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← Guardian Who: Stagione 1

Creato il 06/05/2026, 14:56 · Aggiornato il 06/05/2026, 14:57

Capitolo 6: Spazio, ultima frontiera

@saymanSayman
GeneraleIn corso

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L'Astronave USS Enterprise, un vascello stellare dedito all'esplorazione dello spazio. Una grande nave, lunga centinaia di metri, con una struttura elegante e funzionale, composta da dischi e gondole di propulsione, capace di viaggiare a velocità curvatura e ospitare centinaia di membri dell'equipaggio. Un simbolo dell'ingegno umano e della cooperazione interplanetaria.

In uno dei vari alloggi, più precisamente quello del capo ingeniere, apparve dal nulla un cilindro argento chiaro. Il cilindro stonava con l'ambiente circostante, visto che la stanza sembrava un misto tra un museo d'epoca e il covo di un accumulatore seriale. Vi era di tutto: dai busti greci a una cabina telefonica inglese situata in un angolo. Al centro, un divano arancione dai gusti discutibili era davvero un pugno nell'occhio. Seduta, ad osservare con un sorriso il cilindro appena apparso, vi era una donna sulla sessantina, forse di più, con vaporosi ricci biondi e una divisa rossa, con una divisa rossa e il distintivo della Flotta Stellare sul petto: il celebre simbolo a forma di delta, emblema dell'unione e dell'esplorazione interplanetaria.

 Seduta, ad osservare con un sorriso il cilindro appena apparso, vi era una donna sulla sessantina, forse di più, con vaporosi ricci biondi e una divisa rossa, con una divisa rossa e il distintivo della Flotta Stellare sul petto: il celebre simbol...

La porta del cilindro si aprì e ne uscì un giovane biondo dal volto allegro, che osservò il posto con curiosità. Indossava abiti tipici del ventunesimo secolo: giacca leggera bianca e blu, maglia gialla, jeans e scarpe da ginnastica bianche.

<< Ciao! >> lo salutò la donna alzandosi in piedi. << Sei per caso un amico del Guardiano? >>

<< Sì >> le rispose lui con un sorriso. << Mi chiamo Diego Love, piacere di conoscerti >>.

<< Sono Pelia >> si presentò lei, per poi entrare senza invito nel TARDIS.

Una volta dentro, la donna osservò l'ambiente, che era ben diverso da come lo ricordava. Il caldo ambiente in legno, dove il rosso dominava, era stato sostituito da un luogo più moderno e avanzato, dove il grigio la faceva da padrone. Le ricordava quasi la sala macchine dove lavorava. Riconobbe qualche oggetto d'antiquariato del suo amico sparso qua e là, ma per il resto non vi era nulla per lei riconoscibile. Anzi... la bella ragazza che la osservava confusa la riconosceva ancora. Quei capelli, rossi come il fuoco e quegli occhi azzurri la rendevano la copia femminile del padre. Solo il vestire era diverso, visto che lei sembrava preferire abiti comodi piuttosto che eleganti: indossava una semplice maglia bianca e dei jeans neri.

Accanto a lei vi era un bel giovanotto che le ricordava i ragazzi tenebrosi degli inizi del Duemila. Era alto, prestante e aveva un volto che Pelia avrebbe volentieri voluto esplorare meglio. La giacca nera e la camicia rossa completavano il tutto.

<< Scusa, ma... chi sei? >> le chiese la rossa, giustamente confusa dalla sua presenza.

<< Sono Pelia, non ti ricordi di me, Emilia? >> le chiese la bionda con un gentile sorriso. Si ricordava ancora quando quella piccola e paffuta bambina si era messa ad ammirare un quadro nella sua collezione privata. Certo, ora era cresciuta, ma per lei restava tenera.

<< No, mi dispiace >> rispose Emily.

<< Beh, come potresti? Eri un piccolo frugoletto l'ultima volta che ci siamo viste. Tuo padre dov'è, piuttosto? >> le chiese, mentre cercava di scorgere da qualche parte la chioma rossa del Guardiano o magari il suo inconfondibile abito di velluto. Ora che ci faceva caso, mancava anche la musica classica, il più delle volte italiana, che il Guardiano teneva quasi sempre accesa.

<< È uscito fuori, non l'hai visto? >> disse Emily, mentre Pelia la osservava confusa.

<< Ma... intendi Diego Love? >>

<< Chi? >> le chiese Emily, per poi roteare gli occhi. << Dai papà!... >>

<< Ok ok >> disse il biondo alzando le mani in segno di resa, mentre sorrideva. << Mi hai beccato, sono il Guardiano, nuova versione e via dicendo >>. Mentre parlava, le era arrivato davanti. << Ora, perché mi hai chiamato? Se è per parlare di qualche anticaglia, sappi che oltre al mio volto ho migliorato anche i miei gusti. Ora, questa robaccia non mi interessa più. O meglio... rimane carina, ma ci siamo capiti >>.

<< Quindi... >> disse lei con un sorriso, neanche troppo sorpresa da questo cambiamento. In oltre cinquemila anni ne aveva viste di cose strane e sapeva ben poco sui Signori del Tempo. Quello che aveva davanti doveva essere una qualche sorta di mutazione biologica o altro.

Ovviamente non le era sfuggito lo sbuffo sommesso di Emilia e, dando una breve occhiata al suo volto, si poteva vedere che non era poi così convinta che il nuovo volto del padre fosse un miglioramento.

Quello carino, invece, se ne stava seduto in silenzio su una poltroncina.

<< Eh tu, bel visino, saresti? >>

<< Sono Angel >> le rispose brevemente lui, per poi annusare l'aria. << Non sei umana, vero? >>

<< Però che occhio! >> rispose lei con un sorriso e un mezzo strano inchino. << Sono una lanthanita, infatti >>.

<< Cioè? >> le chiese Emily, curiosa.

<< Alieni identici agli umani che vivono millenni >> le rispose suo padre con un cenno della mano e Pelia annuì divertita.

<< Va bene, comunque anche se mi conosci già, mi sembra doveroso presentarmi. Sono Emily >>. Alla rossa era sempre sembrato strano quando le altre persone già la conoscevano, ma lei non conosceva loro. Era una novità. La sua amica Anika le aveva raccontato più volte che da piccola, durante le cene o i pranzi, i suoi numerosi parenti le parlavano mentre lei non sapeva nemmeno chi fossero.

Per Emily la situazione era diversa e più strana: essendo praticamente cresciuta con suo padre, non aveva mai conosciuto zii, nonni o altro. Ora finalmente sapeva perché, anche se da piccola odiava che tutti i bambini avessero dei nonni o degli zii fighi di cui parlare, mentre lei solo il padre o la madre, finché era in vita almeno. Ora invece, tra viaggi nel tempo e vecchi amici del padre, tutti la conoscevano, il che era... strano, fastidioso, ma anche piacevole a modo suo.

<< Perché Emily e non Emilia? >> le chiese curiosa la bionda, che a Emily ricordava vagamente sua zia River, almeno per i capelli ricci biondi e vaporosi.

<< Perché da quando ci siamo trasferiti in Inghilterra tutti mi chiamano così. Inoltre è... più corto... >> Emily non lo avrebbe ammesso mai, ma preferiva il suo nome inglese a quello italiano: le suonava meglio, per quanto amasse anche Emilia.

Dopo aver alzato le spalle, con un sorriso fece loro cenno di seguirla e poco dopo i quattro si trovarono ancora una volta nella cabina della lanthanita. Alla vista del posto, Emily capì subito perché lei e il suo babbo erano amici: quel luogo le ricordava il Time & Space, il negozio di antiquariato dove aveva vissuto fino a qualche tempo fa... forse un mese? Quando si viaggiava nel tempo, era difficile comprendere lo scorrere del tempo.

Questo posto però... era assai disordinato, pareva tutto molto confuso.

Angel lo trovava caotico, ma confortevole. Gli ricordava un po' le collezioni che avevano in casa i ricchi della sua epoca.

<< Brunello? >> chiese Pelia, mostrando con orgoglio una bottiglia dell'elegante bevanda, presa chissà dove.

I tre annuirono con un cenno e poco dopo gustarono il succo rosso versato con cura in bicchieri di cristallo dalla padrona di casa. Se Angel ed Emily si godettero il vino, il Guardiano fece una smorfia disgustata oltre misura. Dopo aver gesticolato come se stesse per soffocare, con tanto di faccia rossa, afferrò il primo oggetto simile a un cestino che aveva a portata di mano e ci sputò dentro.

<< Fa cagare! >> imprecò, sputacchiando. << Che roba è? Acido? >>

<< Papà! Siamo ospiti! >> lo ammonì sua figlia, anche se, come gli altri, era divertita dalla scena. Angel si ritrovò a ridacchiare.

<< Hai davvero sputato in un vaso antico... di Creta, per giunta? >> Pelia lo guardò severamente, o almeno per quanto ci riuscisse, data la situazione.

<< Sì, scusa, ma credo che l'alcol non faccia più per me >> si scusò il Signore del Tempo. << È che... sono nuovo, sai? Mi sono rigenerato da poco e devo ancora capire i miei gusti >> detto ciò, si guardò intorno, individuò un piccolo frigo bar della Coca-Cola e ne prese una lattina. Una volta aperta con un sonoro click, se la gustò tutto soddisfatto. << Ora sì che ci siamo! >>

<< Sei un bambino di dieci anni o cosa? >> lo prese in giro il vampiro e il biondo annuì, facendolo ridacchiare ancor di più.

Emily, sbuffando, notò che tra le tante foto sparse a casaccio in giro per l'ambiente, ve n'era una con una persona che conosceva bene.

<< Conosci il Dottore? >> le chiese, indicando l'immagine della bionda che sorrideva insieme a un bellissimo ragazzo di colore vestito elegante

<< Conosci il Dottore? >> le chiese, indicando l'immagine della bionda che sorrideva insieme a un bellissimo ragazzo di colore vestito elegante. La rossa si ricordava di quella versione del Dottore: l'aveva incontrata brevemente da piccola, su uno dei mondi dell'Albero di Natale. Lui indossava il suo outfit più riconoscibile: una giacca di pelle marrone dal taglio moderno, abbinata a una camicia a righe leggermente aperta sul petto, pantaloni blu e sneakers bianche. Al collo, una serie di collane e anelli completavano il look, esprimendo uno stile audace e personale. Il suo volto era carismatico, lo sguardo vivace e profondo e il sorriso sembrava capace di illuminare anche gli angoli più oscuri del tempo.

<< Oh sì! >> sorrise Pelia.

<< Dottore qua, Dottore là... >> sbuffò irritato il Guardiano, che al momento aveva il dente avvelenato verso il suo simile, visto che gli aveva impedito di mostrare per primo le stelle a sua figlia.

Capendo che non era il caso di farlo irritare ulteriormente, Pelia alzò le mani, ma notò che il biondo si era già distratto, rapito dalla vista di una katana poco più in là. Il suo volto era perso nel tempo, e lei poteva capirlo: era millenaria, anche se sapeva di essere una ragazzina rispetto al Guardiano.

L'alieno si avvicinò ancora di più alla lama. La katana era esposta su un supporto in legno scuro, la lama lucida e perfettamente conservata, con una leggera curvatura che rifletteva la luce ambientale. L'impugnatura, avvolta in seta nera intrecciata con precisione, mostrava il classico motivo a rombi, mentre la guardia in ferro brunito aveva inciso un fiore di ciliegio stilizzato. Era un'arma elegante, ma anche carica di storia e significato.

La sua mente si ritrovò in Giappone, durante la sua settima vita

La sua mente si ritrovò in Giappone, durante la sua settima vita. Non una gran vita, visto che lavorava per la Divisione, ma non avrebbe mai dimenticato l'uomo serio, risoluto e onorevole che era stato. Con quel volto, il Giappone dell'epoca Edo era casa sua. Lì si sentiva bene e adorava fare il samurai. Lo chiamavano Kage no Mori (Guardiano dell'Ombra) e le persone lo trattavano come uno di loro. Purtroppo, quel periodo di pace—quasi una fuga dalla realtà orribile in cui si trovava—fu interrotto dalla Divisione.

Dio, quanto odiava ancora quell'organizzazione. Anche se ormai scomparsa da millenni, almeno dal suo punto di vista, l'odio era ancora lì.

<< Pelia, dicci perché ci hai chiamati >> disse con tono serio, un tono che lasciava intendere che non aveva più voglia di tutte quelle manfrine.

Capendo, la bionda annuì e rispose: << Ti ho chiamato per un problema che riguarda il multiverso, ma... dobbiamo parlarne con il resto dell'equipaggio >>.

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Uscendo dalla cabina, il gruppo si ritrovò nei corridoi principali della USS Enterprise. Le pareti erano lisce, color bianco perla con inserti metallici e luci lineari incassate lungo il soffitto, che proiettavano un'illuminazione uniforme e discreta. I pannelli di controllo, distribuiti a intervalli regolari, pulsavano con dati in tempo reale: flussi energetici, rotte stellari, comunicazioni interne. Ogni porta automatica si apriva con un sibilo preciso, rivelando ambienti ordinati e funzionali.

Attraversarono una sala ricreativa, ampia e luminosa, con pareti trasparenti che offrivano una vista mozzafiato sullo spazio esterno. Tavoli multifunzione, sedute modulari e schermi olografici permettevano svago, studio o comunicazione. Alcuni membri dell'equipaggio indossavano le classiche uniformi colorate—rosso, blu, giallo—e si muovevano con efficienza e compostezza.

Proseguendo, passarono davanti alla sezione medica, riconoscibile per le luci più fredde e i pannelli diagnostici verticali. Le pareti erano punteggiate da letti biobedi e armadietti contenenti strumenti avanzati, scanner e kit di pronto intervento. Il logo della Flotta Stellare era inciso su ogni superficie, discreto ma onnipresente.

Un corridoio laterale li condusse verso la zona tecnica. Qui, l'ambiente cambiava leggermente: le luci erano più intense, il rumore di fondo più presente, e le pareti ospitavano condotti, tubature e terminali di manutenzione. Alcuni ingegneri lavoravano su pannelli aperti, mentre droni di servizio fluttuavano silenziosi lungo le pareti.

Infine, attraversarono una galleria panoramica: un lungo corridoio con vetrate curve che offrivano una vista diretta sullo scafo esterno e sulle gondole di curvatura. Il metallo lucente della nave rifletteva la luce delle stelle, mentre l'immensità dello spazio si stendeva oltre, silenziosa e infinita.

Durante tutto il tragitto, Angel osservava il posto a bocca aperta per lo stupore. Sembrava un bambino che vedeva per la prima volta un mondo nuovo. Il vampiro di cose strane ne aveva viste, eccome, durante i suoi tre secoli di vita... ma un'astronave? Ogni volta che passava un alieno, lui lo fissava incuriosito, beccandosi anche qualche occhiataccia dal diretto interessato. Sì, era abituato ai non umani—nel suo mondo i demoni esistevano in ogni forma, colore e dimensione—ma vedere umani e non umani lavorare fianco a fianco era qualcosa di diverso. Era bello. E poi, gli alieni non erano demoni.

Mai e poi mai avrebbe pensato di salire su un'astronave. In passato ci aveva fantasticato, soprattutto da quando era uscita quella vecchia serie di fantascienza: Star Trek. Essendo immortale, magari un giorno...

<< Questa nave mi ricorda molto Star Trek. Anche il modo in cui si vestono queste persone... sembra solo più moderno >> disse Angel ai suoi amici.

<< Questo posto ti ricorda Star Trek perché è Star Trek >> gli rispose il Guardiano. << Le opere sono reali negli altri universi >>.

Angel ed Emily rimasero a bocca aperta per lo stupore, cosa che fece piacere al Guardiano. Poco prima, sua figlia osservava quel posto con fascino, sì, ma si vedeva che non era la sua prima astronave. Il Dottore doveva averla portata su una nave a un certo punto. La cosa gli dava fastidio e parecchio.

Pelia alzò un sopracciglio quando il Guardiano spiegò agli altri che loro erano un'opera altrove. Non era sorpresa: conosceva bene quanto il multiverso potesse essere strano.

<< Momento! >> Emily si bloccò di colpo, e il Guardiano ricevette delle potenti immagini mentali dove si potevano notare magie, bacchette e un castello che lui conosceva fin troppo bene. << Harry Potter è reale?! Papà! Dobbiamo andarci immediatamente! >>

Il Guardiano ridacchiò. Sapeva bene che sua figlia adorava la saga di Harry Potter e comprendeva la sua eccitazione, ma per ora sarebbe stato scortese andarsene senza aver ascoltato cosa aveva da dire loro il capitano.

<< Ci andremo il prima possibile, ok? Ora andiamo >> ordinò il biondo.

<< Se ci fossimo stabiliti nell'universo di Harry, avrei potuto ricevere la tanto agognata lettera per Hogwarts, uff!! >> sbuffò la rossa, facendo la finta offesa.

<< Non sei una strega, quindi no >> ridacchiò il padre. << Un giorno ti racconterò quando insegnavo Difesa contro le Arti Oscure >> le rivelò, facendole sgranare gli occhi per la sorpresa. Poi il Signore del Tempo affrettò il passo, concludendo così il discorso.

Dopo aver preso un turboascensore — e aver ridacchiato alla battuta del Guardiano su quanto ci vorrebbe della musica all'interno, come nei vecchi hotel americani — Pelia si fermò davanti a una porta. << Siamo arrivati >>.

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La porta si aprì con un sibilo preciso, rivelando la sala comandi della USS Enterprise

La porta si aprì con un sibilo preciso, rivelando la sala comandi della USS Enterprise. Ampia, ordinata, immersa in una luce calda e funzionale, era il cuore operativo della nave. Al centro, su una pedana leggermente rialzata, troneggiava la postazione di comando. Attorno, consolle e sedute disposte in modo circolare permettevano una visione completa e una comunicazione fluida tra i reparti.

Il Guardiano si fermò un istante, scrutando i volti. Alcuni li riconobbe subito.

Alla postazione centrale, l'uomo alto dai capelli chiari e lo sguardo deciso non poteva essere altri che il Capitano Christopher Pike

Alla postazione centrale, l'uomo alto dai capelli chiari e lo sguardo deciso non poteva essere altri che il Capitano Christopher Pike. Il suo portamento era quello di chi guida con calma e fermezza e l'uniforme gialla sembrava cucita addosso al suo ruolo.

Poco più avanti, alla postazione scientifica, il Guardiano notò un volto familiare anche per chi non era nato in quell'universo. Angel lo fissò, incapace di nascondere lo stupore. Era Spock. Orecchie appuntite, sopracciglia inclinate, uniforme blu impeccabile. Il suo volto era impassibile, ma la sua presenza era inconfondibile: logica incarnata, ma con qualcosa di più profondo sotto la superficie.

Alla consolle tattica, una donna dai capelli scuri e raccolti con precisione gestiva i flussi di comunicazione. Il Guardiano la riconobbe come La'an Noonien-Singh, ufficiale della sicurezza. Il suo sguardo era vigile, il corpo teso come una molla pronta a scattare.

Alla navigazione, una giovane donna dai tratti asiatici e capelli corti seguiva le rotte stellari con precisione chirurgica. Era Erica Ortegas, pilota della nave. Le sue mani si muovevano rapide sulla consolle, con la sicurezza di chi conosce ogni curva dello spazio.

Alla loro destra, una figura elegante e composta stava consultando uno schermo olografico. Il Guardiano riconobbe M'Benga, il medico di bordo, e poco distante Christine Chapel, l'infermiera, intenta a sistemare un kit diagnostico con gesti rapidi e precisi.

Infine, in fondo alla sala, una giovane ufficiale dalla pelle ambrata e lo sguardo curioso stava analizzando dati scientifici. Era Nyota Uhura, ancora agli inizi della sua carriera, ma già immersa nel cuore della nave.

L'equipaggio era assorto nel lavoro, almeno finché il quartetto non entrò. Allora tutti gli sguardi si posarono su di loro.

Emily salutò con la mano, impacciata: tutte quelle attenzioni la facevano sentire nervosa. Inoltre... quanto era carino quello con le orecchie a punta? Lei non era certo una ragazza che si innamorava a prima vista—anzi, le era sempre stato detto che era piuttosto difficile da conquistare—ma comunque gli occhi ce li aveva.

"Lascia stare" le disse suo padre, divertito. Lei quasi sobbalzò: dopo più di un mese che non lo vedeva, non era più abituata alla loro telepatia padre-figlia, o a qualunque cosa fosse. "Se non sbaglio, in questo periodo storico lui è innamorato della dottoressa... o siamo già quando sta con La'an? Vabbè, comunque non è disponibile, su."

Emily sbuffò, visibilmente irritata. "Quante volte devo dirti di stare fuori dalla mia testa?"

"Quante volte devo dirti che devi chiuderla? Pensavo che il periodo con il Dottore ti avesse almeno insegnato questo. Bah." Pensato ciò, Emily lo sentì ritirarsi dalla sua coscienza.

Il Capitano Pike si alzò e si avvicinò al biondo per stringergli la mano. << Tu devi essere il Guardiano. Grazie per aver risposto e per essere arrivato il prima possibile >>.

Chi conosceva il Signore del Tempo, ma anche chi non lo conosceva, rimase stupito dalla facilità con cui il capitano lo aveva riconosciuto. Persino Pelia, che era sua amica, non lo aveva fatto. Per gli altri era solo un ragazzo, non certo un leggendario alieno multiversale.

Per Pike, però, fu subito ovvio chi fosse. Lui sapeva riconoscere un altro "capitano" quando lo incontrava. Vedeva negli occhi di quel giovane un'esperienza militare di gran lunga superiore alla sua. Inoltre, dal modo in cui aveva osservato l'equipaggio, si capiva che non era il suo primo rodeo e che, a un certo punto, doveva aver comandato lui stesso una nave. Il suo aspetto giovanile poteva trarre in inganno, ma Pike sapeva che in giro per la galassia esistevano molti alieni che non mostravano la loro età.

<< Nessun problema, Capitano Pike >> gli sorrise il Guardiano. << Posso chiamarti solo Pike, giusto? >> chiese, guardandosi intorno.

<< Mi conosci? >> chiese Pike, solo per fare conversazione. Era ovvio che lo conoscesse, se era lì. Sarebbe stato stupido non informarsi prima.

<< Ovviamente. Ho conosciuto praticamente tutti i capitani degni di nota di questa realtà. Kirk, Janeway, Archer, Picard, Sisko e compagnia cantante... >> Allo sguardo confuso dei presenti—l'unico nome che avevano colto era Archer, una vera leggenda per loro, e sì, anche Kirk, che però non era ancora capitano e il cui fratello lavorava con loro come xenoantropologo —il Guardiano alzò le mani. << Scusate, spoiler. Fate finta che non ho detto niente. Comunque! >> Si sedette senza invito sulla sedia del capitano, roteando su se stesso divertito, beccandosi un'occhiataccia da Emily e da qualcun altro. Pike sembrava solo divertito. << Ditemi qual è il problema. >>

Sul grande schermo davanti a loro apparve l'immagine di un pianeta alieno.

Un classe-M, un mondo abitabile come tanti

Un classe-M, un mondo abitabile come tanti. Almeno così lo vedeva il Guardiano, che di mondi ne aveva visti fin troppi, anche se era sempre bello scoprirne uno nuovo.

<< Cinque giorni fa abbiamo captato una richiesta di soccorso da una nave chiamata USS Orville >> iniziò a spiegare, con tono apatico, il semi-vulcaniano. << Una volta giunti, abbiamo inviato alcuni uomini in superficie per indagare, ma non abbiamo più avuto loro notizie. Sono spariti nel nulla. Gli scanner non li localizzano più. Inoltre... >> il suo volto si fece più grave. << La Orville non è una delle nostre navi. Non esiste negli archivi della Flotta Stellare e non può essere aliena, perché ha un nome umano, oltre a fatto che la sua tecnologia non corrisponde ai nostri standard, ne a quelli a noi noti >>.

<< E quindi pensate che si tratti di una nave di un altro universo, giusto? >> chiese il Guardiano e Spock annuì. << Eh... avete provato a localizzare delle anomalie dimensionali? >> Il biondo sapeva che in quest'epoca non avevano ancora i mezzi e le conoscenze multiversali che avrebbero sviluppato tra un secolo o giù di lì, ma non erano nemmeno così primitivi da non provarci.

<< Ci abbiamo provato >> rispose l'ufficiale alle comunicazioni, con tono gentile e un sorriso misurato. << Ma... crediamo che tutto il pianeta non sia di questo universo >>.

<< Aspetta, è possibile? >> chiese Angel, che di queste cose non ne sapeva nulla.

<< In più di un modo >> rispose il Guardiano, facendo poi un cenno a Uhura di continuare.

<< Non c'è traccia nelle nostre mappe e questa è una zona dello spazio molto più che esplorata. Quindi è strano >>.

Il Guardiano sospirò. << Quel mondo è un pianeta con un'orbita multifasica. In sostanza, mentre ruota attorno al suo sole, cambia anche universo... o più universi >> spiegò, mentre praticamente tutti, o quasi, erano stupiti da questa rivelazione, visto che non avevano idea che potesse esistere un mondo simile. << La cosa più importante, però, ora è capire se all'interno della Orville ci sono ancora segni di vita >>.

<< Sì, per quanto ogni minuto che passa diventano sempre di meno >> lo informò Spock.

<< Scusate >> intervenne Emily, << avete detto che le persone che avete inviato laggiù sono scomparse, giusto? Ecco... forse so di quale creatura si tratta >> rivelò, mentre tutti la osservavano curiosi, in primis suo padre, che capì che ormai non era più la ragazzina che non sapeva niente dello spazio, anche se si vedeva che era ancora molto inesperta. << Nel mio universo ci sono delle creature da incubo chiamate Angeli Piangenti. In sostanza, statue senzienti e malvagie. Se le guardi, stanno ferme. Se distogli lo sguardo, ti spostano nel passato. Riassunto brutto, lo ammetto, ma il succo è questo. Potrebbero non essere loro, ma questa situazione me li ha ricordati... >>

"Giuro su Dio che il Dottore lo ammazzo, sul serio! Come gli salta in mente di..."

"Papà! Calmati. Posso affrontarli, l'ho già fatto". La rossa non poté fare a meno di pensare a quella chiesa, alla Seconda Guerra Mondiale e a quegli esseri abominevoli a forma di statua angelica. Sì, aveva paura, ma non si sarebbe tirata indietro.

Il Guardiano sospirò, irritato. Ora aveva davvero voglia di decapitare il Dottore: come osava anche solo pensare di esporre Emily a quegli abomini della natura? Il Guardiano era più che convinto che quei cosi non fossero nemmeno alieni, ma veri e propri esseri demoniaci. E lui, le creature degli inferi, ormai le conosceva davvero bene, visto che le aveva cacciate più volte durante i millenni.

<< Gli Angeli Piangenti non sono statue. Non davvero. Sono predatori temporali, creature che vivono nel tempo e si nutrono di esso. Sembrano scolpiti nella pietra, immobili, innocui. Ma è solo un trucco. Si muovono quando non li guardi, e quando lo fanno, sono più veloci di quanto voi possiate immaginare. Non ti uccidono. Ti toccano e ti mandano indietro nel tempo. Ti rubano il futuro e si nutrono dell'energia della vita che avresti vissuto. È così che sopravvivono.

La regola è semplice: non distogliere lo sguardo. Mai. Non chiudere gli occhi. Non voltarti. Anche una sola frazione di secondo può bastare.

E c'è di peggio. L'immagine di un Angelo può diventare un Angelo. Una foto, un video, persino un riflesso. Se lo vedi, potresti già averlo invitato.

Non sono malvagi. Sono affamati. E il tempo è il loro pasto >> spiegò il Signore del Tempo e l'atmosfera nella stanza precipitò in un silenzio tombale, colmo di paura. << Non serve allarmarsi più del dovuto. L'idea di mia figlia è sensata, ma nel multiverso ci sono infinite creature che potrebbero far scomparire nel nulla un equipaggio. Inoltre, nella mia realtà non credo che esista la Orville, quindi dovremmo essere al sicuro dagli alieni orribili che ci vivono >>.

<< Prima, però, hai detto che questo mondo potrebbe attraversare più di un universo >> gli fece notare l'infermiera, ancora terrorizzata da quelle creature. Era già orribile sentirne parlare, figuriamoci incontrarle di persona. Certo, per ora stavano solo speculando e la rossa aveva solo espresso la sua opinione. Non sapevano per certo cosa ci fosse laggiù, però...

<< Questo è vero, ma per ora stiamo dando fin troppa importanza a una supposizione di Emily >>. Poi si alzò e continuò: << Visto che laggiù ogni secondo che passa scompare una persona, non ho altro tempo da perdere. Quindi scendo sul pianeta. Angel, Emily, Spock e Chapel con me. Voi altri restate qui e bloccate chiunque voglia scendere su quel mondo, chiaro? >>

<< Vengo anch'io >> disse il Capitano, che non voleva restarsene lì fermo a non fare nulla.

<< No. Sei il Capitano. Sei l'unico con l'autorità di mettere in zona rossa questo mondo se le cose dovessero andare male >> rispose il Guardiano, severamente. << Inoltre, senza offesa, ma la rapidità in questa missione è essenziale. Non sappiamo quanto questo mondo resterà ancora in questa realtà e un piccolo gruppo è più difficile da individuare da qualsiasi entità ci sia laggiù. Infine, visto che la missione richiede di entrare all'interno di uno spazio chiuso, la Orville... avete presente quando una folla scappa in un corridoio, vero? Ecco... >>

<< Stai davvero dando molti ordini per essere un civile >> commentò Una, che aveva già visto le capacità del ragazzo. Si vedeva che era esperto, ma non era un capitano né un loro superiore. Non era giusto che mettesse Pike in panchina.

<< Quando io entro in una stanza, la mia autorità supera quella di tutti voi. Perché? Perché io sono il Guardiano. Chiaro? >> Detto ciò, e dopo aver ricevuto un sorriso da parte di Ortegas, piena di ammirazione, uscì con coloro che aveva nominato.

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Il gruppo avanzò lungo il corridoio laterale, fino a raggiungere la sala teletrasporti

Il gruppo avanzò lungo il corridoio laterale, fino a raggiungere la sala teletrasporti. Le porte si aprirono con il consueto sibilo, rivelando un ambiente compatto ma tecnologicamente avanzato. Le pareti erano rivestite di pannelli grigio scuro, interrotti da luci verticali che pulsavano lentamente. Al centro, la piattaforma circolare del teletrasporto brillava di energia latente, pronta ad attivarsi. Sei piastre luminose erano disposte in cerchio, delimitate da un bordo metallico lucido e da una griglia di controllo incassata nel pavimento.

Dietro la consolle principale, un giovane ufficiale in uniforme rossa stava regolando i parametri di destinazione. Aveva capelli scuri, occhi vivaci e un'aria concentrata, ma curiosa. Il Guardiano lo riconobbe subito: Montgomery Scott, ancora inesperto, ma già brillante.

Le dita si muovevano rapide sulla tastiera tattile, mentre controllava i flussi energetici con una precisione che tradiva il suo talento naturale per l'ingegneria

Le dita si muovevano rapide sulla tastiera tattile, mentre controllava i flussi energetici con una precisione che tradiva il suo talento naturale per l'ingegneria.

<< Teletrasporto pronto >> disse, senza alzare lo sguardo, immerso nel lavoro.

La sala era silenziosa, interrotta solo dal ronzio costante dei condensatori e dal lieve tremolio delle luci di stato. Un secondo tecnico, più anziano, supervisionava da una postazione laterale, ma era chiaro che il giovane Scott stava già prendendo confidenza con il cuore pulsante della tecnologia di bordo.

<< Che posto è questo? >> chiese Emily, confusa.

<< La sala teletrasporto >> le rispose Spock.

<< Lo avevo intuito, ma... perché non andiamo giù con il TARDIS? >> chiese giustamente lei. << Se questo mondo può scomparire da questo universo, non sarebbe meglio avere una macchina per tornare al punto di partenza? >>

<< Quello che dici è vero, ma se abbiamo davvero a che fare con gli Angeli Piangenti, allora non porterò la mia nave laggiù. Sarebbe controproducente. Oltre al fatto che ci troveremmo subito circondati, cosa non ottimale per una missione di salvataggio >> spiegò lui. << Inoltre è semplicemente stupido portare il TARDIM in battaglia così alla cieca. La mia nave è ben difesa, ma non si sa mai, no? >>

<< Ma non c'è un modo per scoprire a cosa esattamente stiamo andando incontro? >> chiese giustamente Angel. << Magari scannerizzando il pianeta con questa nave, o la tua che è più avanzata? Perché stiamo solo facendo supposizioni, senza nulla di concreto >>.

<< Hai ragione, ma come ho detto prima, ogni secondo è importante, quindi non abbiamo il tempo per fare tutti gli accertamenti del caso >> gli rispose il Guardiano.

<< Lo avremmo se andassimo giù con il TARDIS o TARDIM o quello che è, e atterrassimo qualche minuto nel passato >>.

<< Ho detto che... >>

<< Sì, hai detto che non porti la tua nave giù, ma se scoprissi che è sicuro farlo dopo aver scansionato il tutto? >> Angel provò a convincerlo.

<< Angel, già il fatto stesso che non so a cosa andiamo incontro è un buon motivo per non atterrare con la mia nave. Io conosco molte specie, ho visto molte cose e anche se scoprissi che si tratta di esseri a me noti, nessuna delle opzioni che ho ideato prevede l'utilizzo del TARDIS, ok? >> poi aggiunse. << Inoltre, chi ti dice che laggiù troveremo qualche mostro? Potrebbero essere scomparsi per via di una piccola faglia dimensionale o chissà cos'altro. E sì, in questo caso le scansioni mi direbbero per certo di cosa si tratta, ma non potrei comunque far atterrare con sicurezza la mia nave lì, quindi avremmo solo perso tempo, quando avremmo potuto già essere giù a salvare vite >>.

Angel sbuffò e annuì. In fondo, chi era lui per decidere su queste cose spaziali? Quello non era il suo territorio. L'unica cosa che poteva fare era consigliare e proporre idee, ma poi basta.

<< In sostanza stiamo andando laggiù alla cieca, favoloso... >> sbuffò l'infermiera platinata.

<< Eravamo all'oscuro anche prima, il Guardiano ci ha effettivamente illuminato su alcune cose >> le disse il logico Spock. << Inoltre io stesso ho scannerizzato più volte il pianeta e non ho trovato niente di utile, eccetto la sua probabile provenienza extradimensionale >>.

<< Sì, ma tu... non sei un esperto come lui. Non so, mi aspettavo qualche sicurezza in più... >>

<< Ti aspettavi che risolvessi tutto con uno schiocco di dita? >> la guardò con uno sguardo divertito il biondo. << Non sono Mandrake, ho anche io i miei limiti. E come ho già detto, questa è una lotta contro il tempo. Una volta giù ti saprò dare delle risposte più chiare, ok? >>

Emily la guardò con compassione. << La verità è che, per quanto sono intelligenti, i Signori del Tempo non hanno mai un piano fino all'ultimo. Fanno un po' tutto a caso >> disse ironica, guadagnandosi uno sguardo severo dal padre.

<< Non sono il Dottore, ok? Sto solo lavorando su ciò che ho. Ora... andiamo sì o no? >>

<< Non ancora. Perché hai scelto nello specifico noi due? >> gli chiese il vulcaniano, curioso almeno nei limiti della sua scarsa sensibilità emotiva. << Christine è ovvio: è logico portarsi dietro un medico in una missione di soccorso. Ma io? Le tue conoscenze scientifiche, se è vero quello che Pelia ci ha detto su di te, dovrebbero essere superiori alle mie >>.

<< Spock, tu sei leggenda! >> gli rispose lui con un sorriso. << Non si può venire in questo universo e lasciare l'alieno più iconico della fantascienza in panchina! >> detto ciò, si posizionò su uno dei cerchi del teletrasporto, seguito da uno Spcok confuso e poi da tutti gli altri.

Subito dopo, una luce gialla li avvolse e scomparvero da lì, diretti verso l'ignoto.

Note di capitolo

Eccoci alla fine.

È canonico che Pelia conosce il Dottore, anche se non viene specificato quale incarnazione. Il che è fantastico, visto che avevo già intenzione di renderla amica del Guardiano da parecchio tempo. Considerando che il Quindicesimo ha menzionato di aver visitato l'universo di Star Trek, ho ipotizzato che Pelia abbia incontrato proprio lui.

Emily ha incontrato gli Angeli Piangenti nel fumetto The Weeping Angels of Mons, dove, come ho già detto nel capitolo scorso, la rossa ha preso il posto della canonica Cindy.

Ci vediamo!

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