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Creato il 29/06/2026, 20:26 · Aggiornato il 29/06/2026, 20:26

Capitolo 24: Run, Wolf Warrior, Run - Parte 4

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Hige, Misha e Toboe emersero dalla neve, sollevando una pioggia di cristalli bianchi. Tra le braccia di Toboe, Gabriel era ancora incosciente. Tutti e tre avevano un’espressione incredula, come se solo in quell’istante si rendessero davvero conto di ciò che era appena accaduto.

Hige e Misha avevano di nuovo i loro occhi umani.

Hige scosse il capo, scrollandosi di dosso la neve rimasta impigliata tra i suoi ricci fulvi, poi sollevò lo sguardo verso l’alto, verso il buco nella stanza da cui erano saltati. Da lì fuoriuscivano pesanti lingue di fumo. All’improvviso, una nuova esplosione squarciò l’aria proprio da quel punto, e Hige incassò la testa tra le spalle.

«Ragazzi, un secondo di più e saremmo finiti arrostiti!»

«State bene?» chiese Misha.

Toboe annuì. «Anche Gabriel sembra non essersi fatto niente… ma… come abbiamo fatto?» Il ragazzino era ancora incredulo: un salto dal secondo piano, e nessuna ferita. Possibile che fosse bastato davvero un cumulo di neve?

Poi gli tornò in mente lo sguardo dei loro amici, e non seppe bene cosa provare.

«Lo porto dai soccorsi» disse infine, rialzandosi e sollevando le gambe per liberarsi dalla neve.

Mentre lo osservavano allontanarsi di corsa, Hige si voltò verso il profilo della ragazza. La sclera nera attorno ai suoi occhi era scomparsa: era tornata la solita Misha.

«Stai bene?» le chiese, soffermandosi sui graffi e sulle scottature che le segnavano la pelle.

Misha annuì. «E tu?»

Hige fece lo stesso.

«Al prossimo Capodanno ce ne andiamo in un posto tranquillo, in montagna» aggiunse il ragazzo, cercando di sdrammatizzare.

Misha abbassò lo sguardo. «Sempre che ci sia un prossimo Capodanno…»

Provò ad alzarsi, ma una fitta improvvisa la trafisse e ricadde subito a terra. Hige le fu accanto in un attimo.

«Che cos’hai?»

«Mi… mi fanno male i piedi…»

Hige le sollevò le gambe e capì subito: le piante erano tagliate e sanguinanti. La corsa a piedi nudi in mezzo alla città, l’incendio… tutto l’aveva ferita. Solo ora, a pericolo passato, il corpo sembrava accorgersene.

Non esitò. La sollevò tra le braccia.

«Non sforzarti… sei stanco e ferito anche tu.»

Hige serrò la mascella. «Per una volta, smetti di preoccuparti degli altri e lasciati aiutare» disse, con una voce più profonda di quanto lei gli avesse mai sentito. «Che uomo sarei, se ti permettessi di camminare in queste condizioni?» aggiunse poi, più piano.

Misha lo guardò con occhi diversi. Hige aveva un paio d’anni in meno di lei, eppure in quell’istante sembrava più maturo, come se nei suoi occhi passasse qualcosa di lontano e profondo, capace di ferirgli l’anima.

Si aggrappò al suo collo, nascondendo il viso nell’incavo della sua spalla e inspirando quel lieve odore di dopobarba che ancora gli restava addosso.

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Man mano che il corpo si risvegliava e la mente riacquistava lucidità, i sensi di Blue si affinavano, diventando sempre più acuti. Il sangue di lupo le ribolliva nelle vene, mentre gli anni di addestramento con suo padre riaffioravano uno dopo l’altro.

L’allarme non era ancora scattato: Cher doveva essere ancora priva di sensi. Ma il tempo stringeva.

Blue mise rapidamente fuori gioco una delle guardie donna e la trascinò in una stanzetta vuota, sottraendole l’impermeabile e gli stivali. I capelli, ancora umidi del liquido in cui era rimasta immersa per circa un secolo, le ricadevano sulla fronte, celando in parte i suoi occhi color blu profondo.

Riprese a correre.

Individuò l’uscita senza esitazioni. Le guardie erano poche e, da ciò che aveva visto all’interno dell’edificio, doveva essere accaduto qualcosa: oggetti rovesciati, frammenti sparsi ovunque, segni di spari sulle pareti. Qualunque fosse stata la causa, per lei rappresentava un vantaggio.

Si muoveva con una velocità tale che, nel momento in cui le guardie percepivano lo spostamento d’aria e si voltavano, lei era già scomparsa.

Non imboccò il viale principale. Scelse invece una via laterale, dirigendosi verso il muro di cinta. Senza rallentare, sfruttò la propria agilità e spiccò un salto sorprendente, come se la gravità fosse solo un dettaglio trascurabile.

In pochi istanti, era già oltre il castello.

E continuava a correre, seguendo l’unica cosa che in quel momento contava davvero: il suo istinto.

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La fortuna, finalmente, sembrò ricordarsi anche di Kiba e Tsume.

Quest’ultimo, il più esperto in furtività, approfittò del caos: mentre le guardie distoglievano lo sguardo, fece scattare la chiave nella serratura della cella, con la massima attenzione a non produrre alcun rumore.

Rimasero in attesa ancora qualche istante, scegliendo con cura il momento più favorevole. Poi, con movimenti agili, sgusciarono fuori.

Camminavano a capo chino, con passo rapido ma non sospetto, mescolandosi al via vai frenetico del dipartimento.

Quando i poliziotti si accorsero che la cella era vuota, loro erano già lontani.

Qualcuno tentò di scaricare la colpa su Hubb, che nel frattempo stava svuotando la sua scrivania.

Lui negò con decisione, poi aggiunse, con tono tagliente: «Se quei due hanno davvero ferito qualcuno… li avete almeno perquisiti quando sono arrivati qui?»

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Quando Darcia rincasò, il suo sguardo si incupì immediatamente alla vista dei danni. Tuttavia, per ciò che stava accadendo, la perdita di qualche oggetto prezioso era ormai irrilevante. Aveva avuto la conferma che, anche in quell’epoca, nonostante i loro corpi umani, i lupi continuavano a lottare e a cercare con tutte le loro forze la fanciulla del Fiore della Luna e, con lei, il Rakuen. Tutto stava procedendo secondo i suoi piani.

«Lord Darcia…»

Cher avanzò a fatica, trascinandosi lungo la parete. Un filo di sangue le scendeva dalla tempia.

Darcia riuscì a sorreggerla un istante prima che crollasse a terra.

«Che ti è successo?»

«Mi… mi dispiace, Lord Darcia… non sono riuscita a fermarla.»

Il cuore di Darcia ebbe un sussulto. «Di chi stai parlando?»

«Di Blue, mio signore. Si è risvegliata… ed è fuggita. Io non…»

«Basta così» la interruppe, aiutandola a sedersi. «Dunque anche quella lupa ha riaperto gli occhi. Cheza, invece, è rimasta nella sfera?»

«Sì… è ancora con noi.»

«Meno male. Dobbiamo predisporre subito un trasferimento temporaneo. Non possiamo rischiare che ci riprovino, non mentre il processo è ancora in corso.»

«Dove avete intenzione di portarla?»

«Alla residenza dei Darcia.»

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Quando Tsume e Kiba arrivarono all’appartamento di quest’ultimo, si misero subito a preparare uno zaino. Dovevano sparire, almeno finché le acque non si fossero calmate.

«Tutto bene, Tsume?» chiese Kiba, notando l’ombra che gli attraversava lo sguardo.

«Sto bene. Sbrigati con quelle lattine» rispose lui, senza guardarlo.

Ma Kiba capì che c’era molto di più dietro quella risposta.

«Non possiamo abbandonare la città, per ora» aggiunse Tsume, sistemandosi lo zaino in spalla, una volta giunti in strada. «Con quello che sta succedendo, avranno già chiuso le frontiere.»

Stava ormai albeggiando. Il cielo iniziava appena a schiarirsi, ma il caos dell’attacco e la neve che aveva ripreso a cadere fitta facevano sembrare la città intrappolata sotto una cupola grigia e opprimente.

«John potrebbe aiutarci?» chiese Kiba.

Tsume scosse il capo. «Non riesco più a mettermi in contatto con lui dall’ultima volta che ci siamo visti… e ho un brutto presentimento.»

Kiba si accigliò. Ormai Tsume parlava con l’istinto del lupo, e se qualcosa gli “puzzava”, era perché davvero poteva essere accaduto qualcosa.

«Allora andiamo alla galleria» concluse. «Ci accamperemo lì, finché non avremo deciso le prossime mosse.»

Erano sporchi, stanchi. Solo quando ebbero la certezza che nessuno li stesse inseguendo, che le sirene fossero ormai lontane, le forze li abbandonarono di colpo.

Lì, in quella galleria fredda e polverosa, cercavano di recuperare fiato. Sapevano di non poter restare a lungo, ma per il momento non avevano alternative.

Tsume spostò lentamente lo sguardo verso un punto preciso del corridoio.

«Senti un po’… non ti pare che questi fiori siano aumentati?»

«Per l’arrivo del nuovo inizio» rispose Kiba. «Per noi lupi sono un omaggio, il simbolo di una promessa. Per chi non rinascerà… rappresentano l’ultimo saluto a questo mondo. Più ne emergeranno, più il conto alla rovescia si avvicina.»

«Vita e morte, insomma.»

«In un ciclo continuo.»

Un crepitio improvviso fece scattare entrambi. Tsume afferrò istintivamente un mattone, mentre Kiba si alzò, pronto a difendersi.

Passarono pochi istanti, ma sembrarono dilatarsi. Poi, quando la tensione raggiunse il culmine, una figura emerse dall’ombra.

Una donna dalla pelle scura, i capelli neri, corti e ribelli, le mani affondate nelle tasche di un impermeabile nero. I suoi occhi, di un blu profondo come il mare, si posarono prima su uno, poi sull’altro.

«Che accoglienza calorosa» commentò, con una punta d’ironia.

Kiba fece un passo indietro, visibilmente sorpreso. «Ma tu che ci fai qui? E come ci hai trovati?»

«Sai bene come vi ho trovati…» rispose lei. «E poi ti stupisci? Per mesi ho seguito il vostro odore, per darvi la caccia... nell’altra vita.»

Tsume si alzò in piedi, senza lasciare il mattone. «Kiba… chi è questa donna?»

Kiba esitò un istante, deglutendo.

«Lei è Blue.»


Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

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