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«Sta andando tutto bene?»
«Sì, capo» rispose Nadia, soddisfatta.
«E c’è una bella affluenza?»
«Sì, capo.»
Il datore di lavoro era raggiante. La sala era piena: persone che si muovevano tra i tavoli, chiacchierando e sorseggiando drink, bambini che correvano tra le sedie, risate che si intrecciavano alla musica natalizia. Il locale, illuminato da luci calde, sembrava pulsare di vita.
Tra la folla spiccava una coppia dagli abiti lussuosi. Fu una fortuna che il proprietario non avesse riconosciuto l’uomo come uno dei più potenti della nazione. Darcia, del resto, non desiderava attirare attenzione. Voleva solo trascorrere la serata in tranquillità, lontano dai media, evitando che il locale venisse assediato da fotografi e richieste di interviste. E poi era accompagnato da Cher: benché fosse soltanto un’amica, i paparazzi avrebbero costruito una storia in meno di un secondo.
A un certo punto Darcia si appartò in un angolo, sorseggiando del prosecco. Era abituato a etichette ben più pregiate, ma per una sera poteva concedersi di accontentarsi.
Sollevò il calice e fissò il trio poco distante.
Toboe, Misha e Hige ridevano insieme. Misha stava servendo delle paste e aveva appena rimproverato Hige per averne prese troppe, ricordandogli che erano anche per gli altri clienti. Lui si era difeso sostenendo che, tecnicamente, era un cliente anche lui.
Erano allegri. Ignari.
Ma forse non ancora per molto.
L’occhio giallo di Darcia ebbe un lieve spasmo, come se potesse vedere oltre le apparenze. Si soffermò soprattutto su Misha: l’anello mancante della sua vita precedente.
Non aveva mai saputo della sua esistenza. Aveva creduto che tutti i lupi fossero stati sterminati da Lady Jaguara e si era concentrato solo sui quattro giovani che accompagnavano Cheza.
Ma nessuno di loro sarebbe mai potuto essere compatibile con una fanciulla pura come la sua Hamona. Serviva un’altra fanciulla della stessa levatura.
Misha era perfetta per il suo scopo.
Hubb, invece, si sentiva un pesce fuor d’acqua. Quando non era in ufficio o immerso in un’indagine, stava a casa a guardare la televisione con una birra in mano. Uscire per una serata di svago non rientrava nelle sue abitudini.
Cercò di ricordarsi perché fosse lì: sorvegliare i ragazzi. Darcia si era presentato alla festa, ma non sembrava aver notato la sua presenza. E lui non voleva attirare attenzioni.
Prese un bicchiere di carta e si versò della cioccolata dalla fontana. Stava per berne un sorso quando qualcuno gli urtò il fianco.
La bevanda strabordò.
«Oh, mi scusi tanto.»
«Ma guarda che... modi.» L’ultima parola gli morì in gola.
Voltandosi, si ritrovò davanti un paio di occhi azzurri che lo lasciarono senza fiato. Pelle chiara, capelli biondi raccolti con eleganza, alta quasi quanto lui. L’abito rosso con spacco e i tacchi slanciavano ulteriormente la sua figura.
Cher gli rivolse un sorriso lieve, stringendosi nelle spalle . «Mi scusi, ho perso l’equilibrio per un attimo. Accidenti, l’ho fatta sporcare tutto.» Poi si voltò verso Misha. «Scusami, hai per caso un panno umido? Temo di aver fatto un disastro.»
«Ah! Ma no, ma no, si figuri! È stato solo un incidente!» balbettò Hubb, sentendo le orecchie avvampare.
Misha arrivò con un panno pulito e umido. «Detective Lebowski, dovrebbe stare più attento!»
«Non è stata colpa sua, sono io che gli sono andata addosso.» Cher tese la mano. «Dammi, ci penso io.»
«Ma no, signora, veramente—»
Cher prese il panno dalla mano di Misha e si avvicinò a Hubb. «Detective Lebowski, giusto? Avanti, stia fermo e non faccia il timido.»
Misha sorrise, osservando l’imbarazzo totale del detective mentre Cher tamponava con cura le macchie di cioccolato, cercando di impedirne l’assorbimento nel tessuto della camicia.
«Se non c’è altro, io andrei» disse Misha, divertita.
«No, aspetta!» Ma la ragazza si era già dileguata tra i tavoli.
Hubb sospirò, poi abbassò lo sguardo su Cher che continuava a pulire con attenzione. Accennò un sorriso timido, addolcito. «Credo vada bene adesso.»
«Lo credo anche io. Almeno l’alone non sarà troppo evidente» rispose lei, annuendo.
«Lei è stata molto gentile.»
«Quando si sbaglia, è giusto cercare di rimediare.»
Seguì un breve silenzio. Hubb si sistemò la giacca per coprire meglio la macchia residua.
«Bella serata, vero?» azzardò. «Tanta gente.»
«Sì, davvero tanta. Sembra un bel locale. Non ci sono mai stata.»
«In effetti non credo di avervi mai vista. Le Petit ha clienti piuttosto fedeli.»
«Non esco molto. Il mio lavoro mi assorbe parecchio.»
«Oh, la capisco benissimo! Anche per me questa è una serata d’eccezione.»
«Qualcuno le ha suggerito di svagarsi?» chiese lei, incuriosita.
Hubb rise piano. «In un certo senso. Ma a questo punto non me ne pento.»
«Ah no?» Cher sollevò appena un sopracciglio.
«Beh, ho appena incrociato una bella donna. Direi che sono soddisfatto.»
Lei scosse il capo, divertita. «Lei non è molto esperto del gentil sesso, vero?»
Hubb si strinse nelle spalle, lasciandosi andare a una risata più spontanea di quanto avesse previsto. «Sono un po’ arrugginito, è vero.»
Hubb riuscì a ricomporsi, tornando serio. La guardò negli occhi, con un coraggio che non sapeva nemmeno di avere.
«Però la sto facendo ridere, quindi forse le mie chance non sono del tutto nulle.»
Cher inclinò il capo, divertita. «Bisognerebbe iniziare offrendo da bere, quantomeno.»
Hubb drizzò la schiena come un soldato richiamato all’ordine. «Ma certo, assolutamente. Voi rimanete qui, io… io torno subito!»
Si allontanò con passo forse un po’ troppo rapido. Non capiva perché si sentisse così impacciato. Sapeva solo che non voleva deludere quella donna. E aveva la netta sensazione di averla già vista da qualche parte. Un volto del genere non si dimentica. Eppure, la memoria gli sfuggiva.
Tornò poco dopo con due calici di prosecco.
«Ecco a lei… signora?»
«Dottoressa Degre.»
«Dottoressa Degre, va bene.» Fece tintinnare i bicchieri e portò il calice alle labbra.
«Ma preferisco essere chiamata Cher.»
Il prosecco andò quasi di traverso a Hubb.
«C-Cher avete detto?»
Lei si accigliò appena. «Sì. Perché?»
Il detective scosse energicamente il capo. «Nulla, nulla… è un nome particolare. Molto bello, ovviamente. Solo insolito da queste parti.»
«Sono originaria della Francia. Mi sono trasferita qui per lavoro una decina di anni fa.»
«Ma pensa… e di cosa vi occupate, se posso sapere?»
«Non posso darle dettagli... detective. Ma mi occupo, in sostanza, di ricerche scientifiche.»
«Una scienziata, niente di meno!»
Lei sollevò un sopracciglio. «Colgo dell’ironia?»
«No, mi scusi. È che il mio immaginario di scienziato è completamente diverso.»
Cher sospirò con un mezzo sorriso. «Li immagina tutti con il camice, gli occhialoni e i capelli unti? Beh, ci sono giorni in cui assumo l’aspetto di un panda, ma cerco comunque di mantenermi in forma.»
«Ci riuse benissimo… cioè!» balbettò Hubb. «Lei elegantissima, sta molto bene. Suo marito sarà geloso di ogni uomo.»
Cher scosse nuovamente il capo. «Ma mi ha ascoltata? Vivo per il mio lavoro. Non potrei incontrare un uomo neanche volendolo.»
Hubb fece un piccolo passo avanti, accennando un sorriso più sicuro. «Beh, ce ne ha uno di fronte, mi pare.»
Gli occhi di lei si strinsero appena, divertiti. «Certo che è alquanto sfacciato.»
«Probabilmente dopo questa sera non ci vedremo più» rispose lui, sollevando il calice. «Tanto vale fare all in immediatamente.»
Per un istante, tra loro, rimase sospesa una tensione leggera ma vibrante — come una scintilla che attende solo di capire se diventerà fiamma.
«Buonasera, signori, e grazie per essere qui a Le Petit stasera, per la vigilia di Natale. Io sono Nadia e per questa sera sarò la vostra presentatrice.»
Nadia era al centro della sala, microfono alla mano, raggiante sotto le luci calde del locale.
«Vedo che vi state già godendo il nostro buonissimo buffet, offerto dalla nostra cucina. Ma la serata consisterà anche in diversi momenti di condivisione: balli, animazione per bambini e la nostra immancabile riffa. Tra poco la mia collega Misha passerà con il blocchetto dei numeri e la raccolta delle donazioni. I soldi raccolti saranno destinati al canile comunale, perciò fatevi sotto con la generosità… e buon divertimento!»
Fece un cenno al dj. «E ora iniziamo la serata, scaldandoci un po’ con i balli di gruppo!»
«Ah ah, balli di gruppo? Ma dai!» esclamò Hubb, quasi inorridito.
«A me piacciono tantissimo! Era da tempo che non ne ballavo» ribatté Cher, sorridendo con entusiasmo sincero.
«Ah sì? Anche io, in effetti. Andiamo, dottoressa Cher.» Le porse la mano con una teatralità appena accennata.
«Solo Cher va bene.»
In un attimo si ritrovarono in mezzo alla pista, insieme ad altre decine di persone: bambini, coppie, signore eleganti, ragazzi in jeans. Tutti accomunati dalla voglia di godersi la serata senza pensieri. Nadia, davanti a loro, faceva da coordinatrice, indicando le mosse con energia contagiosa.
Dopo i primi passi impacciati, anche Hubb iniziò a sciogliersi. L’entusiasmo di Cher era travolgente. Lontana dall’immagine fredda e distaccata che poteva suggerire il suo portamento, era allegra, spontanea, piena di vita.
Per i gusti di Hubb, quella donna aveva davvero tutto.
Nel frattempo Misha si muoveva tra i tavoli con il blocchetto della riffa. Toboe si era offerto di aiutarla.
Si avvicinarono a Hige, che aveva già riempito l’ennesimo piatto e parlava con la bocca piena.
«Non voglio partecipare, non ho spiccioli» disse lui.
«Dai, fammi contenta» supplicò Misha, senza perdere il sorriso.
«Uff… e va bene. Non so resistere a quegli occhioni, accidenti.»
Posò il piatto su un tavolino ed estrasse il portafoglio. Toboe strappò il numeretto con solennità.
«Hei, aspetta! Non volevo dare così tanto, mi serve il resto!»
«Ora non ce l’ho» rispose Misha, già pronta a spostarsi verso il prossimo donatore.
Ma Hige le afferrò il polso, trattenendola.
«Mi raccomando, dopo dammelo. Devo fare benzina, sennò come ti riporto a casa?»
«Certo, non ti preoccupare. Appena ho il resto te lo do.»
«Va bene, allora a dopo. Ah, un’altra cosa…»
Si chinò verso di lei, parlando a bassa voce, all’orecchio.
«Dopo, a casa, questo completino non togliertelo subito.»
Le guance di Misha si colorarono all’istante. Toboe, vedendola paralizzata dall’imbarazzo, dovette spingerla fisicamente per le spalle per farla avanzare verso il tavolo successivo.
I clienti si dimostrarono, chi più chi meno, generosi.
C’era chi lasciava qualche moneta, chi infilava una banconota piegata con discrezione nel sacchetto, felice all’idea di fare un'opera buona. L’aria natalizia sembrava aver scalfito anche i cuori più resistenti.
Alla fine, Misha e Toboe raggiunsero Darcia, che era rimasto volutamente in disparte, osservando la sala con il suo solito distacco elegante.
«Signor Darcia, buonasera. Un’offerta per i nostri amici a quattro zampe?»
Darcia posò lo sguardo prima su Toboe, poi su Misha. Entrambi sorridevano con entusiasmo genuino: lei porgeva il sacchetto delle donazioni, lui teneva pronto il blocchetto dei numeri.
«Ma certo. Mi fa piacere poter aiutare quando ne ho la possibilità. Ma voi questo lo sapete bene» rispose, con un lieve sorriso.
I ragazzi annuirono, ricambiando l’espressione. Poi, quasi all’unisono, impallidirono quando lo videro estrarre con calma il libretto degli assegni.
«Ma no, signore, basta anche una moneta» si affrettò a dire Toboe.
«Mi spiace, ma non credo di avere contante con me.» Darcia sollevò appena lo sguardo. «Comunque a giovarne sarà il rifugio, no?»
«Certamente» intervenne Misha, con un filo di esitazione. «Però… ecco… non è nemmeno detto che possa vincere il primo premio. E poi si tratta solo di una scorta di ciambelle gratis per un mese.»
Darcia accennò un sorriso quasi impercettibile, mentre compilava l’assegno con grafia elegante.
«Ciò che abbiamo fatto solo per noi stessi muore con noi. Ciò che abbiamo fatto per gli altri e per il mondo resta, ed è immortale.»
Le parole caddero lente, solenni. E forse quella citazione di Harvey B. Mackay era rivolta più a sé stesso che a loro.
Misha lo osservò per un istante, colpita.
«Allora grazie. Lei è davvero un uomo ammirevole e generoso, signor Darcia. Dico davvero.»
Lo guardava dritto negli occhi, con sincera ammirazione.
Misha e Toboe si voltarono, pronti a proseguire il loro giro.
«Misha, aspetta un attimo.»
La voce di Darcia la raggiunse improvvisa.
Misha si fermò. Si voltò lentamente. Quel semplice richiamo le fece scivolare un brivido lungo la schiena, sottile come ghiaccio. Lo ignorò, imponendosi un sorriso composto.
Darcia aveva cambiato espressione. Non c’era più l’elegante leggerezza di poco prima. Il suo sguardo era diventato più profondo, più pensieroso. Quasi grave.
«Dopo vorrei parlarti in privato, se non ti dispiace.»
Per un istante, Misha si accigliò. La richiesta l’aveva colta di sorpresa. Non era qualcosa che si aspettava, non in mezzo a quella festa, tra musica e risate.
Eppure la stima che provava per lui, l’immagine dell’uomo colto e generoso che aveva ancora una volta confermato essere, ebbero la meglio sull’inquietudine.
«Certo, signor Darcia» rispose con un lieve cenno del capo. «Quando vuole.»
Lui accennò un sorriso appena percettibile.
Toboe, accanto a lei, lanciò un’occhiata interrogativa all’uomo, poi alla ragazza.
La musica riprese a salire di volume, coprendo per un momento ogni altra cosa.
Hubb e Cher diedero il meglio di sé in pista.
Due lavoratori instancabili, abituati alla disciplina e alla tensione costante, finalmente si lasciavano andare. Tra le note allegre dei balli scatenati, sembravano scrollarsi di dosso settimane di stress, come se ogni passo cancellasse un pensiero, ogni risata alleggerisse un peso.
Si muovevano con naturalezza, sorprendentemente affiatati. A guardarli, si sarebbe potuto credere che si conoscessero da sempre.
Col passare del tempo, però, la folla iniziò a diradarsi. Qualcuno tornò al buffet, altri si sedettero a riprendere fiato. Il dj colse l’atmosfera e abbassò i ritmi. Non un lento vero e proprio, ma una melodia natalizia più morbida, che parlava di amore, di incontri inattesi, di promesse sussurrate sotto le luci.
Hubb fece un passo indietro, poi le porse la mano, chinando appena il capo con un gesto quasi cavalleresco.
«Mi concede questo ballo, dott… voglio dire, Cher?»
Cher si fermò a osservarlo. Le luci intermittenti degli addobbi sembravano incorniciargli il volto, accendendo di riflessi dorati i suoi occhi verdi.
Non rispose a parole. Gli porse la mano.
Hubb, con un movimento fluido e insolitamente elegante, la avvicinò a sé. Posò una mano sul suo fianco; lei lasciò scivolare l’altra sulla sua spalla.
Cominciarono a muoversi lentamente, seguendo il ritmo morbido della musica. I loro sguardi si incrociavano in un equilibrio sottile tra imbarazzo e divertimento.
«Vedo che sa ballare.»
«Tempo fa ho preso qualche lezione» rispose Hubb, con un tono più sicuro.
«Mi affido allora a lei. Io sono una pessima ballerina.»
«Faccia pure. In questi balli, è la donna a lasciarsi trasportare dall’uomo.»
Per qualche istante, parve che la sala si fosse dissolta attorno a loro. Le voci, le risate, i brindisi — tutto sfumato, lontano.
Restavano solo loro due, al centro di una luce calda e intermittente.
Entrambi avvertirono qualcosa di inspiegabile. Una sintonia che non nasceva soltanto dal momento, ma da un’eco più profonda, come un ricordo che non riuscivano a nominare.
Non ne comprendevano l’origine.
Sapevano soltanto che li rendeva felici.
E, per un istante sospeso tra musica e silenzio, sembrò loro naturale immaginare di poter danzare così, l’uno tra le braccia dell’altra, per sempre.
Alla fine, anche loro raggiunsero il limite.
Dopo il ballo di gruppo e la danza più lenta, Cher avvertiva i piedi in fiamme. Non era affatto abituata a indossare scarpe così eleganti per tanto tempo.
«L’accompagno in un punto più tranquillo» disse Hubb, sostenendola con naturale premura.
«Grazie mille. Sono davvero esausta. Capirà che per me questo non è qualcosa che faccio tutti i giorni.»
Hubb rise con sincera allegria. «Assolutamente. Io poi, a quest’ora, di solito vado a dormire.»
«Vorrà allora tornare a casa, e io l’ho trattenuta più del dovuto.»
Lui scosse il capo. «Sono felice di essermi intrattenuto con lei così a lungo.»
Non aggiunse che, in fondo, era lì anche per un altro motivo.
Fortunatamente si erano appena liberate un paio di sedie accanto a un alberello di Natale decorato con nastri dorati e piccole luci tremolanti. Si sedettero quasi all’unisono, lasciandosi sfuggire un sospiro condiviso.
Per qualche istante rimasero in silenzio. Poi lo sguardo di Hubb, che fino a quel momento era rimasto prigioniero degli occhi color cielo di lei, scivolò più in basso. Si fermò sull’opale che Cher portava al collo.
La collana dorata rifletteva le luci dell’albero. E sull’opale era inciso un motivo preciso.
«Quello è un fiore della luna, giusto?»
Cher lo guardò sorpresa. «Conosce questo fiore?»
«Sì… beh, avrà notato anche lei la grande quantità che è spuntata per le strade in questo periodo.»
Un’ombra attraversò il volto di Cher. Annuì lentamente.
«Ma il loro nome è quasi sconosciuto. Lei lo ha detto con una tale sicurezza.»
Hubb si grattò la nuca, lasciandosi sfuggire un mezzo sorriso imbarazzato. «Diciamo che ultimamente questi fiori mi perseguitano. Anche se non nego che siano molto belli.»
Cher sfiorò il pendaglio con le dita. «Il fiore della luna è il simbolo della famiglia a cui appartengo. Simboleggia il cambiamento. Si dice che quando ne spuntano in gran quantità, siamo prossimi a un nuovo ciclo mondiale.»
Hubb si accigliò. Quelle parole riecheggiavano in modo inquietante ciò che Kiba gli aveva raccontato.
«Non amo molto i cambiamenti, soprattutto se drastici» disse il detective, più serio. «Perché non farli un po’ alla volta, migliorando ciò che già si ha?»
Cher lo osservò con attenzione. «Perché spesso, per poter godere di un bel giardino, è necessario arare tutto da capo. Estirpare le erbacce. E poi piantare i fiori che si vogliono davvero.»
La spontaneità con cui aveva pronunciato quelle parole, gli fece correre un brivido lungo la schiena.
«Io preferisco un giardino con la crescita naturale delle piante» replicò lui, con una fermezza che sorprese perfino sé stesso. «Ciò che offre la natura è ciò che dovremmo curare. Un giardino troppo controllato, troppo regolato, diventa artificiale. Dipende da equilibri fragili che, se trascurati, portano al fallimento.»
Cher inclinò appena il capo. «Preferisce un giardino imperfetto?»
«Sì. Perché almeno sarebbe vero.»
Il silenzio cadde tra loro.
Non era più quello caldo e sospeso di poco prima. Era diverso, più denso, come se, senza volerlo, avessero appena sfiorato qualcosa di molto più grande di una semplice conversazione.
Una barriera invisibile sembrò frapporsi tra di loro. Eppure, nessuno dei due distolse lo sguardo.
«Peccato che certe imperfezioni causino, per alcuni, una sofferenza immane» disse Cher, lentamente.
«È vero. Se paragonato al nostro mondo, spesso sono sinonimo di miseria e dolore. Ma c’è anche del bello. E dovremmo partire da quello. Non fare tabula rasa sperando che la prossima volta vada meglio, ma migliorare ciò che diventa fallace.»
Cher scosse il capo, con uno sguardo che si fece più distante. «Lei è un utopista, detective. L’umanità ha migliaia di anni alle spalle e la storia si è sempre ripetuta. A volte è persino peggiorata, grazie all’avanzamento tecnologico.»
«Perciò quale sarebbe la soluzione?»
Lei aggrottò la fronte e distolse lo sguardo. «Temo che la mia risposta non le piacerebbe.»
Hubb la osservò di profilo. L’opale, quel discorso, la presenza di Darcia alla festa. Il suo istinto da poliziotto si accese come una scintilla nel buio. No. Non poteva essere tutto casuale. Quella donna sapeva qualcosa.
Ma invece di incalzare, scelse un’altra strada.
«Cher, se non le dispiace, vorrei cambiare discorso» disse, ammorbidendo il tono. «È una serata di svago e non ho proprio voglia di parlare di certe cose. Non concorda?»
Lei tornò a guardarlo. Il suo sorriso era tornato, sincero, quasi disarmante. La tensione si sciolse, almeno in superficie.
«Vuole che le vada a prendere qualcosa da bere? Sarà assetata.»
Cher esitò un istante, poi annuì.
Hubb tornò con due nuovi calici di prosecco.
«Allora, di nuovo a noi. E a questo fortuito incontro.»
I bicchieri tintinnarono.
«A questa notte di follia» rispose lei.
Bevvero a piccoli sorsi, senza smettere di guardarsi.
«Detective, non so ancora il suo nome.»
«Ha ragione. Mi chiamo Hubb.»
Nel sentire quel nome, qualcosa attraversò lo sguardo di Cher. Una luce improvvisa, remota.
Ma fu solo un istante.
«Mi ha fatto molto piacere fare la sua conoscenza, Hubb.»
«Se non le dispiace, dopo due brindisi e un ballo scatenato, forse potremmo passare al tu.»
Cher fece una lieve smorfia, poi sorrise. «Perché no. Quando sono fuori dal mio ufficio, i formalismi non dovrebbero esistere.»
«Sono più che d’accordo con te.»
Si sorrisero. E poi accadde qualcosa che lasciò entrambi interdetti.
La cravatta di Hubb era ancora lenta. Senza pensarci, Cher allungò le mani verso di essa.
«Ti scordi sempre di stringere bene questo nodo.»
Le parole le uscirono con una naturalezza disarmante. Come se quel gesto fosse già accaduto molte altre volte.
Entrambi sbatterono le palpebre.
Cher si portò una mano alla fronte. Hubb si chinò verso di lei, poggiandole una mano sulla spalla.
«Cher, stai bene? Hai mal di testa?»
«Io… io…»
Improvvisamente immagini si accavallarono nella sua mente. Lunghe cene. Risate soffocate tra le lenzuola. Una promessa solenne pronunciata davanti a un altare. E accanto a lei, sempre lui. L’uomo che aveva davanti.
E che non aveva mai visto prima.
O forse sì?
«Cher, rispondimi.»
Lei si ridestò come da una trance. Lo fissò, smarrita.
«Credo di aver avuto un capogiro. Forse ho bevuto troppo.»
Fece per alzarsi, ma Hubb la trattenne con dolcezza.
«Sei pallida. Aspetta un attimo, riprendi fiato.»
Lei lo guardò con occhi ancora velati. «Sei premuroso. È una tua caratteristica innata, dico bene?»
Hubb sorrise, un po’ incerto. «Solo con chi se lo merita. E io credo, Cher, che tu te lo meriti. Anche se non so spiegarmi il perché.»
«Forse sei solo brillo anche tu.»
«È possibile. Ma se essere brillo mi rende sincero, ben venga.»
Si accorsero solo dopo che lui le stava tenendo la mano.
Hubb la lasciò di scatto. «Io… sono mortificato. Non so cosa mi sia preso. Sono un perfetto sconosciuto.»
Un velo rosato attraversò le guance di Cher. «Non preoccuparti. Ti ho fatto agitare. Hai agito d’impulso.»
Hubb si appoggiò allo schienale della sedia. Anche lui sentiva la testa leggera. Ma ciò che lo turbava non era l’alcol. Era quella sensazione profonda, viscerale. Come quando si ritrova qualcosa che si credeva perduto.
«Forse è meglio che vada» disse Cher, a un certo punto. «Si è fatto tardi.»
Il cuore di Hubb accelerò.
«Aspetta un attimo, per favore.»
Lei lo guardò, interrogativa.
Goffamente, lui infilò una mano nella tasca interna della giacca ed estrasse un biglietto da visita.
«Ecco… mi piacerebbe che ci risentissimo. Magari stavolta in un momento più tranquillo.»
Cher esitò. Poi prese il cartoncino tra le dita.
«Non posso garantire che chiamerò. Sono molto impegnata.»
Hubb sorrise, con una sicurezza che non sapeva di avere. «Lo sono anche io. Ma qualcosa mi dice che per noi troveremo il modo.»
Cher inclinò appena il capo.
«Hai detto “noi”?»
«Beh, sarebbe così brutta come immaginazione?» disse lui, grattandosi la nuca e lasciandosi sfuggire una risatina impacciata.
Rimase spiazzato quando vide il sorriso di Cher farsi più dolce, aprirsi sul suo volto con una luce nuova. Probabilmente erano coetanei, eppure su di lei il tempo sembrava essersi fermato, come se gli anni avessero scelto di sfiorarla soltanto.
Hubb si sporse leggermente in avanti, in attesa di una risposta. Nel farlo, qualcosa gli sfiorò la fronte. Sollevò lo sguardo.
Un piccolo rametto verde, legato con un nastro rosso, oscillava appena sopra di loro.
«Vischio» mormorò, con un sorriso che cercava di sembrare disinvolto.
Cher alzò gli occhi a sua volta e notò per la prima volta l’addobbo. Sorrise.
Per un istante il tempo parve rallentare. Le luci dell’albero riflettevano bagliori dorati nei suoi occhi chiari.
Se Hubb, in quel momento, stava sperando in un bacio, la realtà fu più sottile: Cher non si tirò indietro... ma non cedette nemmeno. Si avvicinò appena e gli accarezzò delicatamente una guancia, con la punta delle dita.
Un gesto lieve, intimo, misurato.
Il detective arrossì all’istante, rosso fin sulla punta delle orecchie, lo sguardo smarrito e il cuore che sembrava voler sfondare il petto.
Quando lei si alzò per congedarsi, lui rispose quasi in automatico, colto di sorpresa, ancora sospeso tra aspettativa e incanto.
E mentre Cher si allontanava tra le luci calde della sala, Hubb rimase lì seduto, con la certezza che quella non fosse affatto una notte qualunque.
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Cher si guardò attorno nella sala. Desiderava tornare a casa, ma del suo accompagnatore non c’era traccia. L’idea che Lord Darcia se ne fosse andato senza dirle nulla le sembrava poco plausibile. Non era nel suo stile.
Darcia, infatti, si era semplicemente spostato all’esterno del locale. Con lui c’era Misha.
Nonostante le giacche, il freddo era pungente. Nuvolette di condensa si dissolvevano nell’aria a ogni parola. Eppure Darcia sembrava non farci caso: quel confronto, per lui, contava più del proprio benessere.
«Signor Darcia, è stato in disparte per tutto il tempo. Non si sta divertendo, per caso?»
Lui scosse il capo. «Al contrario. Ho potuto ammirare qualcosa che nei palazzi dorati che frequento è cosa assai rara: la genuinità. Il desiderio autentico di condividere un momento.»
Misha sorrise, lusingata.
«Se ho potuto vivere una serata del genere, lo devo a te, Misha.»
Lei lo guardò sorpresa. «Ma signore, io non ho fatto niente di che.»
«Il semplice averti conosciuta è bastato. Chiamalo destino, se preferisci. Io sono convinto che le persone non si incontrino per caso… e ti prego, basta con questo “signore”. Mi farebbe piacere che mi chiamassi semplicemente Darcia.»
Misha si strinse nelle spalle, visibilmente imbarazzata. Lanciò un’occhiata furtiva attorno a sé: le strade erano deserte, tutti rifugiati al caldo della caffetteria.
«È sicuro? Non vorrei mancarle di rispetto.»
«Sono io a chiedertelo. Credevo che ormai fossimo diventati amici. Forse mi sbagliavo?»
Lei drizzò la schiena. «Assolutamente, sig… Darcia. Anzi, grazie a lei ho capito che il denaro non definisce una persona. Sono cresciuta pensando che chi vive ai vertici della società fosse distante, indifferente. Invece lei non ha esitato ad aiutare, e non ha mai ostentato il suo status.»
«Forse siamo più umani di quanto tu creda?»
Misha annuì, poi si strofinò le braccia per scaldarsi. Era chiaro che non l’avesse chiamata fuori solo per ringraziarla.
Darcia fece un respiro più profondo.
«Sai, Misha, devo farti una confessione. Non sono stato del tutto sincero con te.»
La ragazza si accigliò.
L'aria sembrò farsi improvvisamente più tesa.
«Quel salvataggio è stato sì un gesto altruistico… ma anche egoistico.»
«Non la seguo.»
Darcia iniziò a camminare lentamente, incrociando le braccia. Sembrava lottare con le parole.
«Tu mi ricordi una persona. Non per l’aspetto… ma per ciò che i tuoi occhi comunicano.»
Misha si portò una mano al petto, sorpresa.
«Quando incrociai per la prima volta il tuo sguardo, un nome mi sorse spontaneo alle labbra: Hamona.»
«Hamona?»
Il modo in cui lui aveva pronunciato quel nome — con malinconia e dolcezza — le strinse il cuore.
«Mia moglie. La mia defunta moglie.»
Misha rimase senza parole. L’uomo che aveva sempre visto saldo e impenetrabile ora si mostrava vulnerabile, attraversato da un’ombra che lo rendeva umano.
Le luci delle luminarie sembrarono illuminargli gli occhi, in particolar modo l'iride gialla.
«Mi dispiace tanto. Dev’essere stata una donna magnifica. E mi spiace se conoscendomi le ho riaperto una ferita.»
«Tutt’altro» replicò lui, con un’improvvisa intensità. «Quando ti ho vista, il mio cuore si è riempito di gioia. È stato come tornare indietro nel tempo. Quando conobbi Hamona, aveva la tua stessa espressione innocente. Dolcezza che non aveva bisogno di mostrarsi per esistere. Il suo cuore era colmo di amore e di sogni.»
«E questo lo ha ritrovato in me?» chiese lei, con umiltà.
«Non serve esserne consapevoli. Quando un’anima è buona, gli altri lo percepiscono. E tu lo sei, Misha. Per questo non esitai quando mi dissero della tua scomparsa.»
Lei abbassò lo sguardo, commossa. «Sapere di averle donato un po’ di gioia è un grande conforto. Posso solo immaginare il dolore che porta dentro.»
«Sì. Ma non sarà per sempre.»
Misha lo guardò, confusa.
«Un giorno, quando le porte del Rakuen si riapriranno, io e Hamona ci riuniremo. Recupereremo gli anni che la malattia ci ha negato.»
Lo disse con tale fervore che qualcosa si chiarì dentro di lei. Finalmente comprendeva perché quella leggenda fosse così importante per lui. Forse era solo un’ancora. Un’ultima speranza contro il vuoto.
Non ebbe il cuore di contraddirlo.
Gli sorrise dolcemente. «Sì. Un giorno vi ritroverete, e il vostro sogno sarà coronato.»
Gli occhi di Darcia si illuminarono.
«Allora credi anche tu nel Rakuen? Se so che anche tu ci credi, potrò continuare a sperare.»
Misha esitò. Ma l’espressione accesa di lui le impedì di negargli quel conforto.
«Va bene, Darcia. Crederò con tutta me stessa nell’esistenza di quel luogo. Lo farò per lei che è tanto buono.»
Darcia sembrava commosso. Con le mani tremanti, quasi esitanti, le poggiò sulle spalle della giovane.
Ci fu qualche istante di silenzio, colmato solo dai festeggiamenti che si udivano all'interno della caffetteria.
«Ora devo chiederti un altro favore, se non ti dispiace.»
«Mi dica.»
«Vorrei che quanto ti ho confidato restasse tra noi. Nessuno sa che sono stato sposato e del mio sogno, solo una ristrettissima cerchia. Desideravo includerti.»
«Stia tranquillo, Darcia. Il suo segreto è al sicuro.»
«Neanche a Toboe e Hige, per favore.»
Misha esitò un istante. Poi annuì. «Se è questa la sua volontà, la rispetterò.»
«Grazie. Non sai quanto sia importante per me.»
Prima che potesse reagire, Darcia la attirò in un abbraccio.
A causa della differenza di altezza, fu come essere avvolta completamente. Il suo corpo era caldo, e Misha ne percepì il battito accelerato.
Anche il suo cuore batteva forte.
Ma insieme al calore, avvertì qualcosa d’altro. Una sottile, inspiegabile sensazione di disagio.
Nonostante ciò, sollevò le mani e le posò sulle spalle di lui, sforzandosi di ricambiare quel gesto con sincerità.
Sopra di loro, l’aria notturna restava immobile e gelida.
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Ora che Cher se n’era andata, Hubb avvertì una sorta di vuoto improvviso.
Forse, se fosse stato qualche anno più giovane, l’avrebbe invitata senza pensarci troppo a continuare la serata altrove. Ma lo sbadiglio che gli sfuggì subito dopo fu una conferma impietosa: i giorni di baldoria sfrenata erano rimasti indietro anni luce, ormai.
Finì il prosecco in un ultimo sorso e, con un sospiro, lasciò cadere le spalle.
Si guardò attorno, cercando i suoi “sorvegliati”.
Toboe era con Nadia a fare il karaoke, completamente assorto in quella attività. Misha non si vedeva da nessuna parte, ma con tutta quella folla poteva semplicemente essere impegnata a servire da qualche parte, senza che riuscisse a vederla. Hige, invece, era esattamente dove l’aveva lasciato: nell’area buffet.
E quella sera era proprio lui a interessargli di più.
Forse era arrivato il momento giusto per avvicinarlo.
Si fece strada tra i tavoli.
«Hige, ricordo bene?»
Il ragazzo dai capelli rossi si voltò, con i lati della bocca ancora sporchi di zucchero a velo. Per un istante sembrò confuso, poi il suo volto si distese in un sorriso.
«Il detective Lebowski, giusto?»
«Vedo che hai buona memoria» replicò Hubb, accennando un sorriso. «Come sta andando? Ti stai divertendo?»
Hige ingoiò l’ennesimo boccone. «Sì, non c’è male. Non che la parte dei balli mi abbia entusiasmato. Anche se mi pare che lei invece ci abbia dato sotto in pista… con quella bionda.»
Hubb distolse lo sguardo, preso in contropiede. «Siamo alla vigilia di Natale. Anche un poliziotto avrà diritto a un po’ di divertimento, no?»
«Certo, assolutamente. Come per me lo è trascorrerla tra bon bon e biscotti!»
«Guarda che se esageri, a Misha potresti non piacere più.»
Hige fece una smorfia. «No, a Misha piace toccare un po’ di carne— ah, ma aspetti… lei che ne sa di me e di Misha?» balbettò, arrossendo vistosamente. Per poco non gli cadde il piatto di mano.
Hubb scoppiò a ridere. «Accidenti, alla tua età non pensavo si potesse reagire ancora così. Le giovani generazioni sono decisamente più sensibili.»
«Ma no, no…» borbottò Hige. «È che mi stupisce. Lei è davvero un detective con i fiocchi, detective.»
«Osservare è il mio mestiere» rispose Hubb, con un mezzo sorriso. «Quegli sguardi, quegli sfioramenti… sono abbastanza eloquenti.»
Sospirò, tornando più serio. «Senti, mi farebbe piacere scambiare quattro chiacchiere con te. Ti dispiace se usciamo un attimo fuori a fumare?»
«Io non fumo.»
«Fai bene. Dovrei smettere anch’io. Ma certi vizi sono duri da eliminare.»
Hige ci pensò un momento, poi fece spallucce. «Va bene. Sarà un modo per fare due passi e digerire un po’.»
Giunti alla soglia, si spostarono in un angolo più appartato del cortiletto, lontano dalla musica e dalle risate che filtravano dalla porta socchiusa.
Hubb estrasse il pacchetto dalla tasca interna della giacca, insieme all’accendino. Si portò la sigaretta alle labbra e la accese con un gesto ormai automatico.
Hige si strinse meglio nel giubbotto, infilandosi le mani nelle tasche per ripararsi dal freddo.
«Allora, chi era?» chiese, con tono curioso.
«Chi?»
«La donna di prima.»
Hubb fece uscire una sottile scia di fumo. «Solo una buona compagna di ballo. L’ho conosciuta stasera.»
«Almeno le ha detto il suo nome?»
«Ha detto di chiamarsi Cher. Cher Degre.» Fece una pausa. «Ci crederesti mai se ti dicessi che è una scienziata?»
Hige inarcò le sopracciglia. «Accidenti, no. Io me li immagino tutti vecchi e con i capelli dritti.»
Hubb sorrise, contenendo una risata. «Anch’io. Ma stasera ho avuto la conferma che gli stereotipi andrebbero lasciati dove stanno.»
«Pensa che la rivedrà?»
Hubb fece spallucce. «Chissà. Sembra che entrambi abbiamo sposato il nostro lavoro.»
Hige scosse il capo, sorridendo appena. «Non dovreste vivere per lavorare. Mia nonna mi diceva sempre: oggi ci siamo, domani chissà.» Si strinse nelle spalle. «Se quella donna le piace davvero, non lasci perdere solo perché un mucchio di scartoffie la reclamano. I documenti il giorno dopo saranno ancora sulla scrivania. Lei, magari, no.»
Hubb lo guardò con sincera sorpresa. «Sono colpito. Non è affatto una sciocchezza ciò che hai detto.»
«Ogni tanto tiro fuori anche io perle di saggezza» rispose Hige, fingendo modestia.
«Sarà questo che ha conquistato la tua ragazza.»
Hige ridacchiò. «Un po’ questo, un po’ altro. Ma sono cose nostre private. Non otterrà da me alcuna confessione, detective.»
Hubb fece un paio di tiri lenti. Il fumo si dissolse nell’aria gelida.
«Non è facile, di questi tempi, trovare la persona giusta» disse, più serio. «Andiamo tutti di fretta. E quando finalmente decidiamo di aprirci a qualcuno… è un grande atto di coraggio.»
Hige annuì. «Tra me e Misha non è andata così in fretta, in realtà e forse è un bene. Prima ci siamo frequentati come amici, abbiamo imparato a conoscerci e alla fine...… grazie a certe circostanze… abbiamo scoperto di provare qualcosa.» Sospirò, guardando le luci appese nel cortile. «Ma sì, forse ha ragione lei. Non è facile trovare la persona giusta. Anche se penso di poter dire che io l’abbia trovata.»
Le parole gli uscirono semplici, limpide. Sicure.
Hubb si corrucciò appena. Sentì lo stomaco contrarsi.
Si sentì un verme per quello che stava per fare.
«Certo… ma se posso dirti la mia, non lasciarti andare troppo in fretta. Per esperienza, anche con chi ci sembra più vicino, è meglio andarci con i piedi di piombo.»
Hige si accigliò, fissandolo. Esitò un istante, poi rispose:
«Non è neanche un mese che stiamo insieme, è vero. Ma la conosco da tempo. E credo di essere abbastanza grande per capire se una persona mi piace davvero.»
«Non lo metto in dubbio» ribatté Hubb, più cauto. «Ma forse sei ancora troppo giovane per dire con certezza che qualcuno sia la persona giusta.»
L’irritazione affiorò negli occhi di Hige e fece un passo indietro.
Quell’uomo — solo da chissà quanto — stava davvero facendo la morale a lui?
«Sei sicuro di non aver mai provato questo sentimento per qualcun’altra?» incalzò.
Hubb lo fissò un momento. Poi affondò il colpo.
«Non hai mai provato qualcosa del genere… per una donna di nome Blue?»
Il nome cadde tra loro come una pietra nello stagno.
Hige sbiancò.
Dentro il locale, le voci allegre e i canti sguaiati dei più brilli arrivavano ovattati, distanti. Un contrasto stridente con il silenzio improvviso tra loro.
Hige portò le mani nei ricci, stringendoli.
«Blue… ha detto?» La voce tremava. Un ronzio sordo gli invase la testa.
«Ti ricordi di lei?» insistette Hubb, lo sguardo più cupo.
Un lampo.
Poi un altro.
Immagini frammentate, rapide, come una pellicola accelerata affiorarono nella sua mente: una lotta, sangue, un ululato, occhi azzurri, una corsa disperata. Un abbraccio.
«Hige, ti ricordi di Blue?»
«La smetta!» esplose lui all’improvviso, con le lacrime agli occhi. «Io non conosco nessuno con quel nome! Ho solo mal di stomaco per aver mangiato troppo!»
Hubb lo osservò con espressione grave.
Quella reazione non aveva nulla a che vedere con il mal di pancia.
«Si finisca pure la sigaretta da solo» tagliò corto Hige, voltandosi di scatto. «Devo riportare la mia fidanzata a casa. Si è fatto tardi.»
Rientrò a grandi passi nel locale proprio mentre due bottiglie di spumante venivano stappate tra applausi e risate. Era stato estratto il vincitore della riffa e un signore si trovava al centro della sala con Nadia e il proprietario, pronto a ricevere il voucher per un mese di ciambelle gratuite.
Hige si guardò attorno, nervoso.
Non la vedeva.
«Toboe, hai visto Misha?» chiese, afferrando al volo l’amico per un braccio.
Toboe scosse il capo, ma poi la sua espressione cambiò.
«Il signor Darcia voleva parlarle… forse è fuori con lui.»
La mascella di Hige si contrasse appena.
Quasi impercettibilmente.
Tornò indietro e questa volta a passi più decisi.
Superò Hubb senza degnarlo di uno sguardo, ignorando la sua domanda su cosa ci facesse di nuovo lì.
Girò l’angolo... e il cuore perse un colpo, non appena li vide: Darcia e Misha appartati ed abbracciati.
Hige rimase nascosto, schiacciato contro il muro. Le dita si serrarono sull’angolo freddo dell’intonaco.
«Conto su di te, allora» disse Darcia, quando si separarono, sorridendo con gratitudine.
Misha gli restituì un’espressione dolce.
«Ora mi scusi, ma devo rientrare. La festa sta volgendo al termine ed è il momento di sistemare.»
«Certamente, non ti tratterrò oltre. Per il viaggio di ritorno sei a posto?»
«Sì, mi riporterà il mio Hige. Sperando che non si sia addormentato per il troppo cibo.»
Risero entrambi, con leggerezza.
«Allora buon proseguimento, Misha. Mi ha fatto piacere» concluse il magnate. «E salutami tanto i tuoi amici.»
«Lo farò. Buonanotte.»
Misha si allontanò di corsa, svoltò l’angolo e rientrò nel locale, ignara della presenza silenziosa che fino a poco fa era lì che li osservava.
Hubb, che lo aveva visto appostarsi per quei pochi secondi e poi rientrare con gli occhi infossati, non disse nulla.
Si limitò a spegnere la sigaretta sotto la suola e a trattenere il peso di ciò che aveva appena innescato.
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Più tardi, quando il locale chiuse definitivamente e le ultime luci vennero spente, Hige, Toboe e Misha erano già in macchina, diretti verso casa.
Prima avrebbero accompagnato Toboe all’orfanotrofio.
Lui era raggiante. Non faceva che parlare, raccontando a raffica episodi della serata, alternando le sue battute a quelle di Misha. I due ridevano, si interrompevano a vicenda, si sovrapponevano nei ricordi ancora caldi.
Hige guidava.
Ogni tanto annuiva. Ogni tanto lasciava cadere una frase breve, giusto per non restare completamente in silenzio.
Ma non era davvero lì con loro.
Toboe e Misha, presi dall’entusiasmo, non se ne accorsero.
Arrivati davanti all’orfanotrofio, Hige accostò. Toboe scese, ancora col sorriso stampato in faccia.
«Ragazzi, allora a dopodomani per la lezione!»
«A dopodomani, Toboe! Fai buon riposo e goditi le vacanze!» rispose Misha, sporgendosi dal finestrino per salutarlo.
La portiera si chiuse.
Hige ingranò la marcia con troppa fretta. La frizione grattò, l’auto sobbalzò.
«Fa’ attenzione o mi risale lo spumante!» scherzò Misha, con tono leggero.
Nessuna risposta.
Il rumore del motore riempì lo spazio che le parole non occupavano.
Misha provò a riprendere il filo della conversazione, parlando di quanto fosse stata bella la festa, del successo che aveva riscosso la riffa, di Toboe vestito da “aiutante di Babbo Natale”.
Ma le frasi le morirono in gola.
Hige era troppo chiuso. Troppo distante.
«Hige… che hai? È successo qualcosa?» chiese infine, la preoccupazione che le incrinava la voce. «Hai mangiato troppo?»
«No.» Secco. Tagliato.
Il silenzio si fece più denso.
«Allora cos’è?» provò ancora lei. Poi, con un sorriso timido, leggermente arrossita: «Vedi? Ho tenuto il costume… come mi hai chiesto.»
Ancora silenzio.
Il cuore di Misha iniziò a battere più forte.
Allungò la mano, sfiorando quella di lui poggiata sul cambio.
Hige la scostò con un gesto rapido.
Lei non capì se fosse stato per inserire la marcia o per evitare il suo tocco.
Ritrasse lentamente le dita.
Fuori, le luminarie natalizie scorrevano come scie dorate lungo il parabrezza.
Dentro l’auto, invece, qualcosa si era incrinato.
«Sei arrabbiato con me?» chiese più piano. «Se è per il resto, non ti preoccupare. Ce l’ho qui in borsa.»
«Non è per il resto.»
Il tono tagliente la fece irrigidire. Si era stancata di quel gioco ad indovinelli.
«Allora parla chiaro. Che cosa è successo per essere così?»
Hige serrò la mascella. Per un attimo sembrò voler ingoiare tutto. Poi le parole uscirono, pesanti.
«Vi ho visti.»
Il silenzio nell’abitacolo si fece compatto.
«Te e quel riccone. Abbracciati.»
Misha lo guardò, incredula. «Ci hai visti?»
«Sì.» Deglutì. «Brava. Hai conquistato il principe di Freeze City.»
«Ma che assurdità stai dicendo?»
«Vuoi negarlo?» La guardò di sbieco. L’auto ebbe una lieve incertezza, ma le sue mani sul volante restarono salde.
«Non lo nego» rispose lei, trattenendo l’irritazione. «Ma non per le ragioni che pensi.»
«Quali altre ragioni possono esserci quando un uomo e una donna si appartano?»
«Non tutti ragionano con il basso ventre, sai?»
«Misha, è un uomo.» La voce gli tremò appena. «Secondo te non si è fatto nemmeno un pensiero su di te? Perché aiutarci, altrimenti? Non ti conosceva che da un giorno e solo perché gli hai servito un caffè.»
La ragazza si strinse nelle spalle.
La richiesta di Darcia di mantenere il segreto le rimbombò nelle orecchie. Avrebbe voluto dirlo ad Hige, ma Darcia gliel'aveva chiesto con il cuore in mano, che proprio non si sentì di tradirlo.
«Darcia non è quel genere di uomo.»
«Darcia?» scattò lui. «Dov’è finito “signor”?»
Un’auto davanti a loro svoltò senza freccia. Hige suonò il clacson con rabbia.
Misha sentì l’ansia stringerle lo stomaco.
«Non abbiamo fatto nulla di male. Nessun secondo fine.»
«Allora perché vi siete abbracciati?»
Lei inspirò. «Questo non posso dirtelo. L’ho promesso.»
Le orecchie di Hige si fecero rosse. Le dita si strinsero sul volante fino a sbiancare le nocche, probabilmente stava immaginando il collo del magnate in quel momento.
«Allora sei ingenua. Davvero ingenua.»
Le parole la colpirono come uno schiaffo e a lui non sembrò importarle di starla ferendo.
«Non è un ragazzino» continuò lui, più freddo. «È un uomo fatto e finito. Con soldi, potere, esperienza. La sua macchina costa più del mio appartamento. Pensi davvero che non sappia come circuire una ragazza come te?»
«Fammi scendere.»
La frase cadde netta.
Il motore ronzava basso. Nessuno dei due parlò per un secondo che parve eterno.
«Fammi scendere» ripeté lei, più ferma.
«Siamo ancora a diversi isolati.»
«Non mi interessa. Fermati o ti giuro che mi metto a urlare.»
Hige serrò la mascella.
Girò il volante con un movimento secco e accostò al marciapiede.
Le luminarie riflettevano bagliori intermittenti negli occhi di Misha, ora lucidi, colmi d’acqua trattenuta a fatica. Era visibilmente affranta. Delusa.
Ma anche Hige lo era. Solo che la sua ferita aveva la forma della rabbia.
Non si dissero altro.
Misha aprì la borsetta con mani leggermente tremanti, estrasse il portafoglio e tirò fuori le banconote del resto promesso. Le appoggiò nel portaoggetti, con un gesto silenzioso e definitivo.
Poi scese.
La portiera si chiuse con un tonfo sordo e si incamminò verso casa senza voltarsi.
Hige la seguì con lo sguardo, immobile. Per un istante pensò di riaccendere il motore e accompagnarla almeno a distanza, per assicurarsi che nessuno la importunasse.
Ma le parole di Hubb si insinuarono nella sua mente come un’eco ostinata.
Hige, ti ricordi di Blue?
Strinse gli occhi e premette la fronte contro il volante, come se potesse schiacciare via quel nome che pulsava dentro la sua testa.
Non capiva. Non capiva perché si sentisse così.
Quando rialzò lo sguardo, Misha non si vedeva più. Sperò che fosse ormai vicina al portone, al sicuro nell’androne illuminato.
Restò fermo ancora qualche secondo.
Si sentiva svuotato. La bocca impastata, il corpo pesante, come se un’influenza improvvisa lo avesse colto nel giro di pochi minuti.
Forse era solo quello.
Forse aveva mangiato troppo.
Forse era stanchezza.
Forse i deliri del detective erano stati solo una coincidenza sgradevole.
Eppure, sotto quella giustificazione fragile, qualcosa continuava a muoversi: un ricordo che lottava per riemergere.
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