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Avevano atteso il calare della notte per agire.
Non avevano mappe, eppure si mossero lo stesso.
Nel momento in cui Cheza venne portata fuori dal castello, diretta verso l’aeronave, un profumo intenso di fiori si sprigionò nell’aria.
Da quando i fiori della luna avevano invaso la città, per i lupi rinati quell’odore era diventato ovunque più presente. Ma quello di Cheza era diverso, inconfondibile.
Una traccia netta, impossibile da perdere.
Forse, fino a quel momento, la sua condizione ne aveva impedito la diffusione.
«Riuscite a starmi dietro, ragazzi?» chiese Blue.
Era stata Cheza a mandarla, affinché ella potesse spingerli ad affinare ciò che avevano dentro.
Il loro sangue di lupo non si era ancora risvegliato del tutto, ma da quando si era unita a loro, le loro capacità erano migliorate.
Saltavano da un tetto all’altro, scegliendo strade poco illuminate. Ogni movimento era misurato, attento a evitare le pattuglie che perlustravano Freeze City.
La neve cadeva lenta, avvolgendo la città in un silenzio sospeso.
Per un istante, la luce dei lampioni sfiorò i loro volti, mostrando le iridi accese di un bagliore innaturale… e subito dopo li inghiottì di nuovo l’ombra.
Mentre avanzavano, i fiori della luna sembravano vibrare al loro passaggio. Un tintinnio lieve, quasi una melodia.
Come se il mondo stesso stesse trattenendo il respiro, accompagnando quell’impresa che avrebbe richiesto tutto il loro coraggio.
Infine, dopo chilometri di corsa attraverso la città, la traccia li condusse fino al confine.
I controlli erano serrati. Nessuno entrava o usciva se non attraverso i varchi presidiati.
Barriere di cemento e metallo delimitavano l’area. Il sistema non era ancora completo, ma abbastanza da rendere inutile cercare una falla.
Non potevano permettersi deviazioni e nemmeno esporsi: con un salto di troppo, le torri di guardia li avrebbero individuati.
L’urgenza cresceva, soprattutto quando scorsero un paio di camion blindati.
«È lì dentro!» disse Kiba, sporgendosi dal bordo del palazzo. Tsume fu costretto ad afferrarlo per evitare che si lanciasse.
I soldati erano ovunque. Se si fossero mostrati, avrebbero aperto il fuoco senza esitazione. I loro volti erano ormai ricercati in tutta la città.
«La recuperiamo fuori» disse Tsume, a bassa voce. «Quando avranno superato il confine.»
«Ci penso io.»
Blue sorrise appena, lo sguardo fermo.
Kiba e Tsume si scambiarono un’occhiata confusa… poi le loro espressioni cambiarono.
Davanti a loro, la figura di Blue era mutata e al posto dell'umana c'era un grande canide nero e gli occhi di un blu intenso.
Il vento le mosse il pelo, sollevando leggere increspature lungo il dorso.
Blue si concesse un istante, osservando i suoi compagni ancora esterrefatti.
Il cuore di Kiba accelerò. Più volte aveva intravisto se stesso in quella forma, fugace, come un battito di ciglia. Ma sapeva che il lupo era lì, dentro di lui. Non lo aveva mai dimenticato, benché il suo corpo in quella vita fosse umano.
Come non aveva dimenticato la promessa fatta a Cheza.
E ora… lo sentiva rispondere.
Il sangue gli ribollì nelle vene e, per un attimo, le sue sclere si tinsero di nero, mentre le iridi si accesero di un giallo intenso.
Il piano era semplice: Blue avrebbe creato un diversivo e loro, sfruttando l’ombra dei camion, sarebbero passati.
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Hige si acquattò dietro alcuni cespugli coperti di neve.
Poco distante, il detective fissò bene il rampino a un ramo spesso, poi inspirò a fondo e cercò di richiamare alla mente l’addestramento dei tempi in cui era una giovane recluta agile e atletico.
Le guardie non erano molte, con il padrone di casa fuori città, ma questo non le rendeva meno pericolose e attente.
«Come sono entrati Tsume e Kiba?» sussurrò Hige, quando Hubb lo raggiunse.
«Dal retro. C’è un accesso per il carico merci in cucina. Dai rapporti, poi si sono mossi nei corridoi principali… ma noi faremo diversamente.»
Hige si voltò verso di lui.
Hubb accennò un sorriso, tirando fuori il cellulare.
«Diciamo che i miei accessi preferenziali tornano utili…» lo sbloccò. «Mi sono procurato la piantina.»
«Molto bene» disse Hige, accennando un sorriso. «Allora andiamo.»
Fece per muoversi, ma Hubb gli afferrò il polso.
«Aspetta…» esitò un attimo. «So che ormai siamo dentro fino al collo, ma sii prudente. Sei ancora un ragazzo… anche se dentro di te c’è altro.»
Hige lo guardò, serio.
«Sono abbastanza adulto per scegliere consapevolmente. E questa è una di quelle volte.» fece una piccola pausa. «Se c’è anche una sola possibilità di capire cosa vuole Darcia da Misha… io me la prendo.»
Hubb lo studiò per un istante. Poi annuì.
Non si era sbagliato su di lui.
Ripresero a muoversi.
«Abbassati» sussurrò Hige.
Erano ormai vicini all’ingresso delle cucine, quando il ragazzo percepì qualcosa.
Si fermarono di scatto, riparandosi dietro una statua ornamentale.
Un attimo dopo, una guardia passò a pochi passi da loro.
Quest'ultima si fermò per un istante, scrutando l’area.
Una goccia di sudore scivolò lungo la tempia di Hubb. Accanto a lui, Hige si irrigidì, lo sguardo assottigliato.
Un attimo sospeso.
Poi l’uomo riprese a camminare, allontanandosi.
Entrambi trattennero il respiro… e solo allora lo lasciarono andare.
Scattarono verso la porta metallica rossa.
Hubb si chinò a esaminarla. La serratura era stata sostituita di recente. Evidentemente, dopo l’intrusione di Tsume e Kiba.
«Potrebbe esserci un allarme» mormorò. «Se la forziamo, rischiamo di farci scoprire.»
Si guardò attorno, rapido. Doveva pensare in fretta.
Poi i suoi occhi si accesero di un’idea.
«Hige, riesci a raggiungere il cornicione?» gli passò un sottile raschietto, recuperato dallo zaino che aveva con sé. «Le finestre sono antiche. Se infili la lama tra le ante, puoi sollevare il gancio interno.»
Hige accennò un sorriso. «Detective… meno male che ha scelto la via della giustizia.»
«Concentrazione» ribatté lui, secco. «Una volta dentro, mi apri. Io resto nascosto.»
Hige annuì.
Individuò un punto sporgente al piano superiore, piegò le gambe… e si slanciò verso l’alto.
«Whua!» sfuggì dalle sue labbra, mentre cercava un equilibrio precario sulla sommità appena raggiunta, le dita serrate alla sporgenza della finestra. Dentro, la luce era accesa, ma la stanza era vuota.
Da quell’altezza lo sguardo si aprì sul parco interno: distese di alberi sepolti dalla neve e, al centro, il lago artificiale, immobile sotto una lastra di ghiaccio. La luna rossa vi si specchiava, tremolante.
Una sensazione indefinita lo attraversò. Il vento gli sfiorò i capelli, muovendoli piano, quasi a sussurrare qualcosa che non riusciva ad afferrare.
«Hige! Allora?» La voce di Hubb, dal basso, lo richiamò con impazienza, spezzando quell’incanto fragile.
Si voltò. Lo sguardo si fece attento, raccolto. Fece scorrere la lama del raschietto tra le due ante.
Clak.
Attese un istante, poi mosse il capo, prima a destra, poi a sinistra. Nessun movimento. Nessun respiro.
Solo allora spalancò la finestra e, con passo leggero, si introdusse nel salottino.
Quella stanza, rinnovata nelle comodità moderne ma ancora ancorata a un’epoca precisa, custodiva i ritratti della famiglia Darcia. Tra tutti, uno tratteneva lo sguardo più a lungo: Darcia da bambino, impeccabile nei suoi abiti da piccolo lord, osservava chiunque lo fissasse con occhi profondi, eterocromi, come se potessero attraversare il tempo.
Dischiuse leggermente la porta, lasciando filtrare un taglio sottile di luce, poi scivolò nel corridoio. Sapeva delle telecamere. Per questo si mosse rapido e silenzioso, un’ombra tra le ombre.
Il respiro scendeva lento, misurato. Gli occhi restavano fissi davanti a sé, dove le scale, poco più avanti, avrebbero dovuto condurlo verso l’ala delle cucine.
Ma dopo pochi passi si fermò e sollevò il capo, inspirando.
C’era qualcosa.
Un odore lieve, quasi perduto. Eppure familiare.
Sottile come un ricordo che non ha mai smesso davvero di esistere.
Inspirò ancora e fu come essere trafitto.
Una fitta al cuore, improvvisa... e nostalgica. Di quelle che non chiedono il permesso, che riaffiorano da un tempo che non dovrebbe più avere voce. La traccia era ormai quasi dissolta, eppure non ebbe bisogno di domandarsi a chi appartenesse.
Accanto a quella, un’altra presenza.
Un profumo che ricordava i fiori della luna, ma più viva, più dolce
Forse Kiba non si era sbagliato.
Riprese a muoversi.
Scese gli scalini con rapidità trattenuta, ogni passo calibrato. Quando due domestici attraversarono il corridoio, si nascose all’ombra di una colonna. Sotto il cappuccio grigio, lo sguardo restava vigile, acceso, mentre seguiva ogni loro gesto.
Ignari, passarono oltre senza voltarsi.
Solo allora si mosse di nuovo, rapido, verso il fondo del corridoio. Si appiattì contro la parete, appena in tempo per sfuggire all’occhio freddo di una telecamera. Un battito, poi un altro.
L’accesso alle cucine si rivelò più semplice del previsto.
All’esterno, Hubb si soffiava sulle mani, rannicchiato tra i cespugli. Il fiato si disperdeva nell’aria gelida, mentre altre guardie si avvicendavano nei loro giri. Nessuno, però, sembrava comunicare con l’interno.
Abbassò lo sguardo, stringendosi nel cappotto.
Forse Hige se la stava cavando.
Hige capì subito che il detective aveva visto giusto. La porta era stata rinforzata e, accanto, una tastiera ne custodiva l’accesso. Senza la combinazione corretta, non si sarebbe aperta.
Estrasse il cellulare, accendendo la torcia. La luce si posò sui tasti. A uno sguardo comune non avrebbero raccontato nulla. Ma lui non era qualcuno comune. Non più.
Si fermò, lasciando che i sensi del lupo si tendessero nel silenzio. Bastò poco. Tracce minime, quasi invisibili, affiorarono tra i pulsanti: segni ripetuti, pressioni consumate dal gesto abituale.
Provò una sequenza.
Errore.
Il display segnò due tentativi rimasti.
Inspirò piano, poi riprovò.
Errore.
Un’imprecazione gli sfiorò le labbra, trattenuta. Non poteva permettersi un altro sbaglio.
Si staccò dalla tastiera e iniziò a muoversi nella cucina. Lo spazio era ampio, troppo perché un codice simile potesse vivere solo nella memoria perfetta di chi vi lavorava. Qualcuno, prima o poi, doveva avere avuto bisogno di ripassare il codice e di conseguenza lasciare una traccia.
Sollevò la torcia.
L’aria era densa, intrecciata di odori: cibo, metallo, presenza umana. Ma lui lasciò che tutto il resto svanisse, concentrandosi su ciò che cercava davvero.
Come se il mondo si scomponesse davanti ai suoi occhi, le tracce olfattive presero forma. Linee sottili, sovrapposte, si diramavano nello spazio, incrociandosi come fili invisibili.
E tra tutte, una soltanto continuava a tornare, partendo dalla porta.
Seguì quella scia.
Una stanzetta secondaria gli sbarrava il passo, chiusa a chiave. Hige abbassò la maniglia e spinse. Il legno cedette sotto la pressione, con un suono secco. Solo allora si rese davvero conto, quasi con stupore, di quanto la sua forza fosse cambiata.
Scoprì trattarsi di semplice sgabuzzino con all'interno niente più che scaffali e scatole, carte accumulate nel tempo: documenti di fornitori e altre scartoffie inerenti i costi della cucina.
Ma lui sapeva cosa cercare.
Restò agganciato alla sua pista e senza esitazione allungò la mano tra le scatole, estraendo un foglio: il codice per aprire la porta.
Un sorriso gli si accese sul volto e dovette quasi trattenersi dal concedersi a quell’autocompiacimento che gli scaldava il petto.
Fuori, Hubb si voltò di scatto quando la porta si aprì e Hige fece capolino nell’ombra.
«Prima fase della missione compiuta, detective.»
Per un attimo, Hubb lo osservò in silenzio. Poi il suo volto si distese in un sorriso, tra sollievo e ammirazione.
«Sei un grande!»
Si guardò intorno un’ultima volta e poi, rapido, scivolò dentro.
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Nel frattempo, il piano di Blue e dei suoi compagni stava funzionando.
La donna, nella sua forma di lupo, si presentò al posto di blocco e iniziò a creare scompiglio: abbai, salti addosso ai soldati, movimenti imprevedibili.
Per loro era solo un cane randagio, troppo grande per passare inosservato.
Provarono a fermarla, a chiuderle la strada. Ma Blue era più veloce. Schivava all’ultimo, cambiava direzione, li costringeva a inseguirla senza mai raggiungerla davvero.
Intanto, approfittando della confusione, Tsume e Kiba scivolarono dietro i camion in attesa al confine e senza farsi notare superarono il posto di blocco.
Blue resistette ancora qualche istante, attirando su di sé tutta l’attenzione.
Solo quando fu certa che i due fossero ormai fuori vista, scattò. Superò un soldato con un balzo e si lanciò lungo la strada, per poi deviare subito verso i boschi.
Rimasero nascosti nella vegetazione alta, al limitare della strada, in attesa che i due camion terminassero i controlli. I soldati si limitarono a una verifica superficiale: nessuno aprì gli scomparti.
Uno degli autisti consegnò un foglio. Il soldato lo lesse, si fermò un istante, poi fece un cenno per il via libera.
I motori ripresero a rombare.
Tsume, Blue e Kiba si mossero insieme. Restare al passo con i mezzi non era un problema: correre era ciò che erano.
L’aria fredda della notte non li rallentava e non importava quanto avrebbero dovuto correre.
Non si sarebbero fermati. Perché Cheza era lì, dentro uno di quei camion, a solo un soffio dai loro sguardi e dal loro cuore.
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Misha era rimasta alla finestra, immobile, a osservare la neve che cadeva lenta. La strada, sotto di lei, era quasi vuota. Solo poche vetture attraversavano il silenzio, le poche autorizzate a muoversi nonostante il coprifuoco.
Poi passarono due camion.
Il suo sguardo si fece più cupo e chinò leggeremente il capo.
La vestaglia azzurra sfiorò il pavimento con un lieve fruscio mentre si voltava e si diresse verso la porta per uscire di casa.
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Hubb ed Hige avanzarono all’interno del castello di Darcia, guidati dalla piantina sul cellulare. Procedevano con cautela, evitando telecamere e personale, fermandosi ogni volta che un rumore si avvicinava troppo.
Alla fine raggiunsero una porta di servizio.
Hubb estrasse il pass che Tsume aveva sottratto a una guardia l'altra volta e lo fece scorrere nel lettore. Per un istante non accadde nulla.
Poi la luce virò al verde.
«Meno male… è ancora attivo.»
Anche Hige lasciò uscire il respiro che aveva trattenuto.
Oltre la porta, il corridoio cambiava volto. Sparivano gli arredi eleganti, sostituiti da pareti grigie e linee essenziali. Era uno spazio funzionale, pensato per il personale: passaggi rapidi, lontani dallo sguardo degli ospiti.
«Dai rapporti, i ragazzi sono stati intercettati per la prima volta nel suo studio. Avevano messo a soqquadro la biblioteca.»
Hige gli lanciò un’occhiata. «Questo le dice qualcosa, detective?»
Hubb si fece pensieroso, lo sguardo contratto. Poi annuì.
«Sono entrambi prudenti. Se hanno ridotto una stanza in quel modo… qualcosa li ha spinti a farlo. Non è stato casuale.»
«Mi mostri la piantina, mi indichi lo studio.»
Hubb gli porse il cellulare.
Hige osservò lo schermo, poi socchiuse gli occhi. Inspirò lentamente, lasciando che il resto svanisse.
Un attimo.
Si fermò.
«Che c’è?» lo sguardo del detective si fece più attento.
Hige non rispose subito. Rimase in ascolto, come se qualcosa si fosse appena rivelato.
Poi riaprì gli occhi.
«C’era un motivo per cui sono arrivati fin lì.»
Si voltò, già in movimento.
«Andiamo.»
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Quando il trio raggiunse la zona, i camion avevano già iniziato a scaricare le prime casse. Si fermarono tra le ombre, nascosti, senza esporsi.
Aspettarono.
Poi le pupille di Kiba si strinsero.
Diretto verso l’interno dell’aeronave c'era una guardia che spingeva una sedia a rotelle. Sottili tubi luminosi correvano lungo la struttura, e a quei fili era collegata Cheza.
Kiba fece un passo.
«Fermo, dove vuoi andare?» Tsume lo trattenne, saldo. «Ci spareranno a vista. Non vedi come sono armati?»
Kiba serrò la mascella. Un ringhio basso gli vibrò nel petto, trattenuto a fatica.
Blue non distolse lo sguardo.
«Aspettiamo,» disse piano. «Lasciamo che finiscano. Poi saliamo.»
Tsume si voltò verso di lei, studiandola.
«Vuoi affrontare le guardie?»
Blue incrociò il suo sguardo.
«Se necessario.»
Il tempo scorreva, e con esso i preparativi giungevano al termine. Nascosti nell’ombra, i lupi avevano affinato ogni senso, trattenendo l’impulso di muoversi, pronti a cogliere l’unico istante che non avrebbero potuto permettersi di perdere.
A un certo punto, sulla rampa, comparve una donna: Cher.
Il suo volto portava i segni di un pensiero che non trovava quiete.
«Lei ancora non ricorda nulla,» disse a bassa voce, «ma Cheza mi ha detto che anche lei è necessaria… per riaprire il nostro Rakuen.»
Tsume la osservò, sorpreso. «Davvero?»
Blue guardò verso terra, poi annuì.
«Questo è un nuovo Rakuen. Ora che il sangue di lupo si è mescolato a quello dell'uomo, mi ha rivelato che entrambe le specie ne avranno accesso.»
Le parole si posarono tra loro come neve e il vento le attraversò, portandole via e lasciandone solo il peso.
Kiba e Tsume rimasero immobili, assimilando quella verità inattesa, mentre intorno a loro il mondo continuava a muoversi.
Fu allora che un suono diverso si fece strada nella notte.
Un motore.
Le luci della limousine di Darcia emersero dall’oscurità e, in quell’istante preciso, tutto trovò una direzione. Era il momento.
Non servirono segnali, né sguardi. Si mossero come un unico corpo.
La corsa fu immediata, istintiva, così rapida da sfuggire allo sguardo di chiunque. Le distanze si annullarono in pochi battiti, i corpi scivolarono tra gli uomini e le casse senza lasciare tempo per comprendere, e quando qualcuno si voltò, loro erano già sulla rampa.
La struttura cominciò a richiudersi mentre le loro sagome sparivano all’interno, inghiottite dalla luce.
L’aeronave iniziò a staccarsi da terra.
«Non solo l’esterno… anche l’interno richiama lo stile dei nobili,» osservò Kiba, lasciando scorrere lo sguardo lungo le pareti.
«È vero,» mormorò Blue.
Tsume serrò la mascella. «Vuol dire che è deciso a ripercorrere gli stessi passi.»
L’interno dell’aeronave era un intreccio insolito: tecnologia avanzata, oltre il tempo in cui vivevano, e allo stesso tempo forme, dettagli, richiami a un passato che non voleva svanire. Nulla era stato davvero dimenticato.
Meglio così.
Kiba abbassò lo sguardo per un istante. Se Darcia conservava ogni frammento della sua vita, allora avrebbe ricordato anche il dolore. Le zanne affondate nella sua carne. Il rifiuto. La fine che il Rakuen gli aveva imposto, negandolo insieme al sangue di Cheza.
Sollevò di nuovo lo sguardo.
«Questo posto è enorme,» disse Tsume, scrutando i corridoi che si diramavano. «Forse è meglio dividerci.»
Blue lo fissò, seria. «State attenti. Non siete ancora tornati del tutto lupi.»
Tsume accennò una smorfia, appena percettibile.
«Bellezza, non ho avuto bisogno di questa roba per trent’anni,» disse, con tono basso. «Posso cavarmela anche adesso.»
In un battito di ciglia, si separarono.
Ognuno prese una direzione diversa, senza bisogno di accordarsi. Era una scelta istintiva, già condivisa.
All’interno dell’aeronave, la presenza di Cheza si diffondeva ovunque. Il suo profumo saturava l’aria, si insinuava tra le pareti, rendeva difficile distinguere una direzione precisa. Kiba rallentò, concentrandosi. Non cercava più la traccia in sé, ma il punto in cui si faceva più intensa, più viva.
Blue chiuse per un istante gli occhi, poi cambiò riferimento. Tra tutte le scie, scelse quella di Cher. Più sottile, ma riconoscibile. La seguì senza esitazione.
Tsume, invece, non inseguì nulla.
Si mosse in senso opposto, lasciando che fossero gli altri due a trovare che stavano cercando. Il suo compito era un altro. Individuare le guardie e metterne fuori combattimento il numero più alto possibile.
Quest'ultimo, si immerse nei corridoi senza rallentare.
L’aeronave stava già prendendo quota. Lo si avvertiva nel modo in cui il pavimento vibrava sotto i piedi, nel ronzio profondo che attraversava le pareti, come un respiro trattenuto che cresceva poco a poco. Le luci, calde e regolari, scorrevano sopra di lui mentre avanzava.
Non cercava, ma ascoltava.
Un passo oltre l’angolo. Metallo contro tessuto. Un ritmo umano, distratto.
Si fermò un istante prima dell’incrocio, aderente alla parete. Le iridi gialle si accesero nell’ombra, immobili.
La guardia comparve senza sospetto.
Non ebbe il tempo di capire.
Tsume si mosse nel momento esatto in cui lo sguardo dell’uomo scivolava altrove. Un passo avanti, il corpo che si chiudeva su di lui, una mano alla bocca, l’altra che colpiva con precisione alla base del collo.
Il corpo cedette subito. Tsume lo accompagnò a terra senza rumore, lasciandolo scivolare contro la parete come se stesse semplicemente riposando.
Riprese a muoversi.
Il corridoio si biforcava. Scelse la direzione in cui l’aria portava più presenza.
Due questa volta.
Le voci arrivavano prima dei passi, basse, distratte. Tsume rallentò, il corpo pronto, il respiro stabile. Non c’era fretta. Solo il momento giusto.
Aspettò che uno dei due voltasse l’angolo e lo colpì prima ancora che finisse il movimento.
Un impatto secco, controllato. Il secondo si voltò di scatto, ma trovò solo un’ombra addosso. Tsume lo prese al fianco, lo sbilanciò e lo chiuse contro la parete, il colpo preciso a spegnere ogni reazione.
Due corpi, nessun suono.
Il ronzio dell’aeronave copriva tutto il resto.
Tsume si fermò un istante. Nessun allarme. Nessun segnale.
Solo il volo che continuava a salire.
Si mosse di nuovo, rapido, silenzioso, lasciandosi dietro corridoi vuoti e uomini che non si sarebbero rialzati tanto presto.
Blue si muoveva rapida. I corridoi scorrevano sotto i suoi passi leggeri, appena percettibili. La vibrazione provocata dall'aeronave per lei era un vantaggio. Ogni suono si disperdeva prima ancora di poter tradire la sua presenza.
A differenza del compagno, non cercava lo scontro ma lo evitava.
Si fermava un istante prima degli incroci, inclinando di qualche grado il capo, lasciando che l’udito e l’olfatto facessero il resto. Quando una guardia si avvicinava, cambiava direzione senza esitazione, scivolando lungo percorsi secondari, restando sempre un passo fuori dal loro campo visivo.
Gli occhi blu, lucidi nell’ombra, osservavano tutto.
La traccia olfattiva le suggeriva che Cher era lì da qualche. Essa procedeva lungo i corridoi con una direzione precisa, come se non avesse mai esitato.
Blue la seguì.
Passò accanto a una porta socchiusa, rallentò quando due uomini si fermarono poco più avanti, poi deviò senza rumore in un passaggio laterale fino ad arrestarsi davanti alla porta di uno degli alloggi privati.
Blue si fermò. Per un istante rimase immobile, lo sguardo fisso, il respiro calmo. Poi sollevò una mano e bussò.
Dall’interno arrivò un movimento, incerto dai passi leggeri.
La porta si aprì e Cher comparve sulla soglia.
I capelli biondi le incorniciavano il volto, ancora attraversato da pensieri che non avevano trovato risposta. Ma quando vide chi aveva davanti, tutto si fermò.
Rimase immobile, la bocca socchiusa.
Blue non disse nulla. Restò lì, sotto la luce tenue del corridoio, il cappotto nero fermo contro il corpo, gli occhi puntati su di lei.
Come se quel momento fosse sempre stato destinato ad arrivare.
«Che ci fai qui?» balbettò Cher.
Fece per voltarsi verso il pannello d’allarme, ma Blue fu più veloce. Le afferrò il polso e, con un movimento deciso, la spinse all’interno. La porta si richiuse alle loro spalle con uno scatto secco, mentre la mano di Blue le copriva la bocca, impedendole di gridare.
Rimasero così solo per un istante.
Poi Blue allentò la presa.
«Voglio solo parlarti,» disse a bassa voce. «Ti prego… poi me ne andrò.» Esitò. «Anche se spero che verrai con me.»
Cher si divincolò e arretrò di qualche passo, fino a urtare contro la scrivania. Il respiro era corto, lo sguardo acceso, teso tra paura e rabbia.
«Cosa vuoi da me?» chiese. «E perché dovrei seguirti?»
Blue non distolse gli occhi. «Perché sei mia amica.» Disse. «Solo che non lo ricordi.»
Cher lasciò sfuggire un suono amaro. «Amiche? Per più di dieci anni ti ho osservata, chiusa dentro quella sfera. Non hai mai dato segno di coscienza.»
Blue si corrucciò, come se stesse scegliendo con cura le parole.
«Cheza mi teneva nel suo sogno. Era l’unico modo per proteggermi dall’oblio. E io proteggevo lei… perché nessuno cercasse di forzare il Rakuen prima del tempo.»
Cher strinse le labbra.
«Allora perché te ne sei andata?» ribatté. «Perché l’hai lasciata sola?»
«Perché me lo ha chiesto lei.» La voce di Blue rimase calma. «I nostri amici avevano bisogno di me.»
Le sopracciglia di Cher si inarcarono un po'. «Vuol dire che sono qui?» chiese, con un filo di tensione che tornava a farsi strada. Tentò di nuovo di raggiungere il pannello, ma Blue le si parò davanti.
«Ascoltami.» Si avvinò di passo e assottigliò lo sguardo, mentre le parole successive vennero pronunciate lentamente. «Tu sei una rinata. Sei una di noi.»
Le pupille di Cher si strinsero. Il cuore prese a battere più forte, quasi doloroso. Istintivamente portò la mano al ciondolo che portava al collo, stringendolo.
«No…» scosse il capo. «Io non… Lord Darcia non mentirebbe su questo. Nessun umano senza sangue di lupo può aspirare alla rinascita.»
Blue si rabbuiò.
«Ti ha convinta davvero.» Un respiro lento. «Ma tra poco riprenderemo Cheza. E se vuoi capire chi sei davvero… allora vieni con noi.»
Cher scosse di nuovo la testa, con più forza, come se quella possibilità fosse qualcosa che la sua mente non poteva permettersi di accettare.
Kiba avanzava senza rallentare.
Il profumo di Cheza guidava ogni passo, più forte di qualsiasi pensiero. Non era una traccia da seguire, ma una presenza che lo chiamava, che si faceva sempre più chiara man mano che si addentrava nei corridoi dell’aeronave.
Le iridi azzurre, tese e luminose, fissavano lo spazio davanti a lui.
Un anno prima quel richiamo si era intensificato, trascinandolo fino a Freeze City. Aveva segnato tutto. Il risveglio, gli incontri, il cammino che li aveva riuniti. E ora… ora sentiva che quel percorso stava arrivando a compimento.
Era lì. Non poteva fermarsi.
Una guardia sbucò da un corridoio laterale. Kiba non esitò. Si lanciò avanti e la colpì con un pugno secco, mandandola a terra. Un’altra cercò di reagire, ma fu travolta da un calcio che la fece arretrare contro la parete.
Non si fermò a controllare e proseguì.
Il respiro era più rapido, il battito più forte. L’urgenza lo spingeva avanti, oltre ogni cautela.
Ma fu proprio quell’impulso a tradirlo.
Alle sue spalle, una delle guardie si mosse e poco dopo echeggiò il suono acuto dell’allarme.
Kiba serrò i denti. Ormai non importava più.
Accelerò.
Il pannello era lì, a pochi passi. Dall’altra parte… lo sentiva. Non più solo un odore, ma qualcosa che gli attraversava il petto, che lo chiamava con una forza impossibile da ignorare.
Cheza.
Due guardie gli sbarrarono la strada. Non rallentò.
Il primo colpo fu diretto, violento. Un pugno che fece piegare l’uomo su se stesso. Il secondo cercò di afferrarlo, ma Kiba si divincolò e rispose con un calcio che lo mandò a terra.
Si chinò poi rapido e strappò il tesserino dalla divisa di uno dei due. Si voltò subito verso la porta stagna.
Lo strisciò nel lettore e la serratura scattò.
La porta si aprì e l’odore dei fiori della luna gli riempì i polmoni e gli attraversò il sangue. Il cuore accelerò, battendo con forza, mentre ogni fibra del suo corpo rispondeva a quel richiamo.
Era lì.
Finalmente.
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Hubb ed Hige avanzarono seguendo la traccia che il ragazzo aveva intercettato, risalendo il primo piano fino alla porta di servizio più vicina allo studio di Darcia.
Proprio mentre stavano per uscire, una figura attraversò il corridoio.
Edward.
Il maggiordomo passò con il suo passo misurato, impeccabile.
Hubb reagì d’istinto. Afferrò Hige per il colletto e lo tirò indietro, un attimo prima che potesse esporsi. Restarono immobili, trattenendo il respiro, mentre l’uomo proseguiva senza voltarsi.
Solo quando i passi si dissolsero, lasciarono andare la tensione.
Era mancato davvero poco.
I loro sguardi tornarono subito vigili. Ormai erano vicini.
Scivolarono fuori dalla porta e avanzarono per pochi metri, poi girarono l’angolo. Davanti a loro, finalmente, la porta dello studio.
Hubb si fermò.
«Strano…» mormorò, accigliandosi. «È questo lo studio, giusto? Non ti sembra… ci sia qualcosa di "anomalo"?»
Hige sollevò un sopracciglio, poi abbassò lo sguardo sullo schermo della piantina. Rimase in silenzio un istante, quindi annuì lentamente.
«Sì… è vero.»
Hige abbassò la maniglia, ma prima che potesse entrare, Hubb gli fece cenno di fermarsi.
L'uomo aveva colto un dettaglio, quasi invisibile a chi non aveva un occhio esperto: una piccola lente incastonata in una statuetta nera, posata sopra la scaffalatura.
Si abbassarono entrambi, rimanendo compressi in quell’angolo cieco, immobili, mentre sopra di loro l’occhio silenzioso continuava a osservare senza vederli.
«Si erano concentrati qui, giusto?» disse Hige, facendosi passare il cellulare.
Scorse la piantina solo per un istante, poi sollevò il capo e inspirò lentamente. L’aria, in quel punto, era diversa. C'era qualcosa di trattenuto, come se oltre quella parete ci fosse uno spazio che non voleva essere trovato.
Anche Hubb si avvicinò, seguendo il suo sguardo.
«C’è qualcosa,» mormorò, più a sé stesso che a lui.
Provò allora a cercare nella scrivania, aprendo con cautela i cassetti, nella speranza di trovare un comando, un meccanismo nascosto. Ma al posto di dispositivi trovò solo fogli. Disegni ripetuti con cura quasi ossessiva.
Entrambi si fermarono, senza dirselo, a guardarli. Linee precise, uno stesso volto che tornava ancora e ancora, come se chi li aveva tracciati non fosse riuscito a liberarsene.
Hubb ne sollevò uno, facendolo scorrere tra le dita.
Quel semplice fruscio bastò.
Hige deglutì.
«Che c’è?» chiese subito il detective, cogliendo il cambiamento.
Per un attimo Hige non rispose. Restò a fissare quel foglio, come se qualcosa si fosse insinuato tra quelle linee.
«Mi è sembrato…» disse infine, a bassa voce, «di sentire l’odore di Misha.»
Hubb si accigliò, ma non insistette. Si limitò a dare un’ultima occhiata attorno.
«È probabile allora che siamo sulla strada giusta,» disse. «Ma adesso concentriamoci. Qualunque cosa abbiano trovato, è qui.»
Hige annuì, chiudendo gli occhi per un istante. Quando li riaprì, lasciò che ogni distrazione svanisse.
Lo sguardo scivolò sulla libreria.
I libri erano ancora fuori posto, rovesciati come li aveva lasciati Kiba. Il suo odore era rimasto lì, sottile ma riconoscibile.
Anche se non ovunque: uno di quei volumi era diverso. Non per la posizione, ma per ciò che portava addosso. Un odore deciso. Darcia.
Hige allungò la mano senza esitazione.
Un istante di silenzio.
Poi... clac.
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Toboe si svegliò di colpo, attraversato da un brivido freddo.
Si passò una mano sugli occhi, ancora intorpidito, poi si voltò.
La porta d’ingresso era aperta.
Per un istante rimase immobile, come se il sonno stesse ancora cercando di trattenerlo. Poi si sollevò di scatto dal divano.
«Misha? Hige?» chiamò, la voce ancora incerta.
Attraversò l’appartamento, affacciandosi nella camera da letto, poi nelle altre stanze.
Non c'era nessuno.
Il suo sguardo si fece subito più teso. Tornò all’ingresso, afferrò la giacca e le chiavi rimaste appese al gancio, ma quando fece per scendere qualcosa lo fermò.
Una sensazione che però non gli indicava le scale che scendevano, ma da quelle che salivano.
Esitò solo un attimo, poi si voltò e iniziò a salire. All’inizio piano, come se si aspettasse di trovaare già qualcuno al piano successivo. Ma più avanzava, più quella traccia si faceva chiara, come se lo stesse chiamando.
Un piano dopo l’altro, sempre più forte, finché non arrivò al tetto.
La porta di metallo era socchiusa, mossa dal vento che la faceva sbattere piano, a intervalli irregolari.
Toboe deglutì, ma non rallentò. Allungò la mano e la spalancò.
E la vide.
Sua sorella era lì, in piedi, immobile, mentre lo sguardo si perdeva oltre i tetti, verso un orizzonte che sembrava chiamarla. Il vento freddo le muoveva la vestaglia leggera, facendola ondeggiare attorno al corpo, e i suoi piedi nudi affondavano nella neve senza che lei mostrasse il minimo segno di disagio, come se quel gelo non riuscisse a colpirla.
Toboe si portò un braccio davanti al volto, proteggendosi dalla folata che gli colpì il viso, e per un attimo esitò, spiazzato da quella presenza così diversa da come l’aveva lasciata poco prima.
«Misha, ma che stai facendo qui fuori?» chiamò, alzando la voce per farsi sentire sopra il vento.
Quando lei si voltò, rimase fermo, incapace di muoversi, perché quegli occhi… li conosceva già. Li aveva visti quella notte, la notte in cui tutto era cambiato. Occhi di lupo.
Deglutì, cercando di ritrovare un appiglio nella realtà, e fece un passo avanti, incerto.
«Perché sei qui sopra?» chiese, la voce più bassa, più fragile.
Misha non rispose subito. Lo osservò in silenzio, con quella stessa espressione assorta che non lasciava trasparire nulla, poi sollevò lentamente una mano verso di lui, in un gesto semplice, come se lo stesse invitando ad avvicinarsi.
Toboe allungò la mano, esitante solo un istante, e quando le sue dita si chiusero attorno a quelle di Misha sentì qualcosa cambiare. Non fu solo il contatto. Fu più profondo. Il sangue prese a scorrere più veloce, come se quel gesto avesse risvegliato qualcosa che era sempre rimasto in attesa.
Sollevò lo sguardo, i loro occhi si incontrarono... e in quell’istante la riconobbe davvero.
Si conoscevano da quasi un anno, eppure quella sensazione non apparteneva a quel tempo. Era più antica, più radicata, come un ricordo che non aveva mai avuto bisogno di parole. Non era solo in quella vita che loro due si erano incontrati.
Misha lo osservava senza esitazione, con quella calma distante che sembrava attraversarla.
«Il lupo bianco sta tentando di salvarla…» disse, la voce bassa, come se non appartenesse del tutto a lei. «Ma fallirà ancora.»
Toboe si accigliò, stringendo appena la presa.
«Perché fallirà?»
Per un attimo il vento riempì il silenzio tra loro, facendo vibrare il tessuto leggero della sua veste.
«Perché non è ancora il momento,» rispose Misha. «E questo Cheza lo sa.»
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Kiba crollò in ginocchio.
Le forze lo abbandonarono all’improvviso, come se il corpo non fosse più in grado di sostenere ciò che stava vivendo. Era a un passo da lei. Da quella presenza che aveva inseguito oltre il tempo, oltre la morte stessa. Aveva dato tutto per ritrovarla, aveva seguito quel richiamo senza mai fermarsi, attraversando il mondo finché i fiori non lo avevano guidato di nuovo a lei.
Finché Cheza non lo aveva richiamato.
Lei sorrise. Un sorriso lieve, immutato.
Allungò una mano e gli sfiorò i capelli. Il tocco delle sue dita, delicate e sottili, bastò a travolgerlo. Un calore antico, familiare, gli attraversò il corpo, sciogliendo ogni tensione. Per un attimo, tutto il resto svanì. Le luci rosse, l’allarme che riempiva i corridoi, il rumore lontano degli scontri… nulla aveva più importanza.
Era arrivato.
«Fermati, Kiba.»
La sua voce lo raggiunse proprio mentre cercava di sollevarla.
Il gesto si arrestò.
La guardò, incredulo.
«Non puoi prenderla ora,» disse Cheza, con dolcezza, ma senza esitazione.
«Di cosa stai parlando?» ribatté lui, la voce spezzata. «Sono qui. Davanti a te.»
Lei lo osservò con tenerezza.
«E lei ti ringrazia… per non averla dimenticata.» Un respiro leggero. «Ma devi lasciarla qui.»
Le sue parole lo colpirono più di qualsiasi ferita.
«Non puoi chiedermelo,» sussurrò, scuotendo il capo. «Perché?»
«Perché non sei ancora pronto,» rispose Cheza, e nel suo sguardo passò un’ombra lieve. «E anche per altro.»
«Non c’è più tempo,» insistette Kiba, cercando di afferrarla di nuovo, ma lei si sottrasse con un movimento gentile.
La disperazione gli attraversò il volto.
«Ho attraversato ere per ritrovarti…» la voce gli tremò. «Ho mantenuto la promessa. Perché?»
Intorno a loro, il rumore cresceva. L’aeronave si stava riempiendo di caos.
Da qualche parte, Tsume combatteva ormai senza più nascondersi. E poco distante, Blue e Cher avevano interrotto il loro confronto, richiamate dall’allarme che lampeggiava sulle pareti.
Ma lì, in quello spazio sospeso, il tempo sembrava muoversi in modo diverso.
«Lei ti ha chiamata, è vero…» disse Cheza, piano. «Ma quello era prima.»
Kiba sollevò lo sguardo, smarrito.
«Ora c’è altro da fare. Prima devi risvegliarti completamente…» si fermò un istante, «e poi dovrai imparare a perdonare.»
Le lacrime gli scivolarono sul volto, calde, incontrollate. Chinò il capo, incapace di sostenerne il peso.
Cheza gli sollevò il mento con due dita. Il suo tocco era leggero, ma fermo.
«Non sai che gioia sia rivederti,» sussurrò. «Il suo cuore batte forte… ma ti chiede di perdonarla.»
Trattenne il respiro un istante.
«Non è ancora il momento.» I suoi occhi si fecero più intensi. «Ti prego, vai. Fuggi ora.»
La mano si ritirò lentamente.
«Ci rivedremo. Te lo prometto.»
Tsume lo intercettò nel corridoio mentre tornava indietro.
Gli bastò uno sguardo per capire che qualcosa non andava. Gli occhi di Kiba erano arrossati, il respiro irregolare, come se stesse ancora trattenendo qualcosa che non riusciva a dire.
«Non l’hai trovata?» chiese, senza smettere di muoversi. Con un gesto rapido mise fuori gioco un’altra guardia che si era avvicinata troppo.
Kiba serrò i pugni. Il labbro gli tremò.
«Lei…» la voce gli si incrinò, «lei non è voluta venire.»
Tsume si voltò di scatto verso di lui, lo sguardo duro.
«Ma che diavolo stai dicendo?»
Non fece in tempo ad aggiungere altro.
«Ragazzi, qui si mette male!»
La voce di Blue li raggiunse di corsa. Arrivò con il fiato corto, fermandosi accanto a loro, lo sguardo già allerta.
«Kiba, l’hai trovata?»
Kiba sussultò, come richiamato all’improvviso.
Tsume rispose al posto suo, senza distogliere gli occhi da lui.
«Sì, ma non è voluta venire.»
Blue inarcò le sopracciglia, sorpresa, ma non fece domande. Il tempo per capire era già finito.
Intorno a loro, l’aeronave vibrava più intensamente. L’allarme continuava a risuonare, e i passi delle guardie si moltiplicavano nei corridoi.
«Dobbiamo muoverci,» disse, tornando subito pratica. «dobbiamo raggiungere la sala di comando o le scialuppe.»
Ma non appena svoltarono l'angolo, si arrestarono di colpo.
Al centro del corridoio, circondato dai suoi uomini, stava Darcia.
Nonostante il braccio fasciato, la sua presenza restava intatta, quasi intoccabile. Il completo scuro, impeccabile, i capelli pettinati all’indietro, lo sguardo che sembrava già sapere.
Si sfiorò lentamente la benda sull’occhio, come se ascoltasse qualcosa che solo lui poteva percepire.
«Sapevo che questo mio occhio non mi avrebbe tradito…» disse, con voce calma. «I miei vecchi compagni.»
«Noi non siamo tuoi compagni,» sbottò Kiba, portandosi subito in posizione, il corpo teso.
Un’ombra attraversò lo sguardo di Darcia. «Siete venuti per lei, non è vero?» Un accenno di sorriso, appena percettibile. «Mi dispiace. Qui finisce la vostra corsa.»
La luce rossa dell’allarme pulsava senza tregua, tingendo il corridoio di riflessi intermittenti, come se il tempo stesso stesse vacillando attorno a loro.
Tsume non si mosse di un passo, lo sguardo fisso su Darcia, le parole gli uscirono basse e taglienti, cariche di una sfida che non cercava più di trattenere.
«Ah sì? E cosa pensi di fare… rinchiuderci di nuovo in un laboratorio, visto che la polizia non ci è riuscita?»
Darcia lo osservò con calma, quasi con pazienza, come se quella reazione fosse prevista, già vissuta altrove, in un altro tempo.
«Se sarà necessario… per il tempo che servirà.»
Kiba strinse la mascella, avanzando di mezzo passo. «Per cosa? Per spezzare ancora quel sigillo e trascinarci nel tuo Rakuen distorto?»
Un’ombra attraversò lo sguardo dell’uomo, qualcosa di antico, che non apparteneva più solo a quel momento. Quando parlò, la sua voce si fece più bassa, come se stesse riportando alla luce un ricordo che non aveva mai smesso di esistere.
«Ere fa vi offrii di venire con me. Di varcare insieme quelle porte.»
Il suo sguardo passò da uno all’altro.
«Siete stati voi a scegliere di combattere.» Un breve silenzio, poi un lieve accenno del capo. «Questa volta… non vi sarà concessa quella possibilità.»
Il gesto che seguì fu minimo, eppure bastò.
Gli uomini si disposero davanti a lui e il corridoio esplose nel rumore degli spari. I proiettili fendevano l’aria e colpivano il metallo con violenza, ma i tre si erano già mossi. I loro corpi reagirono e presero traiettorie diverse che si aprivano e si richiudevano nello stesso istante, evitando la raffica per pochi centimetri.
Atterrarono senza perdere slancio e si lanciarono nella direzione opposta, correndo tra le luci intermittenti e il rombo dell’aeronave che continuava a salire.
Non c’era più spazio per esitare.
Alle loro spalle, la voce di Darcia li seguì, limpida, in contrasto con il caos.
«Potete correre quanto volete.» Non alzò il tono, non ne aveva bisogno. «Ma i nostri destini sono legati. Perciò, lupi… fate ciò che vi riesce meglio.»
La luce rossa gli attraversò il volto, spezzandolo in ombra e bagliore.
«Sopravvivete. Con le unghie e con i denti.
Diventate più forti… lasciate che il vostro sangue si accenda.»
Il suo sguardo si fece più profondo.
«E poi… tornate da me.»
Con il cuore in gola, Blue, Tsume e Kiba corsero lungo l’aeronave, schivando i colpi e cercando quella via di fuga che, in ogni caso, avrebbero dovuto trovare. Solo che avrebbero dovuto farlo con Cheza al loro fianco. Ma Cheza si era rifiutata, e così quella corsa che sarebbe dovuta essere sostenuta dal coraggio e dal trionfo si trasformò presto in qualcosa di più amaro, disperato.
Non c’era tempo per fermarsi a pensare. Ora contava solo sopravvivere.
All’improvviso persero l’equilibrio. L’aeronave emise un suono doloroso, qualcosa che solo i lupi potevano percepire davvero. Era acuto, profondo, così intenso da sembrare capace di lacerare l’anima.
Tsume ringhiò e afferrò Blue per un braccio, aiutandola a rialzarsi prima che cadesse del tutto.
«Non fermiamoci,» disse Kiba, sforzandosi di restare in piedi nonostante il dolore lancinante che gli martellava i timpani.
Le voci dei nemici erano già alle loro spalle.
Ripresero a correre e imboccarono un nuovo corridoio, nella speranza di trovare almeno un rifugio. Ma davanti a loro comparve Cher, ferma, con una pistola puntata.
«Lasciaci passare, ti prego,» disse Blue, con il fiato corto.
Cher non rispose. Le labbra serrate, lo sguardo teso, l’arma salda tra le mani.
Blue avanzò barcollando, le braccia leggermente aperte.
Cher fece un passo indietro e Blue avanzò ancora.
Il suo sguardo era intenso, e quello di Cher iniziò a incrinarsi, sempre più scosso.
«Cher…» mormorò.
A quel punto la dottoressa abbassò la pistola e chinò il capo. Si voltò, si avvicinò a un pannello e digitò rapidamente una sequenza.
La porta stagna si aprì.
«Lì c’è una scialuppa con il pilota automatico,» disse. «Potrete scendere in sicurezza. Basta premere un tasto.»
«Grazie,» rispose Blue, con gratitudine, cercando di posarle una mano sulla spalla.
Cher si scostò bruscamente.
«Vieni con noi.»
«No…» scosse il capo. «Io sono una fedele servitrice della famiglia Darcia. Non lo tradirò solo perché una sconosciuta me lo chiede.»
«Andiamo, Blue!» disse Kiba, afferrandola per il polso.
Blue si lasciò trascinare via, ma prima si voltò ancora verso Cher, con uno sguardo carico di qualcosa che non aveva ancora trovato risposta.
Delle luci lampeggianti anticiparono la capsula che veniva espulsa dalla struttura. Ai lati della scialuppa si accesero dei razzi che ne accompagnarono la discesa per diversi metri, finché il sensore non rilevò l’altezza adeguata; a quel punto si spensero e, subito dopo, si dispiegarono degli airbag per attutire l’impatto.
All’interno, i tre rimasero ancorati ai sedili, trattenendo il respiro mentre cercavano di resistere alle sollecitazioni della caduta. Una volta a terra, la capsula eiettò il pannello di sicurezza e loro poterono uscire.
L’aeronave era ormai lontana e di essa non restava che una piccola sagoma scura nel cielo, distinguibile solo grazie alle luci di posizione.
Kiba iniziò subito a correre, come se potesse ancora inseguirla, ma dopo pochi passi barcollò e fu costretto a fermarsi.
L’urlo che gli sfuggì fece tremare il cuore di Tsume e Blue.
«Blue, perché ha detto di no? Tu lo sai?» chiese ringhioso, dando loro le spalle, il corpo rigido, attraversato dalla tensione.
«Non lo so… non so perché abbia deciso questo,» rispose lei, la voce spezzata.
Kiba serrò i pugni. «Vuole che siamo pronti,» disse, come se stesse dando una risposta prima a sé stesso. «Va bene. La prossima volta lo saremo davvero.»
All’interno dell’aeronave, Cheza si alzò e si affacciò all’oblò; i tubi collegati al suo corpo si mossero insieme a lei. Lo sentiva, anche se ormai era di nuovo a chilometri di distanza.
Stava crescendo.
Sotto il cielo notturno, lo sguardo di Kiba restava rivolto verso l’alto, carico di una promessa silenziosa, mentre i suoi occhi di lupo brillavano nella notte.
Wolf's Rain OST - Tell Me What the Rain Knows ( https://www.youtube.com/watch?v=dZT39fk3KtI&list=RDdZT39fk3KtI&start_radio=1 )
Tell me what the rain knows
Dimmi cosa custodisce la pioggia
O are these the Tears of Ages
Se è memoria antica che cade dal cielo
That wash away the Wolf’s Way
che cancella ogni sentiero del lupo
And leave not a trace of the day?
senza lasciare più traccia del giorno
Tell me what the rain knows
Dimmi cosa porta con sé la pioggia
O is this the flood of fortune
Se è destino che si riversa addosso
That pours itself upon me?
una piena che mi travolge senza chiedere
O see how I drown in this sea
e guarda come affondo in questo mare
Hark, hear the howl that eats the moon alive
Ascolta, un ululato divora la luna
Your fur is on fire
il tuo manto arde senza salvezza
The smoke turns the whole sky raven black
e il fumo inghiotte il cielo fino al nero assoluto
And the world upon your back will crack
il peso che porti… si spezzerà
Where will you go, now you’ve no home?
dove andrai, ora che non hai più una casa?
That wash away the Wolf’s Way. Tell me what the rain knows
che cancella il sentiero del lupo. Dimmi cosa sa la pioggia
O are these the Tears of Ages
Se davvero è fatta di lacrime antiche
That wash away the Wolf’s Way
che cancellano ogni strada conosciuta
And leave not a trace of the day?
fino a non lasciare più nulla di ieri
Tell me what the rain knows
Dimmi cosa porta con sé la pioggia
O is this the flood of fortune
Se è sorte che cade su di me
That pours itself upon me?
come un destino da cui non si sfugge
O see how I drown in this sea
e io continuo a sprofondare
Hark, hear the howl that eats the moon alive
Ascolta ancora, l’ululato divora la luna
Your fur is on fire
il tuo corpo brucia nella tempesta
The smoke turns the whole sky raven black
e il cielo si chiude sopra di te
And the world upon your back will crack
e il mondo che reggevi si incrina
Where will you go now you’ve no home?
dove andrai adesso che non hai più nulla?
Let the rain wash away your last days
lascia che la pioggia porti via anche gli ultimi giorni
Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.