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«I fiori della luna guideranno il cammino verso il Rakuen.» - Il Libro della Luna Rossa
Hige allungò la mano senza esitazione.
Un istante di silenzio, sospeso.
Poi… clac.
La parete della biblioteca si ritrasse con un leggero cigolio, rivelando un varco nascosto. Hige e Hubb trattennero il fiato, sorpresi, mentre osservavano quell’apertura comparire davanti a loro.
«Ecco perché nella piantina sembrava esserci un prolungamento che non tornava,» mormorò Hubb.
Non fece in tempo ad aggiungere altro.
Hige era già partito.
Si lanciò nel corridoio senza voltarsi, come richiamato da qualcosa che non poteva ignorare. L’aria era fredda e le luci sul soffitto si accendevano una dopo l’altra al suo passaggio, per poi spegnersi subito dietro di lui.
Sentiva solo i propri passi e il battito del cuore.
Raggiunse la porta in fondo e senza esitare iniziò a colpirla a spallate. Il metallo vibrò sotto l’impatto, ma non cedette subito.
Hubb lo raggiunse pochi secondi dopo e si fermò, colpito.
Non era solo la forza. Era il modo.
Hige si muoveva con una ferocia che non gli aveva mai visto, come se qualcosa fosse emerso, qualcosa di antico e istintivo. Per un attimo gli parve persino che i suoi occhi fossero cambiati, che non appartenessero più del tutto a un essere umano.
Poi, con un colpo più violento degli altri, la porta cedette.
Si ritrovarono in un’anticamera. In un angolo, su un manichino, erano esposti degli abiti elaborati che Hubb osservò con sorpresa, definendoli "carnevaleschi".
Hige si avvicinò lentamente, ma già prima di arrivare aveva capito: l’odore. Quella stanza era impregnata dall'odore di Darcia, come se fosse stato lì più volte, anche molto di recente.
Quando lo sguardo gli cadde sul completo scuro, arricchito da piume e da un copricapo raffinato, i denti gli si serrarono.
Quegli abiti li aveva già visti.
Non lì ma in un tempo diverso, legato a un mondo costruito sull’avidità e sull’illusione dei nobili.
«Una festa in maschera veneziana,» disse infine.
Le parole gli uscirono con un peso nuovo.
Hubb lo guardò, accigliato.
«Ha invitato Misha a partecipare a una festa a novembre,» continuò Hige, lo sguardo sempre fisso su quegli abiti. «A tema carnevale veneziano. E ha incluso anche me e Toboe.»
Il detective rimase in silenzio per un momento.
«Perché proprio quel periodo?»
Hige abbassò appena lo sguardo.
«Perché si è fatto i conti,» rispose, la voce più dura. «A novembre sarà passato esattamente un anno da quando i fiori della luna hanno iniziato ad annunciare l'inizio della fine.»
«E per allora il sangue di tutti voi si sarà del tutto risvegliato,» concluse Hubb.
Hige osservò le proprie mani per un istante. Sentiva quel cambiamento dentro di sé, chiaro, innegabile. Il sangue di lupo gli scorreva nelle vene, vivo, in movimento. Si era già risvegliato… e ora ne aveva piena coscienza.
Presto sarebbe successo anche a Toboe.
«Misha faceva bene a proteggerlo…» mormorò, con un’amarezza che gli sfiorò appena la voce. «Che stupido…»
Sollevò il capo e si diresse alla porta accanto. Quella, almeno, non era chiusa a chiave e aprì senza esitare.
Una brezza fredda si riversò all’interno, portando con sé il bagliore rosso proveniente dall’esterno. La luce filtrava dalle alte finestre, scivolando sul colonnato di marmo e andando a posarsi su una sfera di vetro vuota.
Hige corse verso la sfera senza rallentare; ormai i due odori erano inconfondibili, uno di fiori e l’altro più selvatico, ma al tempo stesso dolce.
«Sei sempre stata qui…» disse con la voce rotta, una volta raggiunta la sfera, lasciandosi cadere in ginocchio.
Posò una mano sul vetro freddo e nascose il viso nell’altro braccio, come se quel contatto fosse l’unico modo per restare ancorato a quel momento.
Hubb lo osservò in silenzio. Vederlo così, con quelle spalle larghe ora piegate da qualcosa di più grande di lui, lo colpì profondamente.
«Mi dispiace…» provò a dire, avvicinandosi e poggiandogli una mano sulla spalla, ma non appena Hige avvertì quel tocco iniziò a ringhiare.
Hubb si ritrasse immediatamente, il cuore che gli balzò in gola: quel suono non aveva nulla di umano.
Decise che fosse meglio lasciarlo lì, almeno per il momento. Non avevano tutta la notte e qualcuno, prima o poi, si sarebbe accorto dell’intrusione.
Si voltò quindi verso la console, ma era spenta e non aveva idea di come riattivarla.
Girandosi attorno in cerca di qualcosa, lo sguardo gli cadde su un altro passaggio, nascosto dietro un paio di colonne: una porta a vetri.
«Vediamo se mi sei ancora d’aiuto…» mormorò tra sé, riprendendo in mano il pass della guardia.
Lo avvicinò al lettore e, con un breve segnale, la porta si aprì.
«Oggi dovevo giocare qualche numero…» commentò sottovoce, cercando di alleggerire la tensione.
La stanza oltre la porta era un laboratorio altamente tecnologico.
Hubb non perse tempo: prese dallo zaino la macchina fotografica e iniziò a scattare ovunque, muovendosi rapido tra le postazioni e immortalando ogni dettaglio, compresa la sfera nella sala accanto.
Eppure qualcosa non tornava. Il laboratorio sembrava essere stato ripulito: mancavano persino i case, erano rimasti solo i monitor.
Lo sguardo del detective cambiò, si fece più attento, più metodico. Entrò in quella modalità che gli era naturale, quella del segugio.
Aprì cassetti, sfogliò le scartoffie, controllò ogni angolo senza lasciare nulla al caso, finché alla fine trovò qualcosa: una penna USB.
«Bingo!» esclamò piano, osservandola tra le dita e sperando che non fosse vuota. Ma, per una volta, ebbe la sensazione che la fortuna fosse davvero dalla sua parte.
Tornò da Hige, che era rimasto in quella posizione per tutto il tempo.
«Vuoi stare ancora qui a piangerti addosso o vuoi andare avanti?»
Hige non rispose.
«Queste sono prove più che schiaccianti. Non possiamo affermare che Cheza sia stata qua, ma se quello che ho trovato sarà utile, allora finalmente metteremo quel bastardo con le spalle al muro.»
«Lui le ha squarciato la gola… e poi ha fatto lo stesso con me,» disse Hige, con tono indecifrabile, alzando appena il capo.
Hubb, dalla sua posizione, lo vedeva in controluce, illuminato dal bagliore rosso della luna.
«Non ho saputo proteggerla… e poi mi sono persino dimenticato di lei.»
Si alzò in piedi e si voltò lentamente.
«E ora ha puntato anche Misha…» emise un nuovo ringhio che fece drizzare i peli della nuca al detective. «Perciò, detective, veda di arrestarlo al più presto, perché da me non otterrà un semplice pugno in faccia.»
Hubb fece un passo indietro, sinceramente spaventato, quando infine Hige lo guardò dritto negli occhi.
Gli occhi del giovane erano davvero mutati in qualcosa di selvatico.
Era quasi l’alba quando infine andarono via. Avendo notato l’ascensore di servizio all’interno del laboratorio, si assicurarono prima di tutto di richiudere il passaggio verso lo studio: Hubb tirò il libro si infilò di nuovo nel corridoio per un soffio, appena prima che la parete tornasse al suo posto.
Grazie alla piantina ripercorsero la strada a ritroso, muovendosi con la stessa attenzione dell’andata, fino a raggiungere le cucine; lì reinserirono il codice e la porta si sbloccò senza esitazioni.
Se tutto era andato come previsto, non dovevano aver lasciato indizi troppo evidenti, nulla che potesse spingere qualcuno del personale a improvvisarsi investigatore. Anche lo sgabuzzino che Hige aveva quasi scardinato venne richiuso con cura, così da evitare che l’allarme scattasse immediatamente.
Hubb prese di nuovo il rampino mentre Hige, ancora nel pieno delle sue forze, spiccò un altro salto e in un attimo raggiunse la cima del muro; poi, proprio come all’andata, lo aiutò a risalire e a scendere dall’altra parte.
Corsero a perdifiato sulla neve, che durante la notte si era accumulata ancora e continuava a cadere fitta, finché non raggiunsero l’utilitaria.
Quando finalmente si chiusero nell’abitacolo, Hubb accese il riscaldamento per far sbrinare i vetri. Solo allora, nel momento in cui tutto si fermò, una risata gli salì spontanea, leggera, quasi incredula.
«Se me lo avessero raccontato, che avrei compiuto un’impresa simile, non ci avrei creduto. E tu, Hige?»
Inarcò le sopracciglia.
Hige si era improvvisamente addormentato.
La tensione che lo aveva tenuto in piedi per tutta la notte si era dissolta di colpo, lasciando spazio alla stanchezza. Qualunque forza lo avesse spinto ad agire fino a quel momento lo aveva abbandonato, e al suo posto restava soltanto un ragazzo poco più che ventenne, con i capelli fulvi e ribelli, con la testa leggermente chinata di lato.
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Misha e Toboe rimasero ancora per un po’ sul tetto spazzato dal vento, mentre lei continuava a scrutare l’orizzonte e lui le restava accanto, cercando di fare lo stesso, concentrato, come se potesse davvero cogliere qualcosa in quella distanza.
Ma all’improvviso tutto cambiò.
Toboe si voltò di scatto e allargò le braccia appena in tempo: Misha aveva perso conoscenza e stava per crollare a terra. La afferrò e la strinse a sé, cercando di sostenerne il peso ormai inerte.
Il suo corpo tremava, scosso dal freddo.
Non aveva addosso che una vestaglia e una veste leggera, e il fatto stesso che fosse riuscita a resistere fino a quel momento sembrava quasi impossibile.
Toboe abbassò lo sguardo su di lei e per un istante gli parve di sentire la voce di Hige che lo rimproverava, lanciandogli addosso le sue solite accuse, pungenti e fuori luogo.
Toboe strinse i denti, arrossendo appena.
«Hige il pervertito sei solo te!» sbottò ad alta voce, rivolto al vento.
Cercò di caricarsela sulle spalle, ma nell’impresa rischiò di cadere a sua volta; riuscì comunque a reggersi, stringendola a sé mentre attraversava il tetto e poi imboccava le rampe di scale. Un paio di volte perse quasi l’equilibrio, ma si aggrappò in tempo alla ringhiera, evitando di rovinare a terra.
Fortunatamente nessun condomino sembrò accorgersi di loro, soprattutto la vecchia pettegola del pianerottolo, che non perdeva occasione di osservare lui ed Hige con sospetto da quando avevano iniziato a frequentare quell’appartamento.
Arrivato alla porta, infilò la chiave nella toppa e la fece scattare, richiudendosi alle spalle con un colpo di piede. Senza fermarsi, si diresse in camera da letto e adagiò Misha sul letto, coprendola subito con il piumone nel tentativo di restituirle un po’ di calore.
Dopo aver riappeso la giacca, tornò da lei e si accorse che i tremori non si erano fermati. Non ci pensò due volte: si sdraiò al suo fianco, cercando di trasmetterle calore.
La stanchezza lo raggiunse all’improvviso, addormentandosi quasi subito.
E iniziò a sognare.
In quel sogno gli parve di essere sdraiato accanto a un uomo ferito. Sapeva che quell’uomo lo odiasse, aveva dato a lui e ai suoi compagni la caccia per mesi, eppure all’ultimo istante erano sempre riusciti a sfuggirgli.
A Toboe piacevano gli umani e gli piaceva anche lui, nonostante quella perenne aria scorbutica e quel nauseante puzzo d’alcol.
Quell’uomo aveva sofferto tanto nella vita. Non era cattivo di per sé, ma la sua storia lo aveva inasprito, e questo Toboe lo sentiva chiaramente.
Per questo non poté fare a meno di restargli accanto, di supportarlo con il suo calore, finché non si fosse ripreso.
Con quello stesso uomo, non molto tempo dopo, condivise anche la morte.
Papà.
La vita aveva ormai ripreso a Freeze City quella domenica mattina; i cittadini si stavano gradualmente abituando a quella convivenza forzata con l’esercito e a quelle regole ferree che scandivano ogni movimento.
Hubb si lasciò sfuggire un grosso sbadiglio. Anche lui, come Hige, aveva dormito un po’ in macchina, ma il suo corpo da quarantenne mal sopportava la rigidità del sedile, e ogni muscolo sembrava ricordarglielo.
Hige, invece, non sembrava averne risentito troppo: si risvegliò stiracchiando le braccia, con un’aria diversa da quella della notte precedente, più composta, quasi come se ciò che era accaduto fosse rimasto sospeso altrove.
«Dimmi il tuo indirizzo, ti riporto a casa,» disse Hubb, mentre l’auto tornava a muoversi tra le strade del centro.
«Mi porti da Misha,» rispose Hige. «Ci siamo lasciati con il muso ieri sera.»
Hubb accennò un sorriso, lanciandogli un’occhiata. «Ragazzo, non sarò uno chef, ma direi che sei cotto a puntino con lei.»
Hige distolse lo sguardo e non rispose.
Hubb colse subito quel cambiamento. L’aria nell’abitacolo si fece più pesante: per il giovane, quello non era un argomento leggero.
«Io porto a casa la pennetta e ti faccio sapere che cosa ho trovato,» disse il detective una volta arrivati sotto il palazzo di Misha. «Ti posso chiedere di non dire niente agli altri?»
Hige si accigliò, ma annuì. Tanto conosceva già la risposta di Misha e, dopo quella notte, era restio anche a condividere nuove informazioni con Toboe. Ormai si era ripromesso che con loro avrebbe mostrato solo il suo miglior sorriso - almeno ci avrebbe provato - finché la situazione non si fosse ulteriormente evoluta.
Hubb riaccese il motore e l’utilitaria bianca girò l’angolo dopo pochi metri.
Hige salì i due piani quasi senza accorgersene e, quando arrivò alla porta, la aprì con la chiave di riserva che Misha gli aveva dato tempo addietro; la prima cosa che fece fu lasciarsi cadere sul divano con un lungo sospiro.
Solo quando si tolse il giubbotto dalle spalle si rese conto di una cosa: Toboe non era lì.
Girò lo sguardo verso il bagno, ma la porta era aperta e la luce spenta. Guardò in cucina: non era nemmeno lì.
La porta della camera da letto era socchiusa.
Hige deglutì.
La aprì lentamente e i suoi occhi si spalancarono all'istante.
«Tu, Giuda!» esclamò, puntandogli il dito contro.
Toboe era sdraiato accanto a Misha; non era nemmeno sotto le coperte ed era addormentato come un bambino, ma per Hige questo non fece alcuna differenza.
A lunghi passi raggiunse il letto e lo afferrò per le spalle, scuotendolo.
«Mi allontano per una notte e tu ne approfitti?!»
Toboe si risvegliò di soprassalto, allarmato per quell’improvvisa aggressione.
«Eh? Ma che stai dicendo? La smetti di mettermi al tuo livello?» ribatté lui.
In quel momento anche Misha si mosse, svegliata dal trambusto; mugugnò appena e, voltandosi, un raro raggio di sole le colpì il viso, costringendola a ripararsi con il dorso della mano, mentre la sua espressione restava ancora intorpidita dal sonno e le guance leggermente imporporate.
Il piumone copriva gran parte del suo corpo, ma non l’altezza del petto, lasciando scoperta la parte superiore della vestaglia e l’incavo del collo.
«Che succede?» chiese, con un mormorio ancora impastato dal sonno.
I due ragazzi la osservarono per un istante, immobili e arrossiti.
Poi Hige scattò e posò entrambe le mani sugli occhi di Toboe.
«Dannato moccioso, smettila di guardarla!»
Quello che seguì fu un nuovo trambusto.
Sulla tempia di Misha emerse una vena pulsante e strinse un pugno, trattenendo a fatica la rabbia.
«Devo ricordarvi che siete in casa mia?»
Più tardi, mentre facevano colazione, Hige affondava con decisione il cucchiaio nella ciotola dei cereali e, con la stessa energia, portava ogni boccone alla bocca, continuando a guardare in cagnesco Toboe. Di rimando, il ragazzo teneva lo sguardo basso sulla tazza, con un vistoso cipiglio infastidito.
Misha, invece, era seduta sul divano con il portatile sulle gambe, intenta a scorrere gli annunci di lavoro ancora disponibili in città. Ma si trattava quasi sempre di offerte di marketing da casa, strutturate secondo schemi piramidali, qualcosa che non sentiva affatto nelle sue corde.
Hige si accorse della sua espressione concentrata, si alzò dalla sedia e le si avvicinò, chinandosi leggermente verso di lei.
«Trovato qualcosa?»
Misha si tirò appena su il collo alto del maglione rosso e scosse il capo.
Era ormai più di un mese che non lavorava, da quando la caffetteria aveva chiuso, e i suoi risparmi iniziavano a esaurirsi. Se non avesse trovato presto un impiego, non avrebbe saputo come pagare bollette e affitto. Tornare dai suoi genitori non era più un’opzione. Non più.
«Senti… perché non vieni a vivere da me? Il mio è poco più di un monolocale, ma ci stringeremo,» disse Hige, accennando un sorriso. «Del resto non credo sia un problema per noi.»
Sorrise di nuovo e provò ad avvicinarsi al volto della ragazza, ma Misha si scostò all’improvviso. Non per fastidio: emise piuttosto un piccolo squittio, come se fosse stata colta da una paura improvvisa.
Hige si accigliò, senza capire.
«Scusa,» disse lei, con la voce appena tremante.
«Sei ancora arrabbiata per ieri?» provò a ipotizzare. «Forse non dovevo alzare la voce, ma cerca di comprendermi…»
«Non è per quello.»
«Per cosa, allora?»
Misha non rispose. Distolse lo sguardo, chiudendosi ancora una volta, e Hige contrasse la mascella.
Poi il telefono accanto a lei vibrò.
Il messaggio era da parte di Darcia: le confermava l’appuntamento alle Darcia Industries per il giorno dopo.
Hige strinse immediatamente gli occhi.
«Per quale motivo vuole vederti?» la rabbia iniziava già a montargli, era più forte di lui.
«Credo sia per un colloquio di lavoro, mi aveva lasciato un messaggio l’altro giorno.»
«E perché non me lo hai detto?»
«Ora vuoi anche controllare ogni mio spostamento?» sbottò la ragazza, innervosendosi a sua volta.
«No, ma almeno riguardo a lui potresti tenermi aggiornato,» ribatté, mentre il ricordo di quella nota olfattiva, colta nello studio, gli tornava alla mente. Fu tentato di aggiungere altro, ma si morse la lingua, non poteva già mancare alla sua stessa promessa e soprattutto così avrebbe ottenuto solo di allontanarla.
Toboe sollevò lo sguardo, percependo subito la tensione e non sapendo che fare ritenne che in quel momento, l’unica soluzione era diventare parte della tappezzeria.
A cedere per prima, però, fu Misha. Prese un respiro profondo, si alzò dal divano e gli si avvicinò.
Hige si ritrasse appena, ancora irrigidito, ma lei non si fermò. Gli cinse i fianchi con le braccia e appoggiò la fronte contro il suo petto.
«Sono stanca di litigare con te. Odio litigare con te.»
«Anche io odio litigare con te… è che ultimamente mi sento sopraffatto.»
Misha sollevò appena il capo per guardarlo. «Vuoi accompagnarmi domani? Così potrai vedere con i tuoi occhi che non ha strane intenzioni. Lasciami almeno ascoltare cosa ha da offrirmi, e se non è una cifra a quattro zeri rifiuterò.»
«E se ti chiedesse di fargli da cameriera?»
Misha contrasse le sopracciglia. «Che se lo facesse da solo il caffè.»
Hige lasciò andare la tensione dalle spalle e le accarezzò la testa. Non riusciva a restare arrabbiato con lei troppo a lungo, e quella poteva essere l’occasione giusta per rivedere Darcia di persona, guardarlo negli occhi dopo quello che aveva scoperto.
«Va bene e se non sono almeno quattro zeri, rifiuterai seduta stante.»
«Diecimila al mese,» disse Darcia, sistemando con una sola mano un foglio sulla scrivania, mentre l’altra restava ancora fasciata.
Nonostante la ferita recente, il magnate era già tornato al lavoro, instancabile come sempre.
Misha ed Hige accennarono un sorriso nervoso, colpiti dalla cifra che aveva appena pronunciato.
«Ma di che si tratta?» chiese Hige, accigliandosi.
Da quando l’aveva accompagnata in macchina fino a lì, fino a quel piano e a quell’ufficio, non aveva smesso un attimo di essere teso. Aveva temuto di perdere il controllo, di mandare tutto all’aria non appena avesse incrociato lo sguardo di quell’uomo... invece si scoprì capace di resistere, di fare buon viso a cattivo gioco e di indossare ancora una volta la maschera del ragazzo ignaro.
Darcia sollevò appena lo sguardo verso di lui.
«Hige, questo è un colloquio ufficiale, e pertanto privato. Non dovresti nemmeno essere qui ad ascoltare. Se non ti dispiace, i dettagli li comunicherò soltanto a Misha.»
Hige contrasse la mascella e fu costretto a fare un respiro profondo per non reagire.
A trattenerlo fu il tocco leggero delle dita di Misha sulla sua mano.
«Vai a prendere qualcosa da bere, per favore.»
Il giovane non rispose. Fece solo un lieve cenno con il capo, poi si voltò e uscì dalla sala riunioni.
Non appena il ragazzo si richiuse la porta alle spalle, tra i due calò un lungo silenzio.
«Come sta?» chiese a un certo punto Misha, posando lo sguardo sul braccio sostenuto dalla fascia. «Non so davvero come ringraziarla per quello che ha fatto per Toboe.»
«E lo rifarei,» rispose lui, senza esitazione.
Misha accennò a un sorriso.
«Anche tu ti sei fatta male, se non sbaglio. Ti sei ripresa?»
Misha annuì e si sfiorò la tempia, dove ora restava solo un lieve bernoccolo, già in riassorbimento.
«Ha capito chi è stato?»
Darcia scosse il capo. «Essere in vista è una lama a doppio taglio. Da una parte ci sono gli adoratori, dall’altra chi ti odia per il solo fatto che esisti. In ogni caso non credo ci sia lo zampino di Tsume e Kiba, su questo mi dissocio dai media e da tutte le storie che stanno intessendo.»
Misha inarcò le sopracciglia, sorpresa.
«Non sarebbe nel loro stile,» aggiunse Darcia.
«Non sarebbe nello stile dei lupi,» rispose lei.
Darcia si accigliò appena, facendosi più attento.
«Quando gliene ho parlato, lei ha omesso di dire che non siamo semplici rinati. Ma lupi rinati.»
«Non lo nego, ma vedo che lo hai capito da sola.»
«Ormai i miei ricordi…» esitò Misha, poi scosse appena il capo. «Non capisco perché non sia stato cristallino quella volta. So che non è il momento per parlarne, ma…»
Darcia scosse leggermente il capo. «Una cosa che ammiro di te è che dici quello che pensi. Sono io a dovermi scusare per non essere stato più chiaro. Quel giorno ho ritenuto che troppe verità insieme avrebbero avuto un effetto eccessivamente travolgente. Del resto stiamo parlando di qualcosa che non è nemmeno umano.»
Misha si strinse nelle spalle. Non poteva dargli torto.
«Comunque sia, il momento sarebbe arrivato comunque. Immaginavo fosse solo questione di tempo prima che te ne rendessi conto… e questo capita a pennello con il motivo di questo colloquio.»
Premette un pulsante sull’altoparlante incastonato nella scrivania di vetro.
«Professore, può entrare.»
Misha inarcò appena le sopracciglia quando una porta secondaria si aprì e da essa fece il suo ingresso un uomo sulla settantina, con capelli e barba bianchi e una tuta da scavo marrone. Sul petto era ricamato il pittogramma dell’associazione “Il Fiore Bianco”.
«Professor Silva!» balbettò Misha.
«Buongiorno, Misha. Quanto tempo,» disse lui, con un sorriso gentile.
Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.