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Creato il 10/07/2026, 21:37 · Aggiornato il 10/07/2026, 21:37

Capitolo 29: Il messaggio dei fiori - Parte 4

@ladyele1991LadyEle1991
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Misha mosse appena gli occhi sotto le palpebre prima di riprendere conoscenza. La luce gialla della lampada sopra la sua testa le punse la vista e la fece contrarre in una smorfia.

«Ah! Si sta riprendendo!» esclamò Toboe.

«Menomale!» aggiunse Hige.

Quando riuscì finalmente a mettere a fuoco, si ritrovò ai lati del letto i loro volti, illuminati da un misto di ansia e speranza.

«Chi siete voi?» chiese.

Toboe e Hige sbiancarono, ma fu solo per un attimo. Misha non riuscì a trattenere un sorriso. «Vi prendevo in giro.»

I due tirarono un lungo sospiro di sollievo.

«Non potrei mai dimenticarmi di voi, ho una memoria di ferro.» Anche fin troppo, pensò, ma lo tenne per sé.

Nel momento in cui era svenuta, qualcosa si era riattivato dentro di lei. Aveva iniziato a ricordare frammenti della sua vita precedente… e non erano ricordi gentili. Però, finalmente, molti tasselli stavano tornando al loro posto.

«Da quanto tempo sono qui?» chiese Misha.

«Non molte ore, è ancora giorno» rispose Hige. «Ne hanno portati tanti in ospedale...»

Misha strinse la mano di entrambi, soffermandosi in particolare sulla medaglia ancora al collo di Toboe. «E voi come state? Non vi siete fatti niente?»

«Ci vuole ben altro per abbatterci!» disse Hige con orgoglio, passandosi il dito sotto il naso e facendole l’occhiolino.

«Per questo siamo potuti rimanere entrambi qui accanto a te per tutto il tempo» aggiunse Toboe.

«Sì, e tra poco io a te ti rinomino in rubrica “Steve”! » sbottò Hige all’improvviso, irritato.

Toboe colse subito la citazione, inarcò le sopracciglia e si indignò. «Sappi che il sentimento è reciproco!»

Misha si lasciò andare a una risata nervosa. Il mal di testa che non le aveva provocato l’urto glielo stavano facendo venire loro.

Poi, però, il pensiero tornò a ciò che era successo.

«Ma Darcia… come sta?»

Hige si rabbuiò, mentre Toboe, nel sentirlo nominare, assunse un’espressione confusa. Quell’uomo, quello che gli era stato descritto come un nemico nella loro vita passata… si era preso una pallottola per proteggerlo.

«Si trova in un ospedale privato, credo… non saprei» rispose infine Toboe.

«Accendiamo il notiziario» disse Misha, decisa.

«Misha…» sussurrò Hige.

Lei non lo guardò. I suoi occhi erano già fissi sul televisore.

Hige sospirò e si avvicinò al braccio dove era agganciato il dispositivo, recuperando il telecomando.

«Buonasera, ci giungono finalmente notizie sulle condizioni del signor Darcia, che durante l’inaugurazione per la riapertura dell’orfanotrofio statale è stato vittima di un attentato.»

Sul televisore scorsero le immagini girate dai presenti: da diverse angolazioni si vedeva Darcia voltarsi all’improvviso, fare da scudo a Toboe e poi venire portato via dalle guardie del corpo.

«Il CEO delle Darcia Industries si è rivelato ancora una volta un eroe per i cittadini di Freeze City.»

«I giornalisti volevano riempirmi di domande» sospirò Toboe. «Per fortuna la direttrice è riuscita a portarmi via, altrimenti non sarei potuto venire qui.»

Ma quando sullo schermo comparvero di nuovo le foto di Tsume e Kiba, Hige scattò in piedi, allarmato.

«Si sospetta che dietro questo nuovo attacco ci siano ancora questi due ricercati, tuttora latitanti. Le forze dell’ordine si stanno muovendo in massa per individuare questi pericolosi criminali.»

Le immagini cambiarono, mostrando l’avvocato che parlava a nome di Darcia.

«Posso assicurarvi, dalle ultime comunicazioni dei medici, che Lord Darcia non è in pericolo di vita. L’operazione è andata bene, e il proiettile non ha colpito punti vitali. Stiamo collaborando con le autorità per individuare al più presto i responsabili di questo efferato attentato.»

«Quanto scommettiamo che si è fatto sparare apposta?» sbottò Hige, il volto acceso dalla rabbia.

Misha lo guardò, sorpresa. «Chi farebbe mai una cosa del genere?»

«Non lo so… magari qualcuno che vuole farsi bello con una persona in particolare.»

Misha si accigliò, cogliendo il riferimento. «Adesso basta. Ti sei fatto trascinare da Kiba e Tsume. Ma da quanto tempo non li vedi? Se non hanno nulla da nascondere, perché non si fanno vivi con noi?»

Hige serrò i pugni. «Tu non sai quanto mi stai deludendo.» La voce gli si incrinò. «Io faccio di tutto per sostenerti… e tu continui a ignorare la realtà.»

Era come se qualcosa che covava da tempo fosse esploso tutto insieme.

Sotto la garza, la ferita di Misha iniziò a pulsare.

«Hige, calmati…» intervenne Toboe. «Misha si è appena risvegliata, non puoi agitarti così.»

«E tu da che parte stai?» ribatté lui, cercando di controllare il respiro. «Te l’ho raccontata anche a te la storia. Non provi nemmeno un briciolo di odio per quell’uomo?»

Abbassò appena la voce, consapevole di essersi spinto troppo oltre.

«Quell’uomo ci ha uccisi. Tutti. Questo non conta niente per te, Misha?»

«Certo che conta!» sbottò lei. «Sapere cosa vi è successo…» strinse gli occhi. «Ma cerca di capirmi… io…»

«Non voglio capirti. Non più.»

Hige si allontanò di scatto.

Fece per uscire, ma Toboe gli si parò davanti, allargando le braccia davanti alla porta. La differenza di altezza era evidente, ma non arretrò.

«Fammi passare.»

«No!» rispose Toboe, deciso. «Non puoi esplodere così e poi andartene come niente fosse. Hai aspettato qui con me per ore… solo per finire in questo modo?»

Hige chiuse gli occhi e si morse il labbro.

«Ti ho fatto così preoccupare, vero?» disse Misha a bassa voce, gli occhi lucidi mentre stringeva la coperta. «Sappi che ero cosciente di ogni momento in cui mi sei stato accanto. Non l’ho mai dato per scontato.»

Hige si voltò verso di lei.

Toboe ne approfittò per spingerlo leggermente in avanti. «Adesso voi due chiarite. Anche se devo chiudervi qui dentro a chiave.»

Poi si chiuse la porta alle spalle e si sentì un click.

«Ehi! Ma questo ci ha davvero chiuso dentro!» esclamò Hige.

«Puoi anche sfondarla, se vuoi… per noi non sarebbe un problema» disse Misha a bassa voce.

Hige tornò a guardarla. Lei teneva lo sguardo rivolto alla finestra, dove la neve scendeva lenta, silenziosa.

«Mi sto facendo odiare anche io, vero?» aggiunse. Non era davvero una domanda.

«Io non ti odio…» rispose lui, più calmo. «È che non riesco a capire. Perché lo difendi? Perché non lo blocchi ovunque, ora che sai chi è?»

«Perché semplicemente non posso.»

«Perché non puoi?»

Misha aprì appena la bocca per rispondere… ma si fermò.

Per un attimo, il suo sguardo cambiò. Come se stesse cercando davvero una risposta, come se nemmeno lei riuscisse ad afferrarla del tutto.

Poi abbassò gli occhi.

«Non te lo so dire.»

Hige fece un passo avanti. Il respiro rallentò, nel tentativo di contenere quello che stava provando.

«Forse…» disse lei, piano, «perché anche io non sono una brava persona.»

Quelle parole gli colpirono qualcosa dentro e gli tornarono in mente le parole di Lebowski: Misha non era nel racconto.

Allora… quale era stata la sua storia?

Hige sostenne il suo sguardo azzurro, ma vi lesse qualcosa di diverso.

Forse era la botta.

Forse la luna rossa.

O forse… era lui che non riusciva più a guardarla come prima.

Si conoscevano da quasi un anno, e mai avrebbe immaginato che da quell’incontro sarebbero scaturiti eventi simili.

«Forse mi hai idealizzata troppo.»

Le parole di Misha gli arrivarono come un fulmine.

Hige abbassò lo sguardo. La rabbia che lo aveva acceso poco prima si spense di colpo, lasciando solo un vuoto pesante.

Si era sfogato e adesso restava soltanto il silenzio. Un silenzio carico, scomodo.

La ragazza si portò improvvisamente una mano alla tempia, attraversata da una fitta di dolore. Hige fece un passo avanti, già pronto ad aiutarla, ma Misha sollevò la mano per fermarlo.

«È solo un graffio.»

Hige si fermò, poi tornò lentamente a sedersi sulla sedia. Sembrava svuotato, come se tutta l’energia di poco prima lo avesse abbandonato di colpo.

«Hige… tu mi ami?»

La domanda lo colse alla sprovvista. Arrossì appena. «C-certo.»

Misha lo guardò con serietà. «Allora, per favore, rispetta i miei silenzi. Se io decido di rimanere accanto a quell’uomo, anche se tu hai tutte le tue motivazioni per non accettarlo… non chiedermi continuamente di spiegarmi.»

Hige strinse appena le labbra. «Come posso non farlo, sapendo che così ti metti in pericolo da sola?»

«Perché so badare a me stessa!» rispose lei, accigliandosi. «E non viviamo più nel vecchio mondo. Questa è una nuova vita.»

«Ci sono cose che non cambiano.»

«Ne sei convinto?»

Hige annuì.

Misha abbassò lo sguardo, come se quella risposta pesasse più di quanto volesse ammettere.

«Allora… se è così… forse noi due…»

Hige sentì una fitta al petto.

Non gli piaceva affatto dove quel discorso stava andando.

La serratura della porta scattò.

Entrambi alzarono lo sguardo.

«Toboe, che succede?» chiese Hige, con un leggero sollievo nel tono.

«C’è qui il detective Lebowski» rispose il ragazzo, facendo poi entrare l’uomo in completo grigio e con il solito cappello.

«Sembra che le nostre strade non smettano mai di incrociarsi!» esclamò il detective. Il sorriso, però, gli si spense appena incrociò i loro volti. «Spero di non aver interrotto niente.»

«Ci dica pure, detective» disse Misha, con tono calmo.

«A quanto pare questa faccenda aspettava proprio il mio ritorno in servizio.»

«È qui per sentire le nostre deposizioni?»

«Sì. Ho appena parlato con Toboe, ora mi piacerebbe sapere cosa avete visto voi due.»

«Assolutamente niente» rispose Misha, senza esitazione.

Lebowski si accigliò appena, ma annuì, poi spostò lo sguardo su Hige.

Il ragazzo ripensò per un attimo a quella figura sconosciuta che lo aveva aiutato a rialzarsi… ma a parte quello, non aveva nulla da aggiungere.

E, per una volta, quello che pensava davvero lo tenne per sé.

Dopo aver raccolto tutto ciò che i ragazzi ricordavano, fece cenno a Hige di seguirlo ai distributori.

«Quando sono entrato, ho sentito un’aria pesante» disse, infilando alcune monete nella macchinetta.

«Per Misha, il fatto che io sia preoccupato è solo un peso» rispose Hige, con amarezza.

Hubb notò dalla tensione del suo corpo, che il ragazzo era ancora scosso.

Il distributore si attivò con un ronzio, lasciando cadere due lattine. Hubb ne prese una e gliela porse.

«Tienitela stretta. Menti, se serve.»

Hige inarcò un sopracciglio. «Vuole ancora che faccia da esca?»

«Ormai è un gioco di strategie. E Misha è il punto centrale di tutta questa faccenda.»

Aprirono le lattine con uno scatto secco.

Hubb bevve un sorso, poi aggiunse: «Potremmo anche fare qualcosa per smascherarlo. Forse così la tua ragazza aprirà gli occhi.»

Hige si fece più attento.

«Potremmo finire il lavoro dei nostri amici.» Tirò fuori il tesserino che Tsume aveva sottratto tempo prima. «Ho sentito che Darcia passerà la convalescenza nella dimora dei suoi genitori, fuori Freeze City, tra poco l'annunceranno ufficialmente. Questo significa che il castello resterà meno sorvegliato.»

Gli occhi di Hige si accesero.

«E cosa pensa di trovare?»

«Qualcosa che provi che Cheza è stata lì… o che lo è ancora.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Blue rientrò al rifugio. Si soffermò un ultimo istante a guardare la propria mano, quella con cui aveva afferrato Hige mentre rischiava di essere travolto dalla folla.

Era stato il loro primo contatto dopo secoli... e le era bastato per sentire il cuore stringersi.

Ma non era ancora il momento di rivelarsi.

«Indovina chi hanno accusato?» disse Tsume, alzando il volume della radiolina per farle ascoltare il notiziario sull’attentato.

«Tu stai bene, Blue?» chiese invece Kiba.

Lei annuì appena. «Non pensavo arrivasse fino a questo punto.»

«Evidentemente gli piace essere acclamato dalla folla» commentò Tsume. «Un nobile resta un nobile, anche se in questo mondo ha un altro nome.»

«Hanno appena detto che si trasferirà fuori Freeze City» aggiunse Kiba.

Blue si accigliò.

«Allora dobbiamo farci trovare pronti.»

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«Tutti i preparativi sono ultimati?» chiese Darcia, parlando al telefono con Cher.

«Sì, mio signore. Attendiamo solo lei.»

Darcia era stato dimesso da poco. La ferita ancora tirava e il braccio fasciato gli ricordava ogni movimento. Fortunatamente, il proiettile non aveva colpito punti vitali.

Dall’interno della limousine, il suo occhio azzurro scivolava sui lampioni e sulle strade innevate, ormai deserte. I fiori della luna avevano invaso ogni cosa.

Sopra la città, l’astro rosso brillava da settimane.

E qualcuno avrebbe potuto giurare che si fosse avvicinato.

Più vicino. Più minaccioso.

L’aeronave lo attendeva appena fuori dalle mura. Al suo interno, Cheza, finalmente pronta per essere trasferita alla dimora dei suoi genitori.

Erano stati loro i primi custodi, guidati dai sogni in cui lui stesso si insinuava per dare istruzioni. Prima di loro, i suoi nonni.

Cheza era il loro tesoro più prezioso. Un fiore che aveva scelto di sbocciare solo negli ultimi mesi.

Del resto, il cambiamento non chiede mai il permesso. Arriva e basta.

E solo chi è abbastanza forte, abbastanza preparato… può sopravvivere.

E lui lo era.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Le strade erano deserte e silenziose. Il coprifuoco era scattato ormai da ore.

Hige aveva riaccompagnato a casa Misha e Toboe. A quest’ultimo, dopo quanto accaduto all’inaugurazione, era stato concesso qualche giorno in più per restare da lei.

Si fermò un momento a osservare l’amico addormentato sul divano, nella solita posizione scomposta, poi, in punta di piedi, entrò in camera da letto.

Diede un ultimo sguardo a Misha.

Dormiva.

Hige assottigliò appena lo sguardo. Troppi pensieri gli affollavano la mente, e alcuni li respinse con decisione, come se non volesse nemmeno concedersi il tempo di affrontarli.

Poi si infilò il giubbotto e si tirò su il cappuccio della felpa. Sotto di essa, i suoi occhi erano illuminati.

Aggirarsi per una città sotto sorveglianza non era stato semplice. Muoversi tra vicoli, nascondersi all’ultimo istante, aveva costretto Hige a spingere i sensi al limite.

Ma alla fine era riuscito a raggiungere il punto d’incontro.

Il detective Lebowski lo attendeva nella sua utilitaria, parcheggiata in una strada secondaria.

«Accidenti… per un attimo non ti riconoscevo» commentò l’uomo, osservandolo mentre si avvicinava a passi lenti. «Hai un’aria… più feroce.»

Hige serrò appena la mascella. «E ringrazi che non è lei l’oggetto della mia rabbia.»

Poi salì in macchina.

«È sicuro che non ci fermeranno?»

«Con il tesserino da poliziotto, il coprifuoco per me non vale» rispose Lebowski, mettendo in moto. «E in quanto mio ospite, non incorrerai in sanzioni. Certo… non potremo parcheggiare troppo vicino al castello.»

Hige accennò un mezzo sorriso.

«Vorrà dire che ci faremo una corsetta.»

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Non era stato possibile trasferire la sfera. Troppo ingombrante, troppo complessa da spostare.

Ma un’altra la attendeva.

La stessa in cui, circa un secolo prima, da semplice sfera di luce aveva preso forma fino a tornare al suo stato originario.

Sull’aeronave, Cheza era stata sistemata su una sedia a rotelle. I cavi la collegavano ai macchinari, pulsando di una luce tenue, mentre i piedi erano immersi in una vasca colma dello stesso liquido che riempiva la sfera.

Era la prima volta, dopo decenni, che si trovava fuori da essa.

I capelli le ricadevano sul volto, mentre sedeva con le mani posate sulle ginocchia. La tuta aderente seguiva i movimenti minimi del suo corpo, attraversata da lievi bagliori.

«Non canti nemmeno adesso che sei più libera?» chiese Cher, sistemandosi gli occhiali.

«Lei preferisce di no» rispose la fanciulla fiore, con calma.

Cher si accigliò. «È cambiato qualcosa. E non parlo solo della fuga di Blue. Sono d’accordo con Lord Darcia… stai nascondendo qualcosa.»

Cheza sollevò appena lo sguardo.

«Anche per te sta arrivando il momento.»

«Il momento per cosa?»

«Per ricordare.»

Cher aggrottò la fronte. «Ricordare cosa?»

«Chi sei veramente.»

La dottoressa fece un passo indietro, inciampando quasi sul tacco. Si portò una mano alla fronte e distolse lo sguardo, come se qualcosa dentro di lei si fosse incrinato.

«Io… io devo andare.»

Uscì dalla stanza barcollando.

Cheza sospirò piano.

«Prima o poi la tua mente lo accetterà» mormorò, anche se ormai era sola. «Dopotutto… sei una delle chiavi per il vero Rakuen.»

Poco dopo, Cher si trovava sulla rampa d’accesso dell’aeronave, in attesa dell’arrivo di Darcia. Si strinse nel cappotto bianco, mentre il freddo della notte le sfiorava il viso.

«Tutto bene, Cher?» chiese il magnate, raggiungendola.

Lei annuì appena. «Solo stanchezza e un po’ di preoccupazione. Come state, Lord Darcia? Vi fa molto male?» aggiunse, indicando con lo sguardo la fasciatura.

«Ho ancora gli antidolorifici in circolo» rispose lui con calma. «Posso resistere il tempo necessario.»

Poi sollevò lo sguardo verso l’aeronave.

Scura, compatta, con un aspetto che molti avrebbero definito minaccioso. Più piccola rispetto a quelle fornite allo Stato, ma non meno imponente.

Un mezzo sorriso gli sfiorò le labbra.

«Che nostalgia…»

I due salirono a bordo.

Proprio mentre il portellone stava per chiudersi, tre sagome scure si mossero rapide nell’ombra, insinuandosi all’interno in un battito di ciglia.

Le guardie rimaste a terra si accigliarono, per un istante.

Ma il movimento era stato troppo veloce.

Troppo preciso per essere colto davvero.

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Hubb e Hige avevano nascosto l’auto in un punto appartato. Nessuno li aveva fermati durante il tragitto.

Il detective aveva portato con sé un rampino. Proprio come Tsume e Kiba settimane prima, anche loro non sarebbero passati dall’ingresso principale. Anche con il personale ridotto, il castello restava tutt’altro che sicuro. E se lui, un poliziotto, fosse stato sorpreso a intrufolarsi come un ladro… sarebbe stata la fine della sua carriera.

«Ragazzo, rallenta… io non sono agile come te!» sbuffò Hubb, cercando di tenere il passo del giovane lupo, che invece si muoveva senza alcuna difficoltà, nemmeno sulla neve.

Arrivarono in breve davanti all'alto muro di cinta.

«Tsume e Kiba non ne hanno avuto bisogno, vero?» chiese Hige, osservandolo da sotto il cappuccio, le mani infilate nelle tasche.

«Non sono stati molto chiari. Dicono che si sono arrampicati, il che...»

Si interruppe di colpo.

Un movimento rapido alla sua destra gli fece quasi volare via il cappello.

«Ma che...?»

Hige era già in cima al muro.

Accovacciato sul bordo, lo osservava con un mezzo sorriso, quasi divertito.

Hubb scosse il capo, incredulo. «Voi lupi mi stupite ogni giorno di più.»

«Lanci la corda» disse Hige, sporgendosi verso di lui. «La tiro su io.»

Hubb strinse i denti mentre risaliva la corda, tirata al massimo della tensione. Le mani cercavano presa, centimetro dopo centimetro.

In cima, Hige teneva lo sguardo fisso sui movimenti del detective e al momento giusto, si sporse e gli tese la mano.

Hubb la afferrò.

Una volta sopra il muro, dovette fermarsi un istante, le dita ancora serrate sulla pietra. La vertigine lo colse all’improvviso. Si infilò il cappello in tasca, per non rischiare di perderlo.

Ora toccava scendere.

Individuò un albero poco distante e caricò il nuovo lancio… ma Hige gli passò davanti.

«Aspettami, non andare da solo!» sibilò, senza poter alzare troppo la voce.

«Mi porto solo un attimo avanti» rispose il ragazzo, già in movimento. «Devo capire meglio la situazione.»

Hubb sospirò, scuotendo appena il capo.

«Non avrei mai detto che “lupo” fosse sinonimo di impazienza…»

Poi tornò a concentrarsi sul suo obiettivo.

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Misha aprì gli occhi, sbattendo le palpebre un paio di volte, prima che la fitta alla tempia tornasse a farsi sentire.

Quando mise a fuoco, però, si accorse subito di essere sola nel letto.

Si tirò su lentamente. La vestaglia azzurra frusciò appena mentre la indossava, e i capelli ricci le ricaddero morbidi sulle spalle.

Si affacciò al salotto e vide Toboe che dormiva ancora, scomposto sul divano.

La luce del bagno e quella della cucina erano spente. Nessun segno di Hige.

Non si era fermato nonostante il coprifuoco?

Si avvicinò allora alla finestra dietro il divano e scostò appena la tenda.

La città era immersa nel silenzio, la neve cadeva lenta.

«Mi dispiace tanto…» sussurrò.

Una lacrima le scivolò lungo il viso.


Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

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