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«Ciò che cade come neve, ritorna come radice.
Ciò che tace come seme, ritorna come voce.» - Racconti perduti de Il Libro della Luna.
«Toboe, Toboe, ti prego resta sveglio!» aveva supplicato al suo giovane amico, disteso nella semi incoscienza dopo il pugno dello scagnozzo di Satoshi che lo aveva scagliato lontano.
Il cuore di Misha batteva furioso, come se volesse sfondarle il petto. Immobile, impotente, ascoltava le risate compiaciute dei malviventi che già assaporavano la vittoria.
Poi qualcosa si era mosso.
Un ringhio sommesso.
Una forza antica che prendeva forma dentro di lei.
Un risveglio.
Qualcuno aveva osato toccare il suo Toboe. E ora una sola parola risuonava nella sua mente: vendetta.
Sentì il corpo mutare, espandersi, farsi più grande, più forte. I muscoli si tesero come corde pronte a spezzarsi; l’olfatto si fece affilato, la mente limpida e feroce.
Percepiva il battito di Toboe, lento ma stabile. E quello dei suoi nemici, che iniziava ad accelerare, visibilmente sconvolti da ciò che stava accadendo davanti ai loro occhi. Sentiva il sangue pulsare sotto la loro pelle, ne avvertiva l’odore cambiare. Paura.
Scattò. Precisa. Letale.
Si avventò sui primi due, affondando le zanne nelle giugulari, strappando carne viva dal petto con gli artigli. E si riservò il piatto forte per ultimo.
Satoshi urlava, agitava il coltello in un’estrema, disperata difesa. Ma una lama così semplice, così fragile, non poteva nulla contro la sua forza, contro quel corpo massiccio e inarrestabile. Gli si gettò addosso con tutto il peso, spezzandogli il fiato in un unico colpo. Fissò negli occhi quell’orrendo umano, colui che aveva minacciato lei e il suo cucciolo.
Fu un attimo. Il sangue schizzò ovunque.
Tra le fauci, lembi sanguinanti di pelle colavano dalla sua bocca.
«No, non è vero!»
L’urlo di terrore di Misha fece sobbalzare Hige, che dormiva al suo fianco.
Accese in fretta la lampada. La vide con lo sguardo paonazzo, le mani conficcate tra i riccioli neri. Pallida e con il respiro corto. Gli occhi spalancati nel vuoto.
«Misha che succede? Hei! Mi senti?»
Hige provò a scuoterla, a richiamarla indietro. Ma nei suoi occhi la visione si ripeteva come un loop, un’eco dolorosa che non voleva dissolversi. Nella bocca le sembrava di sentire davvero il sapore metallico del sangue.
Alla fine si sentì costretto a darle uno schiaffo per strapparla a quello stato di shock. Per fortuna funzionò. Ma appena Misha riuscì a mettere a fuoco il volto di Hige, il labbro le tremò e gli occhi si riempirono di lacrime.
«Hige... io... che cosa ho fatto?»
Lui la strinse contro il petto con forza. Non sapeva quale incubo l’avesse sconvolta così a fondo, ma sentì che, in quell’istante, doveva sostenerla con tutto se stesso. Era diventata improvvisamente piccola, fragile. E lui la avvolse con tutto l’affetto e la protezione che poteva darle.
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In quei giorni Kiba aveva approfondito il profilo di Darcia. Anche in quel nuovo mondo era qualcuno di importante, tanto quanto lo erano stati i nobili nel vecchio: superiore a tutto, persino alle leggi.
Nulla sembrava pendere su di lui. L’azienda risultava impeccabile, i conti in ordine. Lo Stato doveva molto alle Darcia Industries per il contributo offerto allo sviluppo tecnologico dei trasporti e delle infrastrutture. Darcia era un uomo stimato, rispettato dalla società bene; nessuno avrebbe mai potuto immaginare qualcosa di sbagliato sul suo conto.
La famiglia Darcia, del resto, era antica e facoltosa. La sua storia si intrecciava con la fondazione stessa della città. Questo lo rendeva intoccabile. Inarrivabile.
Per Kiba non sarebbe stato semplice introdursi nel suo castello, anche se, questa volta, non si trattava di una fortezza fluttuante.
Hubb faceva del suo meglio per convincere i superiori a riaprire il caso della sparatoria, alla luce delle tracce scoperte e della concreta possibilità che Satoshi Haruno fosse morto in quello scontro. Ma si scontrò presto con la realtà: gli unici testimoni erano gli stessi agenti di Darcia. Misha e Toboe erano privi di sensi. Tsume non aveva fornito dettagli chiari.
E, anche ammesso che ci fosse stato un omicidio, alla luce dei fatti Darcia e i suoi non risultavano coinvolti — sebbene fosse probabile che avessero occultato i corpi. Restava la parola di un criminale contro quella di un magnate.
«Se solo ci fosse un modo per introdurre almeno una microspia, una microtelecamera nel castello» aveva borbottato il detective.
«Quindi dovremmo perdere tempo a spiare Darcia, anziché fare irruzione e cercare Cheza?» aveva ribattuto Kiba, stizzito.
Hubb si accigliò.
«Forse nel tuo vecchio mondo gli atti eroici, le incursioni a spada tratta, erano la norma. Ma in questo mondo le cose funzionano diversamente» disse, serrando la mascella. «A Darcia basterebbe alzare la cornetta e chiamare la polizia perché un ragazzo in stato alterato è entrato a fare danni a casa sua. Pensi davvero che così la tua Cheza sarà salva? Piuttosto concentrati sullo sperare che a sua volta non ti stia dando la caccia, se come dici te egli potrebbe aver conservato anche lui la memoria.»
Kiba strinse con forza la lattina che stava bevendo. Il metallo si accartocciò sotto le sue dita, poi la scagliò via con rabbia. La lattina finì tra cespugli rinsecchiti, cresciuti accanto all’ingresso della galleria. Ormai quello era diventato il loro punto di ritrovo.
«E tu non dici niente al riguardo? Ti limiti ad ascoltare?» disse il giovane, voltandosi verso Tsume, che se ne stava in disparte, semi sdraiato, le mani intrecciate dietro la nuca e la schiena poggiata a un pilastro di cemento.
«Lascialo stare, in questi giorni è depresso» intervenne Hubb, con tono comprensivo, lasciandosi sfuggire un sospiro.
Kiba si accigliò.
«La sua bella Misha non è più sua. Del resto anche lei è giovane ed il cuore volatile. Pare si sia messa con il vostro vecchio compagno, Hige.»
Kiba drizzò la schiena, sporgendosi in avanti. «Hige e Misha si sono messi insieme?»
Hubb si rabbuiò, lo sguardo interrogativo. «C’è qualcosa di male?»
Kiba si grattò la testa, distogliendo gli occhi. «Nel vecchio mondo, lui era legato ad un’altra nostra compagna. Blue.»
Tsume voltò lentamente lo sguardo verso di loro, ora davvero interessato. Era vero. Nella visione in cui aveva dovuto porre fine alle sofferenze di Hige c’era stato anche un altro corpo. Ma l’immagine era sfocata, come neve sospinta dal vento.
«Blue?» ripeté Hubb, per assicurarsi di aver capito. «Allora, se siete tutti qui, magari c’è anche lei da qualche parte e deve essere ritrovata, no?»
Kiba serrò le labbra, intrecciando le mani. «Il fatto è che lei era di sangue misto. Era per metà cane, quindi non in grado di poter attraversare il Rakuen.»
Il detective incrociò le braccia al petto. «Tecnicamente neanche io sarei dovuto essere qui, in base a quanto ci hai detto, no? Se ce l’ho fatta io che non avevo sangue di lupo, perché a lei dovrebbe essere stato negato?»
«In effetti…» Kiba sospirò, poi si alzò in piedi. Incrociò le braccia e fissò l’orizzonte, dove il cielo innevato sembrava confondersi con la terra. «Ma per ora io non l’ho percepita. Forse è rinata altrove. O forse in un altro tempo.»
«Se siamo tutti qui» disse infine Tsume, rompendo il silenzio, «perché per lei dovrebbe essere così? Tu sei arrivato qui perché hai seguito lo spirito di Cheza. Forse anche per noi è stato lo stesso. Per Blue, che era anche sentimentalmente vicina ad Hige, non vedo cosa potesse esserci di diverso.»
Kiba rimase qualche istante in silenzio. «Beh, il suo più grande sogno era far felice suo padre, Quent Yaiden, il cacciatore di cui vi avevo parlato. Desiderava ardentemente tornare ai giorni in cui la loro famiglia era ancora in vita. Se il Rakuen è stato concesso anche ad alcuni uomini, forse il suo spirito ha raggiunto questo obiettivo.»
Hubb scosse il capo. La spiegazione non lo convinceva.
«Secondo me Blue è qui, da qualche parte, anche lei. E chissà se non abbia conservato la memoria. Ci sarebbe molto utile.»
«Allora l’unico modo per poterlo capire è che Hige provi a cercarla» disse Kiba, posando lo sguardo su entrambi. «Noi tre non avevamo un rapporto particolarmente stretto. Le circostanze, a un certo punto, ci hanno costretti a unire le forze. Ma per buona parte del viaggio lei ci ha dato la caccia.»
«E come? Dovrete allora avvicinare Hige e svelare anche a lui della sua vita precedente» osservò Hubb.
Tsume sospirò, lo sguardo perso nel vuoto. «Il problema è che credo ci odi entrambi. Avrà amato questa Blue, ma da quello che ci ha detto Kiba, al momento è pronto a saltare al collo di chiunque provi a turbare Misha e Toboe.»
«Beh, non guardate me!» sbottò Hubb, alzando le braccia. «Non si ricorderà nemmeno di me. Mi ha visto solo quando lo ho interrogato per la faccenda del rapimento.»
Kiba lo fissò dritto negli occhi. «Mi dispiace, detective, ma devi trovare il modo. Un altro anno è prossimo alla conclusione e le brame di quell’uomo potrebbero esplodere da un momento all’altro.»
Per un istante calò il silenzio, rotto solo dal vento che si infilava tra le strutture della galleria.
«Pare ci sia una festa.» Tsume aveva preso il cellulare ed era entrato nel profilo social della caffetteria. Il tono sembrava distaccato — ma non del tutto. Sullo schermo campeggiava l’annuncio dell’evento di Natale. «Sicuramente Misha ci sarà. Di conseguenza, pure quegli altri due. Potrebbe essere un’occasione per avvicinare Hige.»
«Ma te guarda che situazione» sbottò Hubb, visibilmente sconcertato. «E voi due, nel frattempo, che farete? Volete passare le feste a casa?» Poi si voltò verso Kiba. «In questo mondo non hai una famiglia a cui tornare?»
Kiba scosse lentamente il capo. «Le persone che mi hanno generato abitano lontano, fuori da questo stato. Quando sono diventato maggiorenne ho raccolto le mie cose e sono partito. Ogni tanto telefono loro.»
«Le persone che ti hanno generato» ripeté Tsume, con un’ombra di biasimo nella voce. «Praticamente sei rinato solo per cercare questa “ragazza fiore”.»
«È così» rispose Kiba con disarmante sincerità, annuendo. «Le ho fatto una promessa e intendo mantenerla.»
Calò un breve silenzio. L’aria sembrò farsi più fredda, più ferma.
Fu Hubb a spezzarlo, alzandosi in piedi. «Va bene. Allora vi farete compagnia a vicenda. Ormai, di questi tempi - per fortuna - non è più uno scandalo che due uomini decidano di passare tra di loro la vigilia di Natale.»
Tsume e Kiba lo fulminarono con lo sguardo.
Hubb lasciò sfuggire una risata imbarazzata, poi sospirò, portandosi le mani ai fianchi. «Dovrò rispolverare qualche vecchio completo.»
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Erano finalmente arrivati i giorni di festa e Freeze City si era lasciata avvolgere dalla luce. Nelle piazze principali svettavano alberi decorati, carichi di sfere e fili dorati; tutt’intorno si rincorrevano bancarelle a tema, profumate di dolci e spezie. Le luminarie accendevano le strade dello shopping come costellazioni artificiali, e il buonumore sembrava scivolare ovunque, leggero.
La gente aveva voglia di distrarsi, di scegliere regali, di stringersi attorno a tavole imbandite con familiari e amici. Canti di Natale e jingle riempivano l’aria frizzante e, almeno per una volta all’anno, crisi economiche e guerre lontane parevano dissolversi dietro un velo di luci intermittenti.
Anche la caffetteria dove lavorava Misha non era stata da meno. I tavolini interni erano stati spostati per ricavare una piccola sala da ballo; lungo le pareti erano state allestite aree per il buffet, ordinate e invitanti. Era stato persino ingaggiato un Babbo Natale, accompagnato da un paio di elfi, per intrattenere i più piccoli.
Per i dipendenti quella era una giornata di frenesia pura. Il proprietario correva avanti e indietro con nastri e scatole tra le braccia, controllando ogni dettaglio. Se tutto fosse andato bene, quella festa avrebbe regalato al locale un successo significativo, chiudendo l’anno in modo più che positivo.
Misha e Nadia, essendo le più giovani, erano state incaricate di attirare la potenziale clientela. Avrebbero dovuto appostarsi fuori dalla piazzola della caffetteria e distribuire volantini.
Una terza cameriera avrebbe dovuto essere con loro, ma di lei ancora nessuna traccia.
«Dici che ha trovato traffico?» chiese Nadia a Misha, sistemandosi la mantellina rossa sulle spalle.
Misha scosse il capo, mentre faceva un rapido conteggio dei volantini che stringeva tra le mani.
In quel momento i pensieri erano altrove.
Ciò che era accaduto due notti prima l’aveva lasciata scossa, come se qualcosa dentro di lei si fosse incrinato. Non sapeva se sarebbe stata davvero in grado di affrontare una serata impegnativa come quella. Eppure era una ragazza responsabile: quando era al lavoro, i pensieri dovevano restare fuori.
La campanella tintinnò.
«Ciao Misha, ciao Nadia, come state bene!»
Toboe entrò raggiante, portandosi dietro una folata d’aria fredda. Per l’occasione indossava una camicia a quadri rossa e pantaloni neri di tela. Il suo caschetto era più lucido e ordinato del solito, il viso curato, gli occhi accesi di entusiasmo.
«Ciao Toboe, anche tu stai benissimo!» disse Misha, andandogli incontro per abbracciarlo.
Lui arrossì appena. «Ho una cosa per te» mormorò, un po’ impacciato, mentre estraeva un pacchetto dalla tasca della giacca.
«Oh ma che tenero!» esclamò Nadia, ancheggiando con teatralità.
«Grazie mille, fratellino» disse Misha, sorridente e sinceramente grata. «Anche io ho una cosa per te, ma non l’ho portata qui con me.»
Toboe scosse il capo. «Oggi devi lavorare… immagino ci sarà un gran da fare.»
Le due cameriere sospirarono all’unisono.
«Sì, e la nostra collega credo proprio ci abbia dato buca.»
Poi, all’improvviso, nello sguardo di Nadia guizzò un’idea.
Si mise a osservare Toboe da capo a piedi con attenzione fin troppo scrupolosa. Afferrò Misha per un polso e le sussurrò qualcosa all’orecchio.
Un istante dopo, entrambe sfoggiavano un’espressione che fece gelare il sangue a Toboe.
Le loro risatine, basse e compiaciute, avevano qualcosa di decisamente inquietante.
«Toboe... ti va di guadagnare qualcosina stasera?»
Poco dopo, Toboe era stato trascinato nel retrobottega, spogliato in fretta e rivestito con lo stesso completo natalizio delle due ragazze.
«Lo sapevo! Lo sapevo che ti sarebbe stato benissimo!» esultò Nadia.
Toboe, a braccia e gambe larghe, fissava il costume con aria sconvolta. Gonna compresa.
«In effetti non è male» constatò Misha, portandosi una mano al mento come un’artista che osserva la propria opera.
«Ma… ma sono ridicolo!»
«Ma che dici, stai benissimo!» ribatté Nadia con un gesto sbrigativo della mano. «E poi che sarà mai? Magari scopri pure un lato nuovo della tua personalità.»
«No, grazie! Sono certo della mia identità di genere!» replicò lui, forse anche con fin troppa veemenza, rosso fino alle orecchie, stringendo il pugno.
«Dai, per favore» intervenne Misha, congiungendo le mani in un’espressione implorante. «Ci salveresti se ci dai una mano.»
«E poi sarebbe retribuito» aggiunse Nadia, annuendo convinta. «Si tratta solo di distribuire volantini. Purtroppo l’immagine conta ancora tanto ed è statistico che delle belle ragazze attirano più clientela rispetto a qualsiasi altro.»
«Ma io non sono una ragazza» borbottò Toboe a bassa voce, gonfiando le guance.
«Certo e per noi sei il nostro principe salvatore. Concentrati su questo.»
Toboe sospirò e si voltò verso lo specchio a parete.
Se non avesse saputo di stare osservando il proprio riflesso, avrebbe potuto scambiarlo davvero per una ragazza — anche se piatta come una tavola. L’idea non lo entusiasmava affatto. Si era preparato con cura per godersi la serata al buffet e con gli amici, non per improvvisare una mascherata.
Poi incrociò lo sguardo fiducioso di entrambe. Soprattutto quello di Misha.
Quello bastò.
«Poi però a un certo punto mi cambio. Non voglio rimanere così per tutta la sera.»
«Ma certo, caro» rispose Nadia con aria rassicurante. «Ci servi solo per riempire la sala. Se tutto andrà bene, sarà questione di pochissimo tempo.»
«Signori e signore, venite! La festa di Natale alla caffetteria “Le Petit” sta per iniziare!»
Le campanelle tintinnavano tra le mani di Nadia, Toboe e Misha, mescolandosi al brusio della strada e al fruscio lieve della neve sotto i passi. I tre porgevano volantini rossi ai passanti, con sorrisi luminosi e voci allegre.
Il compito, in fondo, era semplice. E il loro aspetto grazioso rendeva molti più inclini ad avvicinarsi. Ma convincere davvero le persone non era affatto scontato. Molti erano presi dai propri impegni, dai regali dell’ultimo minuto, dalle tavole da preparare. Non avevano tempo per fermarsi anche in caffetteria.
«Prego, signora.»
«Sì, qui c’è l’orario e il prezzo per la consumazione.»
«Grazie, signore, buon Natale anche a lei.»
Nonostante tutto, continuarono a sfoggiare il loro miglior sorriso, carichi di entusiasmo, aggrappati all’idea che tutto sarebbe andato per il meglio.
«Oh, ma che belle aiutanti di Babbo Natale abbiamo qui!»
La voce di Hige arrivò alle loro spalle, seguita da un fischio allegro. «State proprio be—»
La parola gli morì in gola quando, avvicinandosi, il suo sguardo si posò sull'aiutante dai capelli corti.
«Scusa, ma te che stai facendo?»
Toboe fece un balzo sul posto. Per poco i volantini non gli volarono dalle mani. «Io, io, io—»
«Toboe ci sta dando una mano. La nostra collega ci ha dato buca e ci serviva aiuto» spiegò Misha con naturalezza.
Hige assottigliò lo sguardo, mugugnando qualcosa tra sé. «Potevi dirmelo. Sarei venuto prima.»
«Scusa, ma ci serviva qualcuno che indossasse il costume» intervenne Nadia, con un sorriso tirato. «E tu… ecco… non sei abbastanza convincente, scusa.»
«Perché, lui lo è?»
«Beh, pochi istanti prima ci sei cascato, no?»
Hige si avvicinò al viso di Toboe con aria sospettosa, quasi studiandolo. «Sembri innocente, ma ricorda che io conosco bene i tuoi veri pensieri.»
Toboe rise nervosamente.
Misha si frappose tra loro**. «Io invece leggo i tuoi. Su, entra dentro e fai numero. Noi rientreremo tra una mezz’ora.»**
Agitò le mani per sospingerlo verso l’ingresso del locale, mentre le luci natalizie continuavano a brillare sopra le loro teste, ignare di quella piccola, buffa tensione.
I tre ripresero a distribuire volantini, ma, come avevano detto a Hige, non sarebbero rimasti fuori ancora a lungo. La sera avanzava e il freddo cominciava a mordere davvero. Presto le persone sarebbero entrate spontaneamente, alla ricerca di un luogo caldo dove sostare, tra musica e luci soffuse.
«Buonasera, Misha.»
Una voce profonda, elegante, giunse alle spalle della ragazza dai capelli neri. I peli sulla nuca si drizzarono.
Si voltò lentamente, fino a incrociare lo sguardo dell’uomo che le stava davanti. «Signor Darcia, che piacere vederla!» Si diede mentalmente della sciocca: come aveva potuto provare timore per quella voce?
«Che ci fate da queste parti? E vedo anche in bellissima compagnia.»
Al suo braccio c’era Cher. Entrambi indossavano abiti eleganti, forse persino troppo per un contesto del genere — ma conoscendo il magnate, probabilmente quelli erano i loro capi più economici.
Darcia sotto la giacca chiara, portava un completo blu di taglio italiano, impeccabile, con un fazzoletto rosso di seta piegato con cura nel taschino. I capelli, tirati indietro, ricadevano lisci fino a sfiorargli le spalle.
La donna al suo fianco aveva raccolto i capelli biondi in uno chignon fermato da un fermaglio dorato e sul petto spiccava una collana dorata con un opale. Sotto la pelliccia sintetica, indossava un abito rosso che riprendeva la tonalità dei tacchi, slanciata e sicura.
«Il signor Darcia ha insistito perché l’accompagnassi» disse lei, con un sorriso misurato.
«Misha, permettimi di presentarti Cher Degre. È una mia dipendente. Una dottoressa di grande talento nel suo campo... ma forse un po’ troppo stacanovista» aggiunse Darcia, indicandola con gesto elegante.
«Piacere, dottoressa Degre» disse Misha, porgendole la mano.
«Cher, per favore. Non amo troppo le etichette.» La voce della donna era ferma, affabile. Poi il suo sguardo scivolò sugli altri due presenti, che osservavano la coppia con un misto di stupore e curiosità.
«Lei è Nadia e lui è Toboe, che ci è venuto ad aiutare. Si ricorda di lui?»
Darcia sollevò gli occhi sul ragazzo in costume natalizio e gli rivolse un sorriso appena accennato. «Ma certo che mi ricordo. Abbiamo affrontato insieme un’avventura difficile. I vecchi compagni non si dimenticano.»
Toboe fece un inchino cortese, seppur un po’ rigido. Non era affatto entusiasta di farsi vedere così, proprio davanti a lui.
«È un p-piacere rivederla, signore.»
«La festa è all’interno del locale. Se volete seguirmi, signori» intervenne Nadia, sfoggiando le sue maniere più eleganti.
«Ci vediamo allora dentro, ragazzi. A più tardi» concluse Darcia, con un lieve cenno del capo, prima di allontanarsi con Cher verso l’ingresso illuminato.
Non appena si furono allontanati, Toboe si portò le mani ai capelli. «Oh ma che figura!» Sembrava sinceramente sconvolto.
Misha gli sorrise, dandogli una pacca sulla spalla. «Dai, sei stato bravissimo e ci sei stato di grande aiuto. Credo che ora tu possa ritirarti. Vai a cambiarti, e grazie ancora, fratellino.»
Toboe lasciò ricadere le braccia, sospirò, poi le rivolse un sorriso dolce. «Per te questo ed altro.»
Si voltò e corse via verso l’interno.
Misha era rimasta sola.
Si fermò un istante, poi abbassò lo sguardo verso l’orologio bianco al suo polso. Annuì tra sé: era il momento di rientrare.
Stava per voltarsi e attraversare il cortiletto della caffetteria quando un verso trafelato catturò la sua attenzione.
Si girò, notando subito un uomo sulla mezza età che stava correndo proprio verso di lei. Indossava un completo grigio; con una mano si teneva il cappello fermo in testa per non farselo portar via dal vento. La cravatta era leggermente allentata, ma sembrava non averci fatto caso.
Misha strinse appena gli occhi per mettere a fuoco. Poi le sopracciglia si sollevarono in un lampo di riconoscimento.
«Detective Lebowski, quanto tempo!» esclamò, accogliendolo con un sorriso luminoso.
«Ciao, Misha!» rispose lui, piegandosi con le mani sulle ginocchia nel tentativo di riprendere fiato. «Sono ancora in tempo per la festa?»
Misha non poté fare a meno di sorridere. Forse era l’unico avventore a mostrare un interesse così genuino per quell’evento.
«Certo, è iniziata da poco. Si accomodi pure dentro. Sa già della nostra formula speciale di quest’anno?»
Hubb annuì, regolando finalmente il respiro e sistemandosi il cappello. «Sì, ho letto tutto sul vostro canale social.»
«Molto bene. Allora venga con me, l’accompagno dentro.»
La ragazza gli offrì il braccio; l’uomo lo accettò con un sorriso gentile.
«È vero che c’è anche una cascata di cioccolato?» chiese, con un filo di entusiasmo quasi infantile.
«Sì. Una bianca e una scura.»
Gli occhi di Hubb si illuminarono. «Magnifico.»
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Nel frattempo Kiba e Tsume, per trascorrere la serata, avevano deciso di camminare lungo i viali di Freeze City.
Procedevano con le mani affondate nelle tasche, leggermente distanti l’uno dall’altro. I loro sguardi si posavano, placidi, sulle vetrine illuminate e sui passanti ignari, avvolti nella propria felicità effimera.
«Da dove veniamo noi, tutto questo sarebbe stato solo un sogno» disse Kiba, pensieroso.
Tsume non rispose. Per lui era rimasto un sogno. E forse lo sarebbe stato per sempre. Ma quella considerazione la tenne per sé.
«Ti aspettavi che il Rakuen avesse il volto dell’esaltazione del capitalismo?» domandò Tsume, con un’ombra di ironia nella voce.
Kiba aggrottò la fronte. «Le guerre, i crimini, l’inquinamento. Questa è la dimostrazione che il Rakuen a cui ambivamo ha subito un dirottamento, a causa dell’influenza malvagia di Darcia. Non è l’inferno sceso in terra… ma per molti abitanti di questo pianeta, forse lo è.»
Si fermò a osservare una famiglia poco distante: una bambina rideva mentre i genitori la sollevavano facendola dondolare tra le loro braccia. Le sue risate tagliavano l’aria fredda come piccole scintille.
«Per qualcun altro, però, è esattamente ciò che cercavano» mormorò Kiba.
«Se ritroverai Cheza, immagino che tutto questo cambierà» replicò Tsume. «Ma siamo davvero certi di volere un mondo differente da questo? È un salto nel vuoto.»
«Dobbiamo avere fiducia. Il nostro destino è scritto. Siamo stati catapultati da un mondo ormai in rovina in uno che è prossimo a esserlo. Il prossimo sarà migliore.»
Tsume lasciò uscire un breve sbuffo**. «Mi sembrano solo i deliri di un invasato.»**
«Forse. Ma la mia è fede» ribatté Kiba, senza esitazione**. «Io credo nel potere della “ragazza fiore”. E una volta fermato Darcia, questo non sarà più un’utopia.»**
Tsume sospirò. Da quando Kiba lo aveva coinvolto, le sue visioni non gli parevano più semplici illusioni. Eppure, finché non avesse avuto una prova concreta di ciò che l’altro sosteneva, non avrebbe creduto davvero alle sue parole.
L’unico motivo per cui gli dava corda era Darcia.
C’era qualcosa in quell’uomo che lo inquietava. E detestava l’idea che fosse così vicino a Misha.
Del viaggio verso un altro mondo, in fondo, non gli importava affatto.
Le iridi gialle di Tsume furono catturate da un bagliore discreto, filtrato attraverso una delle vetrine.
Una gioielleria.
Sotto faretti studiati per esaltare ogni riflesso, anelli, collane, fermagli e orologi scintillavano come frammenti di stelle imprigionate nel vetro. Era merce di alta fattura: perfino l’anello con la pietra più piccola sfoggiava quattro cifre sul cartellino.
Kiba si accorse che il compagno si era soffermato un po’ troppo.
«Stai progettando di fare una rapina?» chiese, sollevando un sopracciglio.
Tsume digrignò i denti. «Ci mancherebbe solo questa e finisco in gattabuia per direttissima.»
«Allora stai pensando a un regalo per lei?»
Tsume distolse lo sguardo e riprese a camminare senza rispondere. Lo superò di un paio di passi, il viso leggermente chinato.
«Hei, senti» disse a un tratto, con voce più bassa. «Per caso ti ricordi qualcosa su di lei. Misha. Nella nostra vita precedente?»
Kiba si accigliò, poi lasciò uscire un respiro dalle narici. «Mi dispiace, ma lei non era una nostra compagna. Si può dire che l’abbiamo intravista appena, quando siamo entrati in quel villaggio.»
«Io credo che non sia esattamente così.»
L’immagine del lupo sul silos riaffiorò nella mente di Tsume, nitida e silenziosa.
«Io credo che almeno un’occasione per parlarle ci sia stata.»
«Forse per te» ribatté Kiba. «Io, a un certo punto, venni attaccato da quei vecchi lupi che non sopportavano l’idea che credessimo ancora nell’esistenza del Rakuen. Rimasi svenuto per almeno una notte.»
Tsume aggrottò la fronte. In quel momento desiderò davvero possedere la stessa capacità di ricordare che aveva l’altro.
«Ma perché non sono venuti anche loro con noi?»
«Perché avevano perso la speranza. E un lupo che perde la speranza non può accedere al Rakuen.»
«Misha però ci è riuscita.»
«Lei sì. Ma, come ti ho detto, non ho potuto conoscerla abbastanza per spiegarmelo.»
Tsume strinse i pugni.
«Perché lei è una sognatrice» mormorò. «Scommetto quello che vuoi che lei la speranza non l'ha mai persa davvero. Sarebbe dovuta venire con noi. L’abbiamo lasciata indietro.»
Kiba non rispose. Avvertiva chiaramente che ciò che legava Tsume a quella ragazza andava oltre la semplice lealtà tra simili.
Dopo qualche passo, Kiba spezzò il silenzio. «Andiamo a prenderci un paio di birre. Poi scendiamo verso il fiume. Lì la luna piena si vede meglio.»
Così fecero. Entrarono in un bar e ne uscirono pochi minuti dopo, una bottiglia di birra ciascuno stretta tra le dita.
Ripresero a camminare in silenzio, osservando la città illuminata. Non erano esattamente ciò che si potrebbe definire "compagni affiatati". Ma, almeno per quella sera, non stavano discutendo.
Scesero verso una banchina e si sedettero su una vecchia panchina dal legno umido.
Il cielo, quella sera, si era parzialmente diradato. Tra l’inquinamento delle luci artificiali si intravedevano pochi punti di stelle, timidi ma presenti. E sopra tutto, alta e argentea, splendeva la luna piena.
«Chissà se anche lei ha modo di osservarla» disse Kiba, pensieroso.
Nella sua mente riaffiorò il ricordo di quella notte lontana: lui, i compagni e Cheza che danzavano al chiarore di una luna identica a quella. Si erano sentiti in sintonia con ogni cosa, liberi e forti. La ragazza fiore, la loro guida, era entrata in connessione con loro, come se il cielo stesso avesse respirato attraverso i loro corpi e poco dopo la via per il Rakuen si era aperta davanti a loro.

Tsume portò la bottiglia alle labbra e bevve qualche sorso. «Speriamo sia così. Magari dove è rinchiusa c’è una finestra.»
«Lo spero» sussurrò Kiba, bevendo a sua volta.
Il silenzio tra loro non era più teso, solo colmo di pensieri.
«Se ci riusciremo, magari il prossimo Natale lo passerai con lei» aggiunse Tsume, con tono meno duro del solito.
«Se ci riusciremo, entreremo in un nuovo mondo.»
Tsume inclinò appena il capo. «E lì il Santo Natale non può esistere lo stesso? Se è davvero una ragazza, probabilmente sarà in cima alla lista delle cose da ricreare.»
Kiba si lasciò sfuggire una risata sommessa, ma autentica. Forse l’aveva idealizzata a tal punto da dimenticare che, in parte, era anche umana.
Gli tornò alla mente il giorno in cui Hige le aveva regalato degli stivali rosa. Cheza li aveva indossati con un entusiasmo genuino, quasi infantile. Un dettaglio semplice, ma incredibilmente vivido.
Forse Tsume aveva ragione.
Se Cheza conosceva o avrebbe conosciuto il Natale, forse lo avrebbe portato con sé nel nuovo Rakuen.
L’aria sembrò alleggerirsi.
Per la prima volta quella sera, tra i due si era creato un punto d’incontro — fragile, ma reale — sotto la luce silenziosa della luna.
«Magari anche per te sarà lo stesso» disse Kiba, seguendo con lo sguardo un traghetto che scivolava lento lungo il River Ice. Le luci gialle illuminavano le finestrelle come piccole costellazioni in movimento.
«Festeggiare il Natale? Chissà.»
«L’avrai fatto qualche volta, no?»
Tsume rimase in silenzio per un istante, poi contrasse la mascella. «Per me Natale era quando il mio vecchio non era ubriaco.»
Il tono si fece più duro.
«Non ero nemmeno figlio loro. Che cosa mi abbiano preso a fare, non si sa.»
Kiba si voltò verso di lui, incuriosito. «Non lo eri?»
«No. Mi hanno trovato nel bosco, o che so io.»
Con un gesto brusco, Tsume scostò il lembo della giacca, mostrando sotto lo scollo la cicatrice a forma di X che gli segnava il petto.
«Pare che ce l’abbia avuta fin dalla nascita. Ma io sono certo che me l’abbiano fatta loro.»
Kiba osservò il segno, corrugando la fronte. «Ce l’avevi anche quando ci siamo conosciuti, a dire il vero. Ma non mi hai mai detto come te la fossi procurata. Forse lo hai raccontato a Toboe o a Hige.»
Tsume sbuffò. «L’unico che si ricorda le cose è l’unico a cui non ho mai raccontato un fico secco, insomma.»
Kiba accennò un mezzo sorriso. «Beh, anche il tuo carattere, nella tua vita precedente, non era tanto dissimile da questo che ti ritrovi.»
«Il lupo perde il pelo ma non il vizio» rispose Tsume, con amara ironia.
«Forse sei leggermente più spiritoso.»
«Ma per carità.»
Kiba si appoggiò allo schienale della panchina e sollevò di nuovo lo sguardo verso la luna. «Se quella non era la famiglia a cui appartenevi, te ne puoi sempre fare una nuova. Forse questa volta con Misha avresti una possibilità più concreta.»
Tsume si ammutolì.
«Non credi che possa essere così, Tsume?»
L’uomo dai capelli grigi scrollò le spalle e bevve un sorso di birra. «Lei è troppo per me. E quando me ne sono andato le ho detto qualcosa di orribile.»
«Tale da non poter essere perdonato?»
«Se lo facesse, mi sentirei comunque un verme. Ma in quel momento credevo sinceramente di proteggerla, allontanandola da me. Peccato che fosse già troppo tardi e Satoshi le aveva già messo gli occhi addosso.»
«Non potevi saperlo.»
«Non avrei dovuto avvicinarmi a lei fin dal principio» ribatté con forza. Poi sospirò. «Ma forse questo tuo istinto che tanto decanti era più forte di me. Mi sentivo al sicuro accanto a lei. E sentivo un bisogno feroce di proteggerla, pur non conoscendola.»
Kiba rimase in silenzio per un momento. «Forse sarebbe dovuta venire con noi. Anche se Darcia probabilmente l’avrebbe uccisa.»
Tsume strinse il pugno con rabbia. L’idea di immaginare Misha nello stesso stato in cui aveva visto Hige nei suoi ultimi istanti gli fece gelare il sangue. Forse era un bene che fosse rimasta indietro.
«Comunque ora è tutto nel passato» mormorò. «Mi auguro solo che i suoi ricordi non siano così dolorosi, se mai dovessero riemergere.»
«Lo spero» disse Kiba. Poi lo osservò di sbieco. «Adesso come la vedi, in questi giorni in cui l’hai osservata?»
Tsume abbassò lo sguardo verso il fiume scuro. «Felice. Anche se tra le braccia di un altro uomo.»
Kiba sospirò, assottigliando lo sguardo. «Temo sarà per poco.»
Tsume si girò di scatto verso di lui. «Perché dici questo?»
«Se Hige ricorderà…» disse piano. «Potrebbe ricordarsi anche di colei a cui era veramente legato. I lupi hanno una sola compagna per la vita. E Hige e Blue si erano scelti.»
Lo stomaco di Tsume si contorse.
«Vuoi dire che nel momento in cui lui ricorderà…?»
Non concluse la frase.
Ancora una volta si odiò. Per un istante, il suo lato egoista aveva intravisto un barlume di speranza. Ma quale prezzo avrebbe dovuto pagare Misha?
«Quando accadrà, forse sarà il momento giusto in cui tu riemerga dall’ombra» continuò Kiba, senza distogliere lo sguardo dal cielo. «Visto che anche lei è qui e Darcia sembra averla attenzionata, dovrà essere preparata. E un cuore infranto può causare molti problemi. Dovrai essere pronto a raccogliere le sue lacrime.»
Tsume abbassò gli occhi verso la bottiglia tra le mani. «Io non sono capace neanche di raccogliere le mie» disse, rabbuiato.
«Troverai il modo» ribatté Kiba con calma. «Sei sempre stato coraggioso. Anche quando sprofondavi nel pessimismo, alla fine trovavi un modo per rialzarti. Sono convinto che questa tua indole te la sia portata dietro.»
Tsume inclinò appena il capo, un’ombra di ironia che gli attraversò lo sguardo. «Quindi un po’ ti piacevo, nell’altra vita.»
Kiba annuì con sincera semplicità. «Eri un affidabile secondo.»
Tsume sbuffò piano. «Qualcosa mi dice che invece l’alpha ero io. Solo che tu eri il cocco della fanciulla fiore.»
Kiba scosse il capo, sorridendo. «Sei sempre il solito.»
Per un attimo, l’aria tra loro si fece più leggera.
Si urtarono con la base delle bottiglie, in un silenzioso brindisi, e bevvero un lungo sorso mentre la luna piena vegliava su di loro e il fiume scorreva lento, indifferente alle promesse e ai rimpianti.
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