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Creato il 22/06/2026, 17:42 · Aggiornato il 22/06/2026, 17:50

Capitolo 21: Run, Wolf Warrior, Run - Parte 1

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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«Quando il cuore ricorda ciò che la mente ha perso,

il fiore si apre senza rumore

e la strada ricomincia.» - Racconti perduti de Il Libro della Luna

Quando Misha riaprì gli occhi, trovò subito quelli di Hige. Il volto era ammaccato, lo sguardo incredulo, ma era vivo: sentiva il suo respiro vicino al proprio e questo le bastò per trovare anche lei la forza. Era stato come finire in una centrifuga; un attimo prima stava danzando con lui, quello dopo era a terra, dolorante, con la pelle che le bruciava. Eppure era viva, e conosceva fin troppo bene la differenza tra un corpo ferito e un’anima che lo abbandona. «Hige», aveva sussurrato, e nel pronunciare quel nome il cuore le aveva ripreso a battere con forza.

L’odore di bruciato le riempiva le narici, la polvere nera le pizzicava gli occhi e le urla in sottofondo erano un ronzio continuo, disturbante. Si rese conto a malapena di essere stata sollevata, quando il detective la raccolse da terra, per poi essere adagiata su una sedia mentre qualcuno le puliva il viso e le puntava una torcia negli occhi. La mano di Hige, stretta alla sua, le trasmetteva calore, un appiglio concreto in mezzo al caos.

Fu allora che il suo sguardo scivolò oltre, fino alla figura di spalle affacciata alla vetrata distrutta. Poco prima quell’uomo le aveva chiesto, con apparente premura, come stesse, e lei aveva trovato solo la forza di sorridergli per rassicurarlo. Forse, pensò per un istante, stava osservando Freeze City con il cuore colmo di dolore, in quanto erede dei suoi fondatori. Forse. Ma il suo istinto, ancora una volta, le sussurrò qualcosa di diverso.

Lo stato di cui Freeze City era la capitale entrò immediatamente nel massimo livello di allerta. Elicotteri iniziarono a solcare i cieli, illuminando con i fari i punti in cui erano stati lanciati i due attacchi: uno nei pressi del palazzo del Parlamento, l’altro in uno dei quartieri più ricchi del centro. Nonostante gli appelli dell’esercito, diffusi tramite altoparlanti per mantenere l’ordine, il caos si propagò rapidamente per le strade. Le zone colpite avevano causato senza dubbio vittime, oltre a centinaia di feriti. Anche dalla Darcia Industries, uno dei grattacieli più alti della metropoli, tutto questo era percepibile con chiarezza.

Gli ospiti si muovevano nella grande sala come fantasmi, molti tentavano di contattare amici e conoscenti per assicurarsi che stessero bene, ma le linee erano completamente intasate. Eppure, ancora una volta, Lebowski notò qualcosa di stonato: non c’era un’agitazione reale, profonda. Nessuno perdeva davvero il controllo. Sembravano tutti straordinariamente composti.

Poi il telefono squillò. La centrale. Quella notte serviva ogni agente.

«Certo, vengo subito» disse, con tono deciso.

«Devi andare a fare il tuo dovere?» chiese Cher.

Hubb annuì. «Mi dispiace, alla fine il poliziotto ha preteso che tornassi nei suoi panni.»

«Vai» rispose lei, addolcendo appena lo sguardo. «Io sono al sicuro.»

L’uomo le sorrise, con un’espressione sincera, carica di affetto. «Scusati con il tuo capo da parte mia, se non mi fermo a salutarlo.»

Poi si voltò e corse verso gli ascensori. Grazie all’energia ausiliaria, e al fatto che il palazzo non aveva subito danni strutturali gravi, gli addetti alla sicurezza gli confermarono che non ci sarebbe stato alcun pericolo nell’utilizzarli.

«Ti senti meglio?» chiese Hige alla ragazza.

Misha annuì. «Il ronzio alle orecchie sta passando. E tu?»

Hige fece lo stesso, ma subito dopo i suoi occhi saettarono verso il magnate, ancora immobile davanti alla vetrata. Lo sguardo gli si strinse in due fessure.

«Hige, che c’è?» Misha colse subito quella tensione.

«Tu stimi davvero quell’uomo?» domandò lui, a bassa voce.

Anche Cher, con la coda dell’occhio, notò il modo in cui Hige fissava Darcia. Le tornarono in mente le parole del magnate: il lupo che si era risvegliato era proprio lui. Uno dei quattro che, nella vita passata, Darcia aveva persino ucciso.

Misha si strinse appena nelle spalle. «Sì, lo stimo», rispose, evitando di aggiungere che, a volte, quell’uomo le incuteva una paura inspiegabile. «Ah!»

Hige le stava stringendo troppo la mano. Se ne accorse subito e le accarezzò le dita con il pollice, per scusarsi.

«Secondo te, di cosa può essere capace uno come lui?» insistette.

Misha aggrottò leggermente la fronte. «Che cosa intendi dire?»

«Ragazzi!»

La voce di Darcia li raggiunse prima ancora della sua figura. Aveva appena terminato una telefonata e si stava avvicinando a passi lunghi.

Hige incassò la testa tra le spalle. Misha, invece, trattenne il respiro, colpita dall’espressione sconvolta sul volto del magnate.

«Pare che una delle zone colpite sia presso l’orfanotrofio statale!»

Il cuore di entrambi mancò un battito.

Scattarono in piedi nello stesso istante.

«Toboe!»

«Dove state andando? Siete ancora feriti!» disse Darcia, fermando Misha per un polso.

«Dobbiamo accertarci che stia bene!» rispose lei, con fermezza.

«La città è nel caos. Non potete uscire così, nelle vostre condizioni.»

«Lasci il polso della mia ragazza.» Hige digrignò i denti.

Darcia assottigliò lo sguardo, incrociando quello del ventenne. Tra i due calò una tensione muta, tesa come un filo pronto a spezzarsi.

Poi la presa si allentò.

Misha gli sorrise appena. «Faremo attenzione, glielo prometto. Ma Toboe è mio fratello. Devo andare.»

Darcia aggrottò la fronte e la fissò negli occhi per un istante, come a cercare una conferma più profonda. Poi sospirò piano. «Non posso trattenervi.» Spostò lo sguardo su Hige. «Del resto, siete stati capaci persino di sopravvivere nel pieno di una sparatoria.»

«Non ci sottovaluti» ribatté Hige, secco. Quelle parole lasciarono un’eco, e Darcia vi si soffermò per un istante, come se stesse ricomponendo un quadro più ampio.

Senza aggiungere altro, i due si diressero al guardaroba, recuperarono i loro effetti personali e raggiunsero gli ascensori.

Quando anche loro se ne furono andati, Cher e gli altri ospiti si avvicinarono al magnate. Darcia tornò verso la vetrata distrutta, osservando il bagliore dei due incendi che si rifletteva fino a quell’altezza. Poi si voltò, con un gesto ampio, teatrale, spalancando le braccia.

Sul suo volto si dipinse un sorriso entusiasta, quasi fanatico.

«Chi è pronto a varcare le porte del Rakuen?»

Un applauso si levò nella sala, deciso, fervente.

Solo Cher batté le mani più lentamente, mentre una vena sottile le pulsava sulla fronte.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

L’ascensore, di solito rapido nel percorrere i lunghi piani del grattacielo, sembrava muoversi con una lentezza esasperante. I secondi si dilatavano, pesanti, mentre la città in fiamme li aspettava là fuori.

«Secondo te starà bene?» chiese Misha, stringendosi a Hige in cerca di conforto.

Hige la accolse tra le braccia e le posò un bacio sulla testa. «Toboe è un moccioso risoluto. Vedrai che quando arriveremo lì, starà bene.»

Misha abbassò appena lo sguardo. «Ho paura.»

Hige strinse leggermente la presa. In quel momento sentì crescere dentro di sé qualcosa di netto, viscerale: un bisogno di proteggerla da tutto, di metterla al sicuro lontano da quel caos. Per un istante pensò alla casa dei suoi genitori, fuori città… ma scartò subito quell’idea e certo non l'avrebbe mai lasciata in quell'edificio, da sola con quell'uomo.

Alzò lo sguardo verso le luci tremolanti della metropoli devastata.

No. Misha non era qualcuno da proteggere mettendola da parte. Era forte. Era una lupa.

E lui non aveva alcun diritto di fermarla.

Quello che poteva fare… era starle accanto. Correre con lei. E insieme, andare in soccorso a Toboe.

Si chinò e le prese il viso tra le mani, attirandola a sé per baciarla sulle labbra. Quando si scostò, il volto di lei era arrossato e il suo cuore perse un battito, ma nei suoi occhi c’era una determinazione nuova, salda.

«Non averne» disse piano. «Ce la faremo. Insieme.»

Quando scesero in strada, il caos li travolse come una seconda onda d’urto. Le esplosioni avevano generato panico, ma con le forze dell’ordine impegnate a contenere i danni e soccorrere i feriti, emerse anche il lato più oscuro della città: saccheggi, violenze, persone che approfittavano di quel vuoto per fare ciò che volevano, come se tutto fosse improvvisamente concesso.

Hige passò un braccio attorno alle spalle di Misha e, senza perdere tempo, si mossero a passo svelto verso il punto in cui avevano lasciato l’auto, sperando che fosse ancora intatta.

«Menomale, questo vecchio catorcio non lo vuole nessuno» sbottò lui, tirando un sospiro di sollievo nel vederla solo impolverata. La pulizia straordinaria era già un ricordo lontano.

Salirono rapidamente e misero in moto. Le strade erano intasate da persone in fuga, urla, fari accesi ovunque. Hige fu costretto più volte a suonare il clacson per evitare qualcuno che attraversava senza guardare.

Il cuore di Misha prese a battere sempre più forte. Quando rallentarono, il suo sguardo si fissò su una colonna di fumo nero che si innalzava verso il cielo carico di nuvole. Sapeva che in quella direzione si trovava l’edificio dove viveva Toboe.

E se fosse stato colpito in pieno?

Non volle nemmeno completare quel pensiero. Il volto dell’adolescente si fece sempre più vivido nella sua mente, e insieme a esso qualcosa dentro di lei iniziò a risvegliarsi. Un richiamo profondo, istintivo. Quel legame che li univa… si stava rafforzando.

«Hei, ma dove stai andando?!»

Hige se ne rese conto solo quando Misha aveva già aperto la portiera. In un attimo si era sfilata i sandali, aveva lasciato la borsetta sul sedile e, a piedi nudi, si era lanciata in corsa.

«Misha!»

Non mancavano che pochi isolati. Pochi. Li avrebbe coperti in un lampo, se avesse corso senza fermarsi.

Il suo respiro si fece subito rapido, ma il corpo rispondeva con una leggerezza inattesa. L’asfalto freddo sotto i piedi, il vento contro il viso, il battito del cuore che scandiva ogni passo. Non c’era più esitazione, né paura.

Solo una direzione.

Solo Toboe.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

La festa di Capodanno all’orfanotrofio stava procedendo nel migliore dei modi, lì nell'aula magna. Tra canti, risate e corse sfrenate, bambini di tutte le età riempivano la stanza di un’energia leggera. Piccoli e grandi si godevano quell’ultimo dell’anno nella più totale spensieratezza, ignari di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco.

Toboe scambiò uno sguardo complice con la sua tutrice, che non avrebbe potuto essere più orgogliosa di lui: così puro, gentile, sempre pronto ad aiutare gli altri.

«Toboe, in braccio!» disse una bambina di appena tre anni, allungando le manine verso di lui.

«Oplà!» esclamò il ragazzo, sollevandola e mettendosela a cavalluccio sulle spalle.

«Corri, corri pony!» gridò lei, ridendo.

E Toboe eseguì, partendo in una corsa allegra tra i tavoli. Una delle tutrici li seguì subito, un po’ preoccupata che potessero sbilanciarsi.

«Dite che ce la faranno fino a mezzanotte?» chiese la direttrice, una donna sovrappeso dai capelli corti e occhialini tondi, vestita con un tubino viola e un’espressione vivace.

«Sono imbottiti di zuccheri» rispose la tutrice di Toboe, con un sorriso divertito. «La vera domanda è se domani mattina riusciranno a dormire.»

La serata proseguì tra risate e giochi, finché a un certo punto due inservienti fecero il loro ingresso portando una grande torta decorata, con le stelle filanti pronte a essere accese. Quel giorno, infatti, non era solo l’ultimo dell’anno: l’orfanotrofio festeggiava anche il suo centesimo anniversario.

La musica si abbassò, le luci si fecero più calde.

Adulti e bambini si raccolsero insieme, stringendosi per mano o abbracciandosi spontaneamente. Poi, quasi all’unisono, iniziarono a cantare l’inno dell’istituto.

Le loro voci si intrecciarono, semplici ma sincere, riempiendo la sala di un calore che sembrava capace di tenere lontano tutto il resto del mondo.

Ma quel canto non vide mai la fine.

All’improvviso, le finestre alle loro spalle esplosero in una pioggia di vetri. L’aria si deformò, poi l’onda d’urto li investì in pieno. Tavoli rovesciati, sedie divelte, corpi sbalzati a terra. Nessuno se lo aspettava, nessuno ebbe il tempo di reagire. Fu qualcosa di brutale, devastante.

E non fu tutto.

I razzi sulla torta, ancora accesi, caddero tra le tovaglie e i tovaglioli sparsi. Bastò un istante. Il fuoco attecchì subito, divorando il tessuto, arrampicandosi rapido tra i resti della festa.

Per qualche secondo ci fu solo un suono basso, indistinto. Un lamento, quasi irreale.

Poi arrivarono le urla ed i pianti.

Toboe era finito a terra come gli altri. Un taglio sulla guancia gli bruciava, il sangue caldo gli scivolava lungo la pelle, ma non era stato sufficiente a fargli perdere i sensi. Rimase immobile, stordito, il respiro spezzato.

Davanti a lui, oltre un tavolo rovesciato, le prime lingue di fuoco iniziarono a sollevarsi.

E lui… non riusciva ancora a muoversi.

«Voglio essere forte. Voglio proteggervi tutti.»

Di chi erano quelle parole? Forse sue… ma quando le aveva pronunciate?

«Non aver paura, Toboe. Sei un bravo ragazzo.»

Quella voce… dolce, lontana della sua nonnina.

Ma lui non aveva mai avuto nemmeno dei genitori. Come poteva ricordarla?

«Smettila di piangere. Non risolverai nulla con le lacrime. Se vuoi vivere in questo mondo, devi imparare a rialzarti da solo.»

Le parole gli rimbombavano nella testa, sovrapponendosi al caos.

«Io… io mi sto rialzando da solo!» riuscì a dire, con la gola che bruciava.

Strinse gli occhi, i muscoli tremavano, ma fece forza su se stesso. Le mani cercarono appoggio tra i detriti, scivolando tra cenere e vetri, mentre con uno sforzo enorme tentava di sollevarsi.

L’aria era densa, acre, quasi impossibile da respirare. Dentro la sala i bambini piangevano, alcuni chiamavano aiuto, altri gemevano senza voce. Fuori, le sirene dei soccorsi si facevano sempre più vicine, e i loro fasci di luce penetravano dalle finestre distrutte, lampeggiando a intermittenza tra il fumo e le fiamme.

«State bene? Ehi?» tossì, mentre il fumo gli graffiava la gola. Le fiamme si stavano alzando. «Dobbiamo uscire!»

Brancolò nella penombra fino alla parete, cercando a memoria l’interruttore. Le dita lo trovarono. Lo sollevò.

Per un attimo temette il peggio, poi la luce tornò.

L’aula magna apparve in tutta la sua devastazione e, soprattutto, le fiamme che iniziavano a divorare ciò che restava. I bambini e le tutrici erano a terra: chi si contorceva dal dolore, chi cercava di muoversi, chi invece non dava segni.

Il cuore gli martellava nel petto, le gambe tremavano, il sangue gli scivolava lungo la guancia. Eppure… qualcosa lo teneva in piedi.

«Non chiudere gli occhi. Se li chiudi, la paura vince. Guarda il nemico in faccia e mostra le zanne.»

Ancora quella voce. Maschile. Ferma. Rassicurante. Qualcuno che rispettava… ma che non riusciva a collegare a nessun volto.

Toboe serrò la mascella e lasciò che lo sguardo corresse rapido attorno a sé, finché non individuò l’estintore. Lo strappò dalla custodia con uno scatto e, stringendo i denti, si precipitò verso il tavolo più vicino alle fiamme, dove il fuoco minacciava di ferire i corpi a terra.

Scaricò il getto, tentando di contenere l’avanzata del fuoco. Sapeva che non sarebbe bastato: le fiamme avevano già preso i festoni appesi alle pareti, salendo rapide verso l’alto. Ma bastò quel poco per guadagnare tempo.

Alcuni bambini iniziarono a rialzarsi. Anche alcune tutrici ripresero i sensi.

La direttrice si rimise in piedi a fatica e, barcollando, raggiunse il pulsante dell’allarme antincendio. La sirena esplose nell’edificio.

«Bambini! Chi riesce ad alzarsi, in fila indiana! Una mano sulla spalla del compagno davanti!»

Uno alla volta, non tutti, ma abbastanza, iniziarono a obbedire.

Le altre responsabili, rimaste in piedi, si mossero subito per aiutare chi era più in difficoltà.

La tutrice di Toboe si voltò verso di lui.

E per un istante ebbe l’impressione che i suoi occhi… brillassero.

Come fari nella penombra.

Poco a poco qualcuno iniziò a uscire dall’edificio, frastornato e ferito. I bambini si reggevano a malapena in piedi, soprattutto i più piccoli, e fu solo grazie alla determinazione delle tutrici e degli inservienti—anche loro feriti—che nessuno rimase intrappolato tra il fumo denso e i detriti che cominciavano a cadere dal soffitto.

Ma l’incendio ormai era fuori controllo.

Toboe strinse l’estintore, tentando di spremere ancora qualche getto, ma la bombola emise solo un sibilo vuoto.

«Toboe, lascia stare!» lo richiamò la tutrice. «Dobbiamo evacuare!»

Con un gesto di stizza, il ragazzo lasciò cadere l’oggetto e si guardò attorno, il respiro affannato. Non tutti erano riusciti ad alzarsi.

Senza esitare, corse verso due bambini rimasti a terra.

Strinse i denti e, con uno sforzo che gli fece tremare le braccia, se li caricò entrambi in spalla. Il suo corpo esile e dinoccolato sembrava sul punto di cedere, eppure resisteva. Una forza ostinata, profonda, che forse nemmeno lui sapeva di possedere, lo sosteneva passo dopo passo.

Non appena fu fuori, i suoi polmoni si riempirono di aria meno densa e trovò un nuovo slancio. Adagiò i due bambini a terra con delicatezza, poi inspirò profondamente e si voltò verso l’edificio: c’erano ancora altri da salvare.

«No, Toboe, tu no!» gridò la direttrice.

Ma lui era già rientrato.

Si coprì il volto con un braccio per proteggersi dal fumo e corse di nuovo verso l’aula magna. Il calore era aumentato, il crepitio delle fiamme riempiva ogni spazio, e la visibilità era ridotta a pochi metri. I suoi occhi si muovevano rapidi, in cerca di un segno, di un movimento.

«T… Toboe…»

Una voce flebile, quasi impercettibile. Eppure lui la sentì.

Si precipitò nella direzione del suono, spostando con forza alcuni pannelli crollati dal soffitto. Sotto, rannicchiata, c’era la bambina che poco prima gli aveva chiesto di fare cavalluccio.

«Eccomi, Emily… tranquilla, ora usciamo.»

La sollevò tra le braccia. Tossì, gli occhi che bruciavano, poi si voltò e corse di nuovo verso l’uscita.

Riemersero nel giardino tra fumo e cenere, entrambi coperti di fuliggine. Una delle tutrici li raggiunse subito con un kit medico.

«Ci sono tutti?» chiese la direttrice, lo sguardo che correva da un volto all’altro, tentando di fare una conta.

«No! Manca Gabriel!» si levò una voce, spezzata dall’ansia.

«Toboe, no, fermati!» gridò la sua tutrice.

Ma il ragazzo era già rientrato.

Le fiamme si erano propagate anche nei corridoi. Il calore era soffocante, l’aria irrespirabile. Toboe tossì più volte, il petto in fiamme, e per un attimo il suo corpo rallentò, come se stesse per cedere. Poi serrò i denti. Qualcosa dentro di lui si tese, vibrò… quasi un ringhio trattenuto.

«Gabriel! Gabriel!» chiamò, con la voce roca, pregando che non fosse troppo tardi.

Provò ad avanzare verso l’aula magna, ma il fuoco aveva ormai sbarrato l’accesso. Le fiamme lambivano ogni varco, rendendo impossibile passare senza restarne consumati.

Il cuore gli si strinse.

Non era riuscito a salvarlo?

Poi... Un urlo. Acuto, disperato.
Proveniva dai piani superiori.

Gli occhi di Toboe si spalancarono.

«Gabriel! Eccomi, arrivo!»

Corse su per le scale, guidato da quell’urlo. Il primo piano era già invaso dalle fiamme, lingue di fuoco che si arrampicavano lungo le pareti e divoravano tutto ciò che trovavano.

«Gabriel!» gridò ancora.

Un altro urlo gli rispose, più in alto. Il secondo piano.

Toboe cercò di inspirare, ma l’aria era secca, densa di fumo e polvere. Ne uscì solo un colpo di tosse, roco, profondo, che gli scosse il petto.

Strinse i denti.

Si coprì di nuovo il viso con un braccio e riprese a salire, un gradino dopo l’altro, spingendosi oltre il dolore, oltre il respiro che mancava.


Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

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