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«La luna guarda i lupi camminare e lascia segni bianchi lungo il percorso.» - Racconti perduti de Il Libro della Luna**
«Complimenti, signora, è una bambina!»**aveva detto il medico, porgendo quel fagottino dagli occhi azzurri alla neomamma.
Misha nacque venticinque anni fa, rispetto l'inizio di questa storia, in un ospedale qualunque del suo quartiere, da una famiglia normale — né povera né ricca. Ebbe un’infanzia allegra e spensierata. Una ragazza senza troppi grilli per la testa, appassionata di lettura, soprattutto di poesie e racconti d’avventura.
Era sempre vissuta a Freeze City, una metropoli caotica e piena di vita, ma spesso soggetta a piogge insistenti. Anche durante l’estate non faceva mai davvero caldo, e forse anche questo contribuiva a rendere gli abitanti sempre un po’ nervosi. Ma quando la pioggia cessava e il sole riusciva a farsi spazio tra le nubi, la vita tornava a farsi largo tra quelle strade di cemento e luci artificiali.
Quel luogo sembrava ideale per la prosperità di un particolare fiore bianco che Misha talvolta intravedeva spuntare nei vicoli più appartati. Cresceva in altezze diverse, e la corolla era composta da molti petali sottili, sormontati da un nucleo centrale con sei petali più larghi. Quando scendeva la notte e la luna si alzava nel cielo, aveva la singolare proprietà di brillare di luce propria.
Non osò mai coglierne uno. Sentiva, in qualche modo, che farlo sarebbe stato un peccato.
Ella non lo sapeva — nessuno lo sapeva… o meglio, non lo ricordava — che quelli una volta erano noti con il nome di Fiori della Luna: ultima testimonianza di un tempo lontano, di un mondo completamente diverso.
Ma erano anche il segno che il ciclo della ricerca del Rakuen era destinato a ricominciare.
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Dopo la laurea era andata a vivere da sola. Aveva trovato un piccolo appartamento in affitto e lo aveva arredato con tutto ciò che la faceva sentire a casa. Un’intera parete era dedicata ai libri. Lavorava inoltre part-time in una caffetteria di nicchia, frequentata soprattutto da artisti, e le piaceva scambiare con loro qualche parola.
Molti, in particolare i pittori, apprezzavano il suo aspetto così singolare.
Misha era figlia di due mondi: nelle sue vene scorreva sangue delle lontane terre siberiane, che le avevano donato un’altezza leggermente superiore alla media delle ragazze di Freeze City, una pelle diafana e occhi color ghiaccio. L’altra metà apparteneva al territorio locale: da lì aveva ereditato una folta chioma corvina dai riflessi blu e lineamenti orientali, con gli occhi appena a mandorla.
Non avrebbe potuto chiedere di meglio alla vita. Eppure non negava al suo cuore di desiderare "qualcosa di più". Fin dalla nascita sentiva dentro di sé come un piccolo grillo insistente, una voce sottile che le sussurrava che qualcosa era rimasto incompiuto — qualcosa che avrebbe dovuto fare, un desiderio ancora in attesa.
Tentò di trovare una risposta in molte strade: nelle discipline che studiava, nei club scolastici, negli hobby, nelle palestre. Bene o male riusciva in tutto ciò in cui si cimentava, spinta dalla speranza di poter dire, un giorno: «Ecco, era questo ciò di cui avevo bisogno». Ma quel momento non arrivò.
Un piccolo sollievo lo trovò tra le pagine dei libri, dove la sua mente correva a briglia sciolta. Ma quelle avventure, quelle esperienze, non erano davvero sue. Era soltanto una spettatrice che osservava scorrere la vita dei protagonisti, mentre lei restava dietro le quinte.
A causa di questo intimo malcontento, talvolta si sentiva inadeguata, fuori posto. Ma aveva un carattere forte e sapeva sempre fare buon viso a cattivo gioco.
Avrebbe voluto essere come quel simpatico ragazzo dai capelli rossi e ricci, con il viso leggermente paffuto, che ogni giorno ordinava lo stesso panino. O come il giovane — poco più di un bambino — che di tanto in tanto veniva a fare colazione prima di correre a scuola. Quest’ultimo possedeva una sensibilità rara. La prima volta lo aveva scambiato per una ragazzina; poi, conoscendolo meglio, aveva scoperto che era un maschio. Un giorno di pioggia si presentò persino con un grazioso gattino bianco e le chiese se potesse preparargli una ciotola di latte caldo per il piccolo.
Quel senso di "mancanza" non lo confidò mai a nessuno, convinta che sarebbe stato liquidato con un semplice «pensi troppo, stai serena».
Così Misha finì per soffocare quegli stessi pensieri, concentrandosi soltanto sulla realtà che aveva davanti agli occhi. Eppure, ogni volta che si imbatteva in quei particolari fiori bianchi luminescenti, il suo pensiero tornava sempre lì.
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Un giorno, però, la sua vita ebbe una svolta inaspettata.
Era uno di quei rari giorni di sole, ed era primavera. La natura tornava a sbocciare in tutto il suo splendore e le giornate si erano allungate.
Finito il turno in caffetteria, si tolse la parannanza da lavoro e indossò il suo cappotto preferito: bianco, con bottoncini dorati, maniche ampie e lungo fino alle ginocchia. Era caldo e comodo. In abbinamento portava un cappellino bianco, simile a un colbacco. Da sotto il cappotto si intravedevano un paio di jeans e stivali neri di pelle, alti fin sotto le ginocchia. I capelli, ricci e folti, le ricadevano sciolti sulle spalle, ondeggiando leggeri a ogni passo. Le gote erano appena arrossate per il freddo che ancora stringeva quelle strade. Tra le braccia, stretto al petto, il nuovo libro di poesie acquistato da poco.
Si recò al parco centrale del quartiere al cui centro sorgeva una suggestiva fontana di pietra, circondata da panchine di legno. Visitava quel luogo da tutta la vita e, negli anni, aveva “adottato” una panchina in particolare: da lì si poteva ammirare il tramonto tingere il cielo di arancio e rosa.
Il suo passo sicuro ebbe una battuta d’arresto quando, a pochi metri dalla panchina prediletta, notò che qualcuno era già seduto lì. Un uomo dai capelli grigi a spazzola, con un ciuffo ribelle sulla nuca, la pelle leggermente ambrata. Aveva gli occhi dall’iride gialla — un colore decisamente insolito. Indossava abiti di pelle nera, con le maniche strappate a lasciare scoperte le spalle. La giacca, corta, lasciava intravedere anche l’ombelico. Portava piercing su entrambe le orecchie. Il suo fisico era asciutto, leggermente muscoloso. Una cicatrice bianca a forma di X spiccava sul petto. Era seduto con le braccia larghe appoggiate allo schienale e le gambe accavallate, in un atteggiamento disinvolto.
Misha pensò una sola parola, appena lo vide: «Teppista!»
Trattenne il fiato e strinse più forte il libro al petto, quando egli si voltò e incrociò il suo sguardo. Misha arrossì di colpo — e non più soltanto per il freddo. Si chiese, per un istante, se quell’aggettivo lo avesse pensato soltanto… o se le fosse sfuggito ad alta voce.
Provò a distogliere lo sguardo, nella speranza di convincere lo sconosciuto che non lo stava affatto fissando.
Si avvicinò prima alla fontana, osservando i pesci rossi che nuotavano nell’acqua cristallina. Sembravano in salute, sereni nel loro movimento lento. Sorrise, vedendo quanto fosse tranquillo il loro andare.
Il contatto con il libro, però, le ricordò quanto desiderasse leggerlo. Lo aveva ordinato da settimane e ora che finalmente lo teneva tra le mani non voleva attendere un minuto di più.
Sfortunatamente tutte le altre panchine erano già occupate. L’unica con ancora metà posto libero era proprio la sua preferita — ma avrebbe dovuto condividerla con quel losco tipo uscito, a suo dire, da chissà quale vicolo oscuro.
Alzò lo sguardo verso il cielo: non mancava molto al tramonto. Quando il sole fosse sceso dietro le colline, sarebbe stato tempo di rientrare e prepararsi alla giornata successiva. Le restavano soltanto quelle due ore per appagare il suo desiderio di lettura.
Si fece coraggio e, con passi che volevano sembrare sciolti ma che finivano per renderla rigida come un automa, si avvicinò finalmente alla panchina. Perlomeno c’era molta gente attorno: quell’uomo non avrebbe osato cercare di rapinarla o molestarla.
Posò il libro sulle gambe e curvò leggermente la schiena per iniziare a sfogliare le prime pagine.
Lo sconosciuto non si era spostato di una virgola, ma con la coda dell’occhio notò che non le stava prestando attenzione. Sembrava piuttosto assorto nei propri pensieri.
Passarono diversi minuti. La sua mente venne completamente assorbita da quelle righe e, piano piano, il timore di dover condividere la panchina con quell’uomo si fece più leggero.
Misha divorava una riga dopo l’altra, una pagina dopo l’altra. Era valsa la pena aspettare così a lungo.
Intorno, la vita del parco scorreva in sottofondo: persone a passeggio con il cane, voci intrecciate, bambini che giocavano a pallone. Per Freeze City quella era una delle rare giornate senza l’ingombro dell’ombrello, e il parco centrale diventava una delle mete più ambite.
«No, dove l’hai lanciata!»
Un bambino aveva preso male la mira e la palla, invece di volare verso il compagno di giochi, deviò in una traiettoria curva.
Misha era troppo immersa nella lettura per accorgersene. Quando però una mano le comparve all’improvviso davanti al volto, sobbalzò sul posto.
Lo sconosciuto con la giacca di pelle, rapido di riflessi, l’aveva intercettata appena in tempo, prima che quel pallone sporco di fango le finisse dritto in faccia.
«Vedete di fare più attenzione, mocciosi!» disse lui con voce tagliente, alzandosi in piedi per rilanciare il pallone ai bambini.
«Ci scusi, signore!» risposero in coro, irrigidendosi alla vista del suo aspetto poco rassicurante.
«G-grazie…»
La voce leggermente imbarazzata di Misha lo fece voltare. Abbassando lo sguardo, incrociò gli occhi color ghiaccio della ragazza, ancora increduli.
«Non devi. Dovresti piuttosto fare più attenzione a ciò che ti circonda» rispose lui, senza la minima cordialità nel tono.
Le orecchie di Misha si fecero immediatamente calde. «E tu dovresti imparare un po’ di buone maniere!»
Di colpo aveva perso la voglia di leggere. In pochi istanti, quello sconosciuto era riuscito a mandarla su tutte le furie.
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Quando tornò a casa e si distese supina sul letto, si disse che doveva dimenticare l’accaduto. Non avrebbe mai più rivisto quell’uomo e la sua vita avrebbe continuato a scorrere tranquilla e prevedibile, come sempre.
Ma Misha si sbagliava — e di molto.
Come per uno scherzo del destino, da quel giorno, ogni volta che aveva occasione di andare al parco, lo trovava lì, sulla panchina, sempre solo e raccolto nei suoi pensieri.
Essendo passati diversi giorni, sperò che non si ricordasse di lei né del piccolo diverbio avuto. Avrebbe potuto scegliere un altro posto, certo — ma quella panchina per lei era importante e non vi avrebbe rinunciato solo perché ora doveva condividerla con quel teppista.
Nel loro secondo incontro non si dissero nulla. Non era successo niente di particolare e non c’era motivo perché iniziassero a parlare.
Con il passare delle settimane, quella presenza divenne quasi familiare. Non capiva se lui fosse lì perché aveva iniziato a stalkerizzarla o se fosse soltanto una coincidenza. Eppure non faceva nulla per attirare la sua attenzione; a volte andava via persino prima di lei. Forse anche lui aveva “adottato” quella panchina per godersi il tramonto che offriva quel punto del parco — e lei si stava semplicemente lasciando trascinare da troppe fantasie.
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«L’hai finito» disse un giorno, quando Misha chiuse soddisfatta il libro e poi se lo portò al petto.
La ragazza si voltò stupita. Dunque aveva ritrovato il dono della parola.
«Sì, per mio dispiacere. I “Racconti perduti del Libro della Luna” sono una lettura affascinante.»
L’uomo fece spallucce. «Solo favolette per donne romantiche.»
Le orecchie di Misha tornarono a scaldarsi. «Non sono solo “favolette”. Si dice che il Libro della Luna sia esistito in un tempo remoto. Non ne hai mai sentito parlare?»
L’uomo sbuffò e distolse lo sguardo. Sembrava non avere alcuna intenzione di risponderle.
«I racconti perduti sono ritenuti testi apocrifi, ma hanno comunque il loro fascino. Offrono una finestra sulla possibilità che esistano più cicli della vita e che tutto sia destinato a ripetersi» disse lei, accalorandosi.
«Supponi che me ne possa importare qualcosa.»
«E allora perché mi hai rivolto la parola? Solo per prendere in giro la “nerd”?»
Lo sconosciuto si accigliò. «No. È che ti ho vista illuminarti in viso ogni giorno, da quando continuiamo a incrociarci, mentre leggi quel libro. Pensavo fosse il momento di dirti qualcosa.»
Misha si strinse nelle spalle, assumendo un’espressione contrariata. «E hai pensato che il modo migliore fosse offendermi.»
«Non era mia intenzione, è che…» Si interruppe di colpo. La fronte si contrasse, come se si stesse trattenendo dall’andare oltre.
La ragazza chinò la testa, confusa da quella reazione inattesa. Non poté fare a meno di chiedersi che vita avesse condotto fino ad allora quello sconosciuto — e se il suo perenne atteggiamento assorto avesse a che fare con tutto questo.
Improvvisamente l’uomo si ritrovò sotto il naso la mano aperta di Misha, tesa verso di lui, in attesa di una stretta.
Rimase immobile e incrociò il suo sguardo, interrogativo.
«È da parecchio tempo che condividiamo questo spazio. I fiori del ciliegio sopra le nostre teste sono sbocciati e appassiti, nel frattempo. Direi che è arrivato il momento delle presentazioni, no? Io mi chiamo Misha, piacere.»
L’uomo restò ancora per qualche istante sulle sue. Poi afferrò la mano della ragazza — più piccola e fredda rispetto alla sua.
«Tsume.»
Finalmente Misha poteva dare un nome a quello sconosciuto. Tsume — un nome certo non usuale.
«Posso chiederti una cosa, Tsume?» chiese la ragazza, con un’espressione lievemente imbarazzata, sperando di non essere indiscreta.
«Avanti.»
«Perché sei sempre qui? Semplicemente seduto, assorto.»
Ancora una volta Tsume sembrò restio. Passarono alcuni istanti di silenzio, poi improvvisamente si alzò, come per andarsene.
Misha abbassò lo sguardo. Era evidente che non volesse ficcanaso intorno.
«È come se sentissi un richiamo. Ma se ti dà fastidio che io stia sempre qui, non verrò più» disse, dandole le spalle.
Misha rimase con la bocca appena socchiusa. Guardò la sua schiena — dritta — eppure attraversata da un’aura di solitudine. Forse era solo l’abitudine di quei giorni, ma le sembrò di avvertire una risonanza profonda dentro di sé. Ebbe la sensazione che, se non lo avesse più rivisto, se ne sarebbe pentita.
«Aspetta!» esclamò, alzandosi. «Non ho detto questo» aggiunse a bassa voce, fissando i propri piedi.
Quando rialzò lo sguardo, Tsume si era voltato. I suoi occhi gialli puntati su di lei le fecero avvampare le guance.
«Ecco… all’inizio credevo che fossi un malintenzionato. Ti ho giudicato male, mi dispiace. Ma poi, ogni volta che ci incontravamo su questa panchina, non ho potuto fare a meno di osservarti di nascosto.» Si rese conto, pronunciando quelle parole, che forse la stalker era lei. «Mi sei sembrato… solo.»
Ne era certa: stava facendo una gran figuraccia. Se fosse stato lui, a quel punto, a decidere di non presentarsi più, non lo avrebbe biasimato affatto.
Tsume avanzò verso di lei, e Misha fu costretta ad alzare il mento per poterlo guardare di nuovo negli occhi.
Le afferrò il mento e la fissò dritta nello sguardo.
Misha rimase come pietrificata. Non si aspettava un contatto così improvviso, e un turbinio di pensieri le attraversò la mente.
«Misha, io non so chi sei tu. Ma qualunque cosa tu mi stia facendo, mi irrita e non poco.» La lasciò andare, si voltò e colpì con stizza una lattina abbandonata. «Ma allo stesso tempo… è come se ci fosse una voce…»
Il vento si alzò, l’acqua della fontana si increspò. Prima ancora che finisse di parlare, il cuore della ragazza prese a battere più forte. Una strana sensazione le nasceva nel profondo. Ora che osservava Tsume con occhi nuovi, ora che lui sembrava essersi finalmente aperto, era come se qualcosa di antico si fosse risvegliato.
Una voce. Anche lei la sentiva. Anche lei avvertiva un richiamo, ma non sapeva dare un nome a ciò che stava provando.
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I fiori della luna vibrarono, come il tintinnio leggero di una campanella.
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Assorbiti da quella conversazione inattesa, non si erano accorti che il cielo si era di nuovo coperto. La pioggia li sorprese con uno scroscio improvviso e abbondante.
Misha infilò in fretta il libro dei testi apocrifi dei Fiori della Luna nella tracolla, per evitare che si rovinasse.
Nel giro di pochi secondi, i capelli le si erano già incollati ai lati del volto. Quando pioveva a Freeze City, lo faceva senza chiedere permesso.
«Come torni a casa?» Tsume sembrava avere il volto meno contratto, ora.
«Prendo l’autobus.»
«Nel frattempo ti sarai presa una polmonite. Ti riaccompagno io — sempre che tu ti fidi di un teppista.»
Accidenti. Lo aveva davvero detto ad alta voce, quel giorno?
«No, ecco…» si rese conto che stava iniziando a balbettare. «Non voglio disturbarti, avrai i tuoi impegni.»
«Avanti, muoviti» la interruppe lui, facendole cenno con la mano di seguirlo. «Rovinerai il tuo bel cappellino, se resti un minuto di più sotto quest’acqua.»
Non amava farsi dare ordini — doveva già sopportare quelli del suo capo — e di certo non era il tipo da accettare passaggi dal primo sconosciuto. Ma ormai Tsume non lo era più davvero. L’idea di un tragitto all’asciutto la tentava e, ancora una volta, quella voce interiore le sussurrò: seguilo.
Si trattenne a stento dal commentare quando, usciti dal parco, Tsume la condusse verso la sua moto. Si era aspettata un’auto. A quel punto perfino l’autobus le sarebbe sembrato più asciutto e sicuro.
Tsume aprì il vano e tirò fuori due caschi integrali: uno per sé e uno di scorta che — a suo dire — poteva sempre servire.
«Lo sai allacciare?»
«Ci… ci provo.» Si tolse il cappellino e lo ripose in borsa, poi infilò il casco, mostrando subito difficoltà nel stringere bene il cinturino.
Tsume, spazientito, si avvicinò e lo sistemò lui.
Non lo fece con intenzione, ma mentre chiudeva la fibbia, la punta delle sue dita calde le sfiorò il collo. E Misha sentì immediatamente le orecchie farsi roventi.
«Dimmi il tuo indirizzo e possiamo andare. Conosco ogni angolo di questa città del cazzo» le disse poi, mentre la aiutava a salire sul veicolo.
Misha si accigliò, sentendo come aveva definito Freeze City. Non che fosse un luogo rose e fiori — come ogni città aveva il suo tasso di criminalità — ma forse Tsume, per il suo vissuto, aveva visto qualcosa che i suoi occhi da normale cittadina non avevano mai colto.
Tsume era un autentico mistero, e la cosa la intrigava non poco.
Quando salì anche lui, le sospensioni della moto risposero con un lieve rimbalzo e Misha, per nulla abituata, ebbe l’istinto di abbracciarlo per la paura di cadere.
«Ah, scusa!» disse subito, nel più totale imbarazzo.
«Avevi fatto bene. Devi aggrapparti a me, se non vuoi cadere.»
Ormai la ragazza aveva il cuore in gola. Con le mani leggermente tremanti si aggrappò ai lembi della sua giacca di pelle con troppa delicatezza. Il gesto fece innervosire Tsume, che le prese le mani, le aprì e le portò più avanti, facendogliele cingere bene la vita.
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La moto scattò in avanti con un rombo pieno, profondo, e in un attimo lasciò il marciapiede alle spalle. Le ruote tagliarono l’asfalto bagnato sollevando ventagli d’acqua, mentre la pioggia cadeva fitta, inclinata dal vento, trasformando la città in un intreccio di riflessi tremanti.
Le luci dei semafori si scioglievano sull’asfalto come strisce liquide di colore — rosso, ambra, verde — e le insegne dei locali vibravano nelle pozzanghere come costellazioni spezzate. I palazzi scivolavano ai lati come quinte scure, interrotte da finestre accese e tende mosse dal temporale.
Il motore pulsava sotto di loro come un secondo battito. Ogni accelerazione era una spinta netta contro l’aria fredda, ogni cambio di corsia un taglio preciso tra le scie d’acqua. Il rumore della pioggia sul casco era un tamburo continuo, intimo, che isolava il resto del mondo.
L’odore dell’asfalto bagnato e del metallo caldo si mescolava all’umidità della sera. Le strade, di solito caotiche, ora sembravano corridoi lucidi e semivuoti, attraversati solo da fari lontani e ombre in movimento.
Misha non sapeva cosa pensare. Tsume sfrecciava tra le macchine e affrontava le svolte con facilità — aveva riflessi eccezionali. Aveva paura, eppure la sicurezza che mostrava alla guida le infondeva fiducia.
I fanali della moto lasciavano dietro di sé una scia rossa, mentre il mezzo avanzava deciso tra le vie. Tsume aveva detto il vero: conosceva ogni zona di quella città.
Quasi non si accorse di quando la corsa si arrestò di colpo. Erano arrivati.
Scese per primo lui e la aiutò a scendere. Le gambe le erano diventate completamente molli.
Non aveva ancora smesso di piovere, ma ormai erano fradici dalla testa ai piedi. La aiutò a togliere il casco e, quando Tsume incrociò di nuovo gli occhi della ragazza, sembrò pietrificarsi.
«Che c’è?» chiese lei, esitante.
«I tuoi occhi. Sembrano brillare di luce propria.»
Misha si morsicò il labbro. «Anche i tuoi lo sono.»
Sarà stato l’effetto dei lampioni, o la luce distorta dalla pioggia, ma le loro iridi apparivano luminose — come se fossero nate per vedere anche nel buio.
La luce dell’androne, in fondo al viale del palazzo, era una finestra chiara che invitava Misha a entrare. Salendo un paio di rampe di scale sarebbe finalmente arrivata a casa, dove l’attendeva una doccia calda.
«Vuoi… ecco… vuoi salire? Non vorrei che una polmonite te la prendessi tu, dopo che mi hai riaccompagnata. Mi sembra il minimo» disse, cercando di cambiare argomento.
«Non so se sia il caso. Non mi conosci» disse lui, assottigliando lo sguardo.
«Insisto… e poi credo di conoscerti abbastanza.» Quell’“abbastanza” le suonò strano perfino mentre lo pronunciava. Sì, si erano visti diverse volte, ma di lui sapeva soltanto il nome — e che entrambi sentivano un richiamo difficile da spiegare.
Salirono le scale in silenzio, mentre le gocce cadevano sulla pietra lucida. Non c’era l’ascensore, così dovettero fare due piani a piedi.
Arrivati alla porta, Tsume lasciò andare una smorfia vedendo la grande margherita appesa al gancio.
«Non potevo aspettarmi niente di diverso.»
Lasciarono gli stivali fuori, troppo sporchi e zuppi: Misha non voleva macchie di fango sulle mattonelle chiare. Un tepore avvolgente, proveniente dai termosifoni centralizzati, li accolse appena entrati.
Posarono le giacche vicino al calorifero e tirarono finalmente un sospiro di sollievo.
«Se vuoi, mentre mi asciugo i capelli metto su l’acqua per preparare una tisana ricostituente» disse lei, stringendosi nelle spalle. «Non ho alcolici, mi spiace.»
«Ti sembro uno che ha bisogno di alcol?»
Misha non rispose subito, e Tsume non poté evitare una smorfia di disagio. L’aveva proprio giudicato male. Non del tutto — in realtà — ma questo lo tenne per sé. La ragazza gli sembrava troppo innocente per certi discorsi.
Quando il rumore del phon si diffuse, ovattato dalla porta, Tsume rimase solo nell’appartamento. Rispecchiava in tutto una giovane donna che non sembrava aver conosciuto grandi peripezie. C’erano perfino diffusori al gelsomino, il cui profumo si propagava nella stanza, pungente per le sue narici.
A colpirlo più di tutto fu la parete adibita a libreria. I volumi erano numerosi, quasi tutti di poesie o avventure fantastiche. Doveva essere una sognatrice.
Perché si sentiva attratto da una persona così?
«Tieni, va’ a cambiarti» disse Misha, porgendogli un paio di pantaloni della tuta e una t-shirt.
«Sono da uomo. Il tuo fidanzato sarà contento?»
Misha fece una smorfia e distolse lo sguardo. I capelli non erano ancora del tutto asciutti, ma non voleva perdere altro tempo.
«Sono del mio ex. Li ha dimenticati qui.»
Tsume non fece domande. Non era il tipo da interessarsi troppo al passato degli altri. Li prese e andò in bagno a cambiarsi.
Quando tornò, trovò sul tavolo rotondo al centro del salotto due tazze fumanti, con le bustine già immerse.
«Rosa canina?»
«Sì. Mi sembrava adatta alla tua personalità.»
«Ora sei anche esperta di fiori.»
Misha si accigliò. «Ma tu non riesci a dire due parole senza risultare offensivo? Anche se mi vedi tranquilla, non sono una che si fa mettere i piedi in testa.»
Tsume alzò le mani in segno di resa. «Va bene, ho esagerato. Ma sono contento.»
«Per cosa?»
«Che sei più risoluta di quanto l’apparenza lasci credere.»
Misha prese la sua tisana al melograno e bevve un lungo sorso, cercando di ritrovare calma e ordine nei pensieri.
Alla luce tenue delle lampade, gli occhi gialli di Tsume sembravano risaltare ancora di più.
Di nuovo tra i due calò un silenzio imbarazzato. Ora che erano all’asciutto e si erano rifocillati, non c’era molto che potessero dire o fare.
«Da quanto tempo vivi qui?» fu Tsume, alla fine, a spezzare il silenzio.
«In città o in questo appartamento?» chiese lei. «Sono nata e cresciuta qui, ma vivo da sola da un paio d’anni — da quando mi sono laureata.»
«In cosa? Lettere, immagino.»
Misha scosse il capo. «In geologia. Anche se al momento non si è presentata nessuna offerta interessante.»
Tsume inarcò le sopracciglia. «Più ti conosco, più mi sorprendi. Non ti facevo appassionata di vecchie rocce.»
«Studiare il passato del nostro mondo è più importante di quanto sembri. Non sono solo “vecchie rocce”: sono l’origine di tutti noi. Ogni strato è un’era, una storia perduta. Camminiamo dove altri hanno camminato prima di noi — secoli diversi, stessi destini. Tutti accomunati da qualcosa di profondo, al di là della cultura e delle conoscenze del tempo.»
L’uomo la guardò dritta negli occhi. La passione con cui aveva parlato lo aveva colpito sinceramente.
«Sei mai andata a esplorare delle grotte, o posti del genere?»
Lo sguardo della ragazza si illuminò e annuì. «So muovermi bene. Sono una discreta arrampicatrice. Mi dicono che ho ottimi riflessi e una buona padronanza della mia forza.»
«Allora posso chiederti se un giorno potrai farmi da guida?»
Misha non si aspettava una domanda del genere. Proprio per niente.
«C’è un luogo che desidero raggiungere, ma non è facile. Con qualcuno di esperto potrei farcela senza correre rischi inutili. Non so nemmeno perché lo voglia, a dire il vero.»
«È sempre per quella “voce”?» osò chiedere lei.
«Può darsi» rispose lui, facendosi pensieroso.
Tsume distolse lo sguardo non appena si rese conto di essersi soffermato un po’ troppo sull’incavo del collo della ragazza, ora coperto solo da una semplice canotta.
Finì la sua tisana e posò la tazza bianca a pois sul piattino, producendo un lieve tintinnio.
«Sarà meglio che vada, ora.»
«I tuoi vestiti sono ancora bagnati e anche la moto è zuppa. Aspetta almeno che spiova un po’.»
«Spiova? In questa città marcia la pioggia non smetterà mai di cadere. Perché dovrebbe farlo, del resto?»
«Perché dici questo?»
Tsume scosse il capo. «Meglio che non ti faccia certe domande. Risparmiati certi pensieri. Continua a vivere nel tuo mondo di libri e favole.»
Il vaso di Misha era colmo. Posò con decisione la sua tazza; il cucchiaino di metallo cadde a terra con un suono secco.
Si alzò di scatto, gli si portò davanti e lo afferrò per il colletto. I suoi occhi azzurri si fecero più accesi.
«Senti bene: ti ho già detto che non permetto a nessuno di mettermi i piedi in testa — tantomeno a uno sbruffone che pensa di aver capito tutto della vita. Non so perché tu sia così arido, ma non ti permetto di mancarmi di rispetto.»
Tsume si alzò a sua volta. Era più alto di lei di almeno quindici centimetri, e decisamente più forte.
La afferrò ai fianchi e la spinse con decisione contro il divano.
«E io non permetto a nessuno di mettermi le mani addosso. Nemmeno da una donna.»
Il cuore prese a martellarle nel petto. Sentiva il suo respiro caldo sfiorarle il viso.
Tsume si rese subito conto che la ragazza, ora che lui la sovrastava, sembrava terrorizzata. Si allontanò di qualche passo.
In quell’istante un fulmine illuminò la stanza, subito seguito dal rombo del tuono.
«Hai decisamente sbagliato a farmi salire da te. Io non sono una brava persona.»
Nella penombra, Misha rimase seduta sul divano, in silenzio, a osservarlo. Una persona più prudente lo avrebbe cacciato all’istante e gli avrebbe intimato di non farsi mai più vedere. Eppure quelle parole non riuscivano a uscire dalle sue labbra.
Tsume aveva l’aria di qualcuno con un passato tormentato — un lupo solitario che voleva tenere tutti a distanza. Era evidente. Ma non era una forma di “sindrome della crocerossina” ad attirarla. No — in passato era già stata fin troppo magnanima e comprensiva per cadere di nuovo nello stesso errore. Era piuttosto qualcosa di diverso. Una forma di solidarietà.
«Io non so cosa ti renda così, e non voglio chiedertelo, se tu non vuoi dirmelo» disse lei a bassa voce. «Non giustifico il tuo comportamento di poco fa, ma sono sicura di una cosa: non è vero che sei una cattiva persona. Anche se forse c’è qualcosa che hai fatto che ti porta a crederlo.»
La mente le tornò per un istante alla cicatrice dell’uomo, ora nascosta dalla maglietta.
Tsume si voltò appena, con lo sguardo tagliente. Fissava Misha in un misto di irritazione e stupore. Lei non sapeva nulla di lui — eppure non stava scappando a gambe levate. Sciocca. Imprudente.
Si avvicinò di nuovo e posò un ginocchio a terra, per portarsi più o meno alla sua altezza.
Sollevò lentamente la mano verso il suo collo — non con prepotenza, ma con cautela — come se volesse osservarne la reazione. Sentì il battito pulsare sotto la pelle liscia e chiara come neve.
Credeva di avere davanti un agnellino, e invece in quel contatto percepì qualcosa di diverso.
Ancora una volta quella “voce” si fece strada nella sua mente. No — non era affatto ciò che mostrava in superficie. Era una sensazione di familiarità, quasi di uguaglianza. Ma perché?
Si sporse in avanti d’istinto, finché i loro sguardi rimasero a un soffio. Come se volesse vedere dentro di lei, oltre ogni difesa, capire cosa fosse a tenerlo così strettamente legato a quella presenza.
Misha ebbe un lieve sussulto quando sentì la sua mano sul collo. Il respiro si fece più corto. Il corpo si irrigidì, in un riflesso naturale di difesa.
Eppure, ora che lui le era di nuovo così vicino, non sentiva il bisogno di respingerlo.
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I fiori della luna erano sbocciati dietro il palazzo di Misha. Le nubi si aprirono e la luna lasciò cadere un raggio sui petali argentati. La corolla si dischiuse ancora di più, come per accogliere la luce dell’astro notturno.
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Misha si avvicinò al suo viso e gli posò un bacio lieve sull’arcata superiore del labbro.
In Tsume qualcosa si risvegliò come un’onda primordiale, trattenuta troppo a lungo. Si chinò su di lei e le restituì un bacio ardente, colmo di urgenza. Fu come spezzare una diga interiore.
Le sue mani calde scivolarono sui fianchi di lei, attirandola più vicino. Misha venne travolta da quell’intensità — ma non fu paura. Non stavolta. La mente si accese, il corpo rispose come se stesse aspettando proprio quel momento.
Desiderio e passione li avvolsero entrambi.
La mano destra di lui iniziò a scivolare sulla coscia e poi ad insinuarsi sotto la stoffa dei pantaloncini. Misha gli passò una mano tra i capelli, mentre l'altra finì sotto la maglietta di lui, scoprendogli la schiena. I respiri si fecero più profondi, la ricerca dell'uno e dell'altra sempre più ossessiva.
A un certo punto Tsume la sollevò e la portò verso la camera. La adagiò sul letto, sopra il piumone dove era stampata una volta celeste, e continuò a esplorarla con gesti e baci, come se stesse cercando ogni suo punto più delicato.
Poi Misha gli sfilò del tutto la maglia e lui rimase sollevato su di lei a torso nudo. La cicatrice chiara spiccata sul suo petto ambrato. Provò a toccargliela, ma lui le intercettò la mano. Quello era il suo limite.
I loro sguardi si incontrarono di nuovo. Nella luce calda della stanza e sotto quel cielo disegnato, gli parve ancora una volta che in lei ci fosse qualcosa di irreale e familiare insieme — una presenza che lo chiamava da lontano.
Fu il suo turno di spogliarla. Gli occhi indugiarono sul suo petto, sullo spacco che si formava. La trovava bellissima, ma non riuscì a dirglielo ad alta voce.
Misha ebbe un momento di pudore, del resto si stava lasciando andare ad uomo di cui conosceva solo il nome. Tsume lo colse e rallentò: i gesti divennero più dolci, più attenti. Non voleva dominarla — voleva accompagnarsi a lei.
Questo bastò a rassicurarla. Tornò a cercarlo, a rispondergli, a lasciarsi andare.
Quando finalmente si unirono, fu come aprire una porta sulla luce. Non era solo impulso: era riconoscimento. Nel momento in cui divennero una cosa sola, la sensazione si amplificò come un eco antico — qualcosa che non era nato da poche settimane, ma da secoli.
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I passi lenti risuonavano nell’antica sala, illuminata soltanto dalla luna. Aveva atteso un’eternità per ritrovare le forze — e per ritrovare lei.
Quel luogo era stato abbandonato per secoli: un antico castello, acquistato e ristrutturato secondo il ricordo del suo. L’architettura di quell’epoca gli appariva scialba. L’arte ridotta a pochi schizzi, in cui si pretendeva di leggere un universo intero.
La sfera di luce verde in cui le due donne erano rinchiuse era l’unico faro vivo, in contrasto con il chiarore argenteo del satellite.
Il mantello frusciò piano quando l’uomo dalla maschera di ceramica e dal copricapo di piume si fermò dinanzi ad essa.
«Pensavi di essermi sfuggita» disse con voce profonda, velata di trionfo. Si portò la mano al volto, scoprendolo, mostrandolo un occhio giallo e uno azzurro. «Ma ti ho appena dimostrato che, alla fine, anch’io ero degno di questo luogo. E questa volta nessuno verrà a salvarti, Cheza.»
Cheza, la ragazza fiore, gridò — spalancando i suoi occhi rosa dalla sclera nera — ma non uscì alcun suono. Stretta a lei c’era una donna dalla pelle scura e dai capelli corti e neri, aggrappata in un gesto istintivo di protezione, sebbene priva di sensi. Blue.
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