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«Ho sentito che la Regina tiene una delle sue figlie nelle segrete» commentò un signore con una nobildonna nel rumore generale della sala «Pare se ne vergogni perché è una… pallida» sibilò l’ultima parola quasi fosse stata un insulto.
«Io avevo sentito che fosse in una torre. E che fosse matta» ammise la donna nascondendo la bocca con il ventaglio «Pare abbia causato un certo scompiglio nella capitale l’anno scorso. Un soggetto così instabile non mi sorprende che stia sottochiave. Soprattutto se è pallida.»
«Ho sentito dal nuovo Primo Mietitore che fin da piccola ha dato problemi» dichiarò un’altra donna lì vicino «Pare avesse paura del suo riflesso, ha distrutto tantissimi specchi.»
«Come se ci si possa stupire di una pallida» rise appena l’uomo «Se non hanno legami con gli elfi, poco ci manca. Stesso cervello bacato.»
«Credo parlino di Diamanyte» tossì appena Mekula accanto alla madre. Capelli biondo ramato e occhi ocra, le mani giunte verso il basso in posizione regale e rilassata «Non pensavo girassero notizie fuori dalla capitale. O dal palazzo.»
«Lascia che parlino» rispose Akualta «Finché non si avvicinano alla verità o non tentano di portarmi via il mio gioiello, non abbiamo nulla di cui temere. E se anche qualcuno ci provasse avrei te, Chara e Paradoxa su cui contare.»
«Dunque è vero che tenete una delle vostre incantevoli figlie rinchiusa?» chiese un uomo davanti a loro. Aveva i capelli rossi sistemati in ricci ordinati, gli occhi verdi puntati sulla Regina, benché fosse riverentemente piegato in avanti. La divisa nera e azzurra fatta di morbidi panneggi lo rendeva un Cercatore di Tesori Certificato, per quanto fosse pallido.
«E lei sarebbe?» chiese la donna straordinariamente a suo agio.
«Qual scortesia. Arkilias Gooleumi, al suo servizio» annuì l’uomo porgendo la mano elegantemente.
«Oh, ho sentito parlare di lei, professore» s’intromise improvvisamente Mekula «Ho anche letto alcuni suoi saggi, sono molto affascinanti. Solo la immaginavo più…»
«Scuro?» l’uomo rise «Me lo dicono tutti, principessa. Secondo il mio editore la mia effige non avrebbe attratto i lettori» si passò una mano davanti all’altra e quella dietro divenne scura «Se potessi mi farei tutto di questo splendido color cacao» si sfregò le mani e la pelle tornò chiara «Ma non sono ancora così abile.»
«Magia interessante, non l’ho mai vista» commentò sorpresa la Regina.
«Magia? Non la uso da tanto» Arkilias spostò il dito davanti agli occhi delle donne, poi ruotò rapidamente il polso e apparentemente dal nulla uscì una rosa blu «Non per queste cose, almeno» scosse appena il fiore e questo si sdoppiò. Li prese con entrambe le mani e li porse alle donne «A voi, signore.»
«Assurdo» commentò la principessa affascinata dalla rosa, ma senza azzardarsi a toccarla.
«Sorprendente» ammise la Regina prendendo il fiore tra le dita «Effettivamente non ho percepito utilizzo di mana. Come ci siete riuscito?»
«Nello stesso modo in cui voi avete cambiato argomento» sorrise l’uomo ondeggiando il polso «Sviando l’attenzione su altro» soffiò appena e i petali si tramutarono in farfalle «Ora sarebbe così cortese da rispondere alla mia domanda iniziale?»
«Perché vorrebbe mai una risposta?» chiese Akualta più sulla difensiva.
«Legittimo chiederlo» ammise per nulla turbato «Sto lavorando a un memorandum del nostro tempo. Una sorta di resoconto storico scritto in diretta. Vorrei essere il più realistico possibile, e ammetterà che i pettegolezzi della nobiltà sono ben poco attendibili.»
La Regina lo guardò poco convinta, eppure sembrava sincero. Nessun tremito, nessun dubbio. Inoltre l’idea di un libro su di lei era dannatamente allettante.
«Non ho alcuna figlia rinchiusa nelle segrete» rispose tranquilla «Le più piccole sono a letto già da un po’ e la più grande, come vede, è qui» sorrise gentile «Ha altre domande, professore?»
*** * ***
La prima cinghia cedette dopo quelle che sembrarono ore, ma almeno le sembrava di respirare normalmente.
Odiava il giorno libero di Rakana, perché a darle la “buonanotte” era Chara e, regolarmente, stringeva troppo quelle dannate strisce di cuoio. Le prime volte non aveva chiuso occhio, agitandosi per trovare una posizione vagamente comoda, poi era passata a tagliarle direttamente.
Per fortuna Rakana non aveva mai fatto presente ciò alla Regina, cambiando semplicemente le cinghie una volta capita la situazione. Almeno lei sembrava avere un briciolo di cuore in quella prigione alta sugli scogli.
Nei giorni di bufera gli scuri della finestra battevano facendo un rumore assordante, e di notte era pure peggio con l’impossibilità di tapparsi le orecchie.
Uno dei tanti motivi per cui aveva cercato di scappare quando le portavano i pasti o la venivano a mettere a letto. Risultato, avevano messo una gattaiola nella porta e la sera le mettevano del sonnifero nella zuppa così da farla dormire prima di legarla al letto. Era sicura ci fosse del sonnifero perché, se fosse stato per lei, sarebbe rimasta sui libri ancora ore prima di sentire Morfeo arrivare.
Ma come detto, quando era Rakana a metterle le cinghie durante la notte, quasi non le sentiva. Quando toccava a Chara, si svegliava poco dopo con il fiatone.
La seconda cinghia saltò permettendole di mettersi a sedere e tagliare le ultime due, poi si distese con un enorme sospiro di sollievo. Si raggomitolò sotto le lenzuola coprendo il misfatto, pronta a dormire in modo vagamente normale.
Qualcosa colpì la finestra facendola muovere, probabilmente un uccello sbalzato via dalla bufera. Si girò dall’altra parte ignorandolo e tornando a dormire.
Un secondo colpo, decisamente più forte, fece saltare la finestra con uno schiocco assordante. Diamanyte sobbalzò nel letto chiudendosi sotto le coperte in attesa della punizione.
Doveva aspettarsi che prima o poi la Regina avrebbe scoperto le cinghie tagliate, era solo questione di tempo. Inoltre solo lei poteva entrate in quella stanza dalla finestra con tanta enfasi. Non esisteva nessun altro in grado di fare una cosa del genere.
«Che… fatica…» commentò l’intruso inspirando a fondo. Era una voce maschile, decisamente non quella della Regina. Diamanyte alzò la coperta a spiare, ma a parte gli stivali neri non vide altro, poiché tornò subito a nascondersi spaventata «Oh, bé, almeno sembra che il mio mentalismo abbia funzionando. Qui ci vive davvero qualcuno» la bambina alzò nuovamente la coperta. Gli stivali si stavano spostando verso la scrivania e la libreria, una luce che faceva strada a terra «E chiunque ci abiti ha gusto, guarda qui. Ptalion, Violante, Gooleumi» prese uno dei libri pensieroso «Se anche fosse la stanza segreta della principessa Mekula mi sembra strano non vi sia neanche un mio autografo. M’è venuto male al polso a furia di firme.»
Diamanyte trattenne uno stranuto. Possibile che le venisse proprio in quel momento? Come se della polvere fosse entrata sotto le coperte per dispetto.
«Nah, poi la scrittura è troppo infantile qui negli appunti. Rimangono le sorelline, ma non credo siano così sveglie» proseguì l’intruso mentre la bambina si trovava a trattenere nuovo starnuto «Uuh, interessanti queste analisi. Sembra che…» la coperta si sollevò di scatto e Diamanyte pigolò di sorpresa «Non voglia cercare con il criterio standard, ma che sia costretta.»
«Chi…» iniziò la bambina, ma l’uomo le fece segno di fare silenzio. Passi all’esterno della stanza fecero intendere che era avvenuto il cambio della guardia.
Rimasero in silenzio per un po’, poi Diamanyte si mise in ginocchio sul letto, la coperta ancora turata completamente sulla testa come potesse farle da armatura difensiva.
«Da quanto sei qui?» chiese gentilmente l’uomo sedendosi accanto a lei.
«Al castello mille e quarantuno giorni, otto ore e quindici minuti» rispose rapida «Qui dentro trecentosettanta giorni, due ore e otto minuti.»
L’uomo la guardò sorpreso, poi trattenne una fragorosa risata portandosi la mano sul volto: «E detto da persone normali?»
«Tre anni e mezzo al castello, uno rinchiusa qui» spiegò stringendo i lembi della coperta «Perché lo vuole sapere? E come ha fatto ad arrivare qui?».
«Curiosità» rispose evasivo «O meglio, volevo confermare alcune mie certezze» si alzò e si stiracchiò «Se chiudi tu la finestra vedrai lo spettacolo della geomagia.»
«Geomagia?» chiese sorpresa prima di vederlo buttarsi di sotto. Si lanciò ad osservare e lo notò saltare da una roccia all’altra, gli scogli che si plasmavano al suo leggero tocco «Geomagia.» corse alla scrivania. Sulle origini della magia del Professor Gooleumi, prima e unica classificazione neologistica della magia.
E la geomagia era la specialità del professore in questione.
*** * ***
«Tu vuoi scappare» disse Arkilias facendo uscire dal nulla una colomba che rapida volò fuori dalla finestra «Libera, senza vincoli o stupide regole.»
«Già» ammise Diamanyte sistemando i fili di rame sullo scolapasta che le aveva portato l’uomo. Aveva ignorato completamente il gioco di prestigio, troppo presa dal suo progetto abbandonato obbligatoriamente per troppo tempo.
«Ti rendi conto che non sarai mai libera? Sia che esci da qui, sia che rimani?» chiese arricciando le labbra.
«Il mio già era sullo scappare, non sulla libertà» spiegò indossando il caschetto «Io sono libera senza scappare, perché la mia libertà si manifesta nella mia testa. Io sono libera perché un anno fa ho scelto di non seguire la normalità dello studio» ricontrollò il caschetto «Ho deciso di non creare altri anelli di un’inutile catena.»
«Ma sentitela» commentò l’uomo «Filosofa già a nove anni. A cinquanta cosa sarai? Una barbosa pensatrice di palazzo?»
«Siamai» squittì offesa «Alla sua età sarò un’esploratrice degli specchi, avrò una mia scuola di tale disciplina e avrò trovato la mia magia.»
«Primo, ne ho trentacinque, non cinquanta» brontolò piccato «Secondo, in che senso non hai trovato la tua magia?».
«Come il quarto figlio dell’Ultimo Re» spiegò pratica «Non aveva alcuna magia, però aveva una gran testa. Forse la mia è l’intellettomagia.»
«Intellettomagia…» ripeté Arkilias «Telecinesi!» si abbassò guardandola negli occhi «Ehi, ti andrebbe un patto?»
«Aspetti che chiedo alla mia libertà» Diamanyte ci pensò su «Ha a che fare con la fuga da qui?»
«Circa, ma sì.» annuì l’uomo «Ho bisogno del tuo aiuto per una questione di famiglia.»
*** * ***
Diamanyte controllò il vestito di vimini che le aveva portato Arkilias. Quello era il centro della loro fuga, grazie ad esso sarebbero scappati da lì senza essere trovati. E se anche l’avessero rintracciata una volta tolto, sarebbero ormai stati molto lontano dalla capitale.
«Senza misure è stata una faticaccia, ma sembra che ti stia bene» sorrise l’uomo «Senti qualcosa di diverso?»
«A parte che pizzica un po’, nulla» ammise alzando le spalle «Scopriremo se funziona solo uscendo da qui, presumo.»
«Allora salta su» disse Arkilias abbassandosi per prenderla sulla schiena. La strinse a sé con una cintura e attese che si fosse sistemata «Tieniti forte, ma senza strozzarmi.»
«E lei non corra troppo, professore» rispose risoluta legandosi stretto il caschetto e mettendo le braccia attorno al collo dell’uomo «Pronti a partire.»
Arkilias si issò sulla finestra, poi si voltò dando le spalle al mare: «Se soffri di vertigini non guardare giù.»
«Vivo sulla cima di una torre da un anno e mezzo» commentò tranquilla «Cosa mai…» nemmeno il tempo di finire che l’uomo si era buttato all’indietro, il mare che si avvicinava pericolosamente rapido.
«Schiacciati alla schiena, non sbilanciarti all’indietro!» la bambina ubbidì, poi Arkilias fece crescere uno spuntone di roccia sotto di loro. Ci scivolò sopra di taglio e piegandolo leggermente a destra lo trasformò in una rampa verso la terra ferma.
Si ritrovarono a planare verso un’altra sporgenza creata dall’uomo, poi un’altra ancora, fino a raggiungere il molo della capitale. Da lì bisognava nascondersi tra la folla che festeggiava l’anniversario del Grande Maremoto, la catastrofe che trent’anni prima aveva rischiato di distruggere Vera Pax.
Era il giorno perfetto per scappare, approfittando della confusione e del ruolo da protagonista che la Regina aveva durante i festeggiamenti. Anche volendo non li avrebbe mai raggiunti per tempo senza far scoppiare il panico in città.
Arkilias aveva studiato proprio un ottimo piano.
L’uomo recuperò un mantello mentre scivolavano tra le stradine in festa, poi lo passò a Diamanyte: «Metti questo, così sarai meno riconoscibile.» la bambina annuì e, mentre continuavano a camminare, si nascose per bene sotto al mantello senza, però, perdere di vista ciò che accadeva intorno.
Si stavano tutti radunando verso il grande palco allestito davanti al palazzo, in una strana processione convergente fatta di canti, balli e preghiere. Diamanyte non si ricordava di aver mai visto una mobilitazione tale di persone, nemmeno negli anni che era stata a palazzo. Non che fosse uscita molto, in effetti.
Arkilias prese una strada laterale più vuota delle altre, piegò leggermente a sinistra e spiò in direzione della porta nord. Come c’era da aspettarsi le guardie non erano avvezze ai festeggiamenti, un loro dirigersi alla porta sarebbe risultato sospetto.
«Tieniti forte, ora dovremo superare le mura» spiegò tornando leggermente indietro e raggiungendo un vicolo cieco. Si abbassò toccando il lastricato e la terra sotto i loro piedi si alzò in un parallelepipedo perfetto. Si fermò sulla cima, guardando la vastità del bosco che si stagliava davanti a loro «Prossima tappa, Santio Durijo.»
E senza aspettare una risposta di Diamanyte, Arkilias si lanciò dall’altra parte delle mura.