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← Il quinto petalo

Creato il 07/05/2026, 22:46 · Aggiornato il 13/05/2026, 19:05

Capitolo 3: Ricordi tramandati

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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"Non crescono per tutti. Ma chi li nota, anche una sola volta, difficilmente dimentica la sensazione: come se il cuore avesse ricordato qualcosa che la mente non sa più nominare." \\- Racconti perduti de Il Libro della Luna

Sembrava un giorno grigio come tanti altri, lì a Freeze City.

La notte prima aveva fatto a pugni con un paio di tipi che pensavano di potergli rubare la moto. Avevano scelto la persona sbagliata. Lui, fuggito di casa quando era poco più che un adolescente e cresciuto tra i bassifondi della città, sapeva bene come difendersi.

Aveva provato ancora una volta a chiedere lavoro in un’officina, ma lo avevano squad­rato dalla testa ai piedi, convinti che uno come lui fosse solo un inaffidabile — magari anche drogato. Non avevano capito un cazzo.

Stufo e scoraggiato, era andato al parco per cercare un po’ di quiete e distendere la mente. Ma anche lì non mancavano le occhiatacce. Del resto non sembrava accettato da nessuna parte: per il suo carattere, per il modo di vestire. Non si sarebbe mai piegato a rendere “contenti” quelli che, in quella società ipocrita, volevano vederlo in giacca e cravatta solo perché ormai sfiorava i trent’anni.

Mai avrebbe immaginato che proprio quel giorno avrebbe notato quel tipino buffo. Si leggeva in faccia — come a molti altri — che lo stava giudicando male.

Eppure, quando i loro sguardi si incrociarono, quella voce interiore che lo accompagnava da sempre — quella spinta a cercare qualcosa di indefinito — trovò un inatteso sollievo.

Probabilmente era solo perché aveva un visetto grazioso. Per il resto sembrava la classica ragazza sprovveduta, cresciuta tra coccole e pappa pronta. Ne ebbe conferma quando cercò goffamente di fare il giro largo prima di sedersi, e poi quando rischiò una pallonata in faccia perché troppo assorta nel suo libro di poesie.

I Racconti perduti de Il Libro della Luna. Non sapeva cosa fossero, ma leggendo quel titolo qualcosa vibrò dentro di lui.

Nei giorni e nelle settimane successive, andare a ballare nelle discoteche più squallide, cercare distrazione nel fumo o in qualche puttana, non bastava più. Nemmeno fare a pugni con qualche sbruffone che voleva arruolarlo in una gang riusciva a svuotargli la testa.

Quando sollevò il pugno, sporco del sangue dell’ennesimo scagnozzo, venne colpito da un lampo improvviso: immagini remote — palazzi desolati, rovine, volti — tutti sfocati, eppure familiari, come nomi dimenticati sulla punta della lingua.

E poi quel richiamo. Ogni volta che il sole riusciva a farsi spazio, sapeva che doveva tornare al parco, a quella panchina. Sapeva che la ragazza sarebbe arrivata.

E così era. Ogni volta.

Lui lottava con quei pensieri e quei frammenti di memoria, mentre la sconosciuta, seduta accanto, apriva il suo libro e passava il pomeriggio a leggere con un lieve sorriso. Si diceva che fosse una perdita di tempo — eppure restava lì. Quando poteva, leggeva anche lui qualche verso.

Non capiva perché, ma quella presenza lo rassicurava. Risvegliava un istinto protettivo e, insieme, un senso di quiete — come se qualcosa li rendesse simili.

Il tempo passava e gli alberi fiorivano. Gli mancò il respiro quando un petalo rimase impigliato tra i suoi ricci. Lei, con naturalezza, lo prese e lo soffiò via. Un gesto semplice, casuale — eppure gli smosse qualcosa dentro.

Non capire cosa fosse a scuoterlo così lo irritava, e quella sera finì in una rissa.

Poi arrivò il giorno in cui lei terminò il libro — e questo, inspiegabilmente, lo fece stare male. Sarebbe tornata con un altro volume, o tutto sarebbe finito lì? Non volle restare nel dubbio. Le rivolse la parola.

Si chiamava Misha. E quel nome gli provocò un improvviso capogiro e di nuovo si sentì profondamente irritato per questa mancanza di "controllo".

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Quando la luce del mattino filtrò dalle finestre, gli occhi di Tsume si mossero sotto le palpebre. L’odore di gelsomino del diffusore gli arrivò subito al naso, strappandogli una smorfia.

Si girò e riaprì gli occhi.

Misha dormiva ancora, i capelli sparsi sul cuscino e sulle spalle. Anche sotto il lenzuolo si intuivano le linee delicate del suo corpo — e ora gli sembrava quasi un sacrilegio averlo desiderato per sé per quasi tutta la notte.

Fuori pioveva ancora, ma più piano. Un paio di uccelli cinguettavano, felici che per loro quella mattina fosse leggermente migliore delle altre.

Si portò le mani al viso. Non riusciva a credere di aver ceduto all’istinto — di essersi lasciato andare così, approfittando della disponibilità di quella donna per svuotarsi dentro.

Doveva andarsene. Lasciarla perdere. “Salvarla” dal baratro in cui avrebbe rischiato di trascinarla, se gli fosse rimasta accanto.

«Te ne stai andando?»

La voce cauta della ragazza gli arrivò alle spalle, mentre si infilava i jeans.

«Stanotte è stato uno sbaglio» tagliò corto lui, senza nemmeno guardarla.

«Perché?» La voce di Misha si incrinò.

Sapeva che non doveva voltarsi, che non doveva incrociare quegli occhi azzurri che stavano già diventando due pozze d'acqua. Ma fu più forte di lui. Si voltò.

Lei si stringeva nelle coperte, cercando riparo da quelle parole dure che, ancora una volta, le aveva rivolto.

«Fidati. È per il tuo bene. Devi dimenticarmi.» Pronunciarle gli costò uno sforzo enorme. Era sincero — lo faceva davvero per proteggerla. Pur non essendo ingenua, quella ragazza era pura. Frequentarlo davvero avrebbe potuto rovinarla, piegare un fiore così raro.

No. Non avrebbe permesso che appassisse per causa sua.

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Non si fermò nemmeno per fare colazione. Tsume uscì dall’appartamento come se stesse fuggendo.

Lei non lo fermò. Aveva capito che sarebbe stato perfettamente inutile trattenere un tipo del genere. Non era fatto per stare accanto a qualcuno — era evidente.

Si tirò il piumone fin sopra la testa e socchiuse gli occhi. Le lenzuola conservavano ancora il suo odore. Aveva qualcosa di selvatico, un sentore che le ricordava i boschi. In fondo gli si addiceva.

Del resto, cosa poteva aspettarsi da qualcuno che conosceva così poco? Eppure, quando era unita a lui — quando il suo corpo tremava e cercava con urgenza quel contatto — era come se lo conoscesse da sempre.

Forse era soltanto una donna troppo romantica, influenzata dai troppi libri letti. Quella era la realtà: le coppie non nascono certo da una sola notte d’amore. Eppure, una volta addormentata, lo aveva sognato, circondato da quei misteriosi fiori bianchi che spuntano nei vicoli. E non era da solo.

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«Accidenti, Misha, ma c’ero prima io. Perché dai sempre priorità a questo moccioso, quando viene?» disse il ragazzo dai capelli rossi e ricci e dalle guance piene, vedendo che lei, invece di portargli il suo hamburger con bacon e pomodori, aveva deciso di servire di nuovo per primo il quindicenne dal caschetto curato, arrivato dopo di lui.

«Hige, ora mi occupo anche di te» rispose con tono risoluto la giovane donna, portandosi le mani ai fianchi. «Ma Toboe è in piena crescita e tra poco deve entrare a scuola. Ha il diritto di mangiare per primo.»

Hige lanciò un’occhiataccia a Toboe, che si grattò la nuca imbarazzato, con un paio di baffi di latte al cioccolato ben visibili sul viso.

Il campanello degli ordini fece din.

«Ecco a te. Anche se qualche volta vorrei che ordinassi dell’insalata. Non puoi mangiare panini tutti i giorni.»

«Beh, qui li fate particolarmente buoni… e poi è sempre frequentato da belle ragazze. Non posso farmi vedere a mangiare insalatine!» Il ragazzo sulla ventina, da quando aveva scoperto quella caffetteria, non aveva saltato un solo giorno. Era un cliente fedele e, per Misha, diventare sua amica era stato naturale. «E poi devo ancora convincere a uscire la più carina di tutte.»

Misha si portò una mano al viso. «Hige, ti voglio bene, ma sei troppo cascamorto per i miei gusti. E poi non eri fidanzato?»

Hige si strinse nelle spalle e si grattò una guancia. Parve improvvisamente imbarazzato, con un’ombra di dispiacere. «Purtroppo non è andata. Sempre per il solito motivo. Non c’era compatibilità.»

Misha gli posò una mano sulla spalla e gli sorrise. «Vedrai, quella giusta arriverà. È sicuramente da qualche parte e, quando la incontrerai, lo sentirai.»

«Ti ringrazio. Hai sempre una parola buona.»

Si sorrisero, poi Misha tornò da Toboe per sparecchiare.

«Come sta il gattino?» gli chiese, mentre impilava i piattini.

Toboe sospirò. «Avrei voluto tenerlo, ma all’orfanotrofio non sono ammessi animali. Ho dovuto darlo via.»

«Oh, mi dispiace. Ma almeno ora ha una casa stabile.»

«Sì… del resto non ce l’ho nemmeno io. Come avrei potuto offrirgliene una?»

La sensibilità di Toboe la colpì nel profondo. Era stato abbandonato alla nascita e più volte qualcuno lo aveva preso con sé, per poi riportarlo indietro dopo pochi mesi. Alla fine c’era sempre qualcosa che faceva desistere gli adottanti.

Ora, a quindici anni — quindi vicino alla maggiore età — le richieste erano drasticamente diminuite. Troppo grande per molti potenziali genitori, che preferivano i bambini, soprattutto i neonati.

Se solo avessero capito quanta dolcezza e riconoscenza poteva offrire un ragazzo come lui.

Gli prese una mano. «Vedrai, troverai anche tu la tua casa.» Sollevò lo sguardo verso l’orologio. «Ed è ora di corsa a scuola!»

«Ma devo pagare prima!» disse lui, allarmato, accorgendosi di quanto fosse tardi.

«Ci penso io. Tu vai. Hai un’interrogazione oggi, no? Fila a scuola!»

Toboe attraversò di corsa il locale, arredato in stile belle époque francese, misto alla modernità del XXI secolo, e la porta si richiuse alle sue spalle con il tintinnio dei campanelli.

«Beh, credo sia arrivato il momento di andare anche per me.»

«Altolà! tu devi pagare!»

«Ma il moccioso lo hai lasciato andare» piagnucolò Hige.

«Il “moccioso” non ha un lavoro. Tu sì.» Gli porse il palmo aperto, in attesa dei soldi.

Hige se ne andò addentando il panino e borbottando su quanto fosse ingiusta quella differenza di trattamento. Naturalmente, sarebbe tornato anche il giorno dopo.

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«Ecco a lei, signore. Ci scusi se ha dovuto attendere troppo,» disse Misha, porgendo al nuovo avventore, un uomo mai visto prima, un cappuccino e una ciambella. Aveva l'aria molto distinta, era chiaro di primo acchito, che fosse qualcuno di alta borghesia. La camicia di seta blu, esaltava la particolarità dei suoi occhi: erano eterocromi. Quello destro era azzurro, mentre il sinistro giallo.

Aveva un viso affilato e pulito, i capelli corvini erano ribelli ma curati. Un fisico asciutto e ben proporzionato. Ad occhio non aveva nemmeno quarant'anni, ma dal suo sguardo sembrava portare una saggezza di qualcuno molto più grande.

«La ringrazio, no, non ho aspettato troppo, non si preoccupi.»

Misha sorrise e fece per voltarsi per lasciarlo alla sua colazione, quando l'uomo la chiamò per nome.

«Si chiama Misha, ho capito bene?»

La ragazza si strinse nelle spalle e ridacchiò imbarazzata. Del resto quell'uomo aveva assistito fin dall'inizio alla sciocca scenetta che lei ed Hige avevano offerto al pubblico. «Sì, è questo il mio nome.»

«Bellissimo» disse lui, con voce calda e misurata. «San Michele Arcangelo — secondo la tradizione — levò il suo grido contro le schiere ribelli di Lucifero: “Chi è come Dio?”

Mi ha sempre colpito il fatto che non sia una risposta, ma un interrogativo lasciato sospeso nell’aria, come se dovesse essere ogni creatura, prima o poi, a misurarsi con esso.»

Sfiorò il bordo della tazza senza ancora bere.

«Alcuni nomi sembrano scelti per proteggere chi li porta. Altri, invece, per metterlo in cammino. Perché una domanda, quando mette radici, non ti lascia più fermo nello stesso punto — ti costringe a cercare il tuo posto nel disegno delle cose… oppure a tracciarne uno nuovo, anche se questo significa non essere d’accordo con l’ordine stabilito»

I suoi occhi — diversi come giorno e crepuscolo — si posarono su di lei con quieta intensità.

«In fondo la storia è piena di figure che sono state chiamate ribelli solo perché desideravano un paradiso che somigliasse davvero al proprio cuore. Non sempre la disobbedienza nasce dall’odio. A volte nasce da un amore troppo grande per accettare un cielo che non ti riconosce.»

Un’ombra di sorriso attraversò le sue labbra.

«Del resto, anche i fiori della luna non chiedono il permesso di sbocciare. Attendo solo la notte giusta — e la riconoscono.»

Misha si rese conto, con un attimo di ritardo, di essere rimasta incantata ad ascoltarlo. La sua voce era calma, calda — la voce di qualcuno abituato a pensare a fondo prima di parlare, e a non temere il peso delle proprie idee.

Del resto la caffetteria era rinomata per essere frequentata da artisti, ma quell’uomo era di gran lunga il più affascinante che avesse mai visto entrare lì dentro. Avrebbe potuto ascoltarlo per ore, se ne avesse avuto il tempo.

Eppure, dentro di lei, qualcosa — quella stessa voce silenziosa che da sempre l'accompagnava — si mosse inquieta in risposta alla sua presenza.

«Il nome l’ho ereditato da mio nonno. Non credevo potesse avere un significato così profondo.»

L’uomo inclinò appena il capo.

«I nomi tramandati sono quelli che pesano di più — perché portano con sé la memoria di chi li ha custoditi prima di noi. Michele è sempre stato associato all’idea di protezione, ma non quella rumorosa delle spade sguainate. Piuttosto quella vigile, silenziosa, che resta in piedi quando gli altri vacillano.»

Le sue dita si chiusero con calma attorno alla tazza.

«È una forza che non ha bisogno di proclamarsi tale. Sta nella misura, nella fermezza, nella capacità di non arretrare davanti a ciò che è giusto — anche quando il giusto non è la scelta più facile.»

Ancora una volta rimase stupita. Quelle parole avevano la consistenza di un testo antico, come se fossero state copiate da un manoscritto — eppure lui le aveva pronunciate con naturalezza, lì, sul momento.

Poi, ripensando a ciò che aveva detto, si accigliò.

«Avete nominato i "fiori della luna", prima. Non mi sono sbagliata, vero?»

L’uomo si limitò ad annuire.

«Conoscete dunque la leggenda? Ne sono sempre stata attratta.»

«Non è una leggenda» rispose con calma. «È realtà. Non ve ne siete accorta? Stanno tornando a sbocciare. Solo che pochi sanno riconoscerli.»

«Vi riferite a quei particolari fiori che vedo aprirsi solo di notte, o nei giorni di pioggia?» Solo in quell’istante si rese conto di aver sempre saputo, in fondo, come chiamarli.

Per un momento dimenticò perfino di essere al lavoro. Quell’uomo aveva catturato completamente la sua attenzione.

«Sì» disse piano. «Secondo il Libro della Luna, i fiori della luna non crescono per gli uomini, ma per i lupi. Sono il segno che la strada verso il Rakuen non è mai del tutto scomparsa — solo nascosta. Sbocciano dove il mondo sembra finire e ricominciare insieme, e solo chi porta nel sangue quel richiamo sa davvero riconoscerli per ciò che sono.»

Detto questo, l’uomo bevve qualche sorso di cappuccino e avvolse la ciambella in un fazzoletto.

«Mi scusi, ma devo congedarmi. Anch’io devo tornare ai miei impegni. È stato un piacere fare la sua conoscenza, Misha.»

«Ah!» La ragazza parve destarsi da una sorta di trance. «Il piacere è stato mio, signore. La ringrazio per aver scelto la nostra caffetteria.»

L’uomo si alzò con un movimento fluido e lasciò le monete sul tavolo.

«Torni presto a trovarci.»

«Lo farò, Misha. Lo farò» rispose aprendo la porta. «Prima di quanto tu creda» aggiunse a bassa voce, senza curarsi che lei potesse sentirlo oppure no.

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Quel giorno, quando staccò dal lavoro, il cielo si era finalmente aperto. Sembrava l’occasione giusta per concedersi una passeggiata nel verde.

Ma quando imboccò il viale che conduceva alla fontana, il passo le si fermò.

Quel luogo, caro fin dall’infanzia, ora portava addosso un ricordo opprimente, quasi doloroso. Era passata più di una settimana da quando Tsume l’aveva piantata in asso. Non si erano nemmeno scambiati i numeri di telefono — era semplicemente svanito.

Avrebbe dovuto dimenticarlo. Lo sapeva. Eppure non ci riusciva. Per quanto si sforzasse, il ricordo di quei momenti insieme restava vivido, ostinato, come un segno inciso sotto pelle.

Le aveva chiesto se un giorno avrebbe potuto fargli da insegnante per le arrampicate — ma chiaramente aveva trovato il tempo che aveva trovato.

Le faceva male dover accettare l’idea che forse non ci sarebbe stato alcun seguito. Nessun ritorno.

Era chiaro che doveva affrontare la cosa. Non poteva restare nel ruolo di quella sedotta e abbandonata. Doveva ritrovare la serenità — e avrebbe iniziato dal primo passo: tornare a quella panchina.

Ma quando la vide occupata da una signora intenta a lavorare all’uncinetto, il cuore le si fece di piombo. Non se ne accorse subito, ma le lacrime avevano già iniziato a rigarle il viso.

Scappò via a testa bassa, sfrecciando tra i passanti. Eppure sapeva che, per quanto corresse, quella stretta dolorosa l’avrebbe seguita ovunque. Le era rimasta addosso, conficcata nel petto come una corona di spine. Come poteva soffrire così per un uomo scostante e ruvido come Tsume?

Svoltò in un vicolo e si ritrovò in una zona più buia. Non vide la trave di traverso tra i rifiuti finché non fu troppo tardi. Inciampò.

Quel giorno indossava un vestito azzurro che, nella caduta, si sporcò di fango e non le protesse le ginocchia, che si sbucciarono contro il terreno. Si piegò in avanti per il bruciore improvviso — ma il dolore nel petto faceva ancora più male.

Si strinse le braccia attorno al corpo, cercando di riprendere fiato.

Fu allora che un lieve bagliore attirò la sua attenzione. A pochi centimetri da lei sbocciava un fiore della luna, silenzioso, luminoso, e intatto.

Le catturò ogni pensiero. Com’era possibile che una tale bellezza crescesse in un luogo così misero?

Ne sfiorò i petali con delicatezza.

All’improvviso, un lampo di luce le attraversò la mente.

Neve che cadeva fitta e il freddo che la mordeva. Le forze la stavano abbandonando. Il corpo non rispondeva più. In bocca, il sapore metallico del sangue. Era finita.

Si ritrasse di colpo, il respiro spezzato. Non poteva aver visto davvero la propria morte. E poi quel luogo sepolto nella neve — non lo riconosceva. E quelle… zampe.

Scosse il capo con forza, come per scacciare un incubo rimasto incastrato dietro gli occhi. Era troppo provata, troppo scossa. Un’allucinazione, nient’altro. Forse quei fiori emanavano qualche sostanza — un effluvio dolce e ingannevole — capace di alterare i sensi. Come altro spiegare visioni tanto vivide?

Il dolore alle ginocchia la riportò al presente. Sottili rigoli di sangue le scivolavano lungo la pelle. Si appoggiò al muro freddo del vicolo e avanzò piano, passo dopo passo. Poco più avanti c’era una farmacia — sarebbe bastato arrivarci.

Non fece in tempo.

Due ombre le si chiusero davanti, sbarrandole l’uscita. Due energumeni.

L’aria cambiò peso.

Istintivamente portò la mano alla tracolla, cercando lo spray al peperoncino, ma le dita non lo raggiunsero mai. Una presa violenta le torse il polso, un’altra mano le soffocò la bocca. Il grido le morì in gola.

La trascinarono indietro, dentro l’ombra, dove la luce non arrivava e il mondo non guardava. La schiena urtò il muro. Freddo. Ruvido. Senza via d’uscita.

Una lama di temperino brillò a un soffio dalla sua gola.

«Tu sei la puttanella che gira con Tsume, vero?»

Gli occhi di Misha si spalancarono. Increduli. Feriti.

«È un po’ che non vi vediamo insieme. Si è già stancato, eh? Dopo essersi divertito.»

Le parole fecero più male della stretta. Avrebbe voluto negare, gridare che non era così — ma il ricordo di lui che se ne andava di corsa, subito dopo che avevano fatto l'amore, le serrò il petto.

«Facciamo una prova. Vediamo se, quando verrai con noi, quello sbruffone continuerà a fare il padrone nel nostro quartiere.»

La tirarono per trascinarla via — e allora l’istinto esplose prima della paura. Si divincolò e affondò i denti nella mano che la teneva ferma.

Un urlo. Una bestemmia mozzata.

Lei colpì con un calcio lo stinco dell’altro, cercando spazio di fuga — ma durò un battito soltanto. Una mano le afferrò i capelli, tirando all’indietro. Il colpo alla nuca fu secco.

Il mondo si spense senza rumore.

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Darcia III fece ritorno al castello dopo un’intera giornata di riunioni. In quel tempo non bastava più possedere un titolo nobiliare: un dominio andava amministrato. Ma ciò che un tempo si otteneva con banchetti e sussurri alle spalle delle corti rivali aveva soltanto cambiato veste — la sostanza, invece, era rimasta identica.

Nella nuova era, il Rakuen lo aveva fatto nascere figlio di una famiglia ricca e influente. Ma non era stato il Rakuen stesso a scegliere. Quella vita era stata una conquista. Il suo spirito aveva vagato a lungo, ostinato, finché non aveva trovato un grembo degno di accoglierlo.

Ricchezza e potere gli erano necessari. Mezzi per riprendere il disegno interrotto — quello che i lupi, e Kiba più di tutti, avevano osato ostacolare.

«Hamona…» mormorò, chinandosi sui fogli sparsi sul tavolo.

Il suo nome era rimasto intatto attraverso la fine del mondo.

Non l’aveva ancora ritrovata. In passato aveva rinunciato alla speranza molto prima che tutto crollasse, ma ora — in questa seconda nascita — il ricordo aveva ripreso a respirare. La sognava spesso. Talvolta così vividamente da svegliarsi con il cuore in tumulto. Di lei gli restavano soltanto schizzi, volti tracciati di memoria, tentativi di dare forma a un’assenza che non si lasciava cancellare.

Come lui era tornato a essere sé stesso, come era riuscito a ritrovare Cheza, così — ne era certo — avrebbe ritrovato anche lei.

Questa volta, però, non era cieco. Conosceva il prezzo della follia. E possedeva un vantaggio che prima non aveva avuto: i lupi avevano dimenticato chi erano davvero.

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