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Creato il 21/10/2026, 18:39 · Aggiornato il 21/10/2026, 18:41

Capitolo 5: V - La Città dei Senza Testa

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Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Sangue
  • Violenza
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Diamanyte avrebbe voluto dormire altri tre giorni in quel letto così comodo, confortevole e senza cinghie. Purtroppo la loro fuga non era passata inosservata, così Arkilias aveva studiato un percorso che li avrebbe portati al sicuro, ma che prevedeva non più di una notte per città.

Gli strinse la mano mentre pagava la locanda ed uscivano in strada. Santio Durijo era in fermento già dalle prime ore, soprattutto con il mercato mattutino che andava allestendosi. Uscire sarebbe stato semplice sfruttando il via vai degli abitanti delle campagne, tuttavia la Regina era stata veramente veloce a diramare l’allarme sulla loro fuga.

Un garzone della locale Guardieria stava affiggendo un nuovo manifesto tra quelli dei ricercati.

Trentamila ghiade a chi avesse riportato viva la figlia della Regina rapita la notte prima, quarantamila se fosse stata consegnata anche la testa del reo.

«Ma tu non mi hai rapita» commentò Diamanyte offesa «Me ne sono voluta and…» l’uomo la zittì rapido notando delle guardie di pattuglia.

«Lo sa anche lei, ma le fa più comodo credere – e far credere – questo» spiegò sollevandole il cappuccio sul caschetto e prenderle nuovamente la mano «Andiamo prima che ci notino, quel disegno è fin troppo somigliante.»

Presero la strada verso Nord-Ovest, salendo verso la città antica. Costruita su una collina, infatti, Santio Durijo seguiva l’ambiente naturale fino alla cima, dov’era collocato il Legion Mortis. Più si saliva e più le lapidi crescevano davanti ai propri occhi.

Andando in quella direzione avrebbero depistato le guardie prima di scendere dall’alta parte e uscire a nord. Si diceva che fosse una zona maledetta della città, dunque sempre deserta.

O così speravano.

«Ehi, voi! Fermi dove siete» intimò loro una guardia poco più avanti mentre la collega si avvicinava in sella al suo cavallo «Non sapete che questa zona è preclusa?»

«Ci scusi, siamo viandanti» spiegò Arkilias fingendosi imbarazzato «Volevamo uscire dalla città, ma ci siamo persi.»

«Per ragioni di sicurezza l’unica uscita è quella a sud, stiamo facendo dei controlli» dichiarò la guardia che si era avvicinata prima di srotolare il manifesto di Diamanyte «Immagino abbiate notato la gravità della situazione.»

«Certamente, ma non pensavo controllaste un solo ingresso. O una sola città» ammise il professore «Allora noi scendiamo nuovamente verso valle, va bene…»

«Un’ultima cosa» li fermò la guardia più lontana «La ragazzina, fatele levare il cappuccio.»

«Oh, non credo sia il caso…» arricciò le labbra Arkilias «Diciamo che vi sconsiglio gli appuntamenti al buio.»

«A me non sembra così mostruosa» commentò la donna più vicina. Era scesa da cavallo e si era abbassata a guardare Diamanyte che, in risposta, si era leggermente spostata dietro al professore «A parte quella ciotola che ha sulla testa, non è affatto orripilante» guardò il manifesto che aveva con sé «Certo che la somiglianza c’è, anche se non si vede bene.»

«Noi pallidi ci somigliamo un po’ tutti» corse ai ripari Arkilias «Dovreste vedere la figlia della nostra vicina. Tra un po’ le scambiano per gemelle, vero?» guardò la bambina che annuì rapida.

«Non possiamo esserne sicure se non vediamo» dichiarò la guardia seria guardando la collega che, dal canto suo, era particolarmente insistente.

Diamanyte la fissò spalancando gli occhi, poi fece uno strano rumore con la bocca, fatto di schiocchi e quelli che sembravano rutti. Non proprio elegante, ma decisamente efficace.

La donna si scansò in un misto di spavento e disgusto, poi guardò l’altra guardia eloquentemente.

«Fidati, non è quella ragazzina» annuì salendo nuovamente a cavallo «Non è certamente così selvatica, inoltre credo che voglia tornare da sua madre se è stata rapita.»

«Potrebbe essere sotto incantesimo» precisò la prima guardia infastidita. Diamanyte rantolò più forte stringendosi ad Arkilias, gli occhi azzurri spalancati in direzione della donna «Ma lo vedranno le nostre colleghe a valle, concesso» spronò il cavallo e si diresse verso Est, seguita a ruota dalla collega.

«Fantastico» commentò l’uomo sorpreso «Ma come ti è venuto in mente quel suono, era terrificante» la bambina non rispose, allentando la presa e tremando spaventata «Ehi, se ne sono andate, non devi agitarti» Diamanyte si toccò all’altezza dello stomaco, poi guardò l’uomo con gli occhi sgranati. Scivolò a terra immobile, un pugnale dove teneva le dita insanguinate

«Merda, merda, merda!» esclamò Arkilias abbassandosi e alzandole appena la testa «Resisti e resta sveglia» prese una manciata di argilla che teneva in tasca e la lavorò con la mano «Non sono un guaritore, ma dovrebbe fermare l’emorragia mentre lo cerco, va bene?» Diamanyte annuì appena «Brava, così, resta sveglia. È importante stare svegli» appoggiò l’argilla sulla ferita senza estrarre il pugnale. La bambina urlò dal dolore «Brucia, lo so. Ma non uscirà più sangue» le prese delicatamente le mani e gliele mise sull’argilla «Tieni fermo, forte» Diamanyte strinse le dita per quanto possibile «Brava così» la sollevò cercando di muoverla il meno possibile «Adesso cerchiamo un medico, tieni duro. E resta sveglia, mi raccomando» si mise a correre verso valle «Ci sono io a proteggerti.»

*** * ***

«Siete stati fortunati a trovare me» disse la donna estraendo il pugnale con forza. Diamanyte gridò piegandosi appena in avanti, la donna la spinse nuovamente sdraiata sul tavolo «In questa città nessuno vi avrebbe mai aiutati.»

«E perché?» chiese Arkilias guardandola mentre puliva la ferita e metteva impacchi d’erbe e sale.

«Il simbolo sul pugnale, siete stati attaccati dai Senza Testa» spiegò facendo prendere tra i denti a Diamanyte un panno arrotolato «Farà male, devo tirare i tessuti. Avrò bisogno che la tieni ferma» Arkilias fece come gli veniva chiesto, mentre la donna inspirò a fondo e impose le mani sulla ferita iniziando a recitare formule molto antiche.

Il dolore fu atroce. Diamanyte serrò i denti cercando di trattenersi dal muoversi finché riuscì, poi i muscoli iniziarono ad agitarsi da soli, ribellandosi a tutta quella sofferenza.

Quando l’operazione fu finita rilassò il corpo e svenne, tutto in una frazione di secondo.

Arkilias la lascò andare, mentre la donna le tolse la pezza dalla bocca e le fasciò il ventre con della garza. La ferita si era molto ridimensionata, ma risultava ancora aperta.

Asciutta e pulita, ma aperta.

«Dopo farò un secondo impacco per curarla del tutto» spiegò lavandosi le mani e la faccia «Scusate, non ho più l’età per interventi così complessi.»

«Siete stata fantastica, invece» ansimò Arkilias lavandosi anche lui la faccia dal sudore «La teomagia curativa non è da tutti.»

«Per fortuna, oserei dire» si spostò una ciocca tra i capelli mentre andava nell’altra stanza a recuperare una coperta e la metteva su Diamanyte, rincalzandola delicatamente e sollevandola piano per poi stenderla sul divanetto lì vicino. Si mise a pulire il tavolo, passando la pasta antibatterica usata prima, poi notò che Arkilias stava studiando il pugnale pensieroso «Sai perché l’hanno colpita?»

«Ho azzardato a dire che è mia figlia» spiegò l’uomo guardando il simbolo sull’elsa dell’arma. Erano due emisferi celebrali aperti come ali, con al centro una spada che li separava «Non credevo che Santio Durijo fosse una delle loro città» si coprì la faccia con la mano «Che idiota. Ho persino cambiato cognome per non avere più a che fare con il mio passato, ma credo non si possa scappare da questa maledizione. Mi spiace che ci sia andata di mezzo una ragazzina innocente.»

«E perché hanno colpito lei e non te?» chiese la donna «Non offenderti, ma dopo ottocento anni credo di conoscerli abbastanza bene per sapere che non colpiscono senza certezze. O che uccidano tutti i Gooleurex che incontrano.»

«Io sono Gooleumi, non Gooleurex» rispose aspro pinzandosi il naso «Non lo sono da tanto tempo» guardò Diamanyte che dormiva apparentemente serena «E quella bambina era rinchiusa nel castello reale, pare sia figlia della Regina… anche se ci credo molto poco.»

«Sfido chiunque a crederci. È pallida!» brontolò la donna «Senza offesa, ma da due scuri dubito esca una pallida, oltre al fatto che lo sposo regale è morto da più di otto anni» si volto nuovamente a guardarlo «Ma come mai siete da queste parti?»

«Nulla a cui non abbia già trovato risposta parlando con lei» spiegò Arkilias ruotando il pugnale ed infilandoselo in cintura «Le dispiace se esco un attimo? Avrei una cosa da fare prima di ripartire.»

«Certo, andate pure» annuì la donna «Vi chiedo solo una cosa: tornate entro il tramonto. È con le tenebre che escono i mostri peggiori.»

*** * ***

La Legion Mortis era come la ricordava: spoglia, silenziosa e cupa. Il metano che saliva dalla terra creava una strana nebbiolina di un paio di centimetri, aumentata dal forte magnetismo magico di quella zona. Si fermò davanti ad una lapide alquanto recente, benché i segni del vilipendio la rendessero irriconoscibile

Graffiata, martoriata, colpita con una violenza inaudita e neanche un fiore a consolare tutta quella distruzione.

I nomi, a malapena leggibili, avevano perso tutta la loro grazia iniziale, anche se era distinguibile la presenza di tre corpi sotto quella terra.

Arkilias si abbassò a toccare la pietra, con la reverente paura che si sbriciolasse sotto le sue carezze. Passò il dito sulle ferite arrecatele, imparandole a memoria, poi raccolse una manciata di terra e la lasciò nevicare sopra, controllando con gli occhi che i granelli penetrassero precisi, a ricreare ciò che non era più.

Due volti, un uomo e una donna, presero forma sotto le sue dita, poi i nomi: Tyresha Delfys e Prefontas Gooleurex in Delfys, nati lo stesso giorno a otto anni di distanza, morti lo stesso giorno di tre anni prima. Come da tradizione sulla lapide erano mostrate le cause della loro fine, ovvero un’ascia da boia e una torcia fiammeggiante.

Decapitati e bruciati da ignoti.

Una ferocia inaudita che non aveva risparmiato nemmeno il loro figlio, scolpito sotto di loro in sembianza di bambino in fasce. Talmente piccolo da avere il nome generico “Puer Adamans Dinamitardus”.

Arkilias lasciò cadere le braccia, poi iniziò a piangere incontrollato. Errore imperdonabile curare la lapide, quasi peggio dell’essere tornato in quel luogo dopo tanto tempo.

Parole non dette, rimorsi e rabbia che scendevano caldi, inaspriti dall’ignara identità del carnefice che aveva ucciso quella che un tempo aveva chiamato famiglia. Aveva bramato la verità più di ogni altra cosa, per questo si era nuovamente recato in quella città, scoprendosi solo a versare lacrime sulla tomba di colui che era stato suo fratello.

Schiamazzi dall’ingresso della Legion Mortis attirarono la sua attenzione, facendogli asciugare gli occhi con la mano e tirandosi in piedi. Mosse le dita e un delicato ciuffo di ginestre uscì dal terreno ai piedi della tomba, a dare un po’ di colore in quel posto.

«Dovevate vedere la faccia di quel tipo» disse uno degli uomini in avvicinamento. Ubriaco, indubbiamente, proprio come i suoi compari «Era nel pallone più totale.»

«Immagino» rise sguaiato un altro «E ti ha dato quello che chiedevi?»

«Tutti ti danno quel che chiedi quando minacciati con un coltello» spiegò prima di fare un sonoro rutto. Batté un po’ le palpebre, poi commentò «Ehi, qualche stronzo ha rovinato la lapide di Gooleurex?» notò Arkilias davanti alla tomba «Sei tu il grandissimo figlio di puttana che ha dissacrato la nostra opera?»

«Con tutta la fatica che avevamo fatto per sfregiarla. Forza diamogli una lezione, Jin!» esclamò il secondo cercando il terzo «Jin? Ehi, Jin!?»

L’amico era finito fino alle spalle nel terreno, trascinato dal basso. Le braccia aperte sopra la buca larga quanto lui a cercare di tirarsi nuovamente su.

«Ma che caz…» imprecò il primo prima di ricevere un masso all’altezza dello stomaco. Fu spintonato indietro contro un’altra lapide che si ribaltò con l’impatto.

Anche lui si trovò piantato nel terreno.

Il secondo tremò spaventato, poi fece per scappare ma le rocce ai suoi piedi si fecero liquide e gli cementificarono le gambe.

«Pietà!» piagnucolò terrorizzato guardando Arkilias avvicinarsi «Po… possiamo sempre chiudere un occhio.»

«Io no» rispose aspro prendendolo per il colletto «Portatemi dal vostro capo, ho un piccolo conto in sospeso con lui.»

*** * ***

Le catacombe di Santio Durijo non erano mai state così rumorose.

Si vociferava, infatti, che uno straniero avesse chiesto di vedere Torjan Ardyente in persona. Gran Maestro del Sommo Ordine dei Senza Testa, nessuno osava avvicinarsi a lui senza un appuntamento o senza un suo preciso invito.

Eppure alla notizia del suo arrivo, Torjan aveva abbandonato ogni sua funzione e si era recato alla Sala del Credo in attesa dell’inaspettato ospite, scortato solamente da due guardie e dal suo figlio più giovane, il prediletto.

«Attento a quello che direte, padre» disse il ragazzino nascosto alle spalle del genitore «Quell’uomo è alquanto alterato.»

«E io ho una cinquantina di uomini pronti a renderlo inoffensivo» rispose il Gran Maestro evasivo «Non ho comunque motivo di farmelo nemico.»

«Si parla di vita o morte» spiegò il ragazzino sedendosi a terra dietro il trono e stringendosi le gambe «Non voglio perdere anche lei, padre.»

«Ho la pellaccia dura, non temere» rise l’uomo prima che il loro ospite entrasse scortato da tre adepti «Professore, è un piacere averla qui. Cosa la porta?»

«Meno convenevoli, Troion» disse aspro il nuovo arrivato «Sai perfettamente perché sono qui, ma se vuoi ti rinfresco la memoria. La famiglia che abitava all’uscita ovest di Santio Durijo…»

Torjan si protrasse leggermente avanti, poi alzò la mano e ruotò l’indice in aria. Tutti i presenti si allontanarono all’unisono, tranne il figlio, il quale rimase nascosto dietro al trono in cupo silenzio.

«I Delfys, me li ricordo bene. Non meritavano quella fine» ammise simil melodrammatico, quanto bastava per essere credibile «Degli stranieri che si trasferiscono qui, erano i meno molesti.»

«Li avete uccisi voi!» esclamò l’uomo più aggressivo «E non provare a mentirmi, ho visto come onorano la loro memoria i tuoi uomini. Non sembra proprio che foste in buoni rapporti.»

«Quel che fanno i miei uomini adesso non riguarda più i Delfys» precisò Torjan serio «Io avevo un patto con loro. Da vivi» accavallò le gambe «Tuo fratello aveva abbondantemente pagato per abitare qui, non avevo più nulla contro di lui. Un po’ come non ho problemi con te.»

«L’ho visto, proprio oggi. Sulla strada verso la Legion Mortis» il professore serrò i pugni «Hai forse paura che scopra cos’avete fatto? O è più una ripicca personale…»

«Non sei più un Gooleurex» lo interruppe il Gran Maestro aspro «Lo sanno tutti i Senza Testa di Vera Pax, la tua rinuncia riecheggia ancora quando entri nelle città da noi controllate. Non sei più un nostro nemico» si pinzò la radice del naso «Ma quella bambina lo è di sicuro, non possiamo permetterci che sopravviva.»

«Che prove hai? Conosci forse i suoi genitori?» chiese in un misto di rabbia e curiosità.

Torjan schioccò le dita e una fiammella si creò sulle punte dei polpastrelli. La lanciò in aria ed essa andò a posarsi in una lampada a olio all’inizio della cupola, accendendo a catena tutte quelle che stavano in cerchio a illuminare l’enorme affresco della sala.

Al centro due uomini intenti a combattere per la mano di una giovane donna. Uno portava un mantello rosso fuoco come la sua spada di fiamme, resa perfettamente dall’uso dell’oro liquido nelle venature brucianti.

L’altro era armato solo di scudo e di un libro, tuttavia aveva uno stranissimo elmo sulla testa.

«L’attraversaspecchi…» si tradì il professore sconvolto.

«Questa è la prova. Nessuno creerebbe mai una cosa del genere e dubito che quella bambina abbia visto i dipinti antichi tramandati tra i Senza Testa» spiegò Torjan tamburellandosi la tempia «Quello l’ha ideato lei, e se lo ha ideato lei, ci può essere una sola spiegazione.»

«Allora è vero…» l’uomo si lasciò scappare un sorriso fanciullesco «Lei può veramente…» prese profondi respiri, poi guardò il Gran Maestro con occhi diversi, quasi supplichevoli «Lasciami il tempo di sapere chi ha ucciso mio fratello e la sua famiglia. Mi basta solo che risvegli la sua magia, non chiedo altro.»

«Non posso» rispose perentorio «Quella bambina è una minaccia per tutti. Un solo minuto che vive è un pericolo, e quello che mi chiedi sono anni.»

«Allora consegnami chi li ha ammazzati» propose il professore «Anche solo un nome, ch’io possa sapere chi doverosamente ringraziare» le rocce attorno a lui si mossero iraconde, pronte a lapidare il malcapitato.

«Se li sapessi te li direi molto volentieri» spiegò Torjan «Se anche fosse stato uno dei miei uomini, non avrebbe agito per mio ordine. E in tal caso lo avrei già fatto uccidere.»

«E io come posso crederti?» chiese nuovamente aggressivo «Hai fatto attaccare una bambina per uno scolapasta in testa, mio fratello si chiamava ancora Gooleurex quando è venuto qui.»

«Sua moglie era una teomaga della veggenza» ammise il Gran Maestro pinzandosi la radice del naso «Ed era incinta. Prima gravidanza, ho solo chiesto un pagamento permanente per il loro soggiorno qui» si rilassò sullo scranno «Te l’ho detto, avevamo un patto. Il loro primogenito mi sembrava uno scambio più che equo perché non rendessi la loro vita un inferno.»

La calma con cui lo disse fece gelare il sangue al ragazzino ancora dietro al trono, le mani schiacciate davanti alla bocca per non far trapelare alcun rumore.

«E del figlio? Che ne hai fatto?» domandò il professore guardandolo negli occhi.

«Morto, sei mesi fa» spiegò Torjan alzando le spalle impassibile «Cagionevole di salute, nemmeno la vecchia Bahalaka ha potuto fare nulla. Mi sorprende che non te lo abbia detto» guardò l’orologio che aveva al polso «E dubito che ora possa più dirtelo» l’ospite irrigidì la schiena, poi fece per scattare verso l’uscita, prontamente sbarrata da due guardie «Quella bambina non uscirà viva dalla città.»

«Hai sbagliato persona da minacciare» dichiarò l’uomo trascinando le due guardie nel terreno con un rapido movimento di mani e gomiti «Per mio fratello, per sua moglie e per il bambino morto con loro, devo scoprire chi li ha uccisi.»

«Prima che tu vada allora lascia che ti dica una cosa» si alzò il Gran Maestro in una parvenza di austerità «Vero, quella notte c’era un bambino in quella casa, e le guardie confermarono che furono tre le vittime. Ma noi abbiamo sepolto due corpi. Non ha forse più senso cercare quel bambino che proteggere una sconosciuta?»

«Allora lascia che ti dica anch’io una cosa» disse incamminandosi e superando le guardie «Come posso trovare quel bambino se non salvo prima quella sconosciuta?»

Non aspettò risposta, scavandosi un cunicolo che lo portasse in superficie più velocemente del dedalo delle catacombe.

«Avete mentito, padre» commentò il ragazzino uscendo dal suo nascondiglio «Se non lo aveste fatto avreste avuto più tempo.»

«E rischiare che sopravvivesse?» chiese l’uomo con un leggero sorriso calcolatore «Ci penseranno i miei uomini a eliminare la sua minaccia, hanno già l’ordine di ucciderlo nel caso la bambina morisse.»

«Ma non deve morire» spiegò il giovane congiungendo le mani «Vi prego, desistete. Se quella bambina muore stanotte, voi…» deglutì trattenendo le lacrime «Voi morirete entro la fine dell’anno. Se non per mano di quell’uomo, per mano dell’aracnomaga al servizio della Regina.»

Torjan lo guardò straordinariamente freddo, poi commentò: «Se quella bambina morirà stanotte, io morirò felice. Che sia adesso, tra un mese o quel che dice il futuro, io sarò pienamente appagato da ciò che ho fatto» guardò l’ora «E tu ormai dovresti essere a letto» schioccò le dita e due guardie li raggiunsero «Scortate mio foglio in camera sua, per cortesia.»

«Vi prego, padre!» insistette il ragazzino con gli occhi lucidi mentre i due uomini lo trascinavano via «Ascoltatemi, vi prego.» scoppiò a piangere «Ho già perso un padre, non posso veder morire anche voi!»

Torjan lo guardò dritto negli occhi, quasi schifato: «Tu non sei mio figlio, sei uno strumento che ho salvato da chi non avrebbe potuto usarlo. Un oggetto di discreta utilità. E cosa fanno gli oggetti?»

«No, vi prego» il ragazzino scosse la testa spaventato, le mani a cercare inutilmente le orecchie «Vi supp…»

«Gli oggetti non parlano, Aphontheyos» concluse l’uomo mentre il suono moriva dalla gola del figlio, affievolendosi come un uccellino strozzato.

Ogni sua preghiera da quel momento risultò inascoltata.

Muta.

Fino a nuovo ordine.

*** * ***

Diamanyte si svegliò adagiata a terra arrotolata in una grossa coperta di lana. Il freddo pungente della sera le aveva colpito le guance facendole riprendere conoscenza.

Ricordava solo di aver inventato su due piedi un verso mostruoso per allontanare le guardie. Il primo insieme di suoni gutturali, ringhi e schiocchi che le era venuto in mente.

Poi, mentre lo ripeteva, aveva sentito una strana sensazione fredda allo stomaco, seguita subito dalla ben più calda della fuoriuscita di sangue nello stesso punto.

Era caduta a terra e si era fatta forza per restare vigile, anche se la coscienza era svanita quasi subito. Sapeva di essere arrivata dalla guaritrice sveglia, ma cosa fosse successo in quel lasso di tempo era un indelebile buco nero.

«La bambina è di chi riuscirà a uccidermi» sentì dire dalla donna davanti a lei. Le dava le spalle, inginocchiata a terra arresa, uno strano sorriso speranzoso sul volto «Il mio elemento avverso è il vischio, l’unico punto veramente vitale il cuore» s’indicò il petto mentre il pubblico restava a guardare quello strano spettacolo, a destra le guardie regali, a sinistra tre uomini in tunica religiosa. Il simbolo di due emisferi separati da una spada in verticale brillava sotto le luci delle lampade agli angoli delle strade «Non voglio soldi o privilegi, vi chiedo solo questo: uccidetemi.».

Diamanyte fece per liberarsi dalla coperta per alzarsi a sedere, ma era arrotolata veramente stretta.

Troppo per essere una coperta normale.

Cercò di guardarsi attorno, ma di Arkilias nessuna traccia. La donna aveva scelto il momento in cui si fosse allontanato per agire, proponendola al miglior offerente tra chi la cercava. E se anche l’uomo non fosse arrivato in tempo non avrebbe potuto scegliere il male minore, ovvero correre alla cieca fuori dalla città. Le guardie sapeva perché la volevano, gli uomini in abito talare un po’ meno, ma non sembravano avere buone intenzioni.

Nessuno osò muoversi a tale richiesta, consapevoli di non averne le capacità o sgomenti alla proposta della donna. Rimasero immobili per un po’, poi un uomo in tunica si fece avanti, capelli neri che arrivavano alle spalle, un occhio oro e uno grigio metallo.

Alzò appena la mano, il palmo verso il cielo mentre si avvicinava con tutta calma. La sola idea di arma, il dettaglio del materiale ed ecco tra le sue dita un pugnale in vischio pronto a quel macabro rituale.

Diamanyte gridò mentre la ferita non completamente chiusa bruciava, il pugnale che passava la carne e dilaniava l’anima. Il mana non dimentica e il suo stava reagendo a una magia con cui aveva avuto contatto, atrocemente familiare.

La donna scivolò a terra, lo squarcio nel petto che zampillava senza chiudersi e il sorriso di chi ha aspettato quel momento tutta la vita, gli occhi felici che si spegnevano verso cieli più quieti.

L’uomo la lasciò lì, il pugnale piantato nel cuore a firma del suo operato, poi si avvicinò a Diamanyte che si agitava nella coperta.

Avvicinò appena la mano all’altezza della ferita e il dolore tornò penetrante costringendola in una contrazione quasi innaturale.

«Non temere» disse l’uomo evocando un nuovo pugnale, questa volta di cristallo lucente «Tutto questo dolore finirà molto presto.»

L’arma scattò, ma la bambina riuscì a rotolare di lato prima che la colpisse. Una sorta di riflesso involontario, la vita che non si è ancora arresa al destino, ricolma di pianto e paura, ma per nulla rassegnata.

Ora dava le spalle all’uomo, terrorizzata. Alzò appena gli occhi, trovandoselo sopra, gli occhi severi, quasi offesi. Rifiutare la grazia di una morte veloce era un affronto da pagare col dolore.

La sollevò serrandole le dita sulla gola, poi ruotò il pugnale e aprì con un colpo solo la coperta che cadde a terra abbandonata. Diamanyte portò le mani al polso dell’uomo, ribelle. Non voleva morire, non in quel posto, non in quel modo, non a quell’età.

Ma un sicario è un sicario, il suo compito lo porta a termine senza lasciarsi addolcire da chi abbia davanti. Così un nuovo taglio fiorì sotto la spalla, seguito da un secondo colpo al polso.

E il braccio destro divenne inutilizzabile.

Chirurgico, rese inoffensivo anche il sinistro, poi appoggiò il dorso della mano armata sul ventre della bambina. La ferita esplose nuovamente di dolore mentre le dita adulte soffocavano l’urlo in un rantolo sfinito.

Ma non si era arresa. Vita che brillava negli occhi azzurro perla senza sfida o odio, solo presenza.

«Merda» commentò l’uomo buttandola a terra «Rassegnati, solo questo chiedo. Perché per te è così difficile!? Stai morendo, guarda la realtà.»

«Vorrei…» tossì la bambina puntellandosi sui gomiti per alzarsi a sedere, lo strano caschetto che aveva attutito una brutta botta alla testa. Lo guardò e sorrise «Ma non sono ancora stata nello specchio» guardò le guardie come a chiedere aiuto, ma entrambe sembravano voler lasciare tutto al sicario.

Tutte inutili le guardie regali, lo aveva sempre sostenuto. Solo due si salvavano per lei: Elekìa e Rakana.

Poi il fruscio interrotto dalla pietra spezzata e la punta di un pugnale a pochi centimetri dalla tempia destra, piantata nella roccia.

«Diamy!» la chiamò Arkilias buttandosi vicino a lei. L’abbracciò forte, rinvigorendo la speranza latente «Scusa per il ritardo.»

«Grazie» rispose la bambina scoppiando definitivamente a piangere «Grazie, grazie, grazie.»

Una cupola di roccia li isolò dal resto del mondo, poi i colpi incessanti degli assalitori fecero intuire che anche gli inutili si erano agitati.

Arkilias la fasciò dov’era stata ferita, poi la prese a sé sul davanti, proteggendole la testa.

«Ce ne andiamo, promesso» dichiarò l’uomo stringendola forte «Giuro, nessuno ti farà più del male. Ti proteggerò per sempre.»

E con un forte pestone fece sprofondare tutti e due nel terreno.

*** * ***

Arkilias arrivò alla grotta, rotolando per terra e lasciando scivolare Diamanyte accanto a lui. Il viaggio era durato alcune ore e non aveva retto la mancanza d’aria sotterranea, svenendo circa a metà percorso. Era uscito dal suolo a un paio di chilometri dal suo nascondiglio così da evitare tracciatori magici, poi aveva proseguito a piedi.

«Finalmente… a casa…» si disse tra profondi respiri. Si alzò a fatica, sfinito, poi strascicò fino all’ingresso e appoggiò appena la mano su un pezzo di roccia. Le dita sprofondarono spingendo la pietra e una lastra si sollevò dal suolo chiudendo l’unica entrata, tre buchi quasi invisibili per far passare l’aria e un poco di luce lunare.

Tornò da Diamanyte, la sollevò delicatamente da terra e l’appoggiò sul letto scavato nella roccia, poi le si coricò accanto e tirò su la coperta. Così assopita sembrava veramente tanto suo fratello quand’erano piccoli.

Se non fosse stato certo della loro non consanguineità, avrebbe potuto anche lasciarsi a elucubrazioni su una loro qualsivoglia parentela. Non era nemmeno sicuro fosse una Gooleurex, non che gl’importasse.

La bambina si agitò appena nel sonno, poi si raggomitolò e si strinse a lui. Riflesso incondizionato al freddo della grotta o richiesta di protezione, Arkilias l’accolse, stringendola a sé e riposandosi finalmente anche lui.

Rimasero assieme un anno, poi l’uomo iniziò a fare viaggi sempre più lunghi.

E senza che se ne rendessero conto, erano passati sette anni.

Note di capitolo

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