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Creato il 17/05/2026, 22:15 · Aggiornato il 17/09/2026, 09:18

Capitolo 11: Heaven's not Enough - Parte 1

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoCompleta

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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«Ciò che cade come neve, ritorna come radice.

Ciò che tace come seme, ritorna come voce.» - Racconti perduti de Il Libro della Luna.


«Toboe, Toboe, ti prego resta sveglio!» aveva supplicato al suo giovane amico, disteso nella semi incoscienza dopo il pugno dello scagnozzo di Satoshi che lo aveva scagliato lontano sul pavimento della stanza. Il cuore di Misha batteva furioso, come se volesse sfondarle il petto, mentre lei restava immobile e impotente ad ascoltare le risate compiaciute dei malviventi che già assaporavano la vittoria. 


Poi qualcosa si era mosso nel buio. Un ringhio sommesso. Una forza antica che prendeva forma dentro di lei... Un risveglio. 


Qualcuno aveva osato toccare il suo Toboe, e ora una sola parola risuonava chiara e implacabile nella sua mente: vendetta. Sentì il corpo mutare, espandersi, farsi più grande e più forte. I muscoli si tesero come corde pronte a spezzarsi; l’olfatto si fece affilato, e la mente rimase limpida e feroce. Percepiva il battito cardiaco di Toboe, lento ma stabile, e quello dei suoi nemici che iniziava ad accelerare, visibilmente sconvolti da ciò che stava accadendo davanti ai loro occhi in quella penombra. Sentiva il sangue pulsare sotto la loro pelle, e ne avvertiva l’odore cambiare di colpo a causa della paura. 


Scattò in avanti, precisa e letale. Si avventò sui primi due scagnozzi, affondando le zanne nelle giugulari e strappando carne viva dal petto con gli artigli affilati. Si riservò il piatto forte per ultimo. 


Satoshi urlava terrorizzato, agitando il coltello per cercare disperatamente di difendersi. Ma una lama così semplice, così fragile, non poteva nulla contro la sua forza, contro quel corpo massiccio e del tutto inarrestabile. Gli si gettò addosso con tutto il peso, spezzandogli il fiato in un unico colpo sordo. Fissò negli occhi quell’orrendo umano, colui che aveva osato minacciare lei e il suo cucciolo. Fu questione di un attimo, e il sangue schizzò ovunque nella stanza, bagnando le pareti e il soffitto. Tra le fauci, lembi sanguinanti di pelle colavano caldi dalla sua bocca.


«No, non è vero!»


L’urlo disperato di terrore di Misha fece sobbalzare Hige, che dormiva al suo fianco nel letto. Il ragazzo accese in fretta la lampada del comodino per illuminare la stanza, e la vide subito con lo sguardo paonazzo, mentre teneva le mani conficcate tra i riccioli neri; appariva spaventosamente pallida, con il respiro corto e gli occhi spalancati nel vuoto della camera.


«Misha che succede? Hei! Mi senti?»


Hige provò a scuoterla per le spalle, tentando in tutti i modi di richiamarla indietro alla realtà. Ma nei suoi occhi color ghiaccio la visione del massacro si ripeteva ininterrottamente come un loop, un’eco dolorosa che non voleva saperne di dissolversi nel buio; persino nella bocca le sembrava di percepire per davvero il sapore metallico e caldo del sangue di Satoshi. Alla fine Hige si sentì costretto a darle uno schiaffo per strapparla a quello stato di profondo shock psicologico. 


Per fortuna il gesto funzionò. Ma non appena Misha riuscì a mettere a fuoco il volto preoccupato di Hige davanti a sé, il labbro le tremò vistosamente e i suoi occhi si riempirono di lacrime amare.


«Hige... io... che cosa ho fatto?»


Lui non rispose alla domanda, ma la strinse contro il proprio petto con tutta la forza che aveva in corpo. Non sapeva quale tipo di mostruoso incubo l’avesse sconvolta così a fondo, ma sentì che, in quell’esatto istante, doveva sostenerla con tutto se stesso senza esitare. La ragazza era diventata improvvisamente piccola, indifesa e fragile tra le sue braccia, e lui la avvolse interamente con tutto l’affetto e la protezione che poteva darle per farla sentire al sicuro.



˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆


In quei giorni Kiba aveva approfondito il profilo pubblico di Darcia. Anche in quel nuovo mondo l'uomo era qualcuno di importante, tanto quanto lo erano stati i nobili nel vecchio: superiore a tutto, persino alle leggi vigenti. Nulla sembrava pendere su di lui, l’azienda risultava impeccabile e i conti erano in perfetto ordine; lo Stato doveva molto alle Darcia Industries per il contributo offerto allo sviluppo tecnologico dei trasporti e delle infrastrutture. Darcia era un uomo stimato, rispettato dalla società bene e nessuno avrebbe mai potuto immaginare qualcosa di sbagliato sul suo conto. La famiglia Darcia, del resto, era antica e facoltosa, e la sua storia si intrecciava con la fondazione stessa della città. Questo lo rendeva intoccabile, inarrivabile per la giustizia ordinaria. Per Kiba non sarebbe stato affatto semplice introdursi nel suo castello, anche se, questa volta, non si trattava di una fortezza fluttuante. 

Hubb faceva del suo meglio per convincere i superiori a riaprire il caso della sparatoria, alla luce delle tracce scoperte e della concreta possibilità che Satoshi fosse morto in quello scontro. Ma si scontrò presto con la dura realtà: gli unici testimoni erano gli stessi agenti di Darcia. Misha e Toboe erano privi di sensi, e Tsume non aveva fornito dettagli chiari nei verbali. E, anche ammesso che ci fosse stato un omicidio, alla luce dei fatti Darcia e i suoi non risultavano coinvolti, sebbene fosse probabile che avessero occultato i corpi. Restava solo la parola di un criminale contro quella di un magnate.

«Se solo ci fosse un modo per introdurre almeno una microspia, una microtelecamera nel castello» aveva borbottato il detective.

«Quindi dovremmo perdere tempo a spiare Darcia, anziché fare irruzione e cercare Cheza?» aveva ribattuto Kiba, stizzito.

Hubb si accigliò, incrociando le braccia. «Forse nel tuo vecchio mondo gli atti eroici, le incursioni a spada tratta, erano la norma. Ma in questo mondo le cose funzionano diversamente» disse, serrando la mascella. «A Darcia basterebbe alzare la cornetta e chiamare la polizia perché un ragazzo in stato alterato è entrato a fare danni a casa sua. Pensi davvero che così la tua Cheza sarà salva? Piuttosto concentrati sullo sperare che a sua volta non ti stia dando la caccia, se come dici te egli potrebbe aver conservato anche lui la memoria.»

Kiba strinse con forza la lattina che stava bevendo. Il metallo si accartocciò sotto le sue dita, poi la scagliò via con rabbia; la lattina finì tra i cespugli rinsecchiti, cresciuti accanto all’ingresso della galleria. Ormai quello era diventato il loro punto di ritrovo fisso.

«E tu non dici niente al riguardo? Ti limiti ad ascoltare?» disse il giovane, voltandosi verso Tsume, che se ne stava in disparte, semi sdraiato, con le mani intrecciate dietro la nuca e la schiena poggiata a un pilastro di cemento.

«Lascialo stare, in questi giorni è depresso» intervenne Hubb, con tono comprensivo, lasciandosi sfuggire un sospiro.

Kiba si accigliò.

«La sua bella Misha non è più sua. Del resto anche lei è giovane ed il cuore volatile. Pare si sia messa con il vostro vecchio compagno, Hige.»

Kiba drizzò la schiena, sporgendosi in avanti. «Hige e Misha si sono messi insieme?»

Hubb si rabbuiò, mostrando uno sguardo interrogativo. «C’è qualcosa di male?»

Kiba si grattò la testa, distogliendo gli occhi. «Nel vecchio mondo, lui era legato ad un’altra nostra compagna. Blue.»

Tsume voltò lentamente lo sguardo verso di loro, ora davvero interessato alla questione. Era vero. Nella visione in cui aveva dovuto porre fine alle sofferenze di Hige c’era stato anche un altro corpo; ma l’immagine era sfocata, come neve sospinta dal vento.

«Blue?» ripeté Hubb, per assicurarsi di aver capito. «Allora, se siete tutti qui, magari c’è anche lei da qualche parte e deve essere ritrovata, no?»

Kiba serrò le labbra, intrecciando le mani. «Il fatto è che lei era di sangue misto. Era per metà cane, quindi non in grado di poter attraversare il Rakuen.»

Il detective si accigliò. «Tecnicamente neanche io sarei dovuto essere qui, in base a quanto ci hai detto, no? Se ce l’ho fatta io che non avevo sangue di lupo, perché a lei dovrebbe essere stato negato?»

«In effetti…» Kiba sospirò, poi si alzò in piedi. Incrociò le braccia e fissò l’orizzonte, dove il cielo innevato sembrava confondersi con la terra. «Ma per ora io non l’ho percepita. Forse è rinata altrove. O forse in un altro tempo.»

«Se siamo tutti qui» disse infine Tsume, rompendo il silenzio, «perché per lei non dovrebbe essere così? Tu sei arrivato qui perché hai seguito lo spirito di Cheza. Forse anche per noi è stato lo stesso. Per Blue, che era anche sentimentalmente vicina ad Hige, non vedo cosa potesse esserci di diverso.»

Kiba rimase qualche istante in silenzio. «Beh, il suo più grande sogno era far felice suo padre, Quent Yaiden, il cacciatore di cui vi avevo parlato. Desiderava ardentemente tornare ai giorni in cui la loro famiglia era ancora in vita. Se il Rakuen è stato concesso anche ad alcuni uomini, forse il suo spirito ha raggiunto questo obiettivo.»

Hubb scosse il capo, poiché la spiegazione non lo convinceva affatto. «Secondo me Blue è qui, da qualche parte, anche lei. E chissà se non abbia conservato la memoria. Ci sarebbe molto utile.»

«Allora l’unico modo per poterlo capire è che Hige provi a cercarla» disse Kiba, posando lo sguardo su entrambi. «Noi tre non avevamo un rapporto particolarmente stretto. Le circostanze, a un certo punto, ci hanno costrette a unire le forze. Ma per buona parte del viaggio lei ci ha dato la caccia.»

«E come? Dovrete allora avvicinare Hige e svelare anche a lui della sua vita precedente» osservò Hubb.

Tsume sospirò, con lo sguardo perso nel vuoto. «Il problema è che credo ci odi entrambi. Avrà amato questa Blue, ma da quello che ci ha detto Kiba, al momento è pronto a saltare al collo di chiunque provi a turbare Misha e Toboe.»

«Beh, non guardate me!» sbottò Hubb, alzando le braccia. «Non si ricorderà nemmeno di me. Mi ha visto solo quando lo ho interrogato per la faccenda del rapimento.»

Kiba lo fissò dritto negli occhi. «Mi dispiace, detective, ma devi trovare il modo. Un altro anno è prossimo alla conclusione e le brame di quell’uomo potrebbero esplodere da un momento all’altro.»

Per un istante calò il silenzio, rotto solo dal vento che si infilava tra le strutture della galleria.

«Pare ci sia una festa.» Tsume aveva preso il cellulare ed era entrato nel profilo social della caffetteria. Il tono sembrava distaccato, ma non del tutto. Sullo schermo campeggiava l’annuncio dell’evento di Natale. «Sicuramente Misha ci sarà. Di conseguenza, pure quegli altri due. Potrebbe essere un’occasione per avvicinare Hige.»

«Ma te guarda che situazione» sbottò Hubb, visibilmente sconcertato. «E voi due, nel frattempo, che farete? Volete passare le feste a casa?» Poi si voltò verso Kiba. «In questo mondo non hai una famiglia a cui tornare?»

Kiba scosse lentamente il capo. «Le persone che mi hanno generato abitano lontano, fuori da questo stato. Quando sono diventato maggiorenne ho raccolto le mie cose e sono partito. Ogni tanto telefono loro.»

«Le persone che ti hanno generato» ripeté Tsume, con un’ombra di biasimo nella voce. «Praticamente sei rinato solo per cercare questa “ragazza fiore”.»

«È così» rispose Kiba con disarmante sincerità, annuendo. «Le he fatto una promessa e intendo mantenerla.»

Calò un breve silenzio e l’aria sembrò farsi più fredda, più ferma. 

Fu Hubb a spezzarlo, alzandosi in piedi. «Va bene. Allora vi farete compagnia a vicenda. Ormai, di questi tempi - per fortuna - non è più uno scandalo che due uomini decidano di passare tra di loro la vigilia di Natale.»

Tsume e Kiba lo fulminarono all'istante con lo sguardo. Hubb lasciò sfuggire una risata imbarazzata, poi sospirò, portandosi le mani ai fianchi. «Dovrò rispolverare qualche vecchio completo.»


˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆



Erano finalmente arrivati i giorni di festa e Freeze City si era lasciata avvolgere interamente dalla luce. Nelle piazze principali svettavano alberi decorati, carichi di sfere e fili dorati, mentre tutt’intorno si rincorrevano bancarelle a tema, profumate di dolci e spezie. Le luminarie accendevano le strade dello shopping come costellazioni artificiali, e il buonumore sembrava scivolare ovunque, leggero tra la folla. La gente aveva una gran voglia di distrarsi, di scegliere regali, di stringersi attorno a tavole imbandite con familiari e amici. Canti di Natale e jingle riempivano l’aria frizzante e, almeno per una volta all’anno, le crisi economiche e le guerre lontane parevano dissolversi dietro un velo di luci intermittenti. 

Anche la caffetteria dove lavorava Misha non era stata da meno. I tavolini interni erano stati spostati con cura per ricavare una piccola sala da ballo, e lungo le pareti erano state allestite aree per il buffet, ordinate e invitanti. Era stato persino ingaggiato un Babbo Natale, accompagnato da un paio di elfi, per intrattenere i più piccoli nel locale. Per i dipendenti quella era una giornata di frenesia pura. Il proprietario correva avanti e indietro con nastri e scatole tra le braccia, controllando ogni singolo dettaglio della sala: se tutto fosse andato bene, quella festa avrebbe regalato alla caffetteria un successo significativo, chiudendo l’anno in modo più che positivo. 

Misha e Nadia, essendo le più giovani dello staff, erano state incaricate di attirare la potenziale clientela all'esterno. Avrebbero dovuto appostarsi fuori dalla piazzola della caffetteria e distribuire i volantini ai passanti. Una terza cameriera avrebbe dovuto essere lì con loro, ma di lei non c'era ancora nessuna traccia.

«Dici che ha trovato traffico?» chiese Nadia a Misha, sistemandosi la mantellina rossa sulle spalle.

Misha scosse il capo, mentre faceva un rapido conteggio dei fogli che stringeva tra le mani. In quel momento i suoi pensieri erano altrove. Ciò che era accaduto due notti prima nell'appartamento l’aveva lasciata scossa nel profondo, come se qualcosa dentro di lei si fosse incrinato a causa di quella visione. Non sapeva se sarebbe stata davvero in grado di affrontare una serata impegnativa come quella, eppure era una ragazza responsabile: quando si trovava al lavoro, i pensieri privati dovevano restare fuori. 

La campanella sopra l'ingresso tintinnò.

«Ciao Misha, ciao Nadia, come state bene!»

Toboe entrò raggiante nel locale, portandosi dietro una folata d’aria fredda. Per l’occasione indossava una camicia a quadri rossa e pantaloni neri di tela; il suo caschetto castano appariva molto più lucido e ordinato del solito, il viso curato e gli occhi accesi di genuino entusiasmo.

«Ciao Toboe, anche tu stai benissimo!» disse Misha, andandogli subito incontro per abbracciarlo con affetto.

Il quindicenne arrossì appena sulle guance. «Ho una cosa per te» mormorò, un po’ impacciato, mentre estraeva un pacchetto regalo dalla tasca della giacca.

«Oh ma che tenero!» esclamò Nadia, ancheggiando con finta teatralità.

«Grazie mille, fratellino» disse Misha, sorridente e sinceramente grata per il pensiero. «Anche io ho una cosa per te, ma purtroppo non l’ho portata qui con me oggi.»

Toboe scosse il capo per rassicurarla. «Oggi devi lavorare… immagino ci sarà un gran da fare per voi.»

Le due cameriere sospirarono all’unisono, guardando la porta. «Sì, e la nostra collega credo proprio ci abbia dato buca all'ultimo secondo.» 

Poi, all’improvviso, nello sguardo vispo di Nadia guizzò un’idea geniale. Si mise a osservare Toboe da capo a piedi con un'attenzione fin troppo scrupolosa e metodica. Afferrò Misha per un polso e le sussurrò rapidamente qualcosa all’orecchio. Un istante dopo, entrambe le ragazze sfoggiavano un’espressione d'intesa che fece letteralmente gelare il sangue nelle vene a Toboe. Le loro risatine, basse e compiaciute, avevano qualcosa di decisamente inquietante e divertente allo stesso tempo nella penombra.

«Toboe... ti va di guadagnare qualcosina stasera?»


Poco dopo, Toboe era stato trascinato a forza nel retrobottega, spogliato in fretta e rivestito da capo a piedi con lo stesso identico completo natalizio delle due ragazze.

«Lo sapevo! Lo sapevo che ti sarebbe stato benissimo!» esultò Nadia, battendo le mani per la gioia.

Toboe, restando fermo a braccia e gambe larghe in mezzo alla stanza, fissava il costume con aria completamente sconvolta. Gonna compresa.

«In effetti non è male» constatò Misha, portandosi una mano al mento come un’artista che osserva con cura la propria opera appena completata.

«Ma… ma sono ridicolo!» protestò il ragazzo, con la voce che gli tremava.

«Ma che dici, stai benissimo!» ribatté Nadia con un gesto sbrigativo della mano per liquidare le sue lamentele. «E poi che sarà mai per una sera? Magari scopri pure un lato del tutto nuovo della tua personalità.»

«No, grazie! Sono certo della mia identità di genere!» replicò lui con veemenza, rosso fino alle orecchie per l'imbarazzo e stringendo il pugno lungo il fianco.

«Dai, per favore» intervenne Misha, congiungendo le mani in un’espressione implorante per convincerlo. «Ci salveresti davvero la serata se ci dai una mano con i clienti.»

«E poi sarebbe tutto regolarmente retribuito» aggiunse Nadia, annuendo convinta. «Si tratta solo di distribuire volantini. Purtroppo l’immagine conta ancora tanto in questo settore ed è statistico che delle belle ragazze attirano molta più clientela rispetto a qualsiasi altro.»

«Ma io non sono una ragazza» borbottò Toboe a bassa voce, gonfiando le guance contrariato.

«Certo, e per noi sei il nostro principe salvatore. Concentrati solo su questo aspetto.»

Toboe sospirò rassegnato e si voltò lentamente verso lo specchio a parete della stanza. Se non avesse saputo con certezza di stare osservando il proprio riflesso, avrebbe potuto scambiarlo sul serio per una ragazza, anche se piatta come una tavola. L’idea non lo entusiasmava affatto; si era preparato con tanta cura per godersi la serata al buffet e con i suoi amici, non certo per improvvisare una mascherata simile. Poi incrociò lo sguardo fiducioso di entrambe le cameriere, e soprattutto quello di Misha. Quello gli bastò per cedere.

«Poi però a un certo punto mi cambio. Non voglio rimanere così per tutta la sera.»

«Ma certo, caro» rispose Nadia usando la sua solita aria rassicurante. «Ci servi solo per riempire la sala all'inizio. Se tutto andrà bene, sarà questione di pochissimo tempo.»



«Signori e signore, venite! La festa di Natale alla caffetteria “Le Petit” sta per iniziare!»

Le campanelle tintinnavano tra le mani di Nadia, Toboe e Misha, mescolandosi al brusio della strada e al fruscio lieve della neve fresca sotto i passi dei pedoni. I tre porgevano con garbo i volantini ai passanti, sfoggiando sorrisi luminosi e voci allegre. Il compito, in fondo, era semplice, e il loro aspetto grazioso rendeva molti più inclini ad avvicinarsi. Convincere davvero le persone a entrare, tuttavia, non era scontato; molti erano presi dai propri impegni personali, dai regali dell’ultimo minuto e dalle tavole da preparare per il cenone, perciò non avevano tempo per fermarsi anche in caffetteria.

«Prego, signora.»

«Sì, qui c’è l’orario e il prezzo per la consumazione.»

«Grazie, signore, buon Natale anche a lei.»

Nonostante tutto, continuarono tenacemente a sfoggiare il loro miglior sorriso, carichi di entusiasmo e aggrappati all’idea che tutto sarebbe andato per il meglio per il locale.

«Oh, ma che belle aiutanti di Babbo Natale abbiamo qui!»

La voce allegra di Hige arrivò all'improvviso alle loro spalle, seguita da un fischio di ammirazione. «State proprio be...»

La parola gli morì di colpo in gola quando, avvicinandosi al trio, il suo sguardo si posò con attenzione sull'aiutante dai capelli castani e corti.

«Scusa, ma te che stai facendo?»

Toboe fece un vero e proprio balzo sul posto per lo spavento. Per un soffio i volantini non gli volarono dalle mani. «Io, io, io...»

«Toboe ci sta dando una mano. La nostra collega ci ha dato buca all'ultimo secondo e ci serviva aiuto urgente» spiegò Misha con assoluta naturalezza.

Hige assottigliò lo sguardo, stringendo le sopracciglia e mugugnando qualcosa tra sé. «Potevi dirmelo. Sarei venuto prima.»

«Scusa, ma ci serviva qualcuno che indossasse il costume» intervenne Nadia, mostrando un sorriso appena tirato. «E tu… ecco… non sei abbastanza convincente in gonnella, scusa.»

«Perché, lui lo è?»

«Beh, pochi istanti prima ci sei cascato in pieno, no?»

Hige si avvicinò molto al viso di Toboe con aria sospettosa, quasi studiandolo da vicino. «Sembri innocente, ma ricorda bene che io conosco i tuoi veri pensieri, ragazzo.»

Toboe lasciò sfuggire una risata nervosa per l'imbarazzo.

Misha si frappose prontamente tra loro due per dividerli. «Io invece leggo i tuoi di pensieri. Su, adesso entra dentro e fai numero Noi rientreremo tra una mezz’ora.»

La ragazza agitò le mani per sospingerlo deciso verso l’ingresso della caffetteria, mentre le luci natalizie intermittenti continuavano a brillare calde sopra le loro teste, del tutto ignare di quella piccola e buffa tensione.


I tre ragazzi ripresero a distribuire i volantini, ma, come avevano precedentemente detto a Hige, non sarebbero rimasti fuori al freddo ancora a lungo. La sera avanzava rapidamente e il gelo cominciava a mordere davvero la pelle, ma sapevano che presto le persone sarebbero entrate spontaneamente nella caffetteria, alla ricerca di un luogo caldo dove sostare tra la musica e le luci soffuse del Natale.

«Buonasera, Misha.»

Una voce profonda ed elegante giunse all'improvviso alle spalle della ragazza dai capelli neri, e tutti i peli sulla sua nuca si drizzarono per l'istinto. Si voltò lentamente, fino a incrociare lo sguardo magnetico dell’uomo che le stava davanti. 

«Signor Darcia, che piacere vederla!» esclamò lei, dandosi subito mentalmente della sciocca: come aveva potuto provare un simile timore irrazionale per quella voce? «Che ci fate da queste parti? E vedo anche in bellissima compagnia.» 

Al braccio del magnate c’era Cher. Entrambi indossavano abiti da sera estremamente eleganti, forse persino troppo per un contesto come quello, ma conoscendo lo status del magnate, probabilmente quelli erano i loro capi più economici del guardaroba. Darcia, sotto la giacca chiara, portava un completo blu di perfetto taglio italiano, impeccabile, con un fazzoletto rosso di seta piegato con cura nel taschino; i capelli scuri, tirati indietro, ricadevano lisci fino a sfiorargli le spalle. La donna al suo fianco aveva raccolto i capelli biondi in uno chignon fermato da un fermaglio dorato, e sul petto spiccava una preziosa collana con un opale, mentre sotto la pelliccia sintetica indossava un abito rosso che riprendeva la tonalità dei tacchi, mostrandosi slanciata e sicura di sé.

«Il signor Darcia ha insistito perché l’accompagnassi stasera» disse lei, rivolgendo alla ragazza un sorriso misurato.

«Misha, permettimi di presentarti Cher Degre» intervenne il nobile, indicandola con un gesto elegante della mano. «È una mia dipendente, una dottoressa di grande talento nel suo campo... Ma forse un po’ troppo stacanovista sul lavoro.»

«Piacere, dottoressa Degre» disse Misha, porgendole la mano con educazione.

«Cher, per favore. Non amo troppo le etichette formali.» La voce della scienziata era ferma e affabile, poi il suo sguardo azzurro scivolò con curiosità sugli altri due presenti, che osservavano la coppia in silenzio.

«Lei è Nadia e lui è Toboe, che ci è venuto ad aiutare per la serata. Si ricorda di lui?» spiegò Misha.

Darcia sollevò gli occhi sul ragazzo in costume natalizio e gli rivolse un sorriso appena accennato sulle labbra. «Ma certo che mi ricordo di lui. Abbiamo affrontato insieme un’avventura difficile mesi fa, e i vecchi compagni non si dimenticano mai.»

Toboe fece un inchino cortese, seppur visibilmente un po’ rigido; non era affatto entusiasta di farsi vedere conciato in quel modo, proprio davanti a un uomo del genere. «È un p-piacere rivederla, signore.»

«La festa è all’interno del locale. Se volete seguirmi, signori» intervenne prontamente Nadia, sfoggiando le sue migliori maniere d'alto borgo.

«Ci vediamo allora dentro, ragazzi. A più tardi» concluse Darcia con un lieve cenno del capo, prima di allontanarsi con Cher verso l’ingresso illuminato della caffetteria.

Non appena i due si furono allontanati, Toboe si portò disperato le mani ai capelli. «Oh ma che figuraaa!» Sembrava sinceramente sconvolto dall'accaduto.

Misha gli sorrise teneramente, dandogli una pacca di conforto sulla spalla. «Dai, sei stato bravissimo e ci sei stato di grande aiuto stasera. Vai pure a cambiarti d'abito nel retro, e grazie ancora di cuore, fratellino.»

Toboe lasciò ricadere le braccia lungo i fianchi, sospirò sollevato e poi le rivolse un sorriso dolce. «Per te questo ed altro, Misha.» Si voltò e corse via a tutta velocità verso l’interno del locale.

Misha era rimasta da sola sul marciapiede. Si fermò un istante per riprendere fiato, poi abbassò lo sguardo verso l’orologio bianco al suo polso e annuì tra sé: era finalmente il momento di rientrare anche per lei. Stava per voltarsi e attraversare il cortiletto della caffetteria quando un verso trafelato e affannato catturò la sua attenzione. Si girò subito, notando un uomo sulla mezza età che stava correndo a grandi passi proprio verso di lei. Indossava un completo grigio ben tagliato; con una mano si teneva il cappello fermo sulla testa per non farselo portar via dalle forti raffiche di vento, e la cravatta appariva leggermente allentata, ma lui sembrava non averci fatto minimamente caso nella fretta. Misha strinse appena gli occhi per mettere a fuoco la figura nella penombra, poi le sue sopracciglia si sollevarono in un lampo di immediato riconoscimento.

«Detective Lebowski, quanto tempo!» esclamò la ragazza, accogliendolo con un sorriso luminoso.

«Ciao, Misha!» rispose lui, fermandosi e piegandosi stanco con le mani sulle ginocchia nel disperato tentativo di riprendere fiato dopo la corsa. «Sono ancora in tempo per la festa di Natale?»

Misha non poté fare a meno di sorridere di cuore a quella scena; era forse l’unico avventore della serata a mostrare un interesse così forte per quell’evento. «Certo che sì, è iniziata da pochissimo. Si accomodi pure dentro, sa già della nostra formula speciale di quest’anno?»

Hubb annuì, regolando finalmente il respiro affannato e sistemandosi il cappello grigio sulla fronte con un tocco. «Sì, ho letto tutto il programma sul vostro canale social.»

«Molto bene. Allora venga con me, l’accompagno direttamente dentro al caldo.»

La ragazza gli offrì cortesemente il braccio e l’uomo lo accettò subito con un sorriso gentile.

«È vero quel che ho letto, che c’è anche una cascata di cioccolato?» chiese il detective, mostrando un filo di entusiasmo quasi infantile.

«Sì, esatto. Una di cioccolato bianco e una di cioccolato scuro.»

A quella conferma gli occhi di Hubb si illuminarono visibilmente. «Magnifico.»

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Nel frattempo Kiba e Tsume, per trascorrere la serata della vigilia, avevano deciso di camminare lungo i viali illuminati di Freeze City. Procedevano con le mani affondate nelle tasche della giacca, camminando leggermente distanti l’uno dall’altro. I loro sguardi si posavano, placidi, sulle vetrine decorate e sui passanti ignari, tutti avvolti nella propria felicità effimera.

«Da dove veniamo noi, tutto questo sarebbe stato solo un sogno» disse Kiba, pensieroso, osservando le luci.

Tsume non rispose al commento. Per lui, in fondo, era rimasto un sogno, e forse lo sarebbe stato per sempre; ma quella triste considerazione la tenne stretta per sé.

«Ti aspettavi che il Rakuen avesse il volto dell’esaltazione del capitalismo?» domandò Tsume, con un’ombra di ironia nella voce.

Kiba aggrottò la fronte, incupendosi. «Le guerre, i crimini, l’inquinamento. Questa è la chiara dimostrazione che il Rakuen a cui ambivamo ha subito un dirottamento, a causa dell’influenza malvagia di Darcia. Non è l’inferno sceso in terra… Ma per molti abitanti di questo pianeta, forse lo è.» Il ragazzo si fermò sul marciapiede a osservare una famiglia poco distante: una bambina rideva felice mentre i genitori la sollevavano facendola dondolare tra le loro braccia, e le sue risate tagliavano l’aria fredda come piccole scintille. «Per qualcun altro, però, è esattamente ciò che cercavano» mormorò Kiba.

«Se ritroverai Cheza, immagino che tutto questo cambierà» replicò Tsume. «Ma siamo davvero certi di volere un mondo differente da questo? È un salto nel vuoto.»

«Dobbiamo avere fiducia. Il nostro destino è scritto, Tsume. Siamo stati catapultati da un mondo ormai in rovina in uno che è prossimo a esserlo. Il prossimo sarà migliore.»

Tsume lasciò uscire un breve sbuffo dalle narici. «Mi sembrano solo i deliri di un invasato.»

«Forse. Ma la mia è fede» ribatté Kiba, senza esitazione alcuna. «Io credo nel potere della “ragazza fiore”. E una volta fermato Darcia, questo non sarà più un’utopia.»

Tsume sospirò, stringendo i denti. Da quando Kiba lo aveva coinvolto nei suoi discorsi, le sue visioni notturne non gli parevano più semplici illusioni della mente. Eppure, finché non avesse avuto una prova concreta di ciò che l’altro sosteneva, non avrebbe creduto davvero alle sue parole fino in fondo. L’unico vero motivo per cui gli dava corda era Darcia; c’era qualcosa in quell’uomo che lo inquietava, e detestava l’idea che fosse così vicino a Misha. Del viaggio verso un altro mondo, in fondo, non gli importava.

Le iridi gialle di Tsume furono improvvisamente catturate da un bagliore discreto, filtrato attraverso una delle vetrine della via. Una gioielleria. Sotto faretti studiati per esaltare ogni riflesso, anelli, collane, fermagli e orologi scintillavano come frammenti di stelle imprigionate nel vetro. Era merce di alta fattura, e perfino l’anello con la pietra più piccola sfoggiava quattro cifre sul cartellino del prezzo. Kiba si accorse che il compagno si era soffermato un po’ troppo davanti all'esposizione.

«Stai progettando di fare una rapina?» chiese il lupo bianco, sollevando un sopracciglio.

Tsume digrignò i denti. «Ci mancherebbe solo questa e finisco in gattabuia per direttissima.»

«Allora stai pensando a un regalo per lei?»

Tsume distolse lo sguardo dal vetro e riprese a camminare senza rispondere alla provocazione. Lo superò di un paio di passi sulla neve, tenendo il viso leggermente chinato.

«Hei, senti» disse a un tratto, con la voce più bassa. «Per caso ti ricordi qualcosa su di lei? Misha. Nella nostra vita precedente?»

Kiba si accigliò, poi lasciò uscire un lungo respiro dalle narici. «Mi dispiace, ma lei non era una nostra compagna di viaggio. Si può dire che l’abbiamo intravista appena, quando siamo entrati in quel vecchio villaggio decaduto.»

«Io credo che non sia esattamente così.» L’immagine fiera del lupo sul silos riaffiorò nella mente di Tsume, nitida e silenziosa. «Io credo che almeno un’occasione per parlarle ci sia stata.»

«Forse per te» ribatté Kiba. «Io, a un certo punto, venni attaccato da quei vecchi lupi che non sopportavano l’idea che credessimo ancora nell’esistenza del Rakuen. Rimasi svenuto per almeno una notte intera.»

Tsume aggrottò la fronte, frustrato. In quel momento desiderò davvero possedere la stessa identica capacità di ricordare il passato che aveva l’altro. «Ma perché non sono venuti anche loro con noi?»

«Perché avevano perso la speranza. E un lupo che perde la speranza non può accedere al Rakuen.»

«Misha però ci è riuscita.»

«Lei sì. Ma, come ti ho detto prima, non ho potuto conoscerla abbastanza per spiegarmelo.»

Tsume strinse i pugni nelle tasche. «Perché lei è una sognatrice» mormorò con un filo di voce. «Scommetto quello che vuoi che lei la speranza non l'ha mai persa davvero nel cuore. Sarebbe dovuta venire con noi. L’abbiamo lasciata indietro.»

Kiba non rispose a quella confessione. Avvertiva chiaramente che ciò che legava Tsume a quella ragazza andava ben oltre la semplice lealtà tra simili o lo spirito del branco. 

Dopo qualche passo in silenzio, Kiba spezzò l’atmosfera. «Andiamo a prenderci un paio di birre. Poi scendiamo verso il fiume. Lì la luna piena si vede meglio stasera.»

Così fecero. Entrarono in un piccolo bar della zona e ne uscirono pochi minuti dopo, con una bottiglia di birra ciascuno stretta tra le dita. Ripresero a camminare in silenzio, osservando la città illuminata a festa; non erano esattamente ciò che si potrebbe definire compagni affiatati, ma, almeno per quella sera della vigilia, non stavano discutendo. Scesero verso una banchina di cemento e si sedettero su una vecchia panchina dal legno umido per l'umidità. 

Il cielo, quella sera, si era parzialmente diradato dalle nuvole. Tra l’inquinamento delle luci artificiali si intravedevano pochi punti di stelle, timidi ma presenti nel buio, e sopra tutto, alta e argentea, splendeva la luna piena.

«Chissà se anche lei ha modo di osservarla stasera» disse Kiba, pensieroso, guardando il disco lunare. 

Nella sua mente riaffiorò il ricordo di quella notte lontana: lui, i compagni e Cheza che danzavano felici al chiarore di una luna identica a quella. Si erano sentiti in perfetta sintonia con ogni cosa, liberi e forti. La ragazza fiore, la loro guida, era entrata in connessione con loro, come se il cielo stesso avesse respirato attraverso i loro corpi e poco dopo la via per il Rakuen si era aperta davanti a loro.



Tsume portò la bottiglia di birra alle labbra e bevve qualche altro sorso. «Speriamo sia così. Magari nel posto in cui è rinchiusa c’è almeno una finestra per guardare fuori.»

«Lo spero con tutto il cuore» sussurrò Kiba, bevendo a sua volta.

Il silenzio che calò tra loro sulla banchina non era più teso o diffidente, ma solo colmo di pensieri profondi.

«Se ci riusciremo, magari il prossimo Natale lo passerai finalmente insieme a lei» aggiunse Tsume, usando un tono decisamente meno duro del solito.

«Se ci riusciremo, entreremo tutti insieme in un nuovo mondo.»

Tsume inclinò appena il capo di sbieco. «E lì in quel posto il Santo Natale non può forse esistere lo stesso? Se lei è davvero una ragazza, con ogni probabilità questa festa sarà in cima alla lista delle cose da ricreare per prima.»

Kiba si lasciò sfuggire una risata sommessa ma autentica. Forse l’aveva idealizzata a tal punto da dimenticare che, in parte, la fanciulla era anche umana. Gli tornò improvvisamente alla mente il giorno lontano in cui Hige le aveva regalato degli stivali rosa; Cheza li aveva indossati con un entusiasmo genuino e quasi infantile, un dettaglio semplice ma incredibilmente vivido nella sua memoria. Forse Tsume aveva ragione: se Cheza conosceva o avrebbe conosciuto il Natale, forse lo avrebbe portato con sé nel nuovo Rakuen. L’aria attorno alla panchina sembrò alleggerirsi. Per la prima volta quella sera si era creato un vero punto d’incontro, fragile ma reale, sotto la luce silenziosa della luna.

«Magari anche per te le cose andranno allo stesso modo» disse Kiba, seguendo con lo sguardo un battello che scivolava lento lungo il River Ice, con le luci gialle che illuminavano le finestrelle come piccole costellazioni in movimento.

«Festeggiare il Natale io? Chissà.»

«L’avrai fatto qualche volta nella tua infanzia, no?»

Tsume rimase in silenzio per un lungo istante, poi contrasse la mascella. «Per me il Natale era semplicemente quando il mio vecchio non era ubriaco.» Il suo tono si fece improvvisamente più duro. «Non ero nemmeno il loro vero figlio. Che cosa mi abbiano preso a fare, non si sa.»

Kiba si voltò verso di lui, sinceramente incuriosito. «Non lo eri?»

«No. Mi hanno trovato nel bosco da neonato, o che so io.» Con un gesto brusco Tsume scostò il lembo superiore della giacca, mostrando sotto lo scollo della maglietta la cicatrice a forma di X che gli segnava il petto. «Pare che ce l’abbia avuta fin dalla nascita. Ma io sono certo che me l’abbiano fatta loro.»

Kiba osservò quel segno bianco, corrugando la fronte. «Ce l’avevi anche quando ci siamo conosciuti nella scorsa era, a dire il vero. Ma non mi hai mai spiegato come te la fossi procurata di preciso. Forse lo hai raccontato a Toboe o a Hige durante il viaggio.»

Tsume sbuffò dalle narici. «L’unico che si ricorda le cose del passato è l’unico a cui non ho mai raccontato un fico secco, insomma. Che fortuna.»

Kiba accennò un mezzo sorriso complice. «Beh, anche il tuo carattere spigoloso, nella tua vita precedente, non era affatto tanto dissimile da questo che ti ritrovi oggi.»

«Il lupo perde il pelo ma non il vizio» rispose Tsume, sfoggiando un'amara ironia.

«Forse sei leggermente più spiritoso.»

«Ma per carità...»

Kiba si appoggiò comodamente allo schienale della panchina e sollevò di nuovo lo sguardo verso il cielo. «Se quella non era la famiglia a cui appartenevi, te ne puoi sempre fare una nuova. Forse questa volta con Misha avresti una possibilità più concreta.»

Tsume si ammutolì.

«Non credi che possa essere così, Tsume?»

L’uomo dai capelli grigi scrollò le spalle con finta indifferenza e bevve un altro sorso di birra. «Lei è decisamente troppo per me. E quando me ne sono andato dalla sua casa le ho detto qualcosa di veramente orribile.»

«Un insulto tale da non poter essere mai perdonato?»

«Se anche lo facesse, mi sentirei comunque un verme. Ma in quel momento credevo sinceramente di proteggerla dal pericolo, allontanandola da me. Peccato solo che fosse già troppo tardi e che Satoshi le avesse già messo gli occhi addosso per colpire me.»

«Non potevi saperlo.»

«Non avrei dovuto avvicinarmi a lei fin dal principio» ribatté lui con forza. Poi sospirò, rassegnato. «Ma forse questo tuo istinto che tanto decanti era molto più forte di me. Mi sentivo al sicuro quando ero accanto a lei, e sentivo un bisogno feroce di proteggerla, pur non conoscendola affatto.»

Kiba rimase in silenzio per un momento, riflettendo. «Forse sarebbe dovuta venire con noi. Anche se Darcia probabilmente l’avrebbe uccisa.»

Tsume strinse il pugno con rabbia. L’idea stessa di immaginare Misha nello stesso identico stato in cui aveva visto Hige nei suoi ultimi istanti di agonia gli fece gelare il sangue nelle vene. Forse, dopotutto, era stato un bene che fosse rimasta indietro.

«Comunque ora è tutto nel passato» mormorò il grigio. «Mi auguro solo che i suoi ricordi non siano così dolorosi, se mai dovessero riemergere nella sua testa.»

«Lo spero anch'io» disse Kiba. Poi lo osservò di sbieco. «Adesso come la vedi la situazione, in questi giorni in cui l’hai osservata in segreto?»

Tsume abbassò lo sguardo pensieroso verso l’acqua scura del fiume. «Felice. Anche se si trova tra le braccia di un altro uomo.»

Kiba sospirò, assottigliando lo sguardo verso le luci della città. «Temo che sarà per poco tempo.»

Tsume si girò di scatto verso di lui. «Perché dici questo?»

«Se Hige ricorderà il passato…» disse piano Kiba. «Potrebbe ricordarsi anche di colei a cui era veramente legato nell'anima. I lupi hanno una sola e unica compagna per tutta la vita. E Hige e Blue si erano scelti prima della fine.»

A quell'affermazione lo stomaco di Tsume si contorse violentemente per il dolore. «Vuoi dire che nel momento esatto in cui lui ricorderà…?» Non concluse la frase, poiché il pensiero era troppo grande. Ancora una volta si odiò nel profondo: per un brevissimo istante il suo lato egoista aveva intravisto un barlume di speranza per sé, ma quale terribile prezzo di dolore avrebbe dovuto pagare Misha per quel distacco?

«Quando accadrà quel momento, forse sarà l’occasione giusta in cui tu debba riemergere dall’ombra» continuò Kiba, senza distogliere lo sguardo dal cielo stellato. «Visto che anche lei si trova qui e Darcia sembra averla già attenzionata per i suoi piani, dovrà essere preparata a combattere. E un cuore infranto può causare molti problemi. Dovrai essere pronto a raccogliere le sue lacrime.»

Tsume abbassò gli occhi verso la bottiglia di vetro che teneva tra le mani. «Io non sono capace neanche di raccogliere le mie di lacrime» disse, rabbuiandosi in viso.

«Troverai sicuramente il modo» ribatté Kiba con assoluta calma. «Sei sempre stato un lupo coraggioso. Anche quando sprofondavi nel peggior pessimismo, alla fine trovavi sempre una via per rialzarti in piedi. Sono convinto che questa tua indole fiera tu te la sia portata dietro nella rinascita.»

Tsume inclinò appena il capo, e un’ombra di sottile ironia gli attraversò lo sguardo. «Quindi un po’ ti piacevo dopotutto, nell’altra vita.»

Kiba annuì con espressione sincera. «Eri un affidabile secondo.»

Tsume sbuffò piano, abbozzando un sorriso. «Qualcosa mi dice che invece l’alpha vero ero io, solo che tu eri il cocco della fanciulla fiore.»

Kiba scosse il capo, sorridendo di cuore. «Sei sempre il solito.»

Per un attimo l’aria tra loro due si fece decisamente più leggera. Si urtarono con la base delle bottiglie in un silenzioso brindisi natalizio, e bevvero un lungo sorso insieme mentre la luna piena vegliava su di loro dall'alto e il fiume scorreva lento, del tutto indifferente alle promesse e ai rimpianti degli eroi.




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