo gioco fin troppo a lungo.»
«Userà qualunque mezzo per fermarlo?» incalzò Misha.
«Tu che pensi?» ribatté Hige, con un mezzo sorriso. «Peccato non poterlo vedere… me la immagino già una scena alla Lead Gun, mentre la porta via in braccio.»
«Hige… Hige... smettila di sproloquiare» mormorò Hubb, a bassa voce.
«Ahah! Ma dai, detective, non l’avrò messa in imbarazzo?»
Ma Hubb non stava ridendo.
In un movimento rapido, afferrò il fucile e lo puntò contro Misha.
«Ma che sta facendo?» esclamò Hige, scattando in avanti, frapponendosi.
Lo sguardo di Hubb si fece sottile, teso. «Hige… non l’hai ancora capito? Non mi lascerà andare.»
Premette il grilletto.
Ma nello stesso istante, Misha scattò in avanti, deviando la canna del fucile verso l’alto. Il colpo partì a vuoto, perdendosi nel fragore della battaglia. Nello stesso movimento, sollevò l’altro braccio, gli artigli già pronti a colpire.
Hige reagì immediatamente e le diede una spallata, appena in tempo, impedendole di affondare il colpo sul detective.
«Ma sei impazzita!?» sbottò Hige, furibondo.
Misha si piegò appena sulle ginocchia, il corpo già pronto a scattare di nuovo. «Darcia non deve essere fermato. Il suo tentativo di aprire il Rakuen deve essere portato a termine.»
«Perché!?» ribatté Hige, con rabbia crescente. «Noi siamo lupi. Ci penseremo noi e salveremo Cheza dal suo lento declino.»
«No.» La risposta di lei fu secca, tagliente. «Darcia dovrà compiere questo tentativo.»
Hubb lasciò uscire un respiro amaro, quasi incredulo**. «Non posso crederci… un uomo, una volta, mi disse che le favole hanno sempre un fondo di verità.»** Scosse appena il capo, con un sorriso che non aveva nulla di leggero. «Quando scoprimmo che eri stata tu a uccidere quei criminali, non volevo crederci. Ma eccoci qui. La solita storia del lupo travestito da agnello.»
Ricaricò il fucile e lo puntò di nuovo contro di lei. Misha rispose con un ringhio basso.
«Odio avere ragione» continuò Hubb, lo sguardo fisso. **«Ma come ti dissi una volta, Hige… quella era la nostra storia. Non la sua.»**
«Faccia silenzio e mi faccia parlare con lei!» Replicò Hige, e nella voce vibrava una nota disperata, quasi una supplica travestita da rabbia. Tornò a guardare Misha, gli occhi lucidi, febbrili. «Tu sei venuta in nostro soccorso quando siamo stati catturati. Hai combattuto per difenderci.»
«L’ennesimo inganno di Darcia» intervenne Hubb, freddo. «Una falsa pista per farcela credere dalla nostra parte.»
«Stai zitto!» ringhiò Hige, senza staccare gli occhi da lei. Poi cercò Toboe con lo sguardo, aggrappandosi a un’ultima possibilità, e gli rivolse un sorriso incerto, quasi fragile. «È tutta una strategia, vero? Misha è dalla nostra parte…»
Toboe aprì appena la bocca, ma si fermò. Con la coda dell’occhio colse il movimento della mano di Misha, gli artigli che si sollevavano di scatto. Per lui era chiaro: gli stava dicendo di tacere.
Hubb, però, non lo interpretò così ed il colpo partì.
Questa volta il proiettile la prese di striscio al braccio, lacerando la stoffa e facendo schizzare alcune gocce di sangue nella pioggia.
Misha scattò in avanti, ma nello stesso istante Hige si mosse e si frappose tra lei e il detective.
Il suono dell’impatto fu secco e in un momento, breve e lungo allo stesso tempo, lo sguardo che Hige e Misha si scambiarono, non fu più di complicità: in quell’istante, erano diventati avversari.
Lo scontro esplose senza più margine di esitazione.
Misha avanzò con uno scatto fulmineo, gli artigli già protesi verso Hige, che intercettò il colpo all’ultimo istante, deviandolo con l’avambraccio e arretrando di mezzo passo per assorbire l’impatto. Il contraccolpo fu violento, ma non gli lasciò il tempo di pensare: lei era già su di lui. Un secondo affondo, più basso, diretto al fianco. Hige ruotò il busto e rispose con un calcio laterale che la costrinse a scartare di lato, sollevando schizzi di fango e acqua.
Si muovevano troppo in fretta perché l’occhio umano potesse davvero seguirli.
Artigli contro artigli, colpi che si intrecciavano, parate istintive, spinte e contrattacchi senza tregua. Misha tentò un affondo diretto al volto, ma Hige le bloccò il polso e la tirò a sé, cercando di immobilizzarla. Lei reagì subito, piegandosi all’indietro e liberandosi con un movimento fluido, per poi colpirlo con una ginocchiata al torace che lo fece arretrare.
Un ringhio le sfuggì dalle labbra e subito dopo, mutò.
Il suo corpo si piegò, si distorse in un movimento rapido e innaturale, fino a trasformarsi in un lupo completo. Il pelo scuro, si sollevò appena mentre si lanciava contro Hige con una ferocia ancora più marcata.
Hige non indietreggiò.
La intercettò a mezz’aria, le mani che si serrarono attorno al suo collo per deviare la traiettoria, ma l’impatto lo fece cedere sulle ginocchia. Misha, nella sua forma di lupo, tentò di affondare le zanne, ma lui riuscì a spingerla via con uno sforzo improvviso, rotolando di lato prima che potesse chiudere la presa.
Tornò in piedi, ansimante.
Misha tornò alla forma umana con uno scatto, senza perdere un attimo, e riprese l’attacco. Un calcio alto, che Hige parò appena, seguito da una serie di artigliate rapide che gli graffiarono il braccio e la spalla.
Poco più in là, Toboe osservava, immobile, gli occhi spalancati, mentre Hubb stringeva il fucile tra le mani.
«Scappi!» disse improvvisamente Toboe, voltandosi verso il detective. «Hige sta prendendo tempo per lei!»
Hubb esitò.
Lo sguardo passò da Hige a Misha, poi di nuovo a Toboe. Per un istante sembrò voler restare, ma alla fine serrò i denti e fece un passo indietro. Infine si voltò e si allontanò di corsa.
Il duello continuava.
Hige intercettò un altro colpo e riuscì a spingere Misha lontano da sé, creando una breve distanza tra loro. Il respiro gli si faceva più pesante, ma il sorriso, seppur tirato, non lo abbandonò.
«Sai…» disse, mentre si passava una mano sul labbro sporco di sangue, «quella volta, al Luna Park, stavo per rompermi la mano con quel punchball, pur di vincerti un orsacchiotto.»
Schivò un altro attacco, ma più lentamente.
«E invece…» continuò, con una nota amara, «eri perfettamente in grado di prendertelo da sola.»
Misha non rispose ma scattò di nuovo. Questa volta più veloce, più precisa.
Un colpo basso che spezzò il suo equilibrio, seguito da una spinta che lo fece cadere all’indietro. Hige tentò di rialzarsi, ma lei fu più rapida: lo atterrò, bloccandolo a terra, gli artigli sollevati per il colpo finale.
Il tempo sembrò fermarsi.
Il braccio di Misha si tese.
«Misha, fermati!» La voce di Toboe squarciò l’aria.
Gli artigli si arrestarono a pochi centimetri dal volto di Hige.
Il respiro di lei era affannato, lo sguardo ancora acceso, feroce… ma qualcosa vacillò.
Poi, lentamente, si ritrasse e si sollevò.
Il petto di Hige si alzava e si abbassava in respiri profondi e irregolari. Nella caduta aveva battuto la testa contro un sasso e ora lottava per restare cosciente, lo sguardo appannato che cercava di non cedere al buio.
Poco più in là, Misha, il volto in ombra, riprendeva fiato, le spalle che si muovevano appena sotto lo sforzo.
Toboe le corse incontro e le afferrò le braccia, scuotendola. «Perché lo hai fatto? Hige e Hubb sono nostri amici!»
Lo sguardo di lei si sollevò lentamente. Ferino. Luminoso.
Per un attimo, Toboe ne ebbe paura.
Fece un passo indietro, il cuore che gli batteva forte nel petto e ingoiò saliva, incerto.
«Toboe…» la voce di Hige arrivò spezzata, un sussurro trascinato dalla fatica. «Allontanati da quel mostro.»
Toboe strinse i pugni, senza voltarsi. «Hai fallito. Il detective è già andato via da un pezzo.»
«Toboe, vattene via con Hige.»
Quelle parole lo colpirono più di uno schiaffo. Rimase immobile un istante, poi fece un passo avanti, deciso.
«No.» La voce gli tremò appena, ma non si fermò**. «Tu… tu mi hai detto… chi ti rimarrà accanto quando l’altra te si risveglierà?»**
Lei serrò i denti. «Preferisco impazzire, piuttosto che farti passare per un traditore.»
Le mani gli tremavano. Lanciò un’occhiata a Hige, ancora a terra, troppo stordito per comprendere davvero quelle parole.
«Ti ho fatto una promessa» continuò, tornando su di lei. «Che ti sarei rimasto accanto. E così farò. Non so quale sia il tuo obiettivo ma deve essere qualcosa di importante, se sei disposta ad andare contro il tuo stesso branco.»
Lo sguardo di Misha vacillò appena.
«Perché non hai dubbi… che io stia facendo tutto questo per Darcia?» chiese, con un filo di voce.
Toboe non rispose subito ma poi si sporse e posò la fronte contro la sua. I suoi occhi mutarono, entrambi stavolta, attraversati da quella luce profonda che non lasciava spazio a esitazioni.
«Perché sei mia madre» disse piano. «E io credo in te.»
Per un istante, il respiro di Misha si spezzò. Sbatté le palpebre, come per trattenere qualcosa che premeva per emergere, cercando di mantenere il controllo.
«Allora andiamo» disse infine, «il professor Silva si starà chiedendo dove siamo finiti.»
«E Hige?» chiese Toboe, voltandosi verso di lui, preoccupato.
Intorno, il campo si stava svuotando, lo scontro si era spostato più in là, ma non erano ancora al sicuro. Le aeronavi incombevano sopra di loro e lampi gialli si alzavano oltre il bosco.
Misha sollevò lo sguardo verso il cielo.
«Non preoccuparti. Non lo senti?» Mormorò «Il branco sta arrivando.»
«Tu vai avanti, ti raggiungo subito» aggiunse, con un tono più morbido.
Toboe la studiò per un istante, poi si accigliò appena e annuì. Senza aggiungere altro, scattò in avanti, scomparendo tra la pioggia e il bagliore intermittente delle fiamme.
Misha restò immobile, osservando Hige in silenzio, mentre il suo respiro di quest'ultimo si faceva sempre più pesante e il corpo cedeva lentamente all’incoscienza.
Inspirò piano, le narici che si dilatarono appena. No… non stava morendo. Il battito era ancora lì, saldo. Era solo ferito.
Hige era forte.
«Sai…» disse infine, sollevando appena il capo. Un sorriso fragile e commosso le attraversò il volto**. «Io sono stata davvero felice, quando mi hai preso quell’orsacchiotto.»**
La pioggia continuava a cadere, sottile e incessante.
Una parte di lei sarebbe voluta correre da lui, ma lei sapeva. Sapeva che non poteva restare. Sapeva che quel legame, per quanto profondo, doveva essere reciso. Che non le apparteneva più. Che non doveva appartenerle.
Qualcun altro avrebbe raccolto ciò che lei lasciava indietro. Anche il dolore. Anche le lacrime di quel ragazzo che, nonostante tutto, le era stato così caro.
Un ultimo istante. Poi il suo sguardo si spense, tornando impenetrabile.
L’attimo dopo, la lupa non c’era più.
˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
Un anno e due mesi e mezzo prima.
«Cioccolatini, cioccolatini da regalare alla vostra dolce metà!»
Era il giorno di San Valentino e Misha e Nadia, vestite da angioletti, davanti alla caffetteria Le Petit distribuivano sacchetti di cioccolatini ai passanti. Le strade di Freeze City brillavano di rosso e oro, tra luci soffuse, vetrine decorate e cuoricini appesi ovunque. L’aria era piena di voci e risate. Nessuno, poteva immaginare che nel giro di meno di un anno tutto sarebbe finito in un’esplosione.
«Non voglio vederti mai più!»
La voce dall’altro capo del telefono era stata così forte che Hige aveva dovuto allontanarlo dall’orecchio. Poi la chiamata venne interrotta.
Sospirò, sollevando lo sguardo verso il cielo. «Mollato il giorno di San Valentino… si può essere più sfortunati di me?»
Camminava senza una direzione precisa, passo lento, mani nelle tasche, lasciandosi trascinare dalla città. Fu allora che un odore gli catturò l’attenzione: carne alla griglia. Il suo stomaco brontolò senza pietà.
«Mhm… quasi, quasi…» mormorò tra sé. «Devo pur consolarmi.»
Girò l’angolo.
«Cioccolatini! Cioccolatini per la vostra dolce metà!»
La voce squillante lo colpì subito e, senza pensarci due volte, si precipitò verso la fonte.
«Eccomi! Sono la dolce metà!»
Si piazzò davanti a Misha con il suo miglior sorriso, quello sfacciato, irresistibile... o almeno così credeva.
Lei rimase immobile, la bustina sospesa a mezz’aria, lo sguardo stupito. «Allora te li devono regalare, non prenderteli da solo» rispose, con un filo di disagio.
«Allora regalameli tu!» ribatté lui, senza perdere un colpo.
Misha lo fissò ancora per un istante, poi assottigliò lo sguardo e, senza dire altro, gli passò accanto, ignorandolo deliberatamente per rivolgersi ad altri clienti.
La mascella di Hige sembrò cedere di colpo. «Uffa…» sbuffò, abbassando il capo.
Fu allora che Misha avvertì qualcosa.
Una sensazione lieve, quasi impercettibile, ma sufficiente a farla voltare. Lo vide di spalle, leggermente incurvato, l’espressione imbronciata che non cercava più di nascondere. Il vento gli mosse i capelli fulvi e, per un attimo, la luce si rifletté nei suoi occhi ambrati.
Misha non seppe spiegarsi cosa fosse, ma, osservandolo davvero, qualcosa cambiò. Una strana e improvvisa forma di empatia.
«Vuoi un sacchetto anche tu da regalare a qualcuno?» chiese, tornando sui suoi passi e porgendogliene uno.
Hige si strinse nelle spalle, accennando un sorriso. «Non saprei a chi regalarlo…»
Misha si accigliò appena, poi gli afferrò il polso con decisione e gli infilò il sacchetto in mano. «Ora ridammelo.»
Lui la guardò, confuso, ma obbedì.
Misha riprese il sacchetto con naturalezza. «Molto bene» disse. «Li hai appena regalati a qualcuno.»
Hige ridacchiò piano. Anche lui, in quell’istante, avvertì qualcosa di strano, soprattutto quando i suoi occhi si incrociarono con quelli azzurrissimi di lei. Un battito improvviso lo colse alla sprovvista.
Fece una smorfia divertita di chi la sapeva lunga. «Dì la verità… anche tu niente regali quest’anno, eh?»
Misha non rispose e si voltò verso altri passanti, continuando il suo lavoro come se nulla fosse.
«E non ignorarmi!» protestò lui, seguendola con lo sguardo.
Lei sospirò appena, poi tornò su di lui con calma. «Tieni, questo è da parte mia» disse, porgendogli il sacchetto. «Ora siamo pari.»
«No!» ribatté Hige, alzando la mano a paletta e chiudendo gli occhi, teatrale. «Io i regali dagli sconosciuti non li accetto.»
Poi si sporse leggermente verso di lei, appoggiando il mento alla mano, e le rivolse un sorriso sornione. «Come ti chiami?»
Misha inclinò il capo, replicando la sua stessa postura. «Te lo dirò solo se mi fai una promessa.»
«Dimmi tutto.»
«Diventerai un cliente affezionato di questa caffetteria.»
Hige non esitò neanche un secondo. «Ci sto!»
«Sì, il mio primo cliente!» esclamò lei, sollevando le braccia con un entusiasmo sincero.
Hige la guardò perplesso per un attimo. Stava facendo la promoter fino in fondo.
«Mi chiamo Misha. E tu?»
Quando lei sorrise in quel modo, così aperto, così luminoso, qualcosa in lui vacillò davvero. Sentì le orecchie scaldarsi e le guance avvampare.
«Ecco… Hige.»
«Bene, Hige» disse lei, assumendo un tono solenne, sollevando il finto archetto con la freccia già montata. «Per ringraziarti voglio lanciare su di te un incantesimo.»
Lui sollevò un sopracciglio, divertito, ma non si mosse.
«Ti prometto che da oggi a un anno troverai l’amore della tua vita… e scambierai con lei cioccolatini ogni giorno.»
Poi, con la punta della freccia, lo sfiorò all’altezza del cuore. «Incantum Magici!»
Hige rimase per un istante immobile, poi scoppiò in un mezzo sorriso.
Si guardarono e senza bisogno di dirlo, entrambi sentirono la stessa cosa: qualcosa di familiare, di inspiegabile, come se si fossero appena ritrovati, senza saperlo.
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La pioggia cadeva fitta sul volto di Hige, scivolando tra i capelli e lavando via il sangue, lasciando dietro di sé solo il pallore e la stanchezza. Ogni goccia sembrava pesare, come se il cielo stesso gravasse su quel corpo ormai esausto, ferito prima ancora nell’animo che nella carne.
Non aveva più la forza di pensare.
Tutto si stava spegnendo, lentamente, come una luce che si consuma senza fare rumore.
Poi, proprio quando il buio stava per avvolgerlo del tutto, qualcosa lo raggiunse.
Una voce.
All’inizio distante, appena percettibile, come un’eco che fatica a trovare la strada. Poi sempre più vicina, più chiara, più urgente.
La conosceva.
«Hige… mi senti? Apri gli occhi…»
Le palpebre gli tremarono appena.
Blue gli sollevò delicatamente il capo, stringendolo tra le mani, mentre le lacrime le scivolavano sul viso, mescolandosi alla pioggia che non smetteva di cadere.
«Hige, ti prego… rispondimi…»
Lui riuscì appena ad accennare un sorriso, stanco, fragile, ma sincero. Con uno sforzo che sembrava immenso, sollevò la mano e le sfiorò la guancia, tracciando una carezza incerta.
«Tranquilla…» mormorò, la voce appena un filo. «Non vado da nessuna parte.»
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