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Creato il 13/07/2026, 19:28 · Aggiornato il 13/07/2026, 19:29

Capitolo 33: Il viaggio di un sogno - parte 3

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

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  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Quando Hige uscì dalla casa di Misha e si precipitò in auto, il cuore gli batteva forte nel petto. Gliel’aveva già detto quella mattina, ma quel secondo messaggio gli aveva acceso addosso un’urgenza cieca.

Aprì l’app per i voli, ma erano tutti cancellati, così come i treni: da Freeze City non si usciva, la città era blindata.

Diede un pugno al volante con rabbia, poi accese il motore. Mancava ancora un’ora al coprifuoco, abbastanza per raggiungere la casa del detective.

Si attaccò al citofono e salì le scale di corsa appena il portone si aprì.

La porta dell’appartamento era socchiusa, dettaglio che lo fece subito accigliare; la spinse lentamente ed entrò, trovandosi immerso nel buio, con l’unica luce proveniente dal corridoio del palazzo.

«Detective Lebowski?» chiamò, facendo un passo avanti, mentre apriva appena le narici per inspirare: c’era l’odore del detective, ma anche altro.

«Detec...» non riuscì a finire la parola che un fischio acuto gli esplose nelle orecchie e la porta si chiuse alle sue spalle; nel buio scintillarono i bastoni elettrici che si abbatterono sul suo corpo, ma Hige reagì d’istinto, ringhiando «Maledetti!» mentre colpiva alla cieca con pugni e calci, riuscendo ad afferrare qualcuno per il colletto e a tempestarlo di colpi finché le nocche non si macchiarono di sangue.

Un altro però lo colpì da dietro con una mazza alla nuca; perse l’equilibrio e cadde su un ginocchio, ma con un ringhio sommesso e i denti digrignati si girò su sé stesso, spazzando con la gamba l’avversario, solo per essere investito di nuovo dalle scariche elettriche mentre quel fischio continuava a lacerargli i sensi e a stordirlo sempre di più.

Infine arrivò una mazzata in pieno volto che gli fece vedere le stelle.

«Immobilizzate quel lurido cane,» ordinò qualcuno, e subito dopo le catene gli si serrarono addosso, bloccandolo completamente.

«Hige… Hige…»

La voce del detective gli arrivò ovattata, distante, come se provenisse da un altro luogo. Hige mise lentamente a fuoco, sollevando il capo con fatica; non sapeva quanto tempo fosse passato, ma il dolore diffuso nel corpo e il martellare alla testa gli suggerivano che erano trascorse ore.

Provò a muoversi, ma le catene lo tenevano saldo. Chiunque lo avesse catturato sapeva bene che, se provocato, era in grado di sprigionare una forza fuori dal comune.

«Detective…» sussurrò, sputando saliva mista a sangue. «Lei accoglie sempre così i suoi ospiti a casa sua?»

«No… di solito offro almeno una birra,» rispose Hubb, tentando un’ironia che non riusciva a nascondere le ferite e i lividi che gli segnavano il volto.

Una lampada si accese, spezzando l’oscurità e rivelando un gruppo di uomini vestiti di nero; al centro, con postura composta e sguardo controllato, stava un uomo in gilet, i capelli ingellati e pettinati all’indietro.

«Volete che ve la offra io?»

«Il maggiordomo di Darcia…» mormorò Hubb a denti stretti. «Chissà perché non sono stupito.»

«Avanti, detective, non cadiamo nei soliti cliché da romanzo giallo,» replicò l’uomo con un sorriso appena accennato.

«Perché siete entrati in casa mia? Che cosa volete?»

«Siamo venuti per questa.» Edward sollevò la pennetta USB, facendola brillare alla luce.

Lo sguardo di Hubb si fece teso. «Come lo avete scoperto? Non abbiamo lasciato tracce.»

«Una traccia c’era,» rispose con calma Edward. «E grazie a lei, detective, il mio signore vi ha tenuti d'occhio per settimane.»

Poi prese il cellulare di Hubb, mostrandolo con noncuranza.

«Grazie a questo, abbiamo scoperto cose interessanti che ci hanno permesso di anticipare le vostre mosse.»

Hubb si agitò, il respiro che si fece più corto. «Come avete fatto a...» si interruppe da solo.

Aveva capito.

Il sorriso di Edward si fece più affilato. «Come spesso accade, i più grandi imperi crollano per una donna. E così… anche le difese di un detective brillante come lei.»

Hubb abbassò lo sguardo.

Il ricordo gli tornò addosso con una chiarezza crudele: quella sera, l’appuntamento con Cher, la sua bellezza, l’eleganza, il modo in cui lo aveva guardato, la paura improvvisa quando lei aveva quasi perso i sensi… tutto ciò che aveva custodito come qualcosa di prezioso.

Ora, però, quel ricordo si incrinava, macchiato da una sola, insopportabile consapevolezza: era stato ingannato.

«Ecco perché la notte di Capodanno siete riusciti a sopraffare Tsume e Kiba…»

«È stato anche per la loro impulsività,» puntualizzò Edward con calma controllata. «Ma sì, se eravamo pronti a fronteggiare due avversari come loro, lo dobbiamo anche a lei, detective.»

Hige sollevò il capo di scatto, gli occhi accesi di rabbia. «Maledetti… voi e il vostro capo!»

Edward non si scompose, anzi, il suo sguardo si fece appena più sottile.

«Sapevamo già da tempo che anche tu ti stavi preparando a combattere il nostro signore,» disse, con una freddezza quasi chirurgica. «E se finora non ti è accaduto nulla è solo perché è stato deciso di permetterti di restare accanto a quella ragazza.»

Fece una breve pausa, osservandolo.

«Almeno finché non fossi diventato un ostacolo.»

Hige si agitò di nuovo, ma uno degli uomini gli piantò un bastone elettrico tra il collo e la spalla, scaricando una scossa che gli strappò un ringhio soffocato.

«Avete deciso di scoprire le vostre carte per quello che ho visto nel videodiario, vero?» ruggì Hubb, sporgendosi in avanti nonostante le catene.

«Un piccolo inciampo,» rispose Edward con calma, «che però ci ha permesso di muoverci finalmente senza restrizioni. Il tempo della danza dietro il velo è finito.»

«Quando il mio capo saprà cosa avete fatto...»

Edward sorrise, inclinando appena il capo. «Il tuo capo?» Scosse lentamente la testa. «Non lo hai ancora capito?»

La sua voce si fece più bassa, più tagliente.

«La polizia è già sotto il controllo del mio signore… così come molti degli istituti della città.» Fece un passo avanti. «La sua ragnatela è ovunque.»

Il sangue di Hubb si gelò.

Un dettaglio, uno solo, emerse tra i suoi ricordi con la precisione di una lama: il modo in cui il suo capo si era rivolto a Darcia chiamandolo “Lord”. Lo stesso appellativo usato dagli ospiti alla festa di Capodanno, la stessa deferenza.

Sentì la bile risalirgli alla gola.

«Cosa volete farci ora?» disse Hige, la voce incrinata dal dolore ma ancora attraversata da una rabbia viva. «Ucciderci?»

Edward scosse lentamente il capo, quasi divertito. «Non ho ricevuto disposizioni in tal senso… soprattutto per te, lupo rinato.»

Il suo sguardo si soffermò su di lui un istante di troppo, poi fece un semplice cenno con la mano.

«Adesso metteteli a dormire per un po’.»

«No, fermi!» riuscì appena a dire Hubb, ma la frase gli morì in gola: un colpo secco, poi un altro, e il mondo si spense di nuovo, trascinando entrambi in un buio senza appigli.

Il giorno successivo trascorse lento e immobile, scandito solo dalla luce fioca che filtrava dalla finestra e si spostava sul pavimento, dal sorgere del sole fino al suo calare. Hige e Hubb rimasero legati e imbavagliati per tutto il tempo, liberati uno alla volta solo per le necessità più strette e sempre sotto la minaccia di una pistola puntata alla tempia, senza mai una reale possibilità di reagire.

I loro telefoni continuarono a squillare, più e più volte, lasciati lì, irraggiungibili.

A un certo punto Edward si fermò, portandosi una mano all’auricolare. «Sì… va bene, mio signore.» Poi sollevò lo sguardo su Hige, tagliente. «La tua ragazza ha appena rifiutato l’offerta di lavoro. Ovviamente è per colpa tua, anche se lo nega.»

Hige serrò la mascella, lo sguardo che si fece più duro, ma Edward si avvicinò senza esitazione e gli assestò uno schiaffo secco.

«Pensi davvero di poterla salvare?» disse con disprezzo. «Sei un idiota, se credi che una storiella tra mocciosi possa intralciare i piani di Lord Darcia.»

Da quel momento non aggiunse altro. Il silenzio tornò a riempire la stanza, pesante, interrotto solo dai loro respiri e dal tempo che continuava a scorrere.

Fu solo la mattina seguente che Edward ricomparve, questa volta con un piccolo dispositivo tra le mani.

«L’intelligenza artificiale ha fatto passi da gigante,» disse semplicemente.

Afferrò la mano di Hige senza preavviso e gli forzò un dito contro lo schermo del telefono, quasi torcendoglielo, finché il dispositivo non si sbloccò.

Hige non capiva. Non ancora.

Poi dal vivavoce uscì una voce: quella di Misha.

E in quell’istante qualcosa dentro di lui cedette di colpo, come se il mondo gli fosse crollato addosso senza lasciargli il tempo di respirare.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Blue si agitò nel suo sacco a pelo, assalita da flash confusi di urla, lotta e sangue sparso sul pavimento, il fiato corto e quel fischio acuto che sembrava lacerarle l’anima, fino a precipitare nel buio più totale.

«Hige…» mormorò, con la voce rotta, «Hige…»

All’improvviso una scossa la attraversò da parte a parte, dolorosa, reale, strappandole un grido. «No, Hige!»

Quel grido fece scattare Kiba e Tsume, che si sollevarono di colpo dai loro sacchi a pelo nella vecchia baracca fuori dai confini della città, dove si erano rifugiati per riprendersi da ciò che era accaduto pochi giorni prima, quando avevano tentato invano di riprendersi Cheza.

Da allora si erano imposti un allenamento continuo, cercando di spingere i propri sensi oltre ogni limite; il sangue di Kiba si era finalmente risvegliato, ma non ancora al livello di Blue, che riusciva persino a mutare completamente e che, grazie a quella forza, permetteva loro di sopravvivere andando a caccia nei boschi.

«Blue, che succede?» chiese Kiba, avvicinandosi subito, vedendola rannicchiata su sé stessa, le gambe strette al petto e le mani affondate nei capelli, il corpo scosso dai tremori.

«È Hige… è in pericolo,» riuscì a dire, sollevando appena lo sguardo. «Qualcuno gli sta facendo del male.»

Tsume si sporse in avanti, accigliato. «Ne sei davvero sicura?»

«Lo sento…» sussurrò lei, con un filo di voce. «È come se le ferite fossero sul mio stesso corpo… noi dobbiamo fare qualcosa.»

Tsume serrò i pugni. «E come? Siamo stati tagliati fuori.»

«Vi prego, dobbiamo trovare un modo,» insistette Blue, lo sguardo lucido e disperato. «Lui… lui sta soffrendo molto.»

A quelle parole, nella mente di Tsume riemerse di nuovo con violenza quell’immagine: Hige a terra, in punto di morte, che lo implorava di porre fine alla sua agonia, e il ricordo gli si conficcò nello stomaco come un colpo secco, lasciandolo per un istante senza respiro.

«Pensi di riuscire a individuare dove si trova?» chiese Tsume, sollevandosi su un ginocchio, lo sguardo duro ma attento.

Blue scosse il capo, gli occhi lucidi, ancora scossa da ciò che aveva sentito. «Il nostro istinto non è un radar preciso… e più siamo lontani, più diventa approssimativo.»

«Ma è sicuramente dentro Freeze City,» aggiunse Kiba, con tono fermo.

Blue annuì appena.

«Quindi tutta quella fatica per uscire e adesso dobbiamo rientrare,» sbuffò Tsume, passando una mano tra i capelli con evidente fastidio.

Kiba però si avvicinò subito a Blue e le posò le mani sulle spalle, cercando di ancorarla al presente. «Sta tranquilla. Hige è un nostro compagno. Non lo lasceremo lì, nella paura e nella sofferenza.» Il suo sguardo si fece più deciso. «Cheza ci vuole uniti e pronti. Questa sarà solo la prima di molte missioni contro il nostro nemico.»

Blue abbassò leggermente lo sguardo, stringendosi nelle spalle. Il fatto che Cheza non le avesse detto nulla di tutto questo le bruciava ancora dentro, ma nonostante tutto continuava ad avere fiducia in lei; la fanciulla fiore sapeva qualcosa, qualcosa che avrebbe rivelato solo al momento giusto, e su questo Blue non aveva alcun dubbio.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

«Ho intenzione di adottare Toboe,» disse Darcia, con un’espressione seria che non lasciava spazio a interpretazioni.

«Ad… adottarlo?» balbettò Misha, colta di sorpresa.

«Diventando mio figlio, avrebbe accesso a un’istruzione d’élite. Con i suoi ottimi voti e la sua indole, potrebbe fare carriera in fretta.»

Misha abbassò appena lo sguardo. «Sempre che ci sarà ancora un mondo in cui farla…»

Darcia si accigliò leggermente. «Certo che ci sarà. Forse non sarà questo, ma per anime come Toboe ci sarà sempre un posto.» Fece qualche passo verso di lei, accorciando la distanza. «E vorrei che tu fossi l’altro suo tutore legale.»

«Mhm?» Misha inarcò le sopracciglia, visibilmente spiazzata.

Darcia sorrise appena, scuotendo il capo. «No, non ti sto chiedendo di sposarmi. Grazie ai miei avvocati, possiamo figurare entrambi come suoi tutori senza alcun vincolo matrimoniale.»

Misha tirò un sospiro, ma non fu sollievo. «E questo… cosa c’entra con l’incarico?»

«C’entra più di quanto pensi,» rispose lui, tornando serio. «Anche lui è un lupo rinato. Unendo i vostri istinti, partendo insieme, potremmo accelerare la ricerca.» Fece una breve pausa. «Nel momento in cui verrà affidato alla nostra custodia, non ci saranno ostacoli.»

Lo sguardo di Misha tremò appena, mentre nella sua mente riaffiorava la discussione con Toboe.. Aveva deluso anche lui, alla fine… ma non aveva trovato il coraggio di dirgli la verità, che in quella rottura con Hige non si sentiva la vittima, bensì la causa.

«Darcia… io ho paura che non voglia accettare.»

L’uomo incrociò le braccia, appoggiandosi alla scrivania. «Perché no?»

«Perché credo di averlo tradito,» rispose a bassa voce. «E non vorrà più avere niente a che fare con me.»

Darcia inclinò appena il capo**. «Siete fratelli. Non può semplicemente smettere di volerti bene.»**

Misha abbassò lo sguardo. «Ma non lo siamo davvero… e per fortuna.»

«Perché dici questo?»

Le dita di Misha si chiusero in pugni serrati, mentre distoglieva lo sguardo, come se anche solo formulare quella risposta fosse troppo.

Darcia allora si avvicinò e le posò una mano sulla spalla, in un gesto misurato. «Tu stai ricordando il passato, non è vero?»

Misha annuì.

«E non è bello.»

Annuì di nuovo.

Per un attimo ci fu silenzio, poi Darcia sorrise appena, con una calma che sembrava quasi disarmante. «E che importa? Quella era un’altra persona. Tu sei un’altra. Non sacrificare la tua vita attuale per dei fantasmi.»

Misha sollevò lo sguardo, sorpresa. C’era qualcosa in quella sicurezza, in quella naturalezza, che la destabilizzava più di qualsiasi minaccia. L’uomo da cui avrebbe dovuto guardarsi continuava invece a mostrarsi… comprensivo. Persino vicino.

«Ma ho paura che possa riemergere…» sussurrò. «Se ricordassi completamente, quella persona potrebbe tornare?»

Darcia scosse lentamente il capo. «Questo non posso dirtelo.» Fece una breve pausa, lo sguardo più attento. «Ma tu hai già attraversato una soglia che molti lupi non sono riusciti nemmeno a percepire.» Le sopracciglia si contrassero appena. «Davvero credi di essere stata così terribile anche allora?»

Misha si abbracciò e chinò il capo, mordendosi il labbro mentre un brivido le attraversava il corpo.

Sotto la benda, l’occhio di Darcia pulsava appena, come in risonanza con ciò che stava accadendo dentro di lei. I ricordi di Goyan riemersero ancora una volta, ma questa volta non si soffermarono sull’inizio di quel legame, bensì sulla sua fine: il profumo dei fiori della luna, il richiamo che l’aveva condotta fino a Mine-Ruins Town e lì aveva trovato qualcosa di diverso... una famiglia?

«La signorina Cole…» balbettò tremante «…il capo Zali…» mentre una voce lontana riaffiorava con forza improvvisa nella sua mente: “Corri Misha e portaci tutti nel tuo cuore.”

Barcollò, e Darcia fu subito al suo fianco per sostenerla.

«Che cos’hai? Misha?» ma la ragazza non rispose, perché la sua mente era ormai travolta da un vortice di immagini e suoni che si accavallavano senza tregua: un’armatura scura e lucente, una voce aspra che ordinava senza esitazione “Prendeteli tutti”, poi la corsa, le urla, il dolore, la paura che si stringeva alla gola mentre la fuga diventava l’unica possibilità.

«No, lasciateli stare! Lasciateli stare!» urlò, come se tutto stesse accadendo davanti ai suoi occhi in quell’istante. Darcia strinse i denti, cercando di tenerla ferma mentre il suo corpo tremava.

«Maledetti, maledetti nobili!» ruggì lei, il respiro sempre più rapido, il petto che si sollevava con fatica mentre il sudore le scendeva lungo le tempie e i suoi occhi azzurri si muovevano senza trovare un punto, inseguendo visioni invisibili.

«Che cosa stai vedendo? Dimmelo Misha!» insistette Darcia, ma la ragazza riuscì solo a sussurrare, con le labbra tremanti:

«Jagra… Jagra…»

E subito dopo il suo corpo cedette, abbandonandosi tra le braccia di lui, mentre la coscienza si spegneva nel buio.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

I passi lungo il corridoio riecheggiarono nella penombra, lenti e sicuri, come se chi li muoveva non avesse alcun dubbio su ciò che stava per accadere.

Hige mosse appena gli occhi sotto le palpebre, poi li aprì e sollevò di poco il mento; il corpo era ancora dolorante, le catene serrate, ma capì subito che durante l’incoscienza lui ed Hubb erano stati spostati. La stanza era diversa: buia, umida, chiusa da sbarre nere, con l’aria che sapeva di pietra e di ruggine.

«Detective… è ancora vivo?» sussurrò, e dall’altro lato arrivò un mugugno basso, abbastanza per strappargli un breve sospiro di sollievo.

Fu allora che i passi si fecero più vicini, accompagnati dalla luce gialla e tremolante delle torce elettriche lungo il corridoio di pietra.

«Dove pensi che siamo?» disse Hubb, che stava riprendendo coscienza.

Hige inspirò appena, allargando le narici. «Non saprei proprio.»

«Siete nei sotterranei del castello.»

La voce, profonda e composta, arrivò prima ancora che la figura comparisse. Poi, da dietro l’angolo, emerse un uomo avvolto in un mantello scuro, il volto nascosto da una maschera di ceramica e un copricapo di piume.

«Chi sei?» chiese Hubb, senza riconoscerlo.

Hige invece lo fissò con odio. «È Darcia… la sua puzza di nobile la riconoscerei ovunque.»

«Si sta preparando per il martedì grasso, signore?» lo canzonò il detective, ma Darcia si limitò a ridacchiare, poi sollevò la mano e si tolse la maschera. I suoi occhi eterocromi emersero nell’ombra, e quello giallo, vivo, animale, fece correre un brivido lungo la schiena di entrambi.

«Pensare,» disse con calma, «che un tempo voi poliziotti chinavate il capo senza esitazione alla vista di queste vesti… e voi lupi fuggivate e tremavate.»

«Quel tempo è finito,» ringhiò Hige. «Ti abbiamo già distrutto una volta. Lo rifaremo.»

«Tu non mi hai sconfitto,» replicò Darcia senza alzare il tono**. «Io ti ho ucciso. E non fu Kiba a fermarmi, ma la mia impazienza… e il sangue velenoso di Cheza.»**

«Eppure il tuo mondo non ha visto la luce,» ribatté Hige.

Darcia inclinò appena il capo. «Davvero? Eppure i tuoi amici sono reietti, Toboe è un orfano… tu sei un patetico ometto… e Cher…» accennò un sorriso sottile «…Cher è dalla mia parte.»

«Bastardo!» sbottò Hubb. «Come hai fatto a manipolarla?»

«A differenza vostra,» rispose Darcia con un filo di divertimento, «la mia volontà ha costruito qualcosa di concreto. Il mio mondo.»

«Ma non ti basta,» intervenne Hubb, più freddo. «Perché non c’è “lei”.»

Darcia rimise lentamente la maschera. «Vedo che il videodiario della dottoressa è stato ascoltato con attenzione.»

«Ogni parola,» confermò lui. «Il suo sogno patetico di riportare in vita una donna morta, a costo di miliardi di vite.»

«Vuoi riaprire il Rakuen,» disse Hige, accigliato. «Per un amore perduto? E se non ci riuscirai? Distruggerai anche quello?»

«Non fallirò,» rispose Darcia, la voce più bassa. «Grazie al sangue di Misha.»

A quelle parole qualcosa in Hige scattò. Le sclere si fecero nere, il lupo riemerse con violenza mentre le catene stridevano sotto la tensione. **«Io ti ammazzo… hai capito? Ti ammazzo!»**

«Che parole forti… per un cane,» replicò Darcia con calma. «E che ipocrisia.»

Hige serrò i denti, lo sguardo incendiato.

«Dimmi, Hige,» continuò Darcia, tornando serio, «l’hai mai incontrata nel mondo passato?»

«Perché ti interessa?»

«Curiosità.»

«Anche se lo sapessi, non te lo direi.»

Darcia annuì appena. «Risposta prevedibile.» Poi, con un movimento lento, fece scivolare il mantello e tirò fuori un oggetto. Un collare dal cinturino nero e una X incisa sulla placca.

Hige sbiancò di colpo, il respiro che si spezzò mentre il corpo reagiva prima ancora della mente. Hubb si accigliò, non capendo.

«È solo una replica,» disse Darcia, osservandolo. «Ma dimmi… che ne pensi se te lo rimettessi al collo?»

«Stai lontano da me!» sbraitò Hige, scuotendo il capo con violenza.

«Hige, che succede?» chiese Hubb, allarmato.

Ma Hige non riusciva più a fermare ciò che stava emergendo. I ricordi lo travolsero, sporchi, confusi, innegabili. Tradimento. Branchi distrutti. Cacciatori guidati da un segnale che portava sempre a lui.

Il numero ventitré.

Il cane del regno di Jagra.

Le lacrime gli scesero lungo il viso. «Io… io non lo sapevo… io non lo sapevo…»

«Che cosa non sapevi?» insistette Hubb.

Hige scosse il capo, incapace di parlare.

«A causa sua,» disse Darcia con freddezza, «molti lupi sono stati catturati. Quel collare era un localizzatore. Il sangue dei suoi simili… è stato versato per colpa sua.»

«Jagra…» sussurrò Hubb, ricordando i racconti di Kiba. «Ma perché chiedere di Misha?»

«Perché stamattina, quando è venuta da me per riottenere quel lavoro» rispose Darcia, avanzando di un passo, «Misha ha recuperato nuovi ricordi.»

Il silenzio cadde.

«Ed ha nominato quell'antico regno che per i lupi è stato sinonimo di sciagura.» continuò.

Si fermò davanti a loro, la sua figura a sovrastarli nell’ombra.

«Per questo ti chiedo… l’avevi già incontrata? Perché la donna che vuoi proteggere, potrebbe essere morta proprio a causa tua.»

«Stai mentendo!» gridò Hubb, agitandosi. «Hige, non ascoltarlo!»

Ma Hige non lo sentiva più.

Le parole di Tsume gli tornarono alla mente sul fatto che la ricordasse in quel luogo che avevano attraversato una volta: Mine-Ruins Town. Il villaggio dei lupi che avevano rinunciato al Rakuen.

E se fosse stato lì…

E se fosse stato lui…

Un’immagine gli attraversò la mente: Misha che gli sorrideva, dolce, viva… e un attimo dopo il suo corpo che si piegava, il sangue che le usciva dalla bocca e dagli occhi.

«No…» sussurrò, il respiro spezzato. «Io non lo sapevo… non lo sapevo…»

«Volente o nolente, Jagra fa parte dei ricordi di Misha,» disse Darcia con calma, le braccia incrociate sul petto, il mento appena sollevato in un gesto di fredda superiorità. «Ed è molto probabile che la sua fine sia stata a causa tua.» Fece una breve pausa, lasciando che quelle parole sedimentassero. «Non hai saputo proteggerla allora… e anche in questa vita hai fallito miseramente.»

«Smettila!» urlò Hubb, strattonando le catene. «Non lo vedi cosa gli stai facendo!?»

Ma Hige non reagì con rabbia, non più. Il suo sguardo si era spento, rivolto verso il basso, mentre le spalle si abbassavano come sotto un peso invisibile.

«Me lo merito…» sussurrò, la voce appena udibile. «Non so nemmeno perché ho avuto una seconda vita… forse è solo il modo per farmi pagare tutto questo…»

«No, Hige, non devi cedere,» insistette Hubb, ma le sue parole sembravano non raggiungerlo.

Darcia osservò la scena con interesse, come se stesse studiando una reazione prevista.

«È curioso,» riprese con tono misurato, «rinascere, dimenticare la donna che amavi nella vita precedente… abbandonarla… vivere nell’anonimato, tra frivolezze e illusioni… e poi innamorarti di un’altra.» Il suo sguardo si fece più affilato. «Un’altra che, forse, hai già condannato una volta.»

Si avvicinò di mezzo passo.

«E ora perderai anche lei.»

Il silenzio si fece pesante.

«Sembra,» concluse, «che il destino abbia deciso per te: amerai… solo per perdere tutto.»

«Darcia, sei solo un mostro,» disse Hubb, il respiro pesante, attraversato da una rabbia che non cercava più di contenere. «Che cosa vuoi ottenere tormentando questo ragazzo? Non ti basta avergli portato via già tutto?»

«Voglio solo dargli una possibilità…» rispose Darcia con calma studiata. «E anche a lei, detective.»

Hubb ed Hige rimasero in silenzio, lo sguardo teso, in attesa.

«Sapete bene che la situazione là fuori si sta aggravando,» proseguì lui. «Presto non ci saranno più arruolamenti volontari… e mi risulta che entrambi abbiate una famiglia.»

«Vuoi minacciare le nostre famiglie?» sbottò Hubb.

«Al contrario,» ribatté Darcia con un tono fin troppo cordiale, «voglio proteggerle. Se collaborerete con me, potrò garantire a ciascuno dei vostri cari un posto sicuro.»

«Per poi farli morire a novembre, nel tuo nuovo Rakuen,» ribatté il detective.

«Sarà comunque più tempo di quello che avrebbero adesso.»

«E se ci rifiutassimo?» insistette Hubb.

Darcia inclinò appena il capo. «Allora mi rivolgerò a qualcun altro…» fece una pausa, lasciando cadere le parole con precisione chirurgica «potrei ordinare di eliminare Cher oppure far rinchiudere Misha immediatamente. Del resto il suo risveglio è quasi completo, le manca solo la consapevolezza di poter mutare.»

«Lurido figlio...»

«Diventate miei alleati,» lo interruppe Darcia, senza alzare la voce. «Non avete alternative. E se questo ancora non basta a convincervi…» il suo sguardo si fece più freddo «lei, detective, non mi è indispensabile. Posso fare in modo che la sua morte sembri un incidente.» Poi si voltò verso Hige. «E tu, lupo rinato… verrai rinchiuso in un laboratorio. In attesa del giorno stabilito.»

Il silenzio che seguì fu come una morsa.

«Pensare che lei ti ha sempre difeso…» sussurrò Hige dopo un lungo silenzio, accennando a un sorriso stanco, quasi svuotato.

Darcia si voltò lentamente verso di lui, lo sguardo che si fece più attento.

Hige sollevò appena il capo e lo fissò. «Per causa tua io e Misha abbiamo litigato più volte. Anche davanti all’evidenza, ha sempre parlato bene di te. Ti ha sempre ammirato.» Scosse debolmente il capo. «E tu la ripaghi così.» Il suo respiro tremò appena, ma la voce rimase ferma. «Non mi importa come tratti me. Questo è lo scotto dei miei peccati. Ma lei… perché deve pagare solo perché ha scelto di credere in un bastardo come te?»

Darcia si accigliò leggermente. «È proprio questa sua ingenua bontà a renderla la cavia perfetta per il ritorno di Hamona.»

Le catene tintinnarono mentre Hige si irrigidiva, ritrovando una scintilla di forza. «E se questa Hamona tornasse… se fosse davvero pura come Misha… credi davvero che accetterebbe tutto questo?» ringhiò. «Se riuscissi nel tuo piano, che faresti se lei ti rifiutasse? Stai costruendo un regno sul sangue di un’innocente.»

Quelle parole lo colpirono come una lama nel cuore.

Per un attimo, nella mente di Darcia riaffiorò quella voce.

“Per me il Rakuen è stare con te.”

E in quel momento sorse un dubbio. Se fosse tornata… lo avrebbe ancora scelto?

Il suo corpo vacillò appena, attraversato da qualcosa di più profondo di un’esitazione. Un grido lontano, quasi sepolto, gli attraversò la mente.

Poi tutto si richiuse.

«Di questo non ti devi preoccupare, lupo,» disse infine, freddo. «Perché il tuo sangue servirà ad altri… ben prima che Misha comprenda davvero la spirale in cui la sto trascinando.»

«Non ti permetterò di...»

«Basta!» lo interruppe Darcia, secco. «Il tempo delle chiacchiere è finito. Vi lascio il tempo di riflettere su quanto vi ho proposto e ricordate che rifiutarvi equivarrà alla vostra condanna.»

Non attese alcuna risposta. Si voltò e, con la stessa calma con cui era venuto, se ne andò, ma questa volta nella sua mente un turbinio di pensieri prese a farsi strada.


Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

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