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Darcia si trovava nel suo studio, intento a riordinare una pila di documenti. Da quando la guerra era iniziata ed era diventato una delle figure più influenti della città, il carico di lavoro era aumentato in modo esponenziale e non poteva nemmeno delegare.
Quella era una sinfonia, e lui ne era il direttore. Ogni nota doveva seguire esattamente il ritmo che aveva stabilito.
Mentre allineava i fogli, uno scivolò via dalla pila. Il disegno di Hamona.
Un nuovo schizzo, nato da uno dei suoi sogni. Un frammento che non poteva permettersi di perdere.
Lo raccolse con cura. Il tempo non era ancora giunto, eppure, per un istante, non riuscì a trattenere ciò che gli attraversò il petto.
Gli parve di sentire ancora il profumo dei capelli della sua sposa.
Il suono di una notifica lo riportò alla realtà.
«Lord Darcia, ci hanno appena comunicato che il laboratorio per ospitare Cheza è pronto.»
La voce di Cher risuonò attraverso il dispositivo.
Rispose rapidamente, le dita che scorrevano veloci sulla tastiera. Poi sollevò lo sguardo verso lo schermo del portatile.
Aprì una cartella protetta.
Ufficialmente, restava un cittadino come gli altri, soggetto alla legge marziale. Ma quei file raccontavano un’altra verità. Con le autorizzazioni giuste, lo spostamento di Cheza a bordo di una delle aeronavi da lui stesso progettate poteva avvenire nel modo più sicuro e discreto possibile.
Darcia osservò i dati per qualche secondo, poi chiuse lentamente il file.
La sinfonia stava per entrare nel suo movimento più delicato.
«Non sono state registrate nuove anomalie?» chiese più tardi, quando raggiunse la dottoressa nel laboratorio, intenta a sistemare alcune valigette pronte per il trasferimento.
Per l’occasione indossava la sua veste da nobile: di lì a poco avrebbe tenuto una riunione con l’Ordine.
«No, Lord Darcia. Nessuna, per ora.»
Darcia si accigliò e si avvicinò alla sfera. Cheza lo osservava in silenzio, lo sguardo cupo.
«Da quando hai fatto fuggire la tua amica, hai smesso di cantare. Ti sei arresa al tuo destino… o forse…»
Non si aspettava una risposta.
Sotto la maschera bianca, le sue sopracciglia si contrassero, poi, d’un tratto, colpì la superficie della sfera con un pugno.
«Perché mi odi così tanto? Se non ti fossi opposta a me, io non avrei fatto quello che ho fatto!»
Richiamata da quell’improvviso scatto, Cher si affacciò appena, esitò un istante… poi decise di restare in disparte.
«È solo per amore che lo faccio» continuò Darcia, la voce più bassa, ma tesa. «Ci avevo rinunciato, nella mia vita precedente. Ma quando ti ho rivista, lì tra i fiori della luna… il mio cuore ha ricominciato a battere.»
Fece un passo indietro.
«Se solo mi avessi teso la mano… forse oggi sarei un uomo diverso.»
Cheza lo guardò a lungo, socchiudendo appena le palpebre. Nei suoi occhi non c’era paura. Solo una vaga, silenziosa pietà.
Darcia distolse lo sguardo e riprese a camminare.
«Lo so. Ho ucciso i tuoi amici… e sto per rifarlo. Ma loro hanno avuto un’altra possibilità. Hanno potuto rinascere, vivere ancora una volta.» La sua voce si fece più aspra. «Hamona, invece, è stata strappata alla vita troppo presto. In una sola esistenza.»
Il laboratorio tornò a riempirsi soltanto del ticchettio regolare dei macchinari.
Poi il suo sguardo si indurì. L’iride gialla si accese appena.
«Perché hai smesso di chiamare Kiba?» mormorò. «Pensi di salvarli?»
Un sorriso sottile gli piegò le labbra.
«Hai capito anche tu che, risvegliando il loro sangue, li stai solo conducendo verso la loro fine…»
Si fermò davanti alla sfera.
«No, mia cara. In questo sarai complice. Volente o nolente, seguiranno sempre il tuo odore.» La sua voce si fece un sussurro freddo. «E da quando la luna è diventata rossa… è solo questione di tempo.»
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Hige uscì dall’ufficio, sistemandosi meglio addosso la mantella azzurra per ripararsi dalla pioggia. Ormai era diventata un’abitudine: se non nevicava, pioveva. Da quando la città aveva subito quell’attacco, il cielo non sembrava più conoscere tregua.
Terminò l’ultimo morso del panino e gettò la carta nel cestino, senza nemmeno rallentare il passo.
Un carrarmato gli passò accanto, facendo vibrare leggermente l’asfalto. La lamiera verde militare era segnata da graffi e fango, ma la bandiera risaltava comunque: un razzo stilizzato su sfondo azzurro.
Gli bastò sollevare appena lo sguardo per rendersi conto di quanto fosse cambiato tutto: soldati ovunque, controlli continui, sguardi attenti e sospettosi.
Ogni tanto qualcuno veniva fermato, documenti alla mano, mentre altri venivano fatti passare senza una parola. La città si muoveva a ritmo forzato, compressa dentro regole nuove, più rigide:
Rientrare entro un’ora precisa.
Mostrare un tesserino per lavorare.
Giustificare ogni spostamento.
«Ehi, tu… ragazzo. Tu con i capelli rossi.»
Hige si fermò. Si indicò con un dito, quasi per conferma.
Due militari gli si affiancarono, tagliandogli la strada.
Sospirò piano, già preparandosi a tirare fuori i documenti. Lo aveva fatto così tante volte che ormai il gesto era automatico.
Il sergente prese la carta, la osservò rapidamente.
«Solo ventitré anni…»
Hige rimase in silenzio.
«E quanto sei alto?»
Lui sollevò appena un sopracciglio, poi si grattò la nuca, lanciando uno sguardo verso l’alto.
«Non saprei… credo un metro e ottantacinque… forse ottantasette.»
Il militare fece un mezzo sorriso.
«Ottimo. E hai anche una buona massa muscolare.»
Gli porse un volantino. La carta era umida ai bordi, l’inchiostro leggermente sbavato dalla pioggia.
«Al momento ci servono giovani prestanti che possano servire la nostra patria. Facci un pensierino, figliolo.»
Hige abbassò lo sguardo sul foglio per un istante, poi lo richiuse tra le dita.
Quel giorno decise di deviare per il parco.
Avrebbe dovuto tornare dritto a casa, cambiarsi e poi correre da Misha. Non poteva permettersi di lasciare tutto sulle spalle di Toboe. Eppure, per un momento, sentì il bisogno di rallentare.
Il sentiero era coperto da uno strato sottile di neve bagnata, che si scioglieva sotto una pioggia fine e insistente. I rami spogli degli alberi si piegavano appena sotto il peso dell’acqua, e ogni tanto una goccia cadeva più pesante, rompendo il silenzio.
Anche lì, nel parco, si percepiva la presenza dell’esercito.
Un paio di soldati sorvegliavano l’ingresso principale, mentre in lontananza si intravedevano sagome immobili tra gli alberi. Ma rispetto alle strade, quel luogo conservava ancora una parvenza di quiete.
Hige infilò le mani nelle tasche della mantella, abbassando appena lo sguardo.
Da quando avevano chiuso l’orfanotrofio per ristrutturazione, Toboe aveva ottenuto il permesso di restare da Misha. Una soluzione temporanea, avevano detto.
Meglio così.
Almeno non era stato mandato in qualche altra struttura, lontano da tutti. E per Hige… era stato un sollievo.
Misha, circondata da volti familiari, rischiava meno. Le crisi arrivavano lo stesso, ma sicuramente erano più brevi, meno violente, rispetto al rimanere da sola. Toboe riusciva a starle accanto con una naturalezza che lui, a volte, sentiva di non avere più.
Si fermò un istante, osservando il terreno davanti a sé.
I genitori di Misha erano fuori città. Tagliati fuori, come molti altri. Ma anche se avessero potuto tornare, probabilmente lei non li avrebbe voluti coinvolgere.
Non in tutto questo.
Non in una verità che nemmeno lei riusciva ancora ad accettare del tutto: che l'adorata figlia… non fosse soltanto umana, ma la reincarnazione di un lupo.
Una folata di vento attraversò il parco, sollevando una pioggia più fitta per qualche secondo.
Hige sollevò appena il volto.
Gli occhi ambrati si posarono su una panchina, affacciata su un lago ormai completamente ghiacciato. La superficie era liscia, opaca, interrotta solo da qualche crepa sottile.
Lì, seduto, c’era il detective Lebowski.
La barba incolta, il volto leggermente scavato, le spalle abbandonate contro lo schienale. In mano teneva un sacchetto di carta, da cui prendeva distrattamente delle briciole di pane per lanciarle verso il lago.
Hige si avvicinò lentamente, poi si sedette accanto a lui.
«Dubito che i pesci riescano a penetrare quello strato di ghiaccio.»
Si soffiò sulle mani per scaldarle, poi le infilò di nuovo nelle tasche.
Hubb non si voltò nemmeno.
«È così che si sente un pensionato?» disse, con tono piatto.
Hige inclinò appena il capo.
«Detective, lei è ancora giovane. Sta già facendo le prove?»
Un breve silenzio.
«Perché non è quello che mi hanno costretto a fare da più di un mese?» continuò Hubb. «Ho fatto arrabbiare il capo… e l’unico motivo per cui non mi hanno licenziato in tronco lo devo solo a quell’uomo.»
La mascella di Hige si irrigidì appena.
«Si sta facendo bello con tutti. Non c’è nessuno che non lo adori.»
«Se solo sapessero la verità…» mormorò Hubb, poi si interruppe da solo. «Comunque, come sapevi che ero qui? Ah… non dirmelo. Ho capito perfettamente.»
Hige accennò un mezzo sorriso.
«Ultimamente il mio olfatto si è fatto più fine… e lei puzza, detective.»
Hubb aprì leggermente l’impermeabile e si annusò, poi sospirò.
«Menomale che Cher non è qui.»
«L’ha più sentita?»
Hubb scosse appena la testa.
«No. Non so nemmeno come sta.» Lo sguardo rimase fisso sul lago. «Da quando è scoppiato tutto questo… l’unica persona con cui ho qualche contatto sei solo tu, Hige.»
Per un attimo, si udì solo il rumore leggero della pioggia che cadeva sul ghiaccio.
Hige abbassò appena lo sguardo. Non disse nulla subito.
Poi, quasi senza pensarci: «Non è una bella compagnia, la mia.»
Hubb lasciò cadere un’altra manciata di briciole. «Meglio della solitudine.»
Un’altra pausa.
«E Misha?» chiese infine il detective, con un tono più attento. «Come sta davvero?»
Quella domanda non era casuale e Hige lo capì subito.
Le dita si strinsero appena nelle tasche della mantella, lo sguardo scivolò sul lago ghiacciato, come se cercasse lì una risposta.
«Sta…» esitò un attimo. «Sta resistendo.»
Non era una bugia... ma non era nemmeno la verità completa.
Il vento si alzò appena, increspando la pioggia.
«Detective… secondo lei io sono un ragazzo forte?»
«Beh… ultimamente mi sembra che tu abbia messo su massa.»
«D-davvero? Ma nemmeno mi alleno…»
«Forse il sangue di lupo sta stimolando il tuo corpo, lo sta rinforzando.»
«Possibile… ma non intendevo la forza fisica.»
Hubb lo guardò per un attimo, poi tornò a fissare il lago davanti a sé.
«Sicuramente lo sei più di me. Non sei mai veramente crollato. Ti sei sempre aggrappato a qualcosa e, anche dopo aver scoperto una verità che fa male, hai comunque provato a concentrarti sulle cose concrete. Se non è questa forza…»
Hige tirò fuori le mani e strinse le ginocchia.
«Ma ho paura di star perdendo quella forza. Io non so più cosa fare. Toboe ha appena scoperto tutto e chissà quando si risveglierà anche il suo sangue. Misha invece non vuole darmi retta… non capisco perché si ostina a non vedere che dietro tutto questo c’è la mano di Darcia. Io non…»
In quel momento, un’aeronave sorvolò il cielo, una massa scura e lucida, scagliata contro il grigio delle nuvole.
Hige si piegò di colpo, portandosi le mani alla testa, trafitto da quel fischio lancinante che solo lui poteva sentire.
«Hige! Hige, resisti!» disse Hubb, afferrandolo per le spalle.
«Io… io non capisco…» ansimò Hige, mentre la testa sembrava sul punto di esplodere. «Anche Misha lo sente… e gli resta accanto… perché!?»
Finalmente il fischio cessò.
Hige rimase con il fiatone, la testa appoggiata alla spalla del detective. Gli occhi infossati, lo sguardo stanco.
«Nonostante le abbia raccontato la storia… lei… lei non vuole ascoltarmi…»
Hubb strinse i denti. Il cuore gli batteva forte, impotente davanti a quel giovane uomo che ora sembrava fragile come un bambino.
«Il fatto, Hige… è che quella è la nostra storia. Non la sua.»
Hige sollevò appena lo sguardo.
«Misha non faceva parte del branco originale… tecnicamente non sappiamo nulla di lei.» Lo abbassò di nuovo. «Per quanto sia brutto ammetterlo, non sappiamo se anche nel passato lei potesse essere stata una sua alleata.»
«Non lo dica neanche per scherzo!»
Hige si raddrizzò, sostenuto dall’adrenalina e dalla rabbia.
«Non ne comprendo le motivazioni, ma sono certo che non è una traditrice. Questo mai!»
Hubb lo guardò con tristezza. «Voglio sperare che sia così… ma per favore, non diventare cieco anche tu solo perché la ami.»
Hige si alzò di scatto e, nel farlo, il volantino gli scivolò dalla tasca.
Hubb lo raccolse.
«Ti hanno proposto di arruolarti?»
«Sì… ovviamente non me ne frega un fico secco» disse lui a bassa voce, portandosi le mani al viso, cercando di riprendersi dall’eco di quel dolore.
«Stanno arruolando anche noi poliziotti… la guerra si sta estendendo a macchia d’olio e sta coinvolgendo nuovi stati.» Fece una pausa. «Non escluderei che tra poco mandino al fronte anche me, avendo un addestramento militare.»
Hige si voltò di scatto. «Potrebbe essere chiamato da un momento all’altro?»
«E chi lo sa…» sospirò Hubb. «Vorrei mi assegnassero al caso della ricerca di Kiba e Tsume, ma è già un miracolo che non mi abbiano messo tra i sospettati… Hai saputo che hanno persino accusato Tsume dell’omicidio di Satoshi?»
«Sì… mi chiedo proprio come» disse Hige, con un’ironia amara.
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Misha era distesa sul letto, in attesa che Toboe tornasse da scuola. Aveva preso una delle pillole poco prima e il suo corpo sembrava finalmente essersi calmato. Quel mattino era andato bene, non aveva avuto crisi.
Prese il cellulare dal comodino e iniziò a scorrere dei video, il gesto lento, quasi automatico. Ormai gli aggiornamenti sulla guerra avevano completamente sostituito quelli leggeri e spensierati; la felicità sembrava aver abbandonato quel mondo senza lasciare traccia.
Tra le notizie comparivano sempre più spesso immagini di persone che strappavano o bruciavano i fiori della luna, un accanimento cieco, come se distruggerli potesse fermare una verità che stava tornando a manifestarsi.
«Quindi ti eri già reso conto di tutto?» Aveva chiesto al suo fidanzato.
«Sì. E ora anche Toboe lo sa.» Aveva risposto lui.
Sperava che quel giorno arrivasse il più tardi possibile, non alimentare il risveglio dei suoi amici, rimandare tutto anche solo di poco. Ma tutto era cambiato quando Hige le aveva parlato, quando le aveva detto di aver incontrato Kiba e Tsume e di essere pienamente cosciente di essere un rinato.
E poi… che erano lupi.
Darcia non glielo aveva detto apertamente quel giorno, e per un attimo si chiese il perché, ma in fondo sentiva di averlo sempre saputo. Hige voleva che credesse alla versione di Kiba, che vedesse in Darcia il nemico, ma lei non ci riusciva. Non perché non capisse, ma perché qualcosa dentro di lei glielo impediva.
Sapeva di ferire Hige così, ne era perfettamente consapevole, eppure non riusciva a fare altrimenti. Non riusciva a odiarlo, non riusciva a prendere le distanze. Era più forte di lei.
Una reazione illogica che andava persino in contrasto con il suo istinto naturale.
Chiuse per un attimo gli occhi, portandosi il telefono sul petto, quando questo vibrò tra le sue dita.
Li riaprì e abbassò lo sguardo sullo schermo, sul mittente del messaggio vocale: era Darcia.
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