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Se non fosse stato un essere millenario temprato da infinite battaglie, il Guardiano, davanti a quelle ombre, sarebbe sicuramente svenuto per la paura. D'istinto utilizzò il cacciavite per illuminare la punta e, nel mentre, attivare tutte le luci del corridoio, per poi correre via seguito dagli altri due. L'illuminazione dietro di loro si spense poco dopo, lasciandoli con la sola luce del cacciavite, alla quale si aggiunse quella di Emily appena accesa.
Dopo essere entrati in una stanza a caso ed aver chiuso la porta, il gruppo si fermò per riprendere fiato — o almeno due di loro, visto che Angel non respirava.
<< Spock! Spock! Mi ricevi? >> chiese il biondo, tenendo il cacciavite davanti a sé.
<< Ti ricevo, Guardiano >> rispose la voce fredda e calcolatrice. << Com'è lo stato della vostra missione? >>
<< Tornate sulla nave, tu, la tua fidanzata e i vermoni. Ora! >> ordinò il Signore del Tempo.
<< Deduco che vi siate imbattuti in una grave minaccia. Vi serve assistenza medica? >> Solo il Guardiano notò una leggera incrinatura emotiva nella voce dell'alieno dalle orecchie a punta.
<< Non hai idea. Nessuno di voi ne ha. Sul serio, fai come ti dico: vai sulla Enterprise, fatevi teletrasportare nella stanza di decontaminazione, dì al Dottore di eliminare ogni spora, ok? Una volta fatto ciò chiamami per ulteriori indicazioni >>.
<< Ricevuto. Buona fortuna, Guardiano >>.
In quel momento il paesaggio attorno a loro si illuminò di colpo, facendoli ritrovare in una bellissima oasi verdeggiante e soleggiata. Poco più in là, stesi in riva a un lago limpido, vi erano degli umanoidi grossi, marroni e quasi totalmente nudi, che li osservavano con desiderio. Uno di loro, forse il capo, li fissò con libidine mentre si massaggiava il capezzolo destro:

<< Benvenuti nell'antro del piacere >> disse allargando le braccia. << Noi siamo qui per soddisfare ogni vostro desiderio >> .
<< Che schifo! >> urlò Emily scandalizzata, per poi guardare scioccata il padre. << Papà, che posto è? La nave dei maiali? >>
<< No no >> rispose lui, che sembrava... divertito. O lo sarebbe stato, in una situazione meno critica. << È da un pezzo che non vedo ologrammi porno così realistici >>.
<< Che?! >> la rossa lo fulminò con lo sguardo.
<< Credo sia per colpa mia >> Angel alzò la mano, indicando il pannello di controllo accanto alla porta. << Stavo cercando la luce e ho... >> In quel momento il nudista che li aveva salutati gli leccò la faccia e il vampiro lo scacciò in malo modo. << ...attivato questo... programma? Che diamine è? >>
<< È un ponte ologrammi >> spiegò il biondo. << Ne ho diversi anche sul TARDIS, a dire il vero. Sono strumenti utili per passare il tempo, giocare, allenarsi e non impazzire per via del vuoto spaziale. E sì... ci puoi creare anche le tue fantasie erotiche >>.
<< Papà... come sai queste cose? >> Emily lo guardò malissimo. << Non dirmi che anche tu hai programmi del genere! >>
<< Ma per chi mi hai preso? Non ho più duecento anni, su... >> la liquidò lui con un gesto della mano. << Ora... forse è un bene che siamo finiti qui, per due motivi principali. Il primo... >> guardò in alto. << Salve, IA di questa stanza o nave, ci sei? >>
<< Ma certo >> rispose una voce femminile. << Vuole per caso creare un nuovo programma? Oppure vuole farsi un giro in gondola a Venezia? >>
<< Sì! >> urlò Emily, mentre si scansava da uno degli alieni libidinosi che stava per toccarle una ciocca di capelli. << Ora! >>
Ordinato ciò, i tre si ritrovarono in piedi su una gondola, che oscillò appena senza farli cadere nei canali. Emily fu presa per mano dal gondoliere, che le rivolse un sorriso cortese: << Tutto bene, signorina? >>
<< Sì, sì, grazie >> disse lei, guardandosi attorno.

Sembrava davvero Venezia: l'acqua verde e calma che rifletteva i palazzi antichi, i ponti di pietra che si arcuavano eleganti sopra i canali, le facciate color pastello consumate dal tempo e quel profumo salmastro che si mescolava all'odore di legno bagnato. Perfino il rumore lontano delle voci e dei passi sulle calli sembrava autentico. Ci era stata più volte con i suoi genitori e con la scuola: adorava l'arte, il paesaggio, il romanticismo della città. Si ricordava ancora quando, per il Carnevale, lei e i suoi genitori si erano vestiti con abiti d'epoca e maschere elaborate. Suo padre sembrava...
<< Un cretino con delle piume in capo, ecco che sembravo >> commentò il biondo, facendola sbuffare. A volte la telepatia era davvero una rottura. << Tua madre però era molto bella >> aggiunse con un sorriso. Emily ricambiò, felice che anche questa versione di lui si fosse finalmente decisa a parlare — almeno un po' — di sua moglie. << Ma ora passiamo alle cose più serie, o vi siete dimenticati delle ombre? Allora... IA della nave, dove si trova il resto dell'equipaggio? Puoi dirmelo? >>
<< Si sono barricati nel ponte comandi. >>
<< Ottimo. Ora cambia località: metti... non so... sotto la Torre Eiffel. E metti il classico francese che lancia baguette in giro >>.
Il paesaggio cambiò di colpo. La gondola svanì e si ritrovarono sul selciato di Parigi, sotto l'ombra imponente della Torre Eiffel. Il cielo era limpido, il sole illuminava i tetti grigi e i balconi in ferro battuto e l'aria profumava di pane caldo e caffè. Un musicista olografico, con basco e baffetti, lanciava baguette come se fossero frisbee, ridendo come un cartone animato.

<< Dai papà, mi piaceva Venezia... uff >> protestò Emily.
<< Devo andare al pannello di controllo e sinceramente non mi andava di tuffarmi per raggiungerlo. E poi avrei dovuto entrare in casa di qualche sconosciuto olografico e non volevo farmi rincorrere da una nonnina col mattarello in mano >> spiegò lui, allontanandosi.
Nel punto in cui si fermò, riapparve dal nulla la porta avanzata della sala, stonando come un pugno in un occhio nel paesaggio parigino. Dopo aver scoperchiato il pannello di controllo, il Guardiano iniziò ad armeggiare con il sonico e vari chip.
<< Emily, secondo te che cosa erano quelle ombre? >> chiese Angel, osservando la città. L'aveva visitata più volte, ma sempre e solo di notte. Di giorno era diversa: più viva, più luminosa, quasi irreale.
<< Non lo so >> sospirò lei. << Sembravano quasi ombre di Angeli Piangenti, ma loro sono statue. Inoltre papà ha parlato di spore, quindi... non saprei davvero >>.
Angel annuì. Per ora non potevano fare altro che aspettare il Guardiano e una delle sue follie. E, tutto sommato, essere sotto il sole, a Parigi, con un'amica accanto... non era affatto una brutta sensazione...
––––––•––––––
Intanto, sull'Enterprise, il capitano — dopo aver lasciato il comando della plancia al Numero Uno — scese nella zona di decontaminazione il più in fretta possibile, desideroso di scoprire qualcosa in più sulla missione. Durante tutta la permanenza del suo ufficiale scientifico e del medico, nessuno si era degnato di fargli sapere che cosa stesse succedendo. A un certo punto erano tornati a bordo solo in due, mentre gli altri erano rimasti a terra. Doveva capire che cosa stesse accadendo, anche perché odiava restare all'oscuro.
Giunto in infermeria, che confinava con la zona di decontaminazione, trovò M'Benga che stava analizzando i due con i suoi strumenti. << Tutto a posto? >> chiese e l'uomo annuì.
<< Sì, non sembrano esserci tracce di spore o altri contaminanti nel loro organismo o nei loro vestiti >> rispose.
<< Spore? >> Pike era ora più confuso di prima.
<< Corretto >> intervenne Spock. << Il Guardiano ci ha rispediti indietro con l'ordine di controllare che non avessimo portato delle spore con noi. Con il vostro permesso, capitano, il prossimo passo è contattarlo >>.
<< Proceda pure >>.
Dopo aver estratto il comunicatore, l'uomo dal caschetto nero chiamò: << Guardiano, mi riceve? >>
"Forte e chiaro. Sei uscito dalla decontaminazione?"
<< Affermativo. Siamo puliti. Ora il prossimo passo? >>
"Controllate quante ombre avete".
<< Scusa, come? >> chiese Pike, confuso.
<< Guardate in basso e ditemi quante ombre avete >> ordinò, seccato. Il gruppo obbedì.
<< Ne abbiamo una per ognuno >> disse Spock.
"Ottimo. Se doveste averne più di una... beh... è stato bello conoscervi" commentò il Guardiano.
A quel punto, più stufo che preoccupato, Pike strappò il comunicatore dalle mani di Spock. << Guardiano, con tutto il rispetto, ma vorrei delle spiegazioni chiare >> sbottò. << L'ultima volta che ho controllato, ero io al comando di questa operazione. Quindi, se c'è un serio pericolo per i miei uomini, la prego di essere chiaro >>.
"I tuoi uomini non sono in pericolo. Non gli ho nemmeno permesso di entrare nella nave e li ho rispediti indietro al minimo cenno di pericolo. Oltre a ciò, non posso essere chiaro perché quaggiù sembra esserci la fusione di due degli incubi del mio universo: gli Angeli Piangenti — che avevamo già ipotizzato — e i Vashta Nerada, creature notturne evolutesi per sembrare ombre. Ecco perché vi avevo detto di contare le ombre. E ovviamente sono delle spore".
Si zittì, facendo calare un silenzio glaciale in tutta l'infermeria, soprattutto tra i due che erano scesi con lui, grati di essere stati portati via in tempo. "Suppongo che la base sia dei Vashta: ombre, stanno lontane dalla luce e compagnia. Ma il loro modo di nutrirsi sembra quello degli Angeli, visto che non ho trovato ossa scarnificate nel mio cammino".
<< Che cosa dobbiamo fare? >> chiese Spock, sempre diretto al punto.
"Dovete andare al mio TARDIS e portarlo giù".
<< Non puoi richiamarlo da remoto? >> domandò giustamente Spock.
"In teoria sì, ma poco fa ho avuto un problema con alcuni protocolli, quindi non voglio rischiare. Dai, andate su. Adesso vedrò se riesco a salvare i superstiti".
<< Signore >> intervenne La'an arrivando di corsa trafelata. << I vermoni si trovano nel nostro hangar navette, data la loro stazza. Molti si sono spaventati: dai loro versi gutturali pensano che vogliano mangiarli >>.
"Certo che siete l'apoteosi dei viaggiatori spaziali" li prese in giro il Guardiano. "Voglio dire... non è che tutti gli alieni possono essere identici agli umani. E nella vostra galassia l'80% delle specie lo è davvero, il che è assurdo, ma comunque..."
<< Andrò io nell'hangar. Li posso comprendere e posso fare da mediatrice >> si offrì la dottoressa e il capitano annuì. Le due donne uscirono dall'infermeria.
<< Pelia, è pregata di raggiungerci nelle sue stanze >> disse il capitano, aprendo il suo comunicatore a flip — il classico modello nero con coperchio dorato traforato e pulsanti colorati che si illuminarono al tocco — prima di avviarsi, seguito dal suo ufficiale scientifico.
––––––•––––––
Sulla Orville, con uno sbuffo, il Guardiano pigiò un pulsante e subito davanti a lui apparvero tre copie identiche di lui e degli altri due. Emily si avvicinò osservando il suo riflesso, stupita: era davvero identico, persino le imperfezioni del suo viso erano riprodotte alla perfezione.
<< Come mai hai creato delle nostre copie? >> chiese Angel, curioso.
<< Per fare da esca. Loro usciranno prima e correranno nella direzione opposta, sperando che ci facciano guadagnare tempo >>.
I tre cloni olografici uscirono nell'oscurità e, subito dopo, il corridoio sembrò rischiarirsi, come se le ombre li avessero seguiti.
<< I nostri nemici sono delle ombre? >> domandò il vampiro. << Prima abbiamo corso in corridoi quasi completamente bui... perché non ci hanno attaccato? >>
<< Fetore vampirico? >> rispose ironico, ma non troppo. << Di base uno come te non è appetbile o almeno non dovrebbe esserlo, quindi magari ci fai da scudo, ma boh. Come ho detto ai nostri amici dalle tutine colorate — sì, so che mi avete ascoltato — quei cosi sembrano la fusione tra Angeli Piangenti e Vashta Nerada. Quindi forse, come gli Angeli, se li guardi stanno fermi. Oppure erano infastiditi dalla luce dei nostri cacciaviti. Non lo so. Questi esseri sono estranei a voi tanto quanto a me, quindi sto improvvisando, ok? Dai, andiamo! >>
Detto ciò, i tre corsero il più velocemente possibile, torce alla mano, con il fiato corto e i nervi tesi come corde.
Furono costretti a fermarsi quasi subito: davanti a loro, un tratto del corridoio era immerso in un buio innaturale, compatto, come se avesse una consistenza propria. Nessuno osò oltrepassarlo. La sensazione che qualcosa li osservasse da dentro quell'ombra era troppo forte per ignorarla.
Tornarono indietro e ripresero a muoversi, ma l'ansia cresceva a ogni passo. Più volte furono costretti a fermarsi di colpo: un corridoio troppo buio, una luce che tremolava senza motivo, un tratto di pavimento dove le loro ombre non li seguivano più. Le ombre per lo più non si muovevano, non attaccavano, non facevano nulla e proprio per questo erano ancora più inquietanti.
A un certo punto, un'intera sezione del corridoio davanti a loro si riempì di un'oscurità densa, simile a fumo nero. Non c'era modo di attraversarla. Il Guardiano si fermò, estrasse il cacciavite sonico e lo puntò verso una parete laterale. Un lampo azzurro illuminò il corridoio e una porzione del muro si dissolse come polvere sospesa nell'aria, rivelando un passaggio stretto ma percorribile.
Si infilarono nel varco appena creato, avanzando in fila indiana. Il nuovo corridoio era più stretto, ma almeno illuminato. O così sembrava. A metà strada, Angel si bloccò di colpo. Il suo corpo si irrigidì come se avesse percepito qualcosa che gli altri non potevano vedere né sentire. Senza dire una parola, si voltò verso una stanza laterale e vi entrò.
Quando anche gli altri due lo raggiunsero, notarono che si trattava di un reparto alloggiativo: una grande stanza centrale con un divano, una sorta di televisore avanzato, e un angolo cucina con un dispositivo quadrato simile a un forno a microonde ma aperto, con un lungo tavolo davanti.
Ai lati c'erano due stanze aperte. Angel era entrato in una di queste e osservava qualcosa. Padre e figlia lo raggiunsero e videro tre ragazzini abbracciati e impauriti, seduti per terra tra due letti.

Il più grande, un ragazzino di colore, teneva stretti gli altri due, cercando di fare il coraggioso, ma la paura nei suoi occhi era evidente. Alla sua destra c'era probabilmente il fratellino, identico a lui, ma più piccolo. Alla sinistra, invece, una ragazza che sembrava appartenere alla stessa specie degli ologrammi pervertiti di prima.
Sul pavimento e sui letti intorno a loro erano state posizionate torce accese, formando un cerchio di luce. Purtroppo l'ambiente era comunque molto buio: nella stanza accanto le luci si vedevano a malapena.
<< Come mai le ombre non li hanno presi? >> chiese Emily, indicando la zona. << È comunque piuttosto buio... >>
<< Fortuna, con un pizzico di buon senso, credo >> rispose il Guardiano, indicando le torce. << Inoltre non tutte le ombre sono malvagie. Alcune sono solo... ombre >>.
Angel, con le mani alzate in segno di pace, si avvicinò ai ragazzini con un sorriso rassicurante. Dopo aver allungato la mano, li aiutò ad alzarsi. << Sono Angel. Voi? >>
<< Io sono Marcus >>disse il più grande, poi indicò gli altri due. << Lui è il mio fratellino Ty e lei è Topa >>.
Alla menzione dell'ultimo nome, sia il Guardiano che Emily dovettero trattenere una risata.
"Topa? Se era maschio come lo chiamavano? Cazzo? Pisello?" commentò telepaticamente il Guardiano.
Emily roteò gli occhi, ma era chiaramente divertita. "Dai papà! Magari nel suo mondo significa 'grande saggia'. Inoltre la pronuncia è diversa. Non è bello scherzare sui nomi altrui".
Allo sguardo confuso di Angel, lei disse solo: << Lascia stare, roba italiana >>.
Angel scosse la testa, poi indicò i due: << Loro sono i miei amici, il Guardiano e sua figlia Emily. >>
<< Figlia? Sembrano coetanei >> osservò Ty. Emily sbuffò: era la cosa che più odiava della nuova versione di suo padre. Vedere la sua migliore amica infatuarsi di lui non era stata un'esperienza che avrebbe dimenticato presto... e sapeva che avrebbe portato altri problemi in futuro.
<< Questo perché uso tante creme idratanti >> scherzò il biondo, << ma vi assicuro che sono molto più vecchio di quello che sembro. Ora però... vi va di venire con noi al ponte di comando? Forse i vostri genitori sono già lì >>.
<< Ok... ma che cosa è successo? A un certo punto sono apparse dal nulla queste ombre che facevano sparire le persone davanti a noi! Ci siamo nascosti qui da allora... >> disse terrorizzato Marcus.
Il Guardiano gli accarezzò la testa, lasciando emergere il suo lato paterno. << Ve lo spiegheremo una volta arrivati a destinazione, ok? >>
I tre annuirono e il gruppo riprese a correre verso la loro meta, sperando di non incontrare altre ombre.
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Quando il capitano dell'Enterprise entrò nel TARDIS insieme a Spock e Pelia, rimase a bocca aperta. Anche il semi‑Vulcaniano, pur mantenendo il suo solito autocontrollo, osservava l'ambiente con evidente interesse scientifico. La differenza tra dimensioni interne ed esterne era notevole e degna di studio, ma ora avevano una missione da compiere.
Pelia, l'unica dei tre non impressionata — avendolo già visto — era già alla console. << Capitano >> lo richiamò. << Si dia una svegliata e venga qua >>.
Pike annuì, imbarazzato e si avvicinò recuperando il suo decoro.
<< Guardiano >> disse Spock, aprendo il suo comunicatore. << Siamo giunti a destinazione. Aspetto ordini >>.
"Hai avuto un pessimo tempismo..." rispose il Guardiano, chiaramente correndo: aveva un leggero fiatone. "Inoltre... quanto ci avete messo ad arrivare nel mio TARDIS? Boh, vabbè. Non ho tempo per spiegarvi come funziona, anche perché per prendere la patente ci vuole un corso di minimo cinquant'anni, quindi..." Si sentì un ronzio. "Ho inviato le istruzioni alla console. Sarà lei a mostrarti quali pulsanti premere. Devi solo seguire le lucine, come i bimbi piccoli. Più facile di così" e interruppe la chiamata.
Spock seguì le lucine e, una volta fuori, si ritrovarono a... Babilonia! Non vi era alcun dubbio.

Davanti a loro si innalzava la Porta di Ishtar, maestosa e impossibile da ignorare: mattoni smaltati di un blu profondo, decorati da file di tori e draghi dorati che sembravano brillare sotto il sole. L'arco centrale, imponente, gettava un'ombra netta sul selciato di pietra, mentre ai lati si estendeva la Via delle Processioni, fiancheggiata da mura altissime e rilievi che raffiguravano le antiche divinità. L'aria era calda, profumata di spezie e polvere e il brusio della folla che si muoveva oltre la porta dava alla scena un realismo quasi inquietante.
<< Forse ci vorrà un po' >> commentò, alzando un sopracciglio.
––––––•––––––
Dopo che il Guardiano ebbe forzato l'ennesima porta, il gruppo si ritrovò davanti a un assortito gruppo di persone che li guardava spaesati.

C'erano ufficiali in uniforme blu, verde, arancione e rossa, un paio di civili e persino due alieni con la mascella squadrata e gli occhi profondi facente parte della razza dei tizi nell'oasi. In mezzo al gruppo spiccava un uomo sui quarant'anni, capelli castano scuro leggermente arruffati, volto gentile ma un po' stanco.. Accanto a lui, una donna alta, atletica, bionda, con lineamenti decisi e uno sguardo che trasudava autorità. Poco più indietro, un robot massiccio, dalla pelle color metallo e l'aria imperturbabile e un altro ufficiale con delle creste sulla fronte e le orecchie appuntite, chiaramente aliena, che osservava la scena con prudenza.
La plancia della Orville si presentava esattamente come se l'erano immaginata: ampia, luminosa, con postazioni disposte in cerchio e pannelli olografici che fluttuavano a mezz'aria, pulsando con dati e letture in tempo reale. Le sedute, morbide e dal design quasi domestico, contrastavano con la tecnologia avanzata che riempiva la sala. Il pavimento chiaro rifletteva appena la luce soffusa proveniente dalle pareti, creando un'atmosfera sorprendentemente accogliente per essere il centro nevralgico di una nave stellare.
Ma ciò che attirò subito la loro attenzione fu la vista oltre la grande finestra panoramica: nuda roccia montana. Pareti di pietra grigia, irregolare, quasi a pochi metri dal vetro. Nessun cielo, nessuna stella, nessuna distesa cosmica. Solo roccia, come se la nave fosse stata incastrata dentro una caverna o un canyon troppo stretto per essere naturale.
Il contrasto tra l'eleganza futuristica della plancia e la crudezza della montagna all'esterno creava un senso di straniamento immediato, quasi claustrofobico.
I tre ragazzini corsero subito tra le braccia dei genitori. Due di loro furono immediatamente interrotti dal Guardiano, che sembrava divertito: << Chi di voi due ha creato la laguna del porno? >>
<< Papà! >> lo ammonì Emily, mentre i due adulti arrossivano.
L'alieno un po' più basso, vestito con abiti civili, borbottò: << Quanto meno erano fascinosi... >>

<< Non avevamo cancellato quel programma? >> chiese confuso l'uomo dai capelli neri e dal volto tenero — ma, agli occhi del Guardiano, anche un po' stupido. << Comunque, sono Ed Mercer, capitano della Orville >>.
<< Davvero? >> chiese il Guardiano. << Pensavo che il capitano fosse lei >> disse indicando la bellissima bionda, che sembrò insieme infastidita e lusingata. << Voglio dire... lei ha la faccia da autorità. Tu solo... da muppet >>.
<< Muppet? >> protestò Ed, mentre il biondo riceveva uno schiaffo sulla testa da Emily.
<< Porta rispetto, papà! >>
<< Beh... Kermit la Rana è uno dei miei idoli, quindi... cercherò di non offendermi >> sbuffò il capitano, ripensando alla piccola copia di pezza del personaggio, che era solito tenere sopra la sua scrivania nel suo uffiucio.
<< Kermit, un grande amico. Dovrei rincontrarlo prima o poi, lui e quella banda di disagiati che gli sta appresso... >> parlò ad alta voce il Signore del Tempo, poi li guardò. << Ok, nomi e grado, o quello che è >>.
<< Come ho già detto, sono il capitano >> iniziò Ed. << La bionda è il mio vice. Il rosso è Gordon Malloy, il nostro timoniere. Il simpaticone laggiù >> indicò il ragazzo di colore << è LaMarr, il nostro ingegnere capo. Uno dei due padri di Topa è il sottotenente Bortus, mentre per ultima — ma non meno importante — Talla Keyali, la nostra ufficiale della sicurezza. Infine il robot è Isaac, ufficiale scientifico >>.
Un blob verde si fece avanti, chiaramente infastidito: l'unica parte vagamente umanoide del suo corpo, la bocca, era piegata in un'espressione offesa.

<< E noi, scusa? Siamo spazzatura? >>
<< Ohhh! Sei unicellulare! >> Il Guardiano si chinò ad osservarlo da vicino. << Adoro le specie unicellulari! Siete così blobbolose e simpatiche! Avevo un amico che era letteralmente un virus gigante... no ok, specie e sensi diversi, scusate, sto divagando. >> Si rialzò. << Allora... sinceramente non so che fare. La mia nave dovrebbe essere già arrivata... aspettate un secondo... >> disse alzando l'indice, per poi prendere il comunicatore e allontanarsi un po'.
<< Scusatelo, lui è... solo lui >> si scusò Emily, << ma siete in mani sicure adesso. È strano, ma sa quello che fa >>.
<< Sbaglio o prima hai detto che lui è tuo padre? >> chiese Kelly, osservandola curiosa e confusa.
<< Sì. È più vecchio di quello che sembra e, poco tempo fa — relativamente parlando — aveva un aspetto diverso. Mi somigliava, ma era più vecchio >>.
In quel momento il Guardiano si avvicinò ai sedili dei superiori e tracciò dei cerchi sul pavimento, borbottando: << Roba da non credere... sono finiti a Babilonia. Ma come hanno fatto? Io boh... gli avevo messo le lucine come i giochini per i bimbi, uff... >> Poi si fermò. << Chissà se hanno incontrato Gilgamesh? >>
<< Ok, fermi un secondo. Noi ci siamo presentati, ma voi no. Anche se avete aiutato i bambini — cosa di cui vi siamo grati — ma... >> Kelly ora sembrava stanca, infastidita e urtata. Nessuno poteva biasimarla.
<< Sono il Guardiano, un Signore del Tempo del pianeta Gallifrey >> iniziò a presentarsi distrattamente il biondo. << Viaggio per il multiverso. La rossa è mia figlia Emily e l'altro è Angel, il vampiro con l'Anima. Sì, i vampiri sono reali e no, non ho tempo per spiegarvi meglio cosa significhi che ha un'anima o che cosa siano le bestiacce là fuori. Presto entreranno e la luce — bravi ad averla tenuta sempre accesa — non li terrà fuori a lungo. Emily, controlla le loro ombre: se ne vedi più di una a persona, separala dal resto. >> La rossa annuì.
<< Abbiamo ipotizzato che la luce potesse tenere lontane delle ombre >> disse Isaac con la sua voce calma. << Ecco perché abbiamo scelto di comune accordo di disattivare tutte le luci della nave, eccetto quelle di emergenza, per indirizzarle in un unico luogo >>.
Il Guardiano si voltò verso di lui e rimase in silenzio per un attimo, come se solo allora realizzasse davvero cosa aveva davanti. Poi sorrise. << Sì! Sei un robot, è fantastico! Mi serve il tuo aiuto. Ti andrebbe di tornare là fuori per catturare una di quelle creature? >>
<< Cosa?! >> La dottoressa Finn non era affatto d'accordo. << Non manderai mio marito là fuori, da solo, in una missione suicida, solo perché è una macchina! >>
<< Invece lo farò, perché lui non rischia niente >> spiegò il biondo. << Le due specie che costituiscono quegli aborti non sono interessate alle macchine, quindi lo ignoreranno. >> Certo avrebbe potuto dire lo stesso dei vampiri, ma non ne era del tutto sicuro. Un vero essere non vivo e artificiale era ciò che gli servivia.
<< E ne sei davvero sicuro? >> chiese la donna di colore, visibilmente preoccupata.
<< All'80%? >> sorrise timidamente il biondo, facendola alterare ancora di più. << Sentite, normalmente non avrei mandato nessuno di voi là fuori a fare il piccolo cacciatore di entità. Forse ci sarei andato io, ma visto che abbiamo qualcuno che non rischia niente... >>
In quel momento la sua figura fu inglobata da un cilindro argentato apparso dal nulla, facendo arretrare spaventati tutti gli altri, eccetto Angel ed Emily. Subito dopo la porta si aprì e il Guardiano fece capolino. << Dai, entrate. Qui sarete al sicuro. Isaac, sai cosa fare: ti contatterò il prima possibile >>.
<< Affermativo, ma prima: con cosa dovrei catturarli? >> Il Guardiano gli puntò contro il cacciavite, che ronzò come al solito. Isaac annuì. << Ricevuto >>.
Quando fece per andarsene, la dottoressa lo bloccò e gli diede un tenero bacio. << Fai attenzione >>.
<< Come sempre, dottoressa Finn. >> Detto ciò, uscì dalla stanza, immergendosi nell'oscurità.
Emily osservò la scena stranita: non capiva cosa ci trovasse di attraente in un pezzo di metallo. Sul serio: Isaac, da quel poco che aveva intuito, non aveva nemmeno le emozioni. Boh.
<< Sono più focosi di quello che pensi >> le rivelò Talla Keyali con un sorriso birichino, facendo gemere la rossa, che annuì e poi entrò nel TARDIS, seguita da Angel e da tutti gli altri.
––––––•––––––
Una volta entrati, tutti rimasero a bocca aperta nel vedere l'interno. Di cose pazzesche e straordinarie ne avevano viste, eccome se ne avevano viste: mondi che viaggiano nel multiverso, viaggiatori del tempo, mondi virtuali fittizi, praticamente tutte le usanze moclan e persino un universo in 2D... ma questo era un altro livello. Un intero mondo all'interno di un semplice cilindro dall'esterno stretto. Ovviamente notarono anche quelli che sembravano ufficiali come loro: tute simili, ma non identiche. Chissà chi erano?
Dopo che il Guardiano ebbe smanettato un po', Isaac apparve dalla porta, stupendo tutti.
<< Ha fatto veloce >> constatò Gordon, osservando la strana ombra rinchiusa in un barattolo iper‑avanzato.
<< In realtà sono stato via esattamente trenta minuti e quarantatré secondi >> rivelò Isaac. Tutti si girarono verso il Guardiano, che si indicò.
<< Signore del Tempo >> disse semplicemente, per poi andare dal robot e prendere la strana "sostanza" imbarattolata. << Voi ora finite nel laboratorio, dove capirò chi siete e se vi ha creati qualcuno >>.
<< L'Unione punisce severamente chi viaggia nel tempo >> rivelò la bionda, che aveva già avuto grattacapi con versioni alternative di questi viaggi.
<< Beh, per fortuna non faccio parte dell'Unione >> replicò il Guardiano, superandola senza guardarla. << Se volete scusarmi, fate come se foste a casa vostra... ma non toccate la console, ok? >>
Detto ciò imboccò la porta dove si vedevano le scale e scese giù, scomparendo alla loro vista.
<< Ma la minaccia? >> chiese spaventato Ty. Aveva ragione: le ombre erano ancora sulla loro nave e temeva che sarebbero entrate anche lì.
<< Sparita in un altro universo >> rivelò Spock, indicando i monitor, dove si vedeva il mondo dissolversi nel nulla. L'equipaggio sbuffò rassegnato, ma non sembrava sorpreso.
<< Non sembrate sorpresi >> osservò Pike.
<< Non è la prima volta che ci imbattiamo in un pianeta con un'orbita multifasica. Siamo solo stremati dalla svolta degli eventi e dalla perdita della nostra nave e del nostro equipaggio >> spiegò Kelly, davvero abbattuta.
<< Non si possono salvare? Li abbiamo visti scomparire... magari sono ancora vivi >> disse LaMarr.
<< Non credo, mi dispiace >> intervenne Emily. << Se quei cosi sono vagamente simili a una delle loro metà, allora sono stati rispediti indietro nel tempo. Anche di centinaia di anni. >> Prima che LaMarr potesse ribattere, lei lo bloccò con una mano. << È storia. Anche con una macchina del tempo non può essere riscritta. Mi dispiace, ma loro sono andati... >>
Se possibile, i superstiti sembrarono ancora più abbattuti e questo fece stringere il cuore alla rossa. Anche Pike provò pena per loro, sperando di non ritrovarsi mai in una situazione simile con l'Enterprise e tutti i suoi amici e cadetti.
<< L'Enterprise è con voi >> disse. << Se avrete bisogno di qualsiasi cosa, non esitate a chiederla. >>
Dopo aver annuito, i rispettivi capitani si presentarono, parlando del più e del meno. Rimasero sorpresi da quanto i loro mondi fossero simili e allo stesso tempo diversi. A parte gli umani, le razze aliene erano completamente differenti: Pike non aveva mai sentito parlare di Xelayan, Moclan, Kaylon e altre specie presenti lì. Allo stesso modo, l'equipaggio della Orville non aveva riconosciuto le origini vulcaniane di Spock, né aveva mai sentito parlare di Klingon, Andoriani e via dicendo. E sebbene quelli della Orville provenissero da trecento anni nel futuro, in un certo senso erano più primitivi: non possedevano ancora il teletrasporto.
Questi discorsi — e altri più leggeri — coinvolsero anche Emily e Angel, curiosi del TARDIS e di tutto ciò che lo riguardava, oltre al fatto che avevano davanti un vampiro in carne e ossa.
Le chiacchiere furono interrotte dal padrone di casa, che tornò dirigendosi subito verso la console. << Fatemi la cortesia di separarvi un po' tra di voi. Non troppo, ma evitate di fare un mucchietto appiccicato >>.
Dopo aver annuito, il Guardiano pigiò un pulsante e la stanza si illuminò di colori sgargianti e ripetuti che accecarono quasi tutti. << Sì... mi sono scordato di dirvi di chiudere gli occhi, scusate. Ma tranquilli, non diventerete ciechi >>.
<< Papà, giuro... >> sbuffò Emily, strofinandosi gli occhi. Vedeva ancora a pallini e aveva una voglia matta di tirargli uno scappellotto.
Il più disorientato era Angel: essendo un essere notturno, quella luce lo aveva stordito al punto da non vedere più nulla. Girava con una mano sugli occhi e l'altra davanti, cercando qualcosa a cui aggrapparsi. Per sua fortuna Emily lo raggiunse e lo fece sedere sulla poltrona di pelle, lanciando occhiate furibonde al padre, che almeno ebbe la decenza di sembrare dispiaciuto.
<< Ok, adesso siete sterilizzati da qualsiasi spora. Ora... >> Il Signore del Tempo digitò qualcosa e sullo schermo apparve la Orville che fluttuava fiera nello spazio.
<< La Orville! >> esclamarono in coro i suoi passeggeri, felici di rivederla così splendente.
<< Non proprio. Più la sua sorella gemella, uguale in tutto e per tutto >> rivelò il biondo. << Ho usato un replicatore di materia molto più potente del vostro per copiare la nave: stessi sistemi, stesse imperfezioni, stesso tutto... eccetto gli ospiti ombrosi. >> Abbassò una leva e indicò l'uscita. << Bentornati a casa. Ci vediamo! >>
Dopo gli ultimi saluti e strette di mano con Pike e Spock, il team Orville lasciò il TARDIS, ritrovandosi ancora una volta sul ponte di comando.
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Isaac andò subito alla sua postazione e, dopo aver digitato qualcosa, disse: << È tutto identico a prima >>.
<< Cavoli, la tecnologia di quel cilindro è avanti anni luce! >> Lamar era emozionato: avrebbe voluto analizzarne i motori. Chissà cosa li alimentava?
<< Non è esattamente come prima >> disse il capitano, mesto, mentre si sedeva. << Gran parte dell'equipaggio è scomparso... >> Si rialzò subito. << Devo fare rapporto... >>
Kelly lo guardò triste, ma decise di lasciarlo andare. Si chiese se sarebbero riusciti a riportare la nave a casa con così tante persone mancanti e poi... una volta tornati, c'erano i parenti da avvisare. Aveva bisogno di un bicchiere. Forse più di uno, ma almeno erano vivi: una magra consolazione, ma pur sempre una consolazione.
Keyali, presa dalla rabbia e dalla tristezza, si accorse troppo tardi di aver acciaccato con la sua super‑forza parte della piccola ringhiera grigia accanto alle postazioni di comando, lasciando impressa la forma della sua mano.
<< La prossima volta che incontriamo un pianeta simile, non ci andiamo più >> disse Gordon. << Sul serio, portano solo guai >>.
Annuito ciò, l'equipaggio — eccetto Isaac, che rimase sulla plancia per controllare tutto — si diresse verso i propri alloggi o a rilassarsi un po'. Non era facile, dopo una giornata del genere.
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Il TARDIS riapparve nella stanza di Pelia, la quale si fece viva solo allora, trascinando un sacco pieno di oggetti che sferragliavano. Quando gli altri la guardarono, lei alzò le spalle:
<< Souvenir da Babilonia. >>Detto ciò, si precipitò fuori, seguita dai sospiri rassegnati degli altri.
<< Sapevo che avevate perso tempo lì! >> li ammonì il Guardiano.
<< Non guardi me, la colpa è di Pelia >> disse Pike alzando le mani, per poi uscire anche lui, seguito dagli altri. Una volta fuori si voltò verso il Guardiano e gli strinse la mano. << È stato un onore conoscerla e lavorare con voi. Grazie per essere accorso il prima possibile. Adesso però, se vuole scusarmi, ho una nave da comandare >>.
<< L'onore è mio, ma ricordati di mettere in allarme rosso questa zona: nessuna nave deve mai più avvicinarsi a quel mondo, ok? >> Pike annuì e uscì.
Spock li guardò. << È stato... istruttivo. >> Poi se ne andò anche lui.
<< Bene >> disse il biondo battendo le mani. << È tempo anche per noi di andare e... cavoli, mi sono dimenticato di dire al muppet di mettere in zona rossa la zona del... vabbè, ci penserò io. Alla fine è un universo che non conosco: sarà divertente esplorarlo. >> Dopo aver fatto un cenno a Pelia, tornò sulla sua nave.
<< Ciao, Pelia >> disse Emily, abbracciandola calorosamente.
La Lantanita ricambiò, poi guardò Angel. << Ve ne dovete andare così presto? >> chiese con un sorriso birichino. << Speravo di conoscere meglio il bel vampiro >>.
Angel sbuffò e si ritirò nel cilindro, seguito da un'esasperata Emily. La nave del tempo sparì in un silenzio tombale, tanto che Pelia si ritrovò a preferire il suono gracchiante del TARDIS del Dottore: almeno non era... vuoto.
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<< Papà, sono esausta. Vado a farmi una doccia e poi a letto >> disse Emily, inoltrandosi nella nave. Angel invece decise di rimanere lì a osservare l'alieno: era curioso di sapere come si sarebbe conclusa quella faccenda.
<< Puoi andare anche tu, se vuoi >> gli disse il biondo, con un'espressione che Angel conosceva bene. Voleva restare da solo per fare qualcosa che gli altri non avrebbero approvato. Lo conosceva perché quella stessa espressione l'aveva vista su di sé quando aveva accettato il lavoro alla W&H... e non solo.
<< Non sono nato ieri, Guardiano. Che cosa mi nascondi? >>
Con uno sbuffo, il Signore del Tempo mostrò il mondo dell'ultima avventura. Poi, dopo aver premuto un pulsante, un aggeggio sferico sfrecciò verso la superficie e... BOOM! Un'esplosione ridusse quel mondo in cenere.
Angel rimase scioccato dalla facilità con cui il Guardiano lo aveva distrutto.
<< Era necessario >> disse lui, per nulla fiero della sua azione, anche se sapeva che andava fatta. << Allertare gli universi dove il pianeta transitava non era la scelta giusta. Sarebbe stato solo mettere una pezza malconcia su un problema biblico. Così è più sicuro >>.
<< Non ti sto giudicando >> disse Angel, ed era vero. Lui stesso aveva fatto scelte discutibili e non era un santo. << Inoltre... non vi erano forme di vita senzienti, no? >>
<< No. Solo animali, ma questo non lo rende meno ingiusto, Angel >>.
Il Guardiano era triste. Non voleva sporcarsi le mani di sangue innocente — nemmeno animale — letteralmente dopo pochissimo essersi rigenerato. Voleva iniziare questa vita in modo più leggero, lontano dai problemi passati. Ma essere il Guardiano significava anche questo: fare scelte di merda per il bene superiore, in qualunque vita. Gli mancava davvero la mentalità della sesta sé, Lena: ingenua, sì, ma con i cuori più sereni e meno appesantiti dallo schifo del multiverso.
<< Almeno hai salvato la Orville e i vermoni >> provò a tirarlo su Angel.
<< Chi? >> chiese il biondo confuso, poi realizzò. << Giusto loro! Sinceramente mi ero scordato della loro esistenza... >>
Angel roteò gli occhi divertito mentre il Guardiano abbassava ancora una volta la leva, andando a recuperare coloro che aveva dimenticato. Angel era davvero curioso di sapere dove sarebbero finiti la prossima volta.
Ed eccoci alla fine!
I personaggi della Orville provengono dalla serie TV The Orville. È una serie fantastica che nasce come tributo a Star Trek, ma che secondo me, in alcune cose, l'ha addirittura superata. Ovviamente non potevo non far incontrare questi due franchise, no?
Detto ciò, ecco a voi la scena dopo i titoli di coda!
<< Sapete che cosa mi piacerebbe mangiare? >> chiese Emily mentre entrava nella sala della console. Era riposata e, dopo una bella dormita, le era venuta voglia di un cibo che non mangiava da anni. << Le castagne. È da tanto che non le mangio... l'ultima volta fu ad Abbadia San Salvatore, durante la festa d'autunno. Ci andai con i miei amici >>.
<< Sì, lo so, me lo ricordo >> rispose il padre, seduto su una delle due poltroncine in pelle accanto ai controlli. << Portasti a casa la marmellata di castagne, che ha... un sapore davvero orribile, ora che ci penso... >>
Emily roteò gli occhi, poi notò l'assenza del suo amico. << Dov'è Angel? Ancora a letto? >>
<< No, è andato in palestra, credo... >> rispose il biondo. << Dormito bene? >>
<< Come un sasso. Ero sfinita... tu invece? Sei stato sveglio tutta la notte? >>
Ora che ci pensava, quasi tutte le volte che si svegliava nel cuore della notte trovava suo padre in piedi. Vedeva sempre le luci accese nel piano di sotto — il Time&Space — o anche nella vecchia casa in Toscana. Lo trovava sempre indaffarato in qualche lavoretto silenzioso. << Scusa, ma... i Signori del Tempo dormono? >>
<< Sì, ma non tanto quanto voi umani >> rispose lui. << Inoltre mi sono rigenerato da poco, quindi sono pieno di energia e forse un modo carino per smaltirla è proprio una gita in famiglia a raccogliere castagne! >> Si alzò per smanettare sui controlli. << Andare sulla classica Terra però sarebbe noioso, quindi andiamo a caso: un posto con i castagni, ma particolare. >> Dopo aver abbassato la leva, si voltò verso la figlia. << Vai avanti se vuoi. Vado a chiamare bello e dannato per vedere se si vuole unire. Le buste le porto io >>.
La rossa annuì e si precipitò fuori. L'aria autunnale la investì a pieni polmoni, rinvigorendola, e ringraziò il cielo di essersi messa la sua giacca di pelle rossa.

Osservò la foresta in cui si trovava: quieta, silenziosa, con solo qualche fruscio di vento tra gli alberi e versi lontani di animali. Tutto intorno a lei c'erano castagni grandi e possenti, con le lappe o ricci, che dir si voglia. Poco più in là intravedeva una sorta di piazzetta medievale, con una grande chiesa in pietra su un lato. Il tutto aveva un'aria tranquilla e quasi magica.
All'improvviso, una lappa cadde poco distante da lei. Emily si avvicinò per aprirla e prendere le castagne, ma prima che potesse toccarla, la lappa si aprì da sola... rivelando un riccio vero! Il piccolo roditore la guardò brevemente — curioso, spaventato e confuso — poi scattò nel fogliame e sparì. << Dimensione particolare... giusto... >> borbottò la rossa, riflettendo su quanto fosse strano il multiverso.
Rassegnata nella sua ricerca delle castagne — visto che, a quanto pare, in questo universo i castagni generavano ricci veri e propri — decise di avvicinarsi alla chiesetta. Notò che dalla piazzetta partiva un piccolo borgo medievale, stranamente silenzioso, ma molto carino. Le case in pietra, dai tetti spioventi e anneriti dal tempo, si affacciavano su una piazzetta lastricata, consumata da secoli di passi che ora non risuonavano più. L'aria era fresca, profumata di muschio e legna umida, e ogni suono — un ramo che si piegava al vento, un animale lontano — sembrava amplificato dalla quiete circostante.
Emily adorava i borghi medievali, passione ereditata dai suoi genitori; soprattutto amava ammirare le opere d'arte nelle chiese. La chiesa dominava un lato della piazza: massiccia, costruita con blocchi di roccia grigia, con un portone in legno scuro che sembrava troppo pesante per essere aperto da mani umane. Sopra l'architrave, un piccolo bassorilievo cristiano, consumato e quasi illeggibile, dava l'impressione di osservare chiunque si avvicinasse.
Uno strano cinguettio la fece voltare. Notò una vasca molto ben curata, quasi una fontana, da cui l'acqua sgorgava direttamente dal muro dell'edificio.

A sguazzare dentro felici c'erano... piccoli velociraptor piumati? Non sapeva se definirli raptor, ma ci somigliavano. Anzi, era come se dei piccioni avessero assunto caratteristiche arcaiche. Strani, ma particolari.
Quando si avvicinò, volarono via spaventati. Emily allora osservò l'acqua, dove c'erano alcune monetine. Curiosa, si abbassò e ne prese una per vedere cosa ci fosse inciso sopra. Subito però l'acqua tremò, seguita da un tonfo pesante che la fece sobbalzare. Altri tonfi fecero vibrare il terreno. Poco dopo, dietro di lei, riflessa sulla superficie increspata dell'acqua, vide la figura distorta, ma inconfondibile, di un Tirannosauro!
Il sangue le si gelò. Iniziò a sudare freddo. Decise di non muoversi, come le sembrava di ricordare da un vecchio film. Sperava che l'essere l'avrebbe ignorata... o che Angel e suo padre sarebbero arrivati a salvarla. Chiuse gli occhi e cercò di fingersi una statua, stringendo la moneta così forte da farsi male.
<< Lo sai che prendere le monetine dalle fontane porta sfiga, vero? >> La voce era grottesca... ma anche stranamente familiare.
Emily aprì gli occhi. Il dinosauro era di una tonalità giallo‑dorata e indossava la stessa giacca con cappuccio di suo padre.

<< Ciao...? >>
<< Ciao! Tu devi essere Emilosaura, giusto? >> chiese energico. << Insomma... la sua variante scimmia, almeno >>.
<< Eh? >> ora era solo confusa.
<< Nuova al concetto di megaverso, vedo. Anche mia figlia lo è... Comunque, devi dire a tuo padre che il Concilio dei Guardiani richiede la sua presenza e che abbiamo provato più volte a contattarlo senza successo. Lo farei di persona, ma credo di conoscermi abbastanza bene da sapere che ci sta evitando. >> Il dinosauro annuì tra sé. << Ho detto tutto. Ci vediamo, Emiliosaura! >>
<< Mi chiamo Emilia. Senza il "saura". O Emily... >>
<< Ok, ciao Emily! >> detto ciò, corse via a grandi falcate, facendo smuovere le piante e volare via gli uccelli. Emily però era confusa: prima non aveva sentito alcun frastuono quando le era arrivato alle spalle. Quindi le cose erano due: o era arrivato di soppiatto... oppure...
Si mosse dietro la chiesa e vide un TARDIS identico a quello di suo padre, ma più grande, a misura di T‑Rex. Si chiese perché non fosse decollato subito. Magari era a caccia di ricci?
Fu tentata di entrare per conoscere Emiliosaura, la sua versione dinosauro, ma alla fine decise che era troppo strano. Si incamminò da dove era venuta.
Entrò di nuovo nel TARDIS — un pugno nell'occhio ma anche un oggetto suggestivo in mezzo alla calma della foresta — e trovò il padre e Angel che stavano entrando nella sala console.
<< Io boh, Angel, ok che devi tenerti tonico e tutto il resto, ma mia figlia ci sta aspe... >> Poi la notò. << Scusa per il ritardo. Allora... sei pronta per un'attività primitiva, ma rilassante? >>
<< Non troverai castagne là fuori, papà >> disse lei e raccontò la sua esperienza.
Una volta finito il racconto, il Guardiano sembrò infastidito. << Odio quel Concilio... bah. Anche se G. Rex è simpatico >>.
<< Chi? >> chiese Angel, confuso. << Il T. Rex incontrato da Emily. È una mia variante alternativa. Si chiama G. Rex >>.
<< Che cos'è il Concilio dei Guardiani? >> chiese Emily.
<< È... ero ubriaca, ok? Passiamo oltre, che è meglio! >>
Ignorò gli altri due per smanettare ancora una volta sulla console. Poi indicò la porta. << Là fuori ci dovrebbe essere un classico castagneto. Andiamo? >>
Busta alla mano, si precipitò fuori, ignorando i due che — dopo essersi guardati — alzarono le spalle. Sapevano bene che, se il Guardiano non voleva parlare, non lo avrebbe fatto.
Ok, ora abbiamo finito davvero. L'ambientazione dello strano borgo con i piccioni‑raptor viene da un sogno che avevo fatto: vi è piaciuta?
Ci vediamo!