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Creato il 17/07/2026, 18:58 · Aggiornato il 17/07/2026, 18:58

Capitolo 37: Il viaggio di un sogno - parte 6

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

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  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Quando si nasce, quando si muore, perché si nasce? Perché si muore?

Questo pianeta ha ripetuto innumerevoli cicli di distruzione e rigenerazione divenendo il Rakuen.

- "Risorge."

Fino ad ora ed anche da adesso in poi...

- "La metempsicosi"

...questo non è che un Rakuen che qualcuno ha aperto.

Anche la nostra epoca sta per chiudersi definitivamente.

A dispetto della nostra vera natura abbiamo ottenuto la facoltà di vivere a lungo, tuttavia il mondo ha comunque termine.

Ho perduto la speranza nel mondo che va incontro alla fine, il mio destino è appassito come i petali di un fiore e ogni cosa alla stregua di cumuli di polvere, verrà spazzata via, come se stesse purificando tutto. Il mondo si chiuderà in una morsa di ghiaccio, per poi tornare all'inizio dei tempi.

Il Rakuen è un mondo che qualcuno… apre.

- Memorie del mondo passato, Darcia III

«Ogni cosa ha fine, il mondo sta morendo…»

Quella notte Darcia si agitò nel sonno. I suoi sogni si facevano sempre più inquieti, riportando alla luce memorie di un tempo in cui aveva perduto ogni speranza e l’oscurità aveva già messo radici nel suo cuore.

«Noi nobili, strappati dal mondo in cui siamo nati… lontano, lontano… stiamo lentamente morendo.

Se è così, allora fermiamo il tempo. Fermiamolo per l’eternità.» Gli aveva detto una voce femminile.

«Questo non è né il luogo in cui teneramente si ama il passato ormai perduto, né quello da cambiare il futuro che ci attende.» Rispose lui.

«Non ha fatto altro che inseguire un Rakuen destinato solo ai nobili. Tuo nonno.»

«Quell’uomo non ha pensato a chi sarebbe rimasto. Per questo è scomparso e con lui il nostro casato è stato... maledetto.

Un Rakuen nato in un mondo maledetto… non ha senso.»

«È una menzogna. Tu menti. Hai sempre mentito a te stesso… e al tuo cuore.

Il Rakuen che desideravi è già davanti ai tuoi occhi.»

«È inutile…»

«È davvero per Hamona… oppure per qualcun altro?

Lo sai già da tempo, vero? Quell’occhio… quel sangue… desiderano il Rakuen.»

«Ti sbagli. Questo luogo… non è il Rakuen.»

«Chi sei? Chi sei veramente?»

«Io… chi sono veramente?» risuonò nella sua mente.

Dal buio emerse allora una figura. Una donna in alta armatura dei nobili di Jagra, avvolta da una luce rossa, quasi pulsante.

«Tu sarai mio. Mi apparterrai… per sempre.»

Dai fori dell’elmo dorato, ornato di fregi, affiorarono due occhi.

Uno era quello di un lupo.

L’altro viola... ma a chi apparteneva davvero quest'ultimo? Ad Hamona… o a Jaguara?

«Noi non desideriamo soltanto il Rakuen…

è il Rakuen che sta chiamando noi.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

«In un Rakuen artefatto non esiste futuro.»

«Cheza… Cheza… non sento più il tuo canto…» disse Kiba, avanzando nell’ombra.

«Non sei ancora pronto… prima devi imparare… a perdonare» rispose la sua voce, gentile e distante.

«Perdonare? Che significa?» urlò lui, disperato, mentre vagava nel buio. «Cheza!»

«Kiba! Kiba, svegliati!»

Blue lo scosse con decisione. «Stai urlando nel sonno.»

Kiba si portò le mani alle tempie e si girò su un fianco, la testa pulsante.

Inspirò profondamente, come se fosse riemerso dopo essere rimasto troppo a lungo sott’acqua, prima di riuscire a parlare.

«Continuo a sognarla… e quelle parole non smettono di rimbombarmi nella testa. Cosa voleva dire?»

Il trio si era rifugiato in una grotta per ripararsi dalla tormenta. Il falò, ormai basso, crepitava piano, proiettando ombre irregolari sulle pareti di roccia.

«Imparare a perdonare…» mormorò Blue, scuotendo appena il capo. «Vorrei poterti dare una risposta, ma non ne ho.»

Distolse lo sguardo verso l’esterno. La neve veniva trascinata dal vento nella notte, che fischiava tra le rocce come un richiamo inquieto.

«Anche se per cento anni siamo rimaste unite in quell’abbraccio… io non ero cosciente. Qualcosa dev’essere successo, a un certo punto.»

«Mi chiedo cosa…» disse Kiba, accigliato.

Si sollevò lentamente, piegando un ginocchio verso l’alto, e si passò una mano tra i capelli castano scuro.

I suoi occhi azzurri si fissarono sulle fiamme.

«Per tutta la vita ho saputo chi ero. Ho rafforzato questo corpo umano e quando, circa un anno fa, ho sentito il suo canto, mi ha guidato fino a Freeze City.» Sospirò. «Allora credevo che fosse finalmente arrivato il momento.»

«Invece era solo l’inizio di qualcos’altro» concluse Blue.

«Credevo davvero di poter risolvere tutto da solo.»

«Perché mai?» chiese lei, spostandosi appena.

Kiba esitò un istante. «Perché ero il suo prescelto.»

«Che assurdità.»

La voce di Tsume, ruvida e sprezzante, arrivò dall’altra parte della grotta. Era seduto contro la parete di roccia, immerso nella penombra.

«Credevi davvero di poter fare tutto da solo? Che senso avrebbe avuto la nostra rinascita, altrimenti?»

Kiba abbassò lo sguardo. «Pensavo… che voi foste stati premiati con una vita felice.»

Tsume sbuffò appena.

«Davvero? Credi ancora che questo sia il Rakuen?» Sollevò appena il mento. «Potrei farti una mappa di tutti i segni che ho addosso per dimostrarti il contrario.»

«Perché ti stai scaldando, Tsume?» intervenne Blue, accigliata.

Tsume schioccò la lingua contro il palato e distolse lo sguardo. Per un attimo rimase in silenzio, poi tornò a fissare Kiba.

«Ora sei diventato un lupo completo, che aspetti ad andare a prenderla?»

Kiba non rispose subito. Le fiamme tremolarono nei suoi occhi.

«Non è ancora il momento.»

Tsume lo osservò, più attento. «Hai paura di un altro rifiuto?»

Kiba scattò per alzarsi, ma Blue lo trattenne, premendogli una mano sulla spalla.

Poi alzò lo sguardo verso Tsume, contrariata.

«Vai a farti una passeggiata sotto la neve. Magari ti passa.»

Tsume non rispose e distolse lo sguardo.

Blue tornò subito su Kiba. Il suo viso era contratto, le spalle tremavano appena.

«Non ascoltarlo» disse a bassa voce. «Stiamo facendo tutto nel modo giusto. Tu ti sei risvegliato del tutto, Tsume diventa ogni giorno più forte e presto ritroveremo Hige. E magari anche Misha e Toboe.»

Fece una breve pausa, cercando il suo sguardo.

«E poi… andremo da Cheza. Tutti insieme.»

Kiba abbassò il capo.

«Purtroppo Tsume ha ragione…» ammise piano. «Ho paura. Paura che lei mi rifiuti di nuovo.»

Blue inarcò leggermente le sopracciglia, riflettendo. «Potrebbe essere proprio questo quello che intendeva.»

Kiba sollevò appena lo sguardo.

«Quando ti ha detto di imparare a perdonare, forse parlava di questo. Di perdonare te stesso

Fece un piccolo gesto con la mano, come a mettere insieme i pezzi.

«Hai scoperto che Darcia è ancora vivo. Il mondo sta di nuovo crollando. I nostri amici… non sono davvero felici.» Lo fissò con dolce fermezza. «E tu continui a prenderti tutto sulle spalle.»

Kiba sussultò appena. Quelle parole lo avevano colpito nel punto giusto.

Che fosse davvero così?

«Ma allora…» esitò «non dovrei superare tutto questo combattendo quell’uomo?»

Blue scosse lentamente il capo. «Non è sempre con la violenza che si risolvono le cose. E lo sai, Cheza non lo accetterebbe.»

Si fece un po’ più vicina.

«Io non ho la risposta. Ma posso restarti accanto… finché non la troverai.»

Kiba rimase in silenzio per qualche istante, gli occhi persi nel fuoco.

Poi annuì.

«Allora inizieremo recuperando il nostro amico.» Un sorriso gli affiorò sulle labbra, più leggero. «Me lo immagino già, i salti di gioia quando ti vedrà.»

Blue rise piano.

«Oppure correrà in bagno a fare la pipì.»

Per un attimo, la tensione si spezzò e nella grotta, tra il vento e il fuoco, risuonarono le loro risate.

Tsume rimase in silenzio.

Kiba e Blue sembravano legati da qualcosa di profondo: spiriti affini che si muovevano nella stessa direzione.

Lui, invece, si sentiva diverso. Di un’altra pasta.

Aveva creduto a quel passato da lupo. Aveva iniziato a ricordare. Eppure… non bastava.

Per Kiba c’era Cheza.

Per Blue c’era Hige.

E Hige - da bravo Don Giovanni qual era sempre stato - aveva avuto lei e anche Misha.

Perfino il detective sembrava essersi risvegliato, ritrovando la sua Cher.

Lui no.

Non era legato a nessuno. E forse era proprio questo a tenerlo indietro.

«Ho tradito i miei simili e ho comandato degli umani per scorribande e rapine. Secondo te uno come me ha diritto a quel posto, qualora esistesse?”»

La sua condizione sembrava proprio confermare ciò che al tempo aveva detto.

La voce di Misha riaffiorò nella sua mente, limpida, come allora.

«Forse unendoti a Toboe e agli altri si è risvegliato in te il desiderio di poter correre libero in un luogo incontaminato, dove seguire la nostra vera natura.» aveva risposto lei. «Di avere una famiglia.»

Tsume abbassò lo sguardo.

«Famiglia…» ripeté a bassa voce, quasi assaggiando quella parola.

Sospirò.

«Non ho la minima idea di cosa significhi.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Hige si lasciò sfuggire un lungo sbadiglio, mentre era di guardia al forte. Quella sera sembrava insolitamente tranquilla. Almeno per una volta.

Erano passati ormai più di due mesi da quando lui e Hubb Lebowski erano stati mandati al fronte. In tutto quel tempo, i momenti di quiete si potevano contare sulle dita di una mano.

Avevano visto cadere uomini da entrambe le parti e la guerra sembrava ancora lontana dalla fine. Era diventata una lenta erosione, logorante, alimentata da vecchi politici che muovevano i soldati come pedine su una scacchiera.

Grazie alla sua esperienza, Hubb aveva ottenuto il grado di capitano, finendo per comandare proprio il plotone in cui era stato assegnato Hige.

Lui, invece, era un semplice soldato ma le sue capacità erano emerse quasi subito, istintive e ribelli, difficili da incasellare nella disciplina militare.

Tra i compagni era diventato il punto di riferimento tra battute e risate, una presenza leggera in mezzo al peso della guerra. Ma sotto quella superficie, Hige teneva ben nascosto ciò che davvero provava.

«Sembra una bella serata… se non fosse per tutta questa neve», disse Hubb, stringendosi nel cappotto di lana mentre si avvicinava ad Hige, appostato con il fucile poggiato sulla spalla e avvolto in una coperta.

Al suono della sua voce, il giovane scattò in piedi e accennò un saluto militare.

Hubb alzò subito le mani. «No, ti prego… tu no.»

«Mi scusi. Ma ogni volta che me ne dimentico, mi fanno una lavata di testa infinita.»

Hubb accennò un sorriso stanco. «Questa vita è molto diversa da quella a cui sei abituato, vero?»

Hige sbuffò piano. «Né questa… né la precedente.»

Per un attimo rimase in silenzio, poi Hubb lo osservò con più attenzione. «Come procede il tuo risveglio

Hige scosse appena il capo. «Uno schifo. Con tutte queste esplosioni e questo caos, credo che la mia bussola interna si sia rotta.» Assottigliò lo sguardo, come cercando qualcosa nella distanza. «Però, l’altro giorno mi è sembrato di sentire… uno… no, due ululati. Mi stavano chiamando.»

Hubb gli posò una mano sulla spalla. «Come vedi, non si sono dimenticati di noi.»

La mascella di Hige si contrasse.

«Peccato che non possiamo andare da loro.» Voltò appena il capo, nascondendo il viso. «A quanto pare devo fare il cane per un nobile anche in questa vita.»

Hubb sospirò, lo sguardo perso tra la neve che cadeva lenta.

«Vale anche per me. Ma se vogliamo salvare Cheza ed evitare che appassisca dobbiamo assicurarci che la missione di Misha e Toboe vada a buon fine.»

Due mesi prima.

Dopo un lungo volo, l’elicottero superò i confini della città e si inoltrò sopra una distesa di boschi, fino ad atterrare su una piattaforma nascosta tra gli alberi.

«Accidenti, che maniere», protestò Hubb, mentre gli uomini li trascinavano fuori, minacciandoli con i fucili.

«Vedi di non provare a scappare, rosso», disse una delle guardie rivolgendosi a Hige**. «Qui è pieno di trappole per quelli come te.»**

Vennero ammanettati e, dopo circa dieci minuti di cammino, giunsero davanti a un edificio antico, dall’architettura gotica.

«Questa è la dimora dei Darcia», dissero loro. «La prima casa della fanciulla bianca in questo nuovo mondo.»

Hubb e Hige osservarono la struttura con espressione cupa.

Il lupo nero li stava accogliendo nella sua tana.

L’interno non tradiva le aspettative: austero, immobile, intriso di un’antichità opprimente. Una chiara manifestazione di qualcuno cresciuto nel culto delle vecchie tradizioni, fino al fanatismo.

Persino i domestici indossavano maschere. Erano schierati ai lati del corridoio come statue, immobili, mentre gli “ospiti” venivano condotti all’interno.

«Trovi più allegria in un cimitero», borbottò il detective.

In fondo al corridoio di marmo scuro li attendeva una coppia dall’età indefinibile. Gli abiti, sontuosi e pesanti, nascondevano le forme; i volti erano celati da maschere elaborate.

A rivelare chi fossero furono le loro parole.

«Così… ecco davanti a noi altri due rinati. Coloro che tentarono di distruggere nostro figlio nel tempo che fu», disse l’uomo.

La donna avanzò lentamente verso Hige e sollevò una mano.

Le unghie, sottili e appuntite, brillavano appena.

Con il pollice gli punse la guancia.

Hige si irrigidì, trattenendo una smorfia, mentre una goccia di sangue affiorava sulla pelle.

La donna la raccolse dall'unghia con la lingua, sollevando appena la maschera e lasciando intravedere un volto segnato dal tempo.

Un fremito di estasi le attraversò il corpo.

«Lo sento… lo sento… il sangue dei Creatori. I nostri dei che si offriranno a noi uomini con la carne e con il sangue.»

Poi lo afferrò per le braccia e si sollevò sulle punte, avvicinandosi al suo orecchio.

«Rafforzati, giovane lupo, torna a essere ciò che eri. Sii la chiave che aprirà il vero mondo.»

Un brivido gelido percorse la schiena di Hige.

Rimase immobile, pietrificato da quell’inquietudine, ma non distolse lo sguardo.

«Portateli dal nostro signore», ordinò Darcia II, scostandosi insieme alla moglie.

I due vennero condotti oltre il corridoio, fino a una grande sala.

Alte finestre si aprivano sui lati, mentre enormi candelabri pendevano dal soffitto.

Una sala da ballo.

L'attraversarono fino a raggiungere una grande porta di legno.

Quando si aprì, entrambi sgranarono gli occhi: al centro della stanza fluttuava una sfera, simile a quella che avevano già visto nel laboratorio dell'altro castello. Al suo interno, sospesa, con il viso chino e le braccia aperte c’era Cheza.

La stanza era avvolta nella penombra e l'unica fonte di luce proveniva dai macchinari e soprattutto dalla sfera, al cui interno il liquido che alimentava la fanciulla brillava di riflessi smeraldini.

«Ben arrivati», disse Darcia, avanzando verso di loro. Indossava abiti nobiliari del vecchio mondo.

Non appena lo vide, Hige ringhiò con una ferocia improvvisa.

I capelli si sollevarono, gli occhi si tinsero di nero. Le unghie si allungarono, affilate come artigli.

Con un gesto secco spezzò le manette, come fossero fatte di zucchero, e scattò in avanti.

«Hige!» urlò Hubb, colto alla sprovvista.

Le guardie tentarono di colpirlo alle gambe, ma il ragazzo era troppo veloce.

Placcò Darcia e lo travolse, schiacciandolo a terra con tutto il peso del corpo, facendogli volare via la maschera ed il copricapo di penne nere.

Darcia cadde di schiena. Il suo occhio di lupo, ora mostrato, pulsò.

Bloccò il primo colpo afferrandogli un polso, poi intercettò anche il secondo, serrando entrambi con forza.

La presa era solida. Anche lui possedeva una forza fuori dal comune.

Ma Hige non si fermò. I canini si erano allungati, pronti a lacerare.

«Dimmi, Hige…» disse Darcia, la voce tesa ma priva di paura. «Per chi ti ribolle il sangue? Per Misha? Per Blue… o per entrambe?»

«Sporco maiale!» ringhiò Hige, stringendo i denti.

Le guardie lo circondarono e tentarono di trascinarlo via, ma bastò un movimento per liberarsi di loro, come fossero foglie.

Darcia lo fissò, immobile sotto di lui.

«Vuoi restituirmi il favore per ciò che ti feci nella tua vita passata?» disse, con voce più profonda. «Allora avanti, accomodati. Affonda le tue zanne.»

Inarcò il collo all’indietro e allentò la presa, non opponendo più resistenza.

Hige spalancò la bocca e si abbassò sul suo collo. Ma, a un soffio dal morso… si fermò.

«Perché non completi l’opera?»

«Hige… non farlo… ti prego.»

La voce di Cheza risuonò chiara nella sua mente.

Il volto del ragazzo impallidì. «Lei… lei non vuole.»

Darcia spostò lo sguardo verso Cheza.

La ragazza si era sporta, osservando la scena con apprensione.

«Ma certo, non vorrai versare il sangue di un tuo simile, proprio davanti a lei

«Tu non sei mio simile!» ringhiò Hige. «Sei solo un mostro. E mi viene da vomitare al pensiero di averti considerato un mio amico

«Amico…»

Le guardie affondarono i bastoni elettrici nel corpo di Hige.

Questa volta riuscirono a trascinarlo via, ma solo perché lui aveva già perso la furia iniziale.

«Mi hai considerato tuo amico ripeté Darcia.

Le sclere nere si ritirarono, e con esse anche ogni traccia della sua forma mutata.

Lo sguardo di Hige si fece spento.

«Grazie a te abbiamo salvato Misha. E io… senza sapere nulla… ero grato a quell’uomo ricco che aveva preso a cuore la vita di una cameriera conosciuta il giorno prima.» Scosse il capo. «Ma quell’illusione è durata poco.»

«Se non fosse stato per Kiba e per il detective qui presente…» disse Darcia, rialzandosi «avresti potuto continuare a vivere nel tuo Rakuen. Non avresti mai scoperto nulla.»

Fece una breve pausa.

«E non saresti stato separato dalla tua dolce Misha.»

«E così, a novembre, avresti avuto un lupo risvegliato in meno per i tuoi piani», intervenne Hubb.

«Infatti vi sono grato», rispose il magnate, accennando un sorriso.

Si avvicinò lentamente a lui.

«Diventando più forti, avete solo contribuito a realizzare il destino che io inseguo da ere.»

Hubb sussultò. «Vuoi dire che…»

«Che tutto è già scritto.»

Darcia sollevò appena il mento.

«Questo non è altro che un ciclo che si ripete. Una spirale che converge verso il centro. Una danza che continua, anche se le dinamiche cambiano.»

Fece un passo avanti.

«Si chiama metempsicosi. Le anime trasmigrano da un corpo all’altro, attraversando il tempo… finché non trovano il loro vero luogo.»

Hige strinse i denti. «Quindi siamo destinati a combatterci per sempre?»

Darcia si voltò verso di lui, aprendo le braccia.

«No.» Un sorriso appena accennato. «Questa volta sarà l’ultima.»

Si avvicinò alla sfera che racchiudeva Cheza.

«Ed è per questo che hai smesso di incoraggiarli, vero?» sussurrò, con tono quasi velenoso. «Hai capito che questa è stata la loro ultima soglia. Il prossimo mondo… non sarà per loro.»

Abbassò leggermente lo sguardo.

«Sono destinati a spegnersi nell’oblio.»

«Mi sfugge il nesso tra tutto questo e il fatto che tu voglia che io ed Hige collaboriamo con te», disse Hubb, costretto in ginocchio dagli agenti.

Darcia inclinò appena il capo.

«Un tipo impaziente, vedo.»

«Semplicemente non amo i lunghi discorsi pomposi dei fanatici.»

Darcia sollevò il braccio e attivò lo smartwatch. «Può entrare, dottoressa.»

Poco dopo, da una porta laterale fece il suo ingresso una donna in camice bianco. I capelli erano raccolti in uno chignon, il volto coperto da una maschera di ceramica. Tra le mani stringeva una cartella.

Hubb sussultò. Poi il suo sguardo si indurì. «Così finalmente ti vedo con il tuo vero volto... Cher.»

Sotto la maschera, il viso della donna rimase impassibile. Solo gli occhi azzurri si socchiusero appena.

«Buonasera, signori», disse con voce composta, avanzando di qualche passo e accennando un inchino verso Darcia.

«Dottoressa, il detective Lebowski ha trovato il suo videodiario», disse Darcia. «È quindi al corrente dei suoi studi sulla fanciulla fiore e della singolarità con quella donna lupo.»

Lo sguardo di Hige passò rapidamente dall’uno all’altra.

«Perfetto. Allora non mi dilungherò oltre.»

Cher si avvicinò a una console. Con un gesto attivò una proiezione su una superficie di vetro: dati, schemi e la sagoma di due figure abbracciate.

«Cheza e Blue furono rinvenute oltre cento anni fa, nello stesso luogo in cui venne trovato il Libro della Luna. In origine non erano che una sfera di luce. Solo dopo che Darcia I realizzò questo contenitore, seguendo istruzioni ricevute in sogno, iniziarono gradualmente ad assumere forma.»

Sul vetro scorsero appunti e immagini d’archivio della sfera.

«La loro formazione si è completata soltanto negli ultimi anni. Il picco di attività, però, si è verificato nell’ultimo anno, in concomitanza con il risveglio del sangue di Misha, ma anche con l’arrivo di Kiba a Freeze City.»

«Una convergenza di destini», mormorò Hubb.

Cher annuì.

«In seguito a questi eventi, Cheza ha iniziato a cantare per richiamare i lupi. Tuttavia, un giorno ha smesso improvvisamente e poco dopo ha separato Blue dalla simbiosi.»

Hige, ancora accasciato a terra, con la schiena contro la parete e il respiro pesante, abbassò lo sguardo.

Quello di Darcia verso quest'ultimo fu sprezzante.

Hubb scattò in avanti, ma le guardie lo bloccarono immediatamente.

«Ora però le cose stanno cambiando», proseguì Cher. «Con l’arrivo della Luna Rossa, le guerre… forse anche la perdita dello scambio vitale con Blue…» Sospirò appena. «…sta appassendo.»

Sia Hige che Hubb guardarono verso la fanciulla dagli occhi rosa.

Sotto la tuta aderente, all’altezza del collo, sottili venature verdi iniziavano a emergere.

«Vuole lasciarsi morire per impedire l’apertura del Rakuen», aggiunse Darcia, con una punta d’indignazione. «Crede così di potermi fermare.»

Hige serrò la mascella.

«Non devi farlo, Cheza!» disse, il respiro spezzato. «Kiba sta facendo di tutto per venire da te!»

«Lo ha già fatto…» rispose Darcia con freddezza. «E lei lo ha respinto.»

Una lacrima scivolò lungo la guancia di Hige.

«Cheza… tu sei il nostro fiore. Non puoi decidere di appassire così.»

Per un istante, Cheza si voltò appena verso di lui.

Hige le sorrise, ma nei suoi occhi c’era stanchezza, dolore… e qualcosa di più profondo.

«Sai, ora che ti guardo, mi tornano in mente tante cose», continuò con voce più dolce. «Il modo in cui ci accarezzavi, come ti prendevi cura di noi, i sogni che ci regalavi con la tua ninna nanna…»

Fece una breve pausa, come se stesse scegliendo con cura ogni parola.

«Ma anche il tuo lato umano.» Un sorriso leggero gli sfiorò le labbra. «La gioia che hai provato quando ti ho portato quegli stivali rosa e quella mantella. Eri davvero carina.»

Ridacchiò piano, poi lasciò uscire un respiro.

«Ci hai portati in un mondo dove i prati sono verdi, dove esistono feste per scambiarsi regali e dove puoi portare la persona che ti piace a bere cioccobirra vestito da mago…» Chinò appena la testa. «Non vorresti vedere anche tu tutte queste cose?»

Il silenzio si fece pesante.

L’angolo della bocca di Cheza si contrasse appena, in un accenno di sorriso. Ma fu solo un attimo.

Poi voltò di nuovo il capo.

«Se ci tenete a lei, allora dovrete aiutarmi», incalzò Darcia. «Il mondo è ormai sull’orlo del collasso. Il Rakuen non è più un desiderio. È una necessità.»

«Una necessità causata da te!» sbottò Hubb.

Darcia non si scompose.

«Grazie a lei e al sangue dei lupi, le anime degne verranno traghettate nel nuovo mondo», disse con calma. «E lei stessa potrà farlo.»

Hubb serrò i pugni. «In cosa dovremmo aiutarti?»

«Innanzitutto», proseguì Darcia, «dovrete proteggere la zona degli scavi dove verranno inviati Misha e Toboe. L’intelligence nemica potrebbe erroneamente pensare ad un’operazione sotto copertura.»

Il detective si rabbuiò. «E come dovremmo farlo?»

«Arruolandovi.»

Le parole caddero pesanti nella sala.

Hubb strinse la mascella. Quindi era arrivato a quel punto, pensò, aveva ormai influenza persino sull’esercito.

«Qualcosa mi dice che non è tutto», disse, cupo.

«Ovviamente.»

Darcia avanzò lentamente verso Hige, le braccia incrociate. «Tu farai da catalizzatore per quei tre.»

Gli si fermò davanti.

«Si stanno preparando a un nuovo attacco. Ma se riuscissero a riprendere Cheza sarebbe comunque la fine per tutti.»

Hige sollevò lo sguardo, gli occhi duri. «Vuoi farmi combattere contro di loro?»

«Non sarebbe la prima volta che tradisci i tuoi simili», rispose Darcia con assoluta tranquillità.

Le parole rimasero sospese, taglienti. Poi, prima che qualcuno potesse replicare, aggiunse: «Toboe diventerà mio figlio e Misha pende dalle mie labbra.»

Fece un altro passo, avvicinandosi ancora.

«Ricordati che posso farli sparire da un momento all’altro.»

L'occhio giallo si illuminò.

«Perciò», concluse, inclinando appena il capo**, «decidi a quale delle tue due fidanzate dimostrare la tua lealtà.»**

Hige si soffiò sulle mani per scaldarle, il fiato che si condensava nell’aria gelida.

Lo stemma appuntato sul petto della divisa militare brillò appena sotto la luce della luna rossa.

«Detective…» disse dopo un momento, continuando a scrutare l’orizzonte. «Secondo lei cosa stanno facendo? Tutti loro?»

Hubb incrociò le braccia, pensieroso.

«Non lo so», ammise. «Ma una cosa è certa: stanno tutti lottando per salvare qualcosa. Proprio come noi.»

Hige serrò lo sguardo.

«Se pensa che possa tradire Tsume, Kiba e Blue, quell’uomo si sbaglia di grosso.»

«Senza dubbio», annuì Hubb. «Ma hai fatto bene a farglielo credere. È talmente ossessionato dai suoi obiettivi da non accorgersi di quanto possa essere forte un legame vero.»

Lo sguardo di Hige cambiò, accendendosi di determinazione.

«Non so cosa ci aspetta», disse. «Forse questa è davvero la nostra ultima vita…» Fece un breve respiro. «E di sicuro non ho intenzione di viverla comportandomi da carogna. Troverò un modo per non deludere nessuno.»

Poi, all’improvviso, si fermò.

Le guance gli si colorarono appena e iniziò a dondolare la testa, trattenendo un sorriso.

Hubb lo guardò di lato, accigliato.

«Che c’è? Ti è venuta la febbre?» disse, facendo un passo verso di lui.

Hige scosse la testa.

«No, detective… è solo che ho ripensato alle parole di Darcia…» Ridacchiò. «Ha detto “le tue due fidanzate”.»

Hubb chiuse gli occhi e si portò una mano alla fronte. «Sei proprio un lupaccio.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Misha si girava e rigirava nella branda, il respiro spezzato dalla febbre.

Le lenzuola erano umide di sudore, le dita contratte, come se stesse cercando di afferrare qualcosa nel vuoto.

Poi il buio si squarciò.

«Da quella parte! Da quella parte!»

Urla.

Fiamme.

«Eccone un altro!»

Le armature dei soldati di Jagra scintillavano tra i bagliori dell’incendio, mentre le lance si alzavano e si abbassavano come un unico organismo.

Il crepitio del fuoco divorava ogni cosa.

«Capo branco!»

Un rombo attraversò il cielo. Un’aeronave scura, enorme, tagliava la luce della luna piena, emettendo un suono acuto.

«Vai, Misha…» disse, la voce spezzata ma ferma del capobranco Zali nel tunnel. «Portaci tutti nel tuo cuore… nel Rakuen.»

Il mondo tremò.

La luce cambiò.

Qualcosa di caldo la avvolse.

«Diventa la custode del cuore… ricordagli chi è davvero.» Le disse una voce gentile, di qualcuno avvolto dalla luce

«Io non ho diritto di attraversare il Rakuen…»

Il freddo tornò all’improvviso. La neve iniziò a cadere, lenta e silenziosa.

Si posava sulle ciglia, sulla pelliccia, sulle zampe.

E continuava a cadere. Sempre di più. Fino a coprirla. A soffocarla.

Il respiro si fece debole, il corpo sempre più pesante e inerte.

Non era riuscita a raggiungere i quattro eroi.

Non era riuscita a portare i cuori dei suoi compagni nel nuovo mondo.

Sarebbe morta lì. Nel nulla. Sola e abbandonata.

Non era giusto

Non era giusto

Un battito.

«Aiutami…» sussurrò. «Aiutami a salvare questo mondo, aiutami a compiere la mia missione… Cheza.»


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