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«Si tramanda che chi li segue non cammina in cerchio, anche se così sembra. È una spirale lenta, che riporta vicino agli stessi luoghi, ma con occhi diversi.» - Racconti perduti de Il Libro della Luna
Misha aveva passato tutta la mattina ad assistere Hige. Al ragazzo era salita la febbre, ma già avvicinandosi all’ora di pranzo iniziava a migliorare.
Più volte gli passò un panno fresco sulla fronte e gli preparò un brodo leggero per dargli un po’ di forza. Dovette persino imboccarlo, perché il ragazzo sembrava ancora prigioniero di quell’incubo. Ma tra i vari balbettii senza senso, un nome emerse. Almeno, credette che lo fosse: «Blue». Il ragazzo prometteva a questa persona che l’avrebbe ritrovata a ogni costo.
Misha non aveva idea a cosa si riferisse, anche se non poté negare a sé stessa che sentirgli chiamare il nome di quella donna — sempre ammesso che si trattasse di una donna, dato che usava il femminile — la faceva stare male. Si ripromise però di non lasciarsi andare a una gelosia senza fondamento, almeno finché il suo fidanzato non si fosse rimesso in sesto.
Sorrise quando, a un certo punto, Hige sembrò guardarla davvero. Gli accarezzò i ricci fulvi e gli chiese come si sentiva.
Hige sospirò. «Come se un treno mi avesse investito.»
Misha sorrise. «Almeno il senso dell’umorismo ti è rimasto.»
Le lancette dell’orologio giravano e finalmente il colorito tornò sulle gote di Hige circa un’ora più tardi. Fortunatamente era un ragazzo forte. Il segnale più evidente della sua ripresa arrivò quando, a un certo punto, Misha sentì il suo stomaco brontolare rumorosamente.
«Hai fame?» gli chiese.
«Un po’» rispose lui, con tono imbarazzato. «Ma non ti preoccupare, mangerò poi a casa. Tu devi andare al lavoro.»
Misha fece spallucce. «Per quello è tardi, il mio turno era la mattina. Ma non preoccuparti, ho chiamato e hanno capito.»
Hige si mostrò dispiaciuto. «Mi dispiace... ti ho causato un mucchio di problemi.»
La ragazza si sedette accanto a lui e si sporse in avanti per baciargli la fronte. «Va tutto bene, l’importante è che tu ti riprenda.» Poi sorrise ancora più ampiamente. «A proposito, felice mesiversario.»
Hige sorrise a sua volta e si sporse per baciarla. Poi l’attirò a sé in un forte abbraccio. Misha arrossì e contraccambiò felice, finché il ragazzo non aprì bocca.
«Misha.»
«Dimmi.»
«Ma se stiamo insieme da un mese, perché continui a farmi pagare i panini?»
Lo sguardo di Misha si trasformò subito in una smorfia contrariata e scocciata. «Ti sei messo con me perché speravi di scroccare i panini?»
«Io... beh...»
Misha si staccò immediatamente, guardandolo con indignazione.
Poi improvvisamente scoppiarono a ridere entrambi. In quel momento anche lo stomaco di Misha brontolò ed ella assunse un’espressione imbarazzata.
«Direi che è ora di pranzo... ma accidenti, non ho preparato niente.»
«Non preoccuparti, mi va bene anche un pacchetto di cracker.»
«Niente affatto, sei ancora febbricitante.» Poi ci pensò su. «Se vado al minimarket per un attimo, puoi assicurarmi che non morirai nel frattempo?»
Hige le lanciò un cuscino in faccia.
«Lo prenderò per un sì» concluse la ragazza, con un vistoso nervo che le pulsava sulla tempia.
Quando la porta di casa si chiuse, il silenzio tornò a regnare nell’appartamento. Hige rimase sdraiato a letto per qualche minuto, fissando il soffitto e cercando conforto nel cuscino che gli sollevava la testa pesante. Alla fine però fece una smorfia.
«Devo fare pipì.»
Si alzò lentamente, per evitare capogiri, e si diresse in bagno.
Quando ne uscì, attraversando il salotto, notò a terra un pezzo di carta strappata. Lo raccolse e il suo sguardo si accigliò immediatamente, leggendo le parole stampate sopra. Si diresse quindi in cucina e, aprendo il coperchio del cestino, trovò al suo interno ciò che restava del libro I Racconti della Luna.
Il suo sguardo si incupì, ma subito dopo una fitta gli attraversò la testa.
Qualunque cosa fosse accaduta quella notte, no, non si trattava di un sogno. Era troppo vivido.
«Blue» disse a bassa voce e, per la prima volta, accostò davvero quel nome a un volto. La cosa gli procurò una profonda nostalgia. Come poteva essersi dimenticato dell’amore della sua vita?
Tornò in camera da letto e, dopo un rapido sguardo alla stanza, si soffermò sulla bacheca di sughero appesa sopra la cassettiera. In bella vista spiccava la striscia di foto che, un mese prima, al Bioparco lui e Misha si erano scattati alla macchinetta. Accennò un sorriso: anche se si sarebbe dichiarato solo al ritorno dalla gita, in quel momento di gioia il suo cuore era esploso, standole così vicino.
Sentì di nuovo il bisogno di sedersi e portarsi la testa tra le mani. Il respiro si fece incerto, tremante. Rimase così per almeno un minuto, cercando di regolarlo. Tutto quello che stava capitando non poteva essere reale.
Poi si ricordò di avere ancora in rubrica il numero del detective Lebowski. Lo aveva da quando era stato interrogato quel giorno, sette mesi prima.
Mentre il cellulare emetteva il tipico suono di attesa, Hige quasi sperò che dall’altra parte non rispondesse. Si sentiva un completo folle per quello che stava per dire, eppure avvertiva il bisogno di parlarne con qualcuno.
Alla fine il detective rispose.
«Detective Lebowski, sono io, Hige. Credo di essermi ricordato di Blue.»
Dall’altra parte, Hige sentì l’uomo come sussultare.
Il nervoso gli salì alla gola, ma cercò di mantenere la calma. Lebowski aveva scatenato quella reazione in lui che lo aveva fatto stare male per giorni, e ora pretendeva delle risposte.
«Può dirmi che cosa significa tutto questo? Perché mi ricordo di quella ragazza all’improvviso? Chi è, e che cosa c’entra lei, detective?»
«Hige» disse piano Hubb. «Ammetto che ciò che mi stai dicendo lascia sconvolto anche me. Non credevo potesse funzionare... ma ormai temo di non avere più alcun dubbio al riguardo.»
«Ma di che sta parlando?»
«Tu sei un lupo rinato, Hige.»
Al ragazzo quasi scivolò di mano il cellulare. Ma ciò che provò non fu scetticismo: piuttosto la sensazione di una rivelazione. Una rivelazione simile a quando un medico dà finalmente un nome al malessere che si sta provando.
«Ma... ma che assurdità... lei è fuori di senno» disse, con tono tremante.
«Credimi, fino a poco tempo fa anche io avrei affermato lo stesso» rispose il detective, con voce grave. «Ma sta accadendo qualcosa. Un processo che è iniziato con il riemergere dei fiori della luna.»
Fece una breve pausa.
«Per telefono però è difficile parlarne. Sei per caso libero domani?»
Il labbro di Hige tremò. «Va... va bene. A domani. Mi mandi poi l’indirizzo dell’incontro.»
Quando riagganciò, la testa riprese a girare come un vortice. Sentì di nuovo il bisogno di buttarsi a letto e rimanere lì finché Misha non fosse tornata.
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Le porte automatiche del minimarket si aprirono davanti a lei e, in un attimo, Misha aveva già il cestino in mano e stava camminando tra le corsie, alla ricerca di qualcosa di buono ma leggero che potesse far bene al suo fidanzato.
Il suo passo era lento e lo sguardo attento, mentre setacciava i vari scaffali. Finché un suono di vetri infranti non la fece sobbalzare. Poco più in là, infatti, un cliente aveva fatto cadere una bottiglia di sugo e il contenuto si era rovesciato a terra.
Sarebbe stato un incidente tipico, normalmente destinato a passare inosservato, se i suoi occhi non si fossero fissati sul punto in cui la macchia rossa si espandeva.
In quell’istante un flash la investì violentemente. Ancora Toshiro. Ancora quegli occhi privi di vita. Ma alla figura di Toshiro, questa volta, si sovrappose anche il volto di un altro sconosciuto, che però lei sapeva di conoscere e che, allo stesso modo, era morto per mano sua.
Fu come un’onda che ne richiama un’altra. Il trauma del rapimento riemerse, la follia di quel sogno che l’aveva attanagliata una settimana prima, la ricomparsa di Tsume, e poi Hige: agitato, spaventato, disperato, con quegli occhi che per un attimo le erano sembrati mutare in qualcosa di diverso.
«Signorina, si sente bene?» Un addetto l’afferrò per le braccia appena in tempo, prima che cadesse a terra.
«Io... io...»
«Le serve acqua e zucchero?»
Misha, tremante, scosse il capo. «No, la ringrazio. Devo prendere solo aria.»
Uscì dal minimarket quasi come se stesse fuggendo da qualcosa e dovette cercare in fretta un punto dove sedersi, prima di rischiare di crollare. Fortunatamente trovò un muretto basso e vi si appoggiò.
Il corpo tremava, ma non per il freddo.
Provò a tornare con la mente alle parole del professor Silva, che aveva confermato a lei e a Hige che il Rakuen non era altro che un racconto inventato. Desiderò con tutte le sue forze aggrapparsi a quell’idea, ma poi, come un colpo improvviso, si fecero largo nella sua mente le parole di Darcia**: «Il Rakuen non è una leggenda.»**
Il cuore le batté all’impazzata.
Ripensando al magnate, ricordò anche che le aveva detto che, se avesse avuto bisogno di parlare di quelle cose, chi se non lui «era il massimo esperto»?
Non si rese quasi conto di aver recuperato il cellulare dalla tracolla e, quando lo fece, rimase con il dispositivo sospeso a mezz’aria. Che cosa avrebbe dovuto dirgli di preciso?
Qualunque cosa fosse, sperò almeno che — come già accaduto in precedenza — dirla ad alta voce avrebbe tolto peso a quegli stessi pensieri. Parlando con Darcia, benché lui credesse al Rakuen per le sue ragioni, forse avrebbe ritrovato quel lume di lucidità che tanto sperava di recuperare.
Non aveva il suo numero personale, ma provò a chiamare l’ufficio.
«Darcia Industries, buonasera» disse una voce professionale dall’altra parte.
«B-buonasera.» Prese un respiro. «Sono Misha. Un’amica del signor Darcia. Ecco, io volevo lasciare un messaggio, se non è un problema.»
La voce dall’altra parte non rispose subito. «Che messaggio vuole lasciare, signorina Misha?»
Misha sentì le orecchie pulsare. «Io... io volevo lasciare detto che...» Non sapeva neanche lei cosa dire di preciso. «Che il Rakuen forse si sta riaprendo. Io forse ricordo qualcosa.»
Si aspettava già che la receptionist la rimproverasse o la liquidasse bruscamente, ma con sua sorpresa la donna si limitò a registrare il messaggio, assicurandole che sarebbe stata richiamata il prima possibile.
Rimase stupita — e anche un po’ inquietata — quando, poco prima di risalire le scale, il cellulare squillò.
Posò i sacchetti a terra e, quando rispose alla chiamata, quasi sobbalzò.
«Buongiorno, Misha.» La voce di Darcia era, come sempre, profonda ed elegante.
«Buongiorno a lei, Darcia» disse lei, con un tono forse più squillante di quanto avrebbe voluto. «Come sta?»
«Io bene. Immerso tra mille impegni, ma per un’amica c’è sempre tempo.»
Misha sorrise lievemente. «Grazie. E scusi per averla distratta dal suo lavoro.»
«Mi è stato riferito del messaggio. Hai detto che forse “ricordi qualcosa”.»
Si sentì tremendamente stupida nel sentire pronunciare le sue stesse parole. Eppure ormai la sua mente sembrava molto più propensa a credere a quelle assurdità piuttosto che cercare ancora una volta una spiegazione razionale.
Darcia, dall’altra parte, avvertì l’esitazione.
«Ecco... non so come spiegarlo. Ma in questo ultimo periodo mi sta succedendo qualcosa. Qualcosa che mi spaventa molto.»
«Mi dispiace molto sentirti dire una cosa del genere» rispose Darcia, e la sua voce sembrava davvero partecipe. «E questo ha a che fare con il Rakuen? Con quello che ti ho detto l’altra sera?»
«No. Anzi, mi ha commosso che lei si sia voluto confidare con me. Ma è qualcosa che ormai sto covando da mesi.»
«Dal tuo rapimento.»
«No. Da prima. Da quando ho conosciuto una certa persona.»
Darcia non rispose subito. «Tsume?»
«Sì» rispose lei. «E poi qualche settimana fa un’altra ancora... e poi... il mio fidanzato, Hige.»
«Calmati, Misha. Ti sento agitata. Riprendi fiato.»
Solo in quel momento Misha si rese conto di essersi appoggiata alla parete e che le gambe le stavano tremando.
«Darcia, io non capisco che cosa sta succedendo. Che mi succede? Che succede ad Hige? E perché questo Rakuen ormai sembra essere diventato una costante nella mia vita?»
«Respira, Misha» ripeté lui con calma. «Ti prometto che ti aiuterò a trovare le tue risposte. Ma in questo momento hai bisogno di calmarti. C’è qualcuno lì con te?»
Misha annuì, anche se lui non poteva vederla. «Sì. Sono a casa con Hige. Mi sto prendendo cura di lui, ha la febbre.»
«Molto bene. Resta a casa e riposati per oggi.» Fece una breve pausa. «Domani lavori?»
«Sì, la mattina.»
«Perfetto. Dopo il lavoro ti vengo a prendere e mi racconterai tutto.»
«Non voglio disturbare.»
«Nessun disturbo» disse lui, con tono più deciso. «Non posso saperti in questo stato e non fare nulla. Siamo amici.»
Per un attimo a Misha tornarono in mente le parole di Hige, quando quella sera le aveva dato dell’ingenua. Ma scacciò rapidamente quel pensiero. Lei sapeva perché Darcia l’aveva abbracciata e non le sembrava affatto quel tipo d’uomo.
«Va bene... grazie, Darcia. Sei davvero un amico.»
«A domani, allora. E buon riposo.»
Quando Darcia riattaccò, Misha si passò rapidamente una mano sul viso per asciugarsi le lacrime.
Quando risalì a casa, trovò Hige fuori dal letto, seduto su una sedia, intento a scorrere dei video sul cellulare, completamente assorto.
«Perché sei in piedi?» gli chiese, mascherando ciò che in quel momento stava provando.
Lui alzò appena lo sguardo. «Mi ero stancato di stare sdraiato. Ora non mi gira più la testa.»
«Ti prendo almeno una coperta da metterti sulle spalle.»
«Sto bene così» disse lui, mentre la osservava entrare in cucina per sistemare la spesa. «Ci hai messo un po’.»
«Ho trovato un po’ di fila» rispose lei, mentre recuperava dalla busta un paio di confezioni di lasagne da scaldare al forno.
«Sai che sta girando un hashtag sui social?»
«Sì?» chiese, senza troppa curiosità.
«Lo chiamano “BadFlower”. Sembra che ci sia una vera e propria moda, in tutto il mondo, di schiacciare, strappare o distruggere un particolare tipo di fiore.»
Misha si accigliò. «Che fiore?»
«I fiori della luna.»
Alla ragazza quasi sfuggì di mano la vaschetta che stava per infornare. «Perché?» La voce tremò appena.
«Non si sa. La gente è sempre più pazza. Sembra che qualcuno odi particolarmente questi fiori.»
«Forse perché sono il simbolo del nuovo ciclo che ricomincia» disse lei a bassa voce, senza sapere nemmeno da dove provenissero quelle parole. «E non tutti potranno rinascere.»
Forse Hige non la sentì, perché non ricevette alcuna risposta.
«Senti, domani non posso venire a prenderti» disse improvvisamente il ragazzo, tutto d’un fiato. «Spero non ti dispiaccia.»
Misha scosse il capo mentre tornava in salotto, portando con sé le tovagliette da distribuire sul tavolo. «Riposati. Anche io, comunque, domani pomeriggio ho un impegno.»
«Ah sì?»
«Niente d’importante» rispose lei, cercando di sembrare naturale e mostrando un lieve sorriso. «Mi prometti però che mi farai sapere come stai?»
«Certo.»
Le prese la mano e se la portò alle labbra. In quel momento aveva un assoluto bisogno del suo contatto.
Misha arrossì appena.
Poi si guardarono negli occhi ed entrambi lessero, l’uno nell’altra, una sottile malinconia.
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Hubb si stupì della difficoltà che stava incontrando nello scegliere cosa indossare per l’appuntamento con Cher. A quarantatré anni suonati avrebbe dovuto essere più sicuro di sé, invece eccolo lì, con il letto cosparso di camicie e cravatte. Del resto, forse dai tempi dell’accademia non usciva con una ragazza, e ora la cosa gli stava causando non poco disagio.
Fu perfettamente inutile ripetersi che, in fondo, quella non era una vera uscita di piacere: doveva conoscere meglio la donna per capire quanto sapesse degli affari di Darcia e di tutta quella questione sui lupi e sulle altre stranezze. Certo non poteva fare domande dirette — o probabilmente avrebbe ottenuto soltanto del vino schizzato in faccia — ma sperava, con le parole giuste, di riuscire a estrapolare quanto bastava per avvalorare le sue ipotesi.
Si fermò per un attimo davanti allo specchio, accostando al viso una cravatta rossa e una blu, con una smorfia del tutto sconsolata. Doveva ancora farsi la barba, persino.
Se tutto ciò era vero, loro, nella loro vita precedente, erano stati sposati… anche se a un certo punto avevano divorziato. Come sarebbe andato, quindi, quell’incontro?
Non aveva chiaro il motivo per cui, nella loro vita passata, si fossero separati. Eppure, più ripensava al suo viso, più il suo cuore batteva forte.
«Una seconda possibilità!»
Le parole gli uscirono con un entusiasmo così improvviso da farlo arrossire per l’imbarazzo.
Quando arrestò la macchina davanti alla residenza dei Darcia, fu fortemente tentato di mordere il volante. Alla fine aveva fatto tardi e forse non si era nemmeno rasato bene, per la fretta.
«Sono un disastro» si disse sconsolato, sospirando.
Poi il suo sguardo venne catturato dall’ingresso, da cui di lì a poco sarebbe dovuta uscire Cher. L’uomo scese dal veicolo e, con le braccia incrociate, si appoggiò alla portiera.
Non poté fare a meno di lasciarsi sfuggire un fischio di ammirazione. Quella era la prima volta che vedeva la casa del magnate.
L’ingresso era separato dalla strada da un alto cancello in ferro battuto e su di esso spiccava lo stemma dei Darcia: un cerchio simile a un astro, attraversato da quattro lance disposte verticalmente e orizzontalmente. Il simbolo era racchiuso in un cerchio esterno decorato da elementi geometrici e fregi, dal quale partivano dei raggi verso il basso.
Oltre il cancello si estendeva un enorme giardino curato. Più che un giardino, lo si poteva definire un parco. Al centro spiccava una fontana, ora spenta e coperta dalla neve. Ancora più in fondo si ergeva il castello in stile classico, risalente al Seicento o al Settecento. Da quello che ricordava, quella dimora era stata acquistata proprio da Darcia III alcuni anni prima e riportata a nuova vita.
Gli era quasi caduta la mascella quando Cher gli aveva mandato quell’indirizzo per venirla a prendere. La donna abitava lì, ed Hubb non poté fare a meno di chiedersi quale fosse il motivo. E se il fatto di non aver nascosto il suo legame — almeno dal punto di vista professionale — con il suo ricercato fosse un modo per mostrare quel tanto di verità necessario ad apparire innocente.
Tutte le sue congetture andarono a farsi benedire quando, da dietro l’angolo di una siepe, spuntò Cher.
Il cuore di Hubb iniziò a battere come un forsennato. La donna indossava un abito elegante blu oltremare, scarpe laccate, dal tacco basso, una pelliccia bianca sintetica e una borsetta del medesimo colore. I capelli erano raccolti nel solito chignon, che metteva in risalto gli orecchini e la collana di perle, oltre che i suoi occhi azzurro cielo.
Hubb si ritenne fortunato di aver scelto per l’occasione il completo della laurea, che per fortuna gli entrava ancora.
Quando la donna aprì il cancello con un leggero stridio, Hubb si tolse immediatamente il cappello e le andò incontro.
«Buonasera, Cher» disse, tradendo una certa emozione. «Stai... stai benissimo.»
Cher sorrise appena, ma con dolcezza. «Anche tu.»
Senza perdere tempo, lui la accompagnò dall’altro lato della macchina — ovviamente messa a lucido per l’occasione — e le aprì la portiera.
«Stai comoda?» le chiese poi, quando entrò anche lui.
Cher si mise la cintura e annuì. «Le macchine classiche ad uso domestico sono decisamente più comode delle limousine.»
Hubb evitò accuratamente di ammettere ad alta voce che non aveva la minima idea di come ci si potesse sentire dentro una macchina del genere.
Arrivarono in centro città e, dopo aver parcheggiato, si diressero verso il grattacielo dove, in cima, avrebbero trovato il ristorante che Cher gli aveva proposto per l’aperitivo.
Hubb si domandò se, dopo quel pomeriggio, avrebbe dovuto chiedere un anticipo dello stipendio al lavoro per non rimanere senza soldi per pagare le bollette. A Cher, però, cercò di sfoggiare il suo miglior sorriso.
«Vedo che questa volta non hai indossato la collana della tua famiglia» osservò.
«Ce l’ho sempre con me» disse lei. «E poi mi sembrava che questa collana si abbinasse meglio al vestito, non trovi?»
Hubb sentì le guance bruciargli. Si era soffermato forse un po’ troppo sull’incavo del suo collo per osservare le perle.
«Assolutamente. Sì, sì» balbettò, cercando di rimanere composto.
L’ascensore si aprì e il brusio della clientela, insieme al tintinnare di piatti e cucchiaini, li accolse immediatamente. Il locale era molto elegante, giocato sulle sfumature del verde e dell’oro.
Cher aveva prenotato un tavolo per due proprio davanti alle finestre a parete, che mostravano il panorama della metropoli.
Hubb le tirò indietro la sedia per farla accomodare.
«Allora la cavalleria esiste ancora!» esclamò lei, divertita.
Il detective ridacchiò, imbarazzato, e poi si sedette anche lui. Si guardò attorno. «Ci avranno visti? Devono darci il menu.»
«Ma no, adesso si fa tutto con il QR Code» disse lei, indicando un foglio plastificato al centro del tavolo, su cui era stampato un quadrato composto da piccoli quadratini neri.
Hubb fece una smorfia scocciata**. «Odio questi affari. Non mi piace per niente usare il cellulare, sono della vecchia scuola.»**
Cher si lasciò andare a una smorfia divertita. «Passamelo, ci penso io.»
Hubb sbloccò il telefono e glielo porse.
«Vedi? Adesso devi solo selezionare le voci e metterle nel carrello.»
Hubb sospirò. «Ti dispiace pensarci tu?»
«Va bene. Vuoi che scelga anche il vino?»
«Mi fido dei tuoi gusti» disse lui, sperando che la donna non avesse gli stessi gusti sofisticati del suo datore di lavoro.
In poche mosse, l’ordinazione fu fatta e inviata alla cucina.
«Sei davvero un’esperta di tecnologia. Nel tuo campo immagino starai sempre davanti al computer.»
«Beh... selezionare un ordine non è così complicato» disse lei, restituendogli il dispositivo. «Comunque sì, per le mie ricerche il computer è essenziale.»
«Qualche esperimento alla Frankenstein?» scherzò lui.
Cher scosse il capo e rise. Hubb perse quasi un battito.
«Sono una neuroscienziata, quindi al massimo potrei essere il professor Walgate di Fiend Without a Face.»
Lo sguardo dell’uomo si fece ancora più entusiasta.
«Ti intendi di cinema classico?»
«Beh, qualcosa. Almeno i più iconici. Ma non posso definirmi una cinefila.
«Già il fatto che tu conosca quel film ti mette molto più avanti di tanti sedicenti tali!»
Il cameriere arrivò con due calici e il vino.
«Allora, a noi» disse Hubb, sollevando il bicchiere. «A noi stacanovisti che, per una volta, si sono concessi un momento di relax.»
Cher sorrise e batté il suo bicchiere contro il suo.
«A noi.»
Hubb fece ruotare lentamente il calice tra le dita, osservando il riflesso dorato del vino.
«Devo dire che hai scelto proprio bene il posto.»
Cher sollevò appena lo sguardo verso la città oltre la vetrata.
«Mi piace osservare le cose da una certa distanza. Da quassù tutto sembra più semplice.»
«Illusione ottica» rispose lui. «Da vicino la città è molto meno ordinata.»
Cher lo guardò con un sorriso appena accennato.
«Parli per esperienza professionale?»
«Direi di sì.» Fece una pausa, poi aggiunse con tono più leggero. «Il tuo lavoro invece dev'essere molto più… pulito. Laboratori, ricerche...»
«Non sempre» disse lei. «La mente umana è un territorio molto più disordinato di una città.»
Hubb ridacchiò piano. «Cervelli impazziti, giusto?»
«Esatto.» Cher inclinò appena la testa. «E tu invece lavori ancora su casi… insoliti?»
Lui sollevò un sopracciglio. «Insoliti è una parola interessante.»
«È il termine che userei» disse lei con naturalezza. «Immagino che un detective incontri ogni genere di persona.»
Hubb prese un sorso di vino.
«Questo è certo.» Poi la osservò con più attenzione. «Ma mi chiedo se lo stesso non valga anche per chi lavora con uomini come Darcia.»
Cher non si scompose. «Il mio lavoro è scientifico. Non mi occupo degli affari del mio datore di lavoro.»
«Capisco.» Hubb annuì lentamente. «Anche se immagino che una persona nella tua posizione finisca per assistere a molte cose.»
Cher sfiorò il bordo del calice. «Dipende da cosa intendi per assistere.»
Un attimo di silenzio.
Poi Hubb continuò con apparente leggerezza.
«Qualche mese fa ho lavorato a un caso piuttosto complicato.»
Cher lo guardò. «Davvero?»
«Una ragazza rapita.»
Lei annuì piano. «Credo di intuire a cosa tu ti riferisca.»
Hubb studiò attentamente la sua espressione. «E ricordo anche che qualcuno intervenne per salvarla.»
Cher fece ruotare lentamente il vino nel bicchiere prima di rispondere.
«Sì. Il signor Darcia.» La sua voce rimase perfettamente calma. «Non è esattamente il tipo di uomo che resta a guardare.»
Hubb accennò un sorriso. «Questo l'ho capito.»
Bevve un altro sorso. «Ma è curioso.»
«Cosa?» chiese lei.
«Che una persona come lui finisca vicino a situazioni… insolite.»
Cher si appoggiò leggermente allo schienale.
«Forse perché è il tipo di persona che non ignora le cose quando accadono.» Poi lo osservò con più attenzione. «Oppure perché vuole assicurarsi che le cose vadano per il verso giusto.»
Le parole rimasero sospese tra loro.
Hubb fece scorrere lo sguardo verso la città.
«Ti capita mai di incontrare persone che sembrano… fuori posto?»
Cher sollevò un sopracciglio. «In che senso?»
«Persone che sembrano vivere ai margini della città.»
Fece una pausa.
«Gente che non appartiene davvero a questo posto.»
Cher rimase in silenzio per un attimo. Poi disse con tono quasi pensieroso: «A volte le persone non cercano di appartenere.»
Hubb tornò a guardarla. «E cosa cercano allora?»
Un leggero sorriso apparve sulle labbra della donna. «Dipende.» Sollevò il bicchiere. «Tu, per esempio… cosa stai cercando ultimamente, detective?»
Hubb ridacchiò. «Un po' di pace.»
«Non sembri il tipo.»
«Infatti non lo sono.»
Cher inclinò appena la testa. «Hai mai incontrato qualcuno che cercasse qualcosa di… impossibile?»
Il detective non rispose subito. Poi disse: «Qualcuno che cerca qualcosa che non esiste?»
«O qualcosa che la maggior parte delle persone crede non esista.»
Hubb sorrise appena. «Allora sì.»
Cher lo fissò con i suoi occhi azzurri. «E l'hai trovato?»
Hubb fece tintinnare il bicchiere contro il suo.
«Non ancora.»
«Peccato» disse lei.
«Già.»
Il detective si appoggiò allo schienale.
«Sai una cosa, Cher?»
«Dimmi.»
«Questa è probabilmente la conversazione più strana che abbia mai avuto durante un aperitivo.»
Lei sorrise, stavolta un po' più apertamente. «Allora vuol dire che è stata una serata interessante.»
Hubb arrossì, appena, poi guardò verso la finestra, per osservare un aereo che lasciava dietro di sé una lunga scia di condensa.
«Voglio confessarti una cosa» disse poi con tono enigmatico «Ho l'impressione che tu sia molto più informata di quanto lasci intendere.»
Anche Cher si mise a guardare fuori dalla finestra, poggiando la testa sulla mano. «E io ho l'impressione che tu incontri persone molto più interessanti di quanto racconti.»
Ci fu un attimo di silenzio, poi di nuovo i due si guardarono negli occhi e sollevarono i calici per l'ennesimo brindisi.
Il sole era ormai tramontato quando la coppia uscì dall’edificio.
«Sei stato davvero gentile ad aver pagato anche per me, ma non dovevi» disse lei, sorridendo.
«Figurati. Come ti ho già detto, sono della vecchia scuola» rispose lui, grattandosi la nuca con un certo imbarazzo, anche se nella tasca dei pantaloni il portafoglio stava silenziosamente piangendo.
«Vogliamo fare due passi o preferisci che ti riporti subito a casa?»
«Facciamo due passi. Per una sera che non nevica.»
Hubb alzò lo sguardo al cielo. «Hai ragione. In questa città, se non piove, nevica. È come se il cielo avesse scelto questo posto per riversare tutte le sue lacrime.»
Cher inarcò leggermente le sopracciglia, sorpresa da quell’osservazione.
Poi Hubb ebbe un piccolo sussulto quando, con naturalezza, la donna gli prese il braccio.
«Ti seguo» disse lei con tono tranquillo. «Tu conosci la città molto meglio di me.»
Il detective sorrise dolcemente mentre osservava il profilo di Cher.
«Certo» disse. «Affidati pure a me.»
La coppia si incamminò lungo le vie della città, costeggiando i negozi ancora addobbati per le feste. I volantini appesi qua e là, però, non parlavano più del Natale: invitavano piuttosto le persone a scegliere i loro locali per festeggiare l’ultimo dell’anno.
«Accidenti, quest’anno è volato» disse Hubb. «Ne sono successe di cose.»
«Sì, posso ben dirlo» rispose Cher, con un’aria leggermente pensierosa.
«Senti...» Hubb si schiarì la voce. «Hai programmi per Capodanno?»
«E tu?»
«L’ho chiesto prima io!» sospirò. «Comunque no. Forse sarei andato dai parenti, ma non ho proprio la minima intenzione di sentire ancora mia nonna chiedermi quando mi sposerò e quando la farò diventare bisnonna... per non parlare di mia madre.»
Cher si lasciò andare a una risata sincera, argentina.
«Ehi! Non c’è nulla da ridere! Ogni volta vorrei saltare fuori dalla finestra.»
«Ma no, ti capisco» disse lei. «Forse è un bene che quest’anno non sia riuscita a tornare dai miei. Temo che avrei subito lo stesso trattamento!»
«Allora per quest’anno magari entrambi saremmo a posto» disse Hubb, abbassando un poco la voce mentre la guardava negli occhi.
Cher arrossì appena e distolse lo sguardo.
«Beh... il mio capo per quest’anno ha organizzato una festa sulla terrazza delle Darcia Industries. Credo che vi prenderò parte, se verrai con me.»
Hubb non colse subito il senso della frase. Quando finalmente la elaborò, drizzò la schiena.
«Certo! Mi... mi farebbe assolutamente piacere partecipare!»
«Mi devi promettere però che terrai il poliziotto a casa» disse lei, assottigliando lo sguardo.
«Te lo prometto! A Capodanno non saremo altro che Hubb e Cher.»
Ci fu un lungo momento in cui i due si guardarono negli occhi. Ma proprio quell’attimo di distrazione divenne l’occasione perfetta per uno scippatore, che le strappò la borsetta dalle mani.
«No, ferma, non inseguirlo!» gridò Hubb, non appena vide la donna scattare in avanti.
«Dentro c’è la collana della mia famiglia!» disse lei, voltandosi appena.
«Accidenti!»
Hubb iniziò a correre a sua volta, imprecando contro i suoi vestiti eleganti che gli limitavano i movimenti. Cher invece, grazie all’abito più morbido e ai tacchi bassi, ebbe meno difficoltà.
Hubb fece appena in tempo a vederli girare l’angolo.
Quando li raggiunse, il sangue gli salì alla testa. Il ladro si era voltato e, notando anche la collana di perle, aveva allungato la mano verso il collo della donna, strappandogliela via. Subito dopo le diede una spinta: Cher batté con la nuca contro il muro.
Il detective non vide più nulla. Si lanciò contro il malvivente e gli sferrò un pugno che lo fece rovinare a terra.
L’uomo tentò di rialzarsi e di travolgerlo, ma Hubb era un poliziotto addestrato: con poche mosse rapide e ben assestate riuscì a difendersi e a sottrargli la borsetta.
Il ladro riuscì comunque a scappare, ma a quel punto a Hubb non importava più.
«Cher! Ehi, Cher, mi senti?»
La sollevò delicatamente tra le braccia. La donna sembrava incosciente.
In quel momento Hubb ebbe una visione. Una visione che gli lacerò l’anima: lui che lasciava andare, nelle acque profonde di un lago, il corpo senza vita di Cher.
Una lacrima gli scivolò lungo la guancia.
«Cher, apri gli occhi!» disse, con la voce incrinata.
Cher mosse appena gli occhi sotto le palpebre e, quando finalmente li riaprì, vide il viso sfocato del detective.
«Hubb... sei tornato da me» sussurrò, accarezzandogli piano una guancia.
«Tornerò sempre da te, sciocca!» rispose lui, abbracciandola d’istinto.
Non comprese le sue stesse parole — né quelle di lei — ma in quel momento sapeva che erano le uniche giuste da dire.
Quando la portò a casa, rimasero per un momento in silenzio in macchina, colmato solo dal ronzio del motore.
«Sei certa che non avresti preferito andare al pronto soccorso?» chiese lui preoccupato, mentre con lo sguardo esplorava il suo viso alla ricerca di qualche segno di debolezza.
La donna aveva lo chignon disfatto, qualche graffio e aveva perduto la collana di perle, ma per il resto non sembrava avere ferite importanti.
Scosse il capo. «Anche qui comunque c’è un’infermeria. Del resto qui abitiamo in centinaia» disse lei. «Credo che al massimo mi verrà un bernoccolo, ma non penso starò peggio di così.»
Hubb sospirò. «Una serata movimentata. Proprio come piace a noi.»
«Come piace a noi?» chiese lei, interrogativa, chinando appena il capo.
Hubb si grattò la nuca e scosse la testa. «Scusa, sto delirando.»
Poi scese dall’auto per aprirle la portiera. Quando Cher si alzò, ebbe un piccolo capogiro, ma Hubb fu subito pronto a sorreggerla.
«Sei sicura di stare bene?» chiese ancora una volta. «Vuoi che ti accompagni dentro?»
Cher scosse di nuovo il capo. «A quest’ora la sorveglianza è fitta. Non mi va di dover dare mille spiegazioni sull’introduzione di uno sconosciuto.»
«Il tuo capo tiene molto alla sua privacy» disse lui con una punta d’ironia.
Cher non rispose.
«Ci vediamo il trentuno alle Darcia Industries?» chiese la donna dopo un momento.
Hubb annuì. «Ci vediamo lì.»
Si soffermarono per qualche secondo a guardarsi negli occhi. Poi Cher abbassò lo sguardo e lo rivolse verso il cancello.
«Buonanotte, allora, detective Lebowski.»
«Buonanotte, dottoressa Degre.»
Quando Cher scomparve oltre il cancello, Hubb tornò nel suo abitacolo e sentì il bisogno di socchiudere gli occhi.
Ripensò al pomeriggio appena trascorso e sospirò. Era stato davvero bene: l’emozione di uscire con una donna affascinante come Cher, ma anche quella strana nostalgia che lo aveva accompagnato per tutto il tempo.
Ma non fu l’unica cosa a cui pensò.
Lo scambio di battute tra loro era stato enigmatico. Ognuno aveva cercato di carpire qualcosa dall’altro. Era stata come una danza delicata, fatta di mezze frasi e allusioni.
Cher aveva dipinto Darcia come un uomo altruista.
Davvero voleva fargli credere che un uomo come lui fosse sceso in prima linea per salvare una sconosciuta… senza nessun tornaconto?
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