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"Il sogno è la visione di ciò che il destino ci prepara. Non c’è fatalità che possa resistere a un’anima che vive nel misticismo della propria volontà." - Victor Hugo (La forza del destino)
Il gufo volava silenzioso, sorvolando campi dilaniati dalla crudeltà dell’uomo.
Un battito d’ali.
Gli spari squarciavano l’aria, accompagnati da scintille che si disperdevano come lucciole impazzite, mentre il cielo veniva solcato da stelle cadenti che non portavano desideri, ma solo promesse di distruzione.
Il gufo batté ancora le ali, lasciandosi trasportare da correnti sature di polvere da sparo e morte.
I suoi occhi tondi e neri brillarono nell’oscurità, osservando ciò che restava di un luogo che un tempo qualcuno avrebbe chiamato casa, mentre i fuochi si riflettevano sulle sue candide penne.
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Il sito era stato delimitato con estrema precisione, seguendo le coordinate storiche del punto in cui l’avo di Darcia III aveva rinvenuto il Libro della Luna e la prima forma di Cheza. Paletti infissi nel terreno tracciavano il perimetro dello scavo, collegati da corde e contrassegni numerati, mentre ampie tende tecniche erano state montate per proteggere l’area da una neve ostinata e da piogge ormai incessanti.
Sotto quella copertura precaria, Misha e il professor Silva procedevano con un’indagine stratigrafica rigorosa: ogni strato di terreno veniva rimosso con cautela, documentato, fotografato e catalogato, nella speranza di intercettare tracce coerenti con i racconti tramandati. Attorno a loro, la presenza dei soldati era costante, silenziosa ma tangibile; fucili a tracolla e sguardi vigili, scandivano il ritmo di un lavoro che non era solo ricerca, ma anche difesa. In quel mondo ormai consumato dagli estremi, anche scavare nel passato significava esporsi a un pericolo presente.
I due lavoravano ormai a stretto contatto da quasi tre mesi e, con il passare delle settimane, qualcosa nel professor Silva aveva iniziato a incrinarsi.
Nonostante continuasse a vedere in Misha una delle “chiavi” destinate ad aprire il Rakuen per lui e per gli altri membri dell’Ordine, non poteva fare a meno di osservare la giovane con uno sguardo diverso, meno distaccato.
Perché, nonostante la sua età, Misha dimostrava un’attenzione rara, una lucidità che andava oltre la semplice preparazione accademica. Ogni gesto, ogni domanda rivelava quanto quella laurea non fosse solo un titolo, ma il risultato di una dedizione autentica.
Dal canto suo, anche Misha si stava trovando sorprendentemente bene accanto al vecchio scienziato.
Assorbiva le sue conoscenze con un’intensità quasi febbrile. Molte di quelle nozioni le aveva solo sfiorate durante gli studi, ma lì, sul campo, prendevano finalmente forma.
A spingerla, più di ogni altra cosa, era ciò che custodiva nel cuore.
La consapevolezza che, in qualche modo, tutto quello avrebbe potuto salvare la sua famiglia.
Per questo non si concedeva pause e non si risparmiava.
Quando la mente sembrava vacillare, assalita da pensieri che non riconosceva, c’era sempre suo fratello Toboe a sostenerla.
Nessuno, tra i ricercatori, era a conoscenza della condizione che stava vivendo, nemmeno il professor Silva, e lei non aveva alcuna intenzione di cambiare le cose.
Non desiderava né pietà e nemmeno essere trattata come qualcosa di diverso.
Voleva restare, semplicemente, una di loro.
Un giorno, uno dei ricercatori, richiamò l'attenzione di tutti. Il radar aveva individuato qualcosa di insolito e l'analisi ad infrarossi ne aveva dato conferma.
A dispetto degli altri elementi che risultavano freddi: questo risultava caldo.
Sul monitor la sua forma appariva come una venatura spessa e ramificata.
In pochi minuti, lo stupore e la soddisfazione aveva attraversato le bocche e gli sguardi di tutti i presenti.
Semmai quello fosse stato l'elemento determinante a scoprire dove poteva sorgere il Monte del Principio, l'intuizione che non fosse troppo lontano dal sito scoperto da Darcia I, si stava facendo più concreto.
In men che non si dica, la squadra si mosse per rimuovere gli strati di terreno che coprivano quella strana formazione. Fu un lavoro meticoloso e documentato passaggio per passaggio, ma quando finalmente, dopo alcune ore, l'ennesimo strato venne rimosso, tutti assunsero un'espressione stupita.
Quella che sembrava una venatura o una radice, era completamente fatta di pietra.
Misha si abbassò accanto al punto appena emerso, spazzando via con delicatezza la neve umida e la terra scura. Tra i sedimenti affioravano strutture minerali sottili, ramificate, simili a venature cristallizzate, come se qualcosa di organico fosse stato pietrificato nel tempo.
Rimase in silenzio per qualche secondo, gli occhi attenti, poi parlò, quasi tra sé e sé:
«Se il Monte del Principio ha davvero ospitato la prima fioritura dei Fiori della Luna, allora il passaggio deve aver lasciato tracce misurabili… non solo biologiche, ma anche mineralogiche.»
Sfiorò una delle strutture con la punta del guanto.
«Una concentrazione anomala di cristalli a crescita radiale, con inclusioni organiche fossilizzate… è il tipo di impronta che ci aspetteremmo da un ambiente esposto a un’energia di transizione tra due stati del mondo.»
Sollevò appena lo sguardo verso Silva.
«In teoria, potrebbe indicare un punto di origine… o almeno un luogo che ha subito lo stesso tipo di trasformazione.»
Il professor Silva ascoltò senza nascondere il proprio stupore le parole della giovane donna.
Misha parlava con una sicurezza che non lasciava spazio a esitazioni, e, quasi contro ogni sua abitudine, l’uomo si ritrovò a lasciarsi trascinare da quella teoria.
«Dovremmo allora cercare elementi simili» disse infine, voltandosi verso gli altri ricercatori. «Estendete il raggio di indagine di almeno tre chilometri. Confrontate ogni dato con questo reperto e avvisatemi non appena emergono corrispondenze.»
Si avvicinò poi a Misha, fermandosi accanto a lei.
«Riesci ad estrarlo?»
La ragazza scosse appena il capo. «È parte integrante del terreno e queste ramificazioni sono troppo fragili. Rischieremmo di distruggerlo.» Poi esitò appena**. «Ma più della forma, è questo calore che mi da da pensare.»**
Allungò la mano, istintivamente.
Silva le afferrò il polso prima che potesse toccarlo.
«Non mi fido» disse, con tono fermo.
I suoi occhi tornarono sul reperto, inquieti.
«Non tocchiamolo direttamente finché non capiamo perché una roccia sepolta sotto terra e neve debba essere così calda.»
«È vero che avete trovato qualcosa di interessante?» disse Toboe, stringendo un quaderno al petto mentre andava incontro a Misha, con un entusiasmo difficile da contenere, non appena lei e il gruppo rientrarono all’accampamento.
Misha annuì appena. «Sembra che questo luogo abbia ancora molto da offrire, dopotutto.»
Poi il suo sguardo si fece più severo. «Hai finito i compiti?»
«Ma… ma sì, certo! Non penserai che stia cercando delle scuse!»
«Toboe…»
Il tono bastava da solo a smascherarlo.
Lui abbassò lo sguardo, grattandosi la guancia. «Quasi… quasi finiti, in effetti. Eheh!»
Misha stava per rispondere, ma all’improvviso il mondo sembrò inclinarsi.
Un capogiro violento la colpì, togliendole il respiro.
Toboe la afferrò subito, prima che potesse perdere l’equilibrio. «Ehi! Che cos’hai?»
Gli occhi di Misha si spalancarono nel vuoto. «Cosa… cosa sto vedendo?» La sua voce tremava. «Perché… perché ci sono dei corpi? Sono ovunque…»
Il suo respiro si fece corto, spezzato.
Toboe la strinse forte a sé, cercando di coprirle il campo visivo. «È un’allucinazione, non guardare. Non guardare.»
All’improvviso, un fischio squarciò l’aria.
Tutti alzarono lo sguardo.
Sopra le loro teste, qualcosa di simile a un ventaglio in fiamme roteava nel cielo notturno, avvolto da quel perenne bagliore rosso. Piroettò su sé stesso un paio di volte, tracciando una scia luminosa, prima di precipitare a terra come un sasso, a pochi passi da loro.
L’aria si fece gelida e pesante.
Quel suono aveva dissolto la visione, ma il cuore di Misha rimase sospeso, come intrappolato in un istante che non voleva spezzarsi.
Con un gesto istintivo afferrò Toboe per le spalle, spingendolo dietro di sé, poi avanzò lentamente verso quella figura ormai immobile. Le fiamme si erano già spente a contatto con la neve, lasciando solo un corpo scuro, indistinto.
Si chinò e quando ne riconobbe le forme, un singhiozzo le spezzò il respiro.
Strinse gli occhi, nel tentativo inutile di trattenere le lacrime.
Toboe la raggiunse poco dopo, assumendo anche lui un’espressione cupa e ferita.
Davanti a loro giaceva il corpo senza vita di un uccello, precipitato dal cielo in modo tanto improvviso quanto crudele.
Per un attimo, nessuno parlò.
Il lavoro agli scavi aveva creato una sorta di bolla, un fragile equilibrio in cui rifugiarsi, ma quella scena bastò a ricordare a tutti che il mondo là fuori stava crollando, giorno dopo giorno e che, insieme a esso, anche il destino di chi avevano lasciato indietro si faceva sempre più incerto.
Solo il professor Silva, nell’ombra della sua tenda, non mostrò alcuna esitazione.
Si versò del liquore nel caffè, osservando la scena da lontano, poi ne bevve un sorso.
«Creature così maestose… eppure così fragili... così compassionevoli» Fece una breve pausa, portando la tazza alle labbra. «Che aspetto potrà avere un Rakuen plasmato da un sangue del genere?»
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«Come sta andando con Cheza?» chiese Darcia, facendo roteare lentamente il vino rosso nel bicchiere di cristallo che teneva nella mano destra, senza distogliere lo sguardo dal liquido.
Cher entrò nello studio con passo misurato.
«Per ora è stabile… anche se l’appassimento è in corso», rispose, sfogliando alcuni fogli nella cartellina che stringeva tra le mani.
Esitò un istante.
«E voi… come state? Ultimamente vi vedo… pensieroso.»
Darcia non rispose subito.
Il vino continuò a girare nel bicchiere.
«Mancano solo sei mesi», disse lui, infine.
La sua voce era bassa. Tesa.
«La mia mente non trova pace. Il Rakuen mi sta chiamando.»
Cher lo osservò, più attentamente.
«Non è solo questo», disse piano. «C’è… un’inquietudine. Qualcosa vi sta attraversando.»
«Basta così.»
La voce di Darcia si fece improvvisamente più dura. Posò il bicchiere sulla scrivania con un colpo secco, e qualche goccia di vino scivolò sul legno scuro.
«Non ti ho convocata per questo.»
Il silenzio calò nella stanza.
Cher abbassò appena lo sguardo, stringendosi nelle spalle.
«Mi dispiace… non volevo essere indiscreta.» Poi sollevò lo sguardo. «Per cosa mi stavate cercando, al punto da richiedere la mia presenza dal vivo?»
Darcia spinse lentamente in avanti una piccola scatola di velluto blu, facendola scivolare sulla superficie lucida della scrivania.
«Aprila.» La sua voce era calma.
Cher si accigliò appena e avanzò lentamente.
Posò la cartella su un lato, poi raccolse il cofanetto con entrambe le mani.
Per un istante esitò ma poi lo aprì.
L’anello di diamanti catturò la luce calda delle lampade, riflettendola in bagliori freddi, quasi taglienti.
Cher rimase immobile.
Sollevò lentamente lo sguardo verso Darcia, ma anche senza dire niente, la domanda era tutta lì, nei suoi occhi.
«C’è un cavillo burocratico con l’adozione di Toboe. Non sono sposato e un uomo single non può adottare. Ho quindi bisogno di una compagna.»
«Potreste chiederlo a Misha, per lei quel ragazzo è più che un fratello.»
Darcia si accigliò. «No.»
La risposta fu secca, ma in quello sguardo Cher colse qualcosa di più, senza riuscire a definirlo.
«Ma Lord Darcia, io ho il mio lavoro, non posso…»
«Non ti preoccupare, non cerco altro da te se non le tue conoscenze. Questa è solo una mossa burocratica necessaria.»
Cher abbassò lo sguardo e il cofanetto, richiudendolo. «Non posso» sussurrò.
«Per quale motivo… non sarà per quel detective?»
Il labbro della donna tremò appena e Darcia assottigliò lo sguardo.
«Come pensavo. Te ne sei innamorata.»
«Mi perdoni, Lord Darcia, non erano queste le mie intenzioni. Io… io non capisco, lui è un mio nemico…» disse, ma improvvisamente un capogiro la colse.
Darcia girò rapidamente la scrivania e la afferrò prima che potesse cadere.
«Io… perché ho dei ricordi con lui…» disse boccheggiando. «Mi avete detto… che solo i lupi attraversano la soglia…» poi cercò il suo sguardo «ma io non sono una di loro, non è così?»
Darcia annuì senza esitazione. «Sei un essere umano a tutti gli effetti.»
«Ma allora perché quei ricordi… con lui… con Cheza… e la mia morte? È come un sogno ad occhi aperti, una pellicola che si ripete ancora e ancora…»
Darcia strinse i denti. Cher non doveva risvegliarsi, non adesso. Aveva bisogno della sua lealtà.
«Sei solo stanca», disse, ma sapeva che non sarebbe bastato. «Siamo sull’orlo di un grande cambiamento e tu e i tuoi genitori varcherete quella soglia quando le vostre labbra si bagneranno con il loro sangue. Allora sì che potrai rinascere.»
Provò a rimetterla in piedi.
«Ho bisogno che tu mi sia vicino, Cher» disse, cercando il suo sguardo. «Tu sei l’unica che in questo mondo io abbia potuto definire davvero “amico”. Che conosce l’uomo dietro la maschera. Non è così?»
«Sì, Lord Darcia.»
L’uomo allora si sporse verso la scrivania, riprese il cofanetto, estrasse l’anello e le prese la mano. «Allora ti prego, resta al mio fianco, non abbandonarmi proprio adesso.»
C’era una nota fragile in quelle parole e Cher, già confusa, non riuscì a distinguere dove fosse la verità e dove l’inganno. Ma lui rimaneva la guida spirituale del suo Ordine e, con un sospiro, alla fine accettò.
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Il lupo bianco e il lupo nero avanzavano contro il vento, la neve sferzata di traverso come lame sottili. Procedevano a capo chino, le spalle spinte in avanti, lottando per non essere respinti.
Aggrappato alla groppa di Kiba, Tsume era quello più in difficoltà. In forma umana, ogni passo era uno sforzo.
Cercavano un riparo, la tempesta li aveva colti all’improvviso.
All’improvviso, Tsume cedette. Le ginocchia affondarono nella neve.
Kiba si voltò subito, spostandosi per fargli da scudo contro il vento, mentre Blue infilò il muso sotto il suo braccio, cercando di sostenerlo.
«Resisti. La caverna è vicina» disse Kiba, stringendo lo sguardo.
Tsume scosse appena il capo, portandosi una mano alla tempia.
«Non è il freddo…» mormorò, la voce incrinata. «È come se… sentissi qualcosa. Ma non so cosa.»
Il vento ululava più forte.
Kiba e Blue si scambiarono uno sguardo, ma nessuno dei due disse nulla.
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Anche quella notte, Misha si agitò nel sonno.
Il sogno la avvolgeva come una morsa, oscuro e opprimente, eppure… carico di un significato che sembrava sfuggirle a ogni istante.
Un battito d’ali.
Poi uno scintillio.
Dal buio emerse un gufo, le ali spiegate, silenzioso mentre avanzava verso di lei, attraversando un’oscurità senza forma.
«Il tempo si sta esaurendo…» La voce non aveva una direzione precisa. Era ovunque. «Se non cambierai ciò che deve essere cambiato… sarà del tutto inutile.»
Misha esitò, smarrita. «Chi… chi devo cambiare?»
Un altro battito d’ali.
«Rendi cosciente ciò che è inconscio…» La voce si fece più profonda. «Altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino.»
Il cuore di Misha accelerò. «Non riesco a capire…»
Il gufo si fermò davanti a lei.
I suoi occhi, scuri e insondabili, sembravano attraversarla.
«Risveglia l’uomo... o la tua ricerca sarà... inutile.»
Anche Toboe quella notte si agitava nel sonno e anche lui sognò quello stesso gufo.
Ma a differenza dell'altro, non parlava, non lo osservava… volava soltanto, attraversando un cielo senza forma, finché all’improvviso le sue piume non presero fuoco.
Le fiamme si propagarono rapide, divorandolo, e subito dopo quel fischio straziante gli esplose nelle orecchie, un verso di dolore così acuto da sembrare reale.
Toboe si sollevò di scatto dalla branda, il respiro spezzato.
«Misha?» chiamò, ancora confuso, con la voce impastata dal sonno.
Silenzio.
«Misha?» ripeté, ma questa volta qualcosa dentro di lui si era già incrinato. Non era semplice inquietudine… era una sensazione più profonda.
Si alzò in fretta, scostò la tenda divisoria e scoprì così che il letto era vuoto.
Il cuore prese a battergli forte.
Senza neanche rendersi conto del freddo, uscì all’esterno così com’era, in pigiama, i piedi nudi che affondavano nella neve, mentre il respiro si condensava nell’aria gelida.
«Misha!» gridò, ma il suo nome si disperse nel vento.
Poi, appena oltre il limite della sua vista, qualcosa si mosse: un fruscio leggero, i capelli scuri sfiorati dal vento e quegli occhi brillanti ed azzurri, che si muovevano come una scia sotto la lenta caduta dei fiocchi.
Non indossava altro che un leggero pigiama di cotone bianco, ma nonostante questo il suo corpo non parve provato.
Il ragazzo provò a chiamarla più volte, ma Misha non si voltò mai.
Continuava a muoversi con passo costante, come se sapesse già dove andare.
Non gli restò altra scelta che seguirla.
Non poteva essere la sua altra personalità. La lupa era qualcuno di presente e attivo. Quello che aveva davanti, invece, era diverso. Misha si muoveva come sospesa, guidata da qualcosa che non le apparteneva.
Superarono il perimetro dell’accampamento senza che nessuno li fermasse.
Era come se una forza invisibile stesse aprendo loro la strada, permettendo che tutto accadesse senza interferenze.
Il vento gli sferzava le guance, tagliente, ma Toboe non rallentò. La determinazione a non lasciarla sola superava qualsiasi cosa.
Raggiunsero l’area degli scavi, il punto in cui poche ore prima avevano rinvenuto il misterioso reperto.
Ma Misha non si fermò. Proseguì oltre, verso una zona ancora inesplorata.
La neve si posava tra le sue ciocche ricce, si aggrappava alle ciglia, sciogliendosi lentamente sul viso. Il pigiama era ormai fradicio, incollato alla pelle.
Per chiunque altro, sarebbe stata una condizione insostenibile ma lei continuava ad avanzare, grazie all'alta resistenza agli elementi che la sua specie le garantiva... e forse perché in quel momento, nulla sembrava potesse toccarla.
La ragazza si stava spingendo troppo oltre e Toboe non poteva permettere che si allontanasse ancora, o non avrebbero più ritrovato la strada del ritorno.
«Misha! Basta, svegliati!» urlò, cercando di raggiungerla.
Il vento contrario lo rallentava, la neve gli frenava i passi, ma continuò ad avanzare, sollevando le gambe con fatica e ignorando il gelo che gli mordeva i piedi.
Misha fece ancora qualche passo, poi si fermò e infine si voltò verso di lui. Il suo sguardo era tornato normale, ma l’espressione era sconvolta, come se non capisse come fosse arrivata fin lì.
«Mishaa!» la chiamò ancora, ma ancora una volta il vento disperse la sua voce.
In quell’istante, l’occhio destro del ragazzo si tinse di nero. Doveva raggiungerla, doveva arrivare da lei, lei aveva bisogno di suo fratello.
Con un ultimo sforzo si spinse in avanti, colmò la distanza e la strinse forte a sé. Il corpo di Misha tremava violentemente e lui la avvolse tra le braccia, cercando di scaldarla.
«Che è successo? Che è successo?» disse con la voce rotta.
«Sono qui… sorella mia, sono qui.»
Ma proprio in quel momento, sotto i loro piedi, qualcosa scricchiolò.
Si immobilizzarono, si guardarono... e un attimo dopo il terreno cedette, trascinandoli entrambi nel vuoto.
Proprio in quel momento, Tsume, al riparo nella caverna che lui, Kiba e Blue erano riusciti a raggiungere, si agitò come in preda a un delirio. I suoi compagni dormivano profondamente, stremati dallo sforzo, e non si accorsero quando lui si sollevò lentamente in piedi.
Il respiro era affannoso, mentre il vento all'esterno della grotta ululava nelle sue orecchie.
Si voltò appena verso Kiba e Blue.
Le sue iridi brillavano nella penombra. Poi distolse lo sguardo e senza esitare, si avviò verso l’uscita.
Un attimo dopo, la tormenta lo inghiottì.
Era accaduto tutto troppo in fretta.
Il terreno sotto i loro piedi aveva ceduto e la caduta nel vuoto era durata appena un battito di ciglia, simile a quei sogni in cui si precipita all’improvviso… solo che questa volta il risveglio non era arrivato a salvarli.
I loro corpi giacevano ora immobili su un accumulo di detriti e neve, avvolti da una polvere grigia che si era sollevata all’impatto. Dall’alto, il varco apertosi nel terreno lasciava filtrare un cono di luce rossa che penetrava fino a loro, tagliando l’oscurità.
I fiocchi di neve cadevano lenti, attraversando quella luce innaturale e riflettendola in bagliori spenti, presagio di qualcosa che stava per compiersi.
Toboe aveva stretto Misha fino all’ultimo istante. Il suo sangue rinforzato aveva irrobustito il corpo, permettendogli di assorbire parte dell’impatto, ma non abbastanza da evitarne le conseguenze.
Dopo qualche momento, un colpo di tosse gli scosse il petto.
La polvere gli riempiva i polmoni.
Lentamente aprì gli occhi, frastornato, la vista ancora annebbiata, mentre il dolore iniziava a farsi strada tra i muscoli e le ossa. Solo allora si rese conto delle escoriazioni che ricoprivano entrambi, graffi sottili mescolati alla polvere e alla neve.
Poi vide il volto di Misha. Immobile. Privo di coscienza.
L’adrenalina lo attraversò come una scarica.
«Misha! Misha!» gridò, sollevandosi a fatica e scuotendola, ma il corpo della ragazza rimase inerte, abbandonato tra le sue braccia.
Toboe si portò una mano al petto, attraversato da una paura a cui non riusciva a dare un nome.
«Misha… Misha!» la voce si fece sempre più disperata, mentre le lacrime gli scendevano copiose, rigando le guance sporche e graffiate. «Misha!»
Provò a scuoterla ancora, ma il corpo della ragazza non reagiva.
«Mamma!» Quel richiamo gli uscì senza pensarci, spezzato, impulsivo.
Fu allora che accadde: le sopracciglia di Misha si contrassero appena, un lieve mugugno le sfuggì dalle labbra, prima che gli occhi si aprissero lentamente.
«Toboe…» sussurrò.
Il ragazzo si chinò subito su di lei, sollevandole il busto per aiutarla a respirare, poi affondò il viso nella sua spalla, il corpo scosso dai singhiozzi.
«Credevo di averti persa… credevo…»
Misha gli accarezzò i capelli con un gesto lento, ancora debole. «Non ti lascerò mai solo.»
Toboe si scostò appena.
Misha stava sorridendo. Era stanca, ferita… ma viva.
Il sollievo gli attraversò il petto come un’onda improvvisa. Fece un respiro profondo, mentre il suo occhio destro, ancora mutato, pulsava leggermente.
Misha glielo sfiorò con il dorso della mano.
«Da quando?» chiese piano.
«Da quando ho giurato a me stesso che ti avrei protetta con ogni fibra del mio corpo.» Strinse appena i denti. «Un branco si protegge a vicenda… e io… io non sono più un cucciolo.»
Misha sembrò esserne felice, ma nei suoi occhi passò una nota distante, quasi nostalgica.
«Eppure sembra ieri, quando, tutto timido, ti presentasti con quel gattino per chiedere del latte…» sospirò piano. «Ma sì… hai ragione. Sei cresciuto.»
Poi entrambi si guardarono attorno, rendendosi conto di dove erano finiti.
Con una smorfia di dolore, Toboe provò a rimettersi in piedi, poi portò le mani ai lati della bocca. «Ehi! Ci sentite? Siamo qui! Siamo qui!» gridò, ma dall’alto gli rispose soltanto il fischio del vento che attraversava il varco, trascinando con sé la neve. La notte era ancora troppo giovane perché qualcuno potesse accorgersi di loro.
«Sembra una foresta…» disse Misha, stringendo appena lo sguardo «ma è tutto pietrificato.»
Scese lentamente dal cumulo di detriti, che scricchiolò sotto il suo peso, e con passo esitante si avvicinò a uno dei tronchi contorti.
«Stai attenta…» mormorò Toboe, trattenendo il fiato.
Misha allungò la mano. La superficie era calda.
Si immobilizzò, sorpresa, trattenendo il respiro. «Sembra… sembra avere la stessa consistenza del reperto trovato oggi…» scosse piano il capo «ma cosa potrebbe essere che...»
«Io conosco questo posto!»
La voce di Toboe la fece voltare di scatto.
Sotto il cono di luce rossa, il suo sguardo era cambiato, disorientato e spaventato. Il corpo tremava, come se qualcosa stesse emergendo contro la sua volontà.
«Come lo conosci?»
Toboe sussultò, portandosi una mano alla testa. I ricordi premevano, confusi.
«Io… io, Hige e gli altri… ci siamo già passati…» la voce gli si incrinò «nell’altra vita…»
Scosse il capo con forza. «Ma no… non può essere lo stesso…»
Misha si accigliò e fece qualche passo verso di lui. «Che cos’era?»
Toboe deglutì. «Al tempo era conosciuto come… la Foresta della Morte.»
Le parole caddero pesanti nello spiazzo.
Il volto di Misha impallidì, così come quello di Toboe.
«Ma ne siete usciti… giusto?» chiese lei, con esitazione.
Toboe annuì. «Non senza difficoltà. Qui noi incontrammo…» si interruppe, lasciando la frase sospesa, come se una nuova consapevolezza lo avesse appena attraversato.
Poi, senza aggiungere altro, scese rapidamente dal cumulo e atterrò sul terreno con un piccolo salto. «Sei qui? Mostrati!»
Misha aggrottò la fronte, senza capire a chi si stesse rivolgendo con tanta urgenza.
Toboe si guardò attorno, i denti serrati, lo sguardo teso.
Il silenzio gli rispose.
«Non dirmi che non esiste più…» mormorò.
«Di chi stai parlando?» chiese lei, inclinando appena il capo.
«Lo spirito di questa foresta…» rispose, senza distogliere lo sguardo dall’oscurità tra i tronchi. «Un tipo strano. Parlava per enigmi.»
«Vi ha aiutato a uscire?»
Toboe esitò, stringendosi appena nelle spalle. «Sì… e no. Credo ci abbia messi alla prova. Ci indicò l’ingresso di una caverna e lì abbiamo combattuto contro degli insetti giganti…» fece una breve pausa «ma siamo sopravvissuti solo grazie agli amici vegetali di Cheza.»
Misha rimase in silenzio per un istante, poi si avvicinò di nuovo al varco sopra di loro e sollevò lo sguardo verso la superficie, dove la neve continuava a cadere.
«Io non ho alcuna intenzione di combattere contro insetti giganti…» disse piano.
Provò anche lei a chiamare aiuto, ma la sua voce si disperse nel vuoto. E fu chiaro che non sarebbe arrivato nessuno.
Rimase in silenzio a guardare verso l’alto, poi all’improvviso incurvò la schiena e lasciò ricadere le braccia lungo i fianchi. Le spalle iniziarono a tremare.
«È stata tutta colpa mia…» disse, con la voce incrinata. «Sono completamente impazzita…»
Toboe si avvicinò rapidamente di qualche passo. «No, Misha, non è stata colpa tua!»
Lei si voltò appena, gli occhi pieni di lacrime. «Non faccio che combinare casini… e ti ho persino messo in pericolo di vita…» abbassò lo sguardo «…ha fatto bene Hige a lasciarmi.»
Il cuore di Toboe si strinse come in una morsa.
Voleva dirle tutto quello che sapeva - lo desiderava davvero - ma lo stesso ricordo di Misha nella personalità della lupa cosciente l'aveva pregato di non farlo. Il risveglio completo sarebbe dovuto accadere nel momento giusto e purtroppo nemmeno questo sembrava esserlo.
Eppure non poteva permettere che continuasse a credere a quella menzogna.
«Hige non ti ha lasciata…» disse, la voce rotta ma ferma. «Credimi. Lui ti ha sempre amata. Fin da quando ti ha conosciuta.»
Strinse appena i pugni.
«Non ha mai smesso di guardarti, di cercare un modo per farti sorridere… e da quando hai iniziato a stare male, non c’è stata una sola notte in cui non sia rimasto sveglio per vegliare su di te.»
Fece un passo verso di lei. «Pensi davvero che sapere tutto questo lo avrebbe fatto tirare indietro?»
Misha rimase immobile e la mente tornò, a due notti prima della rottura, quando Hige l'aveva stretta con forza e le aveva fatto capire quanto ci tenesse a lei, pur sapendo anche quello.
«Ma allora… cosa è successo?» mormorò, confusa.
Toboe scosse il capo. «Non lo so, ma qualunque cosa tu abbia sentito: non era la verità.»
Lo sguardo si fece più deciso.
«E in questo momento lui non vorrebbe vederti così…» disse, con più forza. «Troviamo un modo per uscire di qui.»
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Tsume correva sotto la neve, incurante del freddo che gli sferzava il viso. Le iridi gialle brillavano nella notte e il suo corpo si muoveva senza esitazioni, come se conoscesse già la direzione da prendere.
Il cuore gli martellava nel petto, rimbombandogli nelle orecchie, mentre le narici coglievano ogni variazione nell’aria, ogni odore nascosto sotto il gelo. Non sapeva cosa fosse, non riusciva a dargli un nome, ma lo sentiva con chiarezza, un impulso profondo che lo spingeva ad andare avanti, a non fermarsi.
Qualcuno era in pericolo... e quel qualcuno aveva il volto della sua famiglia.
All’orizzonte, a un certo punto, intravide i fuochi dell’ennesimo scontro tra fazioni opposte. Il crepitio degli spari gli arrivava distorto, trascinato dal vento.
Non poteva passare da lì, doveva trovare un’altra strada.
Continuò a muoversi sotto la morsa di quel tempo impossibile, senza sapere per quanto, mentre la luce della luna filtrava a fatica tra le nuvole.
«Ma dove siete...» si disse a denti stretti.
Poi si arrestò di colpo. Appena in tempo.
A un passo da lui, il terreno si apriva in una voragine il cui fondo si intravedeva appena nel buio.
Tsume si abbassò su un ginocchio e si sporse, lo sguardo teso.
Alcuni detriti si staccarono dal bordo e precipitarono, perdendosi nel vuoto prima di depositarsi su ciò che già si era accumulato laggiù.
Per una persona qualsiasi, una caduta del genere, anche se non l’avesse uccisa, avrebbe causato fratture scomposte.
Una persona qualsiasi.
«Mi sentite?» urlò, portando una mano accanto al viso. «Ehi!»
Nessuna risposta.
Si passò la stessa mano sulla fronte e si lasciò ricadere all’indietro, frustrato. «Ma che sto facendo…» mormorò, guardandosi attorno. «Dove sono finito?»
Per un attimo la confusione lo avvolse.
Poi, all’improvviso, gli parve di udire un battito d’ali.
Si irrigidì.
Abbassò di nuovo lo sguardo verso la voragine e rimase in ascolto, trattenendo il respiro.
Passò qualche istante. Poi, in un battito di ciglia, lo vide: sulla sommità del cumulo, laggiù, una piccola figura immobile lo osservava, la testa che si inclinava e ruotava lentamente. Due occhi tondi, scuri, puntati su di lui con un’espressione difficile da decifrare, a metà tra curiosità e qualcosa di più profondo.
Tsume non si mosse e il tempo sembrò fermarsi.
Poi, senza alcun preavviso, il gufo spiegò le ali e si sollevò in volo, scomparendo nell’oscurità mentre qualche penna si disperdeva nell’aria.
Tsume si alzò in piedi e valutò la profondità.
«Ma guarda te che pasticcio…» borbottò, poi piegò le ginocchia e si lasciò cadere all’interno della voragine.
Il cumulo attutì l’atterraggio, che rimbombò appena nello spiazzo.
Si guardò intorno e lo sguardo si corrugò immediatamente: era già stato lì.
Scese dal cumulo e allargò le narici, inspirando a fondo. C’era qualcosa di familiare nell’aria, qualcosa che riconosceva senza riuscire a definirlo. Le iridi gialle si muovevano lente, setacciando il luogo, finché non si posarono su uno dei tronchi.
Si avvicinò e sollevò una mano; non appena il palmo toccò la superficie calda, ebbe un sussulto e il volto di Misha gli attraversò la mente come un lampo improvviso.
Un nuovo battito d’ali attirò la sua attenzione e, sollevando lo sguardo, lo vide di nuovo, posato su un ramo: il gufo lo osservava immobile.
Tsume non disse nulla, ma capì: voleva che lo seguisse.
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La luce calda delle lampade si rifletteva nel vino rosso che Darcia faceva roteare lentamente nel bicchiere, seduto nella quiete del suo studio, mentre oltre le grandi vetrate la tempesta continuava a infuriare.
Cher era di fronte a lui, composta, ma il suo sguardo tradiva una tensione sottile, mentre si guardava l'anello ora spiccare sul suo anulare.
«È curioso» disse lui, senza alzare gli occhi dal liquido che si muoveva nel cristallo «come l’uomo abbia sempre cercato di dare un ordine a ciò che non comprende.»
Fece una breve pausa, poi portò il bicchiere alle labbra.
«Jung parlava di archetipi… strutture universali, immagini che abitano l’inconscio collettivo.» Il tono era calmo, quasi didattico. «L’Ombra: tutto ciò che rifiutiamo di noi stessi. L’Anima e l’Animus: il riflesso dell’altro che portiamo dentro. La Persona: la maschera che indossiamo per esistere nel mondo.»
Cher rimase in silenzio, ascoltando.
Darcia sollevò finalmente lo sguardo verso di lei.
«Dimmi, dottoressa… cosa accade quando queste forze entrano in conflitto?» inclinò appena il capo «Quando l’Ombra smette di restare tale e reclama il suo posto?»
Cher abbassò lo sguardo per un istante, come se la domanda non fosse del tutto teorica.
«Si crea una frattura» rispose infine «l’individuo perde coerenza e può arrivare a non distinguere più ciò che è.»
Un accenno di sorriso sfiorò le labbra di Darcia.
«Oppure» disse piano «si compie.»
Il silenzio calò tra loro, mentre il vento faceva vibrare appena i vetri.
«Vede, il destino non è altro che questo» proseguì lui, tornando a osservare il vino «non una strada imposta, ma una convergenza inevitabile. Tutto ciò che siamo, tutto ciò che rifiutiamo, tutto ciò che desideriamo… prima o poi si incontrerà.»
Fece un piccolo gesto con il bicchiere, come a indicare qualcosa di invisibile.
«E quando accade… non esistono più deviazioni.»
Cher strinse appena le dita sul proprio calice.
«E se qualcuno non fosse pronto?» chiese, con voce più bassa.
Darcia non esitò.
«Allora verrà comunque trascinato.»
Un lampo attraversò il cielo oltre le vetrate, tingendo per un istante la stanza di rosso.
L’uomo socchiuse gli occhi, come se stesse percependo qualcosa in lontananza.
«Dopotutto…» concluse «non è forse ciò che sta accadendo proprio ora?»
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Misha e Toboe avanzavano lungo quei passaggi stretti e oscuri, le mani strette l’una all’altra, muovendosi con cautela nel tentativo di imprimere nella memoria ogni svolta, ogni tronco, ogni minima variazione del terreno. Ma più procedevano, più la luce si affievoliva alle loro spalle e quella foresta sembrava ripetersi identica a sé stessa, come se li stesse lentamente inghiottendo.
Toboe si sforzava di ricordare, scavando nei ricordi di un tempo che non sentiva ancora del tutto suo, ma anche allora non aveva davvero compreso dove si trovassero, e ora, con ogni passo, la sensazione di smarrimento cresceva insieme a un’inquietudine difficile da ignorare. Sapeva solo che, senza l’intervento dello spirito della foresta, tutto sarebbe finito lì.
«Come può esistere una foresta del genere?» sussurrò Misha, lo sguardo perso tra quei tronchi immobili.
«Da quello che ricordo…» rispose Toboe, abbassando appena la voce «si diceva che fosse il risultato di qualche disastro alchemico dei nobili.»
«I nobili?»
«I signori del vecchio mondo.»
Misha corrugò la fronte, come se qualcosa stesse tornando lentamente a galla, poi annuì piano.
«È vero…»
A un certo punto Misha si piegò, trascinando quasi Toboe con sé.
«Che cos’hai?» chiese lui allarmato, non appena la ragazza cadde in ginocchio con il fiato corto.
«Non preoccuparti… devo solo riprendere fiato…»
Toboe notò il rossore sulle sue guance e le portò una mano sulla fronte: scottava.
Del resto avevano camminato sotto la neve, con solo il pigiama e a piedi nudi; i vestiti erano ancora bagnati ed ora erano una morsa gelida contro il corpo.
«Misha, cerca di resistere, presto troveremo l’uscita!» le disse, cercando di farle forza, ma lui stesso si chiedeva se quel luogo avesse ancora un’uscita, sepolto e dimenticato dal mondo per ere e riemerso solo quando loro si erano avvicinati... come se li avesse attesi per tutto quel tempo.
Si mise il suo braccio attorno alle spalle e cercò di esortarla a camminare.
«Forza Misha, qui chi si ferma è perduto, mille anni ogni minuto… cerchiamo di riuscire a riveder le stelle!»
Misha si girò appena verso di lui, sorridendo. «Vedo che allora un po’ hai studiato.»
Toboe sorrise a sua volta e si grattò una guancia, ridacchiando nervosamente. «No, in realtà l’ho letto nel fumetto L’inferno di Michelino il Topolino.»
«Ah… ecco…»
Tsume correva, alternando lo sguardo tra la direzione davanti a sé e l’uccello che lo guidava, sicuro e sinuoso tra quei rami intricati e morti.
«In questa vita sei poco loquace?» disse, ricordandosi ormai chiaramente di quel misterioso animale.
«Se il destino si muove da solo, a che servono le parole? I sogni non hanno bisogno di parole.»
Tsume scosse il capo. «Ma che ci parlo a fare con te…» borbottò,.
Quello spirito era enigmatico allora e tale era rimasto.
I sensi dell’adolescente erano spinti al massimo, amplificati da quell’occhio mutato che ancora rimaneva attivo, segno della grande volontà del ragazzo di proteggere sua sorella, ma anche di salvare sé stesso.
Non sarebbero morti soli, in quel luogo desolato. Ce l’aveva fatta una volta, ci sarebbe riuscito di nuovo, anche se ora non c’erano i suoi vecchi compagni.
Accanto a sé sentiva Misha, il respiro sempre più affannato e stanco. In quel momento non era che una semplice umana, fragile, e non ce l’avrebbe fatta senza il suo aiuto.
Gli occhi si muovevano lenti sul circondario, cercando un dettaglio, una radice, una formazione del terreno che potesse indicare una via. Sentiva le vene pulsare alle tempie: doveva esserci una soluzione a quel labirinto di pietra… doveva...
«Ma quella…» disse all’improvviso, per poi sorridere raggiante «è il passaggio!»
L’apertura si apriva come una lama nella roccia, stretta e quasi invisibile per chi non sapesse dove cercare, ma Toboe la ricordava bene, e ora quel varco gli appariva chiaro come allora.
«È l’uscita?» chiese Misha in un sussurro.
Toboe si fermò sulla soglia.
«Che c’è?» chiese lei, sollevando appena lo sguardo.
«Ecco… è qui dentro che abbiamo combattuto contro quegli insetti.»
«Non c’era un’altra strada?»
Toboe scosse il capo, dispiaciuto.
Misha sospirò. «Allora entriamo…»
«Sarà molto pericoloso, non so se sarò in grado di proteggerti.»
«Allora non farlo, devi pensare anche alla tua incolumità.»
«Non puoi chiedermi questo!» protestò lui.
«Smettila di contraddirmi!» sbottò lei, stringendo i denti.
Toboe si morsicò il labbro e incassò la testa tra le spalle. «Non puoi chiedermelo…» sussurrò.
«Hai detto che vi hanno salvato dei vegetali, giusto?» riprese Misha, cercando di mantenere lucidità nonostante la febbre. «Ti ricordi dove fossero?»
Toboe si concentrò, scavando nella memoria, poi il suo sguardo si illuminò. «Me lo ricordo!»
Misha annuì. «Perfetto, allora correremo dritti in quella direzione. Se quei cosi dovessero esserci davvero, sapremo come scamparla.»
«Hai ragione!» disse lui, voltandosi verso l’ingresso del varco. «Ce la faremo.»
L’entrata era ancora più buia dell’esterno, ma alcuni minerali incastonati nella roccia emanavano una debole fluorescenza, sufficiente a non farli avanzare completamente alla cieca.
Regnava un silenzio opprimente. Non si udiva nemmeno lo sgocciolare dell’acqua, nonostante sopra le loro teste dovesse esserci uno spesso strato di neve.
Camminavano cauti, attenti a ogni passo, con il timore di risvegliare qualcosa di indesiderato, ammesso che in quel luogo ci fosse ancora qualcosa di vivo.
«Non c’è…» sussurrò Toboe.
«Che cosa?»
«Qui c’era lo scheletro del guardiano.»
«Evidentemente non tutto era destinato ad attraversare le ere…» rispose Misha «è già un miracolo che questa foresta lo abbia fatto.»
Oppure una condanna, pensò Toboe, senza dirlo ad alta voce per non turbarla ulteriormente.
Proseguirono per diversi metri, ma nulla si mosse nell’ombra.
Forse quegli insetti si erano estinti con il passare del tempo, forse quella volta non avrebbero dovuto combattere. Toboe lo sperò con tutto sé stesso.
«Da quella parte dovrebbe esserci l’uscita. Ce la fai?» disse a un certo punto, indicando un’apertura laterale appena visibile nella roccia.
Misha sorrise e annuì.
Per un attimo, i loro cuori si alleggerirono.
Ma fu solo un attimo.
La grotta iniziò a tremare.
Mentre Tsume seguiva quel gufo, iniziò a chiedersi per quanto ancora avrebbe dovuto farlo, e in lui sorse il timore che potesse trattarsi di una trappola. Si arrestò però quando, all’improvviso, tra i tronchi di pietra riecheggiò qualcosa di simile a un ululato.
E quell’ululato lo conosceva bene.
«I cicli si ripetono, tutto si ripete. A quale destino andrai incontro?»
«E parla chiaro una buona volta!» ringhiò il giovane uomo, pur sapendo che prendersela con quell’essere era inutile.
Accelerò la corsa, saltando con agilità radici esposte e tronchi caduti, finché non si fermò proprio davanti all’ingresso di un varco nella parete rocciosa.
Lo spirito si posò su un ramo.
«Anche allora ci avevi portato qui…» disse Tsume a bassa voce, esitante, ricordando perfettamente cosa lo aspettasse.
«I cicli si ripetono, tutto si ripete. A quale destino andrai incontro… Tsume?» disse il gufo, ruotando la testa di centottanta gradi.
Tsume si voltò di scatto, esterrefatto, ma quando tornò a guardare, l’animale era scomparso.
Un brivido gli attraversò improvvisamente il corpo. Dovette appoggiarsi alla parete, come se all’improvviso gli mancassero le forze.
Poi avvertì qualcosa di caldo all’altezza del petto, che colava sulle sue vesti.
Abbassò lo sguardo e sgranò gli occhi: la sua cicatrice si era riaperta e stava sanguinando.
Cercò di regolare il respiro per non perdere il controllo, poi scosse il capo con forza, come a scacciare qualcosa di fastidioso.
Un ululato giunse dall’interno della grotta.
Lo sguardo di Tsume si intensificò. Non c’era un minuto da perdere.
Ma come varcò la soglia di quel luogo, il suo cuore perse un colpo: non si trovava all’interno della grotta. Fuoco e fiamme lo avvolsero, un campo di battaglia in cui macchine da guerra dell’antico mondo devastavano tutto ciò che lo circondava, mentre l’odore di metallo caldo e carne arsa gli graffiava i sensi.
«Che aspetti!? I nostri compagni hanno bisogno di te!»
Improvvisamente accanto a lui apparvero dei lupi grigi che lo fissavano con intensità, come se attendessero che egli reagisse: era il suo primo branco.
In quel momento si rese conto anche lui di essere un lupo.
Di nuovo un ululato squarciò l’aria e lì, tra i fumi e gli scoppi, li vide: Toboe e Misha, privi di sensi, l’uno accanto all’altra, alla mercé di quel pericolo, nell'aspetto in cui se li ricordava nella vita passata.
Ma raggiungerli era difficile, i nemici erano troppi, e l’aria stessa sembrava respingerlo, satura di morte.
Come avrebbe potuto salvarli?
Si voltò verso il suo capobranco, il cui odore era dominante, antico, che lo guardava senza pietà, già digrignando i denti, pronto ad attaccare.
Tsume abbassò il capo.
«Te l’ha fatta uno di noi, vero? Riconosco i segni.» Aveva chiesto Misha.
«Anche io ho un passato che non vorrei mai ripetere.» Aveva risposto lui. «Ho tradito i miei simili... uno come me ha diritto a quel posto, qualora esistesse?»
«Forse si è risvegliato in te il desiderio di poter correre libero in un luogo incontaminato, dove seguire la nostra vera natura» rispose lei, con quel suo sguardo azzurro e profondo «dove avere una propria famiglia.»
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Cher osservava in silenzio Darcia, il calice appena sollevato alle labbra, come se stesse pesando le parole prima ancora di pronunciarle.
«Avete citato l’Ombra, l’Anima, l’Animus e la Persona…» disse infine, con voce calma, posando lo sguardo su di lui «ma avete dimenticato il quinto componente.»
Darcia non rispose subito, si limitò a sorseggiare il vino.
«Il Sé» continuò lei, leggermente inclinata in avanti «forse il più importante. Rappresenta il centro unificante della personalità. È ciò che integra tutte le diverse parti di noi stessi, sia consce che inconsce.»
Il silenzio si fece più denso nella stanza.
«La realizzazione del Sé è il viaggio di tutta una vita…» proseguì, con tono fermo «un percorso che ci porta a scoprire la nostra vera natura e a vivere in modo autentico e completo.»
Darcia rimase immobile, lo sguardo perso, come se quelle parole avessero lasciato un’eco difficile da ignorare.
«Hai ragione…» sussurrò infine.
Non aggiunse altro e rimase così, pensieroso.
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Tsume sollevò il capo, con espressione decisa, proprio un attimo prima che il capobranco si avventasse su di lui per punirlo, poi si voltò di scatto e iniziò a correre a perdifiato lungo una trave metallica, evitando scoppi e deviando lance, mentre il caos infuriava tutt’intorno come un fragore distante che per lui non era altro che rumore bianco, perché il suo obiettivo era chiaro, davanti a sé: salvare lasua famiglia.
Lo sguardo era acceso, i muscoli si contraevano sotto quella pelliccia grigia, le zampe si muovevano con agilità, un animale fiero e sicuro che avrebbe protetto la sua compagna e il suo cucciolo da ogni avversità, mentre la distanza si accorciava sempre di più.
Mancavano ormai pochi metri, era quasi giunto da loro, questa volta ce l’avrebbe fatta, questa volta non avrebbe tradito più nessuno.
Alle sue spalle, proprio nell’istante in cui li raggiunse, lampeggiò un’esplosione.
Uno sbuffo di polvere e detriti fuoriuscì dalla caverna, riversandosi con forza sul manto di neve del bosco, ancora immerso nel cuore della notte.
Da quel cumulo di macerie emerse, dopo qualche secondo, Tsume, tossendo e dolorante, coperto di graffi. Sentiva la polvere fin dentro i polmoni, gli bruciava in gola, nel petto, su tutta la pelle.
«Ma che cosa…» sussurrò, ma subito alzò di scatto il capo, ricordando.
Il terrore lo colse all’istante.
Si gettò sulle macerie e iniziò a scavare a mani nude, con foga, con urgenza, ignorando i tagli che si aprivano sulle dita.
«Mi sentite ragazzi? Ehi!» la voce gli usciva spezzata, soffocata dalla polvere, mentre le lacrime gli rigavano il volto.
L’adrenalina prese il sopravvento e i movimenti si fecero sempre più rapidi, sempre più disperati, finché, tra i detriti, non emerse un ciuffo di capelli.
«Ti prego…» disse a denti stretti, già temendo il peggio.
Continuò a scavare, spostando pietre e terra, finché non riuscì finalmente a liberarli.
Erano ricoperti di polvere grigia, immobili, come se fossero diventati pietra essi stessi.
Misha stringeva Toboe al petto, come se anche in quell’istante avesse cercato di proteggerlo, mentre il ragazzo si aggrappava a lei con tutte le forze.
Tsume rimase in ginocchio, le spalle incurvate, il capo abbassato.
Il corpo iniziò a tremargli.
«Vi prego… tornate da me… vi prego…»
Poco distanti, i fiori della luna si mossero sotto il vento, e il loro lieve agitarsi risuonò come il tintinnio di una campanella.
Poi, all’improvviso un colpo di tosse.
Tsume sollevò il capo di scatto, come travolto da un soffio improvviso di vita.
Si sporse subito in avanti e iniziò a ripulire i loro volti con mani tremanti.
A tossire era stato Toboe e poco dopo, quest'ultimo riaprì gli occhi. L'occhio del lupo si era ritirato.
«T-Tsume…» sussurrò.
Il cuore del lupo grigio si riempì di sollievo.
«Moccioso… sempre a metterti nei guai» disse, con un filo di voce.
«Ho imparato dal migliore…» rispose Toboe, accennando un sorriso, ma subito il suo sguardo si fece serio. «Misha?»
Misha non si svegliava. Un rivolo di sangue le scendeva dalla tempia.
«No… no, non farmi questo!» disse Toboe, scuotendola con disperazione. «Mamma, ti prego… mamma, apri gli occhi!»
Ma questa volta nemmeno quello bastò.
«Apri gli occhi, dannazione!» intervenne Tsume, sollevandola tra le braccia e cercando di farla reagire dandole un paio di schiaffi, ma il corpo di Misha rimaneva inerte, abbandonato, come quello di una bambola inanimata.
Toboe si rannicchiò su sé stesso e iniziò a singhiozzare, stringendo nel pugno detriti e piccole pietre.
Tsume osservava il volto senza vita di Misha, immobile, lo sguardo sospeso, come se il tempo si fosse fermato proprio lì, in quell’istante.
Shailoh Shailoh, yatreet ka…
Shailoh shna… otvit ka…
Hahla Hahla… ahlah hah…
Shailoh washnee
fortee ney…
Improvvisamente il canto di Cheza riecheggiò alle sue spalle, facendogli raddrizzare la schiena di scatto.
Si voltò lentamente e lo sguardo venne catturato dalla luna che si era aperta un varco tra le nuvole. Era ancora rossa, ma i suoi raggi, ora, non sembravano più portatori di sventura.
Si riflettevano sul lago ghiacciato a pochi metri da loro e, sopra quella superficie immobile, come sospesa tra luce e neve, per un attimo gli parve di vedere Cheza. Li guardava, sorridente mentre cantava la loro ninna nanna.
Tsume si sollevò lentamente sulle gambe, tenendo stretto a sé Misha tra le braccia.
Anche Toboe si sollevò, pur rimanendo seduto, e lo seguì con lo sguardo mentre l’uomo avanzava verso il lago, in controluce sotto i raggi lunari.
La neve scricchiolava appena sotto gli stivali neri.
Continuò a camminare, passo dopo passo, fino a raggiungere il bordo del lago.
La visione di Cheza non c’era più, ma il suo canto gli risuonava ancora nelle orecchie.
Si chinò e poggiò Misha a terra con estrema cura, poi ruotò il busto e si rivolse verso la superficie ghiacciata. Strinse gli occhi e i denti mentre sollevava il pugno e lo calava con forza sul ghiaccio, che si ruppe sotto il colpo come se il suo spessore non fosse nulla.
Il suono fu simile a quello di vetri che si frantumano.
Tsume immerse la mano nell’acqua gelida, la raccolse a conca e la versò sul volto della ragazza, una volta, poi un’altra, poi ancora, ripulendola dalla polvere e dalla terra, finché le sue gote non tornarono a intravedersi sotto lo strato grigio e le labbra ripresero il loro colore.
Non bastava.
Inspirò profondamente e si chinò su di lei, iniziando a praticarle un massaggio cardiaco, alternando pressioni ritmiche sul petto ai soffi, tappandole il naso con le dita quando le sue labbra si posavano sulle sue per forzarle aria nei polmoni.
Toboe osservava a distanza, immobile. Aveva paura, ma non aveva smesso di sperare.
Ripensò all’uccello in fiamme del suo sogno… no, non poteva, non doveva essere una premonizione.
«Nonnina… aiutala tu…» sussurrò.
Poi, all’improvviso riecheggiò un colpo di tosse, roco e violento.
Un ritorno alla vita che squarciò come una lama l’aria opprimente che li circondava.
«Misha!» esclamò Toboe, travolto dalla gioia, ritrovando le forze nel vedere la sorella sollevarsi da terra.
In un attimo fu subito accanto a lei, abbracciandola con forza e premendo la guancia contro quella di lei, come a volerla sentire davvero, come a convincersi che fosse reale.
Misha sorrise.
Non aveva più la forza neanche per parlare, ma non si risparmiò nel contraccambiare quell’abbraccio, stringendolo piano, lasciandosi andare a quel contatto sincero e vitale.
Rimasero così per qualche istante, finché un singhiozzo ruppe quel fragile equilibrio.
Entrambi sollevarono lo sguardo verso Tsume, guardandolo in un misto di stupore e silenzio.
Lui chinò appena il capo e si passò il palmo sulla guancia, quasi infastidito da ciò che aveva appena tradito. «Che c’è? A un uomo è vietato piangere?»
Misha e Toboe scossero il capo all’unisono.
«I tuoi occhi, Tsume…» disse Toboe.
L’uomo sussultò appena, come se solo in quell’istante qualcosa dentro di lui avesse fatto clic.
Si mosse lentamente verso il lago ghiacciato e si sporse.
Il riflesso tremolava appena sulla superficie incrinata e ciò che vide non era ciò che si aspettava: i suoi occhi erano mutati.
Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.