Vai al contenuto principale

← Il quinto petalo

Creato il 10/07/2026, 21:35 · Aggiornato il 10/07/2026, 21:35

Capitolo 28: Il passato di Misha - Parte 1

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

Nota: il seguente passaggio contiene una scena di combattimento tra animali e manipolazione. Benché non ci sia nulla di particolarmente esplicito, se ti senti sensibile a questi temi, puoi anche saltare il capitolo.


«Avanti, chi punta di più?»

«Cento su quello marrone!»

«Io centocinquanta su quello nero e bianco!»

La stretta arena era gremita di giocatori. L’aria era densa di fumo, le sigarette accese punteggiavano l’oscurità come braci. I fari, dalla luce bianca e tremolante, illuminavano il centro dello spazio, delimitato da una rete metallica a cui la gente si aggrappava, urlando e sbraitando.

Al centro, i due cani si studiavano.

Ringhi bassi, denti scoperti.

Il cane marrone era segnato da cicatrici profonde, il corpo massiccio e temprato da numerosi combattimenti. Si capiva, a colpo d’occhio, che aveva già vinto molte volte.

Ma il suo avversario era più grande.

Pelo folto, nero sulla schiena e bianco sul petto. Gli occhi azzurri, gelidi, brillavano sotto la luce artificiale. Era immobile, teso, pronto. Avrebbe reso orgoglioso il suo padrone, anche quella notte.

«Avanti!» gridò qualcuno.

E in un attimo le due bestie si lanciarono.

Le fauci si chiusero nella carne. Un morso contro l’altro, forza contro forza. I corpi si scontrarono, si spinsero, si serrarono fino a quando un uomo con un bastone non intervenne a dividerli. Per un istante si separarono, girarono in circolo, il respiro pesante, gli occhi iniettati di sangue.

Poi di nuovo.

Graffi. Morsi. Abbai feroci.

Non c’era esitazione.

Sapevano che in gioco c’era la vita. Solo uno dei due avrebbe visto l’alba.

Il primo sangue cadde a terra e la folla esplose, aumentando le puntate, sempre più eccitata.

Per un momento, però, tutto si fermò. I due animali si guardarono.

Non c’era odio tra loro. Non davvero. Solo istinto, costrizione, una volontà che non apparteneva a loro. Combattevano per altri, per un padrone, per una regola imposta. Una vita fatta solo di scontri, dove sopravviveva chi restava in piedi.

Il cane marrone fu il primo a muoversi.

Con un ultimo, disperato slancio, saltò in avanti, ma quello nero e bianco fu più veloce.

Si abbassò, scivolò sotto il suo attacco e, in un unico movimento, affondò le zanne nella sua gola.

Il guaito fu breve. Un suono spezzato.

Poi il corpo cedette e il respiro si spense.

«Ahahah! Lo sapevo che la mia cagna avrebbe vinto! Ve l’avevo detto!» esclamò un uomo dai capelli radi, con un tatuaggio a forma di fucile sulla guancia. Seduto su un vecchio divano infeltrito, si spartiva la vincita con i suoi amici, gente del suo stesso calibro.

Accanto a lui, un uomo di mezza età tirò dal sigaro e sorrise soddisfatto. «Goyan, ma dove l’hai trovata quella bestia? Non ho mai visto cani così grossi in giro.»

«Me l’ha venduta uno zingaro, un po’ di tempo fa. Dice che viene dai monti siberiani.»

«Ah… ecco perché è così.» L’uomo annuì, soffiando il fumo di lato. «Con il gelo di quelle parti, solo animali così possono sopravvivere.» Poi inclinò appena il capo, con un sorriso malizioso. «E perché Misha? È il nome di una tua ex?»

Goyan fece spallucce. «No. Ce l’aveva già, e non avevo voglia di scervellarmi.»

Fuori dalla baracca, Misha era rinchiusa nella sua gabbia.

Le ferite si stavano già rimarginando. La sua saliva bastava a curarle, come sempre. Ora rosicchiava con calma un grosso osso che il padrone le aveva lasciato.

Lo aveva reso orgoglioso, ancora una volta e questo le bastava.

Era felice di dimostrare la sua fedeltà all’uomo che l’aveva cresciuta e nutrita fin da cucciola.

«Potremmo farla accoppiare a uno dei miei mastini, uscirebbero cuccioli belli forti.»

Goyan storse la bocca. «Eh? Quella robaccia lì? Ma per carità, se li mangerebbe a colazione. Se la devo fare accoppiare, sarà con un combattente nato.»

«Forza, Misha! Affonda quelle zanne! Brava, così!»

Un’ennesima battaglia. Un’altra vincita.

Misha aveva fatto vincere di nuovo il suo padrone.

Del resto, cosa importava dell’etica in un mondo come quello? La polizia aveva ben altre priorità: compiacere i nobili che si contendevano il cielo con le loro aeronavi. Nel frattempo, nelle strade, tutto il resto prosperava. Lotte clandestine, spaccio, prostituzione… in quell’equilibrio fragile e abbandonato, ogni cosa trovava terreno fertile.

Misha tornò dal suo padrone con passo leggermente zoppicante. Gocce di sangue le scivolavano lungo il pelo, ma non erano le sue.

«Chi è una brava ragazza?» disse l’uomo, prendendole il muso tra le mani e scuotendole il capo con entusiasmo.

Misha scodinzolò, felice.

«Goyan, aspetta! Troverò i soldi, te lo prometto… ti prego, io ho famiglia!»

Goyan fece un tiro di sigaretta. Il lampione sopra di lui, la cui luce filtrava attraverso la nebbia, illuminò appena le sue iridi scure, vuote di qualsiasi pietà. Anzi, vi si leggeva quasi un’ombra di scherno nei confronti dell’uomo che gli stava davanti.

«No. Hai tirato fin troppo la corda. La pazienza è finita.»

Gli bastò un cenno del capo.

«Misha, attacca.»

Misha non esitò. Scattò in avanti senza pensarci.

Goyan sorrise appena, tirando ancora dalla sigaretta, mentre si godeva la scena. Le urla dell’uomo e i ringhi dell’animale si dispersero nell’aria, inghiottiti dalla notte.

Più tardi, seduto con un amico, si stava bevendo una birra.

«Allora, per quella faccenda?» chiese l’altro.

Goyan fece spallucce. «Io e Misha l’abbiamo sistemata in fretta.»

«Tu e Misha?»

«Sì. Vuoi vederla?»

L’amico lo seguì sul retro del cortile. Lì, nella gabbia, il grosso animale era intento a mordere qualcosa con voracità.

«Che le hai dato da mangiare?» chiese, sollevando un sopracciglio.

Goyan sorrise appena. «Il tizio che mi doveva dei soldi.»

Quel giorno, però, la fortuna non arrise a Goyan. Anche lui, a sua volta, doveva dei soldi a qualcuno e non riuscì a saldare il debito in tempo.

In un attimo, degli uomini nerboruti gli furono addosso, riempiendolo di calci e pugni. Misha reagì immediatamente. Si lanciò contro di loro con tutta la sua mole, affondando zanne e artigli. Gli uomini tentarono di reagire, cercando di colpirla con dei coltelli, ma alla fine furono costretti a ritirarsi e a fuggire.

Goyan emise un debole lamento. Era ancora vivo.

«Padrone!» lo chiamò, nella sua mente, avvicinandosi subito a lui.

«Riportami… a casa…» mormorò l’uomo, quasi privo di sensi, aggrappandosi al suo dorso.

Nonostante il dolore per le percosse, Misha strinse i denti e lo trascinò via, riportandolo alla baracca.

Diede una spallata alla porta, che si aprì senza opporre resistenza, poi lo trascinò fino alla stufa. Era spenta.

Misha si guardò intorno per un istante, poi tornò su di lui. Il respiro di Goyan era irregolare, sempre più debole.

Provò a leccargli le ferite, sperando che la sua saliva potesse aiutarlo a riprendersi, ma capì subito che non sarebbe bastato. C’era bisogno di calore. Di qualcosa di più.

Fu allora che prese una decisione.

Non l’aveva mai fatto prima, ma sapeva di poterlo fare. Era una conoscenza antica, istintiva, qualcosa che apparteneva a tutti i lupi. Un adattamento alla sopravvivenza.

Assunse forma umana.

Quando si sollevò su due gambe, osservò le proprie mani con stupore, ma non si concesse più di un attimo. Non c’era tempo.

In pochi gesti, imitandoli come li aveva visti fare tante volte, accese la stufa e richiuse la porta per trattenere il calore.

Così, sperò, il suo padrone si sarebbe salvato.

Ma il corpo di Goyan tremava ancora, scosso da brividi violenti. Non sarebbe stata una notte facile.

Senza esitare oltre, si sdraiò accanto a lui. Il calore del suo corpo avrebbe fatto il resto.

Il mattino dopo, Goyan contrasse appena lo sguardo prima di riaprire gli occhi. Il dolore delle percosse riaffiorò immediatamente, ma rispetto alla sera prima si sentiva già meglio.

C’era però qualcosa di strano. Avvertì un respiro lento, caldo, sul suo volto.

Ebbe uno scatto quando la vista tornò a fuoco: accanto a lui c'era una ragazza addormentata.

Si stropicciò gli occhi, come per assicurarsi di essere davvero sveglio.

Poi il suo sguardo scese sul corpo di lei. La sconosciuta indossava una felpa bianca, dei pantaloncini di jeans e un paio di scarpe da ginnastica basse, simili a quelle che portava spesso anche lui. Indugiò per un istante sulle gambe scoperte, sottili ma toniche.

«Tu… Ehi, tu…» mormorò, posandole una mano sulla spalla e scuotendola appena. «Chi sei?»

La ragazza contrasse lievemente le sopracciglia, poi sollevò le palpebre.

Due occhi azzurro ghiaccio incrociarono il suo sguardo.

Goyan deglutì, cercando di mantenere la calma.

Non appena si rese conto che Goyan era sveglio e la stava guardando come se avesse visto un fantasma, Misha non riuscì a trattenere un sorriso divertito.

«Non mi riconosci? Sono io… sono Misha.»

«Ma che stai dicendo!?» sbottò lui, trascinandosi all’indietro con gambe e braccia.

Le pupille gli tremarono.

Un attimo prima, lì dove era sdraiata quella ragazza, ora c’era il suo cane, seduto nello stesso punto, che lo fissava scodinzolando.

Si stropicciò di nuovo gli occhi, con forza.

Quando abbassò le mani, se la ritrovò a un palmo dal viso. Piegata su sé stessa, con le braccia attorno alle ginocchia, continuava a sorridergli con aria giocosa.

«Magia!» esclamò lei.

«Ma quale magia, sei un mostro!» gridò lui. Allungò una mano verso il tavolo e, a tentoni, recuperò la pistola.

Quando l’uomo gliela puntò contro, Misha rimase immobile, lo sguardo calmo.

«Se non vuoi che mi trasformi più, non lo farò.»

La mano che impugnava la pistola tremò. La vista gli era ancora appannata e, per un attimo, gli sembrò che l’immagine del suo cane e quella della ragazza si sovrapponessero.

«Mi dispiace averti spaventato, ma era l’unico modo per salvarti» disse lei, abbassando appena il capo. «Dovevo accendere la stufa, e con le zampe non ci sarei riuscita.»

«Ma tu… si può sapere che razza di cane sei?» balbettò Goyan.

Misha scosse lentamente il capo. «Io non sono un cane. Sono un lupo.»

Goyan ebbe un sussulto. «Allora è vero… la leggenda… i lupi che indossano pelle d’uomo…» La voce gli si incrinò. «Ma come… come è possibile…»

Misha fece spallucce, con una semplicità disarmante.

«È così e basta. Non mi ero mai trasformata prima, ma per salvare il mio padrone ho dovuto farlo.»

Goyan abbassò lentamente la pistola.

«Il tuo padrone, hai detto?»

Misha annuì. «Certo.»

Lui fece un piccolo sorriso. «Giusto… io sono il tuo padrone

Misha non colse il cambiamento nel suo sguardo.

Barcollando, Goyan si rimise in piedi e lei gli fu subito accanto, sostenendolo per un braccio.

Una volta in piedi, lui le prese il viso con una mano e la osservò da vicino, lentamente, come se volesse studiarne ogni dettaglio.

Poi sorrise. Un sorriso sottile. «Sei davvero bella.»

«Goyan, ma allora sei vivo!»

La voce del suo amico, con il solito sigaro tra le labbra, spezzò la tensione.

La porta si aprì senza difficoltà, essendo priva di serratura.

«Uhm?» aggiunse l’uomo, chinando appena il capo mentre faceva un tiro. «Da quando fai entrare qui dentro quel sacco di pulci?»

Goyan si voltò di scatto. Davanti a lui non c’era più la ragazza, ma il suo cane.

«Ah, ma allora non lo sai?» continuò l’altro con un mezzo sorriso. «Oggi in salotto, domani ti sfratta dal letto. Non metterti a umanizzare queste bestie.»

«Umanizzare…» ripeté Goyan, trattenendo a stento una risata.

Diverse ore più tardi, durante il suo solito giro, Goyan tornò alla baracca. Aprì la gabbia e fece cenno a Misha di seguirlo dentro.

«Diventa umana.»

Misha obbedì senza esitazione.

«Vieni, siediti qui.» Le porse un piatto fumante. «Mangia.»

La ragazza si sedette e, senza pensarci, poggiò le mani sul tavolo e affondò il viso nel piatto, leccando e mordendo la zuppa con entusiasmo.

Goyan deglutì, visibilmente disgustato. «Dimenticavo che sei un cane.»

«Un lupo!» ribatté lei, con la bocca piena e le guance sporche.

«Sì, quello che ti pare.» sospirò lui, poi le porse un cucchiaio. «Tieni.»

Misha lo prese e lo osservò perplessa.

«Fa come me.»

Goyan affondò il cucchiaio nel suo piatto e iniziò a mangiare con calma.

Misha lo studiò per un istante, aggrottando leggermente la fronte. Poi provò a imitarlo.

Quella fu la prima di molte sere in cui Goyan iniziò a insegnarle le maniere degli umani. Non che lui fosse un esempio di bon ton, ma almeno quanto bastava perché nessuno si ponesse troppe domande vedendo Misha nella sua forma umana.

Lei, dal canto suo, era entusiasta. Per Misha era quasi un gioco: più lui sembrava soddisfatto, più lei si sentiva felice.

Non si accorse di quando le richieste iniziarono a cambiare.

Sempre più spesso le chiedeva di restare umana. Le carezze tra i suoi lunghi capelli ricci si fecero più frequenti, più lente. Le chiedeva di sedersi sulle sue gambe, le mani indugiavano sui fianchi, come se stessero imparando a conoscerne la forma.

«Sei davvero bella, Misha» le ripeteva. «La mia Misha, la mia bella cagnolina.»

Col tempo, Goyan smise con le lotte clandestine. I suoi amici non ne capirono il motivo. Lui si limitò a dire che aveva investito troppo su quel cane per rischiare di perderlo.

Ma non rinunciò a usarla.

Ci furono ancora notti in cui le ordinava di attaccare i suoi nemici.

Poi, un giorno, a Goyan venne un’idea.

Con quell’aspetto così innocente, Misha poteva diventare un’esca perfetta. Qualcuno di cui fidarsi, qualcuno davanti a cui abbassare la guardia senza sospetti. Non le avrebbe permesso di spingersi oltre, questo se lo ripeteva, ma poteva insegnarle a far credere agli altri ciò che voleva.

Il suo aspetto giovane, la pelle diafana, gli occhi azzurri e limpidi, le labbra morbide… tutto in lei contribuiva a rendere quell’illusione credibile.

«Padrone, non so se sono capace…» confessò lei, a disagio.

Goyan sorrise. «È solo una recita. Nessuno ti farà niente… o ci penserò io.»

«Quindi devo solo fingere…»

«Esatto.» Si avvicinò di più. «Avanti, non vuoi rendere felice il tuo padrone?»

Le accarezzò i capelli, lasciando scivolare lentamente una ciocca tra le dita.

Misha avvertì un lieve disagio. Non sapeva spiegarselo.

Ma, ancora una volta, non voleva deluderlo.

Il piano funzionò.

Goyan trovò un nuovo modo per fare soldi: l’estorsione. Mandava avanti Misha, e gli uomini cadevano nella trappola senza sospettare nulla. La vedevano come una preda facile, ignari che in realtà fosse lei a cacciare loro.

Goyan restava nelle vicinanze, pronto con la macchina fotografica, a immortalare l’istante in cui quelle mani iniziavano ad allungarsi troppo. Non permetteva mai che si spingessero oltre.

Misha era solo sua.

«Voglio cinquecentomila entro una settimana o tua moglie vedrà queste foto» diceva poi, con un sorriso avido.

Chi poteva pagava.

Chi non poteva, rivedeva la ragazza ma non più nella sua forma umana.

I soldi iniziarono ad arrivare in fretta. Nemmeno i suoi stessi compari capivano con chi stesse lavorando davvero.

Poi, però, la fortuna abbandonò di nuovo Goyan.

Goyan aveva anche il vizio del gioco. Tutti i soldi che guadagnava finivano bruciati lì, insieme agli altri suoi vizi.

Quella sera perse molto e la cosa lo fece infuriare al punto da bere senza fermarsi. Una birra dopo l’altra, senza pausa.

Nella penombra della baracca, sprofondò nella poltrona, con ancora una bottiglia stretta tra le mani.

«Misha!» chiamò.

La lupa entrò spingendo la porta con il muso.

«Trasformati» bofonchiò lui, lo sguardo duro.

Un raggio di luna filtrò dalla finestra, illuminando la figura di Misha ora in piedi, con le mani raccolte dietro la schiena.

Goyan rimase in silenzio a osservarla da capo a piedi. Come sempre, appariva con quella felpa bianca, i pantaloncini e le scarpe da ginnastica. Il sorriso gentile. L’espressione fiduciosa.

«Perché ti mostri sempre vestita?» borbottò. «Tu non indossi nulla quando sei un cane.»

Misha si strinse nelle spalle, incerta, senza sapere cosa rispondere.

«Mostrati senza vestiti.»

Lei aggrottò la fronte. «No. Non voglio.»

«Sono il tuo padrone.» La voce si fece più dura. «Fa’ come ti dico.»

L’odore dell’alcol le arrivò addosso, pungente.

Misha scosse di nuovo il capo. «No.»

Goyan scagliò la bottiglia di lato e si alzò di scatto.

«Come osi opporti ai miei ordini?»

Lo sguardo di lei tremò appena, ma non arretrò.

Inspirò lentamente. «Mi dispiace… ma non posso.»

Lui le afferrò il bavero della felpa, tirandola a sé.

«Perché no?» ringhiò.

Misha arricciò il naso per il puzzo di alcol. Poi lo guardò dritto negli occhi.

«Perché non è giusto... sei ubriaco.»

Goyan la spinse contro il tavolo, cogliendola di sorpresa più che per reale forza.

**«Fa’ come ti dico! Sono il tuo padrone, hai capito? Tu sei mia!»**

«Smettila!» rispose lei. Nella sua voce non c’era paura, ma qualcosa di più profondo. Delusione. Il cuore che si incrinava davanti a quell’uomo che, fino a poco prima, aveva cercato di proteggere. «Così mi fai male!»

«Farti male?» ringhiò lui. «Ora te lo faccio vedere io!»

Le afferrò i fianchi, cercando di sollevarla sul tavolo, ma i suoi movimenti erano imprecisi, rallentati dall’alcol. Non si rese conto di chi aveva davanti.

Misha reagì d’istinto e con un calcio Goyan venne scagliato dall’altra parte della stanza. La schiena sbatté contro il divano con un tonfo secco e per un attimo gli mancò il fiato.

Il silenzio calò improvviso.

Misha rimase ferma, il respiro accelerato, il petto che si alzava e abbassava nella penombra.

Lo fissava. Non con rabbia ma con incredulità.

«Maledetta bastarda» disse lui, con la voce tremante di rabbia. «Come hai osato?»

Misha non rispose. Rimase immobile, lì dov’era.

Goyan si rialzò lentamente, barcollando.

Lei lo vide avanzare verso di lei, ma non si mosse. La sua lealtà la tratteneva, le impediva perfino di pensare alla fuga.

«Non sai cosa succede ai cani che mordono la mano del padrone?» sbraitò, alzando la voce. Poi, con un gesto brusco, estrasse la pistola e gliela puntò contro.

Per un istante il tempo sembrò fermarsi.

Le pupille della lupa si strinsero un attimo prima che il colpo partisse.

Misha riaprì gli occhi diverse ore dopo.

Era frastornata, il respiro irregolare, ma non provava dolore. Non capiva cosa fosse successo.

Si passò una mano tra i capelli, cercando di mettere a fuoco la realtà attorno a sé.

La stufa era ancora accesa, e la sua luce calda tremolava nella stanza, proiettandosi su qualcosa di indistinto.

Fu l’odore a colpirla per prima. Non era più quello acre dell’alcol. Era un odore diverso, uno che conosceva fin troppo bene.

Quell’odore era sangue umano. Un odore che aveva sempre trovato sgradevole.

Poi lo capì.

La sagoma immobile e deformata, nascosta dalle ombre, era ciò che restava di Goyan.

Arretrò di scatto, inciampando quasi contro una sedia. Lo sguardo correva ovunque, senza trovare appigli.

Le pareti. Il pavimento. Il sangue era ovunque.

«Che cosa… che cosa ho fatto?»

Il cuore iniziò a batterle all’impazzata.

Lo aveva ucciso. Aveva ucciso il suo padrone.

In un attimo si voltò e fuggì, abbandonando la baracca.

Le poche persone ancora in strada ebbero appena il tempo di voltarsi, sorprese, vedendo un enorme cane sfrecciare tra le vie malridotte della città.

Misha correva senza fermarsi. Senza una direzione.

Uscì da Freeze City e continuò a correre anche oltre, con la mente ridotta a un ronzio vuoto.

Le immagini di quel corpo dilaniato le restavano impresse davanti agli occhi.

Non mangiò. Non bevve. Non si fermò mai. Sentiva solo il bisogno di allontanarsi il più possibile da tutto ciò che era stato.

Poi un giorno un odore particolare, diverso dall'odore di sangue umano che fino a quel momento sembrava essere rimasto fisso nelle sue narici, la spinse a cambiare direzione. Non era molto forte, anzi era delicato.

Delicato come un fiore.

L’insegna vecchia e decadente all’ingresso del villaggio riportava un nome: Mine-Ruins Town.

Misha abbassò le orecchie, avanzando con cautela.

Il luogo era abitato. Sentiva chiaramente l’odore degli umani… ma non era l’unico. Ce n’era un altro. Più di uno.

Il suo corpo si tese istintivamente appena percepì un lieve crepitio.

Poi, dall’angolo di un edificio, emersero due lupi. Un maschio e una femmina.

Il maschio portava con sé l’odore del capobranco. Il suo pelo era di due tonalità di grigio, antracite sul dorso e più chiaro sul petto. Una cicatrice gli segnava la guancia. La femmina, invece, aveva una pelliccia marrone, lo sguardo vigile.

Misha indietreggiò di un passo, incerta.

«Non avere paura, giovane lupa» disse il maschio, con voce calma. «Ti sei smarrita?»

La lupa abbassò il capo. «Sì… e non posso più tornare indietro.»

«Come tutti noi» rispose il maschio, con una calma che non giudicava.

Misha sollevò appena lo sguardo.

Davanti a lei, i due lupi mutarono forma. Il maschio assunse sembianze umane: capelli grigi, mascella marcata, la stessa cicatrice a tagliargli la guancia. La femmina, invece, aveva un caschetto lucido, occhi chiari e una sciarpa gialla stretta attorno al collo.

Misha esitò solo un istante, poi fece lo stesso.

Il suo corpo cambiò, adattandosi a quella forma che ormai le era familiare, anche se ancora nuova.

«Come ti chiami?» chiese il lupo.

«Misha.» Si portò una mano al petto, leggermente titubante. «E voi?»

Lui accennò un sorriso. «Piacere, Misha. Io sono Zali e lei è la mia compagna, Cole.»


Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Caricamento…