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«Stanno venendo a prenderci», aveva detto Hige ad Hubb, con lo sguardo acceso e carico d’entusiasmo. Un sentimento che aveva coinvolto anche lui, rinvigorendolo nell’animo.
Quel momento arrivò.
«È uno dei lupi, fate attenzione!», gridò una delle guardie, lanciando l’allarme.
Il lupo siberiano fece irruzione prima nel giardino e poi nell’atrio, senza chiedere permesso, con forza e ferocia. I suoi movimenti erano agili, i colpi precisi, propri di chi aveva combattuto per tutta la vita. Scintille di impatti esplosero nell’aria, ma nessuno andò davvero a segno. Quel grosso animale sembrava un demone su quattro zampe, una creatura indomabile, offesa nel momento stesso in cui avevano provato a umiliarla e a sottrarle qualcosa di prezioso.
Edward raggiunse a lunghi passi la cella dove Hige ed Hubb erano tenuti.
«Chi è questo? Kiba? Tsume?», chiese con rabbia, mostrando ai due, con stizza, le immagini trasmesse in diretta dalle telecamere.
Hige assottigliò lo sguardo, osservando quel lupo combattere contro quegli uomini come se non fossero altro che giocattoli.
«Nessuno dei due, non lo conosco».
«Non mentire!», ribatté il maggiordomo. «È ovvio che è qui per voi! Dimmi chi è!»
Hige tornò a fissare l’immagine, poi alzò lo sguardo e le sue iridi si illuminarono per un attimo. Accennò un sorriso sornione e Hubb avrebbe potuto giurarlo: quel ragazzo stava scodinzolando.
«Ma allora non è più arrabbiata con me!», esclamò con tono allegro.
«Arrabbiata? Vuoi dire che è…» Gli diede una pacca sulla spalla, accorgendosi di quanto fosse dura come la roccia. «Te l’ho detto che non dovevi preoccuparti!»
Edward continuò a fissarli torvo. In quel momento, le zanne affilate del lupo affondarono anche nella telecamera che trasmetteva le immagini sul tablet.
«Chi è?», ripeté.
Hige abbassò lo sguardo e, quando lo rialzò, la sua sclera era tornata nera. «Quella è la mia ragazza».
Afferrò con forza le sbarre e, nel farlo, esse iniziarono a piegarsi. Edward fece qualche passo indietro e, dall’auricolare, chiamò la sicurezza affinché intervenisse.
Rinvigorito dal fatto che Misha non ce l'avesse con lui, ora il ragazzo non aveva più motivo di essere abbattuto. E adesso una sola cosa lo guidava: raggiungerla e combattere al suo fianco.
«Forza Hige, ce l’hai quasi fatta!», esclamò Hubb con entusiasmo.
Le sbarre scricchiolarono, mentre un ringhio sommesso attraversava il corpo di Hige. Il viso si arrossò per lo sforzo, ma non desisteva. Alla fine, uno schiocco secco, seguito dal rimbombo del ferro che cadeva a terra, annunciò la riuscita dell’impresa.
In quel momento sopraggiunsero delle guardie, ma per Hige fu come trovarsi davanti solo dei birilli.
«Non dobbiamo deludere il nostro signore», gridò una di esse, dando nell’auricolare il comando di attivare le difese. Chiaramente, non avevano mai sperato che delle misere sbarre di ferro fossero sufficienti a tenere a bada un lupo rinato.
Dalle casse venne emesso ancora una volta quel suono straziante, che fece vacillare per un attimo il ragazzo. Una guardia fu pronta a colpirlo con il taser, ma Hubb si lanciò in avanti e, con un pugno, tramortì l’uomo.
Iniziarono così a risalire le segrete, abbattendo chiunque si parasse davanti a loro. Più si avvicinavano all’uscita, più si facevano chiare le urla degli altri agenti, intenti a vedersela con Misha.
«Fermatevi». La voce di Darcia arrivò limpida dagli altoparlanti. «Se oserete ribellarvi oltre, Cher e Toboe moriranno».
«Maledetto vigliacco!», urlò Hubb con frustrazione, guardandosi attorno come se il loro nemico potesse spuntare da un momento all'altro.
Edward si fece di nuovo avanti, avvicinandosi con calma e con quel sorriso affilato che lo contraddistingueva. Il fischio non si era mai arrestato e Hige tremava leggermente sulle ginocchia, ma la forza di volontà lo teneva in piedi. Solo pochi metri e l’avrebbe raggiunta. Ancora pochi.
Edward sollevò il tablet: sul display comparve il suo signore, in diretta video. Come sempre, il suo sorriso, quello di chi ha tutto sotto controllo, non mancò di irritarli.
«Non sto scherzando. Posso dare l’ordine e la dottoressa cadrà. Lo stesso vale per Toboe: proprio ora, dei miei uomini lo tengono sotto tiro».
Sullo schermo apparvero le riprese delle bodycam, che mostravano chiaramente i due ostaggi nel mirino, del tutto inconsapevoli che qualcuno stesse puntando loro un'arma.
«Fermatevi», intimò.
Gli occhi di Hige erano leggermente infossati e il sudore gli imperlava il volto, ma non mancò di mostrare un’espressione trionfante.
«Potrai anche fermare noi, ma ora hai anche Misha contro di te».
«Ne sei davvero certo?»
L’espressione impassibile di Darcia lo fece tremare di rabbia.
«Ora verrete da me e vi dirò cosa dovrete fare», proseguì Darcia.
«Ti abbiamo già detto che non collaboreremo con te!», protestò Hubb.
L'uomo rimase impassibile, chinandosi sulla scrivania. «Avete l’ordine di sparare a Cher e Toboe».
Dalle bodycam arrivò un messaggio affermativo.
Non appena si udì il suono delle armi che venivano caricate, Hubb scattò. «No, fermi!»
«Aspettate», disse Darcia, restando poi in silenzio.
Hubb aveva il respiro corto. «Sei un figlio di puttana… prendertela con chi amiamo…»
«In un gioco come questo, l’amore è insieme debolezza e forza», rispose il magnate. «Se volete proteggerli, dovrete collaborare con me, oppure il loro sangue sarà anche sulle vostre mani… e il ciclo si ripeterà ancora».
Quelle parole innescarono nei due una sequenza incessante di ricordi: immagini che tornavano sempre alla morte di Cher, che forse si sarebbe potuta salvare se Hubb l’avesse fatta scendere per prima dal camion, o a quella di Toboe, se Hige, invece di pensare di abbandonare il gruppo, fosse stato lì. Forse non erano morti direttamente per causa loro, ma non poterono nemmeno escludere che un gesto in più avrebbe potuto fare la differenza.
«C-cosa vuoi fare con Misha?» Chiese poi Hige con la voce roca e dolorante.
«Non mi vendicherò su di lei», disse Darcia, e parve sincero. «Nella forma di lupo non è cosciente di sé, come ho già avuto modo di verificare. Ma non mancherò di tenerla sotto controllo qualora questo dovesse cambiare, e posso evitarlo innanzitutto tenendoti lontano».
In quel momento Hige raggiunse il limite della sopportazione: le orecchie iniziarono a sanguinargli.
«Hige!», intervenne Hubb, chinandosi al suo fianco e cercando di sostenerlo. «Smettetela immediatamente, sta male!»
«Ora salirete sul mio elicottero e ci vedremo questa sera».
«Dove dovremmo andare?»
«Lo scoprirete presto. Ora seguite i miei agenti».
Hubb si passò il braccio di Hige attorno alle spalle e lo issò per sorreggerlo, mentre a passi lenti imboccarono il corridoio che li avrebbe condotti all’ascensore diretto sul tetto dell’edificio.
«Edward», aggiunse Darcia, «intrattieni Misha finché non sei certo che siano partiti. Non deve assolutamente raggiungerli».
Edward si accigliò. «Sarà fatto, mio signore».
Finalmente Hige trovò un leggero sollievo quando, una volta all’aria aperta, il fischio cessò. Le sclere erano tornate bianche e le energie lo avevano abbandonato, ma il suo spirito non vacillò.
«Appena ce l'ho di fronte, gli salto alla gola».
Hubb chinò appena la testa, salendo con lui sull’elicottero già con le pale in movimento.
«Se crede tanto nei cicli, allora tenga bene a mente la fine che ha fatto in passato».
Una volta a bordo e decollati, si sistemò meglio la cintura di sicurezza e cercò di ignorare gli uomini che gli tenevano le pistole puntate contro. «Pensate che ci butteremmo in volo? Non siamo uccelli reincarnati».
In quel momento Hige sbatté una mano contro il vetro, facendolo drizzare e voltare verso di lui. Aveva il viso premuto contro il finestrino, il respiro affannato.
Hubb lo tirò per una spalla. «Se hai mal d’aria, non guardare di sotto».
Poi lanciò un’occhiata infastidita agli agenti, che non distolsero lo sguardo. Quando tornò su Hige, però, si accorse che stava sorridendo, in un misto di gioia e incredulità.
«Detective», disse a bassa voce, cercando di trattenersi dal palesare quello che gli passava per la testa, «credo di essermi appena cacciato in una bella gatta da pelare».
Non aggiunse altro e Hubb non poté chiedere oltre, senza rischiare che gli agenti ascoltassero.
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«Questo è quanto», disse Misha, seduta al tavolo con Toboe, con due tazze fumanti davanti. «So che è inaspettato, so che è improvviso, ma questo… questo renderà reale anche il fatto che io e te siamo una famiglia».
Misha aveva appena comunicato a Toboe che era stato adottato da Darcia e che anche lei sarebbe risultata tra i suoi tutori. La notizia, chiaramente, lo lasciò spiazzato e senza parole. Essere finalmente adottato, ma non da una famiglia qualsiasi.
Il cuore gli batteva forte e a stento trattenne le lacrime.
«Questo ti permetterà anche di viaggiare con me… se tu… se tu lo vorrai».
Toboe deglutì. I suoi occhi color miele erano fissi su quelli azzurri della sua amica, che lo osservava con un misto di apprensione.
L’adolescente si alzò, fece il giro del tavolo e poi, all’improvviso, scattò ad abbracciarla.
«Certo che lo voglio. Tu sei mia sorella». La strinse più forte. «Anche se ti voglio bene come se fossi mia madre».
A quel gesto, a quelle parole così cariche di calore, Misha ricambiò l’abbraccio e un paio di lacrime le scivolarono lungo le guance.
«Anche dopo che ti ho raccontato le cose orribili che ho fatto?»
«Era il passato, è sempre stato solo il passato. Questo è il presente e io ti voglio un mondo di bene. Non scordarlo mai».
Arrivò il giorno della partenza.
La pioggia cadeva fitta sull’aeroporto di Freeze City, ormai utilizzato solo per scopi militari e operazioni private, come il viaggio che avrebbe portato Misha, Toboe e il professor Silva verso un luogo lontano, dove avrebbero iniziato le loro ricerche: il posto in cui, cento anni prima, il nonno di Darcia aveva ritrovato il Libro della Luna.
Toboe osservava oltre il vetro l’aereo militare su cui presto sarebbero saliti. Tra le gocce che scivolavano lungo la superficie, il suo riflesso restituiva uno sguardo assorto. La mente era già altrove, proiettata a quel giorno:
«Ascoltami bene», aveva detto Misha, nella sua personalità di lupa rinata. Le sue mani stringevano saldamente le braccia di Toboe, mentre i suoi occhi, intensi e ferini, lo fissavano senza esitazione. «Io proverò a riprendermi Hige, ma, al di là di come andrà, tu devi promettermi che non me ne parlerai».
«Cosa vuoi dire?»
«Io non devo ricordare che cosa ho fatto e come l’ho fatto».
Toboe non capiva. Poi il cuore ebbe un sussulto e una nuova consapevolezza prese forma.
«La mia altra personalità non deve essere influenzata da quello che so. Non fino al momento giusto».
«Quindi devo permetterti di continuare a vivere nell’incertezza?», disse, con la voce incrinata.
«Sono più forte di quello che credi. E se ci riuscirò, lo dirò anche ad Hige: non dovete più cercare di impedirmi di avvicinarmi a Darcia».
«E se non riuscissi a riprenderlo?»
«Mi farai credere una storia e io l’accetterò, così che tutte le mie energie siano concentrate sul ritrovare il Monte del Principio».
La voce di Toboe tremò. «Ma così continuerai a credere che ti abbia lasciato… e in quel modo orribile».
«Sopporterò il dolore, e su questo tu devi aiutarmi. Stammi sempre accanto, sostienimi, accetta i miei silenzi e i miei sbalzi d’umore.
L’amnesia del Rakuen mi permetteva di muovermi senza vacillare, ma ora che si è indebolita entra in conflitto con la mia volontà di non ricordare, e questo mi destabilizza. Tutto ciò, però, è necessario».
Poi Misha scostò la fronte, i fiocchi di neve che cadevano lenti di fronte al suo sguardo deciso ma anche ansioso di sentire la sua risposta.
«Non c’è bisogno di chiederlo», disse lui, abbracciandola.
Purtroppo Misha non era riuscita a salvare Hige. Quando tornò a casa, era completamente spaesata: non aveva idea di cosa fosse successo. Ricordava di essere andata con Toboe alla ricerca del ragazzo, ma a un certo punto si era ritrovata sola, in mezzo alla città. E suo fratello lo trovò a casa, ad aspettarla.
«Toboe, ma che è successo?», chiese, mentre il ragazzo la accompagnava sul divano.
Toboe cercò nel suo sguardo un barlume di quella presenza che gli si era mostrata ore prima, ma Misha era davvero inconsapevole. E proprio in quell’istante, rendendosene conto, iniziò a collegare tante piccole incongruenze che fino a quel momento non avevano avuto spiegazione.
Quello che stava per dire gli spezzò il cuore, ma sapeva di non avere scelta.
«Hai avuto un esaurimento nervoso».
«Che cosa?», rispose lei, tra incredulità e stanchezza.
«In un solo anno ti sono successe troppe cose… e alla fine la tua mente ha ceduto».
«Ma io non…»
Toboe la strinse in un abbraccio. «Mi dispiace per Hige, mi dispiace che ti abbia lasciata».
«Ma eravamo andati a cercarlo…»
Toboe sentì un bruciore salirgli dentro, consapevole di quanto quelle parole la stessero ferendo.
«Non dobbiamo più cercarlo», disse soltanto, dopo un breve silenzio.
Hige lo avrebbe odiato per questo.
Poi sospirò. «Ma non pensare che sia colpa tua. Non pensarlo mai».
«Toboe, sbrigati, dobbiamo andare al gate».
La voce di Misha lo raggiunse all’improvviso, riportandolo al presente. Toboe lo sentiva: quei giorni sarebbero stati ancora più difficili. Quella conflittualità nella sua mente non avrebbe fatto che intensificarsi, e lui doveva fare del suo meglio perché questo non la mettesse in pericolo.
Inoltre, non sapeva dove fosse davvero Hige, né che cosa gli fosse accaduto. Non poteva essere morto, no. Il suo istinto glielo diceva con forza. E poi, per quanto Darcia potesse minacciarli, avevano tutti un ruolo nei suoi piani. Stava solo sfruttando il legame che li univa, piegandolo ai propri scopi.
Ma forse, pensò Toboe, quel potere non era così solido come sembrava. Forse era solo un castello di paglia. E un giorno, insieme, lo avrebbero fatto crollare.
Toboe sbatté un paio di volte le palpebre, come a scacciare un pensiero insistente. Ma al secondo battito, qualcosa cambiò: il suo occhio destro mutò, assumendo un aspetto diverso. Un occhio di lupo.
Attraverso le vetrate, Hige e Hubb, con in dosso un completo blu dell'esercito e lo stemma con il razzo appuntato al petto e sul cappello, osservarono i due salire sulla rampa dell’aereo che li avrebbe portati lontano, verso una destinazione ignota. Toboe e Misha: inconsapevoli del destino che li attendeva, se loro due non avessero accettato le richieste di quell’uomo.
«Stai cercando di raggiungerli con il tuo istinto?», chiese Hubb, notando la concentrazione intensa di Hige.
«Lo vorrei», rispose lui, senza distogliere lo sguardo. «Vorrei solo che sapessero che io sono qui».
Hubb sospirò appena. «Lo vorrei anche io… ma l’ordine è stato chiaro. Non possiamo far sapere loro che ci hanno assegnato al fronte, per evitare che gli scavi vengano compromessi dalla guerra».
Poi gli poggiò una mano sulla spalla, con una fermezza silenziosa.
«Approfitta di questo periodo per diventare più forte».
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Darcia aveva previsto ogni cosa. Sapeva che arrivare fino alla data fissata per l’apertura del Rakuen non sarebbe stato semplice.
Con il progressivo risveglio dei lupi, la loro forza cresceva, così come la loro capacità di unirsi. Ed era proprio lì che si celava il pericolo. Per questo, la strategia era chiara: dividerli, sfruttare il loro legame per ricattarli, arrivare, se necessario, persino a metterli gli uni contro gli altri.
Con Hige e Hubb era stato facile. Aveva tra le mani ciò che per loro contava davvero: qualcuno da proteggere. Qualcuno inconsapevole di ciò che stava accadendo, o troppo leale per opporsi.
Ma non bastava.
Restavano Tsume, Kiba e Blue.
Darcia sapeva che non erano scomparsi. Erano lì, nascosti nell’ombra, in attesa del momento giusto per colpire di nuovo. E anche se Cheza non stava più cantando, una cosa gli era chiara: non si sarebbero arresi.
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Passarono altri due mesi.
«Perché è un bravo ragazzo, perché è un bravo ragazzo… nessuno lo può negar!»
Toboe spense le sue sedici candeline tutte d’un fiato, e i presenti esplosero in un applauso.
Si trovavano in una tenda, ma i ricercatori, e in particolare Misha, avevano fatto del loro meglio per renderla il più adatta possibile per ospitare un compleanno. C’era qualcosa di fragile in quell’atmosfera, come se, per qualche ora, fossero riusciti a dimenticare dove si trovavano davvero.
Per l’occasione era presente persino Darcia, arrivato grazie a una delle aeronavi da lui stesso progettate. La sua figura, elegante e composta, si stagliava tra gli altri con naturale autorità, quasi stonasse con la semplicità di quel momento. Eppure era lì, testimone silenzioso di una felicità che, per quanto sincera, sembrava destinata a durare troppo poco.
«Scarta la carta, scarta la carta», dissero in coro i ricercatori, battendo le mani.
Uno dopo l’altro, Toboe aprì i suoi regali. Tra tablet, libri e abiti nuovi, il ragazzo rimase senza parole. Forse erano i primi doni davvero suoi, non destinati a essere condivisi con gli altri bambini dell’orfanotrofio.
Arrivò poi il momento del regalo di Darcia.
Toboe raccolse dalla sua mano la busta che gli porgeva e dovette fare uno sforzo per trattenersi da ciò che gli ribolliva dentro.
«Grazie, signore», disse, con tono composto.
Aprì la busta. All’interno c’era un foglio: l’ufficializzazione dell’adozione.
«È stato un lungo iter», disse Darcia. «Ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Tu sei ufficialmente diventato mio figlio».
Ma per Toboe quella non fu gioia. Fu una condanna.
Sul documento, però, era riportato anche il nome di Misha, indicata come seconda tutrice legale: la persona a cui sarebbe stato affidato nel caso il primo non fosse più stato in grado di svolgere quel ruolo.
«Siamo ufficialmente una famiglia», disse lei, commossa.
Per Toboe, quel sorriso e quelle parole furono sufficienti. Si alzò e le si gettò al collo, stringendola forte.
«Tu sei l’unico genitore che riconosco», le sussurrò all’orecchio. «Farò del mio meglio per non deluderti».
Misha ricambiò l’abbraccio, serrandolo con dolcezza. «Non potresti mai deludermi. Tu no».
Darcia osservava la scena con un sorriso composto, mentre attorno a lui i presenti applaudivano. C’era qualcosa, in quell’abbraccio, che aveva attirato particolarmente la sua attenzione: la forza di un legame nato da poco più di un anno, eppure già così saldo, così radicato.
Nonostante Misha non avesse più mostrato segni del sangue rinato e Toboe fosse ancora lontano dal suo risveglio, era evidente quanto la loro natura più profonda continuasse a guidarli e a determinare le loro scelte.
Non si accorse subito che Misha si era voltata verso di lui. Ma quando i loro sguardi si incontrarono, per un istante il tempo sembrò incrinarsi.
Al posto della ragazza, vide Hamona.
«Nostro figlio è davvero un angelo»
Lo aveva detto con leggerezza, quasi ridendo. Una frase semplice, senza peso per chiunque altro.
Per lui, invece, fu come un colpo netto.
Il sorriso gli si spense sulle labbra. Il respiro si fece incerto, spezzato, e un’improvvisa vertigine gli attraversò il corpo.
«Presto, portate dell’acqua, il dottor Darcia si sente male!» Disse uno dei ricercatori, mentre la stanza si riempiva di voci confuse.
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Le zampe affondavano rapide nella coltre di neve, sollevando spruzzi bianchi, senza che questo rallentasse la loro corsa.
I corvi si levarono in volo, spaventati da quel trambusto improvviso. I due animali raggiunsero l’estremità di un dirupo e, senza altra via, iniziarono a girare in circolo, studiandosi.
Poi, nello stesso istante, si scagliarono l’uno contro l’altro.
Zampate, ringhi, morsi sfiorati vicino all’orecchio, mai abbastanza profondi da affondare nella carne.
Il lupo bianco e il lupo nero non stavano combattendo davvero.
Si stavano misurando.
Le loro spalle si urtarono con un tonfo sordo, le zampe artigliate graffiarono l’aria e la neve si sollevò attorno a loro in una spirale confusa. Il lupo nero tentò di affondare un morso al collo, ma il bianco scartò di lato, sfiorandolo appena, per poi contrattaccare con una zampata che lo costrinse a indietreggiare di un passo.
Si muovevano rapidi, quasi speculari. Un continuo scambio di finte e affondi, senza tregua.
Poi il ritmo cambiò.
Il lupo bianco abbassò il baricentro, attese un istante appena più lungo degli altri… e quando il nero scattò in avanti, lo intercettò. Il corpo si piegò con precisione, la spalla colpì di lato, sbilanciandolo.
Un attimo dopo, lo atterrò.
Il lupo nero finì nella neve, il respiro spezzato, mentre il bianco lo sovrastava, immobile, le fauci appena dischiuse ma senza colpire.
La prova era finita.
«Sei diventato davvero forte», disse Blue, tornando alla forma umana.
«È perché ho avuto un’ottima maestra», rispose Kiba, anche lui di nuovo umano, mentre le porgeva una mano per aiutarla a rialzarsi.
Da quando avevano abbandonato definitivamente Freeze City, lui, Blue e Tsume si erano rifugiati nei boschi per continuare il loro addestramento. La vita non era facile: ovunque si estendevano trincee e campi devastati. Non c’era più nulla da coltivare.
Era aprile, eppure il mondo restava intrappolato in un inverno rigido. Una crisi che si era propagata su scala globale, colpendo non solo gli uomini, ma la natura stessa.
L’escalation di violenza degli ultimi mesi aveva spezzato i cicli naturali. Nulla, ormai, poteva più essere chiamato Rakuen… se non i cuori di chi continuava a restare unito.
In quella spirale di incertezza e distruzione, con la determinazione di salvare Cheza, Kiba aveva finalmente completato il suo risveglio. Ora era in grado di mutare nella sua vera forma.
«Ah, eccovi qua», disse Tsume, spazientito. «Da quando anche tu viaggi su quattro zampe, è diventato impossibile starvi dietro».
Kiba sorrise, con un entusiasmo difficile da contenere. «Quando diventerai un lupo anche tu, non potrai farne a meno. Credimi».
Blue si fece improvvisamente assorta. «Ragazzi, lo sento… credo che non manchi molto».
«Stai parlando di Hige?», chiese Tsume.
Blue annuì. «La traccia si è rafforzata».
Kiba fece un passo avanti, lo sguardo deciso. «Allora facciamogli sentire che siamo vicini».
Lui e Blue tornarono nella loro forma animale e, sollevando il capo verso il cielo, lasciarono risuonare lunghi ululati.
Tsume rimase qualche passo indietro, osservando i due lupi fieri richiamare il loro compagno perduto.
Strinse i pugni.
In lui il sangue non si era risvegliato. Nemmeno nei suoi occhi. Era rimasto ai margini.
Ancora una volta.
Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.