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Lentamente fece scorrere il dorso della mano sulla sua pelle ancora umida, partendo dalla guancia e scendendo lungo il collo, la curva del petto, con una cura quasi devota, come se volesse trattenere ogni istante appena vissuto. Si soffermò infine sul suo ventre, posandovi il palmo con delicatezza.
Lì, nel loro letto di nozze, Darcia ed Hamona avevano appena consumato la loro prima notte insieme e ora si concedevano quel silenzio sospeso, come a voler assaporare ancora ciò che era stato.
Darcia si chinò su di lei e le sfiorò la guancia con un bacio.
«Sei splendida, mia dolce Hamona… d’ora in poi voglio che ogni giorno sia come questo.»
Hamona sorrise, sollevandosi appena per sfiorargli le labbra. «Hai anche dei doveri, lo sai.»
Lo sguardo di Darcia si fece più intenso. «Nulla è più importante di te. Il mondo può anche bruciare… non mi importa. Il mio cuore, la mia esistenza, sono votati solo a te.»
Premette appena la mano sul suo ventre. «E i figli che avremo saranno degli angeli… proprio come te.»
«Mio signore… lady Hamona si è ammalata.»
Il tempo si spezzò.
«No… non è possibile…» sussurrò Darcia, avvicinandosi lentamente al letto dove Hamona giaceva incosciente. Le mani iniziarono a tremargli. «La maledizione dei Darcia… perché? Perché hai preso lei?»
Lo sguardo gli si svuotò, mentre il dolore lo travolgeva.
«Perché… perché…»
Il suo urlo squarciò il silenzio, crudele, disperato, come se potesse frantumare il destino stesso.
Darcia si risvegliò di colpo nel suo letto, il respiro affannoso ed il corpo rigido.
Solo un sogno.
No… un ricordo.
Si portò le mani al viso e pianse.
«Perché non sei già qui?» sussurrò tra i singhiozzi. «Perché non hai varcato la soglia con me? Non è possibile… non è possibile che tu non sia più da nessuna parte… amore mio…»
Si alzò lentamente dal letto e si diresse verso lo specchio. Indossava solo un paio di pantaloni, il torso nudo metteva in evidenza una fisicità ormai più definita, segnata dal risveglio del suo sangue.
Si fermò davanti al riflesso e il suo sguardo si posò sull’occhio di lupo. Sollevò una mano e fece scorrere due dita appena sotto di esso, sfiorandolo con lentezza.
Quell’occhio, che gli aveva permesso di varcare la soglia, era anche la prova tangibile di ciò che aveva condannato la sua Hamona.
Avrebbe davvero percorso quella strada - nella vita passata e in quella attuale - se lei non fosse stata colpita dalla malattia del Rakuen?
Ogni passo, ogni scelta… tutto era stato fatto, e continuava a esserlo, per un solo scopo: rivederla. Riascoltare la sua voce.
Anche a costo di usare mezzi discutibili.
Anche a costo di forzare un mondo che, altrimenti, avrebbe lasciato le “chiavi” del varco vivere e morire nell’inconsapevolezza.
Le parole di Hige gli tornarono alla mente e il dubbio si insinuò in lui.
Si portò una mano al petto.
E se lei lo avesse rifiutato? Se il prezzo pagato fosse stato, per lei, inaccettabile?
Le gambe cedettero e cadde in ginocchio, portando le mani alla testa.
«No… no…» sussurrò, scosso. «Lo faccio per te… è solo per te che lo faccio…»
Il respiro tremò.
«Ti prego…»
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Nel frattempo Misha si alzò dal letto e si diresse verso la finestra.
I suoi occhi erano mutati: la sclera nera, le iridi illuminate di una luce innaturale. Rimase immobile a osservare la luna rossa, ormai prossima alla sua pienezza, mentre la neve cadeva lenta, silenziosa, come se il mondo intero trattenesse il respiro.
Le sue labbra si schiusero appena.
«Tutto sta procedendo come desiderato, lady Hamona… il tempo si avvicina.»
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Sorse un nuovo giorno su Freeze City e, nel giro di una decina, sarebbero stati sessanta quelli trascorsi sotto legge marziale, per proteggere la città.
I telegiornali annunciarono un nuovo tentativo di bombardamento, ma questa volta i droni erano riusciti a intercettare l’attacco, evitando danni. La notizia, tuttavia, non bastò a rassicurare i cittadini, sempre più restii a uscire di casa.
Misha si risvegliò e si stiracchiò lentamente. Da quando Hige l’aveva lasciata con quelle parole, le sue giornate erano diventate una sequenza di gesti meccanici. Eppure, non riusciva a capacitarsi di come dopo tutto ciò che avevano condiviso, dopo quelle promesse, lui avesse potuto cambiare così da un giorno all'altro.
Le sembrava… illogico.
Prese il cellulare e iniziò a scorrere la galleria, soffermandosi sulle ultime foto che avevano scattato al ristorante, il modo in cui l'abbracciava. Gli occhi le divennero immediatamente lucidi e dovette chiudere la schermata.
Abbassò poi lo sguardo sulla valigia ai piedi del letto. Ormai era sempre pronta, nel caso fosse scattata un’evacuazione improvvisa, ma ora avrebbe avuto un altro scopo: partire con il professor Silva alla ricerca del Monte del Principio. Restavano ancora alcuni preparativi, tra cui parlare con Toboe delle intenzioni di Darcia.
Aprì la rubrica, ma proprio mentre stava per premere il tasto verde, il telefono vibrò. Era Toboe.
«Pronto?»
«Hige è scomparso.»
La mano di Misha tremò, così come il labbro inferiore. «Come… che stai dicendo?»
«Sono più di due giorni che non si presenta al lavoro.»
«E non sanno il motivo?» chiese, e nel suo tono affiorò un’inquietudine che non riusciva più a contenere.
«Nessuno ne sa niente. Non sono riuscito a contattarlo, così sono andato a cercarlo.»
La voce le tremò appena. «Sarà andato alla ricerca di Blue…»
Toboe esitò. «Credo di ricordare anche io qualcosa della nostra antica compagna e lui, ma… Misha… davvero pensi che Hige possa lasciarti così? Ti sembra davvero quel tipo di persona?»
Misha rimase in silenzio. Chiuse appena gli occhi.
Le carezze, gli abbracci, i sorrisi, le battute… tutto riaffiorò insieme, come un’onda luminosa, viva.
Che idiota.
Come aveva potuto lasciare che i fantasmi del passato e le sue paure le facessero credere che il suo ragazzo fosse capace di questo?
Improvvisamente, un lampo le attraversò la mente: la voce di Hige, la sua disperazione mentre chiamava il suo nome.
«Toboe…» disse infine, con un sussulto. «Dobbiamo trovarlo.»
Si diedero appuntamento in una piazzola a metà strada tra casa di Misha e l’orfanotrofio.
Quando si rividero, l’aria si fece subito tesa. L’ultima volta avevano discusso e quella distanza non si era ancora del tutto dissolta.
Fu Misha a rompere il silenzio. «Mi dispiace… non ero in me quel giorno.»
Toboe si accigliò appena. «Non è con me che ti devi scusare, ma con Hige.» La guardò con una serietà che lo faceva sembrare più grande della sua età. «Non so perché ti abbia detto quelle cose, ma lo conosco abbastanza per sapere che non l’ha fatto volontariamente.» Fece una breve pausa. «Se lo ami… allora dagli almeno il beneficio del dubbio.»
Misha si strinse nelle spalle, abbassando lo sguardo. «Hai ragione… è che io…»
Toboe scosse il capo. «Non so perché tu sia convinta di essere un errore. Spero che un giorno me lo spiegherai… ma questo non è il momento di esitare.» I suoi occhi si fecero più intensi. «Lui non l’ha fatto, quando sei scomparsa tu.»
Misha sollevò appena lo sguardo. «Non l’ha fatto nemmeno quando sei scomparso tu…» sussurrò. «Quel giorno… è stato lui a darmi la forza.»
Toboe le prese la mano, stringendola con decisione. Nei suoi occhi passò una luce viva.
«Allora ritroviamo il nostro amico.»
Mentre correvano per raggiungere il tram che li avrebbe portati al quartiere di Hige, Misha abbassò leggermente il capo, il respiro corto ma la mente ancora più affollata. Fu come se un battito crescesse dentro di lei, un istinto che la portava a soffermarsi sul momento della telefonata. Ancora e ancora.
Si fermò all’improvviso.
«Che fai?» chiese Toboe, cercando di trascinarla prima di perdere la fermata. «Sbrigiamoci!»
Misha non si mosse.
«È inutile andare lì.»
«Mhm? È l’unico posto da cui possiamo iniziare, per...» si interruppe di colpo.
Solo in quel momento si rese conto: i suoi occhi si erano accesi.
«Hige…» disse lei, con voce bassa ma ferma, «non è a casa sua.»
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Edward si presentò alla cella dei due prigionieri con un vassoio.
«Come vedete, il mio signore è un buon ospite.»
«Come minimo,» disse Hubb, avvicinandosi per recuperare le due ciotole di zuppa.
«Vedo che quel giovanotto è rimasto lì fermo nell'angolo a commiserarsi.»
Hubb si accigliò. «Non ti fai nemmeno un po’ schifo, per quello che hai fatto?»
Edward fece spallucce. «Ho fatto solo il necessario affinché i piani del mio padrone potessero andare avanti. Spezzare una coppia non è il peggio che ho fatto in vita mia.» Detto questo, si voltò e se ne andò.
Hubb si chinò accanto a Hige, che era rimasto appoggiato alla parete, lo sguardo assente. «Hige, devi mangiare.» Si accigliò. «Non puoi tormentarti così. Quello che è stato nel passato ormai è fatto. Pensa a una cosa: se per Kiba fossi davvero un traditore, ci avrebbe messi in guardia da te.»
«Molte vite sono state distrutte a causa mia. Potrete anche perdonarmi… ma io non posso farlo.»
«Sei stato manipolato da persone orribili, non è colpa tua.» Hubb cercò di accennare un sorriso, nonostante il dolore che ancora gli attraversava il corpo. In quel momento doveva essere lui il punto fermo. «Non hai detto qualcosa di simile anche alla tua ragazza?»
«Non è più la mia ragazza.»
«Certo che lo è ancora. Quando saprà...»
«Non credo di volerlo che lo sappia.»
A Hubb quasi cadde il cucchiaio di mano. «Ti ha dato di volta il cervello?»
Hige si voltò verso di lui, lo sguardo velato di malinconia. «È a causa mia che è morta… e chissà che torture ha dovuto subire.»
Hubb scosse il capo. «Queste sono solo supposizioni.»
«No… non lo sono. Io in quel villaggio ci sono passato davvero.»
«Tu non lo sapevi, l’hai detto anche tu,» insistette il detective.
Hige sospirò. «Lo so… devo imparare a essere più coerente con me stesso.»
«Direi che è arrivato il momento.» Gli porse il pasto. «E puoi iniziare mostrandomi quella fame da lupo che di solito ti contraddistingue.»
Hige accennò a un sorriso. «Detective, la prego, non cada nei luoghi comuni.»
«Mi dispiace, è più forte di me,» ribatté Hubb. «Soprattutto se serve a tirarti su di morale.»
Prima di mettersi a mangiare, Hige si alzò e fece qualche passo, sgranchendosi le gambe intorpidite. Il movimento era lento, ma qualcosa in lui stava cambiando.
Poi si fermò, dando le spalle al detective.
Hubb lo osservò, e all’improvviso percepì nell’aria qualcosa di diverso, più denso, più carico.
«Sa, detective…» disse Hige, con una calma nuova nella voce, «credo che Darcia, imprigionandomi, abbia commesso il suo errore più grande.»
Hubb aggrottò la fronte. «Su questo non avevo dubbi… ma perché me lo stai dicendo?»
Hige abbassò appena il capo, poi le sue spalle si distesero.
«Perché quel bastardo si è dimenticato una cosa.» Fece una breve pausa. «Anche a chilometri di distanza… un branco rimane sempre unito.»
Hubb trattenne il respiro.
«E quando uno di noi è in pericolo… gli altri lo sentono.»
«Vuoi dire che…?»
Hige si voltò. Le sue iridi erano illuminate e sul volto era apparso un sorriso ampio.
«Sì, detective…» disse, con una scintilla di entusiasmo che non si vedeva da tempo. «Stanno venendo a prenderci.»
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«Avanti, bella… spassiamocela.»
«Ti avvicini a noi con quel fare ammiccante e poi ti tiri indietro?»
I soldati, con la bandiera azzurra e il razzo ben visibile sul petto, osservavano Blue con sguardi carichi e sgradevoli.
Doveva rientrare in città. Doveva trovare Hige. E per farlo aveva scelto di usare lo stesso espediente di un tempo, quando a Jagra lei e Cher avevano ottenuto le medagliette per muoversi nella capitale. L’idea le dava disgusto, ma ripresentarsi come canide, dopo il caos causato in precedenza, avrebbe rischiato che stavolta qualcuno le avrebbe sparato contro e non poteva sperare nella stessa fortuna che anche questa volta Kiba e Tsume passassero inosservati.
Così aveva deciso di sfruttare la bellezza di cui la sua forma umana le concedeva.
Non aveva però previsto che, alla frase «ci ho ripensato», loro da quell'orecchio non ci avrebbero sentito.
«Anche in questa epoca certi uomini restano viscidi…» disse con stizza.
«Non volevi un passaggio sicuro?» replicò uno dei due, avanzando e sovrastandola, la pistola puntata. «Prima, però, ti fai un viaggetto con noi.»
Il viso si contrasse in un ghigno.
«Avanti… solleva quella gonna.»
«E tu abbassa la cresta.»
La voce arrivò alle loro spalle, improvvisa.
Non ebbero nemmeno il tempo di reagire: due movimenti secchi e precisi e Kiba e Tsume li neutralizzarono in pochi istanti, lasciandoli a terra privi di sensi.
«Stai bene?» chiese Kiba, avvicinandosi.
Blue fece un mezzo sorriso. «Certo. Mi avete solo risparmiato di strappargli la gola… e non solo quella.»
Tsume lanciò uno sguardo ai due corpi a terra.
«Dubito che faranno rapporto su come sono finiti così.» Poi si voltò verso gli altri. «Adesso possiamo rientrare.»
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«Se chiamassimo il detective Lebowski?» chiese Toboe, mentre seguiva Misha che si era messa a correre.
«È proprio da lui che stiamo andando.»
«Ma il distretto è dall'altra parte.»
«No, a casa sua.»
«Eh? Sai dove abita?»
«No, ma lo so.» Si voltò appena. «Del resto anche lui fa parte del nostro branco, no?»
Presero un autobus per colmare la distanza rimanente e, non appena raggiunsero la fermata, Misha scese per prima, riprendendo a correre.
«Misha, rallenta!» disse Toboe.
«No, muovi quelle gambe, non sei capace di fare meglio di così?»
Misha aveva utilizzato un tono che non le aveva mai sentito pronunciare e quelle parole risvegliarono in lui qualcosa di strano. Una provocazione, per la precisione. «Io... io mi sto solo preparando!»
Accelerò improvvisamente, stringendo gli occhi e colmando la distanza che si era creata tra i due. Quando si voltò a guardare la ragazza, ella aveva uno sguardo più affilato. Sembrava davvero aver cambiato personalità. Gli fece quasi venire i brividi.
«Dici che è questo?» chiese poi con il fiato corto, quando arrivarono di fronte a un palazzo residenziale.
«Sì, percepisco la presenza di entrambi.»
Provarono a suonare, ma nessuno rispose.
«Magari aspettiamo che qualcuno ci apra.»
«Non ho intenzione di farlo.» Si voltò verso di lui. «Aspetta qui.»
Misha fece il giro del palazzo. Il suo corpo si muoveva rapido, come guidato da una memoria antica. E in effetti era così.
Allargò appena le narici quando raggiunse l’altezza delle finestre che sentiva appartenere all’appartamento del detective.
Studiò il palazzo. C’erano diversi appigli e, anche se era da tempo che non si dedicava più alle arrampicate, la memoria del corpo, alimentata dal sangue di lupo, si riaccese in lei.
Saltò prima sullo sgabuzzino della caldaia, poi su un cornicione e infine si appese alla grondaia. Non c’era quasi nessuno in giro e nessuno la vide compiere quel gesto che, per una ragazza qualsiasi, sarebbe stato potenzialmente letale.
Le iridi continuavano a brillare mentre il suo corpo si muoveva con agilità e sicurezza, fino a raggiungere il terzo piano.
Si aggrappò al cornicione, mentre il vento le sferzava i lunghi capelli ricci. All’interno, l’appartamento era buio.
«Tu eri qui…» disse con un ringhio.
Sollevò il piede e col tallone sfondò la finestra, mandandola in mille pezzi. Si chinò poi per girare la maniglia e sollevarla.
I vetri scricchiolarono sotto le sue scarpe da ginnastica.
Girò lentamente il capo, inspirando l’aria.
Un vento freddo e la neve entrarono fischiando nell’appartamento, agitando le tende.
Misha accese l’interruttore e ciò che si rivelò ai suoi occhi fu il caos: doveva esserci stata una colluttazione.
A terra, c'erano macchie scure ormai secche. Misha si chinò e, non appena riconobbe l’odore di Hige, un nuovo ringhio le attraversò il corpo.
Oltre all’odore di Lebowski e di Hige, ce n’erano altri.
Uno, in particolare, lo riconobbe subito. Lo aveva già percepito mesi prima, nel castello di Darcia: Edward.
Misha uscì dall’androne del palazzo e Toboe, che nel frattempo si stava soffiando le mani per tenersi al caldo, inarcò le sopracciglia nel vederla.
Lo sguardo di Misha era nascosto sotto la frangia.
«Sei riuscita a entrare? Hai trovato qualcosa di utile?»
«Torna a casa.»
Toboe inclinò la testa. «No, dobbiamo ritrovarlo insieme.»
«Ci penso io. Tu adesso torni di filato a casa.»
Toboe le prese una spalla, con aria di protesta. Provò ad aprire bocca, ma quando Misha sollevò lo sguardo, i suoi occhi erano di nuovo mutati, iridi accese e sclera scura, e la sua espressione si era fatta feroce.
«Devi tornare a casa. È un ordine.»
Toboe deglutì. In quel momento non ebbe la sensazione di trovarsi davanti alla sua amica, ma a qualcosa di diverso, di dominante. Una superiorità gerarchica alla quale, da cucciolo, non poteva opporsi.
«Ma io ti voglio aiutare…» disse con la voce tremante, mentre un paio di lacrime gli rigavano il viso.
Misha gli prese il capo tra le mani e premette la fronte contro la sua.
«Puoi aiutarmi rimanendo al sicuro…» sussurrò, ma nella voce c’era ancora quella forza che non ammetteva repliche. «Perché se adesso vieni con me e qualcuno osasse toccarti… io manderei tutto all’aria.»
Fece una breve pausa.
«Sono stata chiara?»
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«Blue, ora che siamo dentro, questo tuo radar si è un po’ aggiustato?» chiese Tsume, mentre dalla cima di un tetto stavano scrutando l’orizzonte.
Un’aeronave passò sopra le loro teste, scandagliando i palazzi con fari rossi. Loro si acquattarono immediatamente, evitando di essere individuati.
«Sì.» disse Blue a bassa voce, per poi stringere i denti. «Credo di poter dire con sicurezza che la fonte provenga dalle parti del castello di Darcia.»
«Un'altra volta lì…» osservò Tsume, accigliandosi.
«Vorrà dire che questa sarà l’occasione per prenderci la nostra rivincita.» disse Kiba, con un accenno di entusiasmo. «Non vuoi vendicarti anche tu dell’umiliazione?»
Tsume fece una smorfia, poi sorrise in modo più vivo, mostrando appena un canino. «E me lo chiedi?»
Le loro gambe erano veloci, i salti rapidi e attenti. Blue, per muoversi ancora più agilmente era tornata alla sua forma di lupo ed era a capo del gruppo.
«Secondo te cosa può essergli successo?» chiese Tsume a bassa voce a Kiba. «Perché è in pericolo?»
«A questo punto credo che Darcia non abbia più intenzione di nascondersi.» rispose Kiba, accigliandosi appena. «Per caso hai qualche sensazione su Misha o su Toboe?»
Tsume non rispose subito.
«No… io credo che stiano bene.»
Kiba lo osservò in silenzio. Il suo amico nascondeva molto più di quanto lasciasse trasparire.
«Ragazzi… ma non vi sembra di sentire un forte odore di sangue?» disse Tsume, una volta raggiunta la cima del muro di cinta.
Era quasi il tramonto quando giunsero a destinazione. Da quello che sapevano, Darcia non avrebbe dovuto esserci, partito per la residenza dei suoi genitori qualche giorno prima. La sorveglianza, dunque, avrebbe dovuto essere blanda… ma rimasero stupiti nel trovarla completamente assente.
«È così.» rispose Blue, tornando alla sua forma umana.
Un elicottero si levò improvvisamente nel cielo.
Blue alzò lo sguardo, sconvolta. «È lì… Hige è lì sopra!»
«Accidenti, è troppo in alto!» disse Kiba, percependo anche lui la presenza dell’amico.
L’elicottero si allontanò rapidamente, tagliando il cielo, agitando le loro vesti e le fronde degli alberi.
Entrambi fecero per lanciarsi all’inseguimento.
«Aspettate.» la voce di Tsume li fermò, più bassa, più tesa. «Possiamo andare a vedere cosa è successo qui?»
«Ma dobbiamo inseguirli…» disse Blue, titubante.
«Si muovono troppo in fretta.» ribatté Tsume. «E corriamo da ore. Quando avremo riattraversato la città, saranno già lontani… e noi rischieremo solo di farci prendere.»
Blue strinse le labbra e abbassò lo sguardo, attraversata da una frustrazione profonda. Non poteva accettare di aver fatto tutta quella strada solo per poi farselo sfuggire da sotto il naso.
«Ti prometto che ci riproveremo, ma per favore…» Tsume si voltò verso l’ingresso del castello. «Ho bisogno di verificare una cosa.»
Kiba e Blue lo guardarono, interrogativi.
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Dopo essersi assicurata che Toboe non l’avesse seguita, il suo corpo riprese a muoversi con agilità. Non le servivano più i mezzi, le sue gambe erano più che sufficienti per sostenerla fino alla meta.
Le sue percezioni erano spinte al massimo. In quella forma aveva piena coscienza di sé e di ciò che era… e quei miseri esseri umani avevano commesso un errore fatale provocandola e cercando di ingannarla.
Darcia non aveva capito nulla di lei.
«E quel grosso cane?» disse qualcuno.
«È uno dei lupi, fate attenzione!» urlò un altro, mentre una raffica di spari squarciava l’aria.
Il grande lupo bianco e nero non esitò. Quelle armi non la intimorivano.
Si mosse con ferocia e precisione: morsi, artigli, impatti rapidi e letali. Uno dopo l’altro, gli uomini caddero, senza avere il tempo di reagire davvero.
Senza quasi alcuna difficoltà, fece irruzione nell’edificio.
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Il trio avanzò lungo il viale con circospezione, ma quasi subito si accorsero che non c’era nessuno da cui guardarsi.
«Ragazzi!» li richiamò Blue a un certo punto, che si era spinta più avanti.
Quando Kiba e Tsume la raggiunsero all’ingresso principale, una manciata di guardie giaceva a terra, tramortita.
«Sono feriti seriamente,» disse la donna, chinandosi su uno di loro, «ma non sono morti.»
«Chi può aver fatto una cosa del genere?» si chiese Kiba, con gli occhi sgranati.
Tsume non rispose. Si voltò verso l’ingresso spalancato e corse dentro.
Kiba e Blue lo seguirono subito, accigliati. Il loro compagno si muoveva come se sapesse qualcosa.
Anche all’interno trovarono altri corpi riversi a terra e le telecamere erano state distrutte.
Poi, imboccando un nuovo corridoio, un urlo misto a rabbia e frustrazione giunse alle loro orecchie.
Si fermarono di colpo. A pochi metri da loro, Misha teneva Edward sollevato per il collo, premuto contro il muro. Il suo corpo era macchiato del sangue dei nemici e i suoi occhi selvatici pulsavano di rabbia.
«È troppo tardi,» disse Edward, che nonostante tutto non sembrava intimorito. «Il tuo principe non è più in questo castello. Lo hanno appena portato via.»
«Dove?» ringhiò la lupa.
«Questo non mi è dato saperlo.»
«Allora tu non mi servi più, patetico umano.»
Fece per affondare gli artigli nella sua gola, ma il richiamo di Tsume la fermò.
Nella penombra, con i raggi del tramonto alle spalle, Misha si voltò verso di lui.
Tsume fece qualche passo avanti, il corpo teso. «Tu hai abbandonato quella vita, ricordi?»
Lo sguardo di Misha tremò appena. Poi lasciò la presa ed Edward cadde a terra.
Quest'ultimo, accecato dall’umiliazione, afferrò la pistola di una guardia svenuta.
«Stai attenta!» urlò Blue.
Misha si voltò di scatto, evitando il colpo, e con un movimento istintivo e feroce il lupo affondò le zanne nella giugulare dell’uomo.
Quando si voltò, ancora chinata sul corpo ormai privo di vita, si pulì il sangue dalla bocca con il dorso della mano.
Kiba, Tsume e Blue rimasero immobili.
Misha avanzò verso di loro, lenta, lo sguardo profondo e accigliato.
«L’ho perso per un soffio.»
Ci fu un attimo di silenzio.
Poi Kiba fece un passo avanti. «Hai fatto quello che potevi.»
Gli occhi di Misha si posarono su quelli di Blue. «Sei tu che li hai condotti qui, vero?»
«È così.»
«Saprai allora ritrovarlo, non lo porteranno oltre oceano.»
«Vieni con noi,» disse Tsume.
Misha scosse il capo. «Questa mia forma e quella umana viaggiano su due binari differenti. Io so cosa devo fare… mentre la mia altra personalità no, anche se riesco a influenzarla.»
Quella rivelazione li lasciò senza parole.
«Io devo partire. Continuerò ad assecondare le richieste di Darcia. Il compito di salvare Hige ora spetta a voi.»
«Ma è il tuo compagno,» disse Blue.
Misha le si avvicinò e le posò una mano sulla guancia, accennando un sorriso. «No… è il tuo.»
Blue abbassò lo sguardo, lasciando andare un respiro pesante.
Poi Misha si voltò verso Kiba e Tsume, soffermandosi su Kiba. «Il tuo sangue sta finalmente ribollendo del nostro antico retaggio. Presto sarai pronto per salvare davvero Cheza.»
«E tu come sai che…» le parole di Kiba si fermarono. C’era qualcosa che lei sapeva… ma che non era ancora il momento di dire.
Infine Misha si avvicinò a Tsume. «Forse non ricordi il perché di quelle parole… ma grazie.»
«Misha, vieni con noi,» insistette lui, stringendo i denti e afferrandola per le spalle.
Misha scosse il capo. «Il mio scopo è diverso dal vostro. Ma se questa forma emerge sempre più spesso è grazie a voi che, nonostante tutto, mi considerate parte del branco.»
«Perché è così,» ribatté Tsume con forza. «Tu sei una di noi… tu fai parte di me.»
Misha abbassò appena le ciglia, accennando un sorriso.
«Ti prometto che lo ritroverò!»
La voce di Blue la fece voltare. La donna si era avvicinata e, in uno slancio, l’abbracciò forte.
«Grazie per esserti presa cura di lui,» aggiunse, la voce tremante.
«È lui che si è preso cura di me,» rispose Misha, stringendola a sua volta. «Fagli capire che non ti ha perduta… che non ha perduto nessuno di noi.»
Quando si staccarono, Misha si portò una mano alla testa, colta da un dolore improvviso.
«Che cos’hai?» chiese Tsume, preoccupato.
«Sto perdendo il controllo di questa forma… non posso risvegliarmi qui. Devo andare.» Fece un respiro profondo. «Andrò a cercare il Monte del Principio. Io e Toboe staremo via per diverso tempo… perciò, quando lo avrò trovato, fatevi trovare pronti.»
«Perché lo stai assecondando?» urlò Tsume, mentre lei iniziava ad allontanarsi.
Misha si fermò solo un istante, voltandosi appena.
«Perché devo mantenere una promessa.»
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Kiba, Tsume e Blue abbandonarono quel luogo poco dopo che Misha se ne fu andata. Non c’era più nulla che potesse offrire. Si limitarono ad assicurarsi che il corpo di Edward venisse nascosto, così che potesse essere ritrovato il più tardi possibile.
Durante il tragitto non si dissero nulla, ora intenti solo a trovare un riparo.
La luna rossa splendeva sopra di loro, austera, incombente… come a ricordare ai lupi, in ogni istante, che il loro sangue sarebbe stato presto reclamato.
A un certo punto Tsume perse l’equilibrio e per un soffio non precipitò nel vuoto.
Kiba lo afferrò all’ultimo istante, stringendogli il braccio e tirandolo a sé.
Tsume si portò subito le mani alla testa, accasciandosi contro il muro del cornicione.
«Che ti succede?» chiese Blue, preoccupata.
Tsume ansimava. Poi aprì lentamente gli occhi. Le sue iridi brillavano come due pietre preziose.
«Io…» la voce gli uscì spezzata. «Mi sono appena ricordato come l’ho conosciuta.»
Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.