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31 dicembre.
Nel vecchio mondo, prima che il ghiaccio e le rovine ne segnassero la fine, i nobili avevano dominato la storia come signori incontrastati. Custodi di antiche conoscenze, padroni di tecnologie dimenticate e ossessionati dall’idea del Rakuen, essi combatterono per secoli guerre silenziose e spietate. Le loro rivalità non si limitarono a scontri politici o militari: furono lotte per il controllo della vita stessa, per il potere di piegare la natura e di aprire le porte del paradiso promesso. Ogni casata cercò di superare le altre nella corsa verso quell’ideale, alimentando conflitti che devastarono il pianeta e lasciarono dietro di sé un mondo esausto, spezzato dal gelo e dalla decadenza. Quando infine il vecchio mondo collassò, quasi tutte le dinastie scomparvero con esso, consumate dalla loro stessa ambizione. Ma una sola casata riuscì a trascendere il tempo, portando con sé il ricordo del Rakuen oltre la fine di un’era: la casa di Darcia.
Ora, in questo nuovo mondo rinato dalle ceneri del precedente, Darcia stava immobile nella grande sala dell’antica residenza. Le alte vetrate si aprivano verso il cielo notturno, dove una luna crescente splendeva con una luce fredda e distante. Il magnate osservava quel fragile arco d’argento con sguardo intenso. Indossava un impeccabile abito italiano, il taglio elegante che scolpiva la sua figura con sobria autorità; i capelli scuri erano pettinati all’indietro, lasciando scoperto il volto austero. Nella penombra della sala, l’antico pavimento rifletteva una luce verdastra proveniente da una sfera sospesa poco distante. All’interno di quella prigione luminosa, due figure erano intrecciate in un abbraccio immobile: Cheza, la fanciulla fiore, e Blue, unite in un silenzio irreale. Quando lo sguardo di Darcia tornò alla luna, il suo occhio giallo — l’occhio del lupo — si accese di una luce viva, come se quella falce nel cielo avesse risvegliato qualcosa di antico nel suo sangue. Per un istante, nella sala regnò un silenzio assoluto, carico della promessa di un destino che ancora una volta stava per compiersi.
«Corri, guerriero lupo, verso confini eterni,
attraverso le rovine lasciate dalla morte del giorno.
Sotto le stelle che ruotano nel silenzio
si muove una creatura prigioniera
in una pelle d’uomo.
Corri, guerriero lupo, tra i regni nel caos,
tra città senza senso e torri di paesi fantasma.
Ulula, o cacciatore,
anche se pochi sanno che il tuo canto è dolore,
mentre il tuo volto si alza verso la luna di mezzanotte.
Stai fuggendo dall’illusione degli uomini,
dalla loro splendida follia e dal tuo esilio?
Stai correndo verso il luogo
dove l’agnello riposa accanto al leone?
Corri… corri…
continua a correre…
attraverso la pioggia.»
La poesia sembrava ancora vibrare nell’aria della grande sala, come se le sue ultime parole non si fossero del tutto spente. Era curioso come quei versi gli fossero sempre appartenuti senza che egli sapesse davvero da dove provenissero. Non ricordava di averli studiati, né di averli ascoltati da qualcuno. Erano semplicemente affiorati dentro di lui, anni prima, nello stesso modo in cui era riaffiorata la consapevolezza di chi fosse stato.
Quando era ancora un bambino, la sua mente aveva iniziato lentamente a ricomporsi, come un mosaico dimenticato. Frammento dopo frammento erano tornati i ricordi del vecchio mondo: la nobiltà, il sangue dei lupi, il Rakuen. E infine il nome che portava con sé il peso di un’intera dinastia.
Darcia III.
Da allora quella certezza non lo aveva più abbandonato. Non era un semplice ricordo: era identità, destino, continuità. Come se il tempo non fosse stato altro che una sottile membrana attraversata dalla sua volontà.
Poi il suono del telefono ruppe la quiete.
Il trillo risuonò secco nella sala.
Darcia distolse finalmente lo sguardo dal cielo e recuperò il cellulare dalla tasca.
«Lord Darcia, la sua auto è pronta. La dottoressa Degre la sta aspettando.»
La voce di Edward, impeccabile come sempre, giunse dall’altro capo della linea.
Darcia lasciò scivolare lo sguardo ancora una volta verso la sfera luminosa. Per un attimo sembrò quasi riflettere.
Poi rispose con calma.
«Grazie Edward, arrivo subito.»
Fece una breve pausa.
«Lascio tutto nelle tue mani, per questa sera.»
«Sì, signore.»
La linea si interruppe.
Darcia rimase ancora qualche secondo nella sala silenziosa, come se stesse ascoltando qualcosa che nessun altro avrebbe potuto udire. Poi sistemò appena il polsino del suo elegante abito, lisciò la giacca con gesto naturale e si avviò verso l’uscita.
Dietro di lui, nella luce verde della sfera, Cheza strinse appena un po' di più a sé Blue e osservò il nobile andarsene.
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Il giorno prima.
Hubb e Tsume stavano bevendo una birra mentre guardavano una partita di rugby, era l'ultima della stagione e la loro squadra rischiava di perdere.
«Avanti, vedi di muovere quelle gambe!» urlava Tsume.
«Ma dove guarda l'arbitro?» gridava l'altro.
A un certo punto il cellulare del detective ricevette una notifica. Erano ad un punto cruciale della partita e quasi non aveva voglia di rispondere, ma avendo sempre la reperibilità a lavoro, certo non poteva esimersi dal controllare.
«Ah è Hige» disse, prima di aprire il messaggio. Tsume lo ignorò continuando ad imprecare contro la televisione.
«Che cosa!?»
«Che vuole quel damerino?»
«Hige ha appena scritto che lui e Misha sono stati invitati alla festa di capodanno, alle Darcia Industries.»
«Beh tanto non ci devi andare anche te?» disse, mentre si portava alle labbra la birra «Sarà un modo per tenerli d'occhio se Darcia farà qualche mossa avventata»
Hubb si strinse nelle spalle. «In realtà avevo promesso a Cher di lasciare a casa il mio lavoro»
«E tu davvero lo farai?» girandosi appena.
«Dubito che potrò mantenere tale promessa, una volta che avrò quell'uomo davanti...»
«Avanti e passa quella palla!» sbottò Tsume. «Allora dove sta il problema?»
«Il problema è quello che ci hai detto ieri, Tsume»
Tsume abbassò la birra.
«Hai detto che Misha probabilmente ha ucciso ben tre uomini. Sul momento era talmente inverosimile che nessuno di noi si è scomposto più di tanto. Ma qui si tratta di omicidio. Davvero domani sera dovrei salutarla come se niente fosse?»
«Sì» il tono di Tsume non ammetteva repliche.
«Ma anche se Satoshi ed i suoi erano figli di puttana, erano pur sempre degli uomini, io non posso...»
Improvvisamente Tsume emise un ringhio sommesso che fece irrigidire il detective e gli occhi di Tsume si accesero. «Quando ho promesso ad Hige di difendere Misha ad ogni costo, ero serio. Persino da te se devo»
Hubb non seppe cosa replicare. Da una parte c'era il senso del dovere insito nel suo essere poliziotto, dall'altra il dispiacere per quella ragazza, del tutto inconsapevole.
«Avevi detto che li avremmo lasciati in pace, no?» continuò Tsume. «Domani balla e ubriacati con la tua bella, rompi le palle a Darcia se vuoi, ma non ti avvicinare ad Hige e Misha»
Hubb si passò una mano tra i capelli spettinati, combattuto.
«Senti, avevi detto che quel John ha scoperto cosa ne è stato dei loro corpi, cioè che sono stati portati via da un aereo e ti ha detto che gliel'hanno confermato direttamente gli autisti incaricati.»
«Esatto. Hai fatto come ti ho detto?»
«Sì, ho detto che ti sei ricordato alla fine di aver visto i corpi portati via dal camion e ho indicato la targa, ma ancora il mio capo ha delle rimostranze.»
Tsume bevve un altro sorso. «Non ti aspetterai che chieda a John di testimoniare?»
Hubb scosse il capo. «Lo so che non lo farebbe mai. Ma se ancora quel camion dovesse esistere, sicuro sarà stato ripulito.»
«Che intanto inizino un'indagine su quel riccone.»
«Non è così facile.»
«Deve averli pagati bene, allora.»
«Che!? Non fare certe insinuazioni.»
«Io vivo nel mondo reale, detective, vedi di farlo anche tu una buona volta.»
Un paio d'ore più tardi, quando Hubb Lebowski era uscito per il suo turno alla centrale, Tsume aveva preso il telefono per cercare di chiamare John, ma ancora una volta squillava a vuoto.
L'uomo si accigliò: era già la terza chiamata senza risposta da quando si erano visti l'ultima volta nel vicolo.
In quel momento suonò il campanello.
Tsume andò alla porta e, dopo aver guardato allo spioncino, aprì.
«Hei, Kiba.»
«Hei» rispose il ragazzo dai capelli neri e il giubbotto sportivo marrone, mentre varcava la soglia.
«Birra?»
«No, grazie, non ho sete.»
«Mi fumo una sigaretta allora, se non ti dispiace.»
Kiba fece spallucce mentre si andava a sedere al tavolo di finto legno.
«Quindi ora sei sistemato qui.»
«Per ora. Il detective mi ha ricordato che sono solo un ospite proprio l'altro giorno» rispose Tsume, mentre apriva la finestra dietro il divano per poi portare alle labbra la sigaretta.
«Immagino ci sia un motivo per cui mi hai chiamato qui, senza che lui sia presente.»
Tsume non rispose subito, facendo prima un tiro.
«È esatto.»
Kiba si accigliò, diventando più attento a ciò che il compagno stava per dire.
«Senti, tu ti sei rotto di rimanere nell'ombra e di muoverti con cautela, non è così?»
Kiba strinse i pugni e aggrottò la fronte. La risposta fu abbastanza eloquente.
«Beh, anche io mi sono stancato. Per ora ho seguito le direttive di Lebowski, cercando di fare le cose per bene.»
Guardò Kiba. «Ma non credi anche tu che a fare i bravi e i pazienti non ci stia portando da alcuna parte?»
Kiba non nascose la sorpresa. «Come mai ora sembri così deciso?»
«Perché mi sembra che a fare le cose per bene qui a rimetterci siano solo delle persone a noi care. Per non parlare del fatto che ora quello ha insinuato che non può esimersi dal perseguire Misha.»
Kiba inarcò le sopracciglia. «E con quali prove?»
«Non lo so. Magari proverà a prenderle il DNA e confrontarlo con le tracce trovate. Ne ho parlato con lui perché credevo fosse dalla nostra parte... ma uno sbirro rimane uno sbirro.»
«Almeno non ha nascosto le sue intenzioni» convenne Kiba.
Tsume prese un altro tiro mentre con la mano libera stringeva il bracciolo.
«Sì, è talmente onesto che però potrebbe farlo.»
«Quindi qual è il tuo piano, al riguardo?»
«Fare qualcosa per incastrare quello stronzo dagli occhi eterocromi» sbottò, per poi spegnere con forza la sigaretta nel posacenere. «Domani sera staranno tutti alla sua festa, alle Darcia Industries. Hubb, Hige, Misha...»
Kiba iniziò a intuire le sue intenzioni. «Vuoi forse introdurti a casa sua?»
«Tu ne saresti in grado, no?»
«Sì, ne sarei in grado.»
«Allora affare fatto. Quando tutti saranno andati lì, al castello saranno rimasti solo domestici e guardie. Potremmo infiltrarci e cercare gli indizi che ci servono.»
«Il tuo istinto ti sta dicendo qualcosa?»
«Sì.»
Lo sguardo di Tsume si assottigliò.
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La sera dopo.
«Allora voi ragazzi starete qui a guardare la televisione?» disse Hubb, mentre si sistemava la giacca allo specchio dell'armadio dell'ingresso e osservava i due ragazzi seduti sul divano attraverso il riflesso.
«Sì, te l'abbiamo già detto» rispose Tsume, con tono annoiato. «Vedi di tornare con qualcosa di concreto oltre che con una sbronza.»
Hubb si accigliò. «Ragazzo, non sarai diventato un po' troppo spavaldo?»
Tsume sbuffò. «Scusa, paparino.»
Hubb sospirò. «Sei ancora arrabbiato per quello che ti ho detto, vero?»
«Tu che dici?»
«Detective, davvero intende indagare su Misha?» chiese Kiba, accigliato. «Lei comunque è una nostra compagna.»
«L'istinto di protezione del branco. Sì, ce l'ho ben chiaro.»
«Allora trovi una pista alternativa che non la coinvolga.»
«Vedrò che posso fare» disse voltandosi. «Ma sapete che mi state chiedendo molto. Non so cosa avrebbe detto mio padre al riguardo...»
«Tuo padre ti avrebbe detto di fare la cosa giusta» disse Tsume, con tono serio. «Comunque vuoi davvero uscire con la barba così lunga?»
«Ah accidenti, hai ragione!» esclamò l'uomo, che a tutto aveva pensato meno che a quello.
Quando Hubb corse in bagno per rasarsi, Kiba e Tsume si guardarono.
«Allora, dopo che il detective è andato, aspettiamo mezz'ora per sicurezza» disse Kiba a bassa voce. «Poi prendiamo una moto a noleggio e ci sposteremo fino ai pressi del castello, poi ce la faremo a piedi.»
«Va bene, anche se guidare quelle sottospecie di moto mi fa un po' schifo.»
Nel frattempo il cellulare di Hubb, lì rimasto sul tavolo, lampeggiò appena, registrando tutti i suoni che giungevano al suo microfono.
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Hige stava percorrendo gli ultimi isolati che lo separavano dalla casa della sua fidanzata. Non si era messo in tuta, come indicato, ma neanche in ghingheri. Aveva optato per un paio di jeans comodi, una maglia nera e una camicia tartan verde e giallo, aperta, e sopra tutto indossava un giubbotto nero. Si era anche messo il gel ai capelli, per l’occasione.
E sempre per l’occasione, per una volta aveva fatto lavare la sua auto sia dentro che fuori. Avrebbe lasciato di stucco Misha, se lo sentiva.
Ma alla fine di stucco ci rimase lui quando, uscendo dall’abitacolo, vide la ragazza andargli incontro.
Quando la vide, Hige rimase letteralmente senza parole.
Misha stava scendendo i pochi gradini davanti al portone con passo leggero, una mano sollevata appena per tenere la gonna del vestito. Indossava un abito elegante color pesca cipriato che sembrava catturare la luce dei lampioni. Il corpetto, aderente e finemente ricamato con piccoli punti luminosi, lasciava scoperta una spalla mentre sull’altra il tessuto si raccoglieva in una delicata decorazione a forma di rosa. La gonna si apriva morbida fino alle ginocchia in pieghe ampie, accompagnando ogni suo movimento con grazia.
Per coprirsi le spalle, aveva indossato un velo semitrasparente bianco e nella mano destra stringeva una pochette con brillantini, argentata.
Sul petto spiccava la collanina che Hige le aveva fatto per natale.
Ai piedi portava un paio di scarpe col tacco della stessa tonalità dell’abito, leggermente scintillanti, con sottili cinturini argentati che le avvolgevano la caviglia e riflettevano la luce a ogni passo.
I lunghi capelli neri ricci, raccolti in una treccia laterale morbida, scendevano sulla spalla come una cascata lucida, creando un contrasto delicato con la sua pelle diafana. Il trucco era leggero ma elegante, e i suoi occhi color ghiaccio brillavano con una luce vivace mentre lo guardavano avvicinarsi.
Per un momento Hige rimase immobile accanto alla portiera dell’auto.
Era lui che voleva sorprenderla…
ma era evidente che quella sera la sorpresa l’aveva ricevuta lui.
«Ma… ma non avevamo detto abiti comodi?» balbettò Hige, mentre continuava a fissarla dalla testa ai piedi.
Misha non riuscì a trattenersi dal gonfiare le guance. «Tutto qui quello che hai da dire?» aggrottò la fronte. «Comunque ho detto che Darcia ha detto che andavano bene anche gli abiti comodi, non che io mi sarei vestita come vado in giro ogni giorno.»
Hige si grattò la nuca. «Sei bellissima… solo che potevi dirmelo prima, almeno con un messaggio.»
«Volevo farti una sorpresa.» Abbassò lo sguardo, dispiaciuta.
Hige non seppe bene cosa rispondere. Poi le prese la mano. «Vabbè, tu sei vestita come volevi e io come volevo io. Se poi quei ricconi si scandalizzano, la prossima volta evitassero di invitare due normali ragazzi.»
Gli fece molto strano dire ad alta voce la parola “normale”, ora che sapeva quello che sapeva.
Misha gli sorrise delicatamente, poi spostò gli occhi sull’auto tirata a lucido. «Questa sì che è una sorpresa!»
Saliti in auto, Hige fece per accendere il motore, ma Misha lo bloccò con un gesto della mano.
«Prima facciamo una videochiamata con Toboe, non credo che a mezzanotte riusciremo a sentirci.»
«Va bene.»
Misha estrasse il cellulare e cercò in rubrica il nome dell’amico, per poi premere sul tasto della videochiamata.
Dopo un paio di squilli, sul display apparve il volto entusiasta dell’adolescente.
«Hei ragazzi, come state?» Toboe era vestito con un abito rosso di paillettes e, in abbinato, aveva in testa un cappellino a forma di cono.
Dovevano averlo chiamato in un momento di concitazione, perché in sottofondo si sentivano gli schiamazzi degli altri bambini.
«Tutto bene, stiamo andando alla festa» disse Misha, sorridente.
«Accidenti, Misha, sei uno schianto!» disse Toboe, sinceramente stupito. «Te, Hige…»
«Cosa?» disse il ragazzo dai capelli rossi, assottigliando lo sguardo irritato.
Toboe rispose con una risata.
«Purtroppo i minorenni non erano ammessi alla festa, sennò avrei chiesto anche per te» proseguì Misha, sinceramente dispiaciuta.
«Non ti preoccupare, le tutrici e la direttrice contavano su noi più grandi per l’organizzazione, non potevo lasciarle sole in questo caos.»
«Mah sì, tanto non avresti potuto bere niente, sei troppo piccolo» disse Hige, volendolo volutamente prendere in giro.
«Guarda che puoi bere alcolici solo da un paio d’anni, altrimenti neanche te saresti stato ammesso.»
«Quei due anni contano!»
«Avanti ragazzi, non iniziate!» intervenne Misha, che già stava capendo l’andamento di quella conversazione. «Toboe, passa una buona serata con i tuoi amici e buon anno nuovo. Ci sentiamo poi domani.»
«Certo ragazzi, passate una buona serata!»
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Come da piano, Kiba e Tsume attesero mezz’ora da quando il detective si chiuse la porta alle spalle per dirigersi alla festa.
Fu sufficiente che i due si scambiassero uno sguardo per capire che fosse giunto il momento.
Kiba individuò con l’app sul cellulare la moto a noleggio più vicina a loro e vi montarono sopra.
Tsume sfrecciò tra le strade della metropoli, muovendosi con sicurezza tra le auto. Era da tempo che non sentiva il vento freddo contro il viso. Gli era mancato percepire il vibrare del motore di una moto che gli attraversava il corpo, anche se quella motocicletta urbana non era affatto paragonabile a quella che gli avevano rubato.
Avrebbe voluto andare più veloce, ma non dovevano attirare l’attenzione.
Aveva saputo l’indirizzo attraverso il detective Lebowski, così nelle ore precedenti aveva studiato il tragitto più breve da percorrere.
Parcheggiarono a qualche isolato di distanza dall’indirizzo che volevano raggiungere. Lasciarono la moto in un punto appartato, sperando che nel frattempo nessuno ne avesse bisogno, e decisero di tenersi i caschi, essendo integrali. Sicuramente Darcia aveva telecamere sparse ovunque: non farsi riconoscere era essenziale.
«Dunque è questo il famoso castello?» disse Tsume, togliendosi momentaneamente il casco per controllare meglio la situazione.
Si erano diretti sul retro dell’edificio, dove a protezione del parco e del castello si ergeva un alto muro di mattoni.
Dalla cima del tetto si potevano vedere alcune luci accese, ma non avevano idea di quanto fosse popolato quel luogo.
Il vento soffiava freddo, sollevando qualche granello di neve e facendo agitare i fiori della luna che si intravedevano spuntare.
La luna nascente era uno spicchio argentato nel cielo blu notte e, aguzzando la vista, si poteva scorgere qualche stella.
Kiba sollevò lo sguardo a sua volta; i suoi occhi azzurri erano concentrati sulla cima del muro.
«Senti qualcosa?» chiese Tsume, vedendolo così assorto.
Kiba si accigliò. «Non ne sono certo… tu che cosa senti, invece?»
Tsume tornò a guardare il muro. «Sento che, se riusciremo a entrare, troveremo senz’altro qualcosa di utile e non dovremo metterci a cercare Blue o chi altri.»
Kiba annuì. «Sono felice che alla fine tu sia passato dalla mia parte.»
«Lo faccio solo perché sono egoista.»
«Per me è sufficiente.»
Poi Tsume si grattò la nuca e sollevò un sopracciglio. «Senti, ma come pensi che potremmo entrare? Certo non dal cancello principale. Qui ci vorrebbero dei rampini.»
«Credo che l’unica opzione sia saltare» rispose Kiba.
«Eh? Ma hai visto quanti metri sono? Ci vorrebbe un’asta per saltare dall’altra parte.»
Kiba lo guardò e intensificò lo sguardo. «Nella nostra vecchia vita saltavamo anche da altezze più importanti. Quando eravamo lupi, questi non erano ostacoli per noi.»
Tsume fece schioccare la lingua sul palato. «Peccato che al momento io sia un semplice essere umano.»
«Ma il tuo spirito non lo è, e tu tra tutti sei forse quello che sta riuscendo ad accettare questa cosa con molta più facilità.»
Tsume sospirò e guardò verso un punto indefinito. «Forse perché mi dà qualcosa a cui appartenere.»
Ma non lo disse troppo ad alta voce, quindi non si curò se Kiba lo sentisse o meno.
«Che dovrei fare, quindi?» aggiunse, stavolta alzando la voce.
«Cerca di credere che innanzitutto ce la farai.»
«Sì, e magari ora mi spruzzerai addosso polvere di fata.»
Kiba non rispose; ora non aveva tempo per il sarcasmo del suo compagno. Era chiaro che doveva dare dimostrazione di ciò che stava dicendo. Lui, che fin da bambino sapeva chi fosse e chi era destinato a diventare, aveva accolto fin da subito la sua natura, anche se non si era mai trasformato in lupo. Tuttavia il suo animo era rimasto tale e quella sera diede per la prima volta dimostrazione che i suoi non erano solo racconti.
Andò indietro di qualche metro, così da avere spazio per la rincorsa. Prese un respiro, poi scattò in avanti, portandosi leggermente con la schiena protesa.
Non aveva alcun supporto se non la forza delle sue gambe e la gomma delle sue sneakers che faceva attrito con il terreno.
Al momento opportuno saltò.
Un salto decisamente fuori dal comune, qualcosa che per un essere umano sarebbe stato semplicemente impossibile.
Le mani arrivarono giuste al bordo della cima del muro, alla quale si aggrappò e, spingendosi con le scarpe contro i mattoni, si issò fino a raggiungerne la sommità.
Tsume dovette stropicciarsi gli occhi perché, per un attimo, lassù sul muro gli parve di vedere un lupo bianco.
«Avanti, adesso tocca a te.»
«Ma non posso…»
«Io credo in te, Tsume.» Lo sguardo si fece più intenso.
Tsume avvertiva che il diciannovenne credeva davvero in lui e nelle sue capacità. Tutto a un tratto si sentì strano: fu come se il suo corpo si stesse davvero risvegliando. I muscoli vibravano, come mossi da un desiderio antico di liberare il proprio potenziale. Il suo ostacolo sembrava essere solo la sua mente.
Ripercorse i passi di Kiba, mentre si rimetteva in testa il casco, così da posizionarsi anche lui alla distanza giusta.
Dovette regolare il respiro e puntare le sue iridi gialle verso la cima che intendeva raggiungere. Il cuore pompava con intensità, ma non all’impazzata. Sentì come un fischio nelle orecchie che si mescolava a quello del vento tra le fronde degli alberi.
Sentiva la pelle scoperta reagire al freddo della sera.
Guardò di nuovo Kiba, che in silenzio sembrava volerlo incoraggiare.
Poi scattò in avanti.
Lui che era sempre stato dotato di buoni riflessi, in quel momento sembrò raggiungere un livello superiore. Le braccia e le gambe si muovevano rapide, avanti e indietro, finché il suo istinto non gli disse che doveva saltare.
Fu come se in quell’istante qualcosa dentro di lui si liberasse.
Non fu un salto preciso e quasi perfettamente in cima come quello di Kiba, ma sufficiente perché quest’ultimo potesse intercettarlo e tirarlo su per le braccia.
Quando Tsume guardò sotto di sé ebbe quasi una vertigine. Si passò una mano tra i capelli e rise, incredulo.
«Cazzo!»
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Quando Hubb era uscito di casa, purtroppo aveva trovato fin da subito traffico. La metropoli, del resto, era in fermento per l’ultimo dell’anno e chiunque era in giro per raggiungere i luoghi scelti per festeggiare.
Si era già rassegnato a vedere il volto imbronciato di Cher per averla fatta aspettare troppo, ma quando l’uomo varcò la hall del grattacielo, ad accoglierlo ci fu il più splendido dei sorrisi.
Anche per quell’occasione la donna era elegantissima, con un abito dorato, abbinato a un paio di orecchini, alcuni bracciali e un fermaglio a forma di foglia di palma. I capelli erano raccolti nel solito chignon e al collo portava la collana della sua famiglia: l’opale con inciso un fiore della luna. Tra le mani teneva una pochette nera laccata lucida.
«Temevo ti fossi perso!» disse lei, andandogli incontro.
«Oh no, ormai potrei raggiungere questo edificio ad occhi chiusi.» Poi la guardò da capo a piedi. «Accidenti, Cher, sei un incanto. Un vero incanto!»
«Adulatore.»
«Sono sincero! Mi batte forte il cuore solo a guardarti!» Si morse la lingua: forse aveva osato dire un po’ troppo, perché vide Cher arrossire palesemente.
Hubb rise con nervosismo. «Scusa, troppo entusiasmo.»
«Va… va bene così, non preoccuparti.»
Senza dirsi altro, Cher si mise accanto a lui e lui le prese delicatamente il braccio.
Quando raggiunsero la sommità dell’edificio, Hubb si sentì fortemente a disagio, chiedendosi se il suo abbigliamento fosse effettivamente consono a quel luogo.
«Detective Lebowski, benvenuto.» Una voce calda e sicura di sé lo accolse immediatamente.
«Signor Darcia,» disse, porgendogli un leggero inchino. «Grazie per l’invito, un lavoro impeccabile come sempre.»
«Grazie a lei di essere venuto, mi ha fatto piacere rivederla. Anzi, credevo che sarebbe passato meno tempo dal nostro ultimo incontro.»
Hubb si trattenne: aveva colto benissimo la provocazione. «Quando si lavora per il bene della propria città e per la giustizia, i tempi possono essere anche lunghi.» Poi fece una pausa, accigliandosi. «Ma mi dica, come mai quella benda all’occhio? Si è fatto male?»
Darcia si passò indice e medio sulla banda nera che gli copriva l’occhio dall’iride gialla. «Avere una singolarità come la mia, purtroppo, può dare dei difetti congeniti e ogni tanto questo mio occhio va messo a riposo.»
«Capisco.»
«Ma non voglio trattenervi oltre. Si goda questa serata… e veda di trattare bene la mia dottoressa, mi raccomando.»
«Su questo non abbia alcun dubbio!»
Appena Darcia li superò, Hubb si rabbuiò immediatamente.
«Stai bene?» gli chiese Cher, alzando un sopracciglio.
«Alla grande.» Si guardò attorno. «Vado a prenderci da bere. Tu intanto porta le tue cose al guardaroba.»
Purtroppo intercettare un cameriere con uno dei vassoi carichi di calici di champagne non fu affatto semplice. Alla fine optò per dirigersi direttamente verso un tavolo imbandito.
«Detective! Detective!»
Una voce giovanile e familiare catturò la sua attenzione. Hige.
Il rosso stava agitando una mano: era a un altro tavolo e con lui c’era Misha. Entrambi avevano riempito i loro piatti con tutto ciò che potevano contenere.
Hubb rimase un po’ interdetto nel vedere la differenza nel loro stile di abbigliamento, ma in fondo non gli importava più di tanto.
«Ragazzi, che piacere trovarvi qui!» disse, andando loro incontro, una volta recuperati due bicchieri. «Accidenti Misha, stai proprio bene!»
«Non ho solo la divisa da cameriera, se è quello che credeva!»
Hubb rise allegramente. «Vi state divertendo?»
«Beh, non è proprio nelle mie corde,» disse Hige, facendo spallucce, «ma almeno il cibo è buono.»
«Da qui si vedranno benissimo i fuochi d’artificio,» commentò Misha, entusiasta.
«Ah, lo credo bene. Siamo su uno degli edifici più alti di Freeze City,» disse Hubb, annuendo. «Credo che siamo davvero fortunati a essere qui. E ditemi, avete incrociato anche voi il nostro amico in comune?»
«Sì, ci ha accolti con tutti gli onori,» disse Hige, distogliendo lo sguardo e storcendo la bocca.
«Darcia è davvero un signore e la sua eleganza naturale la trasmette in ogni cosa che fa.»
Hubb si accigliò. «Sembri ammirarlo molto.»
«È così.»
Hige e Hubb si scambiarono uno sguardo. Fu fugace, ma carico di significato.
«Scusate, ora devo andare. Non vorrei far aspettare troppo Cher.»
«Cher?» chiese Misha, chinando appena il capo. «La dottoressa Degre, intende?»
«Sì… p-proprio lei.»
Misha sorrise e gli fece un bel pollice d’approvazione. Hubb si sentì alquanto in imbarazzo.
Mosse qualche passo per allontanarsi, ma non poté fare a meno di voltarsi indietro e soffermarsi per un istante sulla ragazza.
La giovane, con quel suo aspetto così curato e delicato… come poteva davvero essersi mutata in una bestia feroce e aver dilaniato tre uomini adulti?
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Tsume e Kiba, attraverso le visiere dei caschi, osservarono il circondario. C’erano alcuni metri di distanza dall’entrata del castello: prima avrebbero dovuto attraversare il parco, evitare le guardie e poi cercare un modo per entrare, magari da un’entrata secondaria o da una finestra.
«Certo che questo parco è grande» commentò Tsume.
«Lo è. Mi sembra che da qualche parte ci sia persino un laghetto artificiale.»
«Più la gente ha potere, più ne desidera altro.»
Non c’era però tempo per i convenevoli. Il tempo passava in fretta e quasi tutte le luci erano accese. Anche se il padrone di casa era assente, rimanevano comunque la servitù e le guardie.
Queste ultime, in divisa impeccabile e auricolare all’orecchio, giravano con passo lento e sguardo attento. Ogni tanto qualcuno alzava il walkie-talkie per trasmettere qualche comunicazione.
Tsume e Kiba dovevano prima di tutto pensare a scendere: anche dall’altra parte il muro era alto. Ma Kiba propose subito di eseguire una serie di salti laterali tra il tronco che avevano di fronte e il muro, così da effettuare una discesa controllata.
Il primo a farlo fu proprio lui che, dopo un rapido calcolo mentale, saltò in avanti. L’albero vibrò appena quando i piedi del ragazzo toccarono il tronco e un po’ di neve cadde dalle fronde, ma fu un suono troppo lieve per attirare l’attenzione delle guardie. La neve, inoltre, attutì il resto.
Aspettarono poi qualche minuto prima che anche Tsume saltasse, proprio per assicurarsi di non fare troppo rumore. Questo diede all’uomo il tempo di concentrarsi e ripercorrere mentalmente i gesti del compagno. Aveva già scavalcato con un balzo un muro di cinta: la discesa, tecnicamente, era più facile.
Alla fine saltò.
Superato anche quest’ostacolo, iniziarono a esaminare la situazione, muovendosi bassi tra una siepe e l’altra. Erano distanti dal cancello d’entrata, perciò almeno dal punto di vista della presenza delle telecamere, per ora non si preoccuparono.
«Avranno sicuramente un’entrata per le cucine, per il carico e scarico dei viveri» disse Tsume, mentre allungava lo sguardo e, oltre la siepe, vedeva le teste degli uomini in nero.
«Possibile. Possiamo evitare l’ingresso e quindi la maggior parte delle guardie, muovendoci tra gli alberi, ma teniamo gli occhi aperti.»
Muovendosi bassi tra le siepi, Tsume e Kiba avanzarono lentamente nel parco, sfruttando ogni angolo d’ombra che gli alberi e le sculture di pietra offrivano. Il castello settecentesco incombeva davanti a loro, con le sue mura illuminate da luci calde che contrastavano con il freddo blu della notte. Da lontano si sentivano appena le note della musica provenire dalle finestre, ma lì nel parco dominavano il vento e il rumore leggero della neve sotto i passi.
Procedevano con calma, fermandosi ogni volta che una guardia passava tra i vialetti. Le divise nere si muovevano con ritmo regolare, auricolari accesi e torce che talvolta scandagliavano le aiuole. Tsume e Kiba aspettavano sempre che gli uomini superassero la loro posizione prima di spostarsi di nuovo, passando da un tronco all’altro, da una siepe a un muretto ornamentale.
Per diversi minuti tutto filò liscio.
Quando raggiunsero la parte posteriore del castello, l’architettura cambiava leggermente: meno decorativa, più funzionale. Lì le finestre erano più piccole e, accanto a una rampa in pietra, si intravedeva una porta metallica incassata nel muro.
Tsume strinse gli occhi.
«Eccola…» sussurrò. «Entrata di servizio.»
Kiba annuì appena, ma proprio mentre stavano per muoversi verso la porta, un fascio di luce li colpì di lato.
«Ehi! Chi siete voi?»
Una guardia era comparsa era comparsa alle loro spalle.
Non fece nemmeno in tempo ad alzare il walkie-talkie.
Tsume si mosse come una molla.
In due falcate gli fu addosso, afferrandogli il braccio e torcendolo dietro la schiena. Con l’altra mano colpì il punto giusto alla base del collo. L’uomo emise solo un gemito soffocato prima di cedere di colpo.
Tsume lo accompagnò a terra senza far rumore.
«Dormi.»
Poi si chinò subito a frugargli nelle tasche.
«Vediamo un po’ cosa abbiamo qui…»
Dopo qualche secondo tirò fuori un tesserino magnetico. Lo sollevò alla luce fioca.
«Beh, questo potrebbe tornarci utile.»
La sua mano si spostò poi verso la fondina dell’uomo, dove era infilata una pistola. Ma proprio mentre stava per sfilarla, Kiba gli afferrò il polso.
Tsume alzò un sopracciglio.
«Che c’è?»
«Non ne avremo bisogno.»
Tsume indicò l’arma con un cenno del capo. «È una sicurezza in più.»
Kiba scosse lentamente la testa. «Non uccideremo nessuno.»
Tsume lo fissò per un momento, infastidito. «E perché?»
Gli occhi penetranti del ragazzo rimasero fermi. «Perché è la volontà di Cheza.»
Per qualche secondo Tsume rimase in silenzio. Poi sbuffò, lasciando la pistola al suo posto.
«Se lo dici tu, principino.» Si rialzò e fece cenno verso la porta di servizio. «Allora muoviamoci prima che qualcuno venga a controllare.»
La porta di servizio era chiusa a chiave.
Tsume la studiò per qualche secondo, poi infilò la mano nella giacca e tirò fuori un coltello dalla lama sottile. Si chinò accanto alla serratura e iniziò a lavorare con movimenti rapidi e precisi.
Kiba si accigliò immediatamente.
«Quindi sei venuto armato.»
Tsume non sollevò nemmeno lo sguardo mentre continuava a forzare il meccanismo.
«È per autodifesa.»
Fece leva ancora una volta e la serratura cedette con un leggero clic metallico.
Spinse lentamente la porta e i due scivolarono all’interno.
Si ritrovarono in una cucina sorprendentemente ampia. L’ambiente conservava un’eleganza antica: grandi travi in legno scuro attraversavano il soffitto e le pareti erano rivestite da mattoni chiari, ma l’attrezzatura era modernissima. Lunghe file di piani in acciaio, fornelli professionali, frigoriferi industriali e lampade a sospensione illuminavano il locale con una luce bianca e uniforme.
Pentole lucidate e utensili ordinati pendevano da supporti metallici, come se il personale avesse lasciato tutto perfettamente sistemato prima di allontanarsi.
Ma in quel momento la cucina era deserta.
Tsume fece scorrere lo sguardo attorno alla stanza.
«Sembra che la brigata si sia presa la serata libera.»
Kiba annuì piano. «Probabilmente sono tutti distribuiti negli altri piani a festeggiare.»
Attraversarono la cucina in silenzio e si affacciarono in un corridoio.
Il passaggio era lungo e sorprendentemente elegante: pavimento in marmo lucidato, pareti decorate con pannelli in legno antico e applique dorate che diffondevano una luce calda. L’intero ambiente era curato con una precisione quasi maniacale.
Tsume stava per avanzare quando il suo sguardo si fermò su un piccolo dispositivo nero fissato vicino al soffitto.
«Telecamera.»
Kiba non rispose.
Tsume fece un passo avanti, ma si accorse che il ragazzo non lo stava seguendo.
Si voltò.
Kiba era rimasto immobile.
I suoi occhi azzurri erano fissi verso il fondo del corridoio, lo sguardo improvvisamente intenso, come se qualcosa laggiù avesse catturato tutta la sua attenzione.
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Cher ed Hubb avevano finalmente trovato un angolo dove conversare tranquillamente. La donna lo aveva trascinato inizialmente da un ospite all’altro per presentarlo. Il detective si ritrovò così a stringere la mano a figure molto altolocate: tra politici, persone dello spettacolo e altri “colleghi di ricchezza” del magnate.
Hubb cercava di dimostrarsi quanto più spontaneo possibile, rispondendo alle battute e ascoltando con attenzione. Cher, da dietro il suo bicchiere, lo osservava divertita mentre si impegnava così tanto.
L’uomo, dal canto suo, rimase incantato nel vederla muoversi con tanta naturalezza. Sembrava che conoscesse un po’ tutti da tempo.
Ma più di tutto, ci fu una cosa che non gli sfuggì: che fossero gemelli, collane o bracciali, molti degli ospiti portavano con sé il simbolo del fiore della luna. Una coincidenza alquanto singolare.
«Ti ringrazio per avermi spalleggiato, Hubb» disse Cher con tono allegro, mentre finiva di bere il suo terzo calice. «Proprio non ce l’avrei fatta ad affrontare tutte quelle persone. A differenza delle apparenze, io sono un topo da laboratorio.»
Hubb sorrise a sua volta. «Ah, quindi è per questo che sono qui! La tua scorta personale!»
«Può darsi» rispose lei con tono enigmatico, mantenendo il sorriso. «Come ti stai trovando?»
«Un poliziotto è addestrato ad adattarsi a ogni difficoltà. Muovermi tra caviale e champagne non è poi così difficile. Se poi ce la fanno pure quei due ragazzi lì in fondo…» con la mano che teneva il calice indicò Hige e Misha fuori in terrazza «…allora anche io, che sono un adulto, non sono da meno.»
Cher si prese un momento per guardare i due ventenni, che sembravano conversare amabilmente mentre erano appoggiati al muretto e anche loro stavano bevendo qualcosa.
«Sembrano proprio adorabili. Quasi si assomigliano, persino.»
«Tu dici?» rispose Hubb, chinando appena il capo. Poi si umettò le labbra. «Beh, quando una coppia è affiatata forse è più che naturale che i due tendano ad assomigliarsi.» disse, guardandola negli occhi.
Cher arrossì appena.
«Volevo ancora ringraziarti per l’altra sera, quando hai mandato via quel malvivente e recuperato la mia borsetta.» Si sfiorò la collana al petto. «Per me è molto importante.»
«Cher, posso chiederti una curiosità su quel simbolo?»
Cher si accigliò leggermente, poi annuì.
«Ecco… perché proprio il fiore della luna?»
«Ti ho già detto il suo significato.»
«Sì, ma ho notato che anche altre persone qui lo portano. Sono tutti parenti tuoi?»
Cher aggrottò la fronte. «Il fiore della luna è un simbolo antico, presente anche in araldica. Se tu non lo conosci, non so che dirti.»
«Calma, se non vuoi dirmelo va bene. Essendo legato a un certo mito che conosco, mi chiedevo se fosse più “famoso” di quanto credessi.»
«Quale mito?»
«Quello del Rakuen.» Hubb cercò di non perdere neanche un dettaglio del suo viso, per capire che reazione avesse.
Ma Cher riuscì a mantenere un’ottima faccia da poker.
«Esistono molti miti antichi a questo mondo.»
«Sì, ma questo in particolare ho la stranissima sensazione che si stia avverando… o ripetendo. Tu che cosa ne pensi al riguardo, visto che l’altra sera abbiamo parlato di giardini perfetti, a cui strappare via le erbacce?»
Cher si alzò in piedi e fece qualche passo. Hubb la seguì con lo sguardo.
«Dico che se qualcosa deve accadere, che accada. Tanto questo mondo è perduto.»
«Per me non è così. Per me c’è ancora tanto da poter salvare e da poter recuperare» disse Hubb, alzandosi a sua volta. Le prese delicatamente la mano e cercò il suo sguardo. «Anche in questo mondo c’è spazio per l’amore.»
Lo sguardo di Cher tremò per un attimo, poi lo distolse.
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Nel frattempo lo smartwatch di Darcia vibrò, annunciando l'arrivo di una notifica: sono qui.
Darcia sorrise appena da sotto i baffi e si accarezzò di nuovo la benda sull'occhio.
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«…sì, e poi il mio capo ci ha guardato con due occhi così!» disse Hige, concludendo la storia divertente che stava raccontando a Misha.
La giovane si lasciò andare a una risata divertita. «Certo che ovunque vai trovi sempre il modo di far divertire le persone, anche le più musone.»
Hige si grattò la nuca, ridacchiando. «Che ti devo dire. Forse ero un giullare in un’altra vita.»
Misha poi si staccò dal muretto e sollevò lo sguardo verso il cielo, attirata da alcuni fuochi d’artificio sparati in anticipo.
Hige non poté fare a meno di ammirarla in silenzio, mentre i bagliori dorati si riflettevano nei suoi occhi. Si lasciò andare a un sospiro.
Gli tornarono alla mente la notte del salvataggio, poi quella sera in cui si era svegliata di soprassalto in preda al terrore e di cui non avevano più parlato, infine le parole che Tsume aveva rivelato.
Lo sguardo passò lento sulle lunghe ciglia della ragazza, la curva del suo naso, il chiarore della sua pelle e le ciocche corvine appena mosse dal vento. Era alta per la media delle ragazze, ma lui, essendo più alto, non poteva che trovarla piccola e delicata ogni volta che la stringeva a sé.
Come poteva essere in realtà un’assassina? E cosa avrebbe dovuto provare per lei? Paura, rabbia, disgusto?
Strinse appena i pugni e lo sguardo gli si indurì.
No. Non poteva provare niente di tutto questo nei suoi confronti. Misha si era soltanto difesa e forse, ora che sapeva cosa erano in realtà, in lui scattò solo un senso di protezione.
Erano lupi rinati, del resto. E forse alcuni precetti degli umani doveva lasciarseli alle spalle.
A un certo punto, una delle canzoni diffuse dalle casse attirò l’attenzione della giovane.
**«Ah, ma questa è Valse de la Lune!»**
«Oh no, ti prego, anche qui. L’insegnante non fa che metterla!» si lamentò Hige, passandosi una mano sul volto. Ma sussultò appena quando la ragazza gli posò una mano sulla spalla e con l’altra cercò la sua.
«Approfittiamone per ripassare.»
«Vuoi far vedere al riccone che ci stiamo davvero allenando nel valzer?» le chiese, contraccambiando la stretta e portando l’altra mano appena sotto la sua scapola.
«Anche, ma in questo momento vorrei solo danzare con te.»
Hige sorrise appena, con dolcezza, mentre la guardava dritta negli occhi.
Si mossero con naturalezza. Ormai il corpo stava acquisendo una memoria quasi istintiva per quei movimenti. Senza la pretesa di essere perfetti, i due ragazzi iniziarono a ballare.
Perdendosi negli occhi l’uno dell’altra, piano piano sembrarono estraniarsi dal resto del mondo. Che Darcia li stesse osservando o che altri li stessero guardando non aveva alcuna importanza. In quell’istante non sembrava esistere nient’altro.
I fuochi d’artificio salivano alti nel cielo e da quel grattacielo era possibile ammirarli in tutta la loro bellezza. Le persone li indicavano con entusiasmo, cercando di catturare il momento con fotografie e video. Era davvero un momento magnifico, destinato a culminare presto con il conto alla rovescia.
Nessuno, quindi, fece caso a due scie particolarmente luminose che iniziarono a solcare il cielo notturno sopra gli edifici.
Misha ed Hige continuarono a contare ogni passo con attenzione.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.
Cinque.
Sei.
Un bagliore improvviso si propagò nel cielo, illuminando a giorno l’intero circondario.
Il primo passo per spingere il Rakuen a riaprirsi era appena stato compiuto.
Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.