Vai al contenuto principale

← Il quinto petalo

Creato il 18/05/2026, 11:54 · Aggiornato il 18/05/2026, 11:54

Capitolo 14: Don't forget blue - Parte 1

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

«Il destino non cammina in linea retta —

gira come la luna,

ritorna come il lupo.» - Racconti perduti de Il Libro della Luna.

Il giorno di Natale passò per alcuni come un battito di vento; per altri si rivelò lungo e pesante.

Per Hige lo fu più di tutti.

Dopo la notte tremenda della vigilia, arrivò a casa dei parenti completamente frastornato.

Quel detective, di cui a stento ricordava il volto e il nome, si era presentato come se niente fosse e, oltre a fare insinuazioni fuori luogo, aveva pronunciato un nome che lo aveva sconvolto.

Paura, ansia e dolore lo avevano attanagliato, come se all’improvviso si fosse ricordato di qualcosa di importante… qualcosa che non avrebbe dovuto dimenticare.

Chi era quella Blue?

E perché il solo ripetere il suo nome gli faceva così male?

A tutto questo si aggiungeva il senso di colpa per come aveva trattato la sua ragazza.

E, come se non bastasse, quel giorno doveva anche presentarsi al pranzo di Natale dai parenti. Era certo che la zia di turno lo avrebbe sommerso di domande indiscrete.

Per un momento fu tentato di restare a casa.

Ma quale spiegazione avrebbe dato ai suoi genitori?

Non poteva aggiungere altra benzina sul fuoco. Così dovette raccogliere tutte le energie che gli rimanevano e mettersi in macchina.

Era talmente abbattuto che più di una volta gli altri automobilisti gli suonarono, perché procedeva troppo lentamente.

Come aveva immaginato, nonostante cercasse di concentrarsi sul cibo, le domande non tardarono ad arrivare.

Del resto era un giovane uomo di ventitré anni, lavorava e viveva da solo. Anche se, rispetto a molti suoi coetanei, era già diventato indipendente, c’era comunque qualcosa che i parenti volevano sapere.

Hige cercava di rispondere nel modo più essenziale possibile.

Ma alla fine arrivò la domanda fatale.

«E la fidanzatina?»

Se gli avessero dato un calcio nello stinco, gli avrebbe fatto meno male.

Dopo la sera prima… poteva ancora dire di averne una?

«Beh… ecco, al momento…» provò a svicolare.

Ma immancabilmente una cugina intervenne, dicendo che sui social aveva visto una fotografia di lui in compagnia di una ragazza dall’aspetto straniero.

In un attimo tutti si voltarono verso di lui, incuriositi.

Hige sentì montare l’irritazione e non rispose.

Le domande però continuarono, le insistenze anche. E mentre cercava di allontanare la cugina con un gesto infastidito, le parole gli uscirono di bocca prima ancora che potesse fermarle.

«Si chiama Blue!»

Un silenzio sorpreso calò sul tavolo.

«Blue? Ma che bel nome» commentò la zia.

Il cuore di Hige iniziò a battere all’impazzata.

«No… non Blue! Misha!»

I parenti si scambiarono occhiate confuse.

«Basta. Fatevi gli affari vostri.»

Si alzò bruscamente dal tavolo e uscì dalla sala.

Riuscì appena a raggiungere il bagno prima che un violento conato lo costringesse a piegarsi sulla tazza, rigettando quasi tutto il pranzo.

Rimase lì, abbracciato al bordo del water, la testa china mentre tossiva e lo stomaco gli bruciava.

Lacrime calde gli scivolarono dagli occhi.

Si sentiva smarrito, confuso.

Che cosa gli aveva fatto quel detective?

Poi, come un lampo, tornarono alla mente gli episodi dei giorni precedenti: quel canto, Kiba, la visione dei lupi sterminati, e infine il professor Silva, che diceva che il Rakuen non esisteva.

Ma se davvero non esisteva… perché ora lui era assolutamente certo del contrario?

Anche per Misha le cose non andarono molto diversamente.

Almeno, però, nessuno le aveva chiesto se al momento frequentasse qualcuno. Il successo della festa organizzata alla caffetteria la sera precedente bastò a catturare l’attenzione dei parenti, che si concentrarono su quello, evitando di porle domande a cui non aveva assolutamente voglia di rispondere.

In fondo non avrebbe saputo neanche lei cosa dire.

Ripensare alla discussione con Hige le faceva ancora male. Continuava a rivedere nella mente il momento in cui era scesa dall’auto, le parole dure che si erano scambiati e il modo in cui lui era rimasto immobile al volante, senza fermarla.

Non aveva fatto nulla di male eppure si sentiva comunque in colpa.

Forse perché gli aveva nascosto qualcosa, anche se lo aveva fatto per mantenere una promessa.

Tra i sorrisi dei parenti e i brindisi natalizi, Misha riuscì a mantenere un’espressione serena, annuendo quando qualcuno le parlava e partecipando alle conversazioni quel tanto che bastava per non destare sospetti.

Ma il suo pensiero tornava sempre lì. A Hige. E alla domanda che non smetteva di tormentarla: aveva fatto davvero bene a mantenere quel segreto?

Toboe rimase spiazzato quando, il giorno dopo, quasi all’unisono, i suoi due amici gli inviarono un SMS.

Entrambi si scusavano perché non sarebbero potuti venire alla lezione di ballo e gli auguravano di passare una buona giornata… con l’uno e con l’altra.

Una vistosa vena nervosa gli pulsò sulla tempia.

Era successo di nuovo qualcosa, lo sentiva nelle viscere: quei due avevano litigato un’altra volta.

Rimase qualche istante a fissare lo schermo del telefono, pensieroso.

Poi strinse i pugni.

No.

Questa volta non avrebbe lasciato correre.

Erano i suoi due amici più cari e, anche se questo significava farsi urlare contro o essere mandato al diavolo da entrambi, doveva fare qualcosa per farli riappacificare.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

«…ed ora passiamo alla rubrica politica: il senatore Thien ha fatto una dichiarazione pubblica per conto del suo stato, assicurando che nessuna azione bellica sarà rivolta verso il nostro. Le recenti indiscrezioni secondo cui sarebbe stato pianificato un attacco alla capitale, Freeze City, sarebbero del tutto infondate e solo una manovra dell’opposizione per diffondere fake news e scatenare panico e dissenso tra i cittadini di entrambe le nazioni. Questo il servizio sulla sua dichiarazione…»

Hubb stava guardando la televisione, semisdraiato sul divano.

Si lasciò sfuggire un enorme sbadiglio.

Anche se era in ferie, non si era ancora ripreso dalla festa della vigilia, che lo aveva completamente sfiancato.

Le immagini scorrevano sullo schermo sempre uguali: omicidi, furti, tensioni politiche. Un ciclo continuo di violenza a cui la gente, col tempo, si era completamente assuefatta, assorbendo quelle notizie come parte della routine quotidiana.

«Lavori già tutti i giorni con questa roba. Faresti meglio a metterti un film» disse Tsume, seduto su una sedia mentre allenava un avambraccio con un pesetto.

«Non ne ho voglia. In questo momento non riuscirei comunque a concentrarmi.»

«Stai pensando ancora a quella donna» sbuffò Tsume dalle narici.

Hubb si raddrizzò leggermente.

«E sbaglio, forse? Cher è senz’altro implicata con Darcia. Li ho visti andare via insieme quella sera.»

Tsume sollevò appena un sopracciglio.

«Quindi vuoi farmi credere che quella donna ti interessi solo da un punto di vista professionale?»

Il detective non rispose subito.

Si alzò e andò in cucina a riempire il bollitore.

«A proposito di lavoro» disse il detective, con tono più serio. «Il mio capo ha detto che se non riesco a trovare un collegamento diretto tra Darcia e la sparizione di quel Satoshi, dovrà archiviare il caso.»

Tsume sollevò lo sguardo giallo verso di lui.

«Non hai qualche aggancio nei tuoi giri che possa aiutarci? Almeno per capire se quell’uomo è davvero sparito dalla circolazione. Con il tipo di attività che aveva, si dovrebbe sentire la mancanza di uno così.»

Tsume fece una smorfia.

«Sono sette mesi che non mi faccio vedere e pensi che possa rispuntare da un momento all’altro a fare domande?»

«Un modo lo devi trovare.» Hubb si voltò verso di lui. «Ti ricordo che non sei qui in vacanza. Sei un sorvegliato speciale informato sui fatti. Se non ricominci a darmi una mano con le indagini, per te non potrò più fare niente.»

Tsume rimase in silenzio e aggrottò la fronte.

Ci pensò qualche istante.

«Va bene» disse infine. «Vediamo cosa si dice in giro.»

Ma dentro di sé la risposta la conosceva già. Sapeva perfettamente come erano andate davvero le cose.

Non poteva però compromettere Misha. Avrebbe dovuto trovare un’altra soluzione.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

L’auto di Darcia entrò nel cortile e, come sempre, venne accolta con professionalità e devozione dalla servitù.

«Bentornato, Lord Darcia. I vostri genitori stanno bene?» chiese il maggiordomo Edward, chinandosi mentre attendeva che il suo padrone gli porgesse il soprabito.

«Stanno tutti bene, ti ringrazio. Ed entusiasti per ciò che sta per accadere.»

«Lo credo bene, signore» rispose l’uomo, mentre lo accompagnava lungo il corridoio. «Ah, la dottoressa Degre ha lasciato detto che, al vostro ritorno, desiderava vedervi in laboratorio appena vi foste ripreso.»

Darcia si accigliò appena, poi annuì.

Più tardi, dopo essersi cambiato e rifocillato, l’uomo entrò nel suo studio e aprì la parete mobile dietro la libreria. Attraversò la stanza intermedia — questa volta senza indossare l’abito tradizionale dei nobili — e imboccò il corridoio laterale che conduceva al laboratorio della dottoressa.

Cher era in piedi davanti a una parete di vetro. Su di essa scorrevano dati e schemi relativi alla struttura genetica di Cheza. Una sequenza talmente complessa che informazioni e immagini si accavallavano continuamente l’una sull’altra.

«Buongiorno, Cher» disse Darcia quando la porta di vetro si aprì, riconoscendo la sua impronta digitale. «Qualche aggiornamento sulle nostri ospiti?»

Cher si voltò verso di lui. Si tolse per un momento gli occhiali e si massaggiò gli occhi stanchi. Il camice frusciò leggermente mentre gli andava incontro.

«Buongiorno, Lord Darcia. Sì. Dopo la luna piena di due giorni fa, l’attività della fanciulla fiore è aumentata. Più che in qualsiasi plenilunio precedente.»

«E questo coincide con il progressivo aumento dei Fiori della Luna nella città.»

Cher annuì.

«Ma forse c’è anche dell’altro che ci sfugge. Cheza è connessa ai lupi e, come ci fu un picco quando il sangue di Misha si risvegliò, potrebbe essere accaduto qualcosa di simile anche quella sera.»

Lo sguardo di Darcia si fece più attento.

«Credi che un altro di loro abbia risvegliato il sangue?»

«È possibile.»

Darcia iniziò a massaggiarsi il mento, pensieroso.

«Avete detto che il detective Lebowski è stato visto con Tsume e Kiba. E che quest’ultimo potrebbe aver rivelato loro parte della verità. È possibile che sia stato Tsume…»

«Tutto è possibile» la interruppe Darcia. «Dobbiamo considerarlo plausibile. A meno che non sia accaduto qualcosa anche a Toboe o a Hige quella stessa sera.»

«Entrambi sono molto vicini a Misha» osservò Cher. «La risonanza con lei potrebbe aver riattivato il gene latente in uno di loro… o in entrambi.»

«Siamo ancora nel campo delle ipotesi, purtroppo.»

Darcia poi si avvicinò alla parete di vetro, studiando quella cascata infinita di dati.

«Dimmi. Ci sono stati progressi sul passaggio dimensionale per la venuta di Hamona?»

Cher sospirò e scosse il capo.

«Quella notte Cheza si è sicuramente rafforzata e, di conseguenza, l’apertura del tunnel si è ampliata. Ma finché il suo sangue non verrà di nuovo mescolato con quello di un lupo puro, il passaggio continuerà a richiudersi.»

Si avvicinò alla sua tazza di tè ormai fredda, bevve un sorso e fece una smorfia.

«Misha si è risvegliata sette mesi fa. Anche se ancora non ne è consapevole… forse potreste anticipare i tempi e—»

«No.»

Le sopracciglia di Darcia scattarono in un gesto nervoso.

«Non è ancora pronta. Deve essere pienamente consapevole della sua vera natura. Non deve avere più alcun dubbio.»

Fece una pausa.

«Inoltre i fili che ho mosso per la venuta della Luna Rossa sono legati alle aspettative dei sostenitori del Credo. Se ora agissi per egoismo e dovessi fallire… potrei perdere tutto.» Il suo sguardo si fece più duro. «E questo è un errore che non devo commettere di nuovo.»

Cher si morse il labbro, poi annuì comprensiva.

«Mi avete raccontato che i nobili del vostro vecchio mondo agivano tutti per egoismo. Non mancavano di uccidersi tra loro. È anche per questo che quel mondo collassò su sé stesso.»

«Esatto. Non che adesso sia molto diverso.» Darcia incrociò le braccia. «Ma grazie all’ordine che trasmisi alla mia linea genetica, quando ero ridotto a puro pensiero, sono riuscito a creare un gruppo più coeso e fedele.»

Fece una breve pausa.

«Anche se la fedeltà è sempre fragile nei giochi di potere.» Abbassò lo sguardo. «E non posso permettermi questa leggerezza… neanche per colei che amo.»

Cher lo osservò per un momento, pensierosa.

Poi tornò alla scrivania e iniziò a compilare alcuni dati, dandogli le spalle.

«Lord Darcia…» disse dopo qualche istante, a voce bassa. «Siete certo che, all’epoca, solo chi possedeva sangue di lupo potesse attraversare il passaggio per il Rakuen?»

Darcia si accigliò e tornò a guardarla.

La sua iride gialla si illuminò per un istante.

«Perché me lo chiedi?»

Cher si strinse nelle spalle e ruotò appena la sedia per guardarlo in volto.

La sua espressione sembrava una maschera.

«Perché… quella sera…»

Fece una breve pausa.

«Forse anche in me si è risvegliato qualcosa.»

Darcia si pentì di aver esitato forse un secondo di troppo prima di rispondere.

Quelle parole lo avevano colto di sorpresa.

Poi gli tornò alla mente ciò che aveva visto alla festa: Cher che danzava con il detective Lebowski. Nel vecchio mondo, quei due erano stati sposati.

Possibile che, rivedendosi, si fosse accesa una sorta di connessione? Proprio come stava accadendo ai lupi?

Decise di non correre rischi.

«Ne dubito, Cher. Come ho già detto numerose volte, solo chi ha sangue di lupo nelle vene è in grado di attraversare il Rakuen. Per i semplici umani è diverso.»

Fece qualche passo verso di lei.

«Piuttosto, ho visto che ti sei intrattenuta con il detective quella sera. I miei uomini mi hanno riferito di averlo visto con Kiba e Tsume. Ti ha fatto per caso delle domande sospette?»

Cher aggrottò la fronte.

Si fidava del suo capo. Della sua guida spirituale.

La famiglia Darcia aveva sempre insegnato ai propri accoliti che gli umani non rinascevano. Quando il cerchio si sarebbe chiuso, per loro sarebbe significata la fine. E questa consapevolezza — anche se solo a livello subconscio — li spingeva spesso a mostrare il lato peggiore di sé.

Eppure quella visione che aveva avuto… quella specie di sogno a occhi aperti… possibile che fosse solo stanchezza? O il risultato di una serata troppo intensa?

Poi la frase successiva di Darcia la fece sgranare gli occhi.

«Ecco perché conosceva i Fiori della Luna» mormorò, con le sopracciglia arcuate.

Subito dopo, però, al suo stupore si mescolarono tristezza e rabbia. Possibile che Hubb l’avesse avvicinata solo perché era vicina a Darcia?

«Ne siete assolutamente certo, mio signore?»

«Senza alcun dubbio. Sono settimane che lo faccio seguire. Per ora hanno mantenuto un basso profilo, ma non escludo che anche loro stiano preparando il terreno.»

Cher rimase pensierosa.

«Perché un uomo come il detective Lebowski dovrebbe credere a quelli che, all’apparenza, non sono che racconti fantastici?»

Darcia si accigliò.

«Probabilmente Kiba ha avvicinato Tsume, che è un sorvegliato speciale del detective. Lebowski sta cercando un collegamento tra me e ciò che è avvenuto durante il rapimento di Misha.»

Fece una breve pausa.

«È rimasto coinvolto nella faccenda.»

Poi il suo sguardo si fece più freddo.

«Del resto, anche gli esseri umani finiscono per accorgersi quando il loro mondo sta per finire.»

Cher assorbì le dichiarazioni di Darcia.

Eppure, nel profondo, quella spiegazione non la convinceva del tutto.

Tuttavia non poteva semplicemente mettere in dubbio le parole del capo del suo ordine, per qualcosa di cui neppure lei era certa fosse davvero accaduta.

L’unica cosa di cui era sicura era la sensazione di conforto e sollievo che aveva provato stando accanto a quell’uomo che, tecnicamente, aveva visto per la prima volta solo due giorni prima.

Il suo sguardo scivolò per un istante verso un angolo della scrivania, dove dentro una piccola scatola era conservato il biglietto da visita del detective Lebowski.

«Lord Darcia, avete intenzione di fare qualcosa al riguardo? Magari… figurare un incidente per togliere di mezzo questo ficcanaso?»

Darcia sorrise sottilmente, come se l’idea proposta dalla donna lo solleticasse.

«È una buona idea. Ma per ora preferisco di no. Voglio capire quanto sa davvero di questa faccenda… e per farlo avrò bisogno di te.»

Quelle ultime parole fecero quasi sobbalzare Cher sulla sedia.

«Io, mio signore?» irrigidì il corpo. «Che cosa potrei fare io?»

Darcia si avvicinò alla parete e vi si appoggiò, rimanendo con le braccia conserte.

«Uscirci insieme.»

La risposta fu talmente semplice da risultare quasi disarmante.

Cher scattò in piedi.

«Ma io ho il mio lavoro da portare avanti!» sentì le orecchie avvampare.

«Anche questo fa parte del tuo lavoro. Al momento Cheza è stabile. Possono occuparsene anche gli altri tuoi colleghi.»

Fece un passo verso di lei.

«Lebowski sembra essere rimasto colpito da te. E tu da lui… o mi sbaglio?»

Cher si strinse nelle spalle e girò il capo dall’altra parte.

«Non ho tempo per queste sciocchezze.»

«Cher» disse lui con calma «sei ancora una donna giovane e affascinante. Lavori per me da dieci anni. Penso di conoscerti abbastanza da capire quali siano i tuoi desideri.»

Poi il suo sguardo si fece più sottile.

«Ovviamente ciò che ti sto chiedendo serve al nostro obiettivo. Devi considerarlo un incarico del tuo signore, non un gioco di piacere.»

Cher rimase in silenzio.

Certo.

Per il bene dell’Ordine doveva farlo... ma non riusciva a ignorare la sensazione che, nel momento stesso in cui avesse accettato, avrebbe provato un inspiegabile senso di colpa nei confronti di Hubb.

«Non voglio ordinartelo» concluse Darcia.

Era chiaro che un no non era contemplato.

Cher sospirò e abbassò leggermente il capo.

«Se è il desiderio del mio signore, Lord Darcia… io, Cher Degre, eseguirò questo compito.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Tsume si aggirava nei bassifondi di Freeze City con le mani infilate nelle tasche della giacca, il passo lento ma attento. Le strade lì erano strette, illuminate da insegne al neon tremolanti e lampioni sporchi di ruggine che proiettavano chiazze di luce giallastra sull’asfalto umido. L’aria sapeva di fumo, alcool e neve sporca, mentre da qualche vicolo arrivavano voci basse, risate sguaiate e il clangore metallico di cancelli che si chiudevano. Era il genere di posto dove la gente comune evitava di passare dopo il tramonto, ma per Tsume quel labirinto di locali malandati, officine clandestine e facce diffidenti era un territorio familiare. Qui nessuno faceva domande inutili, e chi le faceva di solito imparava presto a non ripeterle. Con lo sguardo che scivolava rapido da un’ombra all’altra, Tsume cercava di capire se, dopo tanti mesi di assenza, quel volto di Freeze City ricordasse ancora il suo nome… oppure se fosse arrivato il momento di ricordarlo lui a qualcuno.

Dopo aver camminato a lungo, Tsume rallentò il passo e si fermò davanti a una bettola dall’aspetto malandato. Sopra la porta, un’insegna al neon semi scarica lampeggiava a intermittenza, gettando riflessi sporchi sull’asfalto umido.

Per qualche secondo rimase immobile a osservare il locale.

Lo conosceva bene.

In passato ci aveva passato diverse notti, abbastanza da sapere che quel posto attirava il tipo di gente che sapeva sempre qualcosa — o che poteva essere convinta a parlare.

Forse lì dentro, avvicinando le persone giuste, avrebbe trovato qualche risposta ai suoi quesiti.

Tsume spinse la porta con una spalla ed entrò.

Il rumore dei cardini arrugginiti si mescolò al brusio basso del locale. All’interno la luce era fioca, filtrata da qualche lampada ingiallita appesa al soffitto e dal riflesso intermittente dell’insegna al neon che trapelava dalle finestre sporche. Il bancone di legno era segnato da anni di bicchieri battuti con troppa forza e da bruciature di sigaretta, mentre lungo le pareti si allineavano tavoli storti occupati da uomini silenziosi, troppo intenti nei loro pensieri per interessarsi davvero a chi entrava.

L’odore lo colpì subito.

Un miscuglio pesante di fumo stantio, alcool economico, sudore e legno bagnato, come se quel posto non fosse mai stato veramente arieggiato da anni. Era il genere di odore che si attaccava ai vestiti e restava addosso anche dopo essere usciti.

Tsume si avvicinò al bancone senza fretta e si sedette su uno sgabello.

Il barista sollevò appena lo sguardo.

«Che ti porto?»

«Birra.»

L’uomo non fece altre domande. Prese una bottiglia dal frigo dietro di sé, la aprì con un colpo secco e la fece scivolare sul bancone fino a lui.

Tsume la afferrò e ne bevve un lungo sorso, lasciando che il sapore amaro gli restasse in bocca mentre gli occhi gialli scivolavano lentamente lungo la sala. Alcuni avventori lo avevano notato. Qualcuno lo osservava con curiosità, qualcun altro con un’ombra di diffidenza.

Era passato molto tempo dall’ultima volta che aveva messo piede lì dentro.

Stava per posare la bottiglia quando una voce alle sue spalle lo raggiunse.

Una voce bassa, roca… e tremendamente familiare.

«John.» Disse Tsume, non appena si voltò e lo riconobbe.

L’uomo sulla trentina, con occhi color verde acqua, si alzò dal tavolo e gli andò incontro per salutarlo.

Si strinsero la mano e si toccarono con le spalle, in quel modo brusco e familiare tipico di chi aveva condiviso più di una notte nei posti sbagliati.

John indossava anche lui abiti di pelle e aveva diversi tatuaggi, alcuni perfino sul cranio rasato.

«Era da un pezzo che non ti si vedeva qui. Pensavo che Satoshi ti avesse accoppato… o che gli sbirri ti avessero preso.»

Tsume fece una smorfia divertita mentre avvicinava alle labbra la birra appena servita.

«Un’altra per il mio amico» aggiunse al barista, poi si sistemò meglio sullo sgabello.

«Satoshi ne dovrà fare di strada prima di accopparmi. E lo stesso vale per quei piedipiatti.» Fece spallucce. «Semplicemente, quando le cose si sono complicate, ho deciso di cambiare aria e aspettare che si calmassero un po’ le acque.»

John sorrise.

«Sempre a pensare prima alla tua pellaccia. Ma del resto in questo ambiente vale la regola del più furbo. Amico di tutti e di nessuno.»

«Ovviamente.»

John prese la birra che il barista aveva appena portato e ne bevve un lungo sorso.

«E senti… per quella tua donna invece come sono andate le cose?»

«Non è la mia donna. Non lo è mai stata.»

Per un istante Tsume avvertì una stretta al cuore, ma non lo diede a vedere.

«È solo una ragazzina che ha avuto la sfortuna di scambiare due chiacchiere con me. Ingenua com’era, e quegli idioti degli scagnozzi di Satoshi hanno iniziato a farsi castelli in aria.»

John lo osservò con un sopracciglio sollevato.

«È davvero come dici? Sai com’è… per tirare avanti la baracca Satoshi ha sempre scelto gente con un minimo di sale in zucca.»

Tsume assottigliò lo sguardo.

«Sì, è così. Questa volta hanno preso un granchio. E se sono intervenuto è solo perché sai bene che ho sempre odiato il suo traffico di sfruttamento della prostituzione.» Fece una pausa. «Ho semplicemente cercato di fare la cosa giusta per quella ragazza.»

John ridacchiò.

«Hai un cuore d’oro allora, amico mio.» Il tono era leggermente canzonatorio mentre portava di nuovo la bottiglia alle labbra.

«Non voglio sensi di colpa. Tutto qui.»

Tsume prese un altro sorso e poi si accigliò leggermente.

«Ma dimmi… che tu sappia Satoshi alla fine è stato preso? Non ho sentito niente al riguardo.»

John scrollò le spalle.

«Io non ne so niente. Ma effettivamente sembra che non si senta più in giro. Forse anche lui ha deciso di cambiare aria per un po’.»

«Potrebbe essere.»

Tsume fece ruotare lentamente la bottiglia tra le dita.

«Sempre se quel riccone non si sia messo in mezzo.»

Lo sguardo di John si fece subito più interessato.

«Di quale riccone stai parlando?»

A Tsume sfuggì una smorfia divertita.

«Alla retata non è arrivata solo la polizia quella sera. C’era anche Darcia… delle Darcia Industries.»

John quasi cadde dallo sgabello.

«E che cazzo ci faceva là?»

«Forse anche lui aveva dei conti in sospeso con Satoshi. Fatto sta che è arrivato prima della polizia.» Tsume chinò appena il capo e abbassò la voce. «Gli sbirri ci hanno messo parecchio ad arrivare… nonostante sapessero benissimo dove trovare il clan.»

John annuì lentamente.

«Mi capisci, sì?»

«Chissà che intrallazzi avevano. I potenti alla fine sono anche più depravati di questi ubriachi che trovi qui dentro.» Fece una pausa. «Quella ragazza forse era una sua protetta e Satoshi ha sfidato anche lui?»

«Direi di no, a giudicare dal fatto che anche lei rischiava di rimanerci secca in quella sparatoria.» Tsume fece spallucce. «Ma certo… è stata un’ottima scusa per giustificarsi dopo.»

John rimase pensieroso per qualche istante. Non sembrava del tutto convinto dalle spiegazioni di Tsume, ma in quell’ambiente non conveniva mai scavare troppo a fondo negli affari altrui. Così si limitò a continuare a bere.

«Ti vuoi vendicare di Satoshi?» chiese infine.

Tsume accennò un sorriso storto.

«Può darsi. Usare certi mezzi per ricattarmi mi ha fatto girare le palle.» Fece scivolare lo sguardo nella sala. «Ora che la maggior parte dei suoi uomini è fredda o in gattabuia… potrebbe essere una buona occasione per togliermi qualche sfizio.»

John sospirò.

«Eh, ma come ti ho detto… è da quel giorno che non si vede più in giro. Bisognerebbe capire dove si trova.»

Tsume infilò una mano nella tasca interna della giacca, tirò fuori il portafoglio e lo aprì con discrezione. Estrasse alcune banconote e, facendo attenzione a non attirare sguardi indiscreti, gliele fece scivolare nella mano.

«Se qualcuno dei tuoi agganci sa qualcosa… me lo faresti sapere?»

John fece sparire i soldi con naturalezza.

«Certo. Dove posso trovarti?»

«Per ora sto da un amico. Ma è completamente estraneo a queste faccende.»

Tsume chiuse il portafoglio e lo rimise nella tasca della giacca.

«Tu vedi di trovarmi qualcosa. Poi ci accorderemo su dove vederci.»

Quando uscì finalmente da quella bettola, i suoi polmoni sembrarono quasi avidi di riempirsi dell’aria fredda della sera d’inverno.

Non che quelle strade profumassero davvero di pulito. L’odore di immondizia, gas di scarico e neve sporca restava sospeso tra i palazzi scrostati. Ma almeno non era quella puzza stagnante che impregnava le pareti del locale.

Tsume inspirò lentamente, poi si rimise in cammino.

Aveva fatto esattamente ciò che il detective gli aveva chiesto. E la cosa gli risultava ancora strana.

Una volta avrebbe semplicemente approfittato dell’altruismo di quell’uomo e sarebbe sparito alla prima occasione utile.

Ma da quando erano accadute tutte quelle cose… qualcosa dentro di lui era cambiato.

E poi c’era un’altra sensazione, una che non ricordava di aver mai provato prima: riconoscenza.

Le mani affondate nelle tasche della giacca, iniziò a percorrere la strada che, nel giro di qualche chilometro, lo avrebbe riportato verso quartieri più rispettabili. Il passo era lento, ma lo sguardo rimaneva vigile, pronto a cogliere ogni movimento nelle ombre.

Soprattutto adesso. Dopo quello scambio di mani con John non poteva sapere se qualcuno avesse deciso di seguirlo.

A un certo punto qualcosa attirò la sua attenzione: poco più avanti, vicino al muro di un edificio abbandonato, un uomo stava urinando su un mazzo di Fiori della Luna spuntato tra le crepe dell’asfalto.

Tsume rallentò impercettibilmente.

Non sembrava una semplice pisciata. L’uomo barcollava e borbottava parole incomprensibili, imprecando contro quei fiori come se lo stessero provocando.

Forse era solo ubriaco fradicio o sotto l’effetto di qualche sostanza.

Tsume distolse lo sguardo e riprese a camminare... eppure, per qualche ragione, non riuscì a ignorare del tutto quella scena. Il ricordo gli rimase addosso per un bel pezzo.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Il telefono di Hige iniziò a squillare molto presto il mattino successivo.

Una.

Due.

Tre chiamate.

«Dannazione, ma chi rompe di domenica mattina!?» esclamò con frustrazione, mentre il trillo gli penetrava nelle orecchie.

Da quando si era sentito male a casa dei suoi familiari, aveva passato le successive ventiquattro ore a letto, con la bacinella sempre accanto e farmaci contro il mal di stomaco.

La madre aveva insistito perché passasse quei giorni da loro, così da poter essere assistito, ma lui si era opposto. In quel momento la sua migliore medicina era restare da solo.

Il colorito era ancora pallido, sebbene avesse già recuperato un po’ di colore rispetto al giorno prima. Il peggio sembrava ormai passato.

Il cellulare squillò di nuovo e per un attimo fu tentato di scagliarlo contro il muro, ma riuscì a trattenersi.

Per un istante sperò che fosse almeno Misha. Non si sentivano da quando avevano litigato.

Il telefono continuò a vibrare sul comodino con ostinazione, muovendosi a piccoli scatti sul legno come un insetto fastidioso. Hige allungò lentamente una mano fuori dalle coperte, tastando alla cieca finché le dita non trovarono il cellulare. Con un sospiro irritato socchiuse gli occhi, ancora pesanti di sonno e stanchezza.

Per qualche secondo rimase a fissare lo schermo luminoso senza davvero metterlo a fuoco. Il nome che lampeggiava sopra la chiamata gli fece corrugare la fronte.

Toboe.

Hige lasciò ricadere la testa sul cuscino e si passò una mano sugli occhi.

«Ma non dorme mai, quello?» borbottò con la voce ancora impastata.

Il telefono smise di squillare proprio mentre stava per rispondere. Lo guardò qualche secondo, sperando quasi che non ricominciasse subito.

Naturalmente vibrò di nuovo.

Hige sbuffò, premendo infine il tasto per accettare la chiamata e portando il telefono all’orecchio.

«Che c’è?» brontolò senza alcuna energia. «Se è per la lezione di ballo te l’ho già scritto ieri. Non sto bene.»

Dall’altra parte ci fu mezzo secondo di silenzio. Poi la voce di Toboe arrivò, più tesa di quanto Hige fosse abituato a sentirla.

«Lo so. Non ti ho chiamato per quello.»

Hige aggrottò leggermente le sopracciglia.

«Ah sì?»

Un altro attimo di esitazione.

«Hige…» disse Toboe, più piano. «Tu e Misha avete litigato di nuovo, vero?»

Hige dovette prendersi un attimo prima di elaborare la domanda che il ragazzo gli aveva posto.

«Tu come fai a saperlo? Te lo ha detto lei?»

«No, l'ho intuito da solo. Neanche lei ieri è venuta a lezione e credo proprio perché non ti volesse vedere.»

Hige si girò di lato, rimanendo a pancia in su. No, quello non era stato affatto un bel risveglio.

«Sono affari nostri, Toboe» disse lui, cercando di mantenere la calma. Sentì di nuovo lo stomaco contrarsi.

«Lo so... è che vorrei solo capire. Sembrava andare tutto bene, la serata era andata bene.»

«È andata bene solo per te, Toboe.»

Non aggiunse altro. Il pensiero di Darcia e Misha che si abbracciavano tornò a bruciargli dentro.

Toboe, dall'altra parte, si sentiva confuso. Provò a fare mente locale su quanto era successo alla vigilia, ma proprio non riusciva a individuare alcun momento di tensione che potesse aver provocato una discussione tra loro due.

Prese un gran respiro.

«Io lo so che non dovrei impicciarmi, ma mi dispiace. Voglio troppo bene ad entrambi per vedervi tristi» disse con tono sincero e sentito. «Perciò, se c'è qualcosa che è in mio potere fare per farvi riappacificare, puoi contare su di me.»

Hige lasciò per un attimo scivolare il telefono sul cuscino, esausto anche solo all’idea di continuare a parlare. Toboe rimase lì in attesa, concentrandosi sui respiri che provenivano dall’altra parte della linea.

«Se prometti che non farai domande su quanto accaduto, mi darai una mano?»

All’udire quelle parole, il volto dell’adolescente si illuminò.

«Ma certo, puoi contare su di me!»

Per il resto della mattinata Hige non rimise più e, grazie alle medicine, iniziò a sentirsi un po’ meglio. Dopo pranzo poté confermare all’amico l’uscita per quel giorno stesso.

Toboe però si accorse subito che il rosso non aveva affatto un aspetto roseo e indossava un giubbotto particolarmente pesante — lui che spesso, anche nei giorni d’inverno, girava con la sola tuta.

Hige lo salutò limitandosi ad alzare stancamente una mano.

«Ehi, ma stai bene?» chiese il ragazzo.

«Alla grande. Andiamo.»

Toboe si mise al fianco di Hige e iniziarono a passeggiare lungo la via dei negozi. I locali e le strade erano ancora addobbati con le luminarie: dopotutto erano ancora nel cuore delle feste e tra soli quattro giorni sarebbe stato persino Capodanno.

Camminarono in silenzio per un po’, finché Toboe alla fine non decise di rompere il ghiaccio.

«Come ti dicevo, mi dispiace per voi due.»

«Screzi tra fidanzati.»

Toboe si accigliò. «Ne sei certo?»

«Misha ti ha detto qualcosa?»

Toboe scosse il capo.

«In realtà non ho parlato affatto con lei.»

«E perché? Non è tua sorella?»

Toboe si strinse nelle spalle. «S-sì, ma sai… lei lavora ancora anche adesso… e poi, sai, è una ragazza. Forse non le sarei stato utile, non prima magari di essermi confrontato con te.»

Hige alzò un sopracciglio. «Non è che stai forse insinuando che è colpa mia?»

Toboe strinse le labbra e per un attimo sul suo volto passò un velo d’imbarazzo.

«No. Mi sono ripromesso di non dare giudizi finché non avrò chiaro il quadro. Anche se provo molto più senso di protezione verso di lei che verso di te!»

Hige assottigliò lo sguardo, poi guardò avanti e sbuffò, arrendendosi.

«Sì, la maggior parte della colpa è mia, in realtà. Anche se anche io sto soffrendo, non credere il contrario.»

Toboe scosse il capo e ammorbidì i lineamenti.

«Non lo metto assolutamente in dubbio.» Incrociò le braccia, pensieroso. «Ma davvero non vuoi parlarmene? Lo so che sono più piccolo di te e non ho certe esperienze… ma so ascoltare.»

«È complicato» si limitò a dire Hige.

Hige, ti ricordi di Blue?

La domanda che Lebowski gli aveva posto quella sera tornò a galla all’improvviso. Hige fu costretto a fermarsi, portandosi una mano alla fronte.

«Cosa hai?»

«Accidenti!» sbottò Hige stizzito, calciando una lattina abbandonata sul marciapiede.

Toboe lo guardò stupito.

«Scusa, non volevo farti arrabbiare.»

«No, non sei tu» rispose Hige esausto. «È colpa mia.»

Toboe lo osservò sconvolto. Quasi non lo riconosceva. Il ragazzo allegro e spensierato che conosceva sembrava completamente svanito. Qualunque cosa Hige stesse vivendo, pareva lo stesse svuotando.

«Vuoi che andiamo da qualche parte a prendere qualcosa? Magari ti farebbe bene mettere qualcosa sotto i denti…»

«Non ho fame.»

Toboe perse un colpo. Allora la situazione era davvero seria.

Poi la domanda che Hige gli rivolse lo lasciò interdetto, perché — almeno all’apparenza — non c’entrava affatto con l’argomento.

«Senti un po’, ma tu hai mai sentito i fiori cantare?»

Toboe corrugò la fronte. «Che vuol dire? I fiori non emettono suoni.»

Hige sospirò. «È vero… ma io li ho sentiti cantare. E anche Misha. Entrambi lo abbiamo sentito.»

«Non riesco a seguirti» disse il ragazzo, esitante. «Avete sentito qualcosa di strano? È questo che vi ha fatto litigare?»

Hige scosse il capo.

«Tutt’altro. Semmai è stato qualcosa che ci ha fatto avvicinare.»

Seguì un breve silenzio.

«Ti ricordi di Kiba?»

Toboe dovette prendersi un momento per fare mente locale, ma poi il ricordo riaffiorò. Era il giorno in cui erano tornati dalla loro prima lezione di ballo e, mentre si trovavano in un bar per rifocillarsi, era arrivato quel misterioso ragazzo. In qualche modo sembrava che lui lo conoscesse, nonostante fosse certo di non averlo mai visto prima.

«Sì, credo di ricordarmi di lui. Perché?»

«Perché da quando lui è apparso, tutto sembra essere cambiato. Io mi sento cambiato.»

Un brivido percorse la schiena di Toboe, e non era per il freddo. Forse finalmente uno dei due stava iniziando a dirgli ciò che ancora non sapeva.

Lo afferrò per una manica, costringendolo a guardarlo.

«Mi vuoi dire una buona volta cosa è successo quel giorno?»

Si diressero verso alcune panchine. Non era il caso di parlarne in piedi, in mezzo alla strada. Hige si sedette tenendosi la testa tra le mani, con i gomiti puntellati sulle ginocchia.

Ammetteva di non avere ancora chiara la situazione, ma condivise con l’amico il senso di sconforto, rabbia e tristezza che lo avevano travolto da quando, quel giorno, aveva sentito come una dolce nenia. Lui e Misha erano corsi alla terrazza panoramica, dove avevano incontrato per la prima volta Kiba.

«Misha in realtà non vorrebbe che ti raccontassi queste cose. Potrebbe arrabbiarsi il doppio. Lei voleva…»

«Proteggermi?» disse Toboe a denti stretti. «Misha mi vede come un bambino, ma io sono più forte di quello che crede. Te lo dissi quel giorno: ho imparato a fare a botte prima ancora di saper camminare.»

Strinse i pugni.

«Mia sorella vuole dipingermi come un ragazzino innocente… ma sono un ragazzo. E sono abbastanza forte.»

Hige inarcò appena le sopracciglia, osservando il quindicenne sotto una luce nuova.

Proseguì, raccontandogli ciò che Kiba aveva rivelato loro e della visione che successivamente aveva avuto a casa di Misha, quella che lo aveva fatto stare male.

Gli spiegò anche il motivo per cui avevano discusso quella volta: Misha era andata a chiedere a Kiba informazioni su Tsume, dato che egli aveva fatto anche il suo nome.

Non gli rivelò i dettagli più intimi che la ragazza gli aveva confidato, ma gli disse che tra lei e Tsume c’era stata una frequentazione che purtroppo era sfociata nel rapimento ai danni di lei.

Più rivelava dettagli, più il suo cuore sembrava alleggerirsi. Finalmente lo stava dicendo a qualcuno.

L’unica cosa che non menzionò fu l’incontro con il detective Lebowski. Non poteva dare per certo che il suo ruolo fosse davvero legato al mistero della ragazza fiore e di Kiba, anche se, a pensarci bene, parlarne ad alta voce forse non sarebbe stato del tutto fuori luogo.

Toboe annuiva e ascoltava in silenzio mentre Hige proseguiva. Raccontò anche del giorno in cui erano andati al bioparco e di come l’avesse portata lì apposta per il comizio sui lupi, durante il quale avevano avuto la conferma che essi non erano altro che animali qualsiasi e che, quindi, era semplicemente assurdo pensare che una leggenda potesse essere reale.

Alla fine Toboe dovette prendersi un momento per riflettere. Il freddo dei paletti di ferro della panchina che penetrava attraverso i jeans lo aiutava a rimanere ancorato alla realtà, perché altrimenti tutte quelle informazioni lo avrebbero fatto vagare con la mente non poco.

«Non ho ancora ben capito perché tutto questo c’entri con quello che è successo alla festa» disse piano. «Ma ho capito che questa storia dei Fiori della Luna, di Kiba e Tsume, ha innescato qualcosa che vi sta coinvolgendo molto. Anche se — se ho capito bene — voi non avete motivo di crederci, non essendo plausibile.»

«Esattamente» confermò il ragazzo dai capelli rossi.

Toboe lo osservò con attenzione.

«Ma se per tua stessa ammissione hai detto che non ci credi… perché ti turba a tal punto?»

La domanda fu per Hige come un colpo nello stomaco. I suoi occhi si incavarono leggermente e li strinse, come se volesse scacciare qualcosa dalla mente.

«Io… non lo so» ammise con sincerità e con grande sforzo.

Il rumore delle macchine sulla strada, il vociare delle persone che passavano avanti e indietro e il vento che frusciava tra gli edifici riempirono lo spazio di silenzio che era calato tra loro.

Poco più in là, rispetto alla panchina, alcuni Fiori della Luna erano emersi. I petali si muovevano leggeri sotto la brezza invernale.

Mentre attendeva una risposta, Toboe si rese conto che la domanda appena posta, in realtà, l’aveva rivolta anche a sé stesso. Nel momento in cui Hige aveva iniziato a parlargli di quelle cose, e ora che cominciava ad elaborare meglio la situazione, comprese che ciò che provava non era stupore, ma qualcosa di diverso: una rivelazione. La rivelazione di qualcosa che, in realtà, non gli era affatto nuovo, come se Hige gli avesse appena ricordato qualcosa di importante che aveva dimenticato da tempo.

Provò una sensazione di vertigine.

Dovette raccogliere tutte le sue forze per posargli una mano sulla spalla. Ora era il momento di confortare il suo amico.

«Senti, Hige… anche se poco fa hai detto che la colpa del vostro litigio è principalmente tua, io ora vedo una persona davvero affranta e confusa.»

Ingoiò saliva. «Ma quello che voglio chiederti, anche alla luce di quello che già so, è questo: Misha è sufficientemente importante per te perché questa cosa influenzi il vostro rapporto?»

Hige sollevò lentamente la schiena e lo guardò dritto negli occhi. Le sue iridi ambrate erano diventate lucide, ma anche più accese. Dovette ammettere a sé stesso che, effettivamente, Toboe era più maturo di quanto all’apparenza potesse sembrare.

Il cuore iniziò a martellargli nel petto. Quella domanda stava scatenando in lui pensieri fortemente contrastanti. Normalmente avrebbe dovuto rispondere di no senza alcuna esitazione. Eppure si ritrovò ad esitare, e questo gli fece terribilmente male.

Chiuse gli occhi. Cercò di immaginare quelli azzurro ghiaccio di Misha… ma al loro posto apparvero quelli color mare di quella misteriosa Blue che aveva visto nella visione.

Chi era quella Blue? E perché occupava la sua mente in quel modo?

Fece un respiro profondo e si sforzò di scacciare quel pensiero. Ne prese un secondo, cercando di concentrarsi meglio: sciogliere la tensione, sentire le punte delle dita dentro le scarpe, ancorarsi al presente.

E finalmente il volto di Misha riaffiorò, dolce e luminoso.

Il giorno al bioparco, quella bella giornata insieme tra risate e passeggiate; quando lo rimproverava di ordinarle sempre panini fuori orario; i messaggi fino a tarda notte; il modo in cui lo guardava quando sotto le lenzuola i loro respiri si fondevano.

In quel momento desiderò afferrare tutto questo e stringerselo al cuore, come se avesse paura che potesse sfuggirgli dalle mani.

«No» rispose infine, riaprendo lentamente gli occhi, con la voce tremante. «Tutto questo non avrà alcun potere su di noi.»

Toboe drizzò la schiena. Finalmente Hige sembrava aver trovato il coraggio di esprimere ciò che provava.

«Questa cosa mi turba in maniera irrazionale. Forse dovrò conviverci… ma non capisco perché per questo dovrei rischiare di perdere Misha.»

Sembrava che una nuova consapevolezza si stesse facendo largo nella sua mente. Una forza interiore che lottava contro le onde alte di quell’incubo a occhi aperti.

Toboe si rasserenò immediatamente.

«Neanche io ne vedo il motivo! Se ci tieni a lei, non perderla!»

«No, non lo farò!»

Si alzò in piedi di scatto, e il suo volto assunse un’espressione determinata.

Guardò per un attimo verso l’orizzonte, poi si voltò verso Toboe.

«Aiutami a trovarle un regalo di Natale. Non gliel’ho ancora preso.»

Quest’ultimo inarcò le sopracciglia. Non tanto per la richiesta, quanto perché le iridi del suo amico sembravano brillare di luce propria.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Quel giorno Misha aveva il turno che comprendeva anche il pomeriggio, ma ormai per fortuna mancava poco e, di lì a non molto, sarebbe potuta tornare a casa: tra le coperte e i libri, unico suo vero rifugio dal mondo esterno, soprattutto in quei due giorni in cui la tristezza aveva preso il sopravvento sulle festività natalizie.

Aveva provato più volte a mandare ad Hige un messaggio, anche solo per augurargli buon Natale, ma rabbia e orgoglio le avevano impedito di digitare quelle poche lettere sulla tastiera. Del resto, neanche lui si era fatto sentire. Forse non desiderava più rivederla.

Finché, all’improvviso, mentre era di spalle, qualcuno allungò una mano per sfiorare la sua.

La ragazza, che aveva il manico della scopa tra le mani, scattò d’istinto, sollevandola. Rimase però con essa a mezz’aria quando si trovò davanti Hige che, con una smorfia allarmata, sollevò entrambe le mani davanti a sé in segno di resa.

La ragazza strabuzzò gli occhi non appena si rese conto di chi aveva davanti.

«Hige, che ci fai…»

Non riuscì a finire di pronunciare quelle parole: Hige la avvolse in un forte abbraccio, chinandosi su di lei e nascondendo il viso tra i suoi folti ricci neri.

«Scusa» le sussurrò all’orecchio. «Scusa.»

Il cuore di Misha iniziò a battere fortissimo, avvolta dal calore e dal profumo del suo ragazzo che la stringeva a sé. Lasciò cadere la scopa a terra e contraccambiò con altrettanta forza quell’abbraccio, stringendo gli occhi e premendo il viso contro il suo petto, nel tentativo di trattenere le lacrime.

«Scusami tu» gli disse con voce roca. «Sono una pessima fidanzata.»

«Sono io ad essere un pessimo fidanzato.»

«No, io!»

Si scostarono poi leggermente per guardarsi in viso. Entrambi avevano gli occhi lucidi. Si sorrisero quasi in contemporanea, lasciandosi andare a una risata leggera e liberatoria.

Hige poggiò la fronte contro la sua. Per un attimo rimasero così, immobili, respirando la stessa aria, mentre i fiocchi di neve cadevano silenziosi attorno a loro.

Poi lui sollevò una mano e le sfiorò la guancia, come se volesse assicurarsi che fosse davvero lì.

Le loro labbra si incontrarono piano.

Quel bacio imporporò le guance di entrambi, ma in quell’istante nulla sembrava più esistere: non il freddo, non il cortile innevato, non i giorni di rabbia appena trascorsi. Solo quel momento sospeso, in cui ritrovarsi sembrava l’unica cosa che contasse davvero.

Fu quasi doloroso scostarsi l’uno dall’altra, ma lei doveva riprendere in mano la scopa o il capo avrebbe avuto da ridire su quella pausa improvvisata, e lui aveva una cosa da darle.

«Speravo di dartela il giorno di Natale… ma beh… buon ventisette dicembre!»

Armeggiò per un attimo con la tasca del giubbotto, mentre Misha osservava con curiosità i suoi movimenti.

Poco dopo estrasse un pacchettino argentato dalla forma allungata, con un nastro rosso e un finto rametto di vischio infilato nel fiocco.

«Ti ringrazio» disse lei, timida.

Poggiò il bastone della scopa a ridosso di un tavolo e, con dita leggermente tremanti, prese il regalino.

Tolse il nastro e aprì la carta con cura, cercando di non strapparla. Dentro c’era una scatolina bianca di una gioielleria. Aprendola, trovò una catenina d’argento e, come pendaglio, un quarzo rosa a forma di rosa.

Guardò Hige con rinnovato stupore, mentre le guance diventavano rosse.

«È bellissima, grazie.»

Hige si grattò la nuca nel suo tipico gesto di quando era particolarmente imbarazzato.

«Ecco, io… è una sciocchezza.»

«Non lo è» disse lei, guardandolo con entusiasmo.

Si guardarono per un attimo intensamente negli occhi. Poi Hige sospirò e si guardò il polso per consultare l’orologio digitale.

«Senti, hai ancora circa un’ora di turno e poi sei libera, giusto?»

«Giusto.»

«Va bene. Allora mi faccio un giro qui nei dintorni e poi passo a prenderti. Ci facciamo una passeggiata al parco, prima di rincasare, se non sarai troppo stanca.»

Misha annuì con entusiasmo.


Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Sul capitolo in generale

  • Nessun commento generale ancora.

Accedi per commentare (email verificata).