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Hige si passò le mani sul viso davanti allo specchio, tirandosi le guance e sollevando la frangia come per assicurarsi di essere davvero sveglio.
Le forze erano tornate quella mattina e, ora che si era fatto pomeriggio, si sentiva abbastanza bene da poter uscire. Cosa che — si disse — era assolutamente necessario, dato che forse quel pomeriggio la sua vita sarebbe cambiata per sempre.
L’appuntamento con il detective sarebbe stato all’ombra di una galleria abbandonata, in una zona di cantieri. Un luogo alquanto insolito, pensò, ma forse l’uomo aveva le sue ragioni.
Prese il cellulare e per un momento si fermò a guardare lo sfondo: lui e Misha in un selfie, con quei buffi cappelli da panda e da scimmia.
Il labbro gli tremò appena.
Poi infilò le chiavi in tasca e uscì rapidamente dall’appartamento.
Il cielo era grigio sopra Freeze City, nulla di insolito. Probabilmente quella sera avrebbe persino ricominciato a nevicare.
Nel silenzio dell’abitacolo, Hige guidava con attenzione: rispettava i semafori, rallentava per far attraversare i pedoni sulle strisce. Era un cittadino qualunque, residente in una metropoli qualunque. Avrebbe dovuto essere una persona qualunque, con amici, parenti e una bella fidanzata.
Ma dentro di sé sentiva che, da quel giorno in poi, tutto questo forse non sarebbe stato altro che qualcosa di superficiale.
Lui era un lupo rinato, gli aveva detto Hubb.
Eppure quell’affermazione, a ripensarci, gli sembrava ancora assurda. Almeno… questo era ciò che avrebbe pensato fino a pochi giorni prima.
Non poteva ignorare quel sogno — o quel ricordo, qualunque cosa fosse.
Non poteva ignorare il suo corpo che si muoveva su quattro zampe, il suo olfatto e il suo udito affinati, tipici di un predatore.
In quel campo di fiori composto soltanto da fiori della luna, accanto a Blue, lui era stato a tutti gli effetti un lupo.
Quando parcheggiò nei pressi indicati dal navigatore del telefono, Hige si sporse un poco in avanti, prima di scendere, per osservare meglio il luogo. Fece una smorfia titubante.
Se non poteva farlo venire in centrale — dato che l’argomento non riguardava la polizia — avrebbe quantomeno potuto invitarlo in un posto meno squallido di quello.
Prese un sospiro e, una volta uscito dall’abitacolo, avanzò con una mano nella tasca della tuta e l’altra a grattarsi la nuca.
I passi sulla ghiaia gli riempivano le orecchie. Da quelle parti tirava appena un filo di vento e tutto aveva un aspetto grigio e spento. Solo i fiori della luna che crescevano tra le crepe del terreno davano al paesaggio un tenue accenno di bellezza.
«Detective… hei, detective!»
Una volta raggiunto l’arco di mattoni, si guardò attorno.
«Forse è in ritardo?» si disse, sollevando un sopracciglio.
«Sono qui.»
Hubb uscì lentamente dall’ombra.
«Ah, eccola. Mi ha fatto prendere un colpo.»
«Mi dispiace, ma dovevo assicurarmi che nessuno ti avesse seguito.»
Hige assunse un’espressione interrogativa.
Hubb Lebowski indossava, come sempre, il suo impermeabile grigio, il cappello abbinato e una camicia blu con sopra una cravatta nera. Dal volto leggermente scavato sembrava non aver riposato affatto.
«Come stai, Hige? Non ci vediamo dalla festa alla caffetteria.»
Hige, in tutta risposta, aggrottò la fronte e infilò entrambe le mani nelle tasche dei pantaloni della sua tuta grigia, con una fascia nera laterale.
«Secondo lei?»
«Meglio di quanto mi aspettassi.»
«Si fidi, è solo perché mi sono riempito di antinfluenzali e sono andato avanti a brodi che ora riesco a stare in piedi.»
«Mi dispiace. Sono sincero.»
Hige schioccò la lingua contro il palato.
«Se le fosse dispiaciuto davvero, mi avrebbe lasciato in pace.»
Hubb sospirò e avanzò di un paio di passi.
«Immagino che i ricordi emersi siano stati alquanto dolorosi.»
«Lo sono stati» ammise Hige, abbassando lo sguardo. Gli occhi si infossarono nell’ombra della frangia. «Ma più che dolorosi… mi sono saliti dei forti sensi di colpa. Io… io l’ho lasciata indietro.»
Hubb lo guardò con espressione grave. Non c’era bisogno di specificare a chi si riferisse.
«Vuoi sederti?» chiese, indicando i pilastri di cemento distesi a terra.
Hige scosse il capo.
«Ma che necessità c’era di farmi questo?» domandò dopo qualche secondo di silenzio. «Ero felice.»
A sedersi fu Hubb stesso.
«Lo so. Ma il cambiamento è già in corso tutto intorno a te. Dobbiamo fermare i piani di Darcia prima che faccia la sua mossa.»
Hige sollevò di scatto la testa. «Che c’entra lui?»
«Ancora non lo so con certezza.»
«Probabilmente ha Cheza.»
Una nuova voce risuonò all’improvviso.
Hige si voltò allarmato. Dall’angolo emersero Kiba e Tsume.
«Che accidenti ci fate qui?» disse, facendo rapidamente un passo indietro e piegando leggermente le gambe.
«Calmati, Hige» disse Hubb.
«Calmarmi? È a causa loro che è iniziato tutto questo!»
Gli occhi saettarono verso Tsume e Hige perse ogni controllo. Il corpo agì prima ancora che potesse pensarci: con il pugno sollevato, scattò verso di lui.
Tsume però era molto più agile. Gli bastò deviare il colpo e fargli uno sgambetto per mandarlo a terra.
Hige non perse la grinta. Si rialzò immediatamente e tornò all’attacco, ma ancora una volta Tsume parò il colpo e lo spinse via.
«Vuoi smetterla?» sbottò Tsume con irritazione.
Dovette intervenire Hubb per trattenere il ragazzo dai capelli rossi.
«Mi lasci! Gli avevo detto che gli avrei dato una lezione se si fosse fatto rivedere!»
Ad Hubb parve che il corpo di Hige vibrasse come in un ringhio sommesso.
«Basta, Hige. Non ti abbiamo chiamato qui per litigare» disse Kiba con tono serio. «Ci dispiace di averti procurato tutto questo, ma abbiamo bisogno del tuo aiuto.»
«Aiuto per cosa?» chiese Hige, agitandosi ancora tra le braccia del detective.
«Per trovare la tua Blue.»
Quelle parole bastarono. Hige rimase immobile, con i pugni sospesi a mezz’aria.
«Come… ritrovarla?» balbettò. Il cuore gli batteva all’impazzata.
«Hai detto che ti sei ricordato di lei, no?» disse Hubb, lasciandolo andare, certo che non avrebbe più reagito impulsivamente.
«Solo tu puoi ritrovarla. Crediamo che sia rinata con noi, ma non riusciamo a trovarla. Vogliamo almeno capire se ricorda… oppure se deve essere risvegliata.»
Hige non rispose. Lo sguardo era basso, gli occhi nascosti sotto la frangia riccia.
«E perché vi serve farlo?»
«Perché se lei ricorda» rispose Kiba «forse saprà anche il motivo per cui non riesco a ritrovare Cheza.»
La scena frammentata che Hige aveva visto nel sonno riaffiorò improvvisamente. Non riusciva a ricordarne ogni dettaglio, ma una cosa sì: la donna era aggrappata a qualcosa… o a qualcuno.
«Quindi mi avete fatto ricordare, mi avete sconvolto la vita… per una mera speranza?»
«Prima o poi dobbiamo tutti risvegliarci» disse Kiba. «Anche se ho sperato con tutto il cuore che vi fosse risparmiato questo fardello. Ma dobbiamo farlo… prima che sia troppo tardi.»
«Ma tardi per cosa?» sbottò Hige, allargando le braccia. «Per la fine del mondo, cosa?»
Un brivido freddo gli percorse la schiena quando vide tutti e tre fissarlo con un’espressione terribilmente seria.
«Voi siete pazzi…» balbettò.
«Hige, aspetta! Non andartene!» gridò Tsume, la voce che rimbombò nella galleria.
Hige si voltò appena. I suoi occhi sputavano fiamme.
«Misha potrebbe essere in pericolo.»
«Ma che stai dicendo? Perché dovrebbe esserlo?»
«Non è forse vicina a Darcia? Anche lei è una lupa rinata.»
Il cuore di Hige perse un battito. «Lascia Misha fuori da questa storia.»
Tsume abbassò lo sguardo, serrando i denti.
«Ma non può…» sospirò. Sembrava che quella verità lo stesse lacerando.
Anche Hubb e Kiba si accigliarono, osservandolo con attenzione, come se capissero che stava per dire qualcosa di importante.
«Tsume, non tenerci sulle spine» lo incalzò Hubb.
«Quella notte… quella notte…» Strinse i pugni. «Io so chi ha davvero ucciso Satoshi.»
Lo sguardo di tutti i presenti si trasformò immediatamente in un’espressione sconvolta.
«Percepivo distintamente le urla, i ringhi, il massacro che stava avvenendo dietro quella porta.»
Hubb fece un passo avanti. «Perciò quando abbiamo visto le impronte di quell’animale… tu lo sapevi già.»
«Sì.» Tsume sospirò. «Ma come potevo dirlo ad alta voce? Come potevo dirlo persino a me stesso?»
«C’era anche Toboe, però» osservò Lebowski.
«Sì. Ma lui era "pulito". Mentre su Misha ho visto chiaramente le macchie di sangue… e non era certo il suo.»
Hige rimase pietrificato.
Anche lui tornò con la mente a quel giorno. Si era separato da Toboe e aveva preso un percorso completamente sbagliato. A un certo punto si era ritrovato a combattere per la propria vita, mentre una forza sconosciuta dentro di lui aveva acuito incredibilmente i suoi sensi, spingendolo a reagire come un animale.
Quando era uscito dall’edificio insieme a Darcia — che teneva tra le braccia Misha ancora incosciente — si era allarmato vedendole il volto e i vestiti chiazzati di rosso.
«Non è il suo sangue» si era limitato a dire Darcia, superandolo senza aggiungere altro.
Hige era rimasto confuso, ma la preoccupazione per la ragazza e per Toboe aveva presto preso il sopravvento su quell’episodio.
«Perché ce lo stai dicendo solo ora?» disse Kiba, innervosendosi.
Tsume lo guardò di sbieco. «La fai facile tu, che sei nato già con questa consapevolezza. Vedi di metterti nei nostri panni, per una buona volta.»
Hubb avvertì il malcontento crescere tra i due.
«Calmatevi. Non è il momento di litigare.» Sospirò. «Certo, sarà un po’ difficile spiegare in centrale che un licantropo ha ucciso un uomo.»
«Non è un licantropo!» dissero in coro sia Tsume che Hige, cosa che li portò a scambiarsi subito uno sguardo furibondo.
Il detective lasciò sfuggire una risatina nervosa. «Scusate… pessima scelta di parole.» Poi tornò serio. «Comunque, alla luce di questi fatti, dite che Misha potrebbe sapere di aver fatto quello che ha fatto?»
Hige scosse il capo. «Lei ricorda solo vagamente quel giorno, per fortuna. La terapia l’ha aiutata ad andare avanti.»
«Meglio così» disse Tsume.
«Ma Darcia forse lo sa… anzi, potrebbe sapere tutto fin dal principio» osservò Kiba, assottigliando lo sguardo.
«Kiba, nel mio campo le tue si chiamano congetture. Non potremmo mai chiedere un mandato di perquisizione per il suo castello con come prove solo storie di lupi con la pelle d’uomo e ricerche del paradiso.»
«E chi dice che ci serve un mandato?» suggerì Tsume con un mezzo sorriso.
Hubb si accigliò. «Potrei arrestarti seduta stante per quello che hai appena detto… ma comunque ve lo sconsiglio. Ho visto quel posto: per due sbarbati come voi sarebbe impossibile.»
«Sbarbato lo dici a tua madre» ribatté Tsume. «Tu non hai idea degli anni di esperienza che ho alle spalle.»
«Certo… la tua esperienza eviterei di metterla sul curriculum, fossi in te.»
«Preferite quindi seguire prima la pista del ritrovamento di Blue» disse Hige piano.
Hubb si voltò verso di lui e annuì. «Se esiste un’alternativa all’irruzione a casa di quell’uomo, assolutamente sì. Preferirei quella.»
«E come pensi che potrei riuscire a trovarla?»
«Con il tuo istinto. Tu e lei vi siete scelti per la vita.» Disse Kiba.
Hige serrò i denti e fu costretto a prendere un lungo respiro.
Hubb lo osservò con un’espressione sinceramente dispiaciuta. Era evidente quanto quella richiesta lo stesse facendo soffrire.
«Cosa dovrei fare esattamente?»
«Come hai fatto con Toboe e Misha?» chiese Kiba.
Hige scosse il capo. «Ho solo accettato un sacchetto di cioccolatini.»
«E cosa ti ha spinto a tornare?»
«Solo il desiderio di addentare un panino.»
Hubb sospirò, ma Kiba non parve disposto ad arrendersi.
«Pensaci bene. Che cosa ti ha spinto davvero a tornare lì? Cosa ti ha spinto a stringere amicizia proprio con loro due?»
Hige sapeva già, dentro di sé, che era stata come una forza naturale ad averlo avvicinato a loro: una connessione che sapeva di famiglia. Lo aveva già detto ad alta voce.
Ma forse Kiba stava cercando di fargli ampliare quella consapevolezza, di spingerlo a trasformare quell’istinto di trovare i propri simili da qualcosa di passivo… a qualcosa di attivo.
Gli occhi e il sorriso di Blue riaffiorarono nella sua mente.
Dove era lei? Che fine aveva fatto la sua compagna?
«Hige, non lasciarmi indietro!» La sua voce riecheggiò nella sua mente.
«Dove sei finita?» sussurrò a bassa voce.
«Dove sei finita?» Il tono salì gradualmente. «Dove sei finita?!»
Ora lo stava urlando, conficcando i polpastrelli tra i ricci. Strinse gli occhi, il viso arrossato dallo sforzo.
Desiderava davvero trovarla, in quel momento. Era qualcosa nato nel profondo, riemerso all’improvviso.
I tre presenti trattennero il fiato mentre osservavano la scena, sperando che Hige riuscisse a fare quel passo.
Ma quando il ragazzo lasciò ricadere le braccia lungo i fianchi e la schiena si curvò in avanti, capirono che non c’era riuscito.
«Mi dispiace… io non lo so proprio dov’è. Forse non è qui.»
Il detective gli si avvicinò e gli posò una mano sulla spalla, aiutandolo a raddrizzarsi. «Ci hai provato.»
«Forse non abbastanza» ribatté Kiba, irritato.
«Basta, Kiba.»
Questa volta era Hubb ad essersi innervosito.
«Stai pretendendo qualcosa di impossibile. Che facciamo, gli chiediamo anche di piegare i cucchiai con la mente?»
«Lui può farlo. Io lo sento. Ma nella testa ha quell’altra ragazza.»
«Scusa se rispetto la mia fidanzata e pensare a un’altra donna sarebbe come tradirla!» sbottò Hige con voce roca.
«Ascoltami, Hige. Nessuno ti sta chiedendo di tradire Misha» intervenne Hubb con tono più comprensivo. «Devi solo cercare una persona. Una persona che, per quanto ne sappiamo, potrebbe anche aver vissuto la sua vita ed essere ora con la sua famiglia da qualche parte.»
Fece una breve pausa.
«Nessuno ti sta chiedendo di dimenticare l’una per l’altra.»
Hige non rispose. Abbassò lo sguardo e serrò i denti.
Hubb si accigliò, notando ancora una volta quanto fosse turbato.
«Non credo comunque che sia nelle condizioni» intervenne Tsume. «Deve già elaborare qualcosa che va contro ogni logica e accettarla come vera, solo perché qualcuno gli sta dicendo di farlo. E adesso gli chiediamo anche di cercare telepaticamente qualcuno.»
Per la prima volta, Hige non lo guardò con odio.
Kiba infilò con stizza le mani nelle tasche e diede loro le spalle.
«Ma perché fa così?» chiese Hige a bassa voce al detective.
Hubb si accigliò. «Come ti sentiresti se una persona tanto amata fosse dispersa da qualche parte, chiedendo aiuto… e tu non potessi raggiungerla, perché non sai dove si trovi?»
Hige abbassò lo sguardo.
«Sì… credo di capire come si sente.»
Non aggiunse altro.
Poi fece un passo avanti.
«Ascolta, Kiba» disse, alzando leggermente il tono per farsi sentire. «Io non ho idea di dove possa essere questa tua fanciulla fiore. Ma credo di sapere di chi parli.»
Kiba si voltò appena, senza dire nulla, ma era chiaro che stava ascoltando.
«Credo di aver visto anche lei nel mio sogno. Ha i capelli e gli occhi rosa… dico bene?»
«Sì. È Cheza.»
Hige sorrise appena.
«Allora, ora che me lo confermi…» il sorriso si fece più dolce «sappi che anche io desidero trovarla con tutto il cuore. Lei era nostra amica. Lei era il nostro fiore… dico bene?»
«Dici bene.» La voce di Kiba sembrò incrinarsi leggermente per l’emozione.
«Se come dici tu Darcia è implicato in tutto questo, e se la mia ragazza è in pericolo… sappi che non posso più voltarmi dall’altra parte, fingendo che tutto questo non esista.»
Poi spostò lo sguardo verso un angolo della galleria.
«I fiori stanno spuntando ovunque.»
Un vento leggero attraversò la galleria. Per un istante sembrò che qualcosa, invisibile ma reale, stesse cambiando.
«Devo mettere allora in guardia Misha» aggiunse Hige.
«Per ora sorvegliarla» disse Hubb. «Cerchiamo prima di capire quali saranno le prossime mosse di quell’uomo. Se si avvicina troppo, devi riferircelo.»
Hige ripensò all’abbraccio che Darcia e Misha si erano scambiati alla festa, e al fatto che lei non avesse voluto dirgli il motivo di quel gesto. Aveva fatto una promessa a Darcia.
La rabbia gli montò dentro all’improvviso.
«Non mi è ancora chiaro che cosa voglia da lei.»
«Quello che vuole anche da noi» rispose Kiba. «E quello che voleva anche in passato: riaprire il Rakuen. E per farlo ha bisogno del sangue di lupo.»
Hige sollevò di scatto il capo e lo fissò negli occhi, sconvolto.
«Credo sia arrivato il momento di raccontarti delle nostre vite passate» continuò Kiba con tono grave. «Di come ci siamo conosciuti nel vecchio mondo. Forse così capirai perché in questo ci siamo ritrovati tutti.»
Kiba iniziò allora a raccontare ciò che aveva già detto a Tsume e a Hubb: il loro viaggio attraverso lande ghiacciate e deserti torridi, alla ricerca di quel luogo tanto agognato; le persone incontrate lungo il cammino e i pericoli affrontati.
I nobili che desideravano il loro sangue per ascendere al paradiso dove pensavano di poter fare qualunque cosa. La caccia spietata che aveva portato i lupi sull’orlo dell’estinzione, costringendoli a vivere sotto forma umana per non essere ancora braccati.
Parlò della lotta sanguinosa contro Darcia, culminata infine con la sua distruzione. E poi dei semi di Cheza, dai quali il mondo era rinato.
Hige ascoltava in silenzio, assorbendo ogni parola. Il suo sguardo sembrava vagare verso punti indistinti della galleria.
Mentre Kiba parlava, per un istante gli parve che i fiori della luna lì vicino tintinnassero al soffio del vento. Forse però era soltanto un’allucinazione, dovuta alle rivelazioni che stava ascoltando.
«Perciò… siamo tutti morti» disse infine. Non era una domanda.
«Sì» rispose Kiba. «Ma siamo anche rinati, raggiungendo questo luogo che avrebbe dovuto essere il nostro Rakuen.»
Hige fece una smorfia.
«Accidenti… un mondo dove inquinamento, furti e guerre sono quasi la norma non lo chiamerei proprio “paradiso”.»
«La rinascita di Darcia, purtroppo, ha causato questa distorsione» spiegò Kiba. «Lui è mezzo lupo, ma con un’indole malvagia. Ha agito come un veleno.»
Hige lo osservò con attenzione.
«Parli con così tanta sicurezza… non starai forse dando un po’ troppa importanza a un solo uomo?»
«Posso comprendere che ancora nulla ti sia chiaro.»
«Puoi dirlo forte.»
«Ma se hai deciso di rimanere è perché, nel tuo subconscio, sai che non mi sto inventando nulla.»
Hige non rispose.
Kiba allora proseguì: «Anche se in questo mondo tutto sembra essere semplicemente ciò che appare, in realtà esistono forze straordinarie che nemmeno noi possiamo immaginare. E alla fine c’è un motivo se proprio noi siamo stati scelti: per cercare di ristabilire l’ordine delle cose.»
Hige si strinse nelle spalle e si grattò la nuca.
«È così, credimi.»
Poi Kiba guardò Hubb.
«Il detective è un essere umano, ma è anche lui un rinato. Questo significa che qualcosa ha permesso il suo ritorno.»
Hubb fece un mezzo sorriso stanco. «Forse il grande desiderio di ritrovarmi con Cher… e provare a vivere la vita che ci è stata negata.»
Hige lo osservò incuriosito, ma Hubb fece un gesto con la mano, come a dire che di quella storia avrebbero parlato un’altra volta.
«È possibile anche questo» riprese Kiba. «Che sia questo o un insieme di fattori, ora siamo qui. E conosciamo anche il motivo del nostro scopo. E purtroppo, per ora, non è vivere nel paradiso che avevamo sognato.»
Calò il silenzio.
Ognuno di loro ebbe bisogno di un momento per elaborare tutto ciò.
«Perciò, se sconfiggiamo Darcia ancora una volta… questo luogo diventerà improvvisamente un vero paradiso?» chiese Hige accigliato, sporgendosi in avanti. Quando Kiba aveva iniziato a raccontare la storia, a un certo punto aveva avuto bisogno di sedersi.
«Sicuramente elimineremo una grande minaccia» rispose Kiba. «E se ritroveremo Cheza… forse. Chissà.»
«Il mondo rinascerebbe di nuovo. Ancora una volta.»
«Esatto.»
Hubb lasciò uscire un lungo soffio. «Tanta fatica per rinascere qui, studiare, addestrarmi, riconquistare la donna che amo… per poi ricominciare tutto da capo.»
«Sì… anche io sto bene in questo mondo» confermò Hige.
Tsume distolse lo sguardo.
«Per quanto riguarda Toboe, invece?» chiese Hige**. «Devo dirgli qualcosa?»**
«È solo un ragazzino. Lasciamolo in pace» disse Tsume.
Kiba fece per aprire bocca, ma Hubb lo anticipò.
«Concordo con Tsume. Insomma, tutti noi, ricordando, siamo stati male. Non sappiamo quale sia stato il suo passato e, finché possiamo cavarcela senza di lui, direi che non c’è bisogno di risvegliarlo.»
Poi guardò Hige.
«Potresti buttare un occhio anche su di lui?»
«Certamente» rispose Hige senza esitazione.
Poi si accigliò.
«Ma davvero con Misha devo tenere tutto nascosto?»
«Solo per ora. Vediamo prima se Darcia farà una mossa nei suoi confronti» rispose il detective.
Hige strinse i pugni. «Quindi lei dovrebbe fare da esca?»
Gli altri tre non risposero subito.
Ancora una volta Hige sentì un ringhio montargli dentro.
«Sta tranquillo. Se vedo che quello le mette le mani addosso, se la vedrà con me» disse Tsume, lo sguardo acceso.
Hige lo fissò per qualche istante. «Perché allora, quella volta, l’hai abbandonata?»
Tsume abbassò leggermente gli occhi. «Credevo di star facendo la cosa giusta.»
Poi li sollevò di nuovo verso di lui.
«Ti prometto che non rifarò lo stesso errore.»
Dal tono con cui lo disse, Hige capì che l’uomo dai capelli grigi gli stava facendo una promessa solenne.
Non c’era altro che potessero dire o fare, per il momento. Hige ora sapeva tutto quello che c’era da sapere, ma nemmeno questo aveva scatenato in lui un impulso sufficiente a richiamare attivamente il suo istinto.
Così, visto che iniziava anche a farsi buio, ai quattro non rimase altro che separarsi.
Kiba prese una direzione opposta alla loro, mentre gli altri tre uscirono dallo stesso lato, avendo parcheggiato le auto vicine.
Hige camminava davanti a loro, con le mani in tasca e il capo chino. Hubb gli fissava la nuca e sentì lo stomaco stringersi.
«Tsume, entra in macchina. Poi ti raggiungo» disse.
Quindi accelerò il passo per raggiungere il ragazzo con la tuta grigia e gialla.
«Hige, aspetta. Un’ultima parola!»
Tsume osservò per un attimo l’uomo — da dietro le lenti degli occhiali da sole — mentre andava incontro a Hige. Poi scosse il capo e aprì la portiera della macchina.
«Che c’è ancora, detective?» disse Hige senza entusiasmo, mentre apriva la portiera della propria auto.
«Solo una cosa veloce. Poi prometto che ti lascerò andare.»
Hige ci pensò un attimo, poi annuì. «Che sia veloce. Sono esausto.»
Hubb salì in macchina e fu costretto a spostare un po’ indietro il sedile.
«Scusa… era un po’ stretto.»
«Ci credo. L’ultima che ci è salita è stata Misha.»
«Volevo parlarti proprio di lei.»
Hige aggrottò subito la fronte e fissò il volante, stringendolo con una mano fino a far scricchiolare la finta pelle.
«Desideravo scusarmi con te» disse Hubb dopo aver preso fiato. «Al di là di tutta questa faccenda, so che averti fatto ricordare Blue ti ha gettato in una grande confusione.»
«Ma lo ha fatto» tagliò corto Hige.
Il suo labbro iniziò a tremare, lo sguardo si fece cupo.
«Non sono mai stato fortunato con le ragazze. Tutte le storie che ho avuto sono durate pochissimo. Era come se ognuna di loro fosse completamente incompatibile con me… e forse ora ne capisco il motivo.»
Inspirò profondamente.
«Ma con Misha è stato subito diverso. Non è stato per l’aspetto fisico… forse non lo è mai stato davvero. Nel momento in cui i nostri occhi si sono incrociati ho sentito subito una connessione.» Scosse il capo. «Questo istinto… immagino. Ma è sempre stato solo quello?»
Prese il cellulare e mostrò al detective lo sfondo.
Hubb sorrise. «Siete molto carini insieme.»
Hige ritrasse rapidamente il telefono.
«Eppure ora, a causa sua e di tutta questa faccenda, tutto questo verrà incrinato.»
Hubb cercò il suo sguardo, ma Hige continuava a fissare davanti a sé, gli occhi lucidi.
«Ma nessuno ti ha detto che devi lasciarla.»
«Lo so!» rispose con voce roca. «Ma da quando Blue mi è tornata in mente… è come se il mio cuore si fosse spaccato a metà. Io amo entrambe, capisce? È come se la mia mente fosse divisa in due e stesse lottando per far prevalere l’una sull’altra.»
Hubb deglutì. Cercò di posargli una mano sulla spalla in segno di conforto, ma Hige la scansò.
«È fortunato, lei» disse con occhi tristi e un sorriso malinconico. «La donna che ama è qui. È quella donna bionda, vero?»
«Come fai a sapere che fosse lei?»
«Perché me lo sono ricordato. Nel momento esatto in cui Kiba ha nominato quella scienziata che ci ha accompagnati verso la fine.»
Hubb abbassò lo sguardo.
«A me invece è andata diversamente» continuò Hige, soffiando dal naso con un’espressione ironica. «So di essere sempre stato un cascamorto, ma alla fine non potrei mai vedermi con più di una compagna al mio fianco.»
«Certo. Sia i lupi che le persone sono monogami.»
Hige lo guardò di lato. «Lo sa anche lei?»
Hubb ridacchiò nervosamente. «Beh, sono un poliziotto. Quando ho scoperto questa faccenda mi sono messo a studiare un po’, che dici?»
Poi tornò serio.
«Ma Hige, se posso darti un consiglio: per ora non arrovellarti.»
Hige lo guardò di sottecchi.
«Pensa a ciò che hai adesso. A ciò che è reale in questo momento.»
Si girò verso di lui per guardarlo meglio in viso.
«Blue sarà anche l’amore della tua vita. Ma, per tua stessa ammissione, ami anche Misha. È corretto?»
Hige annuì appena.
«Allora per ora non pensarci troppo e goditi la vita con quest'ultima. Siete giovani, siete innamorati. Pensa solo a questo. Lascia perdere Kiba, Darcia e la fine del mondo. Goditi il presente.»
Hige lo guardò con stupore. Le parole del detective erano state pronunciate con un calore inatteso. Non lo conosceva abbastanza per sapere se fosse insolito per lui, ma una parte di sé sentì che non erano parole sbagliate.
«Kiba vorrebbe che io mi connettessi con Blue.»
«Che si fotta Kiba!» sbottò Hubb. «Non hai dovuto cercare attivamente nessuno di noi, eppure ci hai trovati. Ora che sai dell’esistenza di Blue, basterà questo a ritrovarla. Ma per ora non rovinarti la vita per un fantasma.»
Hige si portò la mano al petto e dovette riprendere fiato, come se lo avesse trattenuto troppo a lungo.
Forse quelle erano esattamente le parole che aveva bisogno di sentirsi dire.
«Grazie…» riuscì solo a sussurrare.
Hubb provò di nuovo a posargli una mano sulla spalla e, questa volta, il ragazzo non si ritrasse.
˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
Più tardi, in auto, mentre i lampioni scorrevano sopra le loro teste uno dopo l’altro, Tsume ed Hubb rimasero a lungo in silenzio.
Alla fine fu il detective a romperlo.
«Voglio scusarmi anche con te.»
«Per cosa?» chiese Tsume con distacco, la testa appoggiata al pugno.
«Per aver incoraggiato Hige a restare con la ragazza che ti piace.»
Tsume non rispose subito.
Hubb fece per aggiungere qualcosa, ma venne interrotto.
«Senti, ho capito che anche tu hai le farfalle nello stomaco… ma non siamo tutti appassionati di telenovele, sai?» disse Tsume senza voltarsi. «Sono un uomo adulto e so quando è il caso di mettersi da parte.»
Fece una breve pausa.
«Hai fatto bene a incoraggiarlo.» La sua voce si abbassò leggermente. «Tanto… che cosa potrei mai offrirle io?»
Hubb assunse un’espressione dispiaciuta. «Più di quanto tu creda.» Poi sospirò. «Ma per ora hai ragione. Lasciamoli in pace.»
˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
Il mattino seguente aveva portato con sé un freddo limpido, di quelli che fanno brillare la neve rimasta ai bordi dei marciapiedi. La città sembrava la stessa di sempre, eppure dentro di loro entrambi sapevano che nulla era davvero come prima.
Quando Misha vide Hige dall’altra parte della strada, il passo le si fece subito più veloce.
Anche lui la riconobbe immediatamente tra i passanti.
Per un attimo si guardarono soltanto.
Fu un istante breve, ma bastò perché la tensione accumulata durante la notte sembrasse dissolversi. I loro sguardi si illuminarono quasi nello stesso momento.
Misha non rallentò neppure quando gli fu vicina: gli saltò praticamente addosso, stringendogli le braccia attorno al collo.
Hige vacillò all’indietro.
«Ehi!»
Per poco non perse l’equilibrio, ma riuscì a reggersi.
«Che entusiasmo!» disse ridendo mentre la rimetteva con delicatezza a terra.
Misha però non lasciò subito la presa. Con le braccia ancora attorno a lui, si sollevò in punta di piedi e gli rubò un bacio rapido sulle labbra.
Quando si staccò lo osservò con attenzione.
«Vedo che stai meglio oggi. Ti è tornato il colorito di sempre.»
Hige annuì con un mezzo sorriso. «Il tuo brodino di pollo mi ha aiutato.»
Lei alzò un sopracciglio soddisfatta. «Allora la prossima volta te lo rifaccio.»
Hige spalancò gli occhi. «No, grazie!»
Misha scoppiò a ridere.
Poi gli prese la mano, intrecciando le dita alle sue, e insieme si incamminarono lungo la via.
La città viveva la sua routine quotidiana. Le persone passavano accanto a loro con le borse della spesa, qualcuno usciva dai negozi, altri si fermavano davanti alle vetrine decorate. Gli addobbi natalizi erano ancora appesi sopra la strada, oscillando leggermente al vento.
Tutto appariva tranquillo.
Tra le luci delle insegne, le panchine innevate e i lampioni accesi anche di giorno, nulla sembrava fuori posto.
E anche loro due, mano nella mano, ridevano e parlavano di cose banali, come se fossero soltanto una coppia qualsiasi che passeggiava in città.
Per chiunque li avesse osservati da fuori, non c’era davvero nulla di strano.
A un certo punto Misha estrasse il cellulare dalla tracolla e lo sollevò davanti a lui.
«Guarda.»
Hige si fermò accanto a lei per osservare lo schermo.
Sul display compariva un invito digitale elegante, con caratteri raffinati e uno sfondo scuro attraversato da linee dorate.
Non appena riconobbe il mittente, il suo volto si irrigidì.
«Darcia ti ha invitata ad andare qua?»
«Ci ha invitato» lo corresse subito Misha. «Anche tu devi venire. E non accetto un no come risposta.»
«No» rispose lui.
Misha si accigliò. «Perché?»
Hige distolse lo sguardo. «Non mi pare… adatto a noi.»
«È per questo?» disse lei. «Non preoccuparti, Darcia ha detto che possiamo venire anche in abiti comodi… basta che non sia una tuta!»
L’ultima precisazione era una sua aggiunta personale, ma ovviamente Hige non poteva saperlo.
«No, è che…» Si morse la lingua e la frase rimase sospesa.
Misha corrugò la fronte e cercò i suoi occhi, ma Hige continuava a guardare altrove.
«Non ti alletta il cibo di alta qualità gratuito?» insistette lei. «È quello che ti ha fatto accettare anche la festa che terrà a novembre.»
«Sì, e molto, ma…»
«Parla chiaro.»
Hige scosse lentamente la testa.
Misha sospirò, poi il suo tono si addolcì.
«Non preoccuparti. Non devi essere geloso.»
Sorrise. «Quell’uomo potrà comprarsi il mondo, ma a me interessa solo un ragazzo con la passione per i panini.»
Hige sorrise di riflesso e le guance gli si arrossarono immediatamente.
Si chinò appena e le posò un bacio tra i capelli.
«Come ho fatto ad avere un tale angelo accanto, ancora me lo sto chiedendo.»
«Ma… ma non dire queste frasi!» protestò lei, diventando rossa come un peperone.
Hige le strinse la mano e poi si piegò per baciarla sulle labbra.
Quando si separarono, la guardò per qualche istante in silenzio, come se stesse cercando qualcosa nei suoi occhi.
Poi sospirò.
«Va bene. Se ci tieni ad andarci, ci andremo.» Fece un piccolo cenno verso il telefono. «Rispondigli pure di sì.»
Misha annuì soddisfatta. Rimise il cellulare nella borsa e riprese a camminare accanto a lui, appoggiando la testa alla sua spalla.
Non dissero altro.
Dentro di sé, Misha stava solo cercando di proteggere Hige da quegli incubi, sperando che avvicinarlo a Darcia potesse aiutarlo, un giorno, ad accettare tutto nella maniera meno traumatica possibile.
Hige invece continuava a sentirsi lacerato dal dualismo che portava dentro.
Ma la parte di sé legata alla persona che camminava al suo fianco, in quel momento, aveva avuto la meglio.
E ora che conosceva la verità, la festa di capodanno sarebbe potuta diventare anche un’occasione.
Un’occasione per osservare da vicino le mosse del magnate.
E, se necessario, proteggere la sua ragazza da lui.
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