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Creato il 13/07/2026, 19:27 · Aggiornato il 13/07/2026, 19:30

Capitolo 32: Il viaggio di un sogno - parte 2

@ladyele1991LadyEle1991
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«Allora è vero, vi siete già conosciuti,» commentò Darcia, accennando un sorriso.

«Questa ragazza e il suo fidanzato sono stati davvero una presenza gradita alla conferenza che ho tenuto qualche mese fa al bioparco di Freeze City,» disse il professore, con tono raggiante**. «Come sta? Hige, giusto?»**

Misha annuì. «È nell’altra stanza, sta aspettando.»

«Allora dopo faremo i dovuti saluti,» concluse Darcia, alzandosi in piedi. «Lascia che ti presenti ufficialmente Quentin Silva, noto biologo specializzato in zoologia e autore di diversi libri sulla storia dei lupi.»

La ragazza si alzò e accennò un inchino.

«Alla luce degli ultimi avvenimenti,» proseguì Darcia, «ho bisogno della presenza dei massimi esperti per una ricerca inerente il Rakuen e ho deciso di avvalermi delle migliori persone. Non ho dimenticato, Misha, che sei laureata in geologia, e anche con lode. È giunto il momento che il tuo talento venga valorizzato.»

Misha ascoltò quelle parole con una strana sensazione di sospensione. Il modo in cui Darcia le aveva pronunciate, con tanta naturalezza, la fece dubitare per un istante di aver capito bene.

Il cuore iniziò ad accelerare mentre osservava i due uomini dall’altra parte del tavolo.

«Ma, professore… quando ci siamo conosciuti…»

Il professore sollevò gentilmente una mano, interrompendola.

«Sì, ricordo perfettamente la nostra conversazione, e mi pento di non avervi presi sul serio allora,» disse, lo sguardo che si faceva più profondo. «Ma alla luce dei recenti avvenimenti… non posso più ignorarlo.»

«Il professor Silva è al corrente del nostro “segreto”,» aggiunse Darcia, «anche se, chiaramente, non è stato facile convincerlo.»

«Parliamo pur sempre di qualcosa che suggerisce che viviamo in un mondo che non è soltanto quello che conosciamo,» proseguì il professore. «La mente razionale non può accettarlo senza un processo graduale, fatto di più fasi, e ognuna di esse è profondamente soggettiva. Ma alla fine il dottor Darcia è stato convincente… anche grazie a una prova di inestimabile valore.»

Misha si accigliò, restando in attesa.

Quando Darcia posò sul tavolo una valigetta, il suo sguardo cambiò all’istante, colto da un’improvvisa incredulità.

Il professor Silva, con un panno di velluto, estrasse un libro antico, dai bordi consumati, ma ancora parzialmente leggibile nel titolo inciso sul dorso.

«Dalla tua espressione direi che sai di cosa si tratta.»

«Quando acquistai “I racconti perduti” c’erano alcuni schizzi…» mormorò Misha. «Ma non credevo fosse così simile all’originale.»

«Il Libro della Luna Rossa è riuscito ad attecchire nella memoria collettiva, sfidando il tempo,» spiegò Darcia, con voce più profonda. «Le tracce della sua esistenza sono riemerse perfino nei sogni stessi delle persone. È successo anche a mio nonno.»

«Quindi… questa è una replica di quel famoso libro?»

Darcia si sfiorò lentamente la benda sull’occhio.

«No, Misha. Quello che hai davanti… è l’originale.»

Misha scattò all’indietro, urtando la sedia alle sue spalle e facendola rovesciare con un tonfo secco.

«Ma come…»

Darcia la fissò con uno sguardo intenso, immobile. «Perché questo libro venne scritto da qualcuno che conosceva le leggi alchemiche e i viaggi tra le dimensioni. Il suo diario ha ereditato quel potere ed è giunto fino a noi per ricordarci che, all’apparizione della luna rossa, il mondo dovrà prepararsi all’inizio di un nuovo ciclo.»

Misha si allontanò, fino a raggiungere un angolo della stanza. Incrociò le braccia, cercando un appiglio, mentre con la coda dell’occhio osservava la neve cadere lenta oltre le grandi finestre.

«Sembra che non stia riuscendo a tenere Toboe ed Hige fuori da tutto questo… non riesco a rallentare il processo.»

«Misha, te l’ho già detto,» intervenne Darcia con tono più fermo, «il processo è inevitabile. L’uomo stesso, con la sua ambizione, lo ha già avviato. Ora non conta più chi lo desidera e chi no.»

«Ma la mia famiglia… i miei amici…» la voce le si incrinò. «Questo mondo è il mio Rakuen. Io non ne voglio un altro.»

Il professor Silva estrasse lentamente un pacchetto di fazzoletti dalla tasca, attraversò la stanza e gliene porse uno. Il suo sguardo non era invadente, ma carico di una comprensione silenziosa.

«Proprio per questo,» disse con calma, «io e te dobbiamo impegnarci nella missione che il dottor Darcia vuole affidarci.»

Gli occhi lucidi di Misha si posarono prima su di lui, poi su Darcia.

«Dobbiamo cercare un luogo,» proseguì il professore.

«Quale luogo?»

«Nel tempo che fu, era noto come Monte del Principio rispose Darcia. «È da lì che il processo dell’attuale mondo è ripartito. Sulla sua sommità si trova il Lago della Luna… dove essa riflette il suo occhio rosso e fa ribollire le sue acque.»

«E una volta trovato?»

«Una volta trovato,» rispose Darcia, «cercheremo il modo di assicurare che ci siano molti più rinati tra di noi.»

Misha abbassò appena lo sguardo. «Sperando che Kiba non abbia ritrovato questa “fanciulla fiore”.»

Darcia trattenne un sorriso. Dunque, nonostante tutto, lei continuava a fidarsi della sua versione.

«Ogni cosa avrà il suo tempo. Per ora dobbiamo cercare un luogo che probabilmente non è più, in senso letterale, un monte.»

«Ed è qui che entreremo in gioco noi con le nostre ricerche,» aggiunse il professor Silva.

Misha esitò. «Potrebbe richiedere anni… avremmo davvero tutto questo tempo?»

«Qui non si bada a spese,» rispose Darcia con calma. «E in quanto lupa rinata, sarai tu stessa a condurci verso la salvezza

Le parole la colpirono più di quanto volesse ammettere. Misha strinse gli occhi e portò le mani al petto, come a cercare di contenere qualcosa che premeva da dentro.

«Ma io… e se non fossi degna?»

Darcia chinò appena il capo. «Sei stata degna di giungere in questo mondo. Non c’è motivo per cui tu non lo sia anche per il prossimo.»

Misha abbassò lo sguardo. Il ricordo riemerso solo due giorni prima tornò a farsi strada, vivido e doloroso. Goyan. Le cose che le aveva fatto fare… e che lei aveva eseguito.

Le dita si serrarono appena.

Come aveva potuto il Rakuen, allora, accettarla?

Darcia abbassò lo sguardo sull’orologio. «Il tempo è volato. Ho altre riunioni, e anche una conferenza stampa.»

«Deve annunciare al mondo che il CEO delle Darcia Industries è a prova di proiettile?» commentò il professor Silva, con un accenno di ironia.

Darcia sorrise appena. «Giusto per rassicurare i miei investitori che sono ancora vivo e vegeto… anche se, al momento, sto in piedi grazie a degli ottimi antidolorifici.» Poi tornò a guardare Misha. «Prenditi del tempo. È una proposta che, se accetterai, significherà lasciare la città e restare via a lungo, senza rivedere i tuoi cari. Può essere destabilizzante, lo capisco… ma permettimi di aggiungere una cosa: non dovrai girare il mondo intero per trovarlo.»

Quelle parole le strapparono un lieve sospiro di sollievo.

«Il fatto stesso che ci troviamo tutti qui, in questa stessa area geografica, è già un indizio fondamentale,» proseguì Darcia. «Possiamo quindi sperare che il Monte del Principio sia molto più vicino di quanto immaginiamo.»

Quando la porta della sala riunioni si aprì, Hige scattò in piedi.

Dalla stanza uscirono non solo Darcia e Misha, ma anche il professor Silva, e il ragazzo, sorpreso, gli andò incontro per stringergli la mano.

«La sua fidanzata ha una carriera brillante davanti a sé,» disse Silva. «Spero ne andrai orgoglioso.»

Hige si accigliò appena, poi mise un braccio attorno alle spalle di Misha. «Certo che lo sono,» rispose senza esitazione. «Potrà sempre contare sul mio sostegno… anche se a volte ci ritroviamo ad avere opinioni differenti.»

Nel pronunciare quelle parole, il suo sguardo scivolò per un istante verso Darcia, che, nella sua composta sicurezza, non sembrò minimamente scalfito.

«Allora parlatene insieme. Domani è San Valentino, giusto? Bevete un calice di vino anche per me,» aggiunse Silva con leggerezza.

«Accidenti, devo confermare la prenotazione!» sbottò Hige, allarmandosi all’improvviso.

«Eh? Sono settimane che abbiamo richiesto un tavolo per quel ristorante a tema e te ne stavi dimenticando?» esclamò Misha, impallidendo.

Silva scoppiò in una risata sincera. «L’avevo capito già dai vostri buffi cappelli, quel giorno… siete proprio una coppia simpatica!»

I due si allontanarono in fretta, dopo aver salutato come si deve, continuando a battibeccare, presi dal timore di aver perso un’occasione così attesa.

Quando le loro voci si dissolsero nel corridoio, Darcia e il professor Silva rientrarono nella sala riunioni, e l’atmosfera cambiò.

«Che coppia di patetici ingenui,» commentò Silva, tornando subito serio. «Fatico a credere che quei due siano, tecnicamente, i creatori della specie umana.»

Darcia si avvicinò alla finestra «Sono giovani e spensierati. Lei non era così alla loro età?»

«No, mio signore,» rispose il professore con fermezza**. «La mia generazione è sempre stata molto più seria, non basata sulle frivolezze di oggi, che rendono le persone sempre più assuefatte e indifferenti a ciò che le circonda.»**

«Se può consolarla, Misha è una lettrice accanita.»

«Dipende dal tipo di lettura,» rispose Silva, mentre si avvicinava al tavolo ristoro per versarsi del caffè, correggendolo poi con una fiaschetta che teneva in tasca.

Darcia osservò la scena con uno sguardo sottile.

«Anche se la ritiene una ragazzina troppo cresciuta, lei sa quanto sia essenziale.»

«Il suo sangue lo è. Non la persona in sé.»

Darcia serrò appena le labbra, in modo quasi impercettibile.

«Spero che la recita di prima prosegua anche più avanti. Quella ragazza potrà anche sembrare ingenua, ma resta una lupa… e, se provocata, è in grado di uccidere. Lo ha già fatto.»

Silva si voltò verso di lui. «Certo, mio signore. Siamo ormai troppo vicini al nostro obiettivo perché io mandi tutto all’aria per dei pregiudizi.»

«Lo comprendo. Per tutta la vita ha studiato i lupi come nobili creature, le sue aspettative sono sempre state alte… ma imparerà a conoscere quella ragazza, una volta che ci lavorerà insieme.»

«Sempre che voglia farlo.»

«Non si preoccupi,» concluse Darcia, con un sorriso appena accennato. «So già come rendere tutto ciò inevitabile.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Il giorno dopo Misha si svegliò con il suono della pioggia che le riempiva le orecchie; il mondo sembrava continuare a piangere il suo destino.

Quando si mosse, sentì qualcosa rotolare accanto a sé. Aprì gli occhi e vide, sul letto, una piccola scatolina quadrata rossa, chiusa con una coccardina, e accanto un foglietto arrotolato come una pergamena, fermato da un nastro dello stesso colore.

Aprì la scatola e dentro ci trovò un cioccolatino, tondo e lucido.

Lo portò alla bocca e il sapore si sciolse lentamente sulla lingua, riempiendole il palato. Conosceva quella marca. Era la stessa che, un anno prima, aveva sponsorizzato per un evento di San Valentino alla caffetteria Le Petit, quando era ancora solo una ragazza spensierata, ignara del proprio retaggio. Il giorno in cui aveva incontrato Hige.

Srotolò il foglio.

Cara Misha, so che stiamo insieme da pochi mesi, ma per me questo è un anniversario, io…

Non riuscì ad andare oltre.

Gli occhi le si riempirono di lacrime e si portò una mano alla bocca, cercando di trattenere i singhiozzi. Toboe dormiva nell’altra stanza e non voleva svegliarlo.

Le immagini del suo passato le si riversarono addosso senza ordine, una dopo l’altra. Il Rakuen l’aveva protetta da tutto questo per oltre venticinque anni, ma ora non c’era più distanza possibile.

Dal proprio passato non si fugge e Hige era convinto che certe cose non cambiano.

E se fosse stato vero anche per lei?

Non aveva più avuto crisi, ora che la memoria si era ricomposta, ma cosa restava davvero di sé? Chi era, adesso?

Come se non bastasse, continuava a deluderlo. Restava dalla parte di Darcia, nonostante tutto, perché il suo istinto le diceva di farlo, pur mantenendola costantemente in allerta.

Lui lo odiava a morte e a buon motivo e allo stesso tempo decideva di rimanere anche accanto a una persona che avrebbe dovuto mandare al diavolo.

E lei… lei era abbastanza egoista da voler restare aggrappata a quell’amore, anche quando forse la cosa più giusta sarebbe stata lasciarlo andare.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Mentre attendeva in macchina, nel silenzio dell’abitacolo, con il ticchettio ritmico delle quattro frecce accese a riempire l’aria, Hige fissava il cellulare. Il detective Lebowski aveva aperto la pennetta USB e ciò che aveva trovato era assolutamente sconvolgente; abbastanza da non poter più essere ignorato nemmeno dal capo della polizia, non appena gliel'avesse mostrato. Il benefattore della città… era lo stesso uomo che, secondo quelle prove, avrebbe potuto annientare l’umanità intera per un capriccio.

“Devi assolutamente tenere Misha lontana da quell’uomo, anche a costo di prendere un aereo di sola andata per qualche luogo remoto.”

La mano che stringeva il telefono tremò leggermente. Che cosa aveva scoperto di così grave?

La portiera si aprì all’improvviso e Hige si riscosse, infilando rapidamente il cellulare in tasca.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

«Incantum Magici!» esclamarono in coro Misha e Hige, mentre con una bacchetta nera di plastica picchiettarono sul bordo della loro coppa di metallo dorato, colma fino all’orlo di panna.

Il locale prenotato per San Valentino era uno dei pochi ancora aperti, seppur solo di giorno, e in quello spazio fatto di luci e colori i due riuscivano a concedersi, ancora una volta, una fragile parvenza di normalità.

Indossavano entrambi un mantello e un cappello a punta a tema, consegnati dopo che un calderone, simbolo dello smistamento delle casate del libro a cui si ispirava il locale, li aveva assegnati. Ad Hige era toccato il mantello dorato, simbolo della casata del coraggio, mentre Misha indossava quello nero, simbolo della casata dell’intelligenza, anche se inizialmente la cameriera aveva rischiato di darle quello della casata degli antagonisti.

«Il professor Silva ci aveva detto di bere un calice di vino anche per lui,» disse Hige, sollevando la coppa. «Dici che gli andrà bene la cioccobirra

«Se non l’apprezzasse, sarebbe un problema suo.»

Per un attimo Misha abbassò lo sguardo sul riflesso della coppa, controllando che le occhiaie fossero ancora ben coperte dal trucco.

Poi sorrise, dolcemente, mentre ascoltava Hige raccontarle dell’ennesima vicenda in ufficio.

Ancora un momento insieme, pensò. Per il mio egoismo. Per la sua felicità.

Alla fine del pranzo si spostarono nell’area con i divanetti, dedicata alle fotografie. Provarono diverse angolazioni, si scambiarono smorfie e risate, lasciandosi andare a quella leggerezza che il mondo sembrava deciso a strappare via da quel piano dell’esistenza.

«Oh, ma guarda… c’è Hige!»

Una voce familiare lo fece voltare, mentre teneva ancora il cellulare sollevato, stretto accanto a Misha per scattare l’ennesima foto.

Hige sorrise e si alzò. «Ciao, zio! Che bello rivederti.»

«Già… è passato tanto tempo, da quando è scoppiata la guerra,» rispose l’uomo, poi spostò lo sguardo su Misha, che nel frattempo si era alzata anche lei, accogliendolo con un sorriso educato. «Oh, lei è la tua ragazza? Blue, se non ricordo male, ci ha parlato di te a Natale.»

Le parole caddero tra loro raggelando la stanza.

«Piacere mio» disse però inaspettatamente Misha, come se quell'affermazione non l'avesse scalfita.

Hige si stupì della reazione così rapida e naturale che la ragazza riuscì a dimostrare in una circostanza così scomoda.

Quando uscirono dal locale, però, l’aria sembrava completamente diversa. Misha camminava due passi avanti, senza voltarsi, mentre Hige la seguiva con lo sguardo fisso sulla sua schiena, incapace di trovare le parole per colmare quella distanza improvvisa.

La pioggia fu l’unico suono dentro l’abitacolo quando Hige parcheggiò sotto il palazzo di Misha. Per qualche istante nessuno dei due parlò. Poi lui provò a sfiorarle il volto, ma lei si scostò, come se quel gesto la spaventasse.

Sotto quelle lunghe ciglia, Hige lesse qualcosa che non riuscì a ignorare: una sofferenza trattenuta, troppo grande per restare ancora nascosta.

Fu in quel momento che capì di non poter più tacere.

«Posso salire?» chiese piano. «Ho bisogno di parlarti.»

Misha si voltò appena verso di lui. Notò il suo sguardo cambiato, più acceso, e quel cipiglio che gli segnava il volto. «Va bene.»

Una volta in casa, andarono in camera da letto. Si sedettero l’uno di fronte all’altra, le gambe incrociate, e per la prima volta da quando si conoscevano si guardarono davvero, senza più rifugiarsi dietro nessuna maschera.

La pioggia batteva contro i vetri.

La tensione cresceva.

«Sai… credo che alla fine accetterò quell’incarico,» disse Misha, con un sorriso malinconico.

Hige si accigliò immediatamente. «Non devi. Non devi più accettare niente da lui. Anche a costo di trasferirci e ricominciare da capo.»

Misha sollevò appena le sopracciglia. «Ma che stai dicendo? Con il tuo lavoro…»

«Non me ne importa niente!» la interruppe, la voce improvvisamente più alta, roca. Si protese in avanti e le afferrò le braccia. «Io non lascerò che mi porti via anche te!»

Si fermò solo all’ultimo, come trattenuto da qualcosa.

«Portare via… anche me?» ripeté Misha.

Il volto di Hige si svuotò, gli occhi si incavarono. Si portò una mano alla gola, come se quella ferita antica si fosse riaperta.

«Ti ha portato via Blue… non è vero?» disse lei, più consapevole.

Hige la guardò negli occhi.

«Quando sei stato male, la nominavi come se ti aggrappassi a quel nome con disperazione.»

«Quindi tu hai sempre saputo…»

«Non sapevo cosa le fosse successo,» rispose Misha. «Ma da come la cercavi… era chiaro che fosse qualcuno di importante.»

Hige serrò i denti. «Io e lei ci siamo amati... era la mia compagna.» Nel dirlo, qualcosa dentro di lui sembrò finalmente cedere. «Siamo morti… e risorti insieme.»

Misha rimase in silenzio.

Hige abbassò lo sguardo, incapace di sostenerlo ancora**. «Ora è là fuori, da qualche parte. Lo so. E io… io non l’ho aspettata.»**

«Allora perché non vai a cercarla?» chiese Misha con calma. «Che ci fai qui se lei è là fuori che ti aspetta?»

Hige sollevò la testa di scatto.

Lei stava sorridendo. Quel sorriso dolce che lo aveva sempre disarmato… ma ora c’era qualcosa in più. Una forma di compassione che gli fece male.

La strinse all’improvviso, con forza.

«Perché se la cercassi… lascerei te da sola,» disse, cercando il suo sguardo, respirando a pochi centimetri dal suo viso. «E non gli permetterò di sfiorarti. Sei la mia famiglia e io ti...»

Misha gli posò una mano sulle labbra, fermandolo. Scosse piano il capo.

«Non me lo devi dire,» sussurrò. «Quella parola non è per me.»

«Perché?»

Misha abbassò lo sguardo. «Perché io il tuo affetto non lo merito. Non l’ho mai meritato.»

Hige si scostò appena e le sollevò il mento con due dita, accigliandosi. «Questo non devi pensarlo mai.»

«Hige… è Blue il tuo destino, non io.» Nel dirlo, Misha ebbe la sensazione di aver trattenuto il respiro per troppo tempo. «Io… non so nemmeno perché sono qui. Non dovevo attraversare la soglia del Rakuen. E invece, come il mostro che ero in passato, devo averlo fatto prepontentemente e ho persino deviato il tuo percorso.»

Fece per scendere dal letto, ma Hige la trattenne e la spinse contro i cuscini. Le sue iridi si accesero, cariche di rabbia, ma non contro di lei.

«Tu non hai deviato proprio niente, mi hai capito?» disse, la voce tesa. «Sono io che ho lasciato le cose a metà. E ora mi ritrovo a deludere due persone a cui tengo.»

Misha scosse il capo con forza. «No… tu non sai.»

«Allora dimmelo,» ribatté lui. «Perché hai paura di me in questi giorni? Perché scatti ogni volta che ti tocco?»

«Io non ho paura di te…» sussurrò, girando il volto di lato, mentre il labbro le tremava. **«Ho paura di me.»**

Inspirò appena, come per trovare la forza.

«Perché io appartengo davvero alla casata antagonista. Non sono come te o Toboe. La mia storia non è fatta di gesti nobili, io sarei dovuta sparire con il vecchio mondo.»

Il cuore di Hige si strinse, vedendo le lacrime scenderle lungo il viso.

«No,» disse piano. «Tu sei la ragazza che ho incontrato vestita da angioletto l’anno scorso. Sei quella che mi rimprovera perché mangio panini a ogni ora. Sei quella che riesce a provare empatia anche per un uomo come Darcia… e sei quella che mi resta accanto anche quando faccio figuracce davanti a te e mio zio.»

Misha scosse appena il capo. «Sono solo un lupo che indossa pelle d’uomo per mescolarsi tra loro.»

Hige si tirò indietro di qualche centimetro. «Sono un lupo anche io, se è per questo…» e non si riferiva solo al loro retaggio**. «Dimmi cosa hai ricordato.»**

Misha si sollevò lentamente e glielo raccontò. Gli raccontò della vita con Goyan, di ciò cosa aveva fatto per lui e di come tutto era finito.

La voce le tremava, ma non si fermò.

«E credo… ora ne sono certa…» le spalle iniziarono a tremare. «Che quella stessa furia si sia riversata anche su Satoshi, quel giorno… le mie mani, le mie zanne, la mia anima… sono macchiate del sangue di molti esseri viventi.»

Abbassò lo sguardo.

«Persino di quello di alcuni innocenti.»

Hige rimase in silenzio, cercando di dare un senso a tutto ciò che Misha gli aveva appena raccontato.

Un tuono fece vibrare i vetri, mentre una luce fredda attraversò la stanza, riflettendosi sui loro volti tesi.

Misha abbassò il capo, ma poi lo rialzò quando il corpo di Hige emise un ringhio basso, profondo, carico di rabbia. Quando sollevò lo sguardo, i suoi occhi erano cambiati.

Misha strinse i suoi, preparandosi.

Ma il gesto che seguì fu diverso.

Con uno scatto deciso, Hige la afferrò e la strinse a sé, premendo la fronte contro la sua, costringendola a sostenerne lo sguardo.

«Tu non sei un mostro,» disse, la voce spezzata ma ferma. «Ti sei liberata del mostro che ti ha trattata come se fossi sua Le dita affondarono nei suoi ricci scuri. «Sei sopravvissuta. A loro. A quei miseri umani che credevano di essere superiori a noi

Tra quelle braccia che la stringevano con una forza così ferma, Misha avvertì un calore diffondersi nel corpo, profondo, avvolgente… eppure una parte di lei continuava a sussurrarle che non le spettasse.

Hige continuò a tenere fisso i suoi occhi su di lei, come a voler sostenere ogni parola che aveva appena pronunciato.

«Ma tu sei un eroe…»

Hige scosse appena il capo. «Io non sono il protagonista di uno dei tuoi libri, Misha. Sei tu che mi idealizzi troppo…» abbassò appena lo sguardo, poi tornò su di lei «io sono solo un idiota che si nasconde dietro qualche battuta e che non è capace di proteggere nessuno.»

La voce gli si incrinò, anche se cercò comunque di accennare un sorriso.

«Perciò anche io faccio parte della casata antagonista e se al mondo non piace... che si fotta.»

Subito dopo la baciò.

Un bacio pieno, urgente, che sembrava voler dire tutto ciò che le parole non riuscivano più a contenere. Quando si separarono, entrambi rimasero per un attimo senza fiato.

Misha gli prese il viso tra le mani.

«Ma non devi dimenticarti di Blue… lei non lo merita.» La sua voce era dolce, ma ferma. «Tu la devi ritrovare, Hige. Mi devi promettere che lo farai…»

Socchiuse appena gli occhi.

«E qualunque sarà la tua decisione… io l’accetterò.» Le sue dita tremarono appena contro la sua pelle. «Sei anche tu la mia famiglia.»

«Ti prometto allora che lo farò,» disse lui, distendendo le spalle. «E quando quel giorno arriverà, mi prenderò le mie responsabilità, per il rispetto di entrambe.»

Le sopracciglia di Hige si contrassero appena, le iridi mutate sembravano vibrare di una luce più intensa. Le accarezzò una guancia con delicatezza e, finalmente, Misha non si ritrasse.

Fu lei a colmare la distanza.

Le sue labbra si posarono sulle sue e il bacio riprese, più lento, ma anche più profondo. Hige la strinse, come se avesse paura che potesse svanire da un momento all’altro, mentre Misha si lasciava andare a quel contatto che, nonostante tutto, continuava a sceglierla.

Hige si protese in avanti, accompagnandola fino a farla adagiare sul materasso. I baci si fecero più audaci, scivolando lungo il suo collo, mentre le sue mani percorrevano i suoi fianchi con un bisogno che non cercava più di trattenere, per poi risalire lentamente sotto la sua casacca viola con sopra stampati dei narcisi.

Quando tornò a guardarla, si accorse che le sue iridi azzurre avevano iniziato a brillare.

Per un istante rimase immobile, come catturato da quella luce, da quella connessione che ormai non cercava più spiegazioni. Non c’era più spazio per il passato, né per la paura.

C’erano solo loro e in quell'esatto momento.

Si liberarono presto di quei vestiti da umano e nei loro corpi a contatto, pelle contro pelle, i loro respiri si intrecciarono, così come le loro dita.

La schiena di Hige si incurvò, mentre il corpo di Misha rispondeva a quel contatto così desiderato.

Non smisero mai di guardarsi, mentre consumavano quell'atto di amore.

Perché non era solo la carne ad unirli, ma qualcosa di più profondo, che aveva smesso di chiedere il permesso di esistere.

Sotto le coperte, i due giovani si erano addormentati. Hige abbracciava Misha da dietro, il viso affondato nella sua spalla. Lo sollevò solo quando il cellulare iniziò a vibrare sul comodino.

Quando riaprì gli occhi, la sclera nera si era ormai ritirata, ma una traccia di quella luce restava ancora, fioca, nel suo sguardo.

Misha si mosse appena, quando lui si voltò per controllare lo schermo.

“Vieni al mio appartamento. Devo mostrarti immediatamente il contenuto della pennetta. È per la sicurezza di Misha.”

Hige si sollevò lentamente, accigliato, rileggendo il messaggio più volte, poi si chinò a raccogliere i pantaloni da terra.

«Dove vai?» mormorò Misha, ancora immersa nel sonno, senza aprire gli occhi.

Hige si avvicinò e le sfiorò la guancia con un bacio leggero.

«Rientro prima che scatti il coprifuoco. Ci sentiamo presto.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Il giorno dopo Misha si risvegliò canticchiando, con una leggerezza che non provava da tempo. In salotto trovò Toboe già seduto a fare colazione.

«Ti trovo radiosa!» esclamò l’adolescente, con un sorriso furbo. «Ieri quando sono rientrato eri già addormentata… di’ la verità, quanto avete mangiato al ristorante?»

Misha accennò un sorriso. «Siamo stati tentati di prendere tutto il menù, in effetti.»

«Fidati, a stare con lui prima o poi dovrai cambiare guardaroba,» ribatté Toboe, ridacchiando.

«Esagerato!» lo riprese lei, puntandogli un dito contro. «Piuttosto, vedi di andare dritto a scuola oggi. Non mi piace la piega da ribellino che stai prendendo. La tua tutrice mi ammazza se marini di nuovo.»

Toboe rise, grattandosi la nuca. «Scusa, scusa… non lo farò più!» Poi però il suo sorriso si affievolì appena, attraversato da un velo di malinconia**. «Forse… è perché mi dispiace che partirai e mi sto ribellando.»**

Misha abbassò leggermente lo sguardo, poi gli prese la mano.

«Non vado da nessuna parte,» disse con calma. «Ho deciso di rifiutare l’offerta.»

«Eh?» Toboe spalancò gli occhi. «Perché? Sono un sacco di soldi!»

Misha strinse appena la sua mano.

«Perché faccio parte del branco. E la mia lealtà, prima di tutto, è per voi.»

Toboe sorrise, ricambiando la stretta, come se quella risposta bastasse a rimettere ogni cosa al suo posto.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

«Misha, per favore, ripensaci,» disse il professor Silva in videochiamata, qualche ora più tardi.

La ragazza aveva organizzato quell’incontro con lui e Darcia, ma non appena avevano capito che intendeva declinare l’offerta, il tono era cambiato.

«Vi ringrazio per l’opportunità, davvero,» rispose Misha, composta. «Ma non credo di essere in grado di svolgere questo compito. Troverete sicuramente qualcuno più esperto di me.»

«Sai bene che non è la tua professione il fulcro di questa ricerca,» intervenne Darcia, accigliato**. «Anche se continuo a pensare che tu stia sprecando il tuo talento. Trovare il Monte del Principio è necessario per la nuova rinascita. Se non lo troveremo in tempo…»**

«Comprendo,» lo interruppe Misha con calma. «Ma mi dispiace. Non credo di esserne in grado. Nemmeno nella mia vita passata l’ho mai raggiunto.»

Silva strinse le labbra. «È stato il tuo fidanzato a convincerti a rifiutare, non è vero? Dillo chiaramente: ti ha messa davanti a un bivio.»

«È come dice il professore, Misha?» incalzò Darcia. «Sei una donna brillante. Devi prendere le tue decisioni da sola.»

La voce di Misha cambiò, diventando più ferma.

«Scusatemi,» disse, le spalle dritte, lo sguardo acceso**. «Ma vi chiederei di non tirare in ballo il mio fidanzato in questi termini. La mia relazione personale può influire sulle mie scelte, certo… ma non è ciò che le determina. E vi pregherei di non metterla in mezzo, soprattutto in un contesto professionale.»**

Dall’altra parte dello schermo calò il silenzio.

«Sono perfettamente lucida nel declinare questa offerta,» proseguì. «Anche se il compenso è interessante e l’obiettivo nobile, non mi ritengo la persona adatta a questo compito.»

Quentin Silva scosse il capo, contrariato.

Darcia, invece, cambiò espressione.

«Ascoltami, Misha,» disse, abbassando leggermente il tono. «Ora non ti sto parlando come capo della spedizione ma come tuo amico. Io credo in te. Nelle tue capacità, sia come lupa rinata che come geologa. E questa decisione… è stata troppo affrettata.»

Misha aggrottò lo sguardo, senza interromperlo.

«Farò finta che questa chiamata non sia mai avvenuta,» continuò lui. «Prenditi altro tempo.»

Si sporse leggermente in avanti.

«Sono certo che non mi deluderai… e che non deluderai le persone che possono ancora essere salvate.»

Quando la videochiamata si chiuse, Misha lasciò andare il capo all’indietro, svuotata all’improvviso di tutta la tensione accumulata. Aveva appena detto di no all’occasione della vita e, nonostante tutto, sentiva di aver fatto la scelta giusta.

Prese subito il cellulare e provò a chiamare Hige per dirglielo.

Il telefono squillò a vuoto.

Si disse che probabilmente era ancora al lavoro, che l’avrebbe richiamata più tardi, ma quando riprovò dopo qualche ora non ottenne risposta neanche stavolta. Forse era a pranzo con i colleghi, cercò di convincersi, mentre un’inquietudine sottile iniziava a farsi strada dentro di lei.

Quando Toboe rientrò da scuola, si complimentò con lei e le chiese come l’avesse presa Hige, ma Misha ammise di non essere ancora riuscita a sentirlo. Il ragazzo provò a rassicurarla, dicendole che sicuramente era solo preso dai suoi compiti e che appena avrebbe staccato l’avrebbe richiamata, ma le ore continuarono a passare e di lui non arrivò nessun segnale.

«Vuoi vedere che ha fatto indigestione e per la vergogna si sta nascondendo?» scherzò Toboe, cercando di alleggerire l’atmosfera.

«Come se fosse la prima volta,» ribatté lei, aggrappandosi a quella battuta per restare calma.

Il mattino dopo, però, quando controllò il cellulare e vide che non aveva risposto nemmeno ai messaggi, provò a chiamarlo di nuovo e ancora una volta il telefono squillò a vuoto. A quel punto l’ansia iniziò a prendere il sopravvento, ma cercò comunque di resistere, occupandosi delle faccende di casa e iniziando a preparare il pranzo per il rientro di Toboe.

Poi, all’improvviso, il telefono squillò.

Hige.

Misha rispose subito, con il cuore in gola.

«Finalmente, ma che fine avevi fatto?»

«Non stiamo più insieme.»

La voce arrivò fredda, piatta, senza esitazioni, e per un attimo il tempo sembrò fermarsi. Misha rimase immobile, poi lasciò uscire una breve risata, quasi a difendersi.

«Ma che sciocco, guarda che non siamo ancora ad aprile.»

«Non sto scherzando. Ho preso la mia decisione. Ho capito chi per me conta davvero e non sei tu.»

La mano iniziò a tremarle e il cuore fu come trafitto da qualcosa di gelido.

«Hai deciso che è Blue la donna della tua vita,» disse, cercando di mantenere la voce ferma.

«Esatto.»

Deglutì, imponendosi di restare lucida. Gliel’aveva detto lei, che avrebbe accettato qualsiasi sua scelta, solo… non si aspettava così in fretta. Forse l'aveva già ritrovata?

«Questa tua decisione… è per caso legata a quello che ti ho confessato ieri?»

Dall’altra parte della linea, però, non c’era Hige.

Edward teneva il telefono tra le mani, a cui era appeso un microfono che modulava ogni parola, e aveva attivato il vivavoce affinché i due prigionieri potessero sentire. Hige e Hubb giacevano poco distante, legati e imbavagliati, i vestiti macchiati di sangue, i volti segnati dai colpi; Hubb era quasi privo di sensi, mentre Hige continuava a lottare contro le catene, lo sguardo acceso di disperazione.

Quando Edward sentì quella domanda, sollevò lo sguardo verso di lui e sorrise, lentamente, con una soddisfazione crudele.

«Certo,» rispose, usando la sua voce. «Soprattutto per quello. Pensi davvero che avrei potuto accettarlo?»

«Oh.»

Le uscì piano, senza forza, quasi fosse solo aria**.**

Una sola sillaba, fragile, incrinata, ma carica di significato.

Hige si agitò con violenza, cercando di urlare attraverso il bavaglio, mentre le lacrime gli scendevano sul viso senza che potesse fermarle.

«È stato un errore avvicinarmi a una come te,» proseguì Edward.

A quel punto la rabbia di Hige esplose davvero: ringhiò, tirando le catene con tutta la forza che aveva, quasi riuscendo a spezzarle, ma gli uomini gli furono subito addosso, colpendolo con i bastoni elettrificati e costringendolo a terra.

«Oh… ha attaccato,» commentò Edward con finto stupore, senza mai distogliere lo sguardo da lui.

Hige si contorceva, il corpo scosso dalle scariche, l’urlo soffocato che vibrava nel petto mentre cercava, ancora e ancora, di chiamare Misha, di raggiungerla.

Poi qualcuno gli calò delle cuffie sulle orecchie.

Un fischio acuto, insostenibile, esplose nella sua mente, attraversandolo da parte a parte, qualcosa che non era solo dolore ma una lacerazione più profonda, e in pochi secondi il suo corpo cedette, svuotato, mentre la coscienza si spegneva nel buio.

Misha rimase immobile, il telefono ancora stretto tra le dita, lo sguardo fisso su quella schermata di chiamata terminata in cui il nome di Hige compariva con un piccolo cuoricino accanto. Per qualche secondo non fece nulla, come se anche quel gesto richiedesse uno sforzo troppo grande, poi andò nelle impostazioni del contatto e, con un movimento lento, rimosse l’emoji.

Quando Toboe rientrò da scuola e lei glielo raccontò, lo fece senza enfasi, con una calma che non le apparteneva davvero.

«No, io non ci credo che ti abbia detto una cosa del genere!» sbottò lui, incredulo. «Andiamo a casa sua. Io lo tengo fermo e tu lo prendi a sberle finché non torna in sé.»

«Va bene così.»

Quelle parole lo colpirono più di qualsiasi altra cosa.

«Non può andare bene così, Misha! Come fai ad accettarlo?»

Lei abbassò appena lo sguardo, ma la voce rimase piatta. «Sarebbe meglio che anche tu stessi lontano da me. Domani andrò da Darcia e mi farò riassumere.»

Toboe la afferrò per le spalle, all’improvviso attraversato da una forza che non riusciva più a contenere. Le sue iridi si accesero, un ringhio basso gli salì in gola.

«Che fine ha fatto il branco, eh?» disse a denti stretti. «Io non so perché ti abbia lasciata e tu lo accetti come se fosse giusto… ma io no. Io non accetto che mia sorella mi molli così, per una rottura!»

«Io non ti sto mollando. Ti sto proteggendo da me.» fece un piccolo cenno con il capo. «Tornatene all’orfanotrofio. Ormai è riaperto.»

Provò a spingerlo via, ma Toboe resistette, gli occhi accesi di una determinazione nuova, e la strinse a sé.

«Tu sei mia sorella,» disse, con la voce spezzata ma ferma. «E io non me ne vado solo perché me lo chiedi, è chiaro? Non sono un bambino da proteggere.» Strinse i denti. «Ti prego… non accettare.»

Misha rimase rigida tra le sue braccia, poi chiuse gli occhi.

«Devo farlo. Diverse vite dipendono da me… almeno la mia avrà finalmente un senso.»

Quelle parole lo colpirono come un colpo secco.

Toboe si scostò all’improvviso, come se non riuscisse più a restare lì, e senza dire altro corse verso la porta. La spalancò e la richiuse con forza alle sue spalle, lasciando dietro di sé solo il suono sordo del legno e un silenzio che pesava più di qualsiasi urlo.

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«Misha… che inaspettata sorpresa,» disse Darcia, accogliendola con un sorriso raggiante nel suo ufficio.

«Buongiorno, Darcia,» rispose lei, la voce piatta, priva di inflessioni, ma lo sguardo fermo, sollevato fino al suo. «Sono venuta a dirle che ci ho ripensato. Accetto l’offerta.»

Per un istante, il sorriso dell’uomo si allargò ancora, soddisfatto.

«Magnifico. Allora possiamo procedere subito con il contratto.»

Misha abbassò appena lo sguardo, come se stesse misurando le parole successive. «Questo… mi porterà lontano, non è vero?»

Darcia si fermò, studiandola, poi fece un leggero cenno con il capo. «Rimarremo nello stesso stato, ma sì… sarai lontana. Dai tuoi genitori, dai tuoi amici.» Fece una breve pausa. «Con Hige sarà difficile che vi vediate.»

«Non importa per Hige,» rispose lei senza esitazione.

Quel dettaglio fece sollevare appena un sopracciglio a Darcia.

«Mi importa di Toboe. Lui è mio fratello.»

Darcia non esitò nemmeno un secondo.

«A tal proposito,» disse, cambiando tono con naturalezza, «c’è qualcosa che volevo dirti. Avevo pensato di aspettare il suo compleanno, per fare una sorpresa a entrambi… ma forse è meglio parlarne ora.»

Lo sguardo di Misha si fece più attento.

Darcia incrociò le mani davanti a sé.

«Ho intenzione di adottare Toboe.»


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