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Creato il 05/07/2026, 11:31 · Aggiornato il 05/07/2026, 11:32

Capitolo 8: Ikigai - parte 1

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Bullismo
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Fin dai tempi antichi, l’essere umano si pone la stessa, identica domanda, un quesito che attraversa i secoli come il vento tra le foglie: qual è il vero motivo per cui ci svegliamo al mattino? La risposta non si trova in un segreto custodito nella forza silenziosa chiamata Ikigai. Questa parola non descrive semplicemente un obiettivo da raggiungere, ma rappresenta la vera e propria ragione d’essere di ognuno di noi, il motore invisibile che dà armonia e significato all'esistenza quotidiana.

Immaginate questo concetto come un punto di luce perfetto, sospeso all'intersezione di quattro grandi forze che governano la vita di ogni persona. La prima forza è mossa da ciò che amiamo profondamente, da quelle passioni pure che fanno battere il cuore e accendono l'entusiasmo. Questa scintilla si intreccia poi con la seconda forza, che racchiude i nostri talenti naturali e le abilità che abbiamo coltivato con dedizione nel tempo. Ma l'esistenza non è fatta solo di specchi e solitudine; per questo interviene la terza forza, legata a ciò di cui il mondo ha realmente bisogno, al contributo unico che possiamo offrire alla comunità che ci circonda. Infine, tutto questo si unisce alla realtà della terra, la quarta forza, rappresentata da ciò che ci permette di sostenerci economicamente e vivere con dignità.

Quando queste correnti non si parlano, l'animo umano sperimenta un senso di incompletezza, come un dipinto a cui manca il colore più importante. Ma quando la passione, la missione, la vocazione e la professione si fondono in un unico, perfetto equilibrio, la nebbia si dirada. Trovarsi al centro di questo incrocio significa aver scoperto il proprio Ikigai: una via dove il dovere coincide con il piacere, dove il proprio talento serve gli altri e dove ogni singolo giorno diventa un dono prezioso da vivere con gratitudine.

Asahi Azumane nacque il 1 gennaio del 1995, ciò voleva dire nascere a cavallo tra l'anno del cane e quello del cinghiale, questo per la tradizione giapponese significava essere una persona naturalmente tendente alla protezione del branco, ma anche una persona che si preoccupava molto, tanto da sfiorare l'ansia. Inoltre il suo nome significava "il sole di inizio anno" che porta con sé l'aspettativa inconscia di dover essere una figura impeccabile, radiosa e di successo per gli altri.

E quelle aspettative lui le sentiva tutte, soprattutto perché mancavano solo un paio d'anni al suo Seijin-shiki, ossia il passaggio ufficiale alla vita adulta, dove la sua cultura imponeva l'abbandonare i giochi e le passioni adolescenziali per trovare il proprio posto produttivo nel mondo. Voleva dire che cose come i club scolastici, la pallavolo, sarebbero stati rilegati a "giochi per ragazzini" o "cose trascurabili", non avendo di fatto di quello sport una professione ufficiale.

Come quasi tutti i membri della sua famiglia, era in realtà più portato ai rami legati alle belle arti e lui in particolare aveva scelto quello del design della moda.

Stava prendendo la patente, i voti dei suoi primi esami, così come quando andava al liceo, erano impeccabili ed essendo il primo figlio maschio della sua generazione nella famiglia Azumane, i suoi famigliari non mancavano di ammirarlo ma anche di fargli pressione.

Per non bastare, la sua cuginetta Mei, continuamente paragonata a lui, lo prendeva a modello. Condividendo le stesse passioni, sia per lo sport che per il settore artistico, la possibilità di sgarrare era quasi nulla.

Tuttavia, nei confronti di quest'ultima, si sentiva anche impotente, vedeva come l'insoddisfazione di non raggiungere i suoi stessi standard da parte dei genitori o le vessazioni a scuola, stessero spengendo gradualmente la luce in quegli occhi castani che erano come i suoi. Preso anche lui dallo studio e dal dovere, poteva solo limitarsi a cercare di sostenerla senza, però, dover apparire troppo morboso o insistente.

La sua personale soddisfazione, era almeno essere stato l'intermediario per averle fatto conoscere i suoi ex-compagni, con cui si era subito legata.

Quasi cadde dalla sedia, quando seppe che la ragazza era stata persino inclusa nei loro allenamenti. Forse, una cosa buona era riuscita a farla, dopotutto...

🏐🏐🏐

«No, questo non va bene... e questo... accidenti che spazzatura.»

Ashai era rinchiuso nella sua stanza, con solo il cono di luce calda della lampada ad illuminare la scrivania. Fogli accartocciati erano sparsi ovunque e tra le pieghe si potevano scorgere modelli abbozzati di abiti.

In quel momento stava disegnando l'ennesimo che avrebbe dovuto presentare per un esame, ma nella sua mente c'era tabula rasa... troppo banale, troppo già visto, troppo o troppo poco... la sua matita passava freneticamente sulla carta, ma subito dopo la gomma cancella con altrettanto trasporto, macchiando il foglio, stropicciandolo.

A un certo punto, la punta della matita si spezzò e questo gli fece montare la rabbia.

«Cazzo!» Sbraitò, facendo volare via i fogli.

Si alzò poi dalla sedia e si gettò quasi a peso morto sul letto, rannicchiandosi e stringendo i denti, per cercare di contenere le lacrime. Se non avesse superato questo esame, avrebbe rallentato la sua tabella di marcia. Non sarebbe stato all'altezza di ciò che si aspettavano da lui.

«Magari potrei mollare tutto...» quelle parole gli sfuggirono dalle labbra, come un soffio di respiro. Perché no? Anche con la pallavolo aveva fatto lo stesso e in quei mesi in cui non si era allenato li aveva trascorsi serenamente, aveva alleggerito il carico sulle spalle. Forse anche per quello, dunque, poteva trovare una scappatoia, lasciare gli studi, cercare un lavoretto manuale che non pretendeva nozioni di concetto ma solo quello ottenuto di visibile e concreto.

Ci pensò seriamente... ma poi si ricordò cosa lo aveva spinto ad iscriversi a quel genere di studi: i colori, la soddisfazione di creare qualcosa di proprio, lasciare briglia sciolta alla propria fantasia. Lui era un tipo introspettivo, quindi tutto il suo mondo era racchiuso nella sua testa e quel settore gli permetteva di fare da ponte a ciò che aveva dentro e di proiettarlo all'esterno. Se invece avesse fatto solo un "lavoro da scimmietta", sì, avrebbe avuto la sicurezza agognata. Non dovendo fare nient'altro che lo stesso per tutto il tempo, il suo cervello si sarebbe gradualmente spento. Avrebbe rimosso la pressione... ma avrebbe tarpato le ali anche al suo vero Io.

Lentamente si addormentò, forse, almeno in un sogno, avrebbe trovato la giusta ispirazione.

🏐🏐🏐

«Meiii»

La campanella della fine dei corsi pomeridiani era appena suonata alla Shiroi Chō e Mei stava attraversando il cortile, quando una voce familiare richiamò l'attenzione della ragazza.

Allungando lo sguardo verso la colonna dell'uscita del cancello, inarcò le sopracciglia quando riconobbe Hitoka Yachi. Quest'ultima la stava guardando con una mano davanti la bocca, a nascondere un sorriso sornione e con l'altra mano le stava facendo segno di avvicinarsi.

«Kocchi kocchi»

«Hitoka!» Esclamò Mei, correndole incontro. «Che bella sorpresa, come mai sei arrivata fino a qui?»

Le due si abbracciarono e poi, mentre Yachi la teneva ancora per le spalle, il suo sguardo si illuminò. «Perché ho bisogno assolutamente di te... ma nei panni dell'artista questa volta!»

Mei strabuzzò gli occhi.

Yachi le spiegò velocemente che la settimana successiva, il 21 giugno per la precisione, Shōyō avrebbe compiuto diciassette anni, quindi stava pensando di organizzare una festa a sorpresa. Lei, grazie agli insegnamenti della madre grafica pubblicitaria, sapeva come scattare delle buone fotografie e impaginare locandine, lo aveva già fatto l'anno prima per sponsorizzare i fondi del club di pallavolo per partecipare alle trasferte, ma per quanto riguardava il disegno manuale, quello era tutto un altro paio di maniche.

La ragazza desiderava realizzare uno striscione, sapeva che il tempo era poco e quindi non pretendeva qualcosa di complesso, pensava più che altro a stampare una fotografia di Hinata e poi Mei avrebbe pensato allo sfondo.

«Mi spiace...» disse Yachi, stringendo le mani dietro la schiena «so che un lavoro così capo e collo potrebbe intralciare con lo studio.»

Mei la prese le spalle di slancio. «Certo che ci sto!»

In quel momento una squara era appena nata. Entrambe le ragazze guardavano all'orizzonte con un entusiasmo acceso. Avrebbero organizzato per il loro amico una festa coi fiocchi.

Per prima cosa contattarono il professor Takeda, avrebbero voluto affittare la palestra della scuola per l'occasione, ma venerdì non era giorno di allenamento della squadra di pallavolo. Il professore assicurò loro che avrebbe fatto il possibile per accontentarle.

Iniziarono poi a sentire gli amici, per sapere chi fosse disponibile. Tutta la squadra lo era, ma le ragazze non si limitarono ai compagni del club, vollero chiamare anche gli ex membri e se fossero riusciti, anche alcuni membri di squadre avversarie ma con cui il Karasuno era rimasto in buoni rapporti.

«Certo che vengo!» Disse Kenma «E ovviamente anche Kuroo sarà dei nostri.»

«Siiiii! Ci sarò!» Esultò Kōtarō Bokuto, tanto che le ragazze furono costrette ad allontanare il telefono da loro. «E spero che ci sia Tsukishima... voglio proprio vedere che livello ha raggiunto, quel caro quattrocchi!»

«Ci sarà anche Kageyama?» Chiese invece Tōru Oikawa, che in quel periodo iniziava i primi passi per il livello professionistico che lo avrebbe poi visto orientarsi come palleggiatore per il Club Atlético San Juan, in Argentina. «Fortunatamente sono in città in questi giorni, mi farà piacere vedere come voi corvi state diventando grandi.» Dal tono, trapelò tutto il suo tono di sfida.

Quando terminarono di sentire i potenziali invitati, entrambe le ragazze avevano completamente le orecchie cotte.

«Spero che chi abbiamo sentito, ci faccia da passaparola.» Commentò Yachi, frastornata ed accasciata sulla poltrona del suo salotto.

«Speriamo... ora facciamo un po' di pausa.» Sospirò Mei.

«No, ma che pausa, dobbiamo decidere il menu!»

«Ma... ma come il menu, non ci limitiamo a pizzette e tramezzini?»

«Sì, ma non ci limiteremo certo a questo!»

A Mei sfiorò l'idea di darsi malata.

🏐🏐🏐

Quando Ashai ricevette la chiamata da Mei, che lo informava del compleanno a sorpresa di Hinata, diede la sua disponibilità per mettersi in contatto lui con Daichi Sawamura e Kōshi Sugawara.

Non lo disse apertamente, ma gli avrebbe fatto bene risentire i suoi ex compagni di classe e del club, in quei giorni che non si sentiva affatto bene.

Le luci multicolori di Tokyo si riflettevano sulle strade e nello sguardo triste del giovane, che stava passando quel momento di crisi.

Con le spalle basse e incurvate, attraversava le lunghe strisce pedonali del centro di Shinjuku, incrociando file e file di persone. Tutti uguali, tutti con il colletto bianco e la valigetta stretta in mano. A differenza di alcuni suoi coetanei che, usciti da scuola, avevano iniziato a tagliarsi i capelli, lui li portava ancora lunghi fino alle spalle, con il pizzetto sempre presente.

Data la scarsa luminosità dell’ora, tirò fuori dalla tasca la custodia degli occhiali e, dopo averne pulito le lenti con il panno, li indossò. Ora vedeva tutto con maggiore nitidezza, ma questo non migliorava il suo stato d’animo. Anzi, osservare tutti quegli schermi sui quali dominavano le pubblicità della moda, con abiti realizzati dai più grandi professionisti del settore, non faceva altro che convincerlo che non sarebbe mai riuscito a creare una linea degna di apparire tra quelle immagini luminose.

Sospirò e proseguì lungo il suo cammino mentre, cellulare in mano, iniziava a scorrere la rubrica alla ricerca del nome del suo ex capitano. Quella distrazione, però, gli fece urtare qualcuno contro una spalla.

«Oh mi scusi!» Disse immediatamente, porgendo un inchino di scuse.

«Azumane!»

Non appena Asahi Azumane riconobbe quella voce, drizzò di colpo la schiena: era Kiyoko Shimizu.

La ragazza indossava un elegante vestito corto beige in poliestere che, alla vista, ricordava l’organza. Il tessuto morbido ricadeva in leggere ondulazioni ed era raccolto in vita da un elastico che ne valorizzava la silhouette, mentre il collo era ornato da un fiocco delicato. Sotto portava un paio di calze color carne, sottili abbastanza da uniformare appena la pelle. Ai piedi aveva dei sandali bianchi con il tacco, abbinati a una piccola borsetta in finta pelle dello stesso colore. Anche lei portava gli occhiali, mentre i suoi capelli corvini erano raccolti in uno chignon ordinato.

Asahi dovette dare fondo a tutto il suo autocontrollo per non arrossire.

«Che piacere rivederti, Shimizu... e complimenti, stai davvero bene!» Disse sinceramente.

Shimizu si strinse leggermente nelle spalle. «È solo l'abito per lo shooting, ma finalmente ho finito»

«S-shooting?» Al ragazzo cadde la mascella a terra.

Shimizu annuì. «È temporaneo, ma così metto qualcosa da parte.» Poi sorrise lievemente. «Anche a me fa molto piacere rivederti, spero che le cose stiano andando bene.»

Asahi si grattò la nuca e distolse lo sguardo. «Potrebbe andare meglio» rispose, ridendo nervosamente.

«Ti manca la scuola?»

«Ogni giorno...» ammise, incurvando di nuovo le spalle in avanti. «...almeno lì avevo la sicurezza di sapere dove andare, cosa fare. Bastava portare la pagella e fare ciò che mi veniva richiesto... adesso invece...»

«È come sentirsi smarriti, vero? Sì, c'è l'università, ma non è come ritrovarsi con la propria classe, con i compagni di tutti i giorni.»

Asahi la guardò con sincero stupore per quell’affermazione e, osservandola meglio, non poté fare a meno di avere l’impressione che negli occhi della ragazza scorressero gli stessi pensieri che tormentavano lui.

«Scusa... ci rivediamo dopo mesi e in due minuti ti sto già scaricando addosso i miei problemi.»

Shimizu scosse il capo e sorrise. «Fidati che aver rivisto un volto amico in questo momento mi sta rinvigorendo. Rivedere te è come catapultarsi in quei tre anni... mi mancate tutti quanti, davvero.»

I due amici si sorrisero, entrambi trovando un leggero conforto nello sguardo benevolo dell'uno e dell'altra.

Per un attimo ci fu silenzio, interrotto solamente dai suoni del traffico urbano.

Poi ad Asahi si accese la lampadina. «Ah! Ti hanno detto del compleanno di Hinata?»

Shimizu inarcò le sopracciglia. «Non ho avuto il tempo di guardare il cellulare... perché, festeggia?»

«Una festa a sorpresa, in realtà. Mia cugina e Yachi stanno organizzando tutto.»

«Certo, assolutamente, ci sarò!» Rispose lei con entusiasmo. «Immagino ci sarà tutto il Karasuno.»

«Credo propri di sì e non solo. Ci metto la mano sul fuoco che buona parte del Nekoma sarà dei nostri... accidenti, voglio proprio vedere le facce di Tanaka e Nishinoya quando ti vedranno... ma se ti rompono troppo le scatole, rivolgiti pure a me che li faccio sloggiare!»

Shimizu si mise a ridere di cuore e l'ex numero tre rimase piacevolmente stupito, la ragazza era sempre stata molto riservata ai tempi della scuola, forse, in realtà, questo nuovo capitolo della sua vita l'aveva aiutata ad aprirsi di più.

«Perdonami, si sta facendo tardi, non voglio trattenerti» disse infine il ragazzo, tornando a grattarsi la nuca.

«Non preoccuparti, come ti ho detto, mi ha fatto piacere... allora ci rivedremo settimana prossima?»

«Contaci!»

I due si salutarono cordialmente, scambiandosi un reciproco inchino prima di rivolgersi un ultimo cenno con la mano.

Poi si voltarono ciascuno nella propria direzione e ripresero a camminare. Asahi, però, venne attraversato all’improvviso da un brivido, come se un’illuminazione gli avesse squarciato la mente. Si fermò di colpo, si voltò e corse verso Kiyoko Shimizu, chiamandola con urgenza.

Quando anche lei si voltò, fece un piccolo salto all’indietro, colta alla sprovvista nel ritrovarselo già alle spalle. A quanto pare, l'amico aveva mantenuto intatto il suo scatto atletico.

«Senti... scusa... so che è improvviso...» balbettò Asahi, arrossendo vistosamente. Ormai era il momento di parlare, o non lo avrebbe fatto mai più. «Non è che... mi faresti da modella per i miei disegni? Ho assolutamente bisogno di una figura reale per il progetto di moda, altrimenti non potrò sostenere l’esame.»

Non si aspettava affatto una risposta positiva. Era convinto fosse troppo impegnata in quei giorni per accettare una richiesta tanto improvvisa. Eppure, con sua grande sorpresa, la ragazza annuì senza esitazione.

In quel momento, Asahi Azumane sentì il cuore battergli all’impazzata nel petto. Forse, dopotutto, valeva ancora la pena continuare quel percorso.

🏐🏐🏐

Per Hinata, che non sospettava minimamente cosa stesse accadendo, quelli erano senza dubbio i giorni più strani che avesse mai vissuto.

Da una parte c’era Yachi, che sorprendeva spesso a confabulare negli angoli con gli allenatori o con alcuni compagni di squadra. Ogni volta che chiedeva spiegazioni, però, tutti diventavano incredibilmente evasivi.

I ragazzi del Karasuno, inoltre, nel tentativo di organizzarsi per il regalo senza avere ancora idee precise, avevano iniziato a tempestarlo di domande apparentemente casuali per capire cosa gli piacesse davvero.

Come se non bastasse, sul cellulare continuavano a comparire messaggi da Kenma Kozume o dai fratelli Atsumu Miya e Osamu Miya. Perfino Takanobu Aone gli aveva scritto per chiedergli come stesse e cosa stesse facendo in quei giorni.

Iniziò a domandarsi se, da fuori, non stessero già cercando di sondare il terreno per il nuovo ritiro. Per questo rispondeva con cautela, cercando di non lasciar trapelare troppo.

Anche Mei, in quei giorni, sembrava diversa dal solito. Aveva spesso le mani macchiate d’inchiostro e, quando Hinata gliene chiese il motivo, lei rispose che stavano lavorando a un progetto scolastico. A giudicare dalle profonde occhiaie che le segnavano il viso, però, quel compito la stava assorbendo ben più del dovuto.

Nonostante tutto, la ragazza non rinunciò alle consuete corsette mattutine insieme al suo sensei. Durante quegli allenamenti, lui si rese conto che la sua andatura stava migliorando di giorno in giorno, diventando sempre più fluida e sicura. Non mancava mai, inoltre, di chiederle come stesse andando a scuola e se le compagne continuassero a trattarla male.

Purtroppo, la situazione non era cambiata molto, se non per qualche piccolo dettaglio. Himawari, ad esempio, aveva ricominciato a mostrarsi più aperta nei suoi confronti, soprattutto ora che Mei si stava distinguendo in campo grazie alle sue alzate. Anche Sakura aveva smesso, almeno in parte, di chiamarla continuamente “lenta” o “scarsa”.

Akane e Kaori, invece - soprattutto la prima - continuavano a essere spietate.

«Uff... che caldo...» sbuffò Hinata mentre, seduti sulla loro solita panchina, si concedevano qualche minuto di pausa. Anche partendo presto, bastava che il sole si alzasse appena un po’ perché i vestiti iniziassero ad appiccicarsi addosso quasi immediatamente.

Mei distese le gambe e iniziò a pizzicare il tessuto dei pantaloni neri della tuta, cercando di far passare un po’ d’aria e alleviare almeno in parte il fastidioso prurito del caldo.

«Dovresti metterti dei pantaloncini. Quelli lunghi sono troppo pesanti con questo clima» osservò il ragazzo.

Mei squittì appena e diventò immediatamente rossa in viso. «N-no, sto bene così! Eheh...»

Hinata socchiuse gli occhi, assumendo un’espressione piatta e quasi esasperata. «Se è per il motivo che penso io... giuro che ti tiro questa borraccia in testa.»

Mei si strinse nelle spalle, non sapendo cosa rispondere e prese a giocherellare con la zip della giaccia sportiva.

«Aaah, voi ragazze...» sbuffò di rimando. Con un piccolo salto tornò in piedi, piegò leggermente le gambe e afferrò il bordo dei propri pantaloncini, iniziando ad agitarli teatralmente. «Io sto freschissimo! Aaah, se solo li mettessi anche tu... le gambe sono così libere di muoversi!» aggiunse con una voce volutamente stridula e melodrammatica, cercando palesemente di prenderla in giro.

«Signorina, questo ragazzo la sta importunando?»

Un poliziotto, passando proprio in quel momento, equivocò completamente la scena e rivolse a Hinata uno sguardo severo e sospettoso.

Nel giro di un secondo, il numero dieci del Karasuno impallidì come un lenzuolo, sentendo il cuore salirgli fino in gola.

«N-no, nessun problema! È un mio amico, davvero, non si preoccupi!» si affrettò a spiegare Mei.

Subito dopo, sia lei che Hinata iniziarono a scusarsi freneticamente con l’agente, inchinandosi più e più volte in preda all’imbarazzo.

Quando il poliziotto finalmente si allontanò - pur senza rinunciare a lanciare un’ultima occhiata diffidente nella loro direzione - i due si lasciarono sfuggire un lungo sospiro di sollievo.

Hinata posò entrambe le mani sulle spalle di Mei con un gesto deciso.

«Adesso però mi devi promettere che domani verrai in pantaloncini... e te lo giuro, se Akane o qualsiasi altro cretino ti dice qualcosa solo perché non rientri nei loro stupidi standard di perfezione, ci penserò io a spedirli sulla luna!»

Subito dopo sollevò il pollice, quasi a voler suggellare la propria determinazione.

Mei esitò per qualche secondo, poi finì per ricambiare il gesto con un piccolo sorriso.

Era ormai il momento di tornare a scuola. Tuttavia, proprio mentre Hinata stava per avviarsi verso la fermata dell’autobus, la ragazza lo trattenne per un istante.

«Senti... posso chiederti quanti pantaloncini hai? Ehm... ne hai alcuni preferiti? E che taglia porti?»

«Eh?» Hinata la fissò perplesso. «Devo richiamare il poliziotto?»

🏐🏐🏐

Hitoka Yachi e Mei continuarono a lavorare senza sosta, soprattutto man mano che la scadenza si avvicinava. Avevano coinvolto persino Saeko Tanaka, decisamente più esperta ai fornelli, oltre a suo fratello e ad altri membri del Karasuno, usati ormai come vere e proprie cavie culinarie.

Yachi, in particolare, si era fissata con l’idea di preparare dei corvetti come dessert. Il problema era che, essendo palline di cioccolato, il risultato finale assomigliava più a dei pulcini obesi e carbonizzati che a dei corvi.

«Volete che chiediamo alla scuola di rinominarsi Calimero?» propose Ryunosuke Tanaka un giorno, prendendole apertamente in giro.

Saeko si infuriò all’istante e iniziò subito a scuoterlo violentemente per le spalle. «Ti ci faccio diventare io piccolo e nero, moccioso!»

«Meiii, ma è vero che mi rifarai i mochi al Gari-Gari-kun, vero?» chiese Yu Nishinoya che, in quel momento, sembrava aver sviluppato la coda e le orecchie di un gatto dall’entusiasmo.

Mei sorrise e annuì. «Se vi piacciono, certo!»

Nishinoya iniziò immediatamente a saltellare felice come un bambino il giorno di Natale. «Io mangerò quelli. Voi tenetevi pure quei pollo-corvi

«Ti ricordo che saremo almeno una trentina e che non ho ancora fatto bene i conti delle quantità,» lo rimproverò Yachi. «Quindi cerca di mettere da parte l’ingordigia.»

«Tranquilla, sorella. Tanto, se lo faremo in palestra, scommetto che non perderanno occasione per mettersi a giocare una partita!»

«State scherzando, vero?» sbottò Saeko. «A un compleanno vi metterete davvero a giocare a pallavolo? Magari vi presenterete pure con le divise!»

«E perché no?» ribatté Tanaka, inclinando la testa di lato. «Il torneo Shōyō Hinata non suona neanche male.»

In quell’istante, sia Yachi che Saeko sembrarono possedute da un demone infernale.

«Assolutamente no!» esclamarono all’unisono.

«Ah, sapete!» intervenne Mei, illuminandosi improvvisamente in volto. «Asahi mi ha detto che verrà anche la vostra ex manager... Shimizu, giusto?»

Nel preciso istante in cui pronunciò quel nome, le orecchie di Tanaka e Nishinoya parvero drizzarsi di colpo.

«Avete ragione. A una festa di compleanno non sarebbe elegante buttarci nella mischia quando tutto sarà addobbato per ospitare un evento importante come il compleanno di un amico» dichiarò Ryunosuke Tanaka, assumendo all’improvviso un tono sorprendentemente maturo e raffinato.

«Lasciamo pure a quei buzzurri il piacere di rotolarsi per terra, impolverarsi e sudare» aggiunse Yu Nishinoya con gli occhi socchiusi e un sorriso morbido sulle labbra. «Noi ci dedicheremo all’ospite d’onore.»

Le tre ragazze fissarono la scena con totale sconcerto. Non si sa come - forse erano trasformisti e non l’avevano mai confessato a nessuno - ma ora i due indossavano candidi smoking bianchi. Tra le dita tenevano una rosa che, con gesti teatrali ed eleganti, si avvicinavano lentamente al volto per annusarne il profumo.

Un raggio di sole li investì in pieno, mentre una pioggia immaginaria di scintille sembrò esaltare ancora di più la loro assurda entrata in scena.

«Vi ricordo che, tecnicamente, il compleanno sarebbe di Hinata...» balbettò Saeko con un filo di voce.

«Beh... non potete dirci che verrà Shimizu e aspettarvi che reagiamo normalmente!» protestò Nishinoya.

«Il mio serafino!» aggiunse Tanaka con gli occhi pieni di commozione.

Mei era probabilmente la più confusa di tutti, ma ormai era stata completamente travolta dalla curiosità. «Deve essere davvero una persona straordinaria...» mormorò.

«Sì, lo è. Assolutamente.» Questa volta intervenne Yachi, arrossendo leggermente. «Mi ha conquistata fin dal primo giorno. Non solo per la bellezza, ma proprio per la sua sicurezza, la sua genuinità, le sue incredibili capacità organizzative... praticamente, ovunque vada, tutti finiscono per voltarsi a guardarla.»

Mei rimase sinceramente colpita da quelle parole. Se ammirava Shōyō Hinata per il suo spirito solare, la sua energia inesauribile e le sue capacità sul campo, quella ragazza, anche solo dai racconti, sembrava incarnare tutto ciò a cui lei poteva soltanto aspirare.

Deglutì piano, cercando di mantenere un tono naturale davanti agli altri.

«Qual è il cibo preferito dell’ex manager?» domandò.

«Il tenmusu!» risposero immediatamente in coro Tanaka e Nishinoya.

Saeko li fissò con i capelli quasi rizzati dall’inquietudine e una vena pulsante sulla mano. «Ragazzi... fate paura.»

«Bene, allora so prepararlo!» disse Mei con un sorriso timido. «Se volete posso insegnarvelo. Non è difficile, così potrete offrirglielo.»

«Divina Sachiel!» esclamò Nishinoya, afferrandole le mani e fissandola con uno sguardo colmo di devozione mistica.

A quel gesto così spontaneo, Mei diventò rossa come un peperone. Sentì addirittura il cervello andare in ebollizione.

«Ma sei sicura?» chiese Yachi. «Stai già lavorando al cartellone... e poi quando troverai il tempo per comprarti un vestito?»

«Forse ne ha già uno pronto per l’occasione» osservò Saeko.

Mei fece un piccolo salto sul posto. «M-ma... ma perché? Credevo saremmo stati tutti in tuta, tanto staremo in palestra!»

Per Yachi e Saeko quella frase fu più che sufficiente. Senza perdere un secondo, afferrarono Mei ciascuna per un braccio e iniziarono a trascinarla via con decisione.

«Tanaka, stavolta riordina tu la cucina. Noi abbiamo da fare» decretò la ventenne bionda.

«E la nostra lezione di cucina?» domandò esitante Tanaka, tendendo appena una mano verso di loro.

Le due ragazze girarono lentamente il collo di centottanta gradi come gufi... o forse più come la bambina de L'esorcista, considerando lo sguardo inquietante e infuocato che avevano assunto.

«Apri WeTube e cercati la ricetta da solo. Mei è nostra!» sentenziò Saeko con tono imperativo, prima di chiudersi la porta alle spalle con un colpo secco.

Tanaka e Nishinoya passarono così l’intero pomeriggio tentando di realizzare il tenmusu perfetto. Mei aveva acceso in loro l’ispirazione e i due si erano convinti che non esistesse modo migliore di conquistare una donna se non prendendola per la gola... rigorosamente in senso culinario.

Recuperarono i grembiuli lasciati dalle ragazze e, mettendosi in posa come dei veri Power Rangers - con una scatola di alga nori in una mano e quella del riso nell’altra - si caricarono a vicenda prima di iniziare la loro missione.

Per quando Saeko fosse tornata, avrebbero imparato quella ricetta alla perfezione. E già che c’erano, magari avrebbero persino preparato loro i famigerati cioccolatini a forma di corvetto.

Sì. Mossi dall’amore e dalla devozione verso la loro manager, avrebbero conquistato anche quella vittoria sul campo. Anche senza pallone, e senza bisogno di saltare verso il cielo.

Quando il sole ormai era scomparso dietro le colline, la cucina sembrava il teatro di una catastrofe culinaria. Pentole sporche, riso sparso ovunque, schizzi d’olio e stoviglie accatastate occupavano praticamente ogni superficie.

Eppure, i loro visi unti e gli sguardi esausti raccontavano chiaramente il risultato della battaglia: sul tavolo troneggiavano due tenmusu praticamente perfetti, tanto belli da sembrare quasi luminosi.

Proprio in quell’istante si sentì la porta d’ingresso aprirsi.

«Ah, eccoti! Tranquilla, adesso sistemo, ma guarda che capol...»

La voce di Tanaka si spense all’improvviso in gola.

Saeko Tanaka aveva lasciato cadere distrattamente le chiavi nella ciotola all’ingresso e, stringendo alcune buste tra le mani, stava avanzando a passo rapido verso la sua stanza senza nemmeno guardarli.

«Che succede, sorellona?» domandò Nishinoya, sollevando un sopracciglio.

«Succede che la società moderna fa schifo, ecco!» sbottò lei.

E detto questo, si chiuse in camera con una porta sbattuta tanto forte da far tremare leggermente il muro.

🏐🏐🏐

Asahi Azumane aveva appena ricevuto le misure di Kiyoko Shimizu, insieme ad alcune fotografie in bikini - frontali e di profilo - utili per studiarne meglio le proporzioni. Preso da un entusiasmo che non sentiva da tempo, si era subito messo al lavoro, facendo calcoli e schizzi per realizzare il modello in scala dell’abito e comprenderne al meglio le linee.

Shimizu aveva una figura a clessidra, ma ciò che colpiva maggiormente erano le gambe lunghe e toniche - del resto, ai tempi del liceo praticava salto a ostacoli. Le spalle strette e il collo slanciato, quasi “alla Modigliani”, contribuivano a renderla incredibilmente elegante.

Era, senza alcun dubbio, la figura perfetta.

Creare un abito basato su di lei e presentarlo all’esame gli avrebbe probabilmente garantito un trenta pieno.

E, soprattutto, sentiva finalmente di aver ritrovato la voglia di creare.

Proprio in quel momento il telefono iniziò a squillare. Sul display comparve il nome di sua cugina, Mei.

«Pronto?» rispose lui, con una punta di sorpresa nella voce.

«C-cugino... scusa il disturbo...»

La voce di Mei era spezzata, quasi tremante, come se fosse profondamente agitata per qualcosa. Questo bastò a far corrugare immediatamente la fronte ad Asahi.

«So che sei impegnato... però... ecco...» esitò lei. «Visto che disegni vestiti... per caso ne avresti uno anche per me?»

«C-cosa? Uno per te?» ripeté lui, spiazzato.

«S-sì... per la festa...» mormorò Mei con imbarazzo. «Io non ho un vestito adatto.»

«Mi dispiace, ma non ho nulla» rispose Asahi con un certo imbarazzo, massaggiandosi distrattamente una guancia mentre tornava a concentrarsi sui bozzetti sparsi davanti a lui. Nei suoi occhi aleggiava una chiara urgenza: Mei lo aveva interrotto proprio nel pieno del flusso creativo.

«Scusa, ma perché non vai a fare shopping con Yachi? Ormai siete diventate amiche, no?»

Dall’altra parte della linea si sentì un singhiozzo trattenuto.

«Ci siamo andate...» mormorò Mei. «Ma per me non c’era niente.»

«Niente che ti piaceva?» chiese Asahi, mentre un rapido tic gli attraversava il viso.

«Niente che mi entrasse» sospirò lei. «Sembra che per il mio corpo esistano solo tute o vestiti da signora... una commessa mi ha persino liquidata dicendomi di andare in un negozio di taglie forti, perché lì arrivavano solo fino alla medium... e a me serviva una extra large.»

Asahi rimase in silenzio per parecchi secondi. Un silenzio abbastanza lungo da spingere Mei a chiedergli esitante se fosse ancora in linea.

Il ragazzo sorrise appena, in uno di quei sorrisi vuoti che si fanno più per abitudine che per reale serenità, anche se lei non poteva vederlo.

«Mi dispiace... certa gente viene assunta coi bollini del supermercato» cercò di scherzare debolmente. «Però davvero, non posso aiutarti. Mettiti un paio di jeans... anzi, visto che staremo in palestra, tanto vale venire direttamente in tuta. Vedrai che finiremo tutti per sporcarci nel giro di cinque minuti.»

Questa volta fu Mei a restare in silenzio un istante di troppo.

Poi sospirò ancora. «È solo che... per una sera, sapendo che le altre avranno tutte un vestito... ecco... non mi andava di presentarmi in tuta.»

La sua voce si fece sempre più bassa.

«Però hai ragione tu... scusa il disturbo. Ti lascio al tuo studio. Buonanotte.»

E riattaccò prima ancora che Asahi potesse risponderle.

Il ragazzo rimase a fissare lo schermo del telefono spento, sentendo un peso scomodo depositarsi lentamente sulle spalle.

Aveva davvero fatto bene a reagire così?

In fondo, indossare un vestito elegante in una palestra non aveva alcun senso. Conoscendo Shōyō, sarebbero finiti tutti a correre, sudare e giocare dopo appena mezz’ora. Inoltre, la pressione degli esami lo stava schiacciando sempre di più, togliendogli quasi il respiro. Non aveva davvero il tempo mentale per occuparsi anche del vestito di sua cugina.

Provò sinceramente a convincersene.

La lampada sulla scrivania sfarfallò appena, attirando la sua attenzione.

I disegni del modello ispirato a Shimizu lo stavano ancora aspettando.


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