Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
«La luna illumina ciò che è nascosto, ma non tutti possono comprenderlo.» - Il Libro della Luna Rossa
«Ci è appena giunta notizia che due missili hanno colpito la capitale: Freeze City è stata attaccata! Ripeto, Freeze City è stata attaccata!»
«Il Parlamento è stato colpito. I danni sono ingenti.»
«È stato terribile… è successo tutto così in fretta. La mia casa non esiste più!»
«Il Presidente ha appena rilasciato un annuncio: da oggi il nostro Stato entra ufficialmente in guerra.»
«Un fenomeno incredibile. I più catastrofisti parlano della fine del mondo: a pochi giorni dall’attacco missilistico, proprio nella notte di luna piena, è sorta una luna rossa.»
«Non sappiamo a cosa sia dovuta la comparsa di questi fiori bianchi, ma ormai la popolazione li associa alla tragedia di Freeze City. È diventato virale l’hashtag “badflower”, e c’è chi li chiama “fiori della morte”.»
«Restano latitanti i due sospettati appartenenti a una presunta cellula terroristica indipendente. I ricercati, qui riportati, rispondono ai nomi di Kiba e Tsume, quest’ultimo già noto alle forze dell’ordine per reati minori e sospettato del triplice omicidio del noto trafficante Satoshi e due suoi seguaci, dopo che un suo conoscente J. si è consegnato spontaneamente alla polizia.
Si richiede la massima allerta: sono considerati pericolosi e non devono essere sottovalutati.»
Quella notte segnò il destino di molte vite.
La pace apparente di cui i cittadini credevano di godere fu spazzata via insieme a quelle due esplosioni. Per tornare a una parvenza di normalità servirono giorni, ma fu subito chiaro che nulla sarebbe più stato come prima. L’esercito si riversò in città, venne imposta la legge marziale, molte attività non essenziali furono chiuse. Intanto, i fiori della luna — presagio di cambiamento — attecchirono ovunque, fiorendo come se gelo e neve non potessero scalfirli, diffondendosi nella capitale e oltre i suoi confini come un’infestazione silenziosa.
La conferma che il mondo fosse ormai sull’orlo di una trasformazione arrivò con il sorgere di una luna rosso sangue. Da quel momento, anche quando il giorno tornava, il sole non sembrò più in grado di posare davvero i suoi raggi sulla terra.
Tutto ebbe inizio a Freeze City, un nome che presto divenne sinonimo di un inverno senza fine. Il mondo si preparava alla sua glaciazione. Ancora una volta.
Eppure, in alcuni cuori, la speranza continuava a battere. Ed era proprio grazie a quella fragile resistenza che il mondo non era ancora sprofondato nell’oblio.
In questo scenario, le Darcia Industries prosperarono. Vennero loro assegnati ingenti fondi per progetti militari innovativi: strutture imponenti, ispirate al motore dei dirigibili, ma dall’aspetto schiacciante e minaccioso, simile a quello di un coleottero.
Darcia III ne giustificò la forma come simbolo di rinascita e resurrezione, richiamando l’anima, il cuore e una serie di riferimenti al divino. I cittadini comuni vi lessero un auspicio di buon augurio da parte del diretto discendente dei fondatori della città.
Ma chi conosceva ciò che si celava oltre la sua maschera pubblica sapeva bene che quella simbologia era legata a intenti ben diversi.
Tuttavia, le Darcia Industries non si distinsero soltanto per il contributo militare. Anche le strutture pubbliche colpite nella notte di Capodanno, tra cui l’orfanotrofio statale, vennero rapidamente ricostruite grazie a ingenti donazioni.
La città si mostrò talmente riconoscente da arrivare a considerare quell’uomo persino più importante del proprio sindaco e di qualsiasi altro funzionario.
Il suo volto era ormai ovunque. Non c’era più nessuno che non conoscesse il suo nome.
˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
Le dita scorrevano lente su quel giovane corpo candido, del cui calore aveva percepito la presenza accanto a sé per settimane, senza mai osare sfiorarlo davvero.
Al suo tocco, lei si ritrasse appena, come attraversata da un brivido, per poi abbandonarsi di nuovo, cercando quella carezza. I respiri si fecero profondi, e i loro sguardi rimasero intrecciati, incapaci di separarsi. In lui viveva il giallo dell’estate, in lei l’azzurro dell’inverno.
Le baciò le labbra, morbide come petali, con un bisogno trattenuto troppo a lungo, come se in quel contatto trovasse nutrimento. I loro corpi si cercarono ancora, in un movimento lento, carico di tensione e calore.
A un certo punto, lei pronunciò il suo nome. Prima fu poco più di un sussurro, poi la voce si incrinò, salendo appena, seguendo l’intensità di quell’istante. E lui rimase sospeso in quel suono, come se non esistesse altro.
Si sollevò di poco, quanto bastava per osservare il suo viso arrossato, incorniciato dalla luce soffusa della lampada e dalla stampa della volta celeste del piumone che sembrava brillare attorno a lei. Il cuore gli batté con forza.
Conosceva così poco di lei, eppure non ebbe alcun dubbio: sarebbe stata lei. Sempre lei, il centro dei suoi pensieri. Un legame così profondo che Tsume ebbe l’impressione che andasse oltre il tempo stesso.
Non avrebbe mai cercato di dominarla. L’avrebbe voluta accanto, sempre. Da quel momento, ogni lotta avrebbe avuto un solo senso.
Solo per lei. Solo per Misha.
Tsume si risvegliò di soprassalto, in quella casa abbandonata che avevano scelto come rifugio. Le mura erano fatiscenti, una delle tante abitazioni lasciate vuote dopo l’evacuazione forzata di interi quartieri.
Nessuno osava avvicinarsi a quei luoghi, nemmeno gli sciacalli. Troppo pericolosi. Ma per dei lupi come loro rappresentavano il nascondiglio ideale.
Eppure sapevano che era solo una soluzione temporanea. Non potevano permettersi di restare troppo a lungo nello stesso posto.
Il vero problema, però, era altro. Le visioni.
Il sangue di Tsume si stava risvegliando. L’apparizione della luna rossa aveva accelerato tutto, e ormai da più di un mese veniva strappato al sonno da ricordi che non gli appartenevano più del tutto, o si ritrovava a reagire a parole e odori che non esistevano davvero.
Quella notte, però, fu diverso.
Non fu un ricordo frammentato o violento, ma qualcosa di più vivido. Gli tornò alla mente l’unica volta in cui aveva fatto l'amore con Misha, avvenuto mesi prima. Non era solo un’immagine: era come riviverlo.
Sentiva ancora il calore della sua pelle, il ritmo lento dei loro respiri. Gli sembrò perfino di percepire, tra le narici, il profumo di lavanda dei suoi ricci scuri, e il lieve sfiorare del suo respiro contro il petto.
Per un istante, il confine tra passato e presente si dissolse completamente.
Blue, ormai unitasi ai due, percepì lo scricchiolio dei passi sui detriti e aprì lentamente gli occhi. Sollevò appena il capo dal sacco a pelo, notando Tsume, a braccia conserte, fermo davanti a una finestra senza vetri, intento a osservare la luna.
Scorse la vena sul suo collo pulsare appena, così come il lieve movimento delle narici. Anche a quella distanza riusciva a cogliere la tensione che irrigidiva il suo corpo. Ormai aveva imparato a riconoscere i segnali: quando Tsume era turbato, qualcosa dentro di lui si agitava come una ferita mai davvero rimarginata.
«Un’altra visione?» chiese con tono gentile, avvicinandosi con passi lenti, attenta a non svegliare Kiba.
«Non proprio. Questo è un ricordo recente» rispose lui, privo d’inflessione, senza voltarsi.
«Sembra che, anche in questa vita, non ti sia andata molto diversamente dalla prima» osservò Blue, accigliandosi appena.
«Si vede che è nella mia natura essere un cane randagio. Che ti devo dire.»
«Ma tu non sei un cane, Tsume» ribatté lei, con un tono più incisivo. «Sei un lupo. E ormai sappiamo che per noi esiste un destino molto più grande.»
«Illuminami. Il Rakuen? Ma se non sbaglio, questo avrebbe dovuto esserlo…» Lo sguardo gli tremò appena.
Blue si appoggiò alla parete opposta della finestra e rivolse lo sguardo alla neve che cadeva incessante, sospinta dal vento.
«Tu non hai memoria di ciò che è accaduto dopo la nostra morte, vero?»
Tsume si voltò verso di lei, pensieroso.
«Tu invece sì? Sai cosa è successo in quel lasso di tempo? E perché non ce lo hai detto prima?»
«Perché non è necessario al nostro scopo. Non adesso.»
«E quando lo sarà?» incalzò lui, con un’ombra d’impazienza.
«Quando sarà il momento. Ora non posso permettere che trapeli, nemmeno per errore.»
Tsume serrò la mascella. «Tutto questo è frustrante. Così come lo è nascondersi come conigli.»
«Non abbiamo alternative, per ora.»
«Hige non sa nemmeno che sei qui. E non possiamo più contattare né lui né Hubb, da quando ci danno la caccia.»
Blue socchiuse gli occhi. «Credo che Hige non abbia nemmeno interesse a cercarmi. Altrimenti mi avrebbe già percepita.»
Tsume fece schioccare la lingua contro il palato. «Lebowski gli aveva detto di non tormentarsi nel farlo, perché lo faceva stare male.»
«Per me va bene» disse lei, accennando un sorriso malinconico mentre osservava i cristalli di neve cadere. «Li ho visti, sai. Hige e Misha. Sembravano… molto legati.» Sospirò piano. «Sono felice per loro. Gliel’avevo chiesto io, di andare avanti.»
Tsume la fissò. «Ti va bene che stia con un’altra?»
«Certo. Come a te va bene.» Abbassò lo sguardo. «Siamo diventati entrambi custodi silenziosi di due persone che amiamo.»
Tsume rimase in silenzio a lungo, osservandola, come se cercasse di cogliere qualcosa oltre le sue parole.
«Forse hai ragione…» mormorò infine. «Ma qualcosa mi dice che, per ora, lui è cieco solo per scelta. Ora che tutto è cambiato… si sta aggrappando all’ultimo frammento di realtà che gli è rimasto.»
«Per noi è un vantaggio essere, per ora, separati da Hige e dal detective» disse Kiba, ancora sdraiato nel sacco a pelo, cogliendo di sorpresa Tsume e Blue.
«Darcia adesso si concentrerà sul proteggere Cheza da noi. Sa bene che il suo profumo di fiori, per dei lupi risvegliati, non conosce confini… e che continueremo ad attaccare finché non avremo raggiunto il nostro obiettivo.»
Fece una breve pausa, lo sguardo rivolto verso il soffitto.
«Questo darà a loro due la possibilità di sorvegliarlo da vicino. Soprattutto per capire perché quell’uomo sembri così… interessato a Misha.»
Tsume incrociò le braccia, mentre Blue rimase in silenzio.
«Con due fronti opposti,» concluse Kiba, «prima o poi sarà costretto a scoprirsi.»
˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
Le pillole erano sparse sul comodino e sul pavimento. Il bicchiere giaceva rovesciato a terra, la lampada inclinata su un lato, ancora accesa.
La crisi era passata. Misha si era finalmente addormentata tra le braccia di Hige, gli occhi arrossati, il respiro che si faceva via via più regolare. Lui affondò appena la mano nei suoi ricci scuri, guidandole la fronte contro il proprio petto, come a proteggerla da tutto.
Tutto era iniziato con il sorgere della luna rossa e l’arrivo di quelle maledette aeronavi.
Ufficialmente erano dotate di un radar avanzato, progettato per individuare i caccia nemici prima ancora che comparissero sugli strumenti convenzionali. Ma Hige sapeva bene che quella era solo la facciata. Lo aveva sentito sulla propria pelle. Così come Toboe. Così come Misha.
Un fischio acuto, insopportabile. Per dei lupi rinati, era molto più di un suono: era una forma di sottomissione. Un richiamo antico, un promemoria crudele di un tempo in cui i nobili dominavano i cieli… e loro erano solo prede.
A Toboe aveva raccontato tutto. Dopo una delle prime crisi e memore di aver visto con i propri occhi il cambiamento delle loro iridi, non era più stato possibile nascondere la verità. Una verità che inizialmente aveva faticato ad accettare, ma che ormai anche lui iniziava a riconoscere.
Misha, invece, stava ricordando. Non solo ciò che era accaduto mesi prima, ma anche frammenti di un passato più remoto. I due piani si sovrapponevano, si intrecciavano, come se fossero un unico ricordo, amplificato, più vivido, più doloroso.
I medici avevano liquidato tutto come stress post-traumatico. Una condizione diffusa, ormai, a Freeze City. Le avevano prescritto dei calmanti.
Poi la caffetteria aveva chiuso, classificata come attività non essenziale, e con essa era svanita anche l’ultima illusione di normalità.
Hige serrò la mascella.
Avrebbe voluto affrontare Darcia, affondare le zanne nella sua gola e porre fine a tutto. Ma quell’uomo ormai viveva nei cieli, scendendo a terra solo per mostrarsi tra la gente, tra applausi e fotografie, mentre inaugurava l’ennesimo progetto.
Era diventato il salvatore della città e nessuno metteva in dubbio quella maschera... nemmeno Misha.
Anzi, era proprio questo a tormentarlo di più. Lei continuava a difenderlo, a cercare giustificazioni, a rifiutarsi di vederlo come un nemico. E al contrario, guardava Kiba e Tsume con sospetto, come fossero loro il vero pericolo.
Quella fiducia cieca sfiorava qualcosa che Hige non riusciva nemmeno a nominare.
C’era però una verità che non aveva ancora trovato il coraggio di dirle.
Il modo in cui lui si era avvicinato a loro.
Il ricordo di Blue lo aveva sepolto nel profondo del cuore. A volte riaffiorava: un odore familiare, il suono di una voce, il calore di un abbraccio… ma ogni volta lo ricacciava indietro, con forza. Sapeva che, se avesse ceduto, non avrebbe più pensato ad altro. E avrebbe perso di vista ciò che contava davvero in quel momento.
Si chinò e sfiorò la guancia di Misha con un bacio leggero.
Lei ebbe un piccolo sussulto. Hige la strinse appena di più, cullandola.
«Sono qui… non preoccuparti. Non vado da nessuna parte.»
Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.