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Creato il 21/05/2026, 13:22 · Aggiornato il 21/05/2026, 13:22

Capitolo 15: Don't forget blue - Parte 2

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

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Un’ora più tardi Misha aveva terminato il suo turno e si era andata rapidamente a cambiare.

Anche Nadia rimase sinceramente colpita e non mancò di condividere la sua gioia quando la ragazza le mostrò la collanina.

Misha se la mise immediatamente al collo e, con gli abiti che aveva deciso di indossare quel giorno, notò che ci stava proprio bene.

Stringendo la tracolla con una mano e un lembo della giacca bianca con bottoncini dorati con l’altra, si avviò verso il parco centrale di Freeze City.

Si rese conto che era davvero da molto tempo che non ci andava. Forse, inconsciamente, aveva associato quel luogo a quei giorni di primavera in cui condivideva la sua panchina preferita con Tsume.

Prese un profondo respiro. Forse finalmente quello era il momento di dimenticare.

La fontana era stata spenta e svuotata, i pesci rimossi per prepararla alla primavera successiva. La panchina era lì, libera da qualsiasi avventore.

Per un attimo le sembrò di vedere ancora qualcuno seduto lì accanto.

Scacciò quel pensiero e si fece forza.

La neve sotto i piedi scricchiolò appena mentre percorreva gli ultimi metri e si sedette.

Percorse il viale. Il sole era ormai calato e la neve cadeva in piccoli fiocchi, accumulandosi su quella già presente. Benché non fosse nemmeno l’ora di cena, il posto era semideserto.

Attese lì da sola per un po’ di tempo. Le guance ormai erano rosse per il freddo e dalle narici uscivano piccole nuvolette di condensa. Era ancora sopportabile, ma in parte desiderò che il ragazzo le avesse proposto una capatina in cioccolateria piuttosto che una passeggiata.

Mentre fissava distrattamente un punto imprecisato del parco, sentì dei passi avvicinarsi.

Sempre più vicini.

«Ah, eccoti fin—»

Le parole le morirono in gola. Gli occhi si sgranarono all’istante e balzò in piedi di scatto, ritraendosi alla vista del nuovo arrivato.

«Che ci fai qui?» disse con tono roco e sconvolto.

Tsume stava di fronte a lei, con un’espressione seria. Indossava un pesante giubbotto di pelle e le iridi gialle erano puntate su di lei.

«Ciao, Misha» si limitò a dire, senza particolare entusiasmo.

Il cuore della ragazza iniziò a pulsarle nelle orecchie. Con una mano strinse con forza il manico della tracolla.

«Perché sei qui?» chiese a denti stretti.

Tsume non rispose subito. Nel suo sguardo c’era una luce particolare, ma si trattenne dall’esprimerla a parole.

«Credevo fosse giunto il momento di farti sapere che non sono scomparso.»

«Ma tu sei scomparso!» sbottò lei, come se avesse trattenuto il fiato fino a quel momento. «Da quel giorno… tu sei scomparso.»

«Dovevo sparire, o mi avrebbero arrestato insieme a tutti gli altri.»

«E non hai pensato neanche per un secondo di farmi sapere qualcosa?»

Tsume chinò appena il capo. Non si giustificò. «È vero. Mi sono comportato da stronzo.»

«Sì, lo hai fatto!» rispose lei. Una lacrima le scivolò dall’occhio sinistro. «Ma del resto io sono stata un errore per te.»

Tsume corrugò la fronte e sentì la bocca dello stomaco stringersi. Era proprio quello che voleva evitare: il desiderio folle di prenderla e stringerla a sé con tutte le sue forze.

Ma sapeva che non sarebbe stato giusto. E che non se lo meritava.

«Per quel che vale… mi rimangio quelle parole.»

«È tardi…» disse lei in un sussurro. «Sei arrivato tardi. Io ora ho trovato qualcuno che tiene veramente a me… e a cui io tengo.»

Il vento iniziò a soffiare un po’ più forte, facendola tremare leggermente.

«Sì. Hige ti rispetta e sembra molto legato a te.»

Misha alzò il capo di scatto, completamente stupita.

«Che ne sai tu di come si chiama?»

«Me lo ha detto Kiba» rispose lui.

Misha fece ancora un passo indietro. Dunque Kiba alla fine aveva trovato Tsume. Che ci fosse riuscito grazie a quel suo istinto?

Il cuore perse un battito.

«Ma quando abbiamo incontrato Kiba noi ancora non…» lo sguardo si fece più duro. «Mi hai seguita?»

Tsume abbassò il capo e strinse i pugni dentro le tasche, fino a sbiancare le nocche.

«L’ho fatto per proteggerti.»

Misha sentì le gambe tremare.

«Satoshi vuole vendicarsi?»

Il giovane uomo la guardò di nuovo negli occhi, sorpreso. Quindi lei non sapeva. Non si era resa conto di ciò che era successo.

Da una parte ne fu sollevato.

«Vorrei raccontarti tutto, ma credo che questo non sia né il tempo né il luogo. Credo che voi tre abbiate bisogno di tempo.»

Appena pronunciò la parola tre, il sangue le si gelò nelle ossa. Non stava certo parlando di Toboe? Sentì qualcosa simile a un ringhio salirle dal profondo.

«Io credo che tu e Kiba siate un po’ troppo presi da questa storia del Rakuen» disse lei, mantenendo quel tono.

«Come lo è anche Darcia, del resto.»

L’affermazione la lasciò spiazzata. Non capiva cosa c’entrasse ora il magnate di Freeze City. Eppure una strana sensazione la pervase, come se la risposta fosse appena dietro una porta: forse non riusciva ad aprirla… o forse non voleva farlo.

Si voltò di lato e li vide, ai piedi della fontana: altri fiori della luna.

Quando tornò a girarsi emise appena un verso, ritrovandosi Tsume ora a soli un paio di passi da lei, a sovrastarla con la sua altezza.

Lui allungò lentamente la mano verso il suo collo.

Il corpo di Misha tremò appena, avvertendo il lieve calore di quelle dita che le sfiorarono la pelle mentre raccoglievano il ciondolo a forma di rosa, in quarzo rosa.

«Te l’ha fatto lui?»

«Sì» rispose appena, come pietrificata.

«Immagino che tu ne conosca il significato.»

Gli occhi della ragazza rimasero ancora per un attimo fissi nelle iridi gialle di Tsume. Poi, per un breve istante, sembrarono velarsi di tristezza.

«Sì.»

Quando Hige tornò a guardare l’orologio, quasi sbiancò. Si rese conto di aver perso fin troppo tempo a girare tra i negozi ed ora era in ritardo. Probabilmente Misha era già arrivata e, se questa volta avesse voluto farlo fuori e nascondere il suo cadavere nella neve, ne avrebbe avuto più che mai ragione.

I ricci sobbalzarono appena mentre correva lungo il viale innevato. Dalla bocca uscivano nuvolette di condensa, mentre i fiocchi di neve si incastravano tra le ciocche e si posavano sulle spalle.

Aveva desiderato fare una passeggiata romantica con lei, trovare il coraggio di ribadirle quanto ci tenesse davvero a lei. Ma forse il brutto tempo e il buio non erano proprio l’ideale, soprattutto dopo aver lasciato una ragazza da sola ad aspettarlo.

Inizialmente credette che, a causa della scarsa luminosità dei lampioni bassi del parco, li avesse scambiati per qualcun altro. Stava semplicemente osservando una coppia come le altre, ma quando fu abbastanza vicino da distinguerli chiaramente il cuore accelerò di colpo: di fronte a lui stavano Misha e Tsume, quest’ultimo chinato su di lei, intento a studiare la collanina che lui le aveva regalato solo un paio di ore prima.

Dentro di sé sentì montare improvvisamente una rabbia che lui stesso non credeva di poter provare. Fu come se dentro di lui iniziasse a ringhiare una bestia feroce, con la pelliccia tutta drizzata.

Tsume non se ne accorse e la spallata di Hige lo colpì in pieno, ma per fortuna, grazie ai suoi riflessi sviluppati, non perse l’equilibrio.

Immediatamente Hige si mise davanti a Misha, con una mano distesa davanti a lei in segno di protezione. Lo sguardo era un fascio di nervi, le iridi ambrate accese come due fari.

Tsume lo fissò senza nascondere il suo stupore: per un attimo ebbe la netta sensazione di non avere più un essere umano di fronte a sé, ma qualcosa di più selvatico. Come un lupo.

«Stai lontano da lei, bastardo!» intimò Hige, digrignando i denti.

«Mi hai riconosciuto subito» affermò Tsume.

«Ti ho visto quella sera, durante la sparatoria» rispose il rosso.

«E hai capito che ero io tra tutti?»

Hige ignorò la domanda.

«Che volevi da Misha e che ci fai qui?»

Tsume fece un passo indietro.

«Non per cercare rogna, non ti preoccupare.»

«A me sembra che tu ci sia andato proprio in braccio.»

«Volevo solo assicurarmi che stesse bene. Tutto qua.»

Misha posò delicatamente una mano sulla spalla di Hige, che voltò appena lo sguardo.

«Sto bene, davvero. Non mi ha fatto niente. Andiamo via.»

«No, prima voglio sapere perché è spuntato così di sana pianta e che cosa vuole da te.»

«Te l’ho detto. Non volevo niente. E rassicurarvi che Satoshi non le farà più del male.»

Si pentì subito di averlo detto, ma in quel momento il desiderio di poterla rassicurare prevalse sulla ragione.

Entrambi i ragazzi lo guardarono con stupore.

«Davvero?» chiese Misha, con tono tremante. «Non cercherà più di rapirmi?»

«Te lo posso assicurare. Nessuno più ti sta inseguendo.»

Per la troppa tensione, Misha ebbe per un attimo un calo di pressione. Hige, rapido di riflessi, si girò per sorreggerla appena in tempo, stringendola in un abbraccio caldo e rassicurante.

Tsume ingoiò impercettibilmente saliva.

«Lei è molto importante per te.»

«Certo che lo è!» rispose subito Hige.

«Le resterai accanto qualunque cosa accada?»

«È ovvio.»

«Ma per quanto ancora?»

Hige sentì gelarsi il sangue a quella domanda così inaspettata. Improvvisamente un fremito, simile a un attacco d’ansia, lo attraversò.

Guardò Misha in viso: la ragazza era ancora abbastanza cosciente da non crollare.

«Hige… andiamo a casa» disse lei con un sussurro.

Hige annuì e le passò un braccio sotto le spalle per sorreggerla. Fece qualche passo, poi si fermò, continuando a dare le spalle a Tsume, che non mostrava alcun desiderio di seguirli.

«Se ti avvicini di nuovo a lei, non risponderò di me.»

Non era una minaccia, ma una promessa.

Tsume guardò la coppia allontanarsi lentamente.

Molti sentimenti lo attraversavano in quel momento. Aveva seguito il consiglio di Kiba di riemergere dall’ombra per farle sapere che lui c’era ancora. Perché se il piano aveva funzionato e, ben presto, Hige avesse ricominciato a ricordare… allora per quei due sarebbe stata la fine della loro relazione.

Si morse il labbro, quasi fino a farlo sanguinare.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Quando Hige e Misha salirono in macchina non si dissero nulla. Grazie alla ventola riscaldante dell’auto, Misha riacquisì ben presto il solito colorito e la pressione tornò a livelli normali.

Guardò il profilo di Hige, la cui mandibola e le spalle erano ancora contratte dalla tensione.

Si portò la mano al ciondolo e ne sfiorò i contorni con indice e medio, delicatamente.

Meno di venti minuti dopo erano arrivati a casa di lei e anche lì trovarono conforto nell’appartamento riscaldato. Si tolsero la giacca e le scarpe, poi si diressero in camera da letto.

Alla luce della lampada la collanina assunse dei bei riflessi caldi e spiccò particolarmente sul petto della giovane. Da lì gli occhi di Hige risalirono lentamente fino a quelli di Misha, che contraccambiò lo sguardo.

L’attimo dopo Hige si chinò su di lei per stringerla e baciarla con particolare intensità. Aveva bisogno di quel contatto, come se fosse vitale.

I respiri si intensificarono immediatamente, come se quei due corpi fossero ormai abituati a reagire non appena entravano in contatto a quel modo.

Hige poi si chinò ancora di più, per darle una serie di baci sul collo e inspirare l’odore dei suoi capelli.

Misha lo abbracciò alla vita, stringendolo a sé per fargli capire quanto anche lei desiderasse quell'unione.

Pochi secondi dopo Hige la spinse, senza imporsi con la forza, verso il letto e si sdraiò su di lei.

Qualche ora più tardi i due giacevano addormentati sotto il piumone.

Fuori era ancora notte fonda e la falce di luna splendeva alta tra le nuvole bianche.

Hige riaprì lentamente gli occhi, ritrovandosi immediatamente di fronte al profilo addormentato e in penombra della sua fidanzata.

Sul petto era ancora appesa la collanina, che si muoveva appena sotto il respiro lento e sulla pelle umida di Misha.

Il cuore reagì immediatamente, pervadendo corpo e mente di una piacevole sensazione. Un’emozione che lo portò a chiedersi quanto fosse fortunato ad avere accanto a sé una ragazza così bella, fuori e dentro.

Hige, ti ricordi di Blue?

«Basta… basta» supplicò a bassa voce, con un tono soffocato e carico di disperazione.

Iniziò a temere di stare perdendo il senno.

Si diresse in bagno e lì cercò di trovare un po’ di conforto lavandosi il viso. Ma purtroppo quella domanda non voleva andarsene, quel volto non voleva svanire, come se dentro di lui ci fosse qualcosa di ostinato che si rifiutava di lasciar andare quell’immagine.

Tornò in camera completamente frastornato e si sedette sul bordo del letto. Non riuscì a sdraiarsi di nuovo: era troppo teso.

Curvò la schiena in avanti e puntellò i gomiti sulle ginocchia. I piedi nudi tremarono appena a contatto con le piastrelle fredde, ma almeno quel freddo gli dava qualcosa su cui concentrarsi, impedendogli di lasciarsi andare allo sconforto.

Poi fu come se una voce gli salisse dal profondo e, per un istante, gli parve di vedere un petalo bianco aleggiare nell’oscurità, brillante di luce propria.

Afferrò il cellulare sul comodino e a lunghi passi tornò in salotto. Accese la torcia e la puntò immediatamente sulla libreria.

«Accidenti quanti libri» borbottò tra sé, mentre passava piano dopo piano, quasi con urgenza, alla ricerca del volume che gli serviva.

Alla fine riuscì a trovarlo: I Racconti Perduti del Libro della Luna.

Misha gli aveva detto che in realtà si trattava di testi apocrifi, ma in quel momento anche quelli gli bastavano, se contenevano comunque qualche indizio utile alle risposte che stava cercando.

Accese la lampada accanto al divano e si accovacciò lì, con il libro appoggiato sulle gambe incrociate.

Le parole iniziarono a scorrere sotto i suoi occhi.

Inizialmente non gli sembravano niente di che, solo un mucchio di frasi, brevi versetti poetici. L’autore spiegava all’inizio che si trattava infatti di una raccolta di voci, racconti legati al Libro della Luna, la cui unica copia misteriosa si diceva fosse da qualche parte nel mondo.

Il testo lì riportato era dunque il risultato di un’eco che le persone si erano tramandate nei secoli.

Il filo conduttore era ricorrente: Rakuen, i lupi, i Fiori della Luna, e poi cicli e rinascita.

Ce n’erano molti di racconti e antichi scritti che trattavano questi argomenti, pensò Hige mentre leggeva. Ma per qualche motivo, più andava avanti e più sentiva di ritrovare un “riscontro”.

Fu una sensazione crescente, come se parola dopo parola si sentisse sempre più coinvolto, attratto all’interno di una porta che aveva sempre creduto chiusa, ma che ora sembrava socchiusa, con uno spiraglio di luce che filtrava attraverso la fessura.

Allungare la mano fino ad afferrare la maniglia era semplice.

Ma spalancarla del tutto… lo avrebbe davvero voluto?

Non si rese conto che nel frattempo le lancette dell’orologio continuavano a girare. La luna calò e, pian piano, il cielo notturno iniziò a rischiararsi.

Ma poco prima dell’alba fu lo stesso corpo a reclamare riposo, e crollò lì sul divano, con il libro aperto poggiato sul petto.

Sognò... o ricordò.

Prima ancora di aprire gli occhi, fu l’intenso odore di fiori ad entrargli dritto nelle narici: un profumo dolce e leggero che avvolgeva e accarezzava.

Il suo olfatto era molto sviluppato; si era sempre vantato di riuscire a coprire un raggio fino a tre chilometri di distanza. Più grande, forse, era solo la sua fame.

Poi sopraggiunse il senso del tatto e avvertì sotto di sé l’erba e la terra. Gli steli lo accarezzavano come mani delicate, così come faceva la lieve brezza che gli agitava appena la pelliccia fulva.

Era in pace.

Poi le sue orecchie avvertirono un respiro lento, regolare: qualcuno gli stava accanto e sembrava godersi quel momento tanto quanto lui.

Non appena aprì gli occhi ebbe la conferma di non essere solo. Accanto a lui, un altro lupo dal pelo nero come la notte era lì disteso.

Il suo cuore si riempì immediatamente di gioia, una gioia che non avrebbe mai saputo descrivere, neanche se qualcuno glielo avesse chiesto.

«Blue…» sussurrò, in bilico tra la commozione e la felicità, come a voler rendere reale ciò che stava vedendo.

La lupa drizzò immediatamente le orecchie non appena sentì quel richiamo. Si voltò e, quando anche lei lo riconobbe, il suo sguardo si illuminò in un’espressione entusiasta e la coda iniziò ad agitarsi come mai prima.

«Hige!»

Gli si buttò addosso, allegra e spensierata.

Iniziarono immediatamente a giocare, a rotolarsi l’uno sull’altra. Era avvenuto un miracolo. Non sapevano come, ma ce l’avevano fatta. Erano lì, dall’altra parte, insieme.

Cominciarono a correre nel campo sterminato di Fiori della Luna, avvolti da una luce bianca e magnifica. Il freddo, il sangue, la morte che li aveva avvolti con il suo mantello nero: tutto era sparito.

Avevano raggiunto il paradiso. E lo avevano fatto insieme.

Quando si fermarono, assunsero per un momento la forma umana. Hige strinse Blue tra le sue braccia, mentre la guardava dritta negli occhi. Nei suoi si rifletteva tutto ciò che provava nel cuore.

Si chinò su di lei e, quando le loro labbra si sfiorarono, raggiunsero il culmine delle loro emozioni.

Niente e nessuno li avrebbe mai più separati.

Compagni per sempre, nella vita e oltre la vita.

Dopo un po’, mano nella mano, ripresero a camminare con più calma, sorridenti, guardandosi attorno. Quel luogo sembrava privo di orizzonte, un luogo infinito plasmato dai lupi per i lupi, così come narravano le leggende. Lì non avrebbero patito la fame e non avrebbero conosciuto la sofferenza.

Prima di conoscere Blue, il sogno di Hige era trovare in quel luogo un harem di femmine che lo rincorressero per tutto il giorno. Ma ora che aveva trovato la sua compagna, il suo unico desiderio era condividere l’eternità con lei e magari, un giorno, creare anche il loro branco personale, con i cuccioli che avrebbero avuto.

A un certo punto, a qualche metro di distanza, iniziarono a intravedere una figura dall’aspetto umano, con i capelli rosa e il corpo esile.

Non appena Hige la notò, la visione iniziò a distorcersi, come se fosse attraversata da interferenze.

«A… mmm… ici…»

La voce della sconosciuta arrivava frammentata.

L’attimo dopo la visione ebbe come un salto temporale e le interferenze divennero ancora più invadenti.

«Non posso lasciarti andare!» aveva gridato lui, in preda alla disperazione, mentre tra le rovine di quel sogno—o ricordo—intraveda ancora una volta gli occhi color mare di Blue.

«Vivi anche per me, Hige. Vivi nel nuovo Rakuen. Sii felice… innamorati di nuovo.»

«No, mai! Io amerò sempre e soltanto te e non ti lascerò indietro!»

Blue aveva sorriso dolcemente, prima di sparire dietro il velo.

«Blue! No, Blue, fermati! Ti ritroverò… ti ritroverò!»

Le grida disperate di Hige fecero sobbalzare Misha. Quando aprì gli occhi scoprì di essere sola nel letto. La voce di Hige proveniva dal salotto.

Senza pensarci due volte saltò giù e si precipitò nell'altra stanza.

Hige sembrava agitato nel sonno, come se stesse affrontando qualcosa nello stato di incoscienza.

Il libro era caduto a terra e si era tutto piegato, ma a Misha non importò affatto.

Gli corse incontro. Gli scostò le braccia, che si agitavano davanti a sé come se stessero cercando di afferrare qualcosa, e gli prese il viso tra le mani.

«Hige, che cos’hai? Rispondimi!»

Era madido di sudore e scottava; la febbre doveva essergli salita tutta insieme.

Il cuore iniziò a batterle all’impazzata, non sapendo cosa fare.

«Hige, svegliati! Hige!»

Tentò di sollevarlo, passando le braccia attorno al suo torace. Era pesante, ma strinse comunque i denti per cercare di tirarlo su con la schiena.

«Hige!»

Quell’ultimo richiamo fu per il ragazzo come una luce che penetrò il buio in cui stava sprofondando. Finalmente smise di agitarsi e, quando riaprì gli occhi, il volto di Blue che aveva ancora davanti mutò in quello preoccupato di Misha.

L’attimo dopo Hige si chinò su di lei per contraccambiare l’abbraccio.

Per Misha fu un colpo: in quel gesto il ragazzo stava cercando conforto, sostegno, e lei non mancò di darglielo. Lo cullò leggermente, mentre Hige versava lacrime di disperazione con il viso affondato nei suoi capelli.

Non aveva idea di quale incubo lo avesse attanagliato, ma era certa che fosse stato qualcosa di davvero sconvolgente.

Ruotò gli occhi verso il libro a terra. Era già capitato, settimane prima, che il ragazzo fosse rimasto sconvolto non appena lo aveva toccato, ma turbato in questo modo non lo aveva mai visto.

Riuscì a farlo tornare a letto. Sotto le coperte calde e il materasso morbido — pensò Misha — forse avrebbe potuto trovare un po’ di conforto.

Rimase accanto a lui, fronte contro fronte, con la mano che accarezzava delicatamente i suoi riccioli fulvi. Il viso di Hige era arrossato e contratto, mentre il ricordo di ciò che aveva visto in quel sogno continuava a lacerarlo dentro.

Misha aveva il cuore affranto. Avrebbe voluto entrare nella sua testa e rimuovere tutto ciò che stava facendo soffrire a tal punto il suo fidanzato.

Si sfiorò la collanina appesa al collo e sospirò.

Rimase così accanto a lui finché il suo respiro non divenne più regolare, più lento, finché dalla fatica il ragazzo non si addormentò.

I raggi del sole che filtravano dalle tende annunciarono il nuovo mattino. Tra un paio d’ore lei sarebbe dovuta andare al lavoro, ma forse era il caso di chiamare. Non poteva certo lasciare Hige in quelle condizioni da solo.

Si alzò dal letto lentamente e si diresse in salotto per recuperare il cellulare dalla tracolla appesa all’appendiabiti.

Ma appena mise piede nella stanza, lo sguardo tornò sul libro abbandonato sul pavimento.

Lo raccolse e sfogliò distrattamente un paio di pagine.

Poi, a un certo punto, si fermò e digrignò i denti.

Presa da una rabbia improvvisa, iniziò a strappare le pagine.

Infine lanciò via il libro.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Quel giorno Hubb era in cucina, in attesa che il forno a microonde finisse di scaldare il pranzo precotto. Guardava con malinconia il calendario e sospirava, perché il giorno dopo sarebbe dovuto tornare in ufficio, dove sicuramente lo attendeva un mucchio di scartoffie.

Proprio non aveva voglia di starsene lì, rinchiuso tra quattro mura, fermo davanti al computer. Ma purtroppo la burocrazia esigeva la sua presenza.

Tsume non c’era. In quei giorni il coinquilino si stava dando da fare per cercare agganci e scoprire qualcosa di più su che fine avesse fatto Satoshi Haruno.

Aveva anche ingaggiato un suo conoscente, un certo John: anche lui un mascalzone con le mani in pasta in diverse faccende, ma almeno — a detta di Tsume — molto meno figlio di puttana di tanti altri. Quest'ultimo non aveva dubbi che, adeguatamente ricompensato, l’uomo si sarebbe mosso per raccogliere informazioni.

Con gli occhi socchiusi, mentre il ronzio del microonde gli riempiva le orecchie, a un certo punto la sua attenzione fu catturata dalla vibrazione del cellulare.

Aprì un occhio. Sullo schermo apparve un numero che non aveva in rubrica.

Dapprima esitò a rispondere, credendo fosse il solito call center, ma qualcosa gli disse che quella volta fosse meglio rispondere.

E la sua intuizione non sbagliò.

«Pronto?»

«Detective Lebowski?»

La voce soave di Cher lo fece quasi cadere dalla sedia e per poco non gli scivolò il telefono dalle mani.

«S-sì, sono io!»

«Buongiorno, detective. Sono Cher Degre. Non so se ti ricordi di me.»

«Certo che mi ricordo di te!» disse, con più impeto di quanto avrebbe voluto mostrare.

Cher forse rimase un po’ spiazzata, perché non replicò subito.

«Come stai?»

«B-bene, tutto bene… e tu, Cher?»

«Tutto bene anche io… senti, ti chiamavo perché ho ripensato alla nostra conversazione. Forse è vero: forse, almeno per queste ferie natalizie, dovrei concedermi un po’ di riposo.»

Il cuore di Hubb iniziò a battere forte nel petto

«Concordo assolutamente!»

«Perciò… ecco… mi chiedevo se, nel caso tu non abbia già impegni, oggi nel tardo pomeriggio fossi libero per un aperitivo. So che è poco preavviso. Magari hai già da fare.»

«Affatto! Sono libero, possiamo vederci.»

Per fortuna Tsume non era lì, altrimenti avrebbe riso di lui per la figura barbina che stava facendo, agitato come un adolescente al primo appuntamento.

«Dove possiamo vederci?»

«Conosco un bel posto in centro città,» rispose Cher. «Si trova in cima a un grattacielo. Da lì si vede tutta la città.»

Hubb strinse le labbra. Già temeva il prezzo che potesse avere persino l’acqua in un posto del genere. Ma non volle deluderla.

«Va benissimo, mi affido al tuo gusto. Mandami l’indirizzo e ti vengo a prendere verso le diciotto.»

«Rimaniamo così, allora,» disse la donna. Poi aggiunse, con la voce più morbida: «Grazie, Hubb. Mi fa piacere.»

«Il piacere è mio. Cher.»

Quando la chiamata si concluse, l’uomo rimase inizialmente imbambolato, seduto sul posto.

Il microonde annunciò il completamento della cottura con un din.

«Evviva!» esultò improvvisamente, saltando e sollevando le braccia al cielo. Non poteva credere di avere un appuntamento proprio con la donna a cui non smetteva di pensare da quattro giorni.

Purtroppo l’entusiasmo gli fece dimenticare che non era più un giovane di primo pelo e, al terzo salto, sentì il fianco protestare.

Proprio in quel momento il telefono squillò di nuovo.

Hubb lo afferrò al volo. Forse Cher voleva dirgli qualcos’altro.

«Cher, dimmi tutto.»

«Detective Lebowski, sono io. Hige.»

Hubb sgranò gli occhi, senza riuscire a dire niente.

«Credo di essermi ricordato di Blue.»


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