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Creato il 29/06/2026, 19:33 · Aggiornato il 29/06/2026, 19:33

Capitolo 22: Run, Wolf Warrior, Run - Parte 2

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Misha correva a perdifiato, schivando persone e scavalcando ostacoli con una precisione quasi istintiva. Il respiro era sorprendentemente regolare, lo sguardo fisso sulla meta. I piedi nudi, a contatto con l’asfalto gelido e i detriti sparsi, si graffiavano a ogni passo, ma lei non sembrava accorgersene. Nella sua mente martellava un solo pensiero: raggiungere Toboe.

«Accidenti, quella ragazza!» sbottò Hige, mentre cercava in fretta un punto dove accostare. Non appena fermò l’auto, scese e si mise a correre.

Non era un corridore, non nel senso umano del termine. Ma in quel momento qualcosa cambiò. Il cuore accelerava, il respiro si faceva più profondo, e un’energia improvvisa gli percorse il corpo. Misha aveva già guadagnato metri, troppi in pochi secondi.

Quella velocità… l’aveva già vista. Quando Toboe era scomparso e lei aveva capito dove si trovasse.

Non era normale.

E allora lo sentì: un adattamento. Una risposta. Come se il suo corpo stesse ricordando qualcosa che non gli era mai stato insegnato.

Le gambe iniziarono a spingere più forte, più veloci. Lo sguardo si fece più nitido, i movimenti più precisi. Ogni passo trovava il terreno con sicurezza, ogni ostacolo veniva evitato senza esitazione.

Non stava più semplicemente correndo. Stava *risvegliandosi.
*

La distanza si ridusse rapidamente, finché non raggiunse Misha… e la superò.

Lei sobbalzò quando sentì la sua mano afferrare la propria. Inarcò le sopracciglia, sorpresa di ritrovarselo accanto.

«Fai sempre di testa tua» disse lui, con tono rabbuiato, senza voltarsi.

«Scusa» rispose Misha, sinceramente.

Senza rallentare, continuarono a correre, fianco a fianco.

Una folla si era radunata davanti all’antico edificio, trattenuta a distanza dalle transenne improvvisate e dal timore. Le luci intermittenti di un’ambulanza coloravano la scena di riflessi freddi, mentre sopra di loro gli elicotteri militari tagliavano il cielo con i loro fasci, monitorando i danni che ormai si estendevano a macchia d'olio in tutta la metropoli.

Quando Misha e Hige arrivarono, si fermarono di colpo.

Le fiamme stavano divorando il pian terreno e il primo piano, ma ormai anche il secondo era prossimo a cedere, lambito da lingue di fuoco sempre più alte. I vigili del fuoco facevano il possibile, ma erano troppo pochi, dispersi tra i numerosi incendi che avevano colpito la città.

Lo sguardo di Misha si mosse febbrile tra la folla, finché non individuò la tutrice di Toboe.

«Signorina… dov’è Toboe? Non lo vedo!» chiese, cercando aria tra un respiro e l’altro.

La donna si voltò verso di lei, il volto segnato dalla paura. «Oh Misha… che tragedia… Toboe è rientrato per salvare uno dei bambini… ma non sono ancora usciti… io… io temo che...»

«Non lo pensi nemmeno!» sbottò Misha, serrando i denti.

Il suo sguardo scattò verso l’edificio in fiamme.

«Io vado» disse a Hige, a bassa voce.

«No, non puoi!»

«Lui è mio fratello!»

Nel voltarsi verso di lui, Hige si bloccò per un istante. Gli occhi di Misha erano cambiati: le iridi brillavano, accese come fiamme, e la sclera si era tinta di nero.
Deglutì. Poi aggrottò la fronte e, senza esitare, le afferrò di nuovo la mano. Non c’era bisogno di aggiungere altro.

«No, ragazzi, fermi!»

Ma era già troppo tardi. Misha e Hige scattarono in avanti, lanciandosi verso l’edificio, oltre la folla, oltre il calore, sfidando le fiamme.

Toboe era riuscito a raggiungere Gabriel. Il bambino tremava, stretto al suo orsacchiotto, gli occhi colmi di lacrime.

«Non potevo lasciare che Teddy bruciasse… è l’ultimo ricordo della mia mamma» aveva detto singhiozzando.

Toboe lo strinse forte a sé, in un abbraccio caldo nonostante il gelo che gli serrava il petto.

«Vedrai… io, te e Teddy usciremo da qui sani e salvi.»

Ma quando lo sollevò tra le braccia e si voltò verso il corridoio, capì subito la verità: le scale non erano più un’opzione. Il fuoco le aveva ormai rese un inferno verticale. Attraversarle avrebbe significato esporsi a ustioni gravi… o peggio.

Senza perdere tempo, corse verso l’ultima stanza sul lato esterno dell’edificio, la più lontana dal cuore dell’incendio. Entrò e chiuse la porta dietro di sé.

Il calore era soffocante, l’aria pesante, quasi solida. Toboe si avvicinò alla finestra e la spalancò, cercando disperatamente un varco. L’aria fredda della notte gli colpì il volto, ma bastò uno sguardo verso il basso per capire: erano troppo in alto.

Troppo.

«Ehi! Siamo qui!» gridò con quanto fiato aveva in corpo.

Ma la finestra dava su un lato dell’edificio, lontano dai soccorsi. Le sirene, il caos, le voci… tutto si mescolava in un rumore ovattato che inghiottiva il suo richiamo.

Nessuno sembrava sentirlo.

Toboe strinse Gabriel un po’ più forte, mentre dietro di loro il crepitio del fuoco continuava ad avvicinarsi.

Con un balzo superarono la prima barriera di fiamme, venendo inghiottiti all’istante da un inferno vivo e pulsante.

Il calore li colpì come un muro.

Misha si avvolse rapidamente lo scialle attorno al volto, mentre Hige sollevò la camicia fin sopra il naso. I loro occhi si muovevano rapidi, vigili, i sensi tesi al massimo.

«È grazie all’istinto che ci ritroviamo.»

Le parole di Kiba le riecheggiarono nella mente.

Misha si aggrappò a quel richiamo. Il cuore le martellava nel petto. Non sapeva esattamente dove fosse… ma lo sentiva.

Era lì.

«Lì su» disse all’improvviso, indicando le scale.

Non esitarono e attraversarono le fiamme.

Il vestito di Misha, sintetico, bastò sfiorasse il fuoco perché prendesse immediatamente. Senza pensarci, lo afferrò e lo strappò via, liberandosene in un gesto deciso. Rimase con il sottogonna di cotone, mentre Hige, con la sua camicia e i jeans, resisteva meglio al calore.

Le scale scricchiolavano, deformate, prossime al cedimento.

Ma loro erano più veloci. I loro movimenti erano scatti precisi, quasi istintivi. Le fiamme li lambirono, ma non riuscirono davvero a fermarli.

Superarono la prima rampa. Misha girò l’angolo senza rallentare, puntando al secondo piano. Hige la seguì immediatamente.

Giunti al corridoio, lì il fuoco non era ancora arrivato, ma l’aria era già pesante, carica di fuliggine. In pochi istanti si ritrovarono coperti di nero, le punte dei capelli bruciate, la pelle arrossata in più punti.

Eppure non si fermarono. Nei loro occhi ardeva qualcosa che andava oltre la paura, oltre il dolore.

Qualcosa che non era più umano.

Toboe e Gabriel erano rannicchiati in un angolo. Il più grande cullava il più piccolo, sussurrandogli che sarebbe andato tutto bene, anche se la voce gli tremava appena.

Poi abbassò lo sguardo. Gabriel non rispondeva più.

«Gabriel… no… Gabriel, apri gli occhi! Non arrenderti!» lo scosse piano, il cuore che iniziava a battergli all’impazzata. Cercò di restare lucido, di non cedere alla paura, ma in quell’istante si sentì completamente senza via d’uscita.

Una lacrima gli scivolò lungo la guancia... no. Non poteva finire così.

E proprio allora la porta esplose. Un calcio la fece cedere di colpo.

Hige!

Toboe rimase immobile, incredulo. Per un attimo pensò di stare sognando. Eppure erano lì. I suoi amici. E nei loro occhi vide qualcosa di diverso, che non seppe spiegare.

Misha gli corse incontro senza esitazione e lo strinse forte. Toboe affondò il viso nella sua spalla.

«Ma come…»

«Io ti ritroverò sempre, fratellino» sussurrò lei, accarezzandogli i capelli, con una dolcezza carica di emozione.

«Come state?» chiese Hige, cercando di riprendere fiato.

«Dobbiamo uscire di qui, Gabriel...»

Non fece in tempo a finire. Il palazzo tremò e un boato sordo attraversò la struttura. Il lato già indebolito dall’esplosione cedette definitivamente. Hige reagì d’istinto, spingendo tutti verso l’altro lato della stanza un attimo prima che parte del pavimento crollasse, aprendo uno squarcio nel vuoto.

«Accidenti, qui crolla tutto!» ringhiò tra i denti.

Un’altra esplosione, più lontana, risuonò dal corridoio. Il fuoco stava avanzando. Tornare indietro non era più possibile.

«Le linee sono tutte intasate!» aggiunse, estraendo il cellulare e trovandolo senza segnale.

Per un istante tutti e tre si guardarono.

Poi Misha si alzò, si avvicinò lentamente al limite del pavimento spezzato e guardò giù.

«Stai attenta, Misha!» disse Toboe, stringendo Gabriel tra le braccia.

Il vento le sferzava i capelli e i vestiti. I fasci di luce degli elicotteri scivolarono su di lei, esaltando il pallore della sua pelle.

I suoi occhi… non erano più leggibili. Profondi. Antichi.

«Saltiamo.»

Lo disse all’improvviso e Hige e Toboe non poterono fare a meno di voltarsi verso di lei, esterrefatti.

Dal varco apertosi nel pavimento, si intravedeva il resto del perimetro della città devastato dall’esplosione. La neve aveva appena ripreso a cadere, silenziosa, come se nulla stesse accadendo.

«Qui sotto c’è un cumulo di neve. Attutirà la caduta.»

«Misha, hai respirato troppo fumo.»

Hige le fu accanto in un istante, afferrandola per un braccio, tentando di trascinarla via.

«Non siamo in un videogioco. Ci romperemmo le ossa.»

«Che alternativa hai, allora?» Lo fissò dritto negli occhi.

Hige deglutì di nuovo. Non si era sbagliato. Gli occhi della ragazza erano cambiati. Non c’era più nulla di umano in quello sguardo. E, per un attimo, si chiese se lei stessa se ne rendesse conto.

Abbassò lo sguardo.

L’adrenalina gli scorreva ancora nelle vene, amplificando ogni percezione. L’incendio si stava espandendo, sempre più vicino. Il tempo si stava esaurendo.

Loro erano lupi rinati. Sarebbero riusciti a compiere un salto simile?

«Toboe, vieni qui.»

«Ma Hige… vuoi saltare anche tu?»

Toboe sobbalzò.

Solo allora li vide davvero, quando entrambi si voltarono a guardarlo: entrambi con gli occhi mutati. Non era stata un’impressione. E la loro espressione… non lasciava spazio a esitazioni.

Toboe non seppe spiegarselo. Nel momento in cui i suoi amici lo fissarono con quella intensità, qualcosa si accese dentro di lui.

Un richiamo antico. Una forza viva, pulsante, che risaliva da un punto profondo e gli diceva che … ce la poteva fare.

Per un istante, una visione lo attraversò, come un sogno ad occhi aperti:

Le sue zanne affondate nel corpo del tricheco gigante.

Il peso dell’avversario, immenso.

E lui che non mollava.

La presa salda.

La forza che cresceva, feroce e inevitabile, come quella di un giovane lupo che stava imparando cosa significasse davvero vivere.

Se ce l’aveva fatta allora… che cos’era un salto? Inspirò a fondo, poi si sistemò meglio Gabriel tra le braccia e avanzò.

Le fiamme ormai lambivano la stanza. Il calore si faceva opprimente, il tempo si stava chiudendo su di loro.

Hige e Misha gli si affiancarono, serrando la presa sulle sue braccia.

«Al mio tre…» disse Hige. «Uno… due… tre!»

Un istante dopo l’incendio esplose alle loro spalle.

I tre piegarono le ginocchia all’unisono e si lanciarono nel vuoto.

Erano al secondo piano. Per un essere umano sarebbe stata una caduta letale o, nella migliore delle ipotesi, una condanna.

Ma loro... loro erano stati lupi. E per chi aveva corso su quattro zampe e ululato alla luna, quel salto non era che un ritorno. Un movimento naturale.

Un istinto.

Attraversarono l’aria come un unico corpo.

Il cumulo di neve esplose sotto di loro in una nuvola bianca, sollevandosi in spruzzi leggeri, quando vi ci piombarono dentro.


Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

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