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Creato il 22/06/2026, 17:31 · Aggiornato il 22/06/2026, 17:31

Capitolo 20: Chi è come Dio?

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Nota dell'autore: Prima di iniziare questo nuovo capitolo - non vivendo sotto un sasso - ci tenevo a specificare che le vicende trattate non si ispirano ad alcun fatto reale. Tuttavia, ho ritenuto di limare alcuni passaggi, nel caso urtasse comunque la sensibilità di qualcuno. Buona lettura!


Al principio non ero che un pensiero errante, appena cosciente di me stesso, sospeso tra i flussi dello spazio e del tempo.

Poi ciò che restava di me — il mio unico lascito, il mio passaggio verso qualcosa di superiore — trovò un appiglio. L’occhio del lupo, eredità della mia stirpe e insieme sua maledizione, si aggrappò a qualcosa di fragile. Un giglio bianco. Puro, incontaminato, incapace di opporsi alla mia linfa, al mio veleno.

Il suo candore si tinse di viola. E quella fu la prima vita a cui mi ancorai con disperazione, per tornare alla mia.

Da lì iniziai a propagarmi, a rafforzarmi.

Ero ancora inconsistente, un parassita silenzioso. Ma proprio questa mia natura mi concesse qualcosa di inatteso: ricordare.

Fu come riavvolgere un nastro. Dall’istante in cui avevo posato la zampa sul Lago della Luna — che mi aveva respinto senza esitazione — fino al momento in cui avevo aperto gli occhi per la prima volta.

Avanti e indietro. Ancora e ancora. Intere esistenze che scorrevano, mentre il mondo mutava, moriva e rinasceva.

E in quel fluire incessante, c’era un frammento che mi colmava di gioia e al tempo stesso mi lacerava: l’amore e la morte di Hamona.

Rivedevo i nostri sguardi incontrarsi, le nostre labbra sfiorarsi. E poi l’ultimo istante, quando la strinsi tra le braccia, già vinta dalla malattia del Rakuen.

Non ero riuscito a salvarla.

Aveva accettato la sua fine… e io ero rimasto.

Ma ora che anch’io non ero che uno spirito errante, una domanda prese forma dentro di me:

E se la sua sorte fosse stata simile alla mia?

Il suo corpo era rimasto per anni vivo ma vuoto, sospeso a un respiro artificiale. Ma il suo spirito… dove era finito?

E se anche lei fosse lì fuori, come me… alla ricerca di qualcosa a cui aggrapparsi?

Quella possibilità accese una scintilla.

Forse Hamona poteva ancora essere salvata.

Forse non ci ero riuscito allora. O forse era stata lei, con la sua natura gentile, a rifiutare di sopravvivere sulle spalle di altri.

Ripercorsi ogni insegnamento ricevuto: l’alchimia, i passaggi tra le dimensioni, ogni frammento di conoscenza che potesse offrirmi una risposta.

Ebbi ere per farlo.

E nel frattempo, lo spazio e il tempo divennero i miei maestri.

Imparai a distinguere le stelle dalle altre anime come me. Ce n’erano miliardi. E nessuna sembrava aver sviluppato una coscienza.

Molte si affievolivano, si spegnevano… come astri destinati a non rinascere.

Ma con il ritorno del mondo, vidi anche altro.

Nuove scintille emergevano dal suolo.

Nuove vite.

Ignare. Ignare che quel pianeta aveva già conosciuto civiltà, splendore e rovina. Ignare di tutto ciò che era stato, prima che il gelo avvolgesse ogni cosa.

E queste nuove vite, ancora una volta, sbagliarono. Ripeterono gli stessi errori degli uomini che le avevano precedute.

Gelosia. Rabbia. Sofferenza.

Fui io a infondere tutto questo in loro… o furono loro ad alimentare me?

Poi la vidi.

Una distesa sconfinata di fiori della luna, nati dai semi di Cheza. Non era un luogo, non del tutto. Era una realtà dentro la realtà, un varco silenzioso, il sentiero tracciato per i lupi verso il Rakuen.

Compresi allora che il mondo stesso, nel suo rigenerarsi, avrebbe dovuto essere la loro destinazione.

Eppure… sarebbe stato un mondo imperfetto.

Da quei fiori iniziarono ad emergere le anime destinate a rinascere. Le riconobbi. I lupi, prima di tutti. Ma non erano soli.

La forza che aveva reso possibile tutto questo aveva scelto anche alcuni esseri umani. Non a caso. Erano stati premiati, per la loro forza e per il loro altruismo.

Un nuovo ciclo stava prendendo forma.

E infine… la percepii.

La traghettatrice.

Colei che la famiglia Darcia aveva creato dai fiori della luna, destinandola a servire… e che invece aveva oltrepassato quel destino, diventando qualcosa di più.

Cheza.

"Chi è come Dio?"

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«Il mondo si ripete, ancora e ancora, come un ciclo senza fine.» - Il Libro della Luna Rossa

All’inizio il tempo parve sospendersi, come se il mondo avesse trattenuto il respiro.

Poi la realtà li travolse.

Un bagliore accecante esplose nello spazio e, un istante dopo, la violenza delle onde d’urto li investì senza pietà, scagliandoli via come foglie nel vento.

Le vetrate andarono in frantumi, incapaci di opporsi alla forza delle esplosioni. Il suono del vetro che cedeva si mescolò al fragore sordo che attraversava l’aria.

Hige ebbe appena il tempo di stringere Misha a sé, proteggendola con il proprio corpo, prima di essere scaraventato a terra.

Il mondo si ridusse a un ronzio assordante.

Un eco profondo, persistente, si diffuse nelle orecchie di Freeze City… e subito dopo arrivò il resto.

Urla. Sirene. Caos.

La città era stata appena attaccata.

Il nuovo anno iniziò nel sangue e nel dolore.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

«Kiba… Kiba… mi senti? Dobbiamo muoverci!»

Qualche ora prima che tutto questo accadesse, Tsume e Kiba erano appena riusciti a infiltrarsi nel castello di Darcia.

Pur avendo nascosto il corpo della guardia che avevano messo fuori gioco, sapevano bene che prima o poi qualcuno sarebbe passato a controllare. Se volevano trovare Cheza, avevano i minuti contati.

«Non senti anche tu odore di fiori?» chiese Kiba, ancora assorto.

«No. E tra poco sentiremo odore di polvere da sparo, se non ci diamo una mossa» rispose Tsume, a denti stretti.

Finalmente Kiba tornò in sé e fece un cenno al compagno.

Insieme iniziarono a percorrere il corridoio, che presto li avrebbe condotti ai piedi della scalinata superiore, facendo attenzione ad aggirare la telecamera poco prima individuata.

La musica proveniente dalla sala principale filtrava fino a loro, attutita, come un’eco distante. I domestici, probabilmente, non rappresentavano un problema… ma le guardie stavano svolgendo il loro lavoro con attenzione.

Tsume fece appena in tempo ad afferrare Kiba per il giubbotto e trascinarlo dietro l’angolo, prima che una guardia potesse scorgerli.

«Questo posto è enorme» mormorò. «Dovremmo affidarci all’istinto

«Sì… esatto» rispose Kiba, lasciandosi sfuggire un lieve sorriso. Finalmente Tsume sembrava aver abbracciato del tutto la sua vera natura.

Le iridi gialle del giovane uomo saettarono a destra e a manca, attente a ogni minimo movimento.

Poi fece un cenno per il via libera e si mossero verso la scalinata.

«Credi ci siano anche telecamere nascoste?» disse Kiba, a bassa voce.

«Non lo escluderei, ma per ora non sembrano essere scattati allarmi» rispose Tsume. Poi tirò fuori il tesserino sottratto alla guardia, controllando di non averlo perso**. «Cerchiamo di individuare i passaggi di servizio. Se le cose andranno male, passeremo da lì.»**

Un istante dopo, le sue narici si dilatarono.

Un odore. Una scia sottile, quasi impercettibile… ma sufficiente a fargli sgranare gli occhi. Il battito del cuore accelerò.

Si voltò lentamente, fissando il fondo del corridoio.

Un richiamo. Un canto.

«Da questa parte» disse Kiba.

Anche lui aveva percepito la stessa cosa e lo anticipò nella corsa.

Cheza, nella sua sfera, cantava piano la sua nenia soave.

Il suo cuore batteva più veloce. Li sentiva. I suoi due amici erano ormai a pochi metri.

Strinse appena di più Blue a sé, come a volerle trasmettere quella certezza.

«Presto… li rivedremo presto» sussurrò con dolcezza.

Blue reagì appena.

Le sopracciglia si contrassero in un lieve fremito, mentre gli occhi si muovevano sotto le palpebre chiuse, come se qualcosa, dentro di lei, stesse cercando di emergere.

Era qualcosa di completamente sconosciuto, eppure quella forza interiore gli risultava familiare. Era la stessa che, tempo addietro, lo spingeva ogni volta verso quella panchina. La stessa che lo portava a cercare quella ragazza delicata, sempre con un libro tra le mani.

La cosa lo aveva sempre irritato. Era più forte di lui, come se una sorta di astinenza lo costringesse, alla fine, a tornare sempre lì.

Ma ora… ora non opponeva più resistenza.

Accoglieva quella forza.

I suoi sensi si fecero più acuti, il corpo più leggero, più reattivo. Per un istante, la sclera delle sue iridi si tinse di nero.

Poi si fermarono.

Davanti a loro si apriva quello che, in apparenza, era un normale studio in stile classico. Una finestra affacciata su un giardino interno, una scrivania ordinata, una libreria che occupava l’intera parete.

Eppure… lì, il profumo dei fiori era decisamente più intenso che altrove.

Non si accorsero della piccola spia rossa nascosta all’interno della statuetta sulla mensola.

Edward scrisse rapidamente un messaggio al suo capo.

Sono qui.

Sapevano che avrebbero colpito quella sera stessa. La ricetrasmittente che la dottoressa Degre aveva inserito nel telefono del detective Lebowski si era rivelata estremamente utile.

Era solo questione di tempo, del resto, prima che qualcosa in loro iniziasse a ribollire.

Non si può reprimere un istinto predatorio. I lupi, prima o poi, avrebbero agito.

Darcia lo aveva previsto.

«Lascio tutto nelle tue mani.»

Così aveva detto il magnate al suo maggiordomo.

Edward afferrò un fucile a pompa.

Nel frattempo, attraverso le visiere dei caschi, i due ragazzi scrutavano ogni angolo della stanza con sguardo febbrile.

Tsume forzò uno dei cassetti con il coltello.

Dentro, trovò diversi schizzi. Il ritratto di una donna.

«Cos’è questa roba?»

Kiba abbassò lo sguardo sui fogli e un brivido lo attraversò.

«La ricorda ancora…» strinse i denti. «Ora non c’è dubbio. Lui ricorda.»

La ricerca divenne più frenetica. Com’era possibile che il profumo di Cheza fosse così intenso… e che lei non fosse lì?

Un ringhio sommesso gli vibrò nel petto mentre iniziava a rovesciare pile di libri dalla libreria.

«Non fare rumore, ragazzino, ci scopriranno!»

Troppo tardi.

Tsume fece appena in tempo a gettarsi su Kiba e spingerlo a terra.

Lo sparo esplose.

Un vaso andò in frantumi, l’intonaco venne perforato. La potenza del colpo fece vibrare l’intera stanza.

«Maledetti… come avete osato fare irruzione qui dentro?»

Edward caricò il colpo successivo.

I due ragazzi rotolarono di lato, nascondendosi dietro le poltroncine, appena in tempo per evitare un secondo sparo.

L’allarme iniziò a ululare e voci concitate invasero il corridoio.

Tsume e Kiba si scambiarono uno sguardo.

Poi agirono.

La porta finestra esplose verso l’esterno e si ritrovarono nel giardino. Intorno a loro, altre aperture simili.

Si mossero verso ovest, ricordando che in linea d'aria quella era la direzione dell’uscita.

Un’altra spallata. Un altro vetro in frantumi.

Edward e le guardie erano alle loro calcagna ed erano ovunque.

E allora fu l’istinto a guidarli.

I loro movimenti si fecero più rapidi, più precisi. Schivavano, colpivano, anticipavano.

Tsume maneggiava il pugnale con abilità. Più di una guardia venne ferita, ma mai mortalmente.

Kiba combatteva a mani nude, con calci e pugni.

La forza latente dentro di loro, alimentata dal pericolo, iniziava a emergere.

Quando Tsume perse il pugnale, si sfilò il casco e lo usò come arma, colpendo con violenza. Ormai nascondersi non aveva più senso.

Anche Kiba fece lo stesso.

Senza la visiera, il suo sguardo si fece più ampio, più lucido. Le sue reazioni diventarono ancora più rapide.

Intorno a loro, i proiettili fischiavano. Schegge di vetro e intonaco esplodevano nell’aria.

Un grido di sorpresa si levò tra i domestici quando, correndo, fecero irruzione nella sala dove si stava festeggiando.

Kiba e Tsume attraversarono l’ambiente come una raffica, rovesciando tavoli imbanditi e scansando gli invitati terrorizzati.

Un colpo di fucile riecheggiò nell’aria.

Edward sparò verso l’alto e, per istinto, tutti si gettarono a terra.

«Non lasciamoceli scappare!» urlò l’uomo, il volto paonazzo per la rabbia.

Dall’altra parte della sala, due guardie si posero a bloccare loro la strada.

Tsume non rallentò.

Prese la rincorsa e, con un calcio teso in aria, si aprì un varco, travolgendo uno dei due.

Rovinò a terra insieme a loro. Le guardie tentarono subito di rialzarsi per immobilizzarlo, ma Kiba intervenne con due calci rapidi, diretti al volto.

«Da che parte?» disse Tsume, rialzandosi.

Si resero conto che nella confusione avevano perso l’orientamento e forse avevano superato il corridoio che conduceva all’uscita.

Ma non c’era tempo per fermarsi.

Scattarono verso un passaggio laterale, spalancarono una porta... e si bloccarono. Era un vicolo cieco.

Le finestre erano sprangate, la porta alle loro spalle l’unico accesso.

Sulla parete di fronte, il ritratto di Darcia I (dell'era contemporanea) li osservava con uno sguardo austero.

«Arrendetevi, siete con le spalle al muro!» intimò Edward, irrompendo nella stanza insieme agli altri uomini.

I capelli di Kiba si sollevarono appena, mentre un ringhio sommesso vibrò nell’aria. «Mai!»

Qualcosa cambiò. Forse era il desiderio di non essere abbattuti, forse l’odore dei fiori o la semplice presenza dell’altro. Anche Tsume ringhiò e si unì allo scontro.

I colpi si dispersero nell’aria, imprecisi, mentre le loro figure si muovevano troppo velocemente per essere seguite davvero. Nella penombra, le loro iridi accese brillavano come fari. Lottarono come bestie: feroci, istintivi, inarrestabili.

Le guardie cercarono di reagire, ma una dopo l’altra vennero sopraffatte. E allora se ne accorsero: sui loro corpi comparivano tagli netti, profondi. Ferite che quei due non avrebbero potuto infliggere in quanto non erano armati.

Tuttavia, il vantaggio numerico e il fatto che fossero armati rendevano lo scontro inevitabilmente sbilanciato.

Tsume venne colpito di striscio. Il calore del sangue gli scivolò lungo la spalla, ma ignorò il bruciore, serrando i denti.

Poi arrivò il boato.

L’esplosione raggiunse anche loro e le pareti tremarono.

Per un istante, tutto si fermò.

I corpi si irrigidirono, sospesi tra reazione e istinto. Ma furono gli uomini di Darcia a riprendersi per primi.

Gli spari ripresero, più serrati. Precisi, ma non letali. Non stavano cercando di ucciderli.

L’uscita era ormai completamente chiusa da una barriera di uomini in divisa nera.

Tsume e Kiba si ritrovarono con le spalle al muro.

Respinsero gli attacchi in un ultimo, disperato tentativo. I loro movimenti erano ancora rapidi, feroci… ma non bastava.

Due colpi ben assestati li colpirono.

Kiba crollò, il respiro spezzato.

«Cheza…» sussurrò, mentre la coscienza iniziava a sfumare.

Figure indistinte si muovevano davanti a lui. Mani lo afferrarono, lo trascinarono.

Ma l’odore dei fiori era ancora lì. Intenso.

E il canto della fanciulla del fiore… si incrinò, come se stesse piangendo.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Hige tossì con fatica, circondato dal fumo e dalla cenere che si erano diffusi nell’aria.

Il palazzo delle Darcia Industries aveva tremato, ma il pendolo antisismico del grattacielo aveva fatto il suo dovere. Inoltre, la doppia esplosione era avvenuta a chilometri di distanza, pur restando entro i confini della città.

Le orecchie gli fischiavano. La vista era instabile, sfocata.

«M-Misha…»

La ragazza accanto a lui non rispose.

«Misha!» ripeté, alzando la voce, anche se ancora roca.

I loro vestiti erano laceri, il volto segnato da graffi e polvere.

«Misha!» disse con più forza.

Quella volta bastò.

La ragazza si mosse appena… e aprì lentamente gli occhi.

«Hige…» disse con un filo di voce. «Cosa è successo?»

Poi le urla degli altri ospiti giunsero nitide alle loro orecchie.

«Cher, come stai?» Hubb si trovava nella parte più interna della sala; l’onda d’urto li aveva comunque raggiunti, destabilizzando tutti e facendoli cadere a terra. La torre di bicchieri di cristallo al centro era ormai ridotta a un cumulo di vetri infranti.

«Io… io credo di stare bene» rispose la donna, mentre lui l'aiutava a rialzarsi.

«Dannazione, ma cosa è successo?» Il cuore del detective martellava all’impazzata.

«Calma, restate calmi!» La voce di Darcia si levò alta, ferma, perfettamente controllata. «Questo è un palazzo sicuro. Non lasciatevi prendere dal panico.»

Hubb constatò che a quelle parole, le persone reagirono con calma. Troppa calma.

Poi guardò verso la terrazza.

«Accidenti, i ragazzi!» disse Hubb, facendo un passo nella loro direzione.

Si voltò verso Cher, che si era ricomposta sulla sedia; lei gli fece un cenno, dandogli il via libera.

Hubb passò accanto a Darcia.

Il magnate, con il capo leggermente chino, portava sul volto un sorriso sottile, inquietante, mentre l’indice tornava a sfiorare la benda sull’occhio.

«Ormai la danza della fine è già iniziata» mormorò, a bassa voce.

Hubb non si fermò.

Si chinò accanto a Hige e Misha. «Come state?» disse, mettendo un braccio dietro la schiena della ragazza per sostenerla.

«Non lo so…» rispose Hige, con un filo di voce.

«Hige, ce la fai a camminare?»

Il ragazzo tentò di inspirare, ma l’aria era satura di polvere; tossì. «Credo… di sì.»

Hubb allora sollevò Misha tra le braccia. Era incredibilmente leggera. Ancora una volta, l’idea che potesse essere un’assassina gli sembrò assurda.

Hige si puntellò sulle ginocchia e si trascinò dietro di lui.

«Come state?» chiese Darcia, avvicinandosi, mostrando apparente preoccupazione.

Misha, con la testa appoggiata alla spalla di Hubb, respirava a fatica… ma trovò comunque la forza di sorridere al magnate, come a volerlo rassicurare.

Hubb serrò la mascella e accanto a lui, Hige sentì un ringhio nascergli nel petto.

Ma non potevano fare altro che trattenersi in quel momento.

I ragazzi vennero immediatamente soccorsi dal personale della struttura, con panni umidi sul volto e torce puntate negli occhi per accertarsi che non ci fossero traumi.

Alle loro spalle, Darcia avanzò fino al limite della vetrata ormai completamente distrutta e osservò la scena senza fretta. Era certo che Hige e Misha non fossero in pericolo: erano lupi rinati, giovani e forti. Un’onda d’urto non sarebbe bastata a spezzarli. Del resto, li aveva voluti lì proprio per questo, per tenerli al sicuro.

Il senatore Thien aveva fatto il suo dovere.

Ma la serata non era ancora finita. Ora restava un’ultima prova per loro, una sfida.

Oltre il vetro infranto, la città bruciava in due punti precisi, calcolati da lui stesso con cura. Due colonne nere si innalzavano nel cielo notturno, dense e implacabili; i danni dovevano essere ingenti.

Darcia rimase immobile a osservare, poi abbassò appena lo sguardo quando lo smartwatch vibrò.

Li abbiamo presi.


Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

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