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Creato il 18/05/2026, 11:42 · Aggiornato il 18/05/2026, 11:42

Capitolo 13: Heaven's Not Enough - Parte 3

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Gettò le chiavi nel portaoggetti senza neppure guardare. Non centrò l’apertura e caddero a terra con un rumore secco, ma non si chinò a raccoglierle. Era troppo stanco. Nel corpo e nella testa.

Entrò in camera da letto, si tolse la tuta con gesti lenti e si lasciò cadere sul letto, restando in canotta e boxer. Il materasso accolse il suo peso cigolando lievemente.

Rimase a fissare il soffitto.

La discussione con Misha tornava a ondate. Le sue parole, le sue, il tono, gli sguardi.

Si morse il labbro.

«Certo che stava proprio così bene con quel completino…» mormorò tra sé, a voce bassa.

Un mezzo sorriso amaro gli sfiorò la bocca.

La conosceva. Sapeva che non era un’ingenua. Sapeva che non era il tipo da lasciarsi abbindolare. Eppure la rabbia lo aveva accecato, gli aveva stretto lo stomaco e annebbiato il giudizio.

Ora che quel sentimento si era ritirato, restava solo il senso di colpa.

Si passò una mano sul viso, stanco.

Il sonno non arrivava.

Si alzò di nuovo, a piedi nudi sul pavimento freddo, recuperò il cellulare dalla scrivania e le cuffie dal comodino. Si lasciò ricadere sul letto e indossò le cuffie.

Il Bluetooth si connesse, annunciato da un breve jingle e la musica partì subito.

Le prime note gli riempirono le orecchie, isolandolo dal resto del mondo. Chiuse gli occhi, lasciandosi avvolgere dal ritmo.

Heaven's not enough

Il Paradiso non è abbastanza

If when you get there...

Se quando ci arrivi...

Just another blue

È solo un altro blu

Quella sera, sotto l’occhio immobile della luna piena, erano stati risvegliati molti sentimenti: speranza, gioia, nostalgia, rabbia.

E ricordi lontani.

Darcia e Cher erano rientrati da poco. Si erano scambiati poche parole. Lui assorto nei propri pensieri. Lei ancora scossa per ciò che era accaduto con il detective.

Si augurarono la buonanotte senza aggiungere altro.

And heaven's not enough

E il Paradiso non è abbastanza

You think you've found it

Pensi di averlo trovato

And it loses you

E invece ti smarrisce

Cher si sedette sul bordo della finestra, osservando il giardino del castello dei Darcia. Perfettamente curato, ora parzialmente coperto dalla neve. Non uno stelo fuori posto. Non un ramo ribelle.

Un giardino impeccabile.

You've thought of all there is

Hai pensato a tutto ciò che esiste

But not enough

Ma non è abbastanza

And it loses you in a cloud

E ti perde in una nuvola

Darcia si diresse verso la sala segreta, non sentiva ancora il bisogno di ritirarsi nelle sue stanze, aveva bisogno di sfogarsi.

Lì, al centro, la sfera luminosa custodiva le due prigioniere: Cheza e Blue.

Si avvicinò senza parlare. Posò una mano sul vetro freddo.

Cheza aprì lentamente gli occhi.

«Come ti senti questa sera?» domandò, pur non aspettandosi risposta.

Si spostò verso i drappeggi e li scostò, lasciando che il chiarore del plenilunio penetrasse nella stanza.

«Questa notte tutti i fiori della luna finora emersi sono sbocciati. Mostrano il cammino che ci attende.»

Il ricordo dell’abbraccio con Misha gli attraversò improvvisamente la sua mente: così giovane, così fiduciosa... così inconsapevole.

Lo credeva un amico.

Lui si era confidato, sì. Le aveva parlato di Hamona. Le aveva mostrato una ferita vera, ma solo quanto bastava. Le aveva fatto credere di essere un romantico ancorato al passato, un uomo spezzato dal dolore.

E lei ci aveva creduto.

Nell’abbraccio, non si era accorta di come lui avesse inspirato il profumo dei suoi capelli. Di come quel profumo avesse richiamato alla memoria il giardino incantato di un tempo, quando era giovane e innamorato, con la sua promessa sposa ancora viva ed in salute.

"There" (There)

«Lì» (Lì)

Most everything is nothin' that it seems

Quasi tutto non è ciò che sembra

Sollevò lentamente la mano destra.

Con l’indice sfiorò l’occhio destro e, con un gesto misurato, rimosse la lente a contatto.

L'iride del lupo con la sclera nera si rivelò e alla luce argentea della luna reagì immediatamente, accendendosi di un bagliore freddo e predatorio.

«Presto la luna si tingerà di nuovo di rosso. È questione di giorni. Per i tuoi amici lupi sarà l'inizio della fine. E questa volta… definitiva.»

La voce di Darcia si insinuò nella stanza come un sussurro velenoso.

All’interno della sfera, Cheza emise un grido disperato, ma muto. In reazione a questo, le spalle di Darcia iniziarono a tremare.

Prima fu un fremito, seguito da una risata, bassa, quasi trattenuta.

Infine esplose in un’eco folle che rimbalzò contro le pareti della sala segreta.

Si portò al centro e cominciò a girare su sé stesso, lentamente. Le braccia si aprirono, il volto sollevato verso la luce lunare che filtrava tra i drappi.

Una danza antica, che apparteneva al vecchio mondo, quando era un nobile e schiere di uomini si inchinavano al suo passaggio. Quando il potere scorreva come sangue nelle vene della sua casata.

A differenza di ciò che avevano creduto gli altri nobili, non era stata la fine.

Grazie a lui, la famiglia Darcia non solo era sopravvissuta alla rovina, ma aveva superato i confini stessi del mondo. Aveva attraversato dimensioni, come già avevano fatto i suoi antenati, prima che la maledizione li marchiasse.

Gli errori del passato non si sarebbero ripetuti. Non questa volta.

Sarebbe stato l'artefice del suo stesso futuro.

"Where" (Where)

«Dove» (Dove)

You see the things you only wanna see

Vedi solo ciò che vuoi vedere

Quella sera Toboe, quando rientrò all’orfanotrofio, era più entusiasta che mai.

Forse era la prima volta in assoluto che restava fuori fino a così tardi.

Si tolse le scarpe all’ingresso, per non svegliare gli altri bambini, e con passo leggero iniziò a salire le scale.

Provò a essere silenzioso ma fallì miseramente.

«Abbiamo fatto le ore piccole, eh?»

La voce, leggermente severa, lo raggiunse un attimo prima del fascio di luce della torcia, puntato dritto sul suo viso.

«Non avevamo detto fino alle dieci? Guarda che ore sono. Qui tra poco passa Babbo Natale e tu sei ancora in piedi.»

Toboe ridacchiò, strizzando gli occhi per la luce, e si grattò la nuca.

«Mi scusi, signora… è che mi sono fatto prendere. Tra balli, canti… il tempo è volato.»

La donna abbassò la torcia. Il tono si fece più morbido.

«Almeno ti sei divertito?»

A quella domanda, Toboe provò inizialmente a contenersi, per non fare troppo rumore, ma alla fine non ci riuscì ed esplose.

«Sì! Abbiamo fatto il karaoke, e poi Nadia è quasi inciampata durante un ballo, e Misha—»

Le parole iniziarono a uscire a raffica. Raccontò ogni dettaglio, ogni risata, ogni momento buffo.

La tutrice lo ascoltava sorridendo, gli occhi illuminati da una felicità sincera. Era bello vederlo così. Finalmente parte di qualcosa. Finalmente sereno.

Senza quasi accorgersene, finirono in cucina a preparare del tè caldo. Il vapore salì lieve nell’aria mentre si accomodavano sulle poltrone del piccolo salottino.

Toboe continuò a parlare, gesticolando, rivivendo la serata attraverso il racconto.

Quella notte, per lui, aveva il sapore di qualcosa di nuovo, di indimenticabile.

I'd fly away (fly away)

Volerei via (volerei via)

to a higher plane (higher plane)

verso un piano più alto (più alto)

to say words I resist

per dire parole a cui resisto

to float away

per fluttuare via

to sigh

per sospirare

to breathe... forget

per respirare… dimenticare

Misha arrivò finalmente a casa, esausta.

Le due rampe di scale senza ascensore le pesarono più del solito. Ogni gradino sembrava raddoppiare il peso della serata appena trascorsa. Gli stivali le stavano torturando i piedi; sentiva bruciare la pelle, certa che qualche vescica si fosse ormai aperta.

Girò la chiave nella toppa con uno sforzo che le parve enorme. Quando la porta si richiuse alle sue spalle, le forze la abbandonarono del tutto.

Lasciò cadere la borsetta sul pavimento. Si sfilò gli stivali con un sospiro tremante, liberando i piedi doloranti. Poi, come un automa, si trascinò verso la camera da letto.

Lo specchio dell’armadio le restituì un’immagine che quasi non riconobbe: capelli sfatti, leggermente unti, il costume stropicciato, il trucco colato appena sotto gli occhi.

Per un istante si immaginò Hige alle sue spalle. Le braccia che la stringevano, il gesto improvviso di sollevarla e gettarsi insieme sul letto, tra risate e battute come avevano fatto tante volte da quando stavano insieme. Leggeri. Complici.

Ma era solo immaginazione.

Un brivido le attraversò la schiena, nonostante la casa fosse ancora calda per i termosifoni.

Si tolse il costume in fretta, quasi con stizza. Non lo voleva più addosso, le dava fastidio, le prudeva.

Entrò sotto la doccia e aprì l’acqua.

Quando il getto caldo le scivolò addosso, non riuscì più a trattenersi.

Il pianto uscì improvviso, violento. Le spalle scosse dai singhiozzi. L’acqua si mescolò alle lacrime, cancellandole prima ancora che potessero cadere.

Non aveva fatto nulla di male.

Non aveva mai guardato Darcia con secondi fini. Per lui c'era solo rispetto e gratitudine verso un uomo che le aveva salvato la vita.

Come aveva potuto Hige pensare una cosa simile?

Eppure, nel mezzo del dolore, cercò di mettersi nei suoi panni. Gli stava nascondendo qualcosa. Aveva rifiutato di spiegare, di rompere la promessa fatta a Darcia. Dal suo punto di vista, il sospetto non era così assurdo.

Avrebbe voluto solo più fiducia.

Si accovacciò nell’angolo della doccia, le ginocchia al petto, l’acqua che continuava a scorrere sulle spalle.

E lì rimase a lungo, mentre la notte avanzava silenziosa fuori dalle finestre.

And heaven's not enough

E il Paradiso non è abbastanza

If when I'm there I don't remember you.

Se quando sono lì non mi ricordo di te.

And heaven does enough

E il Paradiso fa abbastanza

You think you know it

Pensi di conoscerlo

And it uses you

E invece ti usa

Hubb decise di tornare a piedi.

Aveva bevuto più del dovuto e, per quanto fosse una serata di festa, un poliziotto doveva dare il buon esempio. Anche quando nessuno lo stava guardando.

Peccato che, nel cuore della notte, camminare tra strade innevate e semideserte non fosse stata la scelta più brillante.

Il freddo gli pungeva il viso. L’aria gelida gli riempiva i polmoni a ogni respiro. Durante il tragitto si lasciò andare a una serie di starnuti, imprecando tra sé e sé. Ma, in fondo, sapeva che quella bottiglia di troppo gli era servita.

Aveva bisogno di stordire i pensieri, perché quella sera aveva avuto una conferma definitiva: Kiba non stava inventando nulla.

Le coincidenze erano troppe.

La reazione di Hige, al solo sentire il nome Blue, era stata troppo violenta, troppo istintiva per essere una recita: la sua memoria cercava di emergere.

E poi c’era stato l’incontro con lei.

«Cher…» mormorò, quasi a verificare che il nome fosse reale, che non se lo fosse sognato.

La donna che aveva immaginato così nitidamente mentre Kiba raccontava della loro vita precedente — quella figura sfumata tra i ricordi di un altro mondo — era la stessa che aveva danzato con lui poche ore prima.

Lo stesso sguardo, lo stesso odore sottile e inconfondibile, la stessa sensazione inspiegabile di familiarità.

Come se un sogno avesse deciso di incarnarsi nella realtà.

Hubb rallentò il passo. La neve scricchiolava sotto le suole.

Se tutto ciò era vero, allora non si trattava più solo di un’indagine. Non era più soltanto una teoria assurda raccontata da un ragazzo che parlava di lupi e di Rakuen.

Era qualcosa di più grande. Qualcosa che li stava richiamando uno a uno.

E lui, volente o nolente, ne faceva parte.

I saw so many things,

Ho visto così tante cose,

But like a dream

Ma come in un sogno

Always losing me in a cloud.

Mi perdevano sempre in una nuvola.

Tsume era rientrato a casa da un pezzo.

Si era lasciato cadere sul vecchio divano di Hubb e lì aveva schiacciato un sonnellino irregolare, più simile a uno svenimento che a un vero riposo. L’odore dell’alcol aleggiava ancora nell’aria: quella alla banchina non era stata l’unica birra. Aveva continuato a bere anche a casa, perché anche senza dirlo chiaramente a sé stesso, stava cercando di affogare qualcosa.

Sul tavolino, un pacchetto di sigarette semiaperto e un accendino giacevano abbandonati. Prima di coricarsi si era concesso un’ultima sigaretta, guardando il fumo salire lento verso il soffitto.

Aveva ripensato alle parole dette a Kiba.

Al fatto di essere stato trovato nel bosco. Alla cicatrice a forma di X che aveva sempre avuto. Un marchio senza origine. Senza spiegazione.

Forse, in un passato che non ricordava, aveva fatto qualcosa di irreparabile. Forse quella ferita non apparteneva solo alla carne.

Eppure la sua mente razionale si ribellava.

Un mondo antico. Lupi. Rakuen.

Assurdità. Se quello era davvero il Rakuen, perché la sua vita non aveva nulla di paradisiaco?

Sapeva di essere diverso. Lo aveva sempre saputo. C’era qualcosa in lui che non combaciava con il resto del mondo. Un’inquietudine permanente. Una solitudine che non si spiegava.

Ma se quel mondo era stato plasmato per i lupi… perché lui era diventato un uomo ai margini della società?

Il volto di Misha riaffiorò nella sua mente, limpido come neve al chiaro di luna.

Forse almeno un fiore gli era stato offerto, ma lui aveva avuto paura di coglierlo. Paura di stringerlo troppo forte e spezzarlo o, peggio ancora, di scoprire che non era destinato a lui.

Cause I couldn't cry

Perché non riuscivo a piangere

Cause I turned away

Perché mi sono voltato altrove

Couldn't see the score

Non riuscivo a vedere il conto

Didn't know the pain

Non conoscevo il dolore

Of leaving yesterday really far behind.

Di lasciare il ieri davvero molto lontano.

In another life

In un’altra vita

In another dream

In un altro sogno

By a different name

Con un nome diverso

Kiba tornò nel suo alloggio.

Uno scantinato adattato ad appartamento. Spoglio, essenziale ma ordinato, come se la disciplina fosse l’unico lusso che si concedeva.

Al centro della stanza pendeva un sacco da box.

Si tolse la giacca, poi il maglione. I muscoli delle spalle si contrassero sotto la luce fredda del neon. Raccolse i capelli lunghi fino alle spalle in una coda alta, lasciando scoperto il volto teso.

Prese un paio di vecchi guantoni e se li infilò alle mani.

Il primo pugno fu secco, il secondo più forte.

In quel mondo non possedeva la forza del lupo di un tempo. O forse sì. Forse era ancora lì, ma dormiente. In attesa.

Il lupo bianco che viveva dentro di lui era imprigionato nella carne umana e lo sentiva ringhiare. Ardeva, desideroso di intraprendere la battaglia finale.

I colpi si fecero più rapidi. Il sacco oscillava avanti e indietro, cigolando sotto l’impatto.

Forse non era ancora il momento ma sentiva che si stava avvicinando.

Non avrebbe mai potuto vivere sapendo Cheza non era libera né felice.

Hubb lo aveva invitato alla prudenza e alla pazienza, ma come si può chiedere a un lupo di aspettare, quando la sua dea gli stava chiedendo aiuto?

Sperò che il detective fosse riuscito nel suo intento. Che Hige avesse iniziato a ricordare. Attraverso lui avrebbero potuto ritrovare Blue, magari lei sapeva qualcosa che a loro ancora sfuggiva.

Era una speranza fragile ma era pur sempre una speranza.

Se non fosse bastato, avrebbero trovato un altro modo.

Dovevano.

Dopo l’ennesima serie di colpi, si fermò. Il respiro pesante, il sudore che gli scivolava lungo la schiena.

Si avvicinò alla piccola finestrella, all’altezza del viso. Vi poggiò gli avambracci e sollevò lo sguardo azzurro.

Anche da lì si vedeva la luna piena, argentea, imperturbabile.

Finché rimaneva bianca, c’era ancora speranza.

Gave it all away

Ho dato via tutto

For a memory

Per un ricordo

And a quiet lie

E una silenziosa menzogna

And I felt the face

E ho sentito il volto

Of a cold tonight

Del freddo di questa notte

Still don't know the score

Ancora non conosco il conto

But I know the pain,

Ma conosco il dolore,

Of leaving everything really far behind

Di lasciare tutto davvero molto lontano

La porta dell’appartamento si aprì e si richiuse piano.

Hubb entrò con passo incerto. Si tolse l’impermeabile, poi il cappello, e si strofinò le braccia per scaldarsi.

Credeva di non aver fatto rumore, ma una voce lo colse di sorpresa.

«Com’è andata stasera?» chiese Tsume, ancora sdraiato, gli occhi socchiusi.

«È andata…» sospirò. «E diciamo che non me la scorderò per un bel pezzo.»

«Immagino sia successo qualcosa d’interessante.»

«Puoi scommetterci.» Si avvolse una coperta sulle spalle e accese il bollitore elettrico.

Un silenzio breve.

«Glielo hai detto?»

Hubb si voltò.

Tsume ora era seduto sul divano, un gomito appoggiato allo schienale. La luna piena dietro di lui incorniciava la sua figura, accendendo i suoi occhi di una luce fredda e vigile.

Il detective esitò un attimo e poi annuì.

«E come ha reagito?»

Hubb contrasse il viso. «Io… non bene, temo.» Inspirò a fondo. «O meglio. Credo che abbia funzionato. Credo che il seme del ricordo abbia iniziato ad attecchire. Anche se lo nega a sé stesso.»

Si lasciò cadere sulla sedia e si passò le mani sul volto, stanco.

«E Misha?»

«Non ho capito bene cosa sia successo tra loro, ma credo abbiano litigato proprio stasera. E in parte… mi sento responsabile.»

Lo stomaco di Tsume si strinse.

Hubb versò l’acqua bollente nella tazza e lasciò cadere una bustina di tisana digestiva. Il profumo leggero riempì la stanza.

«Erano così carini insieme, a inizio serata» mormorò. «Spero di aver fatto la cosa giusta.»

Tsume abbassò lo sguardo.

«Me lo chiedo anche io» ammise, la voce più bassa. «Vogliamo davvero sapere cosa eravamo nel vecchio mondo? Se tutti abbiamo dimenticato… un motivo deve esserci.»

Hubb fissò il vapore che saliva dalla tazza.

«Forse per darci la possibilità di ricominciare. Senza i fantasmi del passato. Per poterci godere il Paradiso.» Bevve un sorso, poi aggiunse, più piano: «E per ritrovare ogni volta la persona che amiamo. Per poterci innamorare di lei… ogni volta.»

Tsume rimase in silenzio qualche secondo.

«Kiba però ha mantenuto la memoria. Perché?»

Hubb sollevò lo sguardo.

«Perché il suo amore doveva essere salvato prima.»

And if I could cry

E se potessi piangere

And if I could live

E se potessi vivere

One truth I did then take me there...

Un’unica verità ho avuto, allora portami lì...

La musica scorreva nelle cuffie, lenta, profonda.

Le parole gli penetravano sotto la pelle e Hige scivolò nel sonno come si cade in un pozzo.

Non un addormentarsi dolce ma una discesa.

Giù. Sempre più giù.

«Ci sei Hige?»

«Sì, sono qui.»

«La vista è appannata e io…»

«Non c’è bisogno di preoccuparsi. Non vado da nessuna parte. Possiamo restare insieme così per sempre.»

Di chi erano quelle parole?

A chi aveva promesso di restare per sempre?

«Se il Rakuen esiste davvero… io non so se ne faccio parte.»

«Io voglio solo correrci insieme a te.»

Un altro scambio.

Un’altra promessa. Una dolorosa promessa, sussurrata tra ultimi respiri e sangue nella neve.

Quegli occhi di un blu intenso, la sua voce dolce ma determinata.

La forza. Il coraggio. La fragilità.

Tutto racchiuso in un’unica creatura preziosa che lo aveva catturato fin dal primo incrocio di sguardi.

Un senso di protezione viscerale. Istintivo. Totale.

La promessa che non ci sarebbe stata mai nessun’altra dopo di lei, legati nella vita e oltre la morte. Un legame che neppure la rinascita avrebbe potuto spezzare.

«Hige… non lasciarmi indietro!»

Il grido squarciò il sogno e si svegliò di colpo.

Il petto si sollevava e si abbassava violentemente nel silenzio della stanza. La musica era ancora in sottofondo, distante, distorta.

Si portò una mano al volto.

Gli occhi si aprirono nella penombra.

Brillarono. Ma non erano più occhi umani. Bensì occhi di lupo.

Heaven good-bye...

Addio, Paradiso...

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

I fiori della luna tintinnarono.


Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

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