Vai al contenuto principale

← Germoglio

Creato il 11/06/2026, 23:28 · Aggiornato il 11/06/2026, 23:28

Capitolo 7: Kaizen

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Bullismo
  • Copertina AI
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

Nessuno nota il momento esatto in cui un albero fiorisce, né il secondo preciso in cui una goccia d’acqua scava la roccia. Eppure accade. Cambiamo così, un respiro alla volta, senza fare rumore. Questa è la via del Kaizen: non una rivoluzione improvvisa che squarcia il cielo, ma il coraggio silenzioso di fare un unico, minuscolo passo avanti ogni singolo giorno. Perché la vera meraviglia non sta nel raggiungere la perfezione, ma nel coltivare, con pazienza infinita, il piccolo frammento di bene che si nasconde dentro ogni imperfezione.

Quel primo giorno di allenamento con il Karasuno fu per Mei una ventata d'aria fresca, per quanto non si aspettasse di certo di ricevere un trattamento di favore.

Anzi, gli esercizi erano anche forse più duri, benché la tecnica di base fosse la medesima di quella femminile. La prima differenza era l'altezza della rete, poi c'era il focus orientato principalmente all'esplosività e la potenza e molto più basato sull'attacco per ottenere dei punti diretti.

La ragazza, infatti, si rese subito conto, molto più di qualche giorno prima quando si trovava esterna al campo, della forza impressa dai suoi compagni. Poté vedere chiaramente i loro muscoli flettersi e distendersi alle loro schiacciate, nonché il rapido movimento delle gambe. Non avevano nemmeno timore di lanciarsi con tutto il corpo, anche a costo di scivolare per metri lungo il pavimento, pur di recuperare il pallone.

C'era inoltre un'altra differenza che all'apparenza poteva non essere significativa, ma che per gli equilibri di una squadra lo era: ognuno di loro si incitava a vicenda per dare il meglio, ma allo stesso tempo erano tutti rivali, così che fossero spinti a superarsi tra di loro, soprattutto se ricoprivano lo stesso ruolo. Come Tsukishima ed Hinata, ad esempio, ed inevitabilmente finivano per prendersela con Kageyama, accusandolo di favorire l'uno o l'altro.

Stufo di quelle lamentele, Kageyama decise di uscire momentaneamente dal rettangolo di gioco per prendersi una pausa. «Mi pare che abbiamo anche un palleggiatrice. Fatevi servire da lei allora e non stancatemi, siete voi a non essere degni delle mie alzate.»

«Maledetto re desposta.» Disse a denti stretti Hinata, mentre lo fulminava con lo sguardo, ma venendo totalmente ignorato dal compagno.

Poi sia lui che Tsukishima si voltarono entrambi verso Mei che improvvisamente si sentì investita da un'aura opprimente.

«Mei, servi il tuo sensei per primo.»

«No, fai prima me, questo qui ha schiacciato abbastanza.»

Mei, presa totalmente dall'imbarazzo non seppe che rispondere, ma per fortuna intervenne Yachi, mettendosi al suo fianco. «Fate uno e uno e smettetela di fare i mocciosi arroganti!»

In quel momento, per la quattordici, la vista di Yachi fu uguale a quella di un angelo. Ora capiva i sentimenti di Nishinoya e di Tanaka.

«Uff... va bene, facciamo così.» Disse Tsukishima, facendo spallucce. «Yachi, le lanci tu stessa a Mei e lei ce le alza, va bene per entrambe?»

Entrambe risposero affermativamente.

Tuttavia, tra il dire ed il fare, la questione non era così semplice. Mei avrebbe dovuto alzare molto in alto, dato che con Kageyama c'erano circa venti centimetri di differenza, di conseguenza per qualcuno dell'altezza di Tsukishima o per i salti di Hinata, doveva fare in modo che la palla fosse più alta della rete. Questo voleva dire anche un controllo quasi assoluto della forza impressa e della traiettoria.

Il problema era anche nella ricezione della palla stessa. Al di là delle poche volte in cui Yachi sbagliava a passare il pallone, per il resto stava a Mei calcolare il momento giusto per intercettarla e quindi passarla rapidamente agli schiacciatori.

Purtroppo, il più delle volte la prendeva male e le sfuggiva o la rilanciava storta o non abbastanza alta perché i ragazzi potessero poi mandarla dall'altra parte.

Ben presto iniziò a sudare freddo, notando come i sorrisi di entrambi si stessero facendo più tirati, era percepibile il loro desiderio di dare sfogo a tutta la loro forza, ma la ragazza li rallentava, non permetteva loro di sfruttare al meglio le loro potenzialità... una zavorra.

«Sembra che qui ci sia da lavorare un bel po'.» Commentò Kageyama, spuntando alle sue spalle.

Voltandosi, la ragazza osservò il suo volto impassibile e severo.

«Mi... mi dispiace...» rispose lei, abbassando lo sguardo.

«Che mi importa del tuo dispiacere, vuoi migliorare oppure no?»

«C-certo che voglio farlo,» rispose lei, con voce sempre più esitante. Strinse gli occhi, come si aspettasse qualche ulteriore rimprovero... ma da Kageyama non arrivò nulla di tutto questo.

«Posso prenderti le mani?»

Mei drizzò la schiena, improvvisamente arrossita. «C-cosa e perché?»

Il ragazzo rimase con la stessa espressione. «Per mostrarti la postura, ovvio. Allora, posso farlo?»

«V-va bene...»

«Yachi, al mio via passacene un'altra,» disse, per poi chinarsi così da prendere le mani di Mei e con le dita sistemare meglio le sue.

«Vedi? L'ho notato subito, tu o le tieni troppo aperte o troppo chiuse. Ma questo deve essere un gesto che deve intercettare, accompagnare e rilanciare. Non devi né farla rimbalzare su di esse, né trattenerla. Nel primo caso perdi il controllo della sua direzione, nel secondo fai perdere potenza al lancio.» Poi le fece piegare i gomiti su e giù. «E questo è il movimento. Devi coordinare le braccia, non sono le mani a lanciare, ma le spalle che danno stabilità ed i gomiti che imprimono la spinta.»

Mei ingoiò saliva, mentre Kageyama utilizzava le sue braccia come fosse un burattinaio. Sapeva, però, che non doveva cedere all'imbarazzo di quel contatto così ravvicinato. Il suo compagno le stava dedicando del tempo e lei di quell'insegnamento doveva trarre tutto il possibile.

«Yachi, ora vai!»

La manager lanciò di nuovo la palla. Il lancio era abbastanza stabile, né troppo in alto, né troppo in basso. La palla ricadde quasi al punto esatto ove Mei e Kageyama si trovavano.

Mei rimase incredula, nel momento in cui il ragazzo agì come un solo corpo. Grazie al suo occhio calcolatore, aveva già intuito la direzione della palla e quata forza imprimergli per sollevarla abbastanza in alto.

«Piega di più le dita,» gli disse rapidamente.

Mei eseguì e in quell'istante Kageyama le piegò le braccia e le ridistese. La palla arrivò proprio no nell'estensione massima ma a metà, così che distendendo del tutto gli arti, questo poté fungere da spinta per sollevare di nuovo la palla.

«Bene!» Esclamò Hinata che prese la rincorsa per schiacciare.

Il passaggio presentava ancora delle inesattezze, ma questa volta la palla passò senza problemi. Fosse stata una partita, qualcuno l'avrebbe sicuro intercettata, ma poi lì sarebbero sorte altre dinamiche.

Kageyama non si limitò a quell'unica volta e man mano continuava a spiegare a Mei la postura, come muoversi e la gestione della forza.

I palloni volarono dall'altra parte sempre più precisi, sempre più letali. Persino passarla a Tsukishima divenne più facile.

La palla volò in alto, ruotando appena su sé stessa. Mei e Kageyama ne seguirono la traiettoria, avrebbe fatto una piccola parabola, ma poi sarebbe cascata quasi verticalmente. Un momento perfetto per un palleggiatore.

Di nuovo le braccia si piegarono, lo stesso fecero le gambe per dare ulteriore slancio e stabilità. Estensione...

In quel momento Kageyama fece un passo indietro, lasciando andare le mani della ragazza. Quest'ultima, presa dalla concitazione non se ne accorse subito, il suo sguardo era unicamente concentrato sul suo luogo sicuro: il pallone stesso.

Tocco. Alzata.

Hinata corse in avanti e rapidamente schiacciò il pallone che finì dall'altra parte con uno schiaffo secco.

«Ottimo passaggio, Mei!» Esclamò il dieci del Karasuno, sollevando il pollice, raggiante.

«No, no mai io non fatto niente di ché!» Si affrettò a rispondere la ragazza, grattandosi la nuca, imbarazzata.

«E invece lo hai fatto. Quell'alzata avrebbe permesso allo schiacciatore di fare punto,» disse Kageyama con le braccia incrociate.

«Fidati, se te lo ha detto lo scorbutico, puoi stanne certa» si affrettò Hinata a dire, all'orecchio di Mei.

Kageyama gli schiaffò un pallone sulle natiche, facendolo ululare dal dolore.

«Questo è ciò che si meritano le pettegole!»

«Grazie mille, Kageyama» disse Mei, porgendogli un inchino, sinceramente grata del suo aiuto.

Ancora una volta però il ragazzo rimase fermo sul suo posto, ma questa volta distolse per un attimo lo sguardo. «Mi ringrazierai davvero, se ora mi mostrerai ciò che hai appreso.»

Mei annuì e subito si voltò per richiamare l'attenzione di Yachi e dei due schiacciatori, per esortarli a riprendere.

Takeda e Ukai avevano osservato tutto da lontano e non poterono non sorridere con orgoglio verso quei ragazzi che si dimostravano così leali l'uno con l'altro.

«Sembra che stia venendo su proprio una bella generazione.» Commentò il professore.

«Io non credo sia questione di generazioni» osservò invece Ukai «piuttosto è circondarsi delle persone giuste, la cosa più importante. Chi vuole crescere accanto a te e non rubarti la linfa vitale per prosperare.»

Mei si piegò di nuovo, cercando di seguire la traiettoria della paga, poi si distese, con le mani leggermente a conca ma non troppo. Cercò con la memoria tattile di ricordare il modo in cui Kageyama la teneva ed il movimento che le faceva fare, solo che ora non doveva affidarsi alla sua forza. Le energie impiegate erano tutte sue e tali doveva imprimere per ottenere una discreta alzata.

Tsukishima corse in avanti, saltò al momento giusto facendo sgommare leggermente le suole e poi si elevò in tutto il suo metro e novanta. La schiena si inarcò appena e le lenti dei suoi occhiali catturarono i riflessi dei faretti.

Un unico fluido movimento che per un attimo sembrò tenerlo sospeso nel tempo e nello spazio, almeno finché il braccio non si mosse in avanti e la mano toccò la palla.

Uno schiaffo netto e preciso.

I presenti si congratularono con lui per la sua ottima prestazione.

«Grazie anche te, Mei. Hai avuto un tocco delicato, non troppo rapido e questo mi ha dato il tempo di prendere un respiro e organizzare meglio le forze.»

Le mostrò poi il pollice in alto con un lieve sorriso e Mei lo sollevò a sua volta, colma di soddisfazione.

Kageyama rientrò dalla pausa e ora fu di nuovo il suo turno di fare le alzate.

Si scambiò una rapida occhiata con Hinata e bastò quello perché i due si allineassero all'istante. Quei due insieme formavano un'entità unica e ancora una volta ebbero modo di dimostrarlo ai loro compagni.

La palla volò in alto, attraversando la luce dei faretti, poi ricadde in una curva.

«Vola in alto» sentì Mei uscire appena dalle labbra di Kageyama, un attimo prima di alzare il pallone per il numero dieci.

Quest'ultimo era già a mezz'aria, compiendo un salto che superava la rete stessa e in quel momento negli sguardi di tutti presenti passò un'unica visione: sulla schiena di Hinata erano spuntate delle ali nere.

E come un rapace che punta la preda, anche lui puntò il suo obiettivo in maniera chirurgica.

La palla quasi non si vedette, quando il ragazzo la schiaffò dall'altra parte, finendo sull'angolo destro del campo opposto. Sarebbe stato indubbiamente punto, anche se ci fosse stato un avversario a cercare di intercettare l'attacco.

Non appena tornò con i piedi a terra, Tanaka gli fu subito addosso, quasi cercando di cavalcarlo, ma essendo più massiccio e più pesante, Hinata si sbilanciò immediatamente. Tuttavia l'entusiasmo non si arrestò. Con schiacciate del genere, non solo il ritiro, ma le stagionali stesse sarebbe state una passeggiata.

Mei osservò tutto questo in disparte, ma sorridente, mentre si portava le mani al cuore. Quei ragazzi erano davvero una gioia per gli occhi, con tutta la loro energia ed il loro entusiasmo. Anche lei, anche lei avrebbe tanto poter vivere una cosa del genere con le sue compagne di squadra della Shiroi Chō... ma il pensiero intrusivo, doloroso come uno spillo, le disse che se lo avesse fatto, probabilmente si sarebbero scansate, schifate da quel contatto.

«Mhm? Mei, come mai stai piangendo?» Nishinoya, con le mani sui fianchi, si mise accanto a lei, sporgendosi appena con la schiena.

Non se ne era resa conto nemmeno lei. Ma per cosa erano dovute quelle lacrime? Alla gioia di vedere così tanta allegria o alla quasi consapevolezza che tutto questo a lei sarebbe stato negato?

«Scusa... che stupida...» disse, mentre cercava di asciugarsi con il colletto della t-shirt nera.

Nishinoya le posò una mano sulla spalla, sorridendo incoraggiante. «È uno sport magnifico, vero? La pallavolo. Quante emozioni può regalarti. Quando sei sul quel rettangolo, vengono tutte racchiuse in quei pochi istanti e quando infine quel pallone atterra dall'altra parte, ecco che esse esplodono.» Poi guardò verso dove Tanaka stava facendo ancora baldoria con Hinata. «Per non parlare quando vediamo la soddisfazione negli occhi dei nostri amici.» Tornò su di lei e ampliò ulteriormente il sorriso fino a mostrare tutta l'arcata dentaria. «Effettivamente commuove quasi, beata te che sei una ragazza e puoi esprimerlo apertamente.»

Mei lo guardò quasi incredula, non poteva credere che potesse tirar fuori certe perle, ma effettivamente non lo conosceva abbastanza. Gli sorrise e finalmente le lacrime non scesero più. «Tu, invece, come esprimi tutto questo?»

Lo sguardo di Nishinoya si illuminò... o meglio, quasi prese fuoco, mentre il corpo si stava già caricando. «Hi-na-ta!» Così come nel campo di gioco, il ragazzo con ciuffo biondo sulla fronte, scattò in avanti rapidissimo e si unì all'ammucchiata, prendendo per le spalle l'amico dai capelli rossi e utilizzandolo come leva per saltare sul posto.

Ukai dovette prenderli letteralmente per le magliette per staccare quei casinisti e disse apertamente che il prossimo anno avrebbe insegnato alle femmine, almeno non avrebbe dovuto allenare una squadra di babbuini.

L'allenatore era riuscito appena in tempo a riportare tutti in riga e rimetterli a lavorare, quando improvvisamente una musica, che ricordava quella di una sagra di paese, con poche note ripetute, composta da trombette e tamburi taiko, riuscì a spezzare quel poco equilibrio ristabilito.

«È appena entrato il circo nel cortile?» Borbottò Ukai, che fece per affacciarsi, ma dovette scansarsi all'ultimo per non essere travolto dalla banda capeggiata da Saeko, una ragazza sulla ventina bionda e con i capelli corti. Indossava un abito tradizionale smanicato nero e con i bordi arancioni, una fascia nera alla testa e delle polsini del medesimo colore. Con lei c'erano anche altre persone vestite allo stesso modo, che battevano i tamburi e altri ancora che invece indossavano dei kimono arancioni, con sopra riportate diverse scritte, tra cui il loro motto "Vola".

«La tifoseria del Karasuno a rapporto!» Annunciò Saeko, con un occhio che scintillò, catturando il raggio di sole proveniente dall'ingresso.

«MA CHE CA... ACCIDENTI CI FATE QUI?» Tuonò Ukai, fuori di sé.

Ryūnosuke Tanaka diede loro le spalle. Forse se la sorella non lo vedeva, non si sarebbe accorta della sua presenza.

«Pelato, guarda che ti vedo benissimo!»

«Non sono pelato, sono rasato!» Sbraitò il numero cinque, girandosi di scatto.

«Mi scusi, signor Ukai, è vero, me ne ero completamente dimenticato!» Intervenne Takeda, asciugandosi il sudore sulla tempia con un fazzoletto.

«Che ci fanno questi qua?» Ukai era diventato un fascio di nervi.

«Solo una strategia che voglio provare, le ricordo che ai nazionali estivi ci ritroveremo l'Inarizaki e sicuramente utilizzeranno quel metodo scorretto della tifoseria molesta. Ci ha dato qualche gatta da pelare, vorrei cercare di rendere più resistenti i ragazzi a rumori esterni e a cori svilenti.»

«Ed io Saeko Tanaka, in quanto capo della tifoseria del Karasuno, farò tutto il possibile.» Disse la giovane donna, battendosi un pugno sul petto. «Servirà anche a noi per farci sentire per bene»

«Questa poi... non si è mai visto in un allenamento di nessuno sport...»

«Beh io fino all'anno scorso di pallavolo non ci capivo niente.» Ridacchiò Takeda. «Perciò non sono ancora così assuefatto al "classico".»

«Avanti, ragazzi, abbiamo solo quest'ora! Diamo fiato ai polmoni, spacchiamo le orecchie di questi mocciosi!» Ordinò Saeko al suo gruppo, che immediatamente si diresse verso l'area palco dedicata al teatro. Guardò poi il fratello e fece un sorriso sornione. «E non risparmiatevi con gli epiteti.»

A Tanaka corse un brivido freddo lungo la schiena, ma non lo dette a vedere. «Potrai dirmi ciò che ti pare, sono ignifugo agli insulti!»

Saeko probabilmente aveva previsto una risposta del genere, quindi lesta estrasse dalla tasca un biglietto. «Ho fatto un elenco dei tuoi momenti più imbarazzanti dall'infanzia ad oggi... voglio proprio vedere!»

«Mostroooo» urlò lui, diventando bianco.

Nishinoya rise sotto i baffi. «Ora sono proprio curioso»

«Ovviamente, Nishinoya, ne ho anche per te!» Disse la ragazza. «In effetti ne ho un po' per tutti!»

I ragazzi rabbrividirono, vedendo lo sguardo malefico di Saeko, accompagnato anche da quello di Shimada e Takinoue, i suoi due vice.

Ukai sospirò. «E va bene, proviamo questa bizzarra strategia,» disse a Takeda, incrociando le braccia, per poi guardare verso i giocatori che si disponevano sul campo. «In effetti, per ora vi siete sempre mossi in ambienti sicuri, ma la concentrazione dovrete saperla gestire anche in situazioni ostili. Ogni pubblico è a sé e non tutti sanno essere rispettosi.»

«Shimada... ricordati che sono il tuo kōhai,» provò a dire Yamaguchi, mentre si metteva in posizione di servizio.

L'uomo dai capelli neri a caschetto si sistemò meglio gli occhiali sul naso e per un attimo la luce li appannò. «Mi dispiace, ragazzo, per questa sera niente maialini dello Shimada Mart. Solo salsicce con il tuo ego.»

Yamaguchi divenne viola in viso e chinò di colpo il capo. «Ma quale ego...»

L'aria si fece subito pesante. Sapevano che rimanevano pur sempre loro amici e quindi non avrebbero mai usato parole che potessero davvero ferirli, ma probabilmente sarebbero uscite questioni imbarazzanti, di quelle in cui si spera finiscano nel dimenticatoio, almeno in quello di chi si ha intorno.

«Scusi, signor Ukai» disse Saeko, vedendo Mei a bordo campo «chi è quella ragazzina? Non è della nostra scuola, con quella divisa.»

«È la cugina di Azumane, si allenerà con noi per qualche tempo.»

Saeko alzò un sopracciglio, alquanto confusa. «Dovremmo riservarle lo stesso trattamento?»

«I miei allievi sono tutti uguali» rispose l'allenatore, con sguardo serio.

Non appena il suono del fischietto si diffuse nell'aria, prima ancora che Narita potesse andare con una schiacciata, il caos esplose in quella stanza. Trombette, tamburi battuti a più non posso, urla senza senso, solo per il gusto di far rumore ed essendo la palestra del Karasuno decisamente più piccola, rispetto ai palazzetti dove normalmente si terrebbe un torneo, il suono rimbalzò e si ampliò ulteriormente.

Narita provò ad eseguire una schiacciata, ma quel caos rimbombante quasi non gli fece sentire i suoi stessi piedi, mentre avanzava. Non se la sentì di saltare, non credeva di avere abbastanza stabilità, quindi si cimentò in una schiacciata appena sufficiente.

«Una facile!» Urlò Tanaka, mentre si preparava a ricevere con il bagher.

«Tanaka a tre anni ha mangiato la cacca del coniglio, credendo fossero cioccolatini!»

L'urlo di Tanaka imbarazzato, gli fece perdere completamente di vista il suo obiettivo e la palla gli cadde accanto.

Tutti quanti dovettero dare fondo alle loro forze per non scoppiare a ridere lì sul momento.

Narita prese un profondo respiro, toccando di nuovo a lui, ma non appena Ukai fischiò di nuovo, strizzò gli occhi ed i denti, colto di sorpresa da quel continuo suonare di quelle trombette. Un paio di tifosi avevano rispolverato persino le vuvuzela dei mondiali di tre anni prima, producendo un suono prolungato e fastidioso che entrava dritto nei timpani.

La palla non superò la rete.

Toccò così a Yamaguchi, che avendoceli proprio di spalle, si sentì subito ronzare la testa, ma provò a concentrarsi su un punto preciso di fronte a sé, come Shimada gli aveva insegnato l'anno prima.

«Una volta Yamaguchi ha sognato di abbracciare la versione femminile del logo del porcellino!»

«Ma non è vero!» Si voltò di colpo, proprio verso colui che gli aveva fatto da mentore, completamente rosso in viso.

Anche se non era vero, aveva funzionato ed il pinch server non riuscì nemmeno lui a superare la rete.

Più andavano avanti e più i tifosi ci provavano gusto a prendere in giro i giocatori del Karasuno, i quali sapevano che dovevano concentrarsi sul pallone, ma tra le frasi imbarazzanti ed il rumore, era quasi impossibile trovare la giusta concentrazione. Non importava nemmeno che quelle dicerie avessero un fondo di verità o meno.

«Nishinoya un giorno ha fatto indigestione di ghiaccioli e si è chiuso in bagno in gita»

«Ad Ennoshita è uscito uno spaghetto dal naso starnutendo»

«Hinata è corso in bagno alla prima sua partita.»

Arrivò il turno di Mei di andare in battuta, ma essendo praticamente una sconosciuta per i tifosi, l'unica cosa che poterono fare era cercare di intralciarla con il rumore.

Questo, però, non funzionò. La ragazza si piegò e lanciò la palla con una battuta dal basso.

«Una facile!» Urlò Baki, che si preparò ad intercettare, palleggiando.

«Baki non dorme senza la sua coperta con gli orsetti!»

«Ma come avete fatto a...!»

Quella frase distrasse il primino, che cadde all'indietro di sedere, perdendo così la palla.

Toccò così di nuovo a Mei, che si cimentò di nuovo in una battuta dal basso. La palla volò e fece una parabola stretta e quasi cadde verticalmente, come se stesse perdendo di potenza improvvisa.

Stavolta Baki riuscì ad intercettare e a palleggiare a Kageyama, il quale alzò ad Hinata per compiere una delle solite veloci.

«Non te lo permetterò!» Tsukishima saltò al momento giusto e la palla schiaffò contro i suoi palmi per poi volare indietro.

Narita provò a prenderla col pugno, ma non fece in tempo e così finì a terra, dentro il campo di gioco.

«Ci dobbiamo inventare qualcosa per la ragazza, il solo rumore non funziona» sussurrò Takinoue a Saeko.

Saeko la scrutò per un attimo, portano la mano al mento e assottigliando lo sguardo. Poi si batté il pugno sul palmo. Aveva trovato.

«Sapete che Mei a Tokyo è entrata in un negozio dicendo 'Mei-be' e le hanno dato del cibo per gatti?»

Qualcuno dovette trattenersi, portandosi la mano alla bocca, Hinata aveva letteralmente le lacrime per lo sforzo. Ma al fischio di Ukai, la ragazza batté lo stesso.

I giocatori intercettarono il pallone, ma Murogama venne preso alla sprovvista dall'ennesima battuta di Saeko e sbagliò la direzione della palla, che finì fuori dal campo.

Saeko strinse i denti, ancora una volta toccava alla giocatrice della Shiroi Chō, ma mostrò un sorriso determinato. Aveva ancora delle cartucce.

«Sapete che Mei è andata in un ristorante di sushi, ha urlato 'Mei-day!' perché non sapeva usare le bacchette e hanno attivato l'allarme antincendio?»

Stavolta fu Ukai a lasciarsi a un getto di risata che anziché fischiare gli fece fare il risucchio.

Nemmeno questa volta, però, Mei si fece distrarre e di nuovo la palla attraversò la rete.

«Ma è sorda?» Si lamentò Saeko.

«Credo abbia semplicemente capito il metodo.» Disse Ukai, girandosi e alzando lo sguardo verso la ragazza. «Tutti gli altri si concentrano sul rumore e sulla tremarella di ciò che potrai dire, lei invece si è isolata mentalmente.»

«Cos'è una monaca zen?» Chiese Saeko, alzando un sopracciglio, ma poi si incupì leggermente, ricevendo come risposta un'espressione pensierosa da parte dell'allenatore.

«No... è solo che ci è abituata.»

Questa volta fu la squadra di Hinata a fare punto e così finalmente la serie di battute di Mei terminò.

«Aaah Mei ma come hai fatto? Io questa notte avrò gli incubi!» Le disse Yamaguchi, aggrappandosi alle sue spalle, completamente viola.

«Dovete solo far finta che non stia parlando di voi» rispose lei con tranquillità. «Chi è quel Yamaguchi? Chi è quel Tanaka? E per il rumore, dovete solo concentravi sulla rotondità della palla e i suoi colori.»

«Fare finta che non siamo noi e concentrarsi sui colori della palla...» disse Nishinoya, per poi allargare il sorriso ed annuire. «Ok!»

Kageyama era anche lui riuscito ad isolare almeno il rumore e la sua battuta dall'alto fu impeccabile.

«Mia!» Urlò Nishinoya, intuendo la traiettoria del pallone.

«Nishinoya voleva fare il figo in hotel e ha chiesto la 'Nishi-No-Keya'... lo hanno lasciato fuori dalla stanza!»

Il ragazzo ignorò la battuta e si lanciò, intercettando il pallone che volò verso Tanaka.

«A Ryu la mattina puzzano i piedi!»

Nemmeno questo, però, funzionò. Tanaka fece un'alzata ed Ennoshita saltò per fare una schiacciata, segnando punto.

«Ma cosa...?» Saeko era senza parole.

La squadra di Ennoshita esultò, finalmente avevano segnato grazie a una buona coordinazione e non perché gli avversari avevano perso la palla a causa del disturbo esterno.

«Sorella, ricordati che me le sto segnando una a una!» Urlò Ryu a Saeko, voltandosi in un attimo d'impeto, con il fumo che gli usciva dal naso.

«Io con il mal di pancia da ghiaccioli? Ma no, Saeko, tu stai sbagliando persona.» Sventolò la mano Nishinoya e con l'altra toccandosi la guancia, autoconvincendosi che realmente non fosse mai successo.

Sentendo quelle parole, anche gli altri dal l'altro lato del campo cercarono di replicare lo stesso. Non era facile, soprattutto quando Saeko ed i suoi dicevano ad alta voce cose vere, ma poi si ricordarono anche che erano già riusciti a battere una squadra che permetteva questi loschi metodi per destabilizzarli, non sarebbe dovuto essere poi così diverso.

Gradualmente quindi ritrovarono la concentrazione, la palla divenne il loro punto fermo, le parole iniziarono a scivolare loro addosso come acqua. Alla fine, quel metodo permise di capire anche che ognuno di loro aveva una storia imbarazzante alle spalle e così il mal comune divenne un punto di sostegno reciproco.

Le prese in giro così divennero rumore di fondo, chi provava a scalfirli alla fine affievoliva sempre di più la sua voce. Il loro effetto non attecchiva più e così furono Saeko e i suoi compagni a ritrovarsi in imbarazzo, non trovando più nemmeno senso in quelle parole.

Continuarono allora con il provare a disturbare con tamburi e trombette, ma anche quello sembrò perdere di potenza.

Infine, crebbe come un'unica ondata collettiva, senza bisogno di dichiararlo. La musica iniziò a coordinarsi, le vuvuzela vennero messe da parte e invece degli insulti, i tifosi iniziarono a lanciare frasi d'incoraggiamento.

«Hinata è il futuro piccolo gigante

«Kageyama è il miglior palleggiatore della prefettura!»

«Kinoshita e Yamaguchi sono i top pinch server

«Ryu un giorno sposerà Shimizu!» Saeko voleva davvero, con questa frase, incoraggiare il fratello, ma forse aveva esagerato, perché ottenne solo un freeze da parte di Tanaka che così si beccò una pallonata in piena faccia. Questo sancì la vittoria della squadra di Hinata.

🏐🏐🏐

«La pressione è alta, ti senti forte / Ma hai tutto, credici / Quando cadi rialzati oh oh / E se cadi rialzati oh oh»

L'allenamento con doppia sorpresa era finalmente giunto alla fine ed i ragazzi, ancora entusiasti per aver superato i proprio limiti, presi da un attacco di nostalgia, si misero a cantare Waka Waka, la colonna sonora che aveva accompagnato i mondiali di calcio nel 2010. Si abbracciavano e si davano gomitate, mentre cercavano di ricordare quelle strofe, intonandole chi più chi meno con le proprie capacità sonore.

Le loro urla si sentivano anche fuori dallo spogliatoio e Ukai, Takeda e tutti gli altri ascoltavano quell'entusiasmo giovanile con un sorriso soddisfatto e comprensivo.

«Se ci portiamo così anche per tutto il periodo estivo, direi che riusciremo a classificarci anche quest'anno.» Disse Ukai, a braccia incrociate.

«Ah eccoti, Mei!» Disse invece il professore, vedendo la ragazza, assieme a Yachi, uscire dallo spogliatoio femminile. «Ti sei divertita, allora? Hai avuto qualche difficoltà?»

Mei scosse lentamente il capo, sorridendo. «Sono stata benissimo, grazie per questa occasione.»

«Ragazza, certo che ne hai di coraggio per allenarti in una squadra maschile!» Esclamò Saeko, facendosi avanti, con le mani sui fianchi e chinandosi leggermente verso di lei.

Mei ridacchiò nervosamente. «Ma no, sono tutti gentili e carini!»

«No, non parlavo di questo...» poi si portò una mano al naso, facendo una smorfia disgustata. «Parlo di quello che diventano a fine giornata. Tra di loro, penso siano assuefatti, ormai.»

Mei sorrise. «Allora è meglio che non ti faccio odorare il contenuto del mio zaino! Il mio sensei ha detto che è normale puzzare di sudore quando ci si impegna.»

«Il tuo sensei?» Chiese, con un grosso interrogativo in testa, per poi cercare lo sguardo dei due allenatori.

«Shōyō Hinata.»

«Ah questa, poi!» Esclamò Saeko, sinceramente stupita, poi sorrise, sollevando lo sguardo verso lo spogliatoio. «Ma quel ragazzo è pieno di sorprese e scommetto che anche quest'anno ce ne riserverà delle belle... sensei... perché no?»

«Domani hai l'allenamento con la tua squadra, giusto?» Chiese Yachi a Mei. Quest'ultima annuì. «Allora metticela tutta!»

Il tono entusiasta dell'amica, caricò di calore il suo petto e le prese le mani, come a suggellare quella promessa.

🏐🏐🏐

Il pomeriggio successivo, durante gli allenamenti, Mei entrò nello spogliatoio leggermente irrigidita. C'era sempre un'aura sinistra, quegli occhi se li sentiva tutti addosso. Era una sensazione quasi soffocante che si incollava come l'afa nel mezzo di una calda giornata d'estate.

Questa volta, però, il suo cuore aveva uno scudo: il sorriso dei suoi amici, le mani delicate di Yachi che stringevano le sue, lo sguardo gentile dell'allenatore Ukai e del professor Takeda. Persino l'entusiasmo di Saeko le era rimasto impresso, quelle battute con il suo nome le aveva trovate davvero divertenti.

«Mi raccomando, oggi allietami la giornata con un'altra figura di melma, cara Mei» disse Akane, ridacchiando, mentre usciva dallo spogliatoio. «Oggi quel rompi scatole del professor Shimura mi ha messo una nota e ho voglia di ridere un po'.»

Mei strinse con forza il lacciò della sua scarpa.

Quel giorno l'allenamento costituiva anche in una partitella tra di loro e Sakura si lasciò andare ad un sospiro avvilito, quando l'allenatore le assegnò alla sua squadra anche Mei. Erano sei precise, quindi non poteva neanche sperare in un cambio a un certo punto.

Sakura batté per prima, come sempre nella sua postura impeccabile, così come la sua schiacciata fulminea.

Kaori, però, conosceva le abitudini della compagna e con un bagher intercettò l'attacco. «Akane!»

Akane, nel suo ruolo di alzatrice, intercettò la palla e la sollevò alla compagna con un numero sette sulla maglia.

«Mia!» Dichiarò Sakura, bloccando la discesa del pallone con un bagher.

La palla volò verso l'alto, una parabola quasi verticale.

«Mia!»

La capitana batté velocemente le palpebre. Era stata davvero Mei a pronunciare quella parola?

Mei flesse leggermente le gambe. In quel momento cercò di ricordare Kageyama mentre la sorreggeva e l'aiutava ad accompagnare il movimento fluido. Mani sopra la fronte, aperte in modo da formare una coppa e utilizzando tutte e dieci le dita. Ammortizzare e spingere verso l'obiettivo.

«Himawari!» Disse poi, nel momento in cui la palla venne sollevata dalla ragazza.

La numero dieci vide il pallone ora di nuovo in aria, roteare preciso verso la sua direzione: c'era modo di prendere la rincorsa.

Come mossa da un istinto naturale, Himawari scattò in avanti e saltò. La schiacciata fu precisa e trovando spazio sulla laterale è lì che puntò e la palla andò a segno.

Le compagne si congratularono con lei, ma quest'ultima, dopo aver ringraziato si voltò verso Mei e le fece un lieve sorriso. «Ottima alzata.»

Mei rispose con un cenno del capo e un sorriso timido.

La partitella proseguì e quello non fu l'unico momento in cui la ragazza alzò la palla ad Himawari e le altre schiacciatrici e anche se non poteva considerarsi al pari di Kageyama, per quel giorno nessuno di loro la considerò più una zavorra, guardandola.

A fine lezione, mentre Mei usciva con il suo borsone in spalla, venne improvvisamente affiancata da Himawari.

«Mei, scusa, oggi il mio fidanzato non passa a prendermi. Posso chiederti di fare la strada con te?»

Mei guardò Himawari con espressione stupita. Il caldo sole estivo illuminava gli occhi scuri della giovane e le sue gote rosee.

«Io... beh... no, certo, mi fa piacere» rispose, stropicciando il bordo della giacca della divisa.

Himawari rispose con un bel sorriso allegro.

Mentre attraversavano il cortile, a un certo punto vennero superate da Sakura, che, però, si fermò un attimo prima di uscire definitivamente dal cancello.

«Azumane...»

Mei si irrigidì immediatamente, quando lo sguardo severo della numero dodici puntò dritto verso il suo.

«È stato il tuo sensei ad insegnarti?»

Mei si strinse nelle spalle, ma poi annuì. «Lui ed i suoi compagni del Karasuno.»

Sakura la studiò per un attimo, poi fece spallucce. «Ok.»

«Mei... ti senti bene?» Chiese Himawari, alzando un sopracciglio e chinando la testa leggermente di lato.

La numero quattordici si era come immobilizzata, con i pugni stretti lungo i fianchi. «Io... io...»Aveva lo sguardo basso, ma poi lentamente sollevò il mento, gli occhi erano lucidi. «Io credo che Sakura mi abbia appena fatto un complimento.»

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Sul capitolo in generale

  • Nessun commento generale ancora.

Accedi per commentare (email verificata).