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La sveglia suonò e lo speaker della radio esordì con un entusiasta «Buongiorno!», chiedendo agli ascoltatori come stessero procedendo i preparativi per la notte di Capodanno, che sarebbe arrivata tra appena due giorni.
In attesa di accogliere il nuovo anno, la radio stava trasmettendo tutte le hit che in quei mesi avevano particolarmente spiccato, quelle che per settimane erano rimaste in cima alle classifiche.
«... e per iniziare la nostra scaletta,» continuò la voce dello speaker con tono vivace, «partiamo con una canzone internazionale dal ritmo delicato ma cadenzato, proprio come quello di un valzer. Sì, avete intuito bene: sto parlando di Valse de la Lune.»
Subito dopo l’annuncio, dalle casse uscì una canzone che era una ballata dream-pop/ambient con influenze folk ed elettroniche, dalla struttura semplice ma sostenuta.
(Valse de la lune - Ilaria Graziano https://www.youtube.com/watch?v=rGGpGGjiCcI&list=RDrGGpGGjiCcI&start_radio=1)
Blanc ou noir comme toi je pars au loin,
Bianco o nero come te parto lontano,
avec l’espoir de changer le destin.
con la speranza di cambiare il destino.
Bien que dans le corps l’âme embrase,
Anche se l’anima arde nel corpo,
dans l’obscurité la distance devient infinie.
nell’oscurità la distanza diventa infinita.
Hige fece una smorfia stanca. Si era dimenticato di disattivare la radio e così il suo bel sogno — in cui vinceva alla lotteria una scorta infinita di dolci — svanì come farfalle che si disperdono nel vento.
Considerando poi che la realtà che lo aspettava era dolorosa e incerta, il malcontento lo sopraffece quasi subito.
Quel giorno, almeno, avrebbe ottenuto delle risposte. Almeno era ciò che sperava.
Avec des jeunes vêtus en peau de bête,
Con la gioventù vestita di pelli di bestia,
on danse ensemble au milieu des tempêtes.
si danza insieme nel cuore delle tempeste.
Un autre horizon se dissout
un altro orizzonte si dissolve
dans la lumière des yeux qui veulent se reveiller.
nella luce degli occhi che vogliono risvegliarsi.
Anche Misha quella mattina si svegliò con la stessa canzone nelle orecchie, ma per lei fu quasi una fortuna. Aveva già saltato una giornata di lavoro, avvertendo all’ultimo minuto; doveva almeno assicurarsi di arrivare puntuale.
«Accidenti, possibile che io abbia una laurea e mi tocchi ancora servire caffè?» sospirò. Ma purtroppo la geologia, al momento, non offriva molte opportunità e, se voleva mantenere quel minimo di indipendenza, doveva pur portare i soldi a casa.
Si guardò allo specchio. Le sembrava di non aver dormito affatto: il sonno non le era stato per nulla ristoratore. Forse era quello il famoso giro di boa dell’aver superato il quarto di secolo di vita.
No. Sapeva benissimo che non era per quello.
Et, j’attend là,
e io aspetto lì,
où rien bouge maintenant.
dove ora nulla si muove.
Même si je ne te vois pas
anche se non riesco a vederti
Je peux retrouver ce que l’on cherche dans la nuit,
posso ritrovare ciò che cerchiamo nella notte,
même si c’est très difficile
anche se è molto difficile
je danserai mon chemin avec les loups.
danzerò il mio cammino insieme ai lupi.
«Buongiorno, Lord Darcia. Voleva vedermi?» chiese Cher, entrando nello studio del suo capo.
Darcia era seduto alla scrivania. Sopra di essa erano sparpagliati schermi e documenti, e tra questi spiccava anche la bozza di un volto femminile: Hamona.
«Vedo che l’avete sognata anche questa notte» disse Cher, con un lieve sorriso comprensivo.
Darcia, vestito di tutto punto e pronto per recarsi al lavoro, socchiuse appena gli occhi.
«Come ogni notte...» nel suo tono trapelò nostalgia. «Ma non ti ho convocata qui per parlarti di lei.»
«Per sapere come è andato l’appuntamento, immagino.»
Darcia annuì. «Hai fatto come ti ho detto?»
Cher strinse appena le labbra prima di rispondere. «Sì. Ho cercato di sondare il terreno e vedere se riuscivo a tirargli fuori qualche informazione, ma è pur sempre un poliziotto… e io non sono esattamente un’esperta in spionaggio.»
Poi una fitta improvvisa la costrinse a portarsi una mano alla testa.
Darcia assottigliò lo sguardo, notando solo in quel momento i lievi graffi sul suo viso.
«Che ti è successo?»
«Sono stata aggredita da un ladro, ma per fortuna il detective mi ha salvata.»
«Ha fatto il suo dovere. Meno male.»
«Sì… e anche di più.» Cher abbassò lo sguardo per un istante. «Quasi mi dispiace avergli messo quella microspia nel telefono.»
Je sentirai la lumière sur ma peau,
Sentirò la luce sulla mia pelle,
sans avoir peur de tes mauvais côtés
senza temere i tuoi lati più oscuri,
C’est la lune qui conduit la danse
è la luna a guidare la danza
quand le soleil sera couché dans ton âme froide.
quando il sole sarà tramontato nella tua anima fredda.
Il telefono di Tsume vibrò, annunciando l’arrivo di un SMS. L’uomo, come sempre vestito con abiti di pelle nera, estrasse il dispositivo dalla tasca. Il numero era sconosciuto, ma non appena ebbe letto le parole del messaggio capì immediatamente che si trattava di John, con qualche novità.
Si scambiarono qualche messaggio per accordarsi sul luogo dell’incontro e Tsume lo avvisò che forse avrebbe portato un amico, a cui interessavano gli stessi fatti. Ovviamente lo rassicurò sul fatto che si trattava solo di uno sbarbatello che ultimamente gli stava facendo da spalla.
Poi infilò i suoi soliti occhiali da sole e uscì di casa.
Je t’attend là,
ti aspetterò lì,
où rien bouge maintenant.
dove ora nulla si muove.
Où l’ombre déploie tous ses voiles
dove l’ombra dispiega tutti i suoi veli,
Je peux retrouver ce que l’on cherche dans la nuit.
posso ritrovare ciò che cerchiamo nella notte.
Il telefono di Kiba squillò.
«Dimmi, Tsume» disse, rispondendo quasi immediatamente.
«Il mio amico ha delle novità riguardo a quel famoso fatto» rispose l’uomo dai capelli grigi.
Kiba aggrottò la fronte. «Dimmi dove dobbiamo incontrarci e ci sarò.»
Quando chiuse la chiamata con il compagno, si voltò verso la finestra.
Finalmente le acque si stavano muovendo.
Même si c’est très difficile
Anche se è molto difficile
je danserai mon chemin avec les loups.
danzerò il mio cammino insieme ai lupi.
Même si je ne te vois pas
Anche se non riesco a vederti
Je peux retrouver ce que l’on cherche dans la nuit,
posso ritrovare ciò che cerchiamo nella notte,
Darcia abbassò il volume della radio quando il suo telefono personale — quello riservato ai soli membri dell’organizzazione e collegato a una linea sicura — iniziò a squillare.
«Senatore Thien, quanto tempo.»
«Mi dispiace, Lord Darcia. So che avrei dovuto chiamarla prima, ma avrà sentito del piccolo caos al Parlamento.»
«Sì, i telegiornali ne hanno parlato più che ampiamente» rispose Darcia. Nel suo tono trapelò una nota di malcontento. «Per poco i vostri servizi segreti non hanno mandato tutto all’aria.»
«Ma siamo riusciti a metterli a tacere, alla fine.» La voce del senatore aveva qualcosa di sinistro, quasi viscido.
«Tutto procederà secondo i piani, quindi?»
«Sì, mio signore. Tra un paio di giorni il mondo si preparerà ufficialmente a vedere la sua fine. La Luna Rossa presto tornerà a brillare nel nostro cielo.»
«E il prossimo novembre il Rakuen si aprirà a tutti coloro che saranno degni di varcare quella soglia.»
«Sì, mio signore. Come lei e la vostra famiglia avete predetto per secoli. Sono felice che io, mia moglie e i miei figli saremo, nella nostra dinastia, tra coloro che avranno questo privilegio.»
Darcia accennò un sorriso. La devozione di quell’uomo era eccessiva perfino per i suoi standard, ma per i suoi piani era assolutamente utile.
«Allora assicurati che a Capodanno vada tutto come previsto. E che vengano colpiti solo gli obiettivi indicati.»
«Certamente, mio signore. Tutto andrà secondo il vostro volere.»
Quando il senatore riagganciò, la musica riprese al volume normale.
L’occhio di Darcia brillò e il suo sorriso si allargò, freddo e crudele, come se stesse già osservando davanti a sé ciò che sarebbe accaduto nel prossimo futuro.
«Miei cari lupi...» mormorò tra sé. «Questa volta per voi sarà la fine.»
même si c’est très difficile
anche se è molto difficile
je danserai mon chemin avec les loups.
danzerò il mio cammino insieme ai lupi.
˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
Quando John vide il suo amico, accompagnato da un ragazzo con i capelli neri lunghi fino alle spalle e una giacca sportiva blu, entrambi con le mani nelle tasche, si staccò dal muro con un colpo di reni.
«Ah, ma è un moccioso» disse a Tsume mentre si salutavano con il loro tipico gesto. «E io che credevo avrei dovuto farvi perquisire.»
«Scherzi? Secondo te sono uno che se la fa con gli sbirri?» ribatté Tsume. Poi mise una mano sulla spalla del ragazzo. «Lui è Kiba. È un ragazzino che ho preso sotto la mia ala. Ha diciannove anni, ma ha già il coraggio di un leone… anche se forse è un po’ troppo ansioso di menar le mani.»
John proiettò i suoi occhi verde acqua sul giovane che gli stava di fronte. Kiba lo fissava con uno sguardo serio e accigliato.
«Sì, si vede» commentò John. «E cosa turba questo giovanotto?»
«Non sono affari che ti riguardano» disse Kiba, secco.
John aggrottò la fronte, ma Tsume intervenne subito, mollandogli uno schiaffo dietro la nuca.
«Porta un po’ di rispetto a chi è più grande di te.»
Poi fece una smorfia. «Pensa di fare il duro.»
John sorrise e si lasciò andare a una breve risata.
«Chi non lo è stato alla sua età? Poi però la strada ti insegna che troppa sbruffonaggine ti procura solo un buco nella pancia.»
Kiba non era certo se quello fosse un consiglio o una minaccia.
«Ad ogni modo» disse Tsume «hai detto che hai delle novità per me. Raccontami tutto.»
John si fece improvvisamente più serio e incrociò le braccia. Poi si guardò attorno, come per assicurarsi che nessuno fosse in ascolto.
Fece cenno ai due di entrare nel vicolo, così da mettersi all’ombra.
«Avanti, amico, non tenerci sulle spine» si lamentò Tsume.
«Beh allora…» iniziò John. «Ho indagato come mi hai chiesto e ho parlato con qualche conoscenza che era nei paraggi quel famoso giorno. Come ricorderai, è stata una sfida aperta a te, con la dichiarazione di Satoshi che questa volta saresti diventato uno dei suoi. La cosa ha attirato una certa curiosità»
«Nei suoi sogni» sbottò Tsume, a denti stretti.
«Beh… direi che forse Satoshi avrà un bel po’ di tempo per pensarci su» continuò John. «Anzi, direi che il suo sogno ora è eterno.»
Sia Tsume sia Kiba si accigliarono.
«Ma che stai dicendo? Vuoi dire che è morto?» disse Tsume, cercando di fingersi sorpreso.
«Quando la polizia ha fatto la retata — o meglio… poco prima che intervenisse — alcuni testimoni hanno visto degli uomini portare via qualcosa in dei sacchi e caricarli su un furgone» proseguì John. «Ma non si trattava di agenti in borghese. Erano uomini di quel bellimbusto delle Darcia Industries.»
«Perché mai dovrebbe avere interesse a portare via dei cadaveri?» chiese Kiba.
«Per non essere implicato in degli omicidi» rispose Tsume. «Quando già la sua forma di giustizia fai-da-te lo ha messo abbastanza in bilico.»
John annuì. «Sicuramente è come dici tu, Tsume.»
Fece una breve pausa.
«Ma non è tutto.»
Il vento soffiò appena tra loro, smuovendo qualche ciocca di capelli e i petali dei fiori della luna che spuntavano lì vicino.
«Qualcuno ha visto quel camion raggiungere l’aeroporto. E lì hanno trasportato via le tre salme.»
«Tre?» disse Kiba.
John annuì. «Le hanno portate oltreoceano, di sicuro.»
«Ma non è un po’ troppo per nascondere un omicidio?» osservò Tsume. «Bastava buttarli a mare.»
«È quello che mi sono detto anch’io» confermò l’uomo dalla testa rasata e piena di tatuaggi. «Così ho fatto allungare una mazzetta per parlare direttamente con gli autisti.»
«E cosa hanno detto?»
Il cuore di Tsume iniziò ad accelerare, soprattutto quando vide l’amico assumere un’espressione grave.
«Hanno detto che ciò che hanno visto era raccapricciante. Non erano neanche più esseri umani a quel punto. Sembra che Darcia li abbia fatti dilaniare da un orso… o da qualche altra bestia feroce.»
Sia Kiba sia Tsume furono attraversati da un brivido lungo la schiena.
«Forse li hanno fatti solo a pezzi per disfarsi meglio delle prove» provò a dire Tsume, ma ora il suo tono era molto meno sicuro.
John scosse il capo. «No, non avrebbe senso. Poi quelli hanno detto che proprio per via di quelle ferite Darcia si è assicurato che i corpi non venissero contaminati in alcun modo. Sembrava quasi che volesse studiare le tracce rimaste.»
Si accigliò, osservandoli. «Ragazzi… vi sentite bene? Siete pallidi.»
Tsume scosse la testa. «Io… no. È solo che, se Satoshi Haruno è davvero morto, direi che le palle mi girano ancora di più. Quel maledetto riccone mi ha sottratto la preda.»
John sospirò**. «Eh, capita… poi se Satoshi aveva come nemico uno come quello, direi che gli è andata anche troppo bene. Alla fine, con la vita che facciamo, finiamo tutti tre metri sotto terra molto prima della vecchiaia.»**
John non era riuscito a scoprire altro, ma Tsume lo ringraziò comunque e gli disse che le informazioni erano state assolutamente utili.
«Ci vediamo allora» disse John. «E tu, Kiba, vedi di imparare a essere più cordiale. I musoni non piacciono a nessuno.»
Quando i due uomini girarono l’angolo, John non se ne andò subito. Si concesse prima un momento per sé, accendendosi una sigaretta.
Qualunque fossero i suoi pensieri al riguardo, non vi si soffermò troppo. In quell’ambiente, intrighi e tradimenti erano all’ordine del giorno. La morte di Satoshi — benché fosse uno dei nomi più noti nei giri loschi — non era che una morte come tante altre. Presto sarebbe emersa una nuova stella nel suo settore.
Gettò il mozzicone contro i fiori della luna e, quando sollevò il piede per spegnerlo, si assicurò di schiacciare per bene anche quelle disgustose piante.
Poi iniziò a incamminarsi lungo il vicolo.
John non era un tipo con molti nemici, grazie al suo carattere affabile, ma questo non significava che fosse impreparato nel caso qualcuno avesse tentato di tendergli un agguato.
I suoi passi rimbombarono nelle orecchie, quasi come se li stesse contando.
Un passo.
Due.
Un altro passo.
Quattro.
Un altro passo ancora.
Sei.
«Che cazzo volete…?» riuscì appena a dire, quando, voltandosi, qualcuno lo colpì con un dardo tranquillante.
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Quando la Deluxe nera e lucida di Darcia si accostò alla strada che fiancheggiava la caffetteria, la bocca dei presenti si spalancò all’unisono in una perfetta “O”.
Quando poi Darcia scese dall’auto e attese l’arrivo di Misha per aprirle la portiera, Nadia non riuscì a trattenersi e, ad alta voce, le gridò di chiedere all’uomo se per caso avesse anche un fratello.
Misha divenne rossa in viso e si calcò il basco sulla testa con forza mentre entrava in macchina. Darcia non si scompose, limitandosi a un elegante sorriso.
«Mi dispiace se ti ho messa in imbarazzo» disse poi lui, quando riavviò il motore e si immise sulla strada.
«Eh, eh… si figuri. Nadia è sempre la solita. Dice sempre quello che pensa.»
Darcia sorrise appena. «È bello avere amici così. E scommetto che tu ne hai molti.»
Misha scosse il capo. «In realtà si potrebbero contare sulle dita di una mano» ammise. «Non so perché, ma dopo un po’ le persone tendono a scansarmi, a escludermi… come se non riuscissi davvero a integrarmi con loro. Sono ben poche quelle che mi accettano.»
Nel pronunciare quelle parole, Misha provò una sensazione strana, ma la tenne per sé.
«Sono invidiose» rispose lui dopo qualche attimo. «Perché hai un carattere buono, ma non sottomesso. Credono di poterti controllare, ma poi scoprono che sei più forte di quanto appari e ci rimangono male.» Fece una pausa. «E lo sono anche per un altro motivo.»
«Un altro?» chiese lei, alzando un sopracciglio.
«Beh… sei molto bella. E i tuoi tratti stranieri rendono unico il tuo viso. Non è già capitato che qualcuno degli artisti che frequenta la caffetteria ti abbia chiesto di farti un ritratto?»
Misha si strinse nelle spalle. «Beh sì, qualcuno me lo ha chiesto… e grazie per il complimento… ma a me dell’aspetto non interessa più di tanto.»
«Io non mi riferivo solo all’aspetto estetico» replicò Darcia con calma. «Il mio pensiero era rivolto soprattutto a quello interiore… che poi si riflette nei tuoi occhi.»
Misha lo fissò di sottecchi, chiedendosi se Darcia non ci stesse provando.
Doveva forse pensare di aprire la portiera e gettarsi dall’auto in corsa?
«Comunque non farti strane idee» disse lui, sorridendo come se avesse intuito i suoi pensieri. «Anche se sei una bella ragazza, sei troppo giovane perché tu possa interessarmi. A differenza di quello che si pensa sugli uomini di potere, per me tredici anni di differenza sono troppi. Al massimo potrei vederti come una graziosa sorellina.»
Misha tirò un sospiro di sollievo. Non era mai stata tanto felice di essere messa nella friend zone come in quel momento.
Scusa Nadia, pensò. Ma i tuoi sogni di avere un’amica ricca possono tornare nel cassetto.
La città si aprì davanti ai suoi occhi mentre la macchina imboccava una strada che si allontanava appena dal centro, dove la campagna tornava a farsi più presente. Era una zona di ville appartenenti a persone molto abbienti e, chiaramente, Misha non si stupì che la residenza di Darcia fosse proprio da quelle parti.
Quello che la lasciò davvero di stucco fu scoprire che non si trattava affatto di una semplice villa, ma di un vero e proprio castello.
Quando il cancello si aprì automaticamente non appena il muso dell’auto si fermò davanti ad esso, Misha quasi si attaccò al finestrino per ammirare il parco che stavano costeggiando.
«Ma è un luogo fiabesco!» esclamò la ragazza, piena di entusiasmo.
«E dovresti vederlo in primavera, quando i fiori sbocciano» rispose Darcia con calma. «L’ho fatto chiamare Parco dell’Eden.»
«Direi che è più che azzeccato» confermò lei.
Non appena scese dalla macchina, il naso di Misha rimase puntato all’insù per osservare la facciata dell’edificio, finché il comitato di benvenuto dei domestici non comparve sulla porta principale.
Le fece stranissimo essere accolta con tanta deferenza da quelli che, in fondo, si potevano definire suoi colleghi.
«Benvenuta, signorina Misha. Ha fatto buon viaggio?»
«Signorina Misha, dia pure a me il cappotto.»
Misha si sentiva quasi un’automa. Tutta quella premura la metteva a disagio. Sarebbe stata perfettamente capace di appendere la giacca da sola, ma in quella casa le regole sembravano essere diverse.
Darcia si accorse dell’evidente stato d’imbarazzo della ragazza e si lasciò sfuggire un sorriso sotto i baffi.
«Immagino che tutto questo possa sembrarti fuori dal mondo» le disse mentre la accompagnava lungo il corridoio, alle cui pareti erano appesi diversi quadri: ritratti di famiglia, ma anche armature e vasi antichi.
Misha si strinse nelle spalle. «Lei invece sembra muoversi con così tanta disinvoltura.»
«Perché sono stato abituato così fin dalla nascita. Ed essendo l’unico erede, credo di aver ricevuto un trattamento ancora più riguardoso.»
«E le piace il mondo in cui è nato?»
Darcia non rispose subito.
«C’è sempre spazio per il miglioramento» disse infine. «Ma per ora riesco a stare bene anche in questo.»
Edward, il maggiordomo, venne loro incontro, presentandosi con un solenne inchino.
«Buonasera, signore, e bentornato. E benvenuta anche a lei, signorina Misha.»
La ragazza si chiese se quell’uomo fosse davvero così di suo o se stesse semplicemente recitando una parte. Il suo portamento era talmente distinto, con quel naso leggermente puntato verso l'alto, da sembrare l’incarnazione perfetta dell’immaginario sui maggiordomi.
«Come da voi richiesto, signore, abbiamo preparato tutto il necessario per la merenda della vostra ospite.»
«Grazie, Edward. Puoi ritirarti. Io e Misha abbiamo alcune cose di cui parlare» rispose Darcia con tono gentile.
Ancora una volta la ragazza rimase senza fiato quando, entrando nello studio di Darcia — una stanza ampia arredata in stile classico, con una lunga libreria che occupava un’intera parete — vide il tavolo apparecchiato con le più prelibate leccornie: crostate, biscotti, muffin e teiere fumanti.
Il tutto era disposto con grande cura su una tovaglia di seta bianca. Le sedie erano moderne, ma il loro design era stato scelto con attenzione per armonizzarsi con lo stile dell’arredamento.
«Prego, accomodati. Spero che sia tutto di tuo gradimento.»
«Assolutamente… assolutamente sì!»
Il suo sguardo non sapeva se soffermarsi sulla tavola imbandita o sulla ricca libreria. Gli occhi le si illuminarono a tal punto che sembrava essere tornata bambina.
Inoltre, nella stanza aleggiava un profumo buonissimo, delicatamente fiorato. Misha non riusciva a vedere alcun diffusore, ma sembrava quasi che quell’aroma fosse parte dell’aria stessa.
La ragazza andò a sedersi su una delle comode poltroncine, avendo cura di sistemare la gonna del suo vestito verde ricamato. Darcia fece lo stesso dal lato opposto. Le versò del tè e glielo porse. La bevanda emanava un buon profumo e il fumo saliva lento dalla tazza.
Rimasero inizialmente a godersi quella golosa merenda, scambiandosi un paio di battute di circostanza, finché a un certo punto Darcia non posò la sua tazza sul tavolo.
«Direi sia giunto il momento di parlare del motivo per cui ci siamo visti» disse con calma.
Misha lasciò sospeso a mezz’aria il biscotto alle mandorle che stava per addentare e abbassò lentamente il braccio. Il suo sguardo iniziò a vagare sui vari libri esposti, come se stesse cercando qualcosa in particolare.
«Vedo che ha molti libri di storia» iniziò piano. «Ma in nessuno di questi immagino si parli del Rakuen.»
«È così.»
«Eppure qualcuno ha tramandato questa storia. Qualcuno ha tramandato i racconti della Luna Rossa.»
«Esatto.»
«Ma come è stato possibile?»
Misha aggrottò la fronte e dovette poggiare anche lei la tazzina sul tavolo per non rovesciarla.
«Perché questa leggenda si è diffusa sulle bocche di alcuni, pur passando del tutto inosservata nella storia?»
Darcia si sistemò meglio sulla poltrona.
«Come ti ho già detto, non si tratta di una leggenda.» Fece una pausa. «Tutto ciò che hai letto è reale, perché è già accaduto. E il fatto che lo ricordino in pochi è perché coloro che ne possiedono il dono si chiamano i rinati.»
Misha sobbalzò. «I rinati, ha detto?»
Ancora una volta il flash della neve che la inghiottiva e il volto di quell’uomo sfregiato che la guardava con benevolenza riemersero nella sua mente.
«Il Rakuen è destinato a pochi» continuò Darcia. «Non si tratta semplicemente di andare in paradiso, come lo immaginiamo nelle nostre bibbie moderne. No. Si tratta di un salto dimensionale tra una realtà e l’altra… auspicabilmente in un mondo migliore.»
Il cuore della ragazza iniziò a battere forte.
«Ho difficoltà a crederci, mi dispiace. Insomma… questa è la realtà…»
«Questa è una realtà» disse l’uomo, sottolineando la parola. «Ed è normale che la tua mente, ad ogni rinascita, si plasmi affinché creda che quella sia stata l’unica vita. Altrimenti impazzirebbe. Le memorie si accavallerebbero e ad incidere negativamente sarebbero soprattutto i traumi del passato.»
Misha si portò le mani strette all’altezza del cuore. Ancora una volta le parve di sentire il sapore metallico del sangue in bocca. Era come se un ricordo doloroso tentasse con tutte le sue forze di riemergere.
«Hai detto che te lo ricordi, no? Questo è stato possibile perché nel mondo alcuni avvenimenti sconvolgenti stanno accadendo.»
«Ed i Fiori della Luna iniziano a sbocciare in tutto il mondo» concluse lei, con amara consapevolezza.
Lo sguardo di Darcia si fece più sottile e dovette trattenersi dal sorridere.
«Ma Darcia!» disse improvvisamente Misha. «Se è come dice lei, ed il Rakuen appartiene ai rinati… allora anche lei…»
Darcia si alzò in piedi e iniziò a passeggiare lentamente per la stanza.
«L’altro giorno ti ho detto che una volta sono stato sposato, ma che mia moglie purtroppo è venuta a mancare.»
Si avvicinò alla scrivania e da un cassetto estrasse un disegno. Le mani gli tremarono appena mentre teneva il foglio, quasi fosse qualcosa di sacro.
Glielo porse.
Misha osservò i lineamenti di quel volto. Il tratto era buono, ma allo stesso tempo nervoso, come se chi l’avesse realizzato avesse avuto fretta di fissare quei lineamenti prima che potessero svanire.
«Lei è Hamona» disse Darcia. «Lei è stata mia moglie nella mia vita passata.»
Misha sentì il cuore mancarle un battito. Guardò quell’uomo dritto negli occhi e sbiancò: non vedeva alcuna menzogna nel suo sguardo. Lui credeva davvero a quelle parole.
Scosse il capo con forza. La sua mente si stava ribellando ancora una volta a una simile idea.
«Ma perché io dovrei voler ricordare il passato, quando mi fa sentire male? Perché non posso essere solamente la Misha di questo tempo e basta?»
«Il destino purtroppo agisce in modo misterioso» rispose Darcia con calma. «E i rinati sono destinati a ritrovarsi, prima o poi.»
Misha si alzò di scatto e corse verso la finestra. Afferrò un lembo della tenda e se lo premette sulla fronte, come alla ricerca di un conforto.
Sussultò quando sentì la mano dell’uomo posarsi sulla sua spalla.
«Lo so» disse piano. «Quando la mente si risveglia non si è mai preparati. Anche io ci sono passato, sebbene a me sia successo durante l’infanzia.»
La ragazza lasciò scivolare un paio di lacrime mentre guardava il giardino innevato.
«Lei crede…» sussurrò con voce tremante, «che lo stesso stia accadendo anche ad Hige?»
Alle spalle di Misha, lo sguardo di Darcia si fece più cupo.
«Avevi detto che stesse male.»
Misha annuì, tremante. «Non so cosa sia successo… è accaduto tutto così in fretta.»
«Respira. Riordina le idee.»
«Era delirante. Urlava, chiamava qualcuno… sembrava come se stesse cercando disperatamente di salvare qualcuno. E quegli occhi… con la sclera nera.»
Il cuore di Darcia iniziò a pulsare più forte e il suo sguardo si allargò impercettibilmente. Tuttavia mantenne la voce perfettamente controllata.
«Stava avendo un incubo a occhi aperti?»
«Sì. E non è la prima volta che succede. Anche tempo fa, dopo aver conosciuto un ragazzo misterioso, una volta tornati a casa ha avuto… una visione.»
Si voltò verso di lui; i suoi occhi erano lucidi.
«E in entrambi i casi è accaduto quando ha preso in mano quel mio libro sui Racconti della Luna.»
Scosse il capo.
«Io non so se credere davvero a questa storia dei rinati, devo essere sincera» sospirò, tremante. «Ma se fosse vera… la prego, mi dica che Hige è fuori da tutto questo. Non può immaginare quanto stesse soffrendo. E poi quel nome… quel nome ripetuto così tante volte.»
«Quale nome?»
«Blue… non credo si riferisse al colore.»
I ricordi di Darcia, in quell’istante, si riversarono nel suo passato.
Sì, Blue la conosceva bene. Come aveva fatto con Hige e gli altri lupi, egli aveva squarciato la gola anche a lei.
La stessa donna che ora giaceva nel laboratorio segreto, unita in maniera simbiotica con Cheza.
Dunque Hige alla fine la stava ricordando.
«Avendo vissuto un’altra vita, potremmo averne avuta una completamente diversa da questa» disse infine Darcia. «Forse questa persona era qualcuno a lui caro.»
Misha deglutì e abbassò lo sguardo.
«È possibile… forse qualcuno che ha amato nel passato e che ha perduto.»
«Sì, è possibile.»
Seguì un lungo momento di silenzio.
«Ma hai detto che avete anche conosciuto un ragazzo misterioso?» incalzò Darcia, assottigliando lo sguardo.
Misha annuì. «È come se una forza ci avesse richiamati a lui. Un canto, per la precisione.»
«Davvero?»
Ora Darcia capiva il motivo del canto di Cheza: non tanto per farsi trovare subito, ma per riunire i lupi, così che al momento giusto fossero coesi.
«E come si chiama, se posso sapere?»
«Ha detto di chiamarsi Kiba.»
Darcia gli voltò improvvisamente le spalle. Attraversò la stanza e poggiò una mano allo stipite della porta.
«Si sente bene?» chiese Misha, accigliata.
L’occhio di lupo di Darcia iniziò a pulsare e nella sua mente rivisse il giorno della battaglia. Quel maledetto lupo bianco.
Aveva già saputo dai suoi uomini che era stato visto aggirarsi con Tsume e con quel detective, ma non sapeva che fosse già riuscito ad avvicinare Misha e Hige… e forse anche Toboe, a questo punto.
Misha gli stava dicendo tutto?
«Darcia, che succede?»
Si voltò. Negli occhi della ragazza lesse soltanto innocenza. No, lei non conosceva ancora tutta la verità.
«Ascoltami» disse, riprendendo fiato. «Ascoltami bene.»
Tornò verso di lei con un’espressione grave.
«Devi sapere che non tutti i rinati nascono con le migliori intenzioni. Ce ne sono alcuni il cui unico scopo è fare del male.»
Misha aggrottò la fronte.
«Hai detto che da quando Hige ha conosciuto quel ragazzo ha provato un forte dolore, giusto?»
La ragazza annuì. «Era alla ricerca di una certa fanciulla fiore. E anche lui ha parlato di una connessione.»
«Certo. Colei che ci traghetterà tutti nel nuovo Rakuen.»
«Quindi esiste davvero?» disse Misha, facendo un passo avanti. «E come può fare una cosa del genere?»
«È un miracolo della biogenetica del passato. Grazie a lei fu possibile aprire il portale verso questo nuovo mondo, quando il vecchio pianeta ghiacciò. Siamo ancora sullo stesso pianeta… ma esso si è rigenerato, creando una nuova realtà.»
«Quindi Kiba la sta cercando…»
«…per aprire un nuovo Rakuen, sì» concluse Darcia.
Misha sentì le gambe cedere e si sedette di nuovo. Il respiro le si era fatto corto.
«Ma per accedere al nuovo mondo… bisogna chiudere il primo. Ho capito bene?»
«Esatto.»
«Cosa è accaduto a chi non è rinato?»
«La sua essenza si è semplicemente dissipata nel nulla.»
Misha si strinse nelle braccia.
«I miei genitori non sono dei rinati, vero?» Le lacrime iniziarono a scendere. «Altrimenti avrebbero mostrato anche loro questi… sintomi.»
Darcia sospirò. «No. È molto probabile che sia così. Siamo davvero pochi. Neppure i miei lo sono, benché la nostra famiglia creda nel Rakuen da generazioni.»
«Perciò Kiba vuole trovare questa fanciulla e riaprire il Rakuen… ma così milioni, anzi miliardi di persone—»
«Non posso dirti quali siano le sue vere intenzioni» la interruppe Darcia. «Ma non credo sia un caso che ci stiamo tutti rincontrando. E che le visioni di Hige siano iniziate subito dopo aver conosciuto Kiba. Per riaprire il Rakuen è necessario che chi può attraversarlo diventi consapevole di esserlo.»
I pensieri si accavallarono nella mente della ragazza. Era sull’orlo di un attacco di panico.
«Ma allora non dobbiamo ricordare! No… se ci ricordassimo...»
«Il processo è già iniziato» disse Darcia con apparente tristezza. «È irreversibile. Ma ora che sai la verità c’è una cosa che puoi fare.»
«Che cosa?» chiese lei, scattando in piedi.
«Proteggi Hige da Kiba. Se Hige sta ricordando, cercherà risposte. Ma deve cercarle dalle persone giuste… come hai fatto tu.»
«E di lei io mi posso fidare?»
L’espressione di Darcia sembrò improvvisamente ferita.
«Ti ho raccontato di Hamona. Ti ho detto che un giorno la rivedrò nel nuovo Rakuen.» Sospirò e la sua voce tremò appena. «Per questo ti parlo a cuore aperto. Anch’io desidero la riapertura del Rakuen… nella speranza di riunirmi con lei.»
«Lei è certo che possa essere una rinata?»
«Sì. Ne sono assolutamente certo!» Il dolore attraversò il suo volto. «Tu non hai mai amato qualcuno al punto da sentirne la presenza anche a distanza? Per me è così. Ogni notte la sogno. Ogni giorno devo disegnare il suo volto… per paura di perderne il ricordo.»
Si appoggiò alla scrivania.
«Sono un egoista a pensare prima a lei che a miliardi di persone… e persino alla mia famiglia, vero?»
Misha lo guardò. Vide una sofferenza autentica in quell’uomo sempre composto ed elegante, ora con lo sguardo stanco e le spalle leggermente curve.
«Ma lei non lo farebbe, vero?» disse piano. «Lei non ci ha mai forzati a ricordare.»
«Se solo fosse rinata in questo mondo…» sussurrò lui. «Ma la mia Hamona non è qui. Un giorno il Rakuen si riaprirà. È inevitabile.»
«Quando sarà inevitabile, potremo solo accettarlo» disse Misha**. «Ma la differenza sta nel cercarlo attivamente… giusto?»**
«È così.»
«Questo vuol dire che possiamo provare a rimandarlo.»
«Rimandarlo, dici?»
«Sì. Kiba ha trovato me, Hige… e anche Tsume e Toboe.» Prese un respiro profondo per calmarsi. «Toboe però non ha ancora mostrato segni di ricordi. Ma Kiba mi ha chiesto di restargli accanto… e questo non può essere una casualità.»
Fece una pausa.
«È da un po’ che non si avvicina più a noi. Non so per Tsume… ma se riuscissi a tenerlo lontano dagli altri due...»
«La loro ascesa nel ricordare rallenterebbe.»
Misha annuì. «Non so per quanto. Le visioni arrivano all’improvviso e con violenza. Ma se non c’è qualcuno ad alimentarle…»
«Potrebbe funzionare» disse Darcia lentamente. «Ma hai nominato Tsume?»
Misha annuì di nuovo, questa volta con malinconia.
«L’altra sera è ricomparso. E ha nominato Kiba… quindi è stato avvicinato anche lui. Ora ho la conferma che quella forza inspiegabile che ci ha attratti ha un senso.»
Abbassò lo sguardo.
«Anche lui è un rinato.»
Ancora una volta Misha scosse violentemente il capo. Darcia comprese che la lotta interiore della ragazza era molto più profonda di quanto apparisse in superficie.
«Per oggi basta così» disse allora l’uomo, tornando a sedersi sulla poltrona. «Non possiamo metterci qui, su due piedi, a parlare di tutto questo sperando di trovare una risoluzione immediata.»
Misha si lasciò ricadere contro lo schienale e sospirò, come se stesse riprendendo fiato dopo una lunga apnea.
«Credevo che cose del genere potessero accadere solo nei libri.»
«A volte i racconti partono da un fondo di verità» rispose lui. «Ma è più che normale rifiutare una simile idea. Il processo di rinascita, come ti ho detto poco fa, prevede che normalmente il passato della vita precedente rimanga nell’oblio. Soprattutto se non è costellato di bei ricordi.»
«È proprio come dice lei.»
Poi Misha allungò lentamente la mano verso un muffin al cioccolato. La mano tremò, ma quando le papille gustative incontrarono il sapore dolce e intenso, le guance le si imporporarono.
«È buono… molto buono.»
«Farò i complimenti al cuoco da parte tua» disse Darcia con un lieve sorriso. Nel frattempo si allungò a prendere una fetta di crostata all’albicocca.
«Non dovrei dire niente ad Hige… né a Toboe, secondo lei?» chiese la ragazza, con un tono ormai più calmo.
«Secondo me no. Non per ora. E non parlare loro nemmeno di questo incontro… soprattutto ad Hige.»
«Odio avere dei segreti.»
«A volte i segreti sono necessari per proteggere chi amiamo.»
Misha rimase in silenzio per qualche istante.
«Questa Blue… crede che sia stata così importante per lui?»
Darcia scosse il capo. «Non ne ho idea. Ma certo ricordarla lo ha scosso molto, da quello che mi hai raccontato.»
«Molto.»
«Magari era una sorella… o una figlia.»
Misha si strinse nelle spalle e serrò appena i denti. «O forse…»
Non terminò la frase. Dirlo ad alta voce le avrebbe fatto troppo male.
«Comunque sia» riprese Darcia, versandosi del caffè nero in una nuova tazzina, il tè si era raffreddato, «lei potrebbe anche non essere una rinata. E Hige potrebbe conservare inutilmente il suo ricordo, solo per soffrire di nuovo dello stesso lutto.»
Misha sollevò il capo, più attenta.
«Se così fosse» continuò l’uomo con calma «devi stargli il più vicino possibile e fargli capire che non deve aggrapparsi ai fantasmi del passato. Se ti vuole bene…»
«Sì che me ne vuole!» esclamò lei, accigliandosi.
Ma si accorse subito di non aver infuso in quelle parole tutta la sicurezza che avrebbe voluto.
«Allora trova il modo di accompagnarlo gradualmente al risveglio… ma non incitarlo a farlo» disse Darcia con calma. «È un processo delicato.»
«Lei come ha fatto? Ha detto che si è risvegliato durante l’infanzia… dev’essere stato spaventoso.»
«Lo è stato…»
Non aggiunse altro.
«Comunque alla fine ho accettato il mio passato. E sono felice che il ricordo della mia Hamona sia riaffiorato, anche se ora è come avere un velo invisibile che mi separa da lei.»
Misha sorrise appena. «Credo di non aver mai conosciuto una persona più innamorata di lei.»
Darcia le rivolse un sorriso grato. «Per alcuni potrebbe sembrare un’ossessione.»
Misha scosse il capo. «No. Il suo è amore puro. Si fidi delle mie parole.»
Per un istante a Misha parve di scorgere una luce nuova nello sguardo dell’uomo. Forse la più sincera e genuina che gli avesse mai visto da quando lo conosceva.
Darcia allungò lo sguardo verso la finestra. Ormai si stava facendo completamente buio.
«Vado a chiamarti una macchina che ti riaccompagni» disse, alzandosi di nuovo in piedi. «Ma prima vorrei chiederti un’ultima cosa.»
Misha si alzò a sua volta e fece un paio di passi verso di lui, attenta.
«Se per Capodanno tu e Hige non avete impegni, avrei piacere di invitarvi alla festa che terrò sulla terrazza del mio ufficio.»
Aggiunse con un sorriso: «E no, non è richiesto l’abito formale.»
Misha sorrise, divertita.
«Mi fa piacere saperlo. Ma dirò ad Hige di mettersi almeno una camicia… o potrebbe presentarsi davvero in tuta.»
«Quindi deduco che accetti l’invito?»
Misha annuì e Darcia sembrò sinceramente soddisfatto.
«Ora aspetta qui. Continua pure a prendere qualcosa, non fare complimenti. Vado a chiamare Edward.»
«Va bene.»
Quando il magnate uscì dallo studio, la ragazza fece per voltarsi e tornare verso la poltroncina.
Ma fece appena un passo che si arrestò.
Una nenia — la stessa che aveva sentito il giorno in cui aveva conosciuto Kiba — risuonò nella sua testa.
L’odore di fiori che l’aveva avvolta fino a quel momento parve improvvisamente intensificarsi.
La voce era soave, dolce.
Gli occhi di lupo della ragazza ruotarono lentamente verso la libreria.
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