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«Mei, hai visto? È così che si schiaccia!» Esclamò Hinata, quando fece punto, cercando con lo sguardo la sua allieva. Si accorse, però, ben presto, che non era da nessuna parte e nemmeno Shimizu e Yachi.
«In effetti, è da quando è capitato quel pasticcio, che sono scomparse.» Osservò Nishinoya, portandosi la mano al mento.
«Forse si stanno rifacendo il trucco» disse Tanaka, facendo spallucce.
Asahi che era dietro di loro e li aveva sentiti, però, non seppe dirsi il perché, credeva non fosse tutto lì.
Approfittando del fatto che tutti fossero tornati a concentrarsi sulla partita, sgattaiolò verso lo spogliatoio femminile.
Ingoiò a vuoto, leggermente imbarazzato, ma del resto non credeva di trovare le sue amiche svestite. Magari si stavano davvero solo rifacendo il trucco.
Afferrò il pomello, ma già prima di girare l'angolo, dei singhiozzi arrivarono alle sue orecchie. Quelli di sua cugina.
Yachi e Shimizu invece stavano dicendo qualcosa, ma seppur non distinguendo le parole, era chiaro fossero agitate.
«Scusate, posso?» Chiese, annunciandosi prima, per sicurezza.
«Sì, vieni, forse tu potresti darci una mano.» Disse Shimizu, sospirando.
Ashai sollevò un sopracciglio, quando raggiungendo le tre, trovò Mei al centro, con il vestito mezzo aperto e le altre due che armeggiavano con i lacci.
Yachi, soprattutto, sembrava quella più nervosa di tutte e più era nervosa, più i tentativi per cercare di richiudere l'abito erano fallimentari.
«Nella caduta, si è rotta una delle corde che lo tenevano chiuso ed ora stiamo cercando di trovare il modo per rimediare alla mancanza» Spiegò Shimizu, con calma.
Mei era rossa dall'imbarazzo, non aveva ricambi e certo non poteva uscire come se si fosse appena fatta la doccia. Quella tenda doveva tornare ad essere un abito il prima possibile.
«Cugino... tu puoi aiutarci?» Chiesa mesta Mei.
Asahi si avvicinò per valutare meglio la situazione. La corda oltre ad essersi spezzata, si stava anche gradualmente sfilacciando.
«Non conviene chiedere a qualcuno di farvi prestare una maglia?» Provò col dire. «Magari quella di Lev o Aone che su di voi staranno lunghe, poi troviamo dei pantaloncini di riserva qui da qualche parte.»
«Forse possiamo fare così» annuì Shimizu, per poi scrollare le spalle. «Certo. Peccato. Proprio ora che ci avviciniamo al momento della torta.» Si guardò addosso le macchie sui vestiti. Aveva provato a pulire alla bene e meglio, ma molte di esse si erano solo espanse.
Mei annuì, ma Yachi comprese immediatamente i suoi sentimenti, quindi con sguardo accigliato tornò su Asahi. «Perdonami, ma te non sei un aspirante stilista? Se accadesse qualcosa durante le sfilate, faresti indossare alle tue modelle delle magliette usate?»
La frase lo colse di sorpresa. Da quando Yachi era diventata così schietta?
Asahi si grattò la nuca. «Certo, ma in quel caso avrei dei materiali di riserva, aiutanti... qui non saprei che cosa fare.» Ci pensò su. «Magari Shimizu, mettiti tu addosso l'abito di Mei, lo giri in modo che le macchie non si vedano. A te servono meno centimetri di corda, potremmo riuscire a chiuderlo senza problemi.»
«E tua cugina rimane, nuda, scusa?» Chiese Yachi, sollevando un sopracciglio.
«No, come ti ho detto, lei può indossare una maglia...»
«Allora da questo momento puoi cancellare il materiale che ti ho passato per l'esame» il tono secco di Shimizu gli fece perdere un battito. Sembrava davvero indignata. «Se è questa la tua soluzione, allora non ha nemmeno senso il percorso che stai intraprendendo.»
«Mi dispiace, ma davvero, non saprei proprio come fare...» disse lui, con l'ansia che gli cresceva gradualmente in petto.
Poi la mano di Mei, lo fece voltare verso di lei. Il tocco era delicato, così come lo sguardo che gli stava rivolgendo. «Non preoccuparti, di certo non hai la bacchetta magica.» Disse lei, tranquillamente. «La colpa è mia, sarei dovuta venire con la tuta fin da subito, invece mi sono impuntata con questa cosa del vestito ed ecco il risultato.»
«Ma Mei...»
Mei interruppe l'amica, sollevando l'altra mano, ma rimanendo sul cugino. Si girò solo per guardare Shimizu e sorriderle. «Sì, Asahi ha ragione. Se a me sta bene questa tenda, a te abbonderà perfino e mio cugino è un ottimo designer, sono sicura che farà con te un lavoro con i fiocchi.»
Si strinse a sé il tessuto, all'apparenza era per cercare di tenerlo su, per non ritrovarsi completamente scoperta finché non avesse avuto il cambio, ma Asahi notò come le mani le tremassero.
Poi tornò su quegli occhi, che ancora una volta si sforzavano di mostrarsi sorridenti. Comprensivi... ingiustamente comprensivi. E spenti.
Che cosa stava facendo? Davvero la sua ansia di non essere all'altezza delle cose gli stava impedendo di aiutare davvero sua cugina in quel momento di difficoltà?
Yachi alla fine si arrese anche lei, a furia di cercare di sistemare la corda, iniziavano a farle male le mani. Abbassò le spalle e poi in un sospiro annunciò che sarebbe corsa da Lev a farsi dare la maglia.
«No, aspetta!» La voce decisa di Asahi la bloccò nel mezzo del movimento.
Tutte e tre le ragazze videro la strana luce che ora attraversava il suo sguardo.
«Yachi, puoi recarti al club di cucito e farti dare le cose che ti indicherò?»
Yachi lo guardò per un momento, poi sorrise e gli fece il saluto militare. «Agli ordini!»
«Hai in mente qualcosa?» Chiese Shimizu.
Il ragazzo mise una mano sulla spalla di entrambe. «Certo, salverò la serata» disse con determinazione, soffiando dalle narici. «Sono stato un asso nella pallavolo, non mi farò battere proprio da un vestito cadente e uno macchiato.»
Saeko e qualche altro fecero solo in tempo a vedere la ragazza bionda correre di corsa fuori dalla palestra, mentre i giocatori continuavano a sfidarsi e poi quando rientrò dopo qualche tempo, con uno scatolone e alcuni pezzi di stoffa che strabordavano appena.
«Adesso anche Asahi è disperso» commentò Daichi.
«Staranno facendo un festino privato nello spogliatoio?» Provò a scherza Futakuchi.
«Con Shimizu?» Ringhiò Tanaka, voltandosi verso di lui come un demone reincarnato.
«Saeko, per favore, vai a vedere che stanno combinando nello spogliatoio.» Chiese il professor Takeda.
Saeko corse via, poi, però, tornò un paio di minuti dopo tutta trotterellante. Disse qualcosa all'orecchio dell'insegnante e questo annuì, soddisfatto.
Nel frattempo la partita aveva raggiunto un momento cruciale. Le due squadre, ostinate, si erano date battaglia, senza esclusione di colpi ed ora erano arrivati al match point. Se la squadra di Bokuto avesse fatto punto, avrebbe vinto, altrimenti la partita sarebbe andata avanti ancora un altro po'.
Kinoshita, il pinch server della squadra di Ennoshita, riavviò il confronto con un'ottima schiacciata, Narita intercettò con un bagher, la palla arrivò così a Bokuto, che ormai ci aveva preso gusto nel suo ruolo di alzatore improvvisato.
«Forza, corvo!» Esclamò, nell'alzarla ad Hinata.
Quest'ultimo prese una bella rincorsa e fece un salto da manuale.
Non aveva fatto i conti, però, con Aone e il resto del muro di ferro che si preparò immediatamente a saltare, nel momento in cui il dieci avesse schiaffato la palla.
Tuttavia questa rapida sequenza venne interrotta da un imprevisto, cosa che sancì persino la vittoria della squadra di Bokuto: Aone era rimasto fermo sul posto, non aveva più saltato e attraverso quello spazio Hinata aveva fatto punto.
Benché Shōyō ed i suoi compagni corsero immediatamente ad abbracciarsi e a darsi pacche reciproche per la vittoria appena ottenuta, l'attenzione ricadde ben presto sul motivo per cui Aone si era distratto, tanto da rimanere imbambolato sul posto.
«Vi prego, reggetemi» disse Tanaka, sull'orlo dello svenimento, prontamente preso per le braccia da Daichi e Kenma.
In quel momento le tre ed Asahi erano riusciti dallo spogliatoio e Mei e Shimizu avevano due abiti completamente nuovi. O meglio, erano partiti da quelli che avevano già, ma erano stati modificati in modo che risultassero più graziosi e soprattutto che non si vedessero più le macchie.
Sopra il vestito di Shimizu ce ne era uno più trasparente, in un tessuto setoso e ricamato, che rendeva ancora più leggiadra la ragazza, le maniche erano tenute ferme da un anellino infilato in entrambi i medi. Il foulard ora non era più sulle sue spalle ma intrecciato nei suoi capelli.
Per Mei invece la tenda era stata rovesciata per nascondere lo sporco e rimodellata, tanto da sembrare un abito in stile greco. La corda rimanente le faceva da cintura, mentre la tendina che faceva da fiocco ed il foulard ricamato, erano ora sovrapposti, unendosi dietro con un fiocco, mentre la parte davanti avvolgeva le spalle e delle spille dorate - così da riprendere anche il materiale della collanina - li tenevano uniti alla tenda, così da rendere il tutto più saldo e stabile.
«Ma guarda un po'!» Commentò Saeko, andando loro incontro, per poi incrociare le braccia, divertita. «Siete state assistite dalla fata turchina?»
«Sì e dalla sua aiutante!» Rispose Yachi, ridacchiando.
Asahi si grattò la nuca, imbarazzato. «Ho solo cercato di sistemare quello che potevo con ciò che avevo a disposizione.»
«Beh direi che ci sei riuscito, stanno persino meglio di come sono arrivate. Hai talento!»
Sentire quel complimento per il ragazzo fu come avere un tuffo al cuore, in maniera positiva. Aveva davvero fatto un così ottimo lavoro?
Anche Takeda ed Ukai, andarono loro incontro per complimentarsi e così anche altri invitati e lo stesso Hinata.
«Mei, adesso ti si vedono le gambe fino alle ginocchia» disse quest'ultimo, cosa che fece arrossire Mei e alzare un sopracciglio al cugino.
«E sono così scandalose, tanto da tenerle nascoste?» Aggiunse.
Mei si strinse nelle spalle e mostrò un timido sorriso. «È vero, mi sento più libera e sciolta.»
«Mi devo ingelosire, Hinata?» Chiese Asahi, con tono indagatore, pur rimanendo con espressione bonaria.
Hinata divenne subito rosso anche lui ed agitò le mani di fronte a sé. «No, ma che hai capito, è solo un discorso ripreso tra me e lei. Non pensare niente!»
I presenti si misero a ridere, era troppo divertente vedere quel ragazzino che sul campo era un gigante, diventare timido ed impacciato, quando lo si punzecchiava su argomenti del genere.
«Ragazzo, senti, vuoi scartare i regali e poi procediamo con la finale?» Chiese Ukai.
Il cambio di argomento, risollevò l'animo di Hinata.
«Ci sono anche dei regali?» Chiese, mostrando un sorriso a trentadue denti.
Mei si portò le mani sui fianchi e sollevò un sopracciglio. «Secondo te, perché mi sono interessata dei tuoi pantaloncini e di che taglia portassi?»
Hinata si grattò la guancia, imbarazzato.
«Devo iniziare a pensare che vi devo tenere separati a voi due?» Disse Asahi, ora con un po' meno di ironia nella voce.
Anche il momento dell'apertura dei regali, diffuse gioia ed allegria tra i partecipanti. Hinata era seduto su una sedia e venne presto ricoperto di carta colorata e nastri di vario genere.
Il ragazzo non stava più nella pelle, afferrava ogni pacchetto con il battito del cuore accelerato, mentre tutti i suoi più cari amici lo circondavano e sorridevano, trepidanti di vedere la sua reazione ogni volta che tirava fuori qualcosa.
Ricevette effettivamente un set di pantaloncini, un pallone da pallavolo, ma quello principale, che lo emozionò e commosse più di tutti, fu un biglietto per assistere al Campionato asiatico e oceaniano maschile di pallavolo che quell'anno si sarebbe tenuto a Dubai dal 28 settembre al 6 ottobre. Quelle persone fantastiche che lo circondavano, tutti loro, avevano messo da parte i propri risparmi per permettere al giovane di vedere con i propri occhi qualcosa che non avrebbe fatto altro che alimentare il suo desiderio di crescita in quello sport.
L'idea era arrivata, totalmente a sorpresa, da Tōru Oikawa. Aveva potuto partecipare al compleanno di Hinata, ma il ritorno in Giappone in quel periodo era stata solo una coincidenza, perché formandosi in Argentina, quest'ultima per ora era concentrata sul cercare di vincere la World League, iniziata il 31 maggio e sarebbe durata fino al 21 luglio.
Senza dirlo apertamente, desiderava davvero che l'amico dai capelli rossi e Kageyama non perdessero mai la loro passione. Loro dovevano diventare dei professionisti, proprio come lui o Bokuto.
Anche il loro "motivo per cui si svegliavano il mattino" doveva puntare tutto sulla pallavolo.
«Io non so cosa mi riserverà il futuro, non sono che un semplice liceale adesso, ma ragazzi, ve lo giuro con tutto il cuore, qualunque sarà la mia strada so che sarà quella giusta finché avrò voi al mio fianco. Finché so che mi sosterrete anche nelle cadute e negli attacchi di pancia. Vi ringrazio dal profondo, è il miglior compleanno che avessi mai potuto desiderare» Disse alla fine, con gli occhi che erano diventati due pozze d'acqua.
Nel sentire pronunciare quelle parole, Asahi, in qualche modo le percepì come sue. Con lo sguardo, passò dal festeggiato ai suoi vecchi compagni, fino a posarsi su sua cugina, in piedi accanto a lui, che guardava a sua volta Hinata con emozione vivida.
Per Mei, quel ragazzo continuava a rappresentare il suo punto fermo, ciò a cui voleva aspirare.
Asahi socchiuse gli occhi e si guardò dentro. Mei guardava così anche lui, ma in più occasioni l'aveva delusa, a causa della sua crisi dell'impostore che convogliava anche il suo naturale senso di protezione in uno di egoismo. Proteggerlo da sé stesso, quando invece la persona cara aveva maggior bisogno di quella presenza. Come poteva trovare in questo appagamento?
Forse - si disse - doveva semplicemente mettere da parte ciò che il suo senso autocritico lo portava a distruggersi, anziché migliorarsi ed affidarsi un po' di più ai risultati ottenuti, solo una volta che questi sono stati portati a compimento e non tarpare le proprie ali a monte, per avere la sicurezza di non sbagliare.
Posò una mano sulla spalla della cugina, la quale si voltò, con lo sguardo commosso.
Asahi le sorrise. «Sono stato davvero bravo con questo vestito, ti sta proprio bene, vero?»
Mei annuì. «È persino più comodo dello Yachi Production.»
«Ti prometto che te ne farò tanti altri ancora, diventerai l'invidia della scuola, se a tua volta mi prometti una cosa.»
«Che cosa?»
«Di non badare più a quello che possono pensare di te, solo perché non soddisfi appieno le aspettative altrui. Se tu lo sei, allora vuol dire che hai già fatto un ottimo lavoro. Ricordalo.»
Aveva pronunciato quelle parole per spronare Mei, per cercare d'aiutarla a scrollarsi di dosso la pressione del confronto con il cugino perfetto, ma in realtà le aveva pronunciate anche per sé stesso.
Dirlo ad alta voce, contribuì a rafforzare quel pensiero che già gli stava nascendo dentro.
Esaurito il tempo di quello spazio, i ragazzi erano di nuovo carichi per discutere "la gran finale dello Shōyō Hinata Competition".
Hinata pregò gli dei affinché l'assistettero e gli facessero vincere anche quella partita. Tuttavia aveva dimenticato un dettaglio: al di là del fatto che vincesse la sua squadra, ciò voleva dire che comunque a richiedere i suoi favori sarebbero stati i suoi stessi compagni.
Bokuto aveva già la richiesta pronta: non essendo tanto dissimile dalla pasta di Tanaka, Nishinoya e Yamamoto, anche lui voleva essere presentato a Shimizu.
Shimada ribadì la questione del fattorino e tutte le altre spaziavano dal riordinare la camera, portare a spasso il cane, ritirare i vestiti in lavanderia. In poche parole, quel compleanno era stata anche una scusa per assumere un tuttofare.
Bokuto dichiarò con entusiasmo di voler fare di nuovo l'alzatore ma Keiji Akaashi lo prese prontamente per un orecchio. «Solo perché ci siamo mischiati per provare cose diverse, non vuol dire che ora ti metti a rubarmi il mestiere.»
«Ma che vuoi? Tu ormai ti sei buttato nell'editoria. Devo imparare ad arrangiarmi da solo!»
Ukai, si grattò col mignolo l'interno dell'orecchio, sospirando.
«Mettetevi anche a fare i raccattapalle, se volete, basta che vi decidete sui ruoli, mica abbiamo tutta la notte.»
Quando finalmente la squadra di Bokuto si decise e questo cacciato fuori a pedate da Akaashi, finalmente ci fu una parvenza di organizzazione, che, però, durò il tempo di pochi istanti perché a sorpresa fece invasione di campo Kenma. Avendo perso al primo turno, non aveva così modo di potersi confrontare con Hinata.
Oikawa allora si sentì il diritto di intromettersi, dicendo che anche lui allora voleva rientrare. Tanto Kenma avrebbe avuto occasione tra qualche settimana di far fare la penitenza al suo amico e rivale.
Tanaka non avrebbe ceduto il suo posto a nessuno, dichiarò apertamente che ogni punto era per Shimizu quella sera.
Da quelle scintille, l'incendio divampò in un attimo. I perdenti volevano tutti rientrare.
Il professor Takeda attese in silenzio, con lo sguardo basso, che i ragazzi tornassero ad autogestirsi. Attese... e attese.
«RIMETTETEVI IN RIGA O METTO A TUTTI LA NOTA!»
La tigre aveva ruggito ed il gelo si diffuse nella palestra.
Anche se la maggior parte non era del Karasuno, anche se molti di loro la scuola l'avevano bella che finita, il "potere del prof." aveva fatto breccia anche nelle loro anime, risvegliando antichi traumi e questo bastò.
Ora era chiaro a tutti come mai, da quando il professore era subentrato nella gestione del club, i vecchi rapporti con gli altri istituti era stati ripristinati così facilmente.
Assicuratosi che non ci fosse più alcuna testa calda ad interrompere la partita, Ukai lanciò la monetina e dichiarò che ad aprire le danze sarebbe stata la squadra di Kuroo. Fu lui stesso a servire la prima schiacciata, puntando proprio verso Hinata. Una sfida aperta al fatto che non era solo Daichi colui per cui la sconfitta gli era rimasta in gola.
Daichi, comunque aveva scelto altro nella vita. Ma lui, a meno che a un certo punto non avesse cambiato idea, nella pallavolo ci voleva sguazzare. Sapeva di non essere ai livelli di tanti altri più dotati, forse a un certo punto avrebbe puntato più al settore tecnico che quello agonistico, ma finché aveva la forza, finché quello spirito bruciava dentro di lui, voleva darla a vedere a chiunque mettesse alla prova la sua forza.
Hinata intuì le intenzioni di Kuroo e intercettò con un bagher. La palla era stata lanciata così forte, che gli aprì addirittura le braccia nel rimbalzo, ma per fortuna andò esattamente dove voleva lui.
Akaashi che finalmente si era riappropriato del suo ruolo, non aveva ancora perso il tocco, nonostante i mesi di fermo e fece un'ottima alzata a Sō Inuoka.
Tsukishima si impose con tutta la sua altezza e deviò il pallone, rimandandolo agli avversari, ma il libero del Nekoma era già pronto ad intercettare. La ripassò ad Akaashi che questa volta servì Hinata. Conosceva ormai il ragazzo, con lui doveva essere ancora più preciso e mandarla all'altezza giusta. Non si sognava di certo di fare una bislacca, quella era prerogativa di Kageyama - che nel frattempo fremeva per entrare alla prossima rotazione.
Rimase letteralmente a bocca aperta, quando il dieci del Karasuno spiccò uno dei suoi salti fenomenali. Mesi fa li aveva potuti vedere solo da lontano ma ora che era lì, a pochi passi da lui, ora comprendeva perché aveva portato la squadra a un passo dalla finale e se quella febbre improvvisa non si fosse messa in mezzo, non avrebbe avuto dubbi che avrebbe garantito per i suoi compagni corvi anche una vittoria schiacciante.
La palla deviò da Tsukishima che provò di nuovo a deviare e Yūtarō Kindaichi non la prese per un soffio. Punto.
Yamaguchi poté entrare così in campo. Di fronte a sé aveva avversari fortissimi, ma a lui bastò concentrarsi sul cartellone appeso, dall'altra parte della stanza. Il sorriso del suo amico con una palla in mano, in posizione trionfante, divenne il suo punto fermo.
La palla ad effetto arrivò proprio dove volveva, anche se Tsukishima che lo conosceva meglio di tutti intuì il suo piano e si lanciò in tempo con un bagher che stabilizzò la direzione della palla.
Kuroo puntò a una schiacciata diretta, senza completare i tre passaggi, ma anche lui era conosciuto bene dal suo ex libero Yaku, il quale gli sorrise con fare beffardo.
Successivamente, il momento di Kageyama arrivò e lo sguardo di sfida che lanciò ad Hinata dall'altra parte della rete, ancora non lo sapeva, lo avrebbe lanciato anche anni dopo essersi ritrovati come avversari nelle partite professionistiche.
Al contempo, Bokuto che non era affatto secondo ad Hinata in quanto a forti schiacciate, neanche lui immaginava che quella semplice partitella in realtà non era altri che un anticipo a un periodo della sua vita in cui i due sarebbero stati davvero compagni nel MSBY Black Jackals.
Il destino stava tessendo il suo filo e loro ancora non se ne rendevano conto.
La partita prevedeva solo quindici punti ed un solo set, ma i ragazzi vollero godersi ogni momento, ogni emozione che quel confronto trasmetteva loro. Senso di lealtà, rispetto e forse alla fine Kuroo volle fare un ultimo regalo di compleanno, quando , all'ennesima schiacciata di Hinata, si mosse troppo lentamente, anche se per le sue doti avrebbe potuto benissimo raggiungerla.
Bokuto recuperò Hinata per primo e sollevò l'amico, come se non pesasse niente, e subito dopo anche le mani degli altri suoi amici lo sostennero e lo fecero anche volare sul posto.
«Cugino» chiese Mei, con le mani strette al cuore e la voce tremante, ma con un sorriso colmo di speranza. «Credi che un giorno anche io potrei venire acclamata come stanno facendo col mio sensei?»
Asahi la guardò e le sorrise, per poi poggiarle una mano sulla spalla. «Tu continua a seguire il suo esempio. Non lasciarti mai scoraggiare. Tu non sei invisibile.»
Il sorriso della cugina che per lui era come una sorella, bastò più più qualsiasi trenta avesse mai preso in vita sua. Ora lo sapeva.
«Fate largo alla torta!» Sbraitò Saeko più tardi, aprendo la porta con un calcio ed arrivando di gran carriera.
Mei e Yachi le stavano subito dietro, arrancando per cercare di aiutare la donna, anche se quest'ultima non sembrava avere particolari difficoltà nel portare la scatola.
Il vero motivo del loro starle dietro, in realtà, era che quei modi un po' rozzi potessero sbatacchiare la torta sui bordi, schiacciando la panna.
Hinata rimase bendato per tutto il tempo, davanti al tavolino posto ora al centro della palestra. Il suo cuore batteva forte, mentre sentiva i loro amici armeggiare con qualcosa di fronte a lui e nel momento in cui un tepore caldo arrivò a sfiorargli il mento, tutti i presenti iniziarono a cantare "buon compleanno".
«Ragazzi...» disse con la voce spezzata, quando tornò a vedere e di fronte a lui stava una torta alta, ricoperta di panna arancione, adornata con frutti di bosco, il logo del Karasuno sul lato con su scritto "piccolo gigante" ed in cima due grandi candele numero diciassette arancioni con bordo bianco.
Ora la stanza era illuminata solo da quelle due fiammelle ed i loro riflessi venivano catturati dalle ciocche rosse del ragazzo e dai vari palloncini appesi, tutti rigorosamente riportanti i colori della divisa del Karasuno.
Prima di soffiare, però, chiese a Mei e Yachi di venirgli accanto. Se tutto questo era stato possibile era stato grazie al loro impegno e l'affetto che provavano per lui.
«Al mio tre!» Disse Hinata. «Uno... due... tre!»
Si chinarono all'unisono sulla torta, soffiando sulle candeline e i presenti applaudirono o sollevarono i bicchieri.
Poi si abbracciarono forte e Mei solo in quel momento realizzò, che forse aveva davvero trovato qualcuno che non la giudicasse solo dalla copertina. Vedere il sorriso grato del suo sensei e quello entusiasta di Yachi che le faceva l'occhiolino, la spinse di getto a rinsaldare quell'abbraccio e a lasciarsi andare anche lei a qualche lacrima in più. Inevitabilmente commosse anche Yachi e tutti e tre scoppiarono a piangere come due fontane.
Bokuto si commosse e fece per raggiungere il trio, per unirsi a loro, ma Akaashi lo prese per il colletto e gli ricordò che non era lui al centro dell'attenzione per quella sera.
Le due organizzatrici più Shimizu - che volle loro dare una mano, volendo immedesimarsi un'ultima volta nel ruolo della manager - si occuparono di tagliare e distribuire le fette tra gli invitati.
La prima chiaramente andò al festeggiato, che non appena mise in bocca il primo boccone, si disse che ormai aveva ottenuto tutto ciò che si potesse avere per essere completo.
Poi man mano sfilarono tra i vari partecipanti.
Quando Yachi la porse a Lev, quest'ultimo fece un passo indietro e agitando le braccia. Aveva paura che goffo com'era di prendere male il piatto e di sporcare anche lei.
«Se devi conquistare una ragazza, devi offrirglielo il dolce, non tirarglielo addosso.» Le parole di Kuroo prima che si mettesse a picchiettargli la testa per aver distrutto la torta di sua madre, riecheggiavano ancora nella sua testa.
«Tranquillo, va tutto bene» cercò di rassicurarlo la ragazza, anche se non poté non essere percorsa dai brividi, quando il giocatore del Nekoma, nel piegarsi, fece tremare pericolosamente il piattino.
Shimizu si avvicinò a Yamamoto e Tanaka e nel consegnare la fetta a quest'ultimo, per sbaglio le loro dita si sfiorarono. Quel gesto fece incrociare i loro sguardi forse un momento più a lungo del solito, ma poi la ragazza gli porse un piccolo inchino e si girò per andare a prendere altri piattini.
Come sospeso tra le nuvole, Tanaka dichiarò che mai più si sarebbe lavato quelle dita che avevano avuto il privilegio di toccare una pelle così morbida.
«Amico, devo dirtelo, ci stai veramente sotto!» Commento Yamamoto, mezzo sconcertato. Anche lui ammirava Shimizu ma il cinque del Karasuno era davvero a un livello superiore.
Mei aveva appena consegnato agli allenatori la loro parte, quando, girandosi, Nishinoya le si parò davanti. Avendo un terzo piattino, la ragazza suppose le fosse venuto incontro per prenderlo e glielo consegnò in un gesto spontaneo.
Quando, però, fece per tornare al tavolo, per recuperarne altri, Nishinoya cercò di fermarla, sfiorandole il braccio.
«Aspetta un attimo!»
Mei si voltò con espressione interrogativa.
Lui la fissò per un momento ma poi distolse lo sguardo, le labbra leggermente tremanti. «Ecco... mi volevo scusare...»
«Per cosa?» Chiese lei, chinando leggermente il capo di lato.
Nishinoya si accigliò e un lieve velo comparve sul suo viso. «Per prima.» Si morsicò il labbro e poi buttò fuori aria. «Credo di parlare anche a nome di Tanaka e Yamamoto, che nessuno di noi volesse ignorarti, quando te e Shimizu siete cascate.»
Mei si strinse nelle spalle, non sapendo bene cosa dire e con le dita iniziò a giocherellare con i laccetti della corda dorata legata alla vita.
«È che sai...» proseguì lui, grattandosi la nuca. «... quando c'è la manager noi...»
«Andate fuori di testa?» Concluse lei, con un sorriso divertito.
Quello che era un velo, ora era diventato un palese rossore, colto quasi alla sprovvista.
«Sai, credo possa capirti.» Disse Mei, con sguardo più comprensivo. «La conosco solo da questo pomeriggio ed ho avuto modo di vedere e sentire la persona straordinaria che è ed il motivo per cui tutti non riuscite a rimanerle indifferente... e poi la ragazza che ti piace era in difficoltà e non ci hai pensato due volte ad andarle in soccorso.»
Nel pronunciare quelle sue stesse parole, sentì come una stretta al petto e dovette dare fondo a tutto al suo autocontrollo, affinché Nishinoya non si accorgesse di quello che stava provando.
«Sì, ma questo non cambia che mi dispiaccia se per farmi vedere da lei, ti sei sentita esclusa te.» Fece un passo avanti e le strinse appena le dita attorno al braccio. «Anche se per poco, sei una mia compagna di squadra e sei una mia amica, avrei dovuto preoccuparmi per te, tanto quanto ho fatto per Shimizu.»
Si guardarono per un lungo momento negli occhi, forse la prima volta da quando si conoscevano, ed il cuore della ragazza iniziò a martellare in petto. Il ragazzo aveva uno sguardo fermo ed intenso.
Infine Mei sorrise, mostrando un lieve rossore anche lei. «Va bene, tutto perdonato. Non starci più giù.»
Nishinoya allora sorrise a sua volta, sollevato da quella risposta.
«Scusate.» Una voce dalle note profonde fece voltare entrambi... e fece anche piegare molto indietro il collo ad entrambi. «Tu sei la cugina di Azumane, se ho capito bene.»
Di fronte a loro stava Takanobu Aone, l'ex muro di ferro del Dateko, che stava guardando entrambi ma in particolare era concentrato su Mei con un'espressione indecifrabile e leggermente accigliata.
La ragazza si strinse nelle spalle, ma poi annuì, mostrandogli un sorriso gentile.
«Non ho capito il tuo nome.»
«Mei Azumane, piacere.» E a quelle parole seguì un inchino che Aone ricambiò.
«Io sono Takanobu Aone»
«Sì, so chi sei. Yachi mi ha raccontato di te e Hinata, agli scorsi nazionali. Grazie per aver accettato l'invito.»
Aone lanciò una rapida occhiata a Hinata, che si trovava in un altro angolo della palestra a chiacchierare e scherzare con gli altri amici.
«Al di là delle apparenze, è un tipetto tosto, sono felice di averlo conosciuto. Grazie a voi per avermi contattato.»
Mei notò che il ragazzo era senza niente in mano e sollevò le sopracciglia. «Ah ho capito, scusa... vado subito a prenderti la fetta!»
Aone, però, sollevò la mano e scosse il capo. «Ho già preso la mia parte, ero solo venuto a cercarti.»
Nishinoya lì accanto, che aveva iniziato a mangiare la torta, iniziò a rallentare il gesto del braccio.
Mei chinò di lato il capo e lo guardò, non capendo cosa volesse.
«Prima ti sei fatta male? Ho visto il modo in cui siete corse via.» Chiese lui.
La ragazza scosse il capo. «No, nessuno di noi si è fatta male, per fortuna. Solo un piccolo problema con il vestito, ma per fortuna mio cugino ha risolto la situazione.»
«Ecco perché ora ne hai un altro.»
«È sempre lo stesso in realtà, ma come dicevo, Asahi ha risolto la situazione...» buttò fuori aria, tirando un sospiro di sollievo. «Altrimenti eravamo lì, lì per chiedere a te e Lev se potevate prestarci le vostre maglie.»
«Ah vi serve?»
Nishinoya e Mei saltarono sul posto, quando il ragazzo portò le mani ai fianchi nel gesto di togliersela.
«No! No!» Si affrettò a rispondere Mei, completamente rossa in viso. «Ora è tutto risolto, il vestito sta bene come sta.»
Aone riabbassò le braccia. La guardò per un attimo, finché non contrasse di più le sopracciglia. «Senti ma hai un contatto mail, un canale social o se vuoi direttamente il tuo numero...»
«Ah allora ci avevo visto giusto!» Nishinoya si mise improvvisamente a saltellare tra di loro, come se avesse le molle ai piedi ed agitando le braccia di fronte ad Aone. «Non puoi, anche se è carina è troppo piccola per te, non ha finito neanche sedici anni!»
Aone fece un passo indietro e per la prima volta mostrò un'emozione. Sembrava davvero imbarazzato, per quanto i suoi lineamenti marcati facessero trapelare.
«Ah scusa...» disse lui. «Non so perché, avevo capito avesse anche la stessa età di suo cugino.»
Nishinoya si mise poi accanto a Mei e avvolse un braccio attorno alle spalle della ragazza, con fare protettivo. «No, lei è una nostra kōhai, frequenta il primo anno.»
«Capisco...» disse Aone, che, però, non si scompose troppo. Socchiuse le palpebre, ma dopo un paio d'instanti le riaprì. «Puoi dirmi la tua data di nascita?»
«20 agosto 1997.» Rispose Mei, anche se il suo sguardo era un po' smarrito.
«Una settimana dopo il mio compleanno» osservò Aone, con un filo di voce.
Nishinoya e Mei fissarono quel gigante con gli occhi chiusi che ora sembrava diventato immobile come una statua.
«Va bene, allora il 20 settembre del 2017 io e te ci sposeremo.» Detto questo, porse loro di nuovo un composto inchino e si voltò, per andare a raggiungere altri invitati.
Nel momento in cui si allontanò, fu come se una palla di fieno sospinta dal vento passasse davanti a loro.
«... ma non ho capito...» disse Mei, completamente disorientata. «... spos...»
«Lascia perdere!» Intervenne Nishinoya trafelato, portandosi di nuovo di fronte a lei e agitando le braccia come se questo potesse cancellare dalla memoria della ragazza ciò a cui aveva appena assistito. «Deve aver preso una pallonata di troppo in testa, oggi. Non badare a ciò che ha detto.»
Mei lo osservò per un attimo, poi fece spallucce e sorrise. «Ma sì, sicuramente era uno scherzo.» Girò attorno al ragazzo «Ora scusa, ma ci sono ancora delle fette sul tavolo, devo aiutare le mie amiche.»
«Ah sì, certo! Scusa se ti ho trattenuto troppo a lungo» rispose lui, riprendendo a mangiare.
«Nishinoya...»
«Sì?»
Mei era di profilo, che giocherellava con le estremità delle corde, guardava in basso e sorrideva timidamente. «Davvero credi che io sia carina?»
Nishinoya quasi rischiò di spaccare la forchetta di plastica con i denti. Subito dopo, però, si riprese e le sollevò il pollice, raggiante. «Perché, avevi dubbi al riguardo?»
Le guance di Mei avvamparono e dovette allontanarsi di corsa, altrimenti si sarebbe sciolta come burro al sole, proprio di fronte a lui.
Quando gli ultimi raggi si ritirarono dietro le colline e la luna ormai si vedeva nitida nel cielo, gli invitati gradualmente iniziarono ad andare via.
C'era chi si dava appuntamento al prossimo ritiro e chi si organizzava per non finire lì la serata e magari andare in un pub a bere una birra.
Tutti comunque, lo fecero col sorriso sulle labbra e la pancia piena.
Così alla fine rimasero solo le manager, gli allenatori, i fratelli Tanaka (Ryu in realtà provò a defilarsi, ma la sorella lo prese letteralmente per le orecchie), Hinata e i tre ex giocatori del Karasuno, per sistemare la palestra.
Tirarono giù prima di tutto lo striscione, il quale poi Shōyō arrotolò con molta cura, dichiarando che non vedeva l'ora di appenderlo in camera, i festoni vari e sgomberarono i tavoli.
«Azumane, mi daresti una mano con l'immondizia, per favore?» Chiese Ukai, riferendosi all'ex 3 del Karasuno.
«Certo.» Afferrò un paio di sacchi neri e seguì l'uomo dai capelli biondi ed il cerchietto fuori dal locale.
L'aria era fresca, la sera l'aria era ancora frizzantina e dopo un intero pomeriggio passato in luogo chiuso, era proprio quello che ci voleva.
I grilli si sentivano frinire, trovandosi in una periferia di campagna, non c'era lo stesso traffico e così la natura riusciva ancora ad imporsi ai rumori dell'uomo moderno.
Persino le stelle, lì alla prefettura Miyagi si distinguevano meglio, rispetto a Tokyo che invece erano totalmente assenti.
«Oggi non abbiamo avuto un attimo di respiro.» Disse Ukai, con tono disteso. «Volevo chiedere a te e gli altri ragazzi come stessero andando le cose, ora che non siete più degli studenti.»
Asahi fece spallucce. «Penso nello stesso modo in cui anche lei si è sentito, quando ha terminato i suoi studi.»
Ukai sorrise piano. «Beh... io non è che mi sia allontanato così tanto... tra il bar della scuola e ora come allenatore del Karasuno, si può dire che questo cordone ombelicale io non l'abbia mai veramente reciso.»
«E le è dispiaciuto per questo?»
Ukai fece una smorfia, alzando gli occhi al cielo. «In parte sì, in parte no... non che non mi sarebbe dispiaciuto vivere l'esperienza di una grande città... ma sai, ognuno alla fine ha il suo percorso. Io mi trovo bene tra queste strade che conosco a memoria e l'aria pulita, ma so così di non avere avuto certi tipi di esperienze.»
«Anche lei è giovane, non ha neanche trent'anni, può sempre provare.»
«Sì, potrei farlo. Magari durante le vacanze potrei fare il turista... ma so che non andrei mai a viverci in pianta stabile. Perderei il mio equilibrio così.»
«Il suo equilibrio?» Asahi lo guardò incuriosito, mentre attraversavano il cortile.
«Certo... per vivere lì dovrei trovare innanzitutto un lavoro che mi permetta di mantenermi, di conseguenza qualcosa che richiede un particolare impegno ed io non sono il tipo da stare tutto il tempo chinato sulla scrivania, finché il mio capo non decide di staccare a sua volta dall'ufficio.» Rispose l'uomo, senza alcuna esitazione. «Qui vivo in una bella casetta fresca, mentre lì non sarei che un tipo qualsiasi in un monolocale. Figuriamoci, poi, se avessi il tempo di allenare... e per quanto mi trattenga, alla fine ho ereditato lo spirito di mio nonno.»
I due si lasciarono andare a una breve risata, poi posarono i sacchi a terra, il tempo di aprire il cassonetto e lì li gettarono.
Ukai batté le mani per togliersi eventuali residui di polvere, mentre continuava il discorso. «Quindi capisci? Non farei ciò che amo davvero, non farei ciò per cui qui riesco a distinguermi e non potrei così nemmeno trasmettere a voi più giovani i principi di uno sport nobile come la pallavolo... avrei solo il guadagno, ma io non voglio vivere per lavorare.»
Asahi rimase fermo sul posto, sinceramente stupito per quanto appena ascoltato.
«Quando questa sei arrivato, Azumane» Ukai non aveva ancora finito ed ora guardava il giovane più accigliato, «mi sei sembrato "spento", ma dopo, quando sei riemerso con tua cugina e le altre, eri come rinato. Deve essere successo qualcosa, in quel lasso di tempo.»
Asahi ci pensò un attimo su, ma poi sorrise, luminoso in volto.
«Credo che anche io questa sera abbia ritrovato il mio equilibrio. Ho riscoperto il mio amore per il mondo del design, tanto quanto ho amato la pallavolo. Ma quest'ultima non è mai stata la mia vera strada, per quanto mi abbia dato molto.» Spiegò lui, arrestando il passo, così da poter guardare Ukai dritto negli occhi. «Fare quello che mi piace e per cui sono bravo e con questo mio talento poter aiutare le persone a cui voglio bene, credo non ci sia soddisfazione più grande. Se da questo ci guadagnerò anche qualcosa, mi farà piacere, ma servirebbe solo a chiudere definitivamente il cerchio.»
Chiuse un pugno e se lo portò all'altezza del cuore.
«E questo voglio farlo perché solo io lo voglio e non perché qualcuno mi dice che ci sono degli schemi da seguire, come se l'essere umano fosse dotato di un manuale. Voglio vivere nel presente e puntare al futuro a piccoli passi, con i miei tempi.»
Ukai rimase a sua volta piacevolmente sorpreso e, sorridendo colmo di soddisfazione, gli strinse una mano sulla spalla. «Resta sempre fermo su questi principi allora, non tradirli mai... e un giorno, sono certo, quando mi troverò a passare sotto i grandi schermi pubblicitari di Tokyo, apparirà anche il marchio della tua linea di abbigliamento.»
Nel sentire quelle ultime parole, lo sguardo di Asahi si fece immediatamente lucido. «Grazie, signore»
Una punta di commozione trapelò anche in quello di Ukai. «Grazie a te, Asahi, di aver scelto di non arrenderti.»
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