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Avevano percorso un lungo cammino da quando Kiba, Tsume, Toboe e Hige erano partiti da Freeze City, inseguendo il sogno di raggiungere il Rakuen. Era solo l’inizio della loro avventura e non potevano immaginare quanta strada li attendesse ancora.
Così, quando un giorno intercettarono finalmente la traccia dei fiori della luna, i loro cuori si riempirono di entusiasmo. Quella ricerca aveva preso forma, aveva assunto una direzione concreta.
Ma l’illusione si infranse.
A Mine-Ruins Town trovarono soltanto desolazione.
Quella traccia non era altro che un’eco del passato, un residuo di tempi migliori che aveva già ingannato altri lupi prima di loro. Lupi rimasti intrappolati lì, senza più una meta, consumati dalla perdita dei compagni e dai miasmi velenosi che impregnava l’aria.
A quel tempo, Tsume non era ancora convinto che quel viaggio valesse davvero la pena.
Era cresciuto lottando, sopravvivendo in un mondo dove il più forte schiaccia il più debole. Una realtà dura, priva di illusioni.
L’accoglienza non fu delle migliori. Quei vecchi lupi malandati non gradivano la presenza dei nuovi arrivati, in particolare di Kiba, che più di tutti portava dentro di sé una fede incrollabile e faceva dell’orgoglio del lupo un vessillo.
Il capobranco Zali consigliò loro di andarsene, di rinunciare all’idea del Rakuen. Non per cattiveria, ma perché in loro rivedeva ciò che era stato un tempo… e non voleva alimentare altre speranze destinate a spegnersi.
Quel branco decaduto viveva ormai ai margini, piegato al servizio degli umani.
Girovagando tra le rovine, i quattro raggiunsero il cimitero. Lì incontrarono un vecchio lupo che stava scavando la propria tomba. Fu lui a indicare loro il passaggio che avrebbero poi utilizzato per lasciare quel luogo.
Quando si separarono, decisero di dividersi per cercare riparo e qualcosa da mangiare.
Toboe e Tsume si diressero verso la stazione ferroviaria, chiusa la notte.
«Non dovremmo dividerci,» disse Toboe, seguendolo.
Tsume, però, non rallentò. Il suo scetticismo si era fatto ancora più duro, rafforzato da ciò che avevano visto.
L’idea che potesse esistere un luogo diverso, un mondo di pace creato dai lupi per i lupi, gli sembrava qualcosa di troppo fragile per essere reale.
La stazione era ampia, non pensata per il turismo ma per il carico e lo scarico delle merci, e quell’atrio così vasto, sembrava trattenere tra le sue pareti il respiro stanco di un luogo che aveva conosciuto vita e ora custodiva solo silenzio.
Tsume si sdraiò su una panchina, completamente esausto ed affamato, lasciando che il peso del corpo si arrendesse a quella breve tregua, mentre Toboe, spinto dalla curiosità, decise di esplorare ancora un po’, muovendosi tra ombre e strutture immobili senza accorgersi, né lui né Tsume, che non erano soli.
All’improvviso un ululato arrivò alle loro orecchie, e fu come se l’aria stessa si tendesse: era forte, fiero e giovane, un suono che non apparteneva alla decadenza di quel luogo ma a qualcosa di vivo, indomito. Entrambi si voltarono e lì, sotto la volta della via lattea, sulla cima di un silos, videro un lupo, una presenza che sembrava scolpita nella notte: di stazza grossa, dal folto pelo nero sul dorso e bianco sul davanti, con occhi azzurri che splendevano come due gemme, limpidi e profondi.
Il lupo emise ancora un ululato, non appena si accorse a sua volta della loro presenza, e quel richiamo non aveva durezza né minaccia, ma si apriva nell’aria come un gesto antico, come un saluto che attraversava la distanza e li riconosceva.
Non appena, però, l’ululato si affievolì, il lupo con un agile salto andò via e Tsume e Toboe non videro la direzione che prese.
«Accidenti, non avevo mai visto uno della nostra specie così grosso, chissà chi è!»
«Solo un esibizionista» rispose Tsume, facendo spallucce, per poi tornare a sdraiarsi sulla panchina «E smettila di gironzolare, ti verrà solo più fame».
Chiuse poi gli occhi e cercò di provare a cadere nelle braccia di Morfeo, ma il tentativo non durò che una manciata di secondi, perché il suo naso si mosse, odorando qualcosa di particolare.
Non appena aprì gli occhi, si ritrovò davanti a poca distanza dal proprio viso due grossi occhi color ghiaccio che lo guardavano con aria incuriosita.
Quasi cadde a terra, completamente colto alla sprovvista.
«Chi siete voi?» chiese la ragazza spuntata fuori dal nulla, dall’aspetto sembrava essere sulla ventina.
«Chi sei tu piuttosto, che sbuchi così all’improvviso!» sbottò Tsume, risollevandosi.
La ragazza si raddrizzò a sua volta e si portò le mani ai fianchi «Sono un membro del branco di Zali» disse lei con orgoglio.
«Puah! Quindi un altro lupo fallito».
La scarpa da ginnastica si abbatté con forza sul suo petto, facendogli sbattere la schiena contro lo schienale della panchina, lo sguardo si fece acceso.
«A chi hai dato del fallito!?»
Tsume rimase stupito, perché sotto quell’aspetto umano esile e delicato si nascondeva una forza inaspettata, e tra le ombre intravide per un attimo la sua vera natura: era il lupo di poco prima.
«Scusalo, ti prego!» disse Toboe allarmato, prendendola per una manica. «Il mio amico manca di buone maniere».
Lei fissò Tsume ancora per qualche secondo con aria di sfida, poi si voltò verso di lui e il suo atteggiamento cambiò di colpo, come una luce che si accende «Ma che bello, non avevo mai visto un cucciolo dal vivo!»
«Io non sono un cucciolo!» rispose Toboe, gonfiando le guance, ma subito dopo arrossì quando la ragazza iniziò ad accarezzargli la testa con dolcezza. Nella forma da lupo iniziò a scodinzolare, la lingua fuori, completamente conquistato.
«Ma che ruffiano» borbottò Tsume.
«Come vi chiamate?» chiese allora la ragazza dagli occhi azzurri.
«Io sono Toboe e lui è Tsume» disse Toboe con entusiasmo «E tu?»
Lei sorrise e rispose «piacere, io mi chiamo Misha».
Quando poi Misha si voltò anche verso Tsume per sorridergli, lui sentì qualcosa muoversi dentro, un impulso indefinito e scomodo, e fu costretto a distogliere lo sguardo per non restare intrappolato in quella sensazione che non sapeva ancora riconoscere.
«Misha, senti» disse Toboe, imbarazzato, grattandosi una guancia «posso chiederti se per caso hai qualcosa da mangiare?»
Misha fece un’espressione dispiaciuta e scosse il capo «qui non è facile trovare da mangiare, ma lo distribuiranno domani mattina».
«Uff... fino al mattino» piagnucolò Toboe, sospirando.
Misha gli prese le mani. «Mi dispiace, tu tra tutti dovresti nutrirti e dovrebbe essere compito di tuo padre procurarti da mangiare».
«P-padre?» dissero in coro sia Toboe che Tsume.
Misha chinò la testa di lato. «Perché, non siete padre e figlio?»
«Ma l’hai visto quello là?» risposero sempre insieme i due giovani lupi.
«Scusate, non volevo agitarvi… è che credevo foste un branco, che faceste parte della stessa famiglia» rispose lei, stringendosi nelle spalle.
Tsume tornò a sdraiarsi sulla panchina. «Io non faccio proprio parte di niente. Sto seguendo lui e gli altri due perché mi va.»
Misha guardò Toboe, interrogativa, e lui, un po’ imbarazzato, disse: «Ecco… abbiamo unito le nostre forze per raggiungere il Rakuen.»
Misha inarcò le sopracciglia. «Davvero? E come pensate che sarà?»
«Beh, non lo so» disse Toboe, sospirando, «ma Kiba dice che è un posto bellissimo, con tanti fiori della luna, e lì tutti noi lupi siamo felici!»
«Davvero un magnifico posto! E dici che lì si può correre e rotolare per tutto il tempo?»
«Secondo me, sì!»
«Secondo me invece sono un mucchio di cazzate» intervenne Tsume, scettico e irritato dal fatto che le chiacchiere di quei due non lo stavano facendo dormire. «Mi sembra che il tuo stesso capo e tutti i tuoi compagni vi abbiano rinunciato. Tu no?»
«Il capobranco Zali purtroppo ha avuto i suoi motivi per non credere più. Piuttosto… perché tu, che sei giovane, ne rifiuti assolutamente l’idea?»
«Perché non hai idea delle cose che ho visto io.»
«Ah sì? Ne sei davvero certo?»
Tsume si risollevò e, guardandola di nuovo negli occhi, vi lesse improvvisamente una sofferenza profonda, cicatrizzata con gli anni, ma mai completamente scomparsa.
«Misha, se tu ci credi, allora vieni con noi, no?» Propose Toboe, raggiante.
Misha scosse il capo, sorridendo. «Il branco e il capo hanno bisogno di me, non posso andarmene.»
Toboe incurvò le sopracciglia, dispiaciuto. «Ma sei giovane come noi…»
«A maggior ragione» gli accarezzò la guancia dolcemente «e poi per me il Rakuen sarebbe negato.»
Toboe arrossì e stentò a credere a ciò che la ragazza aveva appena detto. Ai suoi occhi sembrava così dolce e gentile… com’era possibile che proprio a lei il paradiso venisse precluso?
Improvvisamente Misha drizzò le orecchie e odorò l’aria.
«Venite con me, se i custodi vi vedono vi scacceranno.»
«Conosci un posto migliore?»
Misha scosse il capo. «No, ma posso nascondervi il tempo necessario, prima di ritornare in stazione.»
Tsume era restio a seguirla. Non la conosceva e quei lupi di prima gli erano sembrati un branco di carogne.
«E se ci porti in una trappola?» Disse a un certo punto, mentre si spostavano verso il corridoio laterale.
«Trappola? Per chi mi hai preso tu…»
La voce dei custodi anticipò i coni di luce che si posarono proprio dove poco prima Tsume era sdraiato.
Per un attimo gli mancò il respiro, quando la ragazza lo spinse contro la parete per non farsi scoprire.
Nella forma umana era più bassa di lui di diversi centimetri, ma ancora una volta dimostrò una forza sorprendente.
«Siamo lupi» sussurrò lei. «Secondo te io potrei mai tradire un mio simile?»
Nel dirlo, premette appena di più i polpastrelli sul suo petto, proprio sulla cicatrice che l’uomo portava incisa.
Tsume abbassò lo sguardo, mentre i fantasmi del passato gli attraversarono la mente come un fiume in piena.
Attraversato il corridoio, fece loro saltare una serie di muretti e poi risalirono in alto, fino a raggiungere la sommità della stazione. Lì il vento freddo soffiava più forte, ma la vista della volta stellata, a cui Misha poco prima stava dedicando il suo ululato, era sorprendente.
Toboe tremò, seduto alla mercé di quell’elemento, e allora Misha gli mise un braccio attorno alle spalle.
Il ragazzo rimase ancora una volta sorpreso. «Sei così calda, come ci riesci?»
«La mia razza è originaria di un luogo dove possiamo resistere anche a meno di cinquanta gradi, per me questa non è che una brezza serale.» Gli disse, con tono orgoglioso.
«Oh, capisco… allora ne approfitto, se non ti dispiace.»
Misha ridacchiò divertita quando Toboe le si accoccolò addosso, socchiudendo gli occhi, e riprese ad accarezzargli la testa affettuosamente.
Tsume, a pochi passi da loro, era seduto con le gambe raccolte contro il petto.
«Vuoi avvicinarti anche tu?» Gli chiese Misha.
Tsume si voltò appena, poi riportò lo sguardo davanti a sé. «Io non ho freddo, sono un lupo di montagna anche io e non sono un moccioso viziato come quello là.»
«Ma si vede che stai tremando.»
«Fatti gli affari tuoi!» rispose, digrignando i denti.
Non ricevette risposta.
Qualche secondo dopo si voltò. Misha aveva un’aria dispiaciuta, ma era anche concentrata su Toboe, che si era appena addormentato, mentre lei continuava a prendersene cura.
«Ma perché sei così gentile con lui? Lo conosci appena.»
«Non serve sempre una vita per conoscere un’anima.»
«Perciò credi già di conoscere le nostre?»
«La sua sì» disse senza esitazione «la tua non lo so.»
«Beh, sono un tipo complicato.»
«No, sei come me invece» rispose la ragazza, cogliendolo di sorpresa «solo che io cerco di mostrarmi con la maschera della gentilezza, mentre tu lo fai con quella che vuole allontanare tutti.»
Tsume la guardò accigliato e non poté fare a meno di studiarne il viso, quei lineamenti morbidi, mentre i suoi lunghi capelli ricci venivano appena mossi dal vento. Nei suoi occhi azzurri si riflettevano le stelle del cielo.
Deglutì, quando il vento portò ancora una volta il suo odore verso di lui. Era dolce, ma non delicato come ci si sarebbe potuto aspettare a una prima occhiata.
«Tu non sei originaria di qui, dico bene?»
Misha annuì. «Provengo da Freeze City.»
«Anche io» rispose Tsume.
«Allora conoscerai bene la vita tra le ombre che quella città può offrire a chi è nato senza una guida sana da seguire.»
«Già… ma essere quello che siamo ci dà un certo vantaggio.»
«A volte anche troppo» disse lei, con un sussurro, sollevando lo sguardo verso il cielo.
«Ti hanno costretto a fare qualcosa che non volevi?» Nel pronunciare quelle parole, Tsume sentì un ringhio salirgli in gola.
«Al contrario, le ho volute fare… sperando di compiacere il mio padrone.»
«Hai permesso a un umano di comandarti?»
Misha lo guardò. «Non conoscevo altra vita.»
«Finché alla fine non l’hai mandato al diavolo, almeno.»
«Finché alla fine non ho ucciso anche lui» concluse la ragazza.
Il cuore di Tsume tremò alla vista di quello sguardo così profondo, specchio degli orrori che la lupa aveva conosciuto fin dalla più tenera età.
Un istinto improvviso lo pervase e lo spinse ad avvicinarsi; si chinò davanti a lei, poggiando un ginocchio a terra, e le sollevò lentamente il mento, cercando il suo sguardo.
«Hai fatto più che bene.»
Misha si scostò e strinse appena un po’ di più Toboe a sé. «No, uccidere è orribile, invece… e più provo a lavare via il sangue, più esso si impregna sulla mia pelle.»
Il lupo grigio continuò a fissarla, il suo sguardo si fece più intenso, mentre l'ascoltava.
Il respiro le tremò, poi sospirò. «Anche se voi qui vedete solo decadenza e lupi falliti, per me quest'isola è il posto più bello che potessi mai trovare. Per questo mi arrabbio se tu, che non ci conosci, parti a gamba tesa con i tuoi giudizi.»
«Scusa» disse lui, senza pensarci due volte, e questa volta fu Misha a rimanere senza parole. «Non ti insulterò più.»
«Mhm… vuoi che ringrazi?» disse lei, mugugnando.
«No, mi va bene che non mi sbatti più al muro… accidenti se sei forte!»
Misha allargò il braccio sinistro, in segno di invito. «Allora, se vuoi che lo faccia, mettiti anche tu accanto a me.»
Tsume assunse un’espressione ancora un po’ titubante, ma alla fine fece come richiesto e, non appena il calore della ragazza aderì al suo corpo - che effettivamente stava tremando per il freddo - il suo cuore iniziò a battere forte. Poi, sorridendo, Misha si sdraiò e con sé portò anche loro due.
«Nonnina» sussurrò Toboe, con la testa appoggiata alla spalla di Misha, rannicchiato al suo fianco, mentre Tsume, in quella nuova posizione, passò il braccio sotto la nuca della ragazza.
Misha, con la mano destra, accarezzava le ciocche dei capelli di Toboe, mentre con la sinistra, soffermandosi appena, provò a sfiorare con due dita la cicatrice; ma lui le fermò il gesto, prendendole delicatamente il polso.
«Te l’ha fatta uno di noi, vero? Riconosco i segni.»
«Anche io ho un passato che non vorrei mai ripetere.»
«Tsume» disse allora lei, accigliandosi appena «non è che non vuoi credere perché hai paura di non meritartelo?»
Le parole gli giunsero del tutto inaspettate. Chi era quella lupa che sembrava sapere così tanto di lui, come se lo leggesse come un libro aperto?
«Io non ho paura. Io so» ammise lui. «Ho tradito i miei simili e ho comandato degli umani per scorribande e rapine. Secondo te uno come me ha diritto a quel posto, qualora esistesse?»
«Perché allora non sei rimasto a Freeze City?»
Tsume abbassò lo sguardo e ripensò al primo incontro con Kiba, così orgoglioso, così convinto. Cosa lo aveva spinto a seguirlo, nonostante tutto? Poi tornò a guardare quella ragazza, quegli occhi grandi, e lo sguardo scese lentamente sulle sue labbra; ancora una volta dovette reprimere quella sensazione che gli faceva stringere lo stomaco e accelerare il battito.
Lei però stava ancora aspettando una risposta.
«Io… non lo so» ammise infine, con sincerità.
«Forse unendoti a Toboe e agli altri si è risvegliato in te il desiderio di poter correre libero in un luogo incontaminato, dove seguire la nostra vera natura» poi abbassò lo sguardo su Toboe e distese il viso «dove avere una propria famiglia.»
Tsume strinse gli occhi e fece un gesto che stupì perfino lui. Non l'aveva mai vista prima, eppure non riuscì a trattenersi dal premere la fronte contro la sua. In quel momento qualcosa gli diceva che la conosceva da sempre. Allungò il braccio e, in quell’abbraccio, coinvolse anche Toboe.
Tutti e tre, uniti, con gli occhi chiusi, rimasero immobili in quel momento sospeso.
Le ciocche ricce solleticavano il naso di Tsume, che ne inspirava l’odore.
Quando riaprì gli occhi, si accorse che anche Misha lo stava guardando con la stessa intensità. Forse anche lei aveva avvertito quella risonanza, stando a contatto con quel giovane lupo dal passato così simile al suo.
Sotto quelle stelle, non fu un incontro, ma un ritrovamento.
Se il suo cammino avesse incrociato prima quello di lei, si disse Tsume, forse sarebbe riuscito a proteggerla dalle cattiverie dell’uomo, o almeno si sarebbero sostenuti a vicenda. Invece la vita aveva voluto che i loro corpi si riempissero di cicatrici e portassero sulle spalle un bagaglio pesante, prima di farli incontrare.
«Tsume» quando Misha ripeté il suo nome, sussurrandolo, questa volta in lui un forte calore lo pervase, come se desiderasse che quel suono continuasse a nascere dalle labbra di quella fanciulla ancora e ancora.
«Dimmi.»
«Te lo posso chiedere un favore?»
«Che cosa?»
«Raggiungeresti il Rakuen anche per me?»
Tsume si accigliò e il suo sguardo si fece più intenso; le accarezzò una guancia. «Raggiungiamolo insieme.»
Misha gli restituì un sorriso malinconico e scosse il capo. «Il nonno, il capo, la signorina Cole… tutti loro hanno bisogno di me.»
«Ma per cosa?» chiese lui, comprendendo che forse non si trattava di semplice sostegno tra compagni.
Le parole successive che lei pronunciò glielo confermarono: «Forse domani lo vedrai.»
In quel momento Toboe si sollevò, stropicciandosi gli occhi.
«Ben svegliato!» Esclamò lei, raggiante.
«Per quanto ho dormito?» Chiese il ragazzo, con la bocca impastata dal sonno.
«Solo pochi minuti.»
Toboe annuì, poi, mettendo meglio a fuoco la scena, si rese conto che Tsume stava abbracciando sia lui sia Misha e scattò indietro disgustato.
«Giù quelle zampacce!»
«Ma chi ti pensa, sei finito solo in mezzo come tuo solito!» protestò Tsume, risollevandosi a sua volta, con il pugno all’altezza del petto e una vena che gli pulsava sulla tempia.
Misha scoppiò in una risata argentina. «Siete uno spasso!»
Toboe gonfiò di nuovo le guance. «Accidenti, Misha, è colpa tua, sei uno scaldino vivente!»
«Ahahah! Allora è un bene che non venga con voi, altrimenti mi stareste sempre attaccati alla coda!»
«Beh noi no! Non siamo il tipo…» disse Toboe «anche se forse uno ci sarebbe.»
Guardò Tsume, e quest’ultimo ricambiò lo sguardo seccato. «Già, uno ci sarebbe di sicuro.»
Misha poi si voltò per affacciarsi alle vetrate che sovrastavano la stazione.
«Credo che ora non ci sia più pericolo, possiamo rientrare.»
«Tu hai un riparo?» chiese Toboe, apprensivo.
«Certo, non preoccupatevi per me.»
Così come erano saliti, ridiscesero dal tetto, ritrovandosi in poco tempo di nuovo nell’atrio. La ferrovia attraversava proprio il centro e Misha si soffermò per qualche istante a scrutarla, appoggiata alla balaustra.
«Che c’è?» le chiese Tsume, avvicinandosi e sfiorandole appena il fianco.
Misha sollevò lo sguardo verso di lui. Sembrava volesse dire qualcosa, ma ciò che provava rimase trattenuto appena dietro il suo sguardo azzurro.
«Io non ce la faccio a credere che tu non possa avere accesso al Rakuen» aggiunse lui, sussurrandoglielo a denti stretti.
«Misha, ti va di ululare con me?» Chiese Toboe, raggiante, interrompendo quel momento.
La ragazza si affacciò da dietro Tsume, sorridente. «E me lo chiedi?»
Quando la guardò correre incontro al ragazzo, allegra e spensierata, Tsume rimase a osservarla ancora per qualche istante.
Poi tornò alla panchina e vi si sdraiò, con le braccia dietro la testa, socchiudendo gli occhi. Gli ululati di Toboe e Misha arrivarono poco dopo, potenti e liberi, innalzandosi verso quel cielo che sembrava immutato, nonostante il mondo attorno a loro si stesse lentamente avviando verso il proprio triste destino.
In quel luogo decadente, tutti i lupi nei dintorni udirono che qualcuno, tra loro, non aveva ancora abbandonato la speranza.
Eppure molti erano ormai talmente disillusi che, proprio mentre quell’eco si diffondeva nell’aria, si erano radunati attorno a Kiba per tendergli un agguato e aggredirlo, forse mossi dall’invidia che un giovane lupo fosse ancora capace di mantenere vivo il proprio orgoglio.
«Adesso io devo andare.»
La voce di Misha lo ridestò dal suo riposo. Quando si sollevò, vide che lei si era seduta sulla panchina accanto a lui, intenta a osservare le stelle che si intravedevano dalle finestrate del soffitto. Oltre lei c’era Toboe, anch’esso seduto, che non riusciva a tenere gli occhi aperti, tanta era la stanchezza.
«Domani sarà un’altra giornata intensa e devo conservare le energie» aggiunse qualche istante dopo.
«Credo che invece domani noi ripartiremo.»
«Allora non ci rivedremo più.»
«Perché no? Ora che ti abbiamo conosciuto, anche se distanti, sapremo sempre come trovarci.»
«Dici sul serio?» gli chiese, con un tono sinceramente felice, sorridendo e voltandosi di scatto. «Non ti dimenticherai di me?»
Tsume sussultò appena, poi intensificò lo sguardo. «Non lo farò.»
Misha tornò a guardare verso l’alto e Tsume vide ancora una volta come i suoi occhi catturassero il riflesso delle stelle.
«Allora un giorno sarà così» disse la ragazza, credendoci davvero. «Un giorno ci siederemo su una panchina e ci ritroveremo l’uno accanto all’altra.»
«Te lo prometto» confermò lui.
In quel momento, una stella cadente attraversò il cielo.
Il tempo era giunto. Misha aiutò Toboe a distendersi sulla panchina, così che potesse riposare più comodamente, ma prima di andarsene si chinò su di lui e gli spostò qualche ciocca dal viso, i cui lineamenti erano ancora legati all’infanzia.
«Tsume, mi raccomando, prenditi sempre cura di questo cucciolo.»
«Ti ha rapito completamente il cuore.»
Misha sorrise timidamente e poi annuì. «Come se fosse mio.»
«Farò allora del mio meglio… ma non mi metterò a fargli le carezze tutto il giorno.»
Misha ridacchiò, portando una mano davanti alla bocca. «Va bene, facciamo che a questo ci pensa la mamma, mentre al papà il compito di tirarlo su come un guerriero degno della sua specie.»
«Non sono il suo papà!»
Misha rise ancora una volta, poi spiccò un salto e scomparve dalla vista.
Quel che rimase fu solo il silenzio e il leggero tintinnare di qualche catena nella stazione. Tsume rivolse lo sguardo al silos, ora vuoto.
Misha era arrivata ed era scomparsa nel tempo di un battito, giusto quanto bastava per illuminare il suo cuore e quello di Toboe: un attimo rubato al tempo, fragile come un sogno.
Il giorno successivo, quando Hige andò alla stazione per svegliare Tsume e Toboe, loro tre insieme a Kiba scoprirono il modo in cui quel branco di lupi si procurava da mangiare: umiliandosi, trainando le merci caricate e scaricate dai treni di passaggio, riducendosi a bestie da soma fino allo sfinimento.
Tsume cercò con lo sguardo Misha, ma non c’era. Eppure non ebbe nemmeno il tempo di chiedersi dove fosse, perché una sequenza rapida di eventi lo travolse: il nonno era morto per il troppo affaticamento e Kiba, accecato dalla rabbia, aveva attaccato quegli uomini che comandavano i suoi simili con la frusta.
Subito dopo, Hige venne catturato da alcuni soldati locali, tradito dagli stessi lupi del branco di Zali, ormai stanchi di sottostare a quell’umiliazione e pronti a rivoltarsi persino contro il proprio capo.
Fu in quel momento, in quella slealtà tra simili, in quella rovina, che in Tsume si rafforzò per la prima volta il desiderio di un luogo diverso: un posto migliore, un’isola d’oro dove poter correre libero. Non importava il colore dei fiori della luna, come si era chiesto Toboe prima di giungere in quel villaggio; ciò che contava davvero era che avessero quell’odore capace di fargli sentire, finalmente, di essere a casa.
Una volta liberato Hige, i quattro fuggirono attraverso il tunnel, salutandosi con Zali, che non volle seguirli, convinto che solo alcuni tipi di lupo avessero il diritto di varcare la soglia del Rakuen e che lui non fosse tra questi.
Il gruppo si lasciò così Mine-Ruins Town e il branco dei “lupi decaduti” alle spalle, percorrendo diversi chilometri attraverso quel tunnel sotterraneo che li avrebbe condotti oltre il mare, fino alla terra ferma.
«Aspettate, possiamo tornare indietro?» disse Toboe, a un certo punto.
«Mhm?» fece Hige, scettico. «Dopo quello che mi hanno fatto, non ho intenzione di rimettere piede in quel posto neanche per sbaglio. Se ti sei scordato qualcosa, ti attacchi!»
«Non possiamo indugiare, dobbiamo andare avanti» aggiunse Kiba.
Toboe si fermò un attimo, le mani sulle ginocchia, per riprendere fiato.
«Lo so… è che mi dispiace non averla salutata.»
«La signorina Cole?» chiese Hige. «Eh, dispiace anche a me, ma ormai è fatta.»
«Ma no, parlavo di Misha» rispose lui.
Nel sentire il nome di un’altra femmina, Hige si portò una mano al mento e si chinò su Toboe con uno sguardo indagatore.
«Chi sarebbe?»
«Io e Tsume l’abbiamo conosciuta alla stazione» disse Toboe con entusiasmo «la lupa più grossa che abbia mai visto!»
Gli occhi di Hige divennero due stelle «Quanto grossa?»
«Così!» rispose lui, innocentemente, allargando le braccia.
Tsume contrasse il viso, palesemente infastidito dall’espressione che il compagno dai capelli fulvi stava assumendo mentre ascoltava il racconto.
«Era giovane come noi, dolce e gentile» continuò Toboe, sorridendo emozionato.
«Te ne sei innamorato?» disse Hige, alzando un sopracciglio.
«Ma no!» Poi si grattò la guancia, arrossendo leggermente «mi ha ricordato come mi trattava la mia nonnina… sembrava quasi una mamma. Ha persino scaldato me e Tsume dal freddo.»
Hige, nell'apprendere questo, quasi perse l'anima.
«Ma… ma… volete dire che… ed io dove ero in tutto questo!?»
«Tu eri a fare il cascamorto con la signorina Cole, mentre ti mangiavi tutto il nostro cibo!» Protestò Toboe.
Poi si voltò verso Kiba, con le sopracciglia inarcate. «Anche lei credeva nel Rakuen, sai?»
«Poteva venire con noi, allora» rispose lui, mentre guardava Hige, assottigliando lo sguardo. «Non avrebbe avuto nessun fastidio.»
Hige incrociò le braccia, offeso. «Siete solo gelosi perché, se avesse incontrato me prima di voi, ci avrei pensato io a scaldarla.»
«Smettila di pensare a Misha in quei termini, pervertito!» Rispose Toboe, saltandogli addosso e cercando di tirargli i capelli.
Mentre quei due si mettevano a bisticciare come al solito, Kiba notò Tsume mezzo voltato verso il fondo del corridoio che avevano appena percorso.
«Ti sarebbe piaciuto fosse venuta con noi?» Gli chiese, posandogli una mano sulla spalla.
Tsume non rispose subito, poi annuì e aggiunse a bassa voce: «Mi piaceva l’odore di quella femmina… per me, se dovessi immaginare il profumo dei tuoi fiori, li accosterei al suo.»
Kiba strinse appena la mano sulla sua spalla.
«Un giorno, ne sono certo, vi ritroverete… adesso però proseguiamo. Il Rakuen ci aspetta.»
Così, mentre i quattro giovani lupi ripresero a correre verso il loro destino, Misha scrutava l’orizzonte al tramonto, appoggiata al muro di pietra che si affacciava sul promontorio.
Nel suo sguardo c’erano malinconia e accettazione insieme. Non si rimangiava la scelta fatta, eppure una parte di lei non poteva fare a meno di domandarsi quale sorte l’avrebbe attesa se avesse deciso diversamente.
Il vento le agitò appena la folta chioma riccia e un ultimo raggio di sole si posò di taglio sul suo sguardo azzurro.
«Un giorno… su quella panchina.»
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Non molto tempo dopo, un drone proveniente da oltre il mare, dalla forma simile a quella di uno scarabeo, si posò sulla cima di uno dei palazzi in rovina di Mine-Ruins Town. La sua lente di vetro si mosse appena, regolando l’inquadratura, mentre catturava le immagini del branco di Zali riunito attorno al fuoco per cenare.
Nessuno di loro si accorse della sua presenza. Nessuno percepì quell’occhio estraneo che li osservava dall’alto, silenzioso, distante, eppure così vicino alla loro fine.
Le immagini venivano trasmesse in tempo reale ai cacciatori di lupi di Jagra.
«Confermiamo quanto rilevato dal GPS del numero ventitré» disse una voce alla radio.
«Ricevuto. Disponete allora un attacco sul villaggio. Non ve ne deve sfuggire neanche uno.»
Ci fu un breve istante di silenzio, poi la seconda voce aggiunse, con tono solenne: «Per Lady Jaguara.»
«Per Lady Jaguara» rispose la prima, con la stessa fredda determinazione.
Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.