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«Blue… Blue»sussurrò Cheza.«Svegliati, è giunto il momento.»**
Blue si lasciò sfuggire appena un sussurro, prima di aprire lentamente gli occhi.
Ad accoglierla c’erano quelli dolci della fanciulla fiore. Non vedevano davvero, eppure Blue sapeva che lo sguardo della sua amica andava oltre il senso comune della vista.
Cheza, inoltre, non aveva pronunciato parole reali: il suo richiamo era stato mentale.
«Dove siamo?» rispose Blue, anche lei con la mente.
Avvertì i loro corpi connessi, in quell’abbraccio, come se in entrambe battesse un unico cuore.
«In un luogo in cui non avremmo mai dovuto essere. Ma ora il momento è giunto.»
Blue si guardò attorno: il liquido verde le avvolgeva e, nonostante l’assenza di respiratori, riuscivano comunque a respirare.
Riuscì appena a intravedere cosa si trovasse al di là della sfera di vetro.
Abbassò poi lo sguardo su di sé: come l'altra, indossava una tuta aderente bianca, dalla quale partivano fili collegati al monitoraggio dei parametri vitali.
«I nostri amici si stanno risvegliando» disse Cheza. «E il mondo si sta preparando a una nuova rinascita.»
«Anche Hige?» chiese Blue, con una scintilla di speranza.
Cheza annuì, accennando un lieve sorriso.
«Ma ora hanno bisogno anche del tuo aiuto.»
In quel momento le due ragazze si staccarono, per la prima volta, da quell’abbraccio, limitandosi a tenersi per mano. Erano rimaste così per oltre cent’anni, da quando Darcia I - del mondo contemporaneo - oltre al Libro della Luna Rossa, aveva scoperto una sfera di luce bianca che, una volta immersa nella sfera di vetro, si era schiusa, lasciando emergere le due donne. Le istruzioni su come procedere e su come ritrovare tutto ciò gli erano state suggerite in sogno.
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Kiba ricordò confusamente gli attimi precedenti alla perdita dei sensi. Ricordò l’ultimo tentativo di resistenza, suo e di Tsume: un fischio acuto e doloroso aveva lacerato il loro udito… e poi, il buio.
Quando riaprì gli occhi, un dolore improvviso gli attraversò tutto il corpo. Le ferite e il lungo tempo trascorso in quella posizione si facevano sentire: era ammanettato dietro la schiena, disteso su una dura brandina.
Davanti alla cella in cui si trovava, vedeva poliziotti correre in ogni direzione. I telefoni squillavano senza sosta, quasi ossessivamente, e le voci si accavallavano in un brusio concitato.
I suoi occhi azzurri si spostarono poi, richiamati da un sospiro proveniente da qualcuno vicino a lui: Tsume.
«Come stai?» chiese a bassa voce.
«Come se mi fosse passato sopra un camion» rispose il suo amico dai capelli grigi, con tono dolorante.
«Dove siamo?»
«Secondo te?»
Kiba non rispose subito. Aggrottò la fronte. «Eravamo vicini… così vicini.»
«Già. E ora siamo a chilometri di distanza» ribatté Tsume, senza nascondere la frustrazione. «Per me è game over.»
«Mi dispiace. È stata colpa mia, ho perso il controllo.»
«Nah… quella gente era troppo organizzata. È come se fossero stati pronti ad “accoglierci”.»
Kiba si fece pensieroso.
«Ma bene, vedo che vi siete svegliati» disse un uomo, affacciandosi.
Indossava una divisa impeccabile; dai gradi si intuiva che fosse il capo del dipartimento in persona. Alto e robusto, pelle scura, due occhi verdi stretti in fessure ravvicinate: doveva avere oltre cinquant’anni.
Teneva le mani dietro la schiena e li osservava con un’espressione beffarda, come se avesse davanti due ragazzini colti con le mani nella marmellata.
«Lasciateci andare, non abbiamo fatto niente di male!» disse Kiba, sollevandosi di scatto con il busto.
«Ah no? Intrufolarvi in una proprietà privata, aggredire il personale, compiere atti di vandalismo… questo lo chiamate “niente”?»
«Avevamo i nostri motivi!»
«E quali? Sentiamo un po’. Qualche soldo facile per potervi drogare?» Poi spostò lo sguardo su Tsume. «Tu, ragazzo… non solo ti sei scavato la fossa da solo, ma adesso hai messo nei guai l’unica persona che ti aveva dato fiducia. Il detective Lebowski sta arrivando.»
Tsume abbassò lo sguardo, schioccando la lingua contro il palato.
«Quell’uomo tiene sotto ostaggio una ragazza!» disse Kiba, alzando la voce.
Lo sguardo del capo della polizia si rabbuiò. «Sono accuse molto gravi. Ti rendi conto a chi le hai appena rivolte?»
«Andate a casa sua, entrate in quello studio. Cheza è lì!»
«Chi sarebbe Cheza?»
«Una nostra amica. Darcia la tiene prigioniera.»
L’uomo soffiò dalle narici. «Un uomo facoltoso come lui non ha bisogno di tenere fanciulle in ostaggio. Sono loro che lo cercano.»
Kiba digrignò i denti: era chiaro che non gli stava credendo.
«Per quanto ne sappiamo, gli unici ad aver commesso un crimine siete voi. E nel peggior momento possibile. Non escluderei nemmeno un vostro coinvolgimento, vista la coincidenza.»
«Ma che cosa sta succedendo?» chiese Tsume, seguendo con lo sguardo il via vai dei poliziotti.
«Non lo sapete? La nostra capitale è stata appena attaccata. Alla fine, i nostri rivali hanno davvero fatto il primo passo verso una guerra aperta. Poco prima della mezzanotte ci hanno colpiti con due missili… i danni sono ingenti, per non parlare delle vittime.»
Lo sguardo di entrambi i ragazzi si fece cereo. I loro pensieri corsero immediatamente agli amici.
«Noi non c’entriamo niente!»
«Vi siete introdotti nella casa della famiglia fondatrice della città. Sono un simbolo. Questo non lo chiamate attacco terroristico?»
«Basta, ci sta accusando ingiustamente!» sbottò Tsume. «Non diremo altro finché il detective non sarà qui.»
«Come volete, figlioli. Ma vada come vada… questa cella sarà il vostro ultimo rifugio sicuro.»
Quando Hubb ricevette la chiamata, per un attimo perse il contatto con la realtà. Il cellulare gli tremò tra le mani.
«Certo, arrivo subito» aveva risposto, cercando di apparire il più sicuro e fermo possibile.
Poi era salito sulla sua utilitaria ed era corso verso il dipartimento, venendo accolto da una bolgia agitata di colleghi e persone ammanettate. Tutti i poliziotti erano stati richiamati, soprattutto per sedare — insieme all’esercito — le persone che, nel caos, avevano iniziato a compiere razzie e crimini di vario genere.
«Sono qui per Kiba e Tsume, i ragazzi arrestati alla dimora dei Darcia» disse alla segretaria, mentre cercava di riprendere fiato.
«Il capo la sta aspettando nel suo ufficio, detective.»
Senza indugiare oltre, si diresse verso la stanza. Bussò e, quando ricevette il permesso di entrare, il sangue gli si gelò: al fianco del capo c’era anche Darcia.
«Eccomi, signore» disse, sforzandosi di rimanere impassibile. «Ho saputo che avete catturato il mio sorvegliato speciale e un suo amico.»
Il capo della polizia aggrottò la fronte. «“Sorvegliato speciale”. Conosce il significato di questa espressione, detective Lebowski? Aveva detto che si sarebbe preso la responsabilità di sorvegliare il sospettato, che non gli avrebbe mai tolto gli occhi di dosso… e invece, mentre lei se ne stava a ballare e bere champagne, il suo sorvegliato andava a commettere l’ennesimo crimine.»
«Ma signore, Tsume è cambiato, lui non farebbe…»
Furono le registrazioni sul tablet, appoggiato sulla scrivania, a rispondere per lui: nelle riprese delle telecamere a circuito chiuso si vedevano chiaramente Tsume e Kiba lottare con le guardie di Darcia.
«E non si sono limitati a venire alle mani» intervenne Darcia, con tono risentito. «I miei dipendenti sono stati feriti con armi da taglio. Uomini e donne con famiglia, che stanno già vivendo l’angoscia di sapere che molti dei loro cari sono rimasti vittime dell’attentato.»
Hubb lo guardò dritto negli occhi. Darcia era un attore eccellente, pensò: sembrava sinceramente preoccupato e indignato.
«Ma vi hanno già detto il motivo?» chiese, con voce più incerta.
«Sì. Hanno accusato il qui presente signor Darcia di tenere in ostaggio una ragazza, una certa Cheza» disse il capo della polizia.
«Ovviamente ho dato subito la mia disponibilità a una perquisizione, se questo può rassicurare il dipartimento» aggiunse Darcia, con sicurezza. «E, detective… non sarebbe ironico che io, che ho salvato una ragazza rapita, ne tenga prigioniera un’altra?»
Il lieve sorriso che gli sfuggì fece ribollire il sangue di Hubb, che per un attimo fu tentato di prenderlo a pugni.
«Lo so, capisco che le circostanze non sono favorevoli a quei due ragazzi, ma se mi permetteste di parlarci…»
«Detective, temo che il suo giudizio sia offuscato. Si è legato troppo a quel Tsume. Credo sia il caso di sollevarla da questo incarico.»
«Ma non può, le indagini…»
«Basta così, detective Lebowski. Ha avuto il suo tempo e non mi ha fornito nulla di concreto. Avrei dovuto mandarla a dirigere il traffico, ma sa perché non lo faccio?» disse, lanciando uno sguardo a Darcia. «Il signor Darcia mi ha pregato di non farlo. Ha avuto modo di conoscerla tramite una vostra conoscenza in comune e ritiene che, nonostante i suoi errori, lei possa ancora essere un elemento utile al dipartimento.»
«Suo padre è stato un poliziotto decorato» aggiunse Darcia, con tono caldo. «E io credo che la mela non cada lontano dall’albero. Un errore di percorso non deve compromettere un’intera carriera.»
Il cuore di Hubb iniziò a martellargli nelle tempie. Abbassò lo sguardo, senza sapere cosa rispondere.
«Comunque» proseguì il capo della polizia «i ragazzi hanno detto che continueranno a parlare solo quando lei sarà arrivato. Sono nella sala interrogatori che la stanno aspettando.»
La ventola della stanza degli interrogatori ronzava, riempiendo il silenzio pesante che calò non appena il detective entrò, con un fascicolo tra le mani.
Dall’altra parte, dietro un vetro a visione unilaterale, il capo della polizia e altri agenti assistevano al colloquio.
Una vena pulsò tra le sopracciglia di Hubb mentre si sedeva e apriva il fascicolo.
Di fronte a lui, Tsume e Kiba erano ammanettati al tavolo. In fondo alla stanza, nell’angolo, altri due poliziotti osservavano in silenzio.
«Detective, senta…» provò a dire Kiba.
«Qui davanti a me ho i due sospettati fermati per l’irruzione nella residenza del capofamiglia Darcia» lo interruppe Lebowski, con tono duro e professionale, rivolgendosi al registratore al suo fianco. «Nella notte tra il trentuno dicembre e il primo gennaio, i due soggetti, noti come Kiba e Tsume, sono stati sorpresi dalle guardie del CEO della Darcia Industries mentre compivano atti vandalici, con sospetta finalità di furto, nello studio privato di quest’ultimo.»
Tsume e Kiba tenevano lo sguardo basso, la mascella contratta.
«A testimonianza di ciò, vi sono le dichiarazioni del maggiordomo della tenuta Darcia, della servitù e degli agenti presenti, alcuni dei quali hanno riportato ferite da taglio.»
Hubb si umettò le labbra, senza sollevare lo sguardo dal fascicolo.
«Durante la colluttazione sono stati danneggiati diversi oggetti di inestimabile valore. Una volta fermati, i sospettati non hanno mostrato ulteriore atteggiamento aggressivo e il test tossicologico è risultato negativo. Ciò lascia intendere che si sia trattato di un atto deliberato e volontario, ai danni della proprietà del signor Darcia.»
Si fermò un istante, poi proseguì.
«Un ulteriore capo d’accusa per cui siete sotto indagine riguarda il sospetto coinvolgimento nell’atto terroristico che ha colpito la città di Freeze City. Si ipotizza che i due soggetti fermati possano appartenere a cellule indipendenti o agire al soldo dello stato nemico responsabile dell’attacco. Al momento, tuttavia, lo Stato rivale non ha riconosciuto i sospettati come propri agenti o spie.»
Si versò dell’acqua, poi poggiò il mento sulle mani intrecciate.
«Allora, ragazzi… che cosa mi dite al riguardo?»
Kiba e Tsume non risposero subito.
«Il rapporto non menziona che ci hanno scaricato addosso caricatori interi» disse il secondo, assottigliando lo sguardo.
«In questo stato, se qualcuno si introduce in casa tua, hai il diritto di difenderti. E sei autorizzato a sparare.»
«E anche ad accanirsi in cinquanta contro due?»
Hubb serrò la mascella. «Se non vi foste introdotti, non avreste corso il rischio di essere uccisi.»
«Detective, Cheza è lì, ne sono sicuro!» esclamò Kiba, sporgendosi in avanti.
«L’hai vista?»
«L’ho sentita…»
Hubb si passò una mano tra i capelli e sospirò. Sapeva bene cosa intendesse, ma in quel momento non poteva permettersi di mostrarsi loro amico; e più parlavano, più la loro posizione si aggravava.
«Come avete superato il muro di cinta? Non siete passati dal cancello, e non abbiamo trovato attrezzatura per lo scavalco.»
«Ci siamo arrampicati.»
Hubb soffiò dalle narici. «Solo le capre saprebbero fare una cosa del genere.»
«Noi ci siamo riusciti.»
Hubb sapeva che Kiba stava mentendo. Aveva imparato a riconoscere quello sguardo. Non c’era motivo di mentire in quel frangente… a meno che la questione non riguardasse la loro vera identità.
«Facciamo finta che vi creda. E poi, come avete fatto a scendere?»
«Ci siamo calati da un albero.»
Il detective annotò l’informazione.
«Per correttezza, devo chiedervi se volete essere assistiti da un legale prima di continuare.»
Kiba scosse il capo. «Non abbiamo bisogno di farci difendere. Non abbiamo nulla da nascondere… e spero che lei possa crederci, detective.»
Hubb non rispose. Spostò lo sguardo su Tsume.
«Mi fidavo di te. Credevo stessi cambiando. Ti ho dato una fiducia straordinaria, e tu mi ripaghi così. Pensa che ero anche sulle tracce di chi ti ha rubato la moto.»
Tsume abbassò lo sguardo. «Mi dispiace…» Poi lo rialzò, indurendosi. «Ma avevo i miei motivi. Ed è come dice Kiba: lì c’è Cheza. È solo per questo che siamo andati fin là.»
Hubb avrebbe voluto dire molte cose, ma non poteva parlare apertamente dei loro segreti davanti a chi li stava osservando. Avevano agito con troppa fretta, senza aspettare di ritrovare Blue e senza costruire un vero piano. In quel momento, ai suoi occhi, non erano che due ragazzini impulsivi.
«Cosa ci capiterà, adesso?» chiese Kiba.
«Per il momento resterete in custodia, finché un giudice non stabilirà l’eventuale cauzione. Se non potrete pagarla, si procederà con il processo.»
«Il che, per me, significa un biglietto di sola andata» concluse Tsume.
«Mi dispiace. Hai avuto la tua occasione e non l’hai colta. Non posso fare altro per te.»
Quando Hubb uscì dalla stanza, si diresse verso quella da cui il capo della polizia aveva assistito all’interrogatorio.
«Sono ragazzi che hanno sbagliato» disse, in un ultimo tentativo di difenderli.
Il suo capo si accigliò. «Sono entrambi maggiorenni. E Tsume quest’anno compirà trent’anni: non è più uno sbarbatello che ha bisogno di una guida.»
«A volte l’età non conta.»
«Trovo davvero insolita tutta questa sua insistenza. Ma, ancora una volta, questo mi conferma che è troppo coinvolto. Da questo momento, la questione non è più affare suo.»
«Ma capo, perché non dare una possibilità a ciò che dicono? Ha persino ignorato le prove che le ho portato sul covo di Satoshi!»
L’uomo indurì lo sguardo. «Non possiamo collegare Darcia alla scomparsa di Satoshi e dei suoi. Non è stato possibile recuperare alcun DNA e, per quanto ne sappiamo, lì dentro c’era soltanto un grosso cane. Quel covo potrebbe aver visto una miriade di omicidi.»
«Ma quell’uomo non ha ricevuto nemmeno una multa per essersi fatto giustizia da solo!»
«Basta così, detective Lebowski» lo interruppe il capo, alzando una mano. «È evidente che nutre antipatia per Lord Darcia, quando è stato proprio lui l’unico a difenderla. Cosa direbbe suo padre?»
Hubb aggrottò la fronte e lo fissò negli occhi. «Direbbe di fare la cosa giusta.»
«E accanirsi contro il fondatore della città, basandosi sulle parole di due sbandati, le sembra la cosa giusta?»
«Sì. Quando si tratta di un uomo pericoloso, che — per quanto ne so — potrebbe persino aver orchestrato questo attentato, e che continua a muoversi senza alcuna conseguenza.»
«Sta delirando, detective!»
«Da quando il dipartimento è al servizio di Darcia?»
Il capo colpì il tavolo con un pugno così forte da far rovesciare le tazze lì appoggiate. «Adesso ha davvero superato il limite. Non sarà degradato, ma la sospendo seduta stante. Mi consegni immediatamente la pistola e il distintivo.»
Hubb non esitò. Con un gesto secco, posò entrambi gli oggetti sul tavolo, poi si voltò e uscì senza dire una parola.
Più tardi, quando Kiba e Tsume furono ricondotti in prigione, il capo della polizia accolse nuovamente Darcia nel suo ufficio. In sottofondo si udivano ancora urla e telefoni che squillavano senza tregua. Il sole sarebbe sorto tra un paio d’ore, ma per ciò che stava accadendo a Freeze City, sembrava quasi che potesse non sorgere mai più.
«I due giovani hanno spiegato perché si sono intrufolati?»
«Sì, insistono ancora sulla storia di questa ragazza, Cheza» rispose l’uomo, massaggiandosi la fronte. «Mi dispiace per quanto le è accaduto, Lord Darcia. Tutto questo, insieme…»
«Rispetto a ciò che ha subito la città, la perdita di qualche vaso è ben poca cosa. Ma sono certo che la polizia saprà contenere i disordini e riportare la tranquillità tra gli onesti cittadini di Freeze City.»
«Sì. Grazie ai fondi che ci ha inviato qualche mese fa, siamo riusciti a rafforzare il personale e le nostre attrezzature.»
Darcia accennò un sorriso mellifluo. «È stato un dono fatto con grande piacere.»
«E noi lo apprezziamo molto… ma, la prego, niente più giustizia fai da te. Non possiamo sempre chiudere un occhio.»
«Certamente. D’ora in poi lascerò questo compito al divino.»
Quando uscì dall’ufficio, Darcia sentì un impulso preciso: guardare negli occhi quei due, soprattutto Kiba.
Non appena si fermò davanti alla loro cella, troneggiando con la sua figura alta e scura, gli sguardi di entrambi si accesero all’istante.
«Finalmente ci rincontriamo… lupi» disse. E fu per loro l’ulteriore conferma di quello che avevano sempre saputo.
Un ringhio salì dal petto di Kiba.
«Ti conviene abbassare le orecchie, ragazzino. In questo mondo, inconsapevole del Rakuen, i vostri appaiono solo come folli deliri.»
«Come hai fatto a rapire Cheza?»
Darcia ridacchiò a bocca chiusa. «E secondo te io vorrei davvero intrattenere questa conversazione con voi, qui e ora? Sono passato soltanto a salutare dei vecchi amici.»
«Amici?» sibilò Tsume, a denti stretti. «Solo a guardarti mi è tornata una fitta al fianco. È come se sentissi ancora le tue zanne affondarmi nella carne.»
«Quelli erano altri tempi. Ora esistono modi diversi per mordere… anche se, a quanto pare, stavolta il morso ve lo siete inferto da soli.»
«Tu vuoi aprire un nuovo Rakuen, Darcia. Ma noi ti fermeremo. Come allora, perderai!» Disse minaccioso, Kiba.
Darcia non si scompose. «Forse sì, forse no. Intanto, però, ho i vostri amici dalla mia parte. Soprattutto quella ragazzina ingenua.»
Tsume iniziò a ringhiare; le sue iridi si accesero. «Se torci un capello a Misha, ti farò rimpiangere di essere nato!»
Darcia inarcò appena le sopracciglia, come colpito da una nuova consapevolezza. «Dunque è proprio come immaginavo. Non solo Hige… quella fanciulla ha rubato il cuore anche a un altro di voi. Del resto, il suo animo candido non poteva che attirare… ed è proprio per questo che sarà adatta al mio scopo.»
«Quale scopo, bastardo!?» Tsume si scagliò contro le sbarre. Una guardia intervenne subito, colpendogli le dita con il manganello per costringerlo a lasciarle.
Darcia si voltò, fece qualche passo, poi si fermò e si girò appena verso di loro.
«Lo scoprirete tra qualche mese.»
Ora che Kiba e Tsume erano di nuovo soli, una stanchezza profonda li colse. Kiba sentì il bisogno di sdraiarsi, mentre Tsume si limitò ad appoggiare la schiena al muro, con un ginocchio piegato al petto e l’altra gamba penzoloni dalla brandina.
«Ma guardatevi… così giovani e già così affaticati.»
La voce di Lebowski fece aprire un occhio a entrambi.
«Non abbiamo altro da dire» disse Kiba.
«Oh, beh… al momento non sono che un semplice cittadino. Grazie a voi, per un po’ dovrò tirare la cinghia.»
«Non potevamo aspettare oltre.»
«E guardate cosa avete ottenuto» ribatté Hubb, indurendo la voce. «Non potevate attenervi al piano? Se Darcia sta vincendo è perché, a differenza vostra, sa bene che correre porta solo a commettere errori.»
«Tu, pur di fare bella figura con il tuo capo, saresti stato disposto a perseguire Misha» aggiunse Tsume.
Hubb si irrigidì, offeso. «E qui ti sbagli di grosso. È vero, come poliziotto non avrei potuto ignorarlo… ma non avrei mai davvero seguito quella pista. Ho guardato negli occhi quella ragazza e ho capito che era totalmente inconsapevole. Non avrei mai potuto accusarla di nulla… soprattutto perché è stato un amico a confidarmi un segreto del genere.»
Tsume assunse un’espressione indecifrabile.
«Abbiamo spinto Hige a ricordare, lo abbiamo fatto soffrire… e voi avete rischiato di rendere vano anche il suo sacrificio, solo per fare gli eroi.»
«Almeno è servito a risvegliare i ricordi di Tsume» ribatté Kiba.
Hubb si fece più attento. Avrebbe voluto chiedere di più, ma sapeva che gli altri poliziotti avrebbero iniziato a prestare troppa attenzione, se la conversazione si fosse fatta più intensa.
Si avvicinò alla cella, aggrottando la fronte. «Mi avete profondamente deluso, ragazzi.» Poi si voltò verso Tsume. «Soprattutto tu. L’altro giorno hai detto una cosa giusta: cosa potresti offrire a una ragazza come Misha? Sei solo un avanzo di galera.»
Tsume si avvicinò, scendendo rapidamente dalla brandina. «Senti… ho capito che sei incazzato con noi, ma adesso non stai esagerando?»
«E perché no? Siete solo due criminali da quattro soldi che mi hanno fatto sospendere lo stipendio. Vorrò pure sfogarmi, no?» sorrise con scherno. «E tu non rivedrai più né la tua moto… né la tua bella.»
Tsume gli si avvicinò a brutto muso, afferrandolo per il bavero. Fu in quel momento che Hubb, con un gesto rapido, gli fece scivolare delle chiavi tra le mani.
Il ragazzo dai capelli grigi lo guardò, stupito. «Ma come…?»
«Anche noi poliziotti sappiamo essere veloci… altrimenti come faremmo a prendere voi criminali?» rispose Lebowski, con un sorrisetto complice, a bassa voce.
«Ma questa è la vostra ultima possibilità. Se vi prenderanno adesso, non ci sarà più via di scampo per voi.»
Lo sguardo di Tsume si illuminò. «A dire il vero, non siete tutti così svegli. I tuoi colleghi si sono dimenticati di perquisirci.»
Detto questo, con un gesto rapido estrasse il tesserino sottratto alla guardia di Darcia qualche ora prima. «Vedi di farne buon uso… detective.»
Fece appena in tempo a passarglielo, prima che un poliziotto sbattesse il manganello contro le sbarre, separandoli con forza.
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«Come faccio a uscire da qui?» chiese Blue, provando a dare un calcio alla sfera, che però risultò solida.
«Non con la forza» rispose Cheza. «Questa sfera è come un bozzolo: ci protegge dall’esterno, ma allo stesso tempo ci impedisce di uscire. Tuttavia, in questo secolo lei ha avuto il tempo di studiarlo e di legarsi ad esso.»
Blue la guardò stupita.
«Anche questo, del resto, è un nucleo di energia, e lei stessa è energia. La nostra è stata una fusione naturale.»
«Perché allora non fuggire prima?»
«Sai bene perché…» sorrise Cheza. «Dovevamo aspettare i nostri amici.»
Blue ricambiò il sorriso.
«Ora Hige si è risvegliato» proseguì Cheza. «Si è risvegliata anche Misha, e anche Toboe, Tsume e Kiba sono prossimi al risveglio del sangue di lupo.»
Blue annuì. «Chi è Misha?»
«È una di noi… ma la conoscerai presto. Anche lei è nostra amica.»
Poi la fanciulla fiore socchiuse gli occhi.
Cher, che in quel momento stava camminando lungo il corridoio del castello, ricevette una notifica sul suo smartwatch. Quando sollevò lo sguardo, impallidì.
Corse subito all’ascensore e digitò in fretta il codice che l’avrebbe portata al piano segreto, quello dove si trovava il laboratorio. Il cuore le martellava nelle tempie, mentre la mente si riempiva di domande: cos’era quell’anomalia appena registrata?
Non appena arrivò, attraversò il laboratorio dirigendosi verso la sfera sospesa.
Giunse appena in tempo per vederla aprirsi, come un pannello che si dischiude, riversando parte del liquido all’esterno. E con esso, Blue: in piedi, perfettamente cosciente.
Le gambe le tremavano appena, indebolite dal lungo periodo di sospensione, ma il suo sangue di lupo la aiutò a riattivare rapidamente i muscoli.
«Accidenti… come hai fatto a…?» disse Cher, allarmata. Poi il suo sguardo scivolò su Cheza, che osservava la scena con un sorriso.
Si voltò di scatto e tornò verso il laboratorio; da una cassetta di sicurezza recuperò una pistola.
Quando tornò, Blue era ancora lì, in piedi. Sorridente.
«Inginocchiati!» intimò Cher, puntandole l’arma. Ma Blue rimase immobile.
«Non posso. Devo andare.»
Il braccio di Cher tremò appena. «Sei impazzita? Non puoi lasciare questo laboratorio. Fai un solo movimento e ti sparo.»
«Non lo farai» rispose Blue, con calma.
«E perché no?»
«Perché noi siamo amiche, fin dalla nostra vita passata.»
A quelle parole, il labbro di Cher tremò. Fu l’attimo che Blue aspettava: le corse incontro, la tramortì e le sottrasse il tesserino per attivare l’ascensore.
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