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Creato il 05/07/2026, 11:33 · Aggiornato il 05/07/2026, 11:33

Capitolo 9: Ikigai - parte 2

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Bullismo
  • Copertina AI
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Il pomeriggio precedente alla festa di compleanno, Hitoka Yachi non si presentò agli allenamenti del Karasuno e si diresse invece a casa di Mei.

L’amica le aprì la porta pochi istanti dopo. Aveva profonde occhiaie sotto gli occhi e l’aria stanca di chi, tra scuola e preparativi del cartellone, era ormai arrivata allo stremo. Nonostante questo, si sforzò comunque di accoglierla con il suo solito sorriso gentile.

L’appartamento era semplice ma estremamente ordinato. La madre di Mei sembrava tenere molto alla pulizia e nell’aria aleggiava un delicato profumo floreale.

Quell’atmosfera, però, contrastava violentemente con la cameretta della ragazza. Se un tempo era stata ordinata anche quella, in quel momento sembrava un vero campo di battaglia: colori sparsi ovunque, fogli accartocciati, pennelli abbandonati e materiali disseminati sul pavimento senza alcun criterio apparente.

Yachi cercò di non mostrare troppo il proprio disagio mentre avanzava con cautela tra il caos, attenta a non pestare con le calze i piattini di tempera ormai secchi.

«Scusa il disordine... mi sono lasciata prendere un po’ dall’entusiasmo, eheh...» disse Mei, tormentandosi nervosamente la gonna della divisa scolastica tra le dita. «Comunque ho finito... ti piace?»

Non appena la manager del Karasuno vide l’opera realizzata dall’amica, rimase completamente senza parole.

Il tratto era rapido, energico, eppure incredibilmente studiato affinché ogni elemento risultasse armonioso con la fotografia centrale. Considerando che, per mancanza di tempo e budget, avevano potuto stampare un solo striscione, Mei aveva avuto appena pochi giorni per progettare quel disegno e trasferirlo sul telo esattamente come lo immaginava nella propria mente.

Eppure ci era riuscita in maniera sorprendente.

Yachi notò i numerosi bozzetti sparsi per la stanza. Quello riprodotto sullo striscione, a quanto pareva, non era stato nemmeno il primo progetto pensato da Mei.

«Carina la coppa dei mondiali di pallavolo!» commentò con un sorriso. «La apprezzerà tantissimo!»

Mei sorrise a sua volta, sinceramente grata per quelle parole, tanto che le guance le si tinsero immediatamente di rosso. «Mi fa davvero piacere... allora poi mi racconterai com’è andata.»

Quelle ultime parole colpirono Yachi come una lama piantata nel petto.

La fissò sconvolta, voltandosi lentamente verso di lei nella speranza di cogliere sul suo volto qualche traccia di scherzo. Ma ormai conosceva Mei abbastanza bene da capire quando stesse fingendo e quando invece parlasse sul serio.

«Ma che accidenti dici?» sbottò d’istinto, afferrandola per le braccia. «Perché non dovresti venire?»

Il sorriso di Mei vacillò appena, diventando più tirato. «Ci ho pensato... non sarei a mio agio. Non conosco nessuno.»

«E io chi sarei, allora? E Shōyō?» ribatté subito Yachi. «Credi davvero che gli farebbe piacere vedere questo splendido striscione senza poter ringraziare anche te di persona?»

Mei si limitò ad abbassare lo sguardo.

A quel punto Yachi sussultò appena, come se all’improvviso le mancasse l’aria.

«Ti prego...» disse con voce incrinata. «Non dirmi che è per ieri. Non vorrai davvero rinunciare a venire solo per un vestito?»

«Mi dispiace... è stupido.»

«Sì, lo è!» confermò Yachi senza pensarci, ormai con gli occhi lucidi per la rabbia e la frustrazione. «Che importa se metterai dei pantaloni invece di una gonna? Non stiamo andando a una sfilata di moda! E vuoi davvero farmi credere che i ragazzi si accorgerebbero di una cosa del genere?»

Mei arrossì di colpo. «N-no! Non lo faccio per gli altri, davvero!» protestò immediatamente. «Sono io che... volevo solo essere carina...»

Gli occhi le si riempirono di lacrime.

«Ma tanto non lo sarò mai...»

Quelle parole colpirono Yachi con una forza inaspettata. Solo in quel momento si rese conto di quanto profonda fosse davvero la sofferenza che Mei si portava dentro.

«Non dire una cosa del genere... non è vero» cercò di rassicurarla. «Davvero, a chi importa?»

«Ah, facile per te parlare!» sbottò Mei alzando improvvisamente la voce. «Tu hai tutte le carte in regola! Anche con un sacco addosso rimani bella!»

Yachi fece inconsciamente un passo indietro.

Nel medesimo istante, Mei si pentì subito di quelle parole. Si voltò di lato e si strinse le mani al petto, incapace di guardarla ancora negli occhi.

«Scusami...» mormorò. «Te l’avevo detto, lo so che è stupido...»

Sospirò piano, fissando un punto indefinito sul pavimento.

«È che... l’ho notato fin da subito...» continuò con voce sempre più fragile. «Dal modo in cui ti guardano. Dalle facce che hanno fatto quando sei arrivata al picnic con quel vestitino bianco... sembravi davvero un angelo. Si è persino preoccupato per te... e poi adesso ci sarà anche questa Shimizu... i paragoni saranno inevitabili.»

Yachi si riavvicinò lentamente, ancora accigliata, e le posò una mano sulla spalla con delicatezza.

«Mei...» disse piano, cercando il suo sguardo. «Credi davvero che per essere apprezzati serva avere un certo tipo di aspetto?»

Mei rise appena, ma fu una risata vuota.

«Lo hai visto ieri, no? Perfino Akane, nonostante sia arida dentro, ha comunque mezzo mondo che le gira attorno per quei suoi occhioni azzurri...» abbassò lo sguardo. «Io invece sembro una patata con le gambe.»

Yachi aprì la bocca per risponderle. Voleva trovare le parole giuste, rassicurarla, dirle che la bellezza interiore contava molto più dell’aspetto esteriore.

Poi però si guardò per un momento e, subito dopo, guardò lei.

Non voleva essere ipocrita. Era vero: con il suo fisico aveva sempre avuto più facilità a trovare vestiti, e nessuno l’aveva mai criticata per il proprio aspetto. Certo, neanche lei si sarebbe mai sentita all’altezza di una ragazza come Kiyoko Shimizu... ma Mei sembrava vivere un disagio molto più profondo, tanto da sentirsi inferiore perfino a lei.

Doveva assolutamente farle cambiare idea.

«Fammi vedere il tuo armadio» dichiarò improvvisamente con tono deciso.

Non appena Mei indicò la parete scorrevole alle sue spalle, Yachi aprì l’anta con passo rapido e iniziò immediatamente a passare in rassegna gli abiti appesi.

Divise scolastiche. Tute. Un paio di vecchi jeans. Magliette anonime.

Vestiti pratici, quotidiani, perfetti per la vita di tutti i giorni... ma non certo per una festa.

C’erano anche alcuni abiti cerimoniali estivi e invernali, ma presentarsi a una festa tra amici in yukata sarebbe stato decisamente eccessivo.

Yachi sospirò, leggermente abbattuta. Le dispiaceva davvero per lei. Se avessero avuto più tempo, forse qualcosa lo avrebbero trovato girando altri negozi. Ma ormai era tardi e, senza patente, raggiungere il centro sarebbe stato complicato.

«Forse solo una tenda potrebbe starmi bene...» mormorò Mei con amarezza.

Quelle parole fecero improvvisamente scattare qualcosa nella mente di Yachi.

«E perché no?»

«Mhm?»

Yachi si voltò di scatto verso di lei, gli occhi tornati improvvisamente pieni di energia.

«Fammi vedere le tende!»

Il tutorial su come realizzare un abito fai da te usando una tenda era appena terminato quando Yachi sollevò entrambe le braccia al cielo in segno di trionfo.

Quella che Mei aveva pronunciato come una frase di autocommiserazione, Yachi l’aveva trasformata in un’opportunità concreta.

Approfittando del fatto di essere sole in casa, iniziarono subito a setacciare ogni stanza alla ricerca di materiali utili. Recuperarono per prima cosa una lunga tenda bianca che Yachi avvolse attorno all’amica quasi come fosse una veste cerimoniale.

Usando il cordino della tenda, lo fece passare attraverso i fori superiori stringendolo con cura, creando sul davanti una trama intrecciata che ricordava quasi una treccia decorativa.

Successivamente utilizzarono una seconda tendina, più leggera e trasparente, da annodare attorno alla vita con un grande fiocco morbido sulla schiena.

Per spezzare il bianco e valorizzare le spalle scoperte, Yachi rovistò persino nel cassetto della madre di Mei, trovando un foulard ricamato color giallo canarino che si abbinava sorprendentemente bene all’insieme.

Infine le raccolse i capelli lateralmente, proprio nel modo in cui lei stessa era solita portarli.

Quando la trascinò davanti allo specchio, Yachi quasi brillava d’orgoglio per il risultato ottenuto. Era convinta che anche Mei sarebbe rimasta senza parole davanti a quella trasformazione improvvisata.

E invece accadde il contrario.

Più Mei osservava il proprio riflesso, più la sua espressione sembrava rabbuiarsi.

«Che c’è che non va?» chiese Yachi, osservando l’espressione sempre più abbattuta dell’amica.

Mei abbassò lo sguardo sul vestito improvvisato e borbottò: «Penseranno: ecco la patata al cartoccio.»

Per un singolo istante, Yachi sperimentò davvero il significato della parola violenza.

«Mei!» sbottò esasperata. «Ma se non inizi tu per prima a vederti con un po’ d’affetto, come pensi che possano farlo gli altri? Starai benissimo! Domani torno qui con l’arricciacapelli e, se vuoi, anche con il fondotinta. Ma devi capire che non è quello che indossi a renderti bella agli occhi delle persone!»

Poi le prese il viso tra le mani, costringendola a guardarla negli occhi.

«E se domani ti rifiuti di venire per questa stupidaggine...» disse con tono fermissimo. «...io non ti parlerò più.»

Il cuore di Mei perse un battito.

Prima ancora che potesse replicare, però, Yachi la rigirò di nuovo verso lo specchio.

Mei sfiorò lentamente il tessuto di lino, seguì con le dita i filamenti della corda intrecciata e sistemò appena la scollatura per tirarla un po’ più in alto. Poi si soffermò sul foulard della madre, stropicciandolo delicatamente tra le dita, e infine si accomodò meglio il codino laterale.

Abbassò lo sguardo con un piccolo sorriso esitante, mentre le guance si tingevano di rosa.

«Quindi... sono abbastanza carina?» sussurrò.

«Sei bellissima» rispose immediatamente Yachi, senza la minima esitazione.

Mei si strinse leggermente nelle spalle e aggiunse con voce ancora più timida: «Forse allora... potrò piacere.»

«Ah, te l’ho detto, non devi farlo per far piac...»

La frase morì improvvisamente sulle labbra della studentessa del Karasuno.

La testa le si voltò così rapidamente da sembrare montata su un perno, mentre gli occhi si spalancarono come fari accesi.

«Aspetta.» La fissò sconvolta. «A chi vuoi piacere?»

Mei sobbalzò così violentemente che, nel tentativo di indietreggiare, scivolò sui piattini di tempera sparsi a terra, perdendo l’equilibrio e finendo di schiena sul letto.

Ma Yachi era già partita all’attacco.

Con un balzo fulmineo saltò sul materasso e, un secondo dopo, incombeva già sopra di lei.

«A chi vuoi piacere?» ripeté. E ormai il suo tono sembrava più quello di un interrogatorio che di una semplice curiosità.

«A nessuno! A nessuno!» protestò Mei, tentando disperatamente di nascondere il volto tra i cuscini.

«No, adesso tu parli!»

Ormai Yachi aveva fiutato il segreto e non aveva alcuna intenzione di lasciar perdere.

Le sue dita si infilarono velocissime tra i fianchi e sotto le ascelle di Mei, ricorrendo all’antica arte del solletico pur di strapparle quel nome.

Mei cercò disperatamente di resistere, ma Hitoka Yachi sembrava essersi trasformata in un’orda di mille formiche impazzite.

«È Hinata, vero?» azzardò Yachi con entusiasmo. «A forza di frequentarlo ti è partito il colpo di fulmine!»

«No! Ma perché nessuno riesce a capire che per me è soltanto il mio sensei?» protestò Mei, apparendo persino infastidita da quell’idea.

«Allora Kageyama! Quando ti aiutava con i palleggi... quel contatto ravvicinato...»

«No! Il suo sguardo mi mette soggezione!» ribatté subito l’altra, rabbrividendo appena.

«E allora dimmelo tu! Dai, dai, dai, dai!»

Accompagnando quell’insistenza con un nuovo attacco di solletico, Yachi tornò a tormentarla senza pietà. Mei scoppiò a ridere a squarciagola, ormai con le lacrime agli occhi per quanto stesse cercando di resistere.

«Tanto non mi guarderebbe mai...» riuscì infine a dire, riprendendo fiato mentre si stringeva un cuscino al petto.

«Perché no?» domandò Yachi, sollevandosi appena e abbracciando a sua volta un cuscino.

Lo sguardo di Mei si fece improvvisamente più malinconico.

«Perché gli piace già un’altra... e poi non credo che riuscirà mai a vedermi come qualcosa di diverso da un’amica.»

Le tornarono involontariamente in mente le parole crudeli che Akane le aveva rivolto qualche giorno prima, e il petto le si strinse dolorosamente.

«Perciò non ha alcun senso dirtelo...» concluse piano.

Yachi le posò una mano sulla spalla con delicatezza.

«Questo non puoi saperlo» disse convinta. «Magari domani sarà proprio la volta buona in cui inizierà a guardarti sotto una luce diversa.»

Poi gonfiò leggermente il petto, tornando improvvisamente fiera del proprio operato.

«E comunque ammettilo che con questo vestito ho fatto un lavoro perfetto! Domani faremo persino ingelosire tuo cugino Asahi!» dichiarò senza la minima umiltà.

In pubblico poteva anche essere timida e impacciata, ma con un’amica non aveva bisogno di nascondere il proprio entusiasmo.

Allargò il sorriso. «E con tutti i ragazzi che ci saranno alla festa, vedrai che magari qualcuno inizierà pure a ingelosirsi.»

Poi si sporse verso Mei e iniziò a punzecchiarle lentamente una guancia con l’indice.

«Su... non tenermi sulle spine. Chi è?»

«Nishaimwnaiomf»

Yachi non capì il bofonchio, ovattato dal cuscino.

«Chi?»

«Nishiameuuenaaj»

«Chi!?»

«Nishinoya!»

Nel pronunciare finalmente quel nome ad alta voce, Mei raggiunse probabilmente il limite massimo sopportabile da un essere umano in fatto di imbarazzo. Se normalmente una persona aveva una temperatura corporea di trentasei gradi, lei in quel momento sembrava averne raggiunti almeno cinquanta.

Yachi rimase completamente immobile, mentre il cognome di Yu Nishinoya continuava a riecheggiarle nella testa.

Esclusi quelli che le erano sembrati i candidati più ovvi, aveva iniziato a pensare a Chikara Ennoshita, serio e affidabile come capitano. Oppure a Kei Tsukishima, alto, biondo e sorprendentemente attento sotto certi aspetti. O persino a Tadashi Yamaguchi, così semplice e leale.

Agli estremi, aveva persino considerato che potesse trattarsi di qualcuno della Shiroi Chō. Dopotutto Mei aveva una vita anche al di fuori della palestra del Karasuno.

Ma Nishinoya...

«Ma... sei sicura?» balbettò Yachi ancora sconvolta. «Passa metà del tempo a fare il pagliaccio e con Tanaka fanno a gara a chi sbava di più dietro le ragazze! Non è che il fatto che adori i tuoi mochi ti ha un po’ confusa?»

Mei abbassò appena lo sguardo, iniziando a giocherellare nervosamente con una ciocca di capelli mentre parlava.

«Però lui ha anche un istinto naturale nel proteggere gli altri...» disse piano. «Lo dimostra persino il suo ruolo in campo. E poi è uno spirito libero... non ha paura di mostrare quello che prova. Quando qualcosa va male, cerca subito un modo per rimediare invece di lasciarsi abbattere.»

Le guance le si imporporarono ancora di più man mano che continuava a parlare apertamente di lui.

«E poi mi piace tantissimo il suo ciuffetto biondo...» ammise quasi in un sussurro. «E il modo in cui sorride con quello sguardo così acceso. È alto più o meno quanto me e, nella pallavolo maschile, questo spesso viene visto come uno svantaggio... ma lui riesce persino a trasformare il suo aspetto in un punto di forza.»

Sollevò appena gli occhi verso Yachi.

«Hai visto anche tu quanto è stato premuroso quando hai rischiato di prenderti quella pallonata in faccia, l’altro giorno.»

Yachi continuava a fissarla con un misto di stupore e scetticismo.

Mei guardava Yu Nishinoya con occhi che probabilmente lei non avrebbe mai avuto. Forse perché, semplicemente, il libero del Karasuno non rientrava affatto nel suo tipo ideale.

Alla fine, però, sospirò e le diede un paio di leggere pacche consolatorie.

«Davvero, non me l’aspettavo... però al cuore non si comanda, no?»

Mei si premette immediatamente il cuscino contro il viso nel disperato tentativo di nascondere l’imbarazzo, gesto che strappò finalmente un sorriso sincero a Yachi.

«E allora domani tira fuori tutto il tuo fascino!» dichiarò con entusiasmo. «Sarà un’occasione d’oro, quindi vedi di non sprecarla!»

«M-ma che dovrei fare?!» balbettò Mei nel panico più totale.

Yachi rise piano, poi la strinse in un abbraccio e le lasciò un bacio delicato sulla tempia.

«Essere semplicemente te stessa.»

🏐🏐🏐

Shōyō Hinata era stato convocato dal professor Ittetsu Takeda nella palestra della scuola, cosa piuttosto insolita considerando che il venerdì pomeriggio, di solito, quello spazio era riservato alla squadra di basket.

A quell’ora il cortile scolastico era quasi completamente deserto e, mentre il selciato scricchiolava sotto i suoi passi, Hinata non riuscì a capire perché proprio quel giorno il silenzio che lo circondava gli mettesse addosso una strana inquietudine.

Forse Takeda voleva parlargli dei voti. Oppure del suo rendimento in campo.

Eppure, rispetto all’anno precedente, si era impegnato fin dall’inizio per strappare almeno dei sei decenti. Non aveva alcuna intenzione di ritrovarsi ancora una volta a fare salti mortali tra esami di recupero e trasferte. Sia per sé stesso... sia perché, ora che Ennoshita era diventato capitano, probabilmente si sentiva autorizzato a prenderlo a frustate.

«S-scusi... professore?»

Hinata trovò la porta della palestra socchiusa, ma all’interno era completamente buio.

Deglutì nervosamente.

«Profess...»

«TANTI AUGURI!»

Nel preciso istante in cui mise piede dentro la palestra, tutte le luci si accesero contemporaneamente e lui venne investito da un’esplosione di entusiasmo, stelle filanti e coriandoli.

«Ma che..?!»

Non ebbe nemmeno il tempo di realizzare davvero cosa stesse succedendo che i suoi compagni di squadra, gli allenatori e gli amici gli furono immediatamente addosso, circondandolo in un vortice festoso di urla, risate e congratulazioni.

Tra i volti che riuscì a distinguere in mezzo a quel caos festoso, riconobbe gran parte dei membri del Nekoma, a partire da Kenma Kozume e Tetsuro Kuroo.

Dal Fukurōdani erano arrivati Kōtarō Bokuto e Keiji Akaashi, mentre dall’Aoba Johsai si erano presentati Hajime Iwaizumi, Tōru Oikawa, Yūtarō Kindaichi e Akira Kunimi.

Per il Dateko c’era il celebre trio del “Muro di Ferro”: Takanobu Aone, Kenji Futakuchi e Kanji Koganegawa.

E dall’Inarizaki High erano arrivati perfino i fratelli Atsumu Miya e Osamu Miya.

Anche se molti di loro avevano ormai terminato il liceo, nel momento in cui si ritrovarono tutti nella stessa palestra sembrò riaccendersi qualcosa di nostalgico.

L’anno precedente era stato probabilmente il più importante per tutti loro. E chi aveva già lasciato la scuola continuava comunque a guardare con affetto quelli che erano ancora lì, forse sperando un giorno di ritrovarsi ancora insieme sul campo.

Ma per quella sera non esistevano differenze. Per quella sera erano semplicemente tornati indietro nel tempo.

«Ragazzi... io... io non ho parole...» balbettò Hinata, ormai vicino alle lacrime.

Il professore, l’allenatore, i suoi compagni, gli amici, la tifoseria più stretta. Erano tutti lì per lui.

La sua mente tornò inevitabilmente agli anni in cui si allenava completamente da solo contro il muro. Non che non avesse mai avuto amici, ma la pallavolo gli aveva regalato qualcosa di molto più grande di un semplice obiettivo: gli aveva fatto incontrare persone vere, persone che desiderava tenere accanto per tutta la vita.

«È permesso!»

La voce travolgente di Saeko Tanaka spezzò il momento e Hinata quasi venne investito dalla ragazza nel suo ingresso trionfale.

Lei, insieme a Yachi e Mei, era finalmente arrivata portando sulle spalle un grande telo arrotolato.

Saeko indossava una salopette di jeans intera, sandali con il tacco e una corta giacca di pelle nera. Yachi portava invece un vestito lilla a fiori, sandali bianchi e i capelli raccolti in uno chignon morbido di boccoli.

Mei, invece, indossava l’abito improvvisato confezionato insieme all’amica. Anche i suoi capelli erano stati arricciati e raccolti nel codino laterale, mentre un velo leggerissimo di trucco le copriva le imperfezioni e allungava appena la linea degli occhi. Ai piedi portava dei sandali bassi intrecciati in corda che Yachi le aveva prestato e come accessori una semplice collanina dorata e degli orecchini abbinati.

Hinata seguì le tre ragazze con uno sguardo pieno di curiosità.

Kei Tsukishima e Takanobu Aone, essendo tra i più alti, si fecero subito avanti per aiutarle ad appendere il telo ai ganci della palestra.

«Questa festa...» dichiarò Saeko, girando su sé stessa con le mani sui fianchi prima di puntare lo sguardo verso Hinata, «è stata organizzata quasi interamente da Yachi e Mei. Noi abbiamo solo dato una mano come potevamo. Ma questa sera non saremmo tutti qui se non fosse stato per loro due.»

Poi fece un cenno teatrale con la testa verso lo striscione ancora arrotolato.

«E visto che sono completamente fuori di testa e ti vogliono un bene assurdo, hanno persino pensato di farti questo regalo.»

Gli occhi di Hinata si riempirono immediatamente di lacrime nel momento in cui Tsukishima e Aone aprirono il telo.

Al centro dello striscione campeggiava una fotografia di lui in una posa quasi eroica: sorrideva trionfante mentre teneva una palla sollevata con il braccio teso. Probabilmente era una delle foto che Yachi gli aveva fatto l’anno precedente per le locandine.

Attorno all’immagine, però, Mei aveva dipinto a mano una serie di corvi in volo che sembravano librarsi fieri intorno a lui. Uno di essi, proprio dietro la sua spalla, teneva un’ala alzata in modo quasi regale.

Sotto la figura principale era stato scritto il suo nome e, appena più sotto:

“Il nuovo Piccolo Gigante”.

Nell’angolo destro dello striscione, infine, era stata dipinta una grande coppa dorata: un globo sostenuto da un piedistallo, sulla cui targhetta si leggeva chiaramente:

“Men’s Volleyball World Cup”.

«A me non faranno mai una cosa del genere... soprattutto delle ragazze» sbottò Bokuto, venendo improvvisamente travolto da uno dei suoi classici momenti di sconforto esistenziale.

«Puoi evitare, almeno per una volta, queste scenate da drama queen?» sospirò Iwaizumi.

«Grazie... siete state fantastiche... davvero.»

Hinata era talmente commosso che riusciva a malapena a parlare. Alla fine, l’unica cosa che riuscì a fare fu correre verso Mei e Yachi per stringerle entrambe in un abbraccio pieno di tutta la gratitudine e il calore che riusciva a trasmettere.

Le due ragazze ricambiarono felici quell’abbraccio, mentre tutto intorno a loro scoppiò un applauso generale.

La sorpresa era riuscita perfettamente.

«Bene! E adesso tutti sotto col buffet!»

La voce di Ryūnosuke Tanaka - che in quanto a rumorosità non era secondo a sua sorella - fece immediatamente aprire lo stomaco a tutti. Per un attimo Saeko fu tentata di aprirgli la testa con le proprie mani, ma dato che anche lei stava morendo di fame dopo tutta quell’organizzazione, lo perdonò quasi subito.

Nel giro di pochi secondi piatti, vassoi e stoviglie vennero letteralmente presi d’assalto.

Considerando che gran parte degli invitati erano ragazzi alti, atletici e dalle spalle larghe, persino il più magro tra loro sembrava capace di mangiare quanto dieci uomini.

Yachi e Mei l’avevano previsto fin dall’inizio. Anche se il numero degli invitati era stato calcolato abbastanza correttamente, avevano comunque ordinato cibo sufficiente almeno per il doppio delle persone.

«Ah! Almeno sono riuscito a salvare i mochi!» esclamò Nishinoya che, essendo uno dei più bassi del gruppo, aveva dovuto letteralmente aprirsi la strada a gomitate in mezzo a quel caos di corpi affamati e muscolosi.

Quando finalmente riemerse dalla folla stringendo il proprio bottino, era talmente affannato da sembrare reduce da dieci giri di campo consecutivi.

«Ti piacciono così tanto?» domandò Mei con un piccolo sorriso.

«Eccome! Poi passami la ricetta, devo assolutamente rifarli quest’est...»

Il ragazzo si bloccò improvvisamente a metà frase.

«Tutto bene?» chiese lei, inclinando appena il capo.

«S-sì, certo...» rispose Nishinoya, continuando però a fissarla. «È che... stai bene?»

«P-perché?!» domandò Mei con forse un’enfasi un po’ eccessiva. Forse stava arrossendo proprio davanti a lui, senza volerlo?

«Non lo so... mi sembri diversa.»

«Forse perché non è nella solita tuta?» intervenne prontamente Yachi.

Dal momento in cui aveva visto Nishinoya avvicinarsi a Mei, la manager del Karasuno non aveva perso nemmeno un secondo nel monitorare la situazione come una silenziosa guardiana.

Pronunciò quella frase con l’aria innocente di una semplice passante casuale... ma quella sera, assolutamente nulla sfuggiva al controllo di Yachi.

Lo sguardo di Nishinoya si illuminò immediatamente.

«Ah, ma certo! È vero!» esclamò. «Ti sei persino sistemata i capelli come Yachi.»

Mei distolse subito lo sguardo, mentre le guance si tingevano appena di rosa. «Sì... per una volta volevo cambiare un po’.»

«Eh, però poi come farai a giocare? Ti sarò d'intralcio.»

«Sono una delle organizzatrici» spiegò lei. «Dubito che avrei avuto tempo di giocare comunque.»

Nishinoya sorrise apertamente. «Ma certo! Questa sera sei una manager anche tu!»Poi le posò una mano sulla spalla con la naturalezza spontanea che lo contraddistingueva. «Allora conto su di te. E grazie ancora per questi mochi, sono fantastici.»

Mei si prese delicatamente tra le dita le estremità del foulard e abbassò lo sguardo con un sorriso timido.

«Beh... allora chiedimeli pure ogni volta che vuoi. Te li preparerò volentieri.»

«No, accidenti... non posso crederci. Ma è bellissima!»

Mei sollevò immediatamente il capo, arrossendo di colpo. Per un brevissimo istante credette davvero che Nishinoya si stesse riferendo a lei.

Ma quella piccola speranza venne distrutta quasi subito dalla realtà.

In quel momento erano appena arrivati gli ultimi invitati mancanti: gli ex membri del Karasuno, ovvero Asahi Azumane, Daichi Sawamura, Kōshi Sugawara e Kiyoko Shimizu.

Il gruppo si scusò rapidamente per il ritardo, spiegando che tra la città e la prefettura avevano trovato traffico a causa di un incidente.

Le parole di Daichi, però, vennero completamente sommerse dall’entusiasmo incontrollabile di Tanaka, Nishinoya e Taketora Yamamoto, che si precipitarono immediatamente incontro a Shimizu come tre scimmiette impazzite nel disperato tentativo di conquistare la femmina del branco.

Shimizu indossava un paio di leggings neri e sandali dello stesso colore con il tacco alto e largo. Il vestito, semplice ma elegante, era bianco, con mezze maniche morbide, mentre una lunga collana composta da piccole sfere verdi le ricadeva delicatamente sul petto.

Anche lei portava i capelli raccolti in uno chignon alto che metteva ancora più in risalto gli orecchini con perline verdi.

A catturare particolarmente l’attenzione, però, era il foulard che le avvolgeva le spalle: annodato lateralmente, aveva una fantasia astratta dominata dalle sfumature del blu che spezzava elegantemente il resto dell’abbigliamento.

Fu Azumane a spiegare che quel dettaglio faceva parte dell’abito che stava realizzando per lei in vista dell’esame finale.

«S-stai facendo un vestito a Shimizu!?» Tanaka era un misto di diverse emozioni, tra curiosità, rabbia e gelosia. «Quindi... quindi le hai preso le misure e tutto il resto? Tu, con le tue mani!?»

«No, me le sono prese da sola.» Spiegò con tranquillità la ragazza, «Poi le misure e le foto gliele ho spedite.»

In quel preciso istante, persino gli addetti esterni, i professori e i pochi studenti ancora presenti a scuola - nonostante si trovassero ben lontani dalla palestra - sentirono distintamente il ruggito del “drago” del Karasuno.

Per il resto della serata, Asahi avrebbe percepito addosso gli sguardi carichi di gelosia e rancore di quei tre scalmanati... oltre a quelli di molti altri presenti che, semplicemente, riuscivano a contenersi un po’ meglio rispetto a loro.

«Ah vedi? Alla fine un vestito lo hai trovato!» Disse poi Asahi, andando incontro alla cugina. «Accidenti, stai benissimo. Davvero, non ti avevo mai vista così, sembri una bambolina!»

Mei si grattò la nuca, imbarazzata.

«Ti piace? È uno Yachi Production» disse con orgoglio la ragazzina bionda, battendosi il petto. «Alla faccia delle mode di oggi che pensano a fare vestiti solo per gli stuzzicadenti!»

«Ma no, non è così...» rispose lui, leggermente accigliato. Poi studiò con occhio più analitico l'abito, finché non rimase con la bocca socchiusa. «Ma è una tenda?»

Mei divenne immediatamente rossa, mentre Yachi annuì, rimanendo con la stessa espressione.

«Sei riuscita in questi giorni a realizzarle questo bel vestito con una tenda?»

«Ieri, per la precisione. A mali estremi, estremi rimedi!»

Asahi scoccò la lingua sul palato. Lui aveva impiegato mesi a trovare una soluzione decente ai propri progetti e quasi per miracolo il destino gli aveva almeno concesso il supporto di Shimizu. Quella studentessa del secondo anno, invece, in quattro e quattr'otto aveva trovato una soluzione perfetta per Mei, che nell'ambito della moda il suo corpo veniva quasi ignorato a prescindere.

Dovette ammetterlo con una punta amara dentro il petto. Provava una terribile invidia.

«Allora, Kageyama, come andiamo con questi palleggi?» Chiese Tōru Oikawa, mentre prendeva dalla cesta un pallone. Come il suo solito, mostrava un sorriso che sembrava sempre un po' di sfida, nonostante potesse essere sincero.

Kageyama soffiò dalle narici e anche lui rispose col medesimo. «Potrei fregarti il posto in Argentina.»

Oikawa assottigliò appena lo sguardo. «Non montarti la testa, moccioso del secondo anno.»

Una scarica elettrica, partita in contemporanea dagli sguardi di entrambi, rese elettrica l'atmosfera.

L'attesa aveva raggiunto il suo culmine. Si erano salutati, si erano rifocillati, avevano fatto gli auguri ad Hinata ed ora, prima della torta e dello scarto dei regali, il gruppo decise che il momento che tanto attendevano, fosse finalmente giunto.

«Hinata» disse Kenma, con un sorriso sottile «Ovviamente noi saremo rivali.»

Hinata contraccambiò sorridendo a sua volta. «Ovvio.»

«Il muro di ferro verrà con noi!» protestò Lev, mentre tirava il braccio di Aone.

«No, con noi!» Rispose acceso Bokuto, mentre invece cercava di tirarsi dietro Kanji Koganegawa.

Per rendere il tuo più stuzzicante, decisero che non avrebbero seguito la formazione scolastica, ma si sarebbero semplicemente scelti tra di loro.

Kuroo, che volle con sé Tsukishima, gli chiese consiglio per scegliere i quattro membri rimanenti. Il giovane ci pensò un attimo, poi con un gesto spontaneo indicò col dito alcune persone. «Giocatore uno, giocatore due, giocatore tre e Tanaka.»

Yūtarō Kindaichi, Tamahiko Teshiro e Kōshi Sugawara lo fulminarono.

«Pochi mesi che non giochiamo più insieme e ti sei già scordato il mio nome?» Chiese l'ultimo, mostrando il solito sorriso gentile, ma con un palese nervo che gli pulsava dalla tempia.

Gradualmente, nella piccola concitazione, si andarono a formare quattro squadre e quel piccolo torneo venne rinominato la Shōyō Hinata Competition.

Qualcuno scherzosamente disse che Hinata avrebbe dovuto dare un bacio ai vincitori, ma all'unisono concordarono che la vittoria dovesse consistere nella disponibilità del ragazzo per una decina di giorni ed esaudire le loro richieste.

«Mi serviva proprio un fattorino, in effetti» commentò Shimada ed Hinata, comprese da quel momento che prima ancora della soddisfazione della vittoria, dovesse gareggiare per la sua stessa vita.

Ukai si offrì come arbitro, mentre il professor Takeda e Saeko si sarebbero messi a fare da guardalinee.

I primi ad incominciare furono la squadra di Kuroo e quella di Daichi, i quali, come voleva l'etichetta, in quanto capitani, andarono a stringersi le mani per augurarsi reciprocamente buona fortuna.

«Come ai vecchi tempi, vero Daichiuccio?» Disse Kuroo, ridendo nervosamente.

«Se neanche sei mesi li chiami "vecchi tempi"... comunque sì, come allora.»

La stretta durò un secondo più del dovuto, la sfida tra i due era iniziata già ben prima del fischio d'inizio. Kuroo non aveva dimenticato che nel suo ultimo atto come giocatore del Nekoma, fu proprio il Karasuno a sconfiggerli.

Daichi volle con sé, tra i giocatori, Kenma, Asahi, Nishinoya, Lev Haiba e Yamamoto, sperando così di aver trovato il giusto equilibrio tra strategia, forza e spirito combattivo.

«Kuroo, io e Kenma siamo diventati molto amici.» Disse Lev Haiba, con il suo solito tono allegro, che sfiorava l'innocenza, nonostante la sua altezza importante poteva suggerire diversamente «Non vedo l'ora di mostrarti le nostre veloci»

Kuroo, dall'altra parte della rete, sorrise. «Almeno so di essermi lasciato alle spalle dei degni kōhai.»

Non appena il fischietto di Ukai si diffuse nell'aria, i ragazzi, come se quel gesto facesse parte della loro stessa natura, entrarono subito nel loro ruolo.

Chi era rimasto a bordo campo non poté fare a meno di sentirsi attraversare da una profonda emozione.

Hitoka Yachi, soprattutto, avvertì una nostalgia dolce e confortante nel rivedere Daichi Sawamura e Asahi Azumane di nuovo in campo, con Shimizu ancora una volta accanto a lei nel ruolo di manager.

Per un breve istante, Yachi si concesse quasi l’illusione di essere tornata al suo primo anno: una ragazzina impacciata che riusciva a malapena a reggersi sulle proprie gambe mentre quel gigantesco mondo chiamato pallavolo la travolgeva e, lentamente, la accoglieva dentro di sé.

Ma non fu soltanto lei a lasciarsi travolgere da quelle sensazioni.

Nel momento in cui Daichi schiacciò la palla e Asahi iniziò a seguirne la traiettoria, il cuore di quest'ultimo cominciò a battere forte, qualcosa di confortante che per distese il suo umore. Per un attimo si dimenticò che stava indossando una camicia bianca con le maniche arrotolate e dei pantaloni jeans.

No.

In quel momento aveva di nuovo addosso la divisa nera del Karasuno, con il numero tre stampato sulla schiena. Quel numero che, in Giappone, era considerato simbolo di buon auspicio.

Quando vestiva quei colori... tutto sembrava andare al posto giusto.

Tamahiko Teshiro intercettò il pallone con un bagher preciso, spedendolo verso Kōshi Sugawara che alzò immediatamente per Kei Tsukishima.

Lo sguardo impassibile del centrale biondo si fissò verso un punto preciso del campo.

Quello che non aveva previsto, però, era la presenza di Lev Haiba che, con quei pochi centimetri in più di altezza, riuscì a rovinargli completamente la schiacciata.

Il muro del gigante del Nekoma deviò il pallone che, pur superando la rete e finendo nel campo avversario, si trasformò in una “facile”, così come urlato da Taketora Yamamoto.

«Mia!» dichiarò prontamente Yū Nishinoya che, con un palleggio quasi perfetto, intercettò la palla e la rimise immediatamente in gioco per i compagni.

«Effettivamente è davvero bravo in questo sport...» commentò piano Yachi. Poi si chinò appena verso Mei con aria fintamente innocente. «Tu non trovi?»

Mei, colta completamente alla sprovvista dalla domanda di Yachi, finì per fare delle bolle nel succo di frutta che stava bevendo in quel momento.

Shimizu si voltò verso le due ragazze con aria lievemente incuriosita. «Tu sei la cugina di Azumane, giusto?»

Mei sollevò lo sguardo verso di lei ma, per un attimo, faticò persino a sostenerlo.

Shimizu possedeva un fascino quasi carismatico pur senza ostentare nulla. Era anche più alta della media delle ragazze giapponesi e Mei non avrebbe trovato strano scoprire che lavorasse davvero come modella.

«S-sì, esatto. Mi chiamo Mei, piacere» rispose, inchinandosi educatamente.

«Il piacere è mio. Puoi chiamarmi Kiyoko» replicò l’altra con un sorriso lieve ma incredibilmente gentile.

Poi alzò lo sguardo verso il grande striscione appeso nella palestra.

«Tu e Hitoka avete fatto davvero un ottimo lavoro. Siete entrambe delle artiste nate.»

Yachi ridacchiò imbarazzata. «Sei troppo buona... però sarebbe venuto ancora meglio se avessimo coinvolto anche te. Ma ho pensato che fossi molto impegnata in questo periodo.»

«Lo sono, purtroppo» ammise Kiyoko. «Quindi probabilmente non avrei potuto aiutarvi. Sono felice, però, di aver lasciato tutto nelle tue mani.»

Dopo quelle parole, posò delicatamente una mano sulla spalla di Yachi che diventò immediatamente rossa dall’emozione. Ricevere un complimento simile proprio dalla persona che ammirava tanto aveva quasi il sapore di un riconoscimento speciale.

«Kiyoko, non hai ancora assaggiato i dolci» intervenne Mei, invitandola ad avvicinarsi alla pedana sulla quale erano state sistemate torte, pasticcini e dessert di ogni tipo portati dai vari partecipanti.

Anche quel tavolo, naturalmente, era già stato preso d’assalto dalla banda degli eterni affamati... ma per fortuna qualcosa da assaggiare era ancora sopravvissuto.

Nel frattempo, attorno al rettangolo di gioco, i giocatori continuavano a esultare, sfidarsi e provocarsi a vicenda.

Un branco di adolescenti - o ex adolescenti - completamente trascinati dal desiderio infantile di dimostrare chi avesse la schiacciata più potente e la cresta più alta.

In battuta, in quel momento, c’era Kuroo che sorrise immediatamente cercando lo sguardo di Daichi.

«Guarda come questo gatto in pensione ha ancora gli artigli affilati...» sussurrò mostrando appena uno dei canini.

La battuta partì fendendo l’aria con precisione chirurgica. Ma, ancora una volta, Nishinoya si dimostrò rapidissimo nei riflessi.

«Ricordati che qui ci sono anche dei corvi!» urlò con entusiasmo.

I membri del Karasuno rimasti a bordo campo, esultarono verso di lui, tranne Tanaka, Sugawara e Tsukishima, che per l'occasione erano rivali, seppur un angolo della bocca tendeva comunque a mostrare un sorriso.

«Perciò fino alla fine del mese ti allenerai con loro?» chiese per conferma Shimizu mentre, dal piattino che si era preparata, prendeva un cioccolatino a forma di corvetto - alla fine Saeko aveva recuperato delle formine a colomba e le aveva utilizzate per il cioccolato.

Persino nel modo in cui addentò quel piccolo dolce, Mei non poté fare a meno di notare quanto fosse aggraziata.

Shimizu aveva preso appena tre pezzi in totale, gli unici dolci che avesse assaggiato fino a quel momento. Mei invece era già al sesto. Le sembrava quasi scortese non provare le torte che i genitori dei ragazzi avevano preparato apposta per la festa... anche se, dentro di sé, iniziava a pensare che forse fosse semplicemente troppo golosa e senza freni. Troppo lontana da quel tipo di ragazza che poteva piacere a Nishinoya.

«Sì, esatto. E non solo» rispose infine, cercando di ignorare quei pensieri intrusivi. «Mi sto allenando anche con Shōyō per migliorare la schiacciata e la preparazione atletica. Spero così di riuscire a diventare un buon elemento di supporto per la squadra della Shiroi Chō.»

«Davvero ammirevole» disse Shimizu, con sincerità. «Palleggiatrice, ho capito bene?»

Mei annuì. «Anche Kageyama su questo è stato un ottimo maestro. Sono davvero felice di avere avuto questa opportunità.»

Shimizu le strinse appena un braccio e fece mezzo passo verso di lei. «Complimenti, davvero. Si vede proprio che hai lo stesso sangue di tuo cugino. Entrambi siete due persone che si impegnano molto. Continua così e ti auguro con tutto il cuore di diventare un asso, proprio come lui»

Mei, leggermente arrossita, fece girare l'indice tra i boccoli che cadevano laterali e abbassò lo sguardo. «Mi basta non essere considerata un peso, non credo potrei mai essere come lui. Non ho il suo talento.»

Shimizu contrasse leggermente le sopracciglia. «Io invece credo ti stia svalutando, ed è un peccato»

La giovane provò un bel tempore interiore, sentendo quelle parole e comprese finalmente come mai fossero tutti così incantati da quella presenza.

«Grazie, spero in futuro di poterci riv...»

«No, Lev, attento!»

La voce di Yachi fu del tutto impotente ed arrivò troppo tardi.

Lev, che nella rotazione era finito in seconda fila, vedendo l'arrivo del lancio lungo da parte di Tsukishima, aveva concentrato tutto sul pallone, dimenticando ciò che lo circondava. Nel prendere con il bagher il pallone, si era portato troppo indietro e lo slancio, con la sua grossa mole, lo avevano sbilanciato, finendo così addosso a Mei e Shimizu e tutto il banco dei dolci.

La pedana era semplicemente poggiata su dei cavalletti e coperta da una tovaglia, così quando i tre ci finirono sopra, si rovesciò tutto in un battibaleno.

In quel momento il tempo parve sospeso, ma durò per un breve istante.

«Shimizu!» Urlarono in coro, disperati Tanaka, Nishinoya e Yamamoto, mentre correvano in suo soccorso, coperta di panna, cioccolato e briciole residue.

«Vattene via, tu!» Ringhiarono, spingendo via Lev, che si era subito girato, in ginocchio per scusarsi del pasticcio.

«Ti sei fatta male?» Chiese per primo Tanaka, allungandole una mano.

Shimizu fece per prenderla, ma Nishinoya e Yamamoto tirarono indietro quella del ragazzo.

«Ehi! Vedi di non approfittarne!» Sbottò Yamamoto.

«Ma che volete! Non approfittatene voi!» Abbaiò Tanaka.

Shimizu osservava quei tre con un’espressione quasi indecifrabile. Alla fine, invece di aiutarla a rialzarsi, avevano iniziato ad azzuffarsi tra loro.

«Shimizu, come stai? Tranquilla, anche coperta di panna sei elegantissima!» Esclamò Nishinoya, riuscendo ad emergere.

«Sì, sto bene... e anche Mei, se la cosa può interessarvi» rispose la ragazza, con un cipiglio che le solcava la fronte.

«Ovvio!» Rispose lui, grattandosi la nuca, per poi voltarsi verso Mei. «Ancora tutta intera?»

Il sorriso, però, gli si spense quasi subito. Quando incrociò lo sguardo della ragazza - anche lei sporca di panna proprio come l’amica - lei gli restituì uno sguardo triste e allo stesso tempo risentito.

Per un attimo, a Nishinoya sembrò che quello scambio durasse un’eternità.

Poi Mei abbassò lentamente gli occhi. «Tutto ok...» sussurrò appena.

Alla fine, a rimettere in piedi Shimizu ci pensò Daichi, che aveva preso in mano la situazione, mentre a occuparsi di Mei fu Ukai.

«Cos'è una bella festa se non si rovescia qualcosa, eh ragazze?» Commentò l'allenatore, cercando di alleviare gli animi.

«Non vi siete rotte niente, spero» chiese Takeda, accorrendo trafelato, cercando di assicurarsi fosse tutto a posto.

«Non si preoccupi, professore... semplicemente dovrò passare in lavanderia a fine serata.» Disse Shimizu, anche lei cercando di smorzare gli animi.

Asahi si era avvicinato anche lui, per chiedere come stessero e anche per assicurarsi che il foulard che stava studiando non si fosse rovinato troppo.

«Non si preoccupi,» disse Mei ad Ukai «Per martedì mi rivedrà di nuovo in forma e con abiti a prova di sporco»

«Brava farfallina!» Rispose l'uomo con entusiasmo, passandole una mano sulla testa.

«Accidenti!» Esclamò Yachi, catturando l'attenzione di entrambi.

Quando Mei si accorse del perché dell'esclamazione dell'amica, divenne viola. A causa di quell'incidente, il vestito si era allentato e stava cedendo tutto su un lato.

Anche Ukai, notandolo con una smorfia imbarazzata, saltò e si girò sul posto, facendo da scudo umano davanti alle due, mentre Yachi e Mei, cercarono di raggiungere di corsa lo spogliatoio femminile, per sistemare il disastro. Shimizu le seguì a ruota.

Quella interruzione venne facilmente superata, grazie all'entusiasmo dei ragazzi, che ancora avevano voglia di dare schiaffi al pallone - e alcuni di loro, per trattenersi dal darli a Lev che per quella sua goffaggine, oltre ad aver investito le povere Shimizu e Mei, aveva infranto il desiderio di chi sui dolci aveva ancora voglia di buttarsi.

In quel primo scontro, fu la squadra di Kuroo a vincere, cosa che a quest'ultimo diede una particolare soddisfazione personale. Non erano certo i nazionali, ma aveva vinto su Daichi, l'ex-capitano del Karasuno. 

Quando i due tornarono a stringersi la mano, lo sguardo era ancora di sfida, ma avevano rinnovato il reciproco rispetto.

«La squadra di polizia ha assunto un'ottima recluta» disse Kuroo. «Con quei salti i criminali non avranno scampo.»

Daichi chinò appena la testa. «Anche la Japan Volleyball Association direi che ha avuto un ottimo intuito, puntando su di te.»

Asahi e gli altri guardarono con ammirazione i loro giovani amici che sembravano proprio aver trovato il loro equilibrio tra autorealizzazione, talento, rapporti umani e carriera.

Toccava ora alla squadra di Bokuto, che si era aggiudicato nelle sue file lo stesso festeggiato.

«Ti prego, aiutami a vincere!» Disse Hinata, con occhi lacrimevoli all'ex giocatore del Fukurōdani.

Bokuto mise le mani sui fianchi in un gesto teatrale. «Tranquillo, sono anche io tra i professionisti quest'anno, questi vecchietti e questi ragazzini possono solo lucidarmi le scarpe!» Così dicendo, lanciò un occhiata eloquente ai fratelli Miya dall'altra parte della rete, che per quanto fossero degli assi, erano ancora in età liceale.

I due si dimostrarono impassibili, quantomeno all'apparenza.

«Che vinca il migliore» disse Aone, fissando con tutta la sua mole Hinata e quest'ultimo, per quanto lo rispettasse, non poté evitare di avere i brividi, come nell'ultima partita ufficiale in cui avevano giocato insieme. Da una parte - si disse - era felice che pure quell'omone fosse ormai fuori dalla scuola ma che fosse incredibile, avesse scelto il settore edilizio, anziché proseguire su quella strada.

Il numero dieci del Karasuno, già a pochi minuti dall'inizio, diede modo di dimostrare quanto il fatto che sembrasse avere le ali sulla schiena, fosse decisamente fondato. Anche se il suo alzatore era Bokuto, stavolta, si adattò quasi subito, grazie all'abilità anche di quest'ultimo.

Chi per ora non aveva più modo di sfidarlo in scontri ufficiali, si disse fortunato che per almeno un anno avesse avuto tale occasione, chi invece era ancora a scuola, come Kenma, fremeva già solo per il ritiro sempre più imminente e poi i successivi nazionali estivi.

Amici e nemici allo stesso tempo, tutti con vissuti e ruoli diversi, ma accumunati da un'unica passione.

Ukai e gli altri presenti che avevano lasciato la scuola già da qualche anno, erano forse quelli che più ne rimasero affascinati, mentre Takeda si disse ancora una volta che il fatto di accettare quel ruolo fosse la cosa migliore che gli fosse capitata.

La luce dei raggi morenti che proveniva dalle finestre laterali in alto, esaltò lo sguardo della fotografia di Hinata sullo striscione, come un presagio del brillante futuro che attendeva il piccolo gigante da lì a qualche anno.

«Volate sempre in alto, ragazzi» sussurrò Ukai, a bassa voce, rivoltò ai suoi ragazzi ma anche agli altri giovani presenti, scorrendo lo sguardo su ognuno di loro, da Takeda e Nishinoya, entrambi con braccio e il pugno chiuso che appoggiato reciprocamente sulle spalle, a Tōru Oikawa che si preparava ad entrare per la rotazione, saltando sul posto, come se quella partita fosse seria come una ufficiale, a Kuroo che picchiettava sulla testa di Lev per rimproverarlo che la torta al cioccolato che sua madre aveva impiegato ore a preparare, lui l'avesse distrutta in due minuti. Fino a posarsi su Asahi che tra tutti sembrava forse il più malinconico. Eppure, come tutti gli altri, doveva essere ricco di entusiasmo per quella nuova vita a Tokyo, studiando quello che più gli piaceva. Non era rimasto nella piccola provincia, lui stava cercando di sbocciare in un mondo più grande... ma forse, di conseguenza, anche più difficile.


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