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Creato il 08/06/2026, 12:23 · Aggiornato il 11/06/2026, 23:19

Capitolo 6: Iris giapponese - parte 3

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Bullismo
  • Copertina AI
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Nella palestra del Karasuno l’aria vibrava del rumore delle scarpe sul parquet e dei palloni che colpivano il pavimento con forza. Shōyō Hinata continuava a lanciarsi in attacchi improvvisi, seguito dalle alzate precise di Tobio Kageyama, mentre Ryunosuke Tanaka e Yu Nishinoya trasformavano ogni ricezione in una sfida accesa. Baki, Sanzo e Muronaga, le loro nuove leve, facevano il possibile per stare al passo dei compagni più esperti. Baki osservava il campo con uno sguardo fermo e concentrato, cercando di tenere unito il ritmo della squadra; Sanzo si muoveva rapido vicino alla rete, con riflessi sorprendenti e un sorriso provocatorio; Muronaga, invece, allenava in silenzio la potenza dei suoi colpi, facendo tremare il parquet a ogni schiacciata. Tra urla, sudore e palloni salvati all’ultimo secondo, il Karasuno sembrava già pronto ad affrontare una nuova era.

Nel frattempo, Yachi segnava l'andamento della squadra, con sguardo attento che si alternava sul campo e sul foglio che aveva tra le mani, compilando il questionario.

«Sbaglio o Hinata mi sembra un po' giù di tono, quest'oggi?» Osservò Takeda, mentre si sistemava meglio gli occhiali sul naso. «Anche se a un'occhiata superficiale non sembra, lo conosco abbastanza per capire quando non è al massimo di sé.»

Il dieci del Karasuno saltò per murare una schiacciata di Tanaka, ma quest'ultimo gli colpì l'estremità delle dita e così la palla volò quasi verticalmente.

«Una facile!» Urlò Narita.

«Mia!» Annunciò Ennoshita, prima di correre verso dove il pallone stava già ricadendo ed intercettandolo con un bagher.

Ukai, seduto accanto al professore, con le braccia incrociate, seguiva con lo sguardo quegli scambi rapidi.

«C'è rimasto male perché la madre di Mei, non solo non vuole firmare l'autocertificazione, gli ha persino sbattuto la porta in faccia.»

«Ah questo mi dispiace... dico davvero.»

«Certo non possiamo insistere, se i genitori non vogliono.»

Takeda abbassò lo sguardo, facendosi pensieroso. Poi lo rialzò verso Hinata, il quale con il fiatone e gli occhi accesi, cercava di stare al passo con i compagni.

«Professore, non possiamo fare qualcosa?» Questa volta fu Yachi a parlare, era anche lei triste e dispiaciuta. «Mi sarebbe tanto piaciuto averla con noi in squadra, anche se solo come ospite.» Si arricciò una ciocca di capelli con il dito e chinò appena la testa. «Le avevamo assicurato che ci avremmo parlato.»

«Vuoi che lo faccia io?» Chiese l'insegnante. «Anche se non posso garantirti niente, non è una mia studentessa.»

Yachi scattò in piedi, con i pugni stretti al petto e l'espressione speranzosa. «Lo farebbe davvero, professore?»

Il cuore di Takeda iniziò a battere forte. Così come era accaduto qualche giorno prima con Hinata, ora anche quest'altra studentessa si stava affidando a lui, le stava chiedendo aiuto.

Ingoiò saliva e poi annuì con decisione. «È chiaro che vi siete molto legati a questa ragazza, se mi darai l'indirizzo proverò a fare almeno un tentativo.»

Quando Yachi esultò, richiamando l'attenzione dei ragazzi, Hinata si voltò vedendo la sua amica sprizzare gioia da tutti i pori. Non aveva sentito il perché di quella esultanza, ma si sentì immediatamente meglio.

🏐🏐🏐

Takeda decise di recarsi alla casa di Mei quella sera stessa. Il tempo era già poco e secondo lui, più ne sarebbe trascorso, più la convinzione dei genitori avrebbe attecchito.

Parcheggiò la macchina a pochi metri dal complesso di appartamenti e prese un profondo respiro, così da riordinare le idee, prima di percorrere la strada che dal cortile sterrato portava all'edificio.

Quando suonò il campanello, fu Mei ad aprire e quando incrociò il suo sguardo gli venne quasi un colpo. Aveva un'aria stanca, gli occhi arrossati e sorrideva appena, per cercare quel tanto di gentilezza.

«S-stai bene, Mei?»

«Che sorpresa, professore.» Disse lei, poi sopirò. «Sto bene...»

«I tuoi sono in casa? Posso parlare con loro?»

«Per cosa?»

«Per il tuo allenamento con noi, chiaro!» Sorrise, con uno sguardo leggermente illuminato. «Non penserai di certo che ci arrendiamo così? Ho trattenuto a stesso Hinata e Yachi, affinché non venissero anche loro con me. Immagino che i tuoi preferiscano parlare con un adulto.»

Gli occhi di Mei si fecero immediatamente lucidi. «Davvero... davvero vi fa così piacere avermi attorno? Anche se sono lenta e goffa?»

Takeda sentì stringersi qualcosa al petto.

La voce della madre di Mei che chiedeva con chi la figlia stesse parlando, lo riportò, però, alla realtà e a dare fondo a tutta la sua preparazione per cercare di apparire il più professionale possibile. Non aveva ancora compiuto trent'anni, sapeva di essere ancora molto giovane nel suo ruolo, ma in quel momento per Mei e per i suoi studenti, costituiva l'unico faro in quella faccenda.

La madre di Mei si presentò, mentre si asciugava le mani nel grembiule. Aveva un'espressione accigliata, leggermente confusa per quella visita inaspettata.

«Buonasera signora Azumane. Sono il professor Ittetsu Takeda, insegno alla Karasuno e sono l'allenatore che segue la squadra maschile di pallavolo.»

«Mei, vai in camera tua» disse frettolosamente la donna, per poi tornare a guardare Takeda. «Buonasera professore. Immagino il perché della sua visita, ma come ho già detto al suo allievo stamattina, Mei non prenderà parte ad alcun allenamento extra... cos'è questa storia poi di far parte di una squadra maschile?»

Quando Takeda tornò con la schiena dritta, cercò di mostrare l'espressione più seria e decisa possibile. «Sì, mi rendo conto che è insolito, ma non è rara una squadra mista, alla loro età possono ancora giocare insieme senza particolare divario di forza.» Accennò ad un lieve sorriso. «Non si preoccupi, poi, garantisco che i miei studenti sono tutti rispettosi e non farebbero sentire a disagio in alcun modo sua figlia.»

La madre di Mei, però, non sembrava ancora convinta. «Senta, mio marito ancora non è tornato da lavoro. Ma parlo anche a nome suo, dicendole che comunque la questione non è fattibile. Mei deve pensare allo studio, non a mettersi a rincorrere una palla. È iscritta già al club della sua scuola.»

«Posso comprendere la sua preoccupazione,» rispose Takeda, «e mai mi sognerei di consigliare di tralasciare lo studio... ma mi creda, Mei ha bisogno di fare questa esperienza. Si tratterebbe solo di pochi giorni...»

«Non se ne parla,» lo interruppe la donna, con un cipiglio che le solcava la fronte. «Perché tutta questa fissazione per la pallavolo? Lei comunque non diventerà mai una professionista, questo è solo un passatempo per non farla rimanere sul divano.»

«Non è solo un passatempo, signora. Sua figlia nutre passione per questo sport.» Rispose lui con un po' più di forza nella voce. «Alla loro età è assolutamente un bene avere questi sogni, al di là dello studio. Fa bene al corpo e alla mente.»

«Infatti non mi sembra che gliela stiamo negando, lei va regolarmente agli allenamenti della sua squadra, perché dovrebbe mettersi a fare ore extra con persone che non appartengono nemmeno allo stesso istituto?»

Il cuore di Takeda ricominciò a battere forte e una luce particolare attraversò il suo sguardo. «Ma lei si è resa conto in che stato è sua figlia?»

Mei ascoltava da dietro l'angolo del muro con lo sguardo basso e l'espressione atterrita.

La signora Azumane alzò un sopracciglio. «Mia figlia sta benissimo e se è questo è tutto, le auguro una buonasera, professor Takeda.»

Fece per chiudere la porta, Takeda intercettò l'uscio con la mano.

«No che non sta bene! Sua figlia è vittima di bullismo, viene maltrattata verbalmente e forse anche fisicamente. Come ha fatto a non accorgersene?»

La donna iniziò veramente a spazientirsi. «E lei che ne sa, che non è nemmeno il suo insegnante? Se qualcuno la prende in giro, allora che rispondesse a tono, non ha bisogno certo di allenarsi con il Karasuno per stare meglio.»

«Si che ne ho bisogno!» La voce di Mei si levò sopra le teste dei due adulti. Lacrime calde le rigavano il viso tondo, mentre guardava in un misto di fervore e disperazione la madre. «Sono gli unici amici che ho e che mi accettano così come sono. Studierò anche di notte se necessario, ma ti prego, mamma, fammi partecipare!»

La signora Azumane guardò la figlia per un lungo momento, poi incrociò le braccia. «Ho detto di no... e poi hai bisogno di piangere? Che figura fai davanti il professore?» Si girò verso Takeda. «Quali che siano i suoi nobili intenti, mi dispiace, ma la risposta rimane quella. Ora devo insistere perché se ne vada, mia figlia è già abbastanza sconvolta così.»

«Ma signora...!»

«Buonanotte.» Rispose secca lei, mentre richiudeva la porta.

Non appena la luce dell'ingresso si richiuse davanti a sé, lasciandolo in ombra, Takeda rimase fermo lì sul posto. Sentiva dall'altra parte la madre di Mei che urlava con la figlia, la quale provava ancora a insistere, ma di fronte a sé trovava un muro.

Non appena sentì Mei urlare "ti odio!", Takeda ebbe un sussulto e strinse i pugni. Non c'era riuscito, non era riuscito a convincere quella donna ostinata delle necessità di sua figlia. Lei era persino una di quelle che nelle difficoltà vedeva la vittima come qualcuno che si meritasse di subire delle angherie, perché quest'ultima era troppo debole per ribellarsi. Con che coraggio il giorno dopo avrebbe guardato Shōyō e Hitoka?

«Buonasera, posso aiutarla?» La voce di un uomo richiamò la sua attenzione, era di mezza età, con capelli corti e neri, leggermente brizzolati. Nella mano destra stringeva una cartella di cuoio.

Takeda gli porse un cortese inchino e si presentò.

«L'allenatore del Karasuno? Dove si allenava mio nipote?» Chiese il signor Azumane, alzando un sopracciglio.

«Esattamente, signore. Ero venuto qui per cercare di spiegare che non ci fosse nulla di male se Mei per un po' si fosse allenata con noi, ma sua moglie è stata categorica.»

L'uomo lo studiò per un attimo, poi annuì. «Sì, certo, che c'entra mia figlia con voi?»

Takeda esitò un attimo, poi si umettò le labbra. «Vede, si tratta proprio della serenità di Mei. Vorremmo solo mostrarle che esiste anche un gioco di squadra sano, dove anche sbagliare va bene per crescere e che nel fallimento non c'è umiliazione.»

«Non la seguo... umiliazione di cosa? Sono solo ragazzini che giocano delle partitelle con i loro coetanei.»

«No, signor Azumane, c'è molto di più» rispose Takeda, immediatamente. «Questa è un'età delicata e avere le migliori figure di riferimento è assolutamente importante. Sua figlia ha difficoltà ad integrarsi, non perché ha problemi di tipo cognitivo, ma perché le sue compagne le fanno ostracismo, la prendono in giro per il suo aspetto... e questo non è affatto una faccenda "tra ragazzi".» Aveva parlato col cuore, come insegnante e come ragazzo che lui stesso aveva subito quelle medesime cose. Il problema restava solo chi aveva di fronte, se fosse disposto ad ascoltare o meno.

«Se mia figlia è trattata veramente a questa maniera, farò un esposto alla scuola e farò mettere una nota disciplinare a chi si comporta male.»

«Non è così che funziona!» Esclamò Takeda, per poi subito abbassare le spalle. «O meglio, certo, questa è la prassi. Questo, però, non risolverà la situazione, né renderà Mei più forte.»

«E allora che mandasse a quel paese chi fa lo spaccone con lei e basta. Io facevo così e non ho mai avuto problemi» Disse il signor Azumane, agitando una mano. «Mi scusi, ma ora è tempo che rientri.»

L'uomo fece per dargli le spalle, ma ora Takeda aveva raggiunto il limite. Digrignò i denti ed irrigidì le braccia lungo i fianchi. «Domani sua figlia ha allenamento, giusto? Perché non va a vederla? Senza che si faccia vedere. Osservi e basta... poi, se vorrà... questo è il mio biglietto da visita.»

Takeda gli porse il cartoncino bianco, con un cortese inchino. Il padre di Mei si girò, per studiarne un attimo lo sguardo, poi abbassò gli occhi sul biglietto. Borbottò qualcosa, ma poi lo prese ugualmente.

🏐🏐🏐

Il giorno dopo, quando Takeda incrociò per i corridoio Hinata e Yachi, quest'ultimi gli corsero incontro, con lo sguardo acceso e speranzoso. Cosa che, però, si spense subito alla vista del sorriso malinconico del professore.

«Purtroppo i genitori di Mei sono decisamente fermi sulle loro convinzioni. Non riescono o non vogliono vedere, spero solo che la mia mossa finale sia sufficiente, altrimenti non potrò fare nient'altro.»

«Grazie comunque di averci provato, professore.» Disse Yachi e assieme al compagno, gli porsero un inchino.

Hinata, però, continuava ad avere lo sguardo basso, quindi Takeda gli posò una mano sulla spalla. «Non tenerti tutto dentro.»

Hinata tirò su con il naso. «È che mi sembra di aver fallito nel mio ruolo di sensei, proprio ora che iniziavo a crederci io stesso.»

«Tu non hai fallito assolutamente! Anzi, credo proprio che in pochi giorni sei riuscito a dare più te speranza a quella ragazza, più di qualsiasi altro. Ma sei pur sempre ancora un bambino e anche tu devi crescere, questa esperienza farà diventare anche te più forte e deciso.»

Hinata strizzò gli occhi, cercando di trattenere le lacrime, poi annuì. Tirò di nuovo su con il naso e subito dopo lo guardò accigliato. «In cosa consisterebbe questa sua mossa finale

Anche Yachi ora guardava il professore, pendendo dalle sue labbra.

Takeda sorrise loro e sospirò. «L'unico modo possibile per chi si rifiuta di guardare... una sorta di terapia d'urto.»

Il professore trascorse la mattinata come sempre, adempiendo al suo dovere, parlando agli studenti, spiegando lì dove essi presentavano delle lacune e interfacciandosi con gli altri colleghi per le questioni amministrative. Ma per tutto il tempo non poté fare a meno di pensare a quello che sarebbe potuto accadere nel pomeriggio, sempre che il padre di Mei si fosse effettivamente presentato agli allenamenti della figlia. E se anche lo avesse fatto, che con i suoi stessi occhi vedesse la realtà dei fatti. Era certo un azzardo, magari proprio quel giorno le bulle sarebbero state assenti o non avrebbero considerato Mei... forse davvero l'alternativa per quella ragazza era lasciare il club. Si sarebbe risparmiata un mucchio di sofferenze.

Si erano ormai fatte le cinque del pomeriggio. In base a quello che sapeva, Mei doveva quasi aver finito l'allenamento.

Con la guancia posata sul palmo, Takeda osservò in silenzio quei pulcini di passerotto che ormai avevano raggiunto lo stato di involo. I piccoli stavano timidamente provando ad uscire dal nido per fare i loro primi saltelli ed agitando le alucce che presentavano ancora delle piume.

Il loro corpo non era ancora adatto a volare, ma dentro di loro l'istinto di farlo era un continuo crescendo. I genitori si prendevano cura di loro, nutrendoli, portando loro il meglio che potessero trovare per farli crescere sani e forti, ma del loro futuro poi avrebbero potuto contare solo sulle loro forze.

Le cinque e mezza. Le sei.

Takeda si alzò dalla scrivania, chiudendo a chiave nel cassetto di legno le verifiche che aveva finito di correggere, per poi passare a riordinare la sua cartella del lavoro.

Un collega la salutò e lui si girò quel tanto che bastava per salutarlo con la mano. Subito dopo prese il cellulare ed accese il display: ancora nessuna chiamata, neanche un messaggio.

Sospirò e ripose anche il dispositivo, poi fece scattare le clip.

Era ancora giorno e il bel sole dorato del tramonto lo aiutò a distendere i nervi, mentre attraversava le stradine della prefettura di Miyagi. La sua casa era nella zona di campagna, quindi le case a un certo punto si fecero più rare e quelle moderne dettero gradualmente spazio a quelle più datate. Nella primavera / estate, Takeda adorava quei luoghi pieni di fiori e gli alberi da frutto.

Con la coda dell'occhio notò anche che sui tetti spuntavano degli iris, i quali venivano agitati lenti dal vento. Accennò a un sorriso, conosceva bene la loro storia.

Infine arrivò a casa e lì la prima cosa che fece fu lasciarsi a peso morto sulla poltrona. Un'altra intensa giornata era andata.

Volle dare ancora uno sguardo al cellulare, ma ancora nessuna novità. Ormai si erano fatte le sette di sera.

Sospirò e poi cercò di nuovo la forza di rialzarsi per preparare qualcosa al forno, mentre la doccia avrebbe alleviato i suoi turbamenti.

Un paio d'ore più tardi era nel futon, con il portatile sulle gambe, mentre girovagava un po' per internet ed era proprio in quella distrazione serale, che finalmente le sue spalle si ammorbidirono.

Ma forse era proprio questo che il destino aspettava, perché improvvisamente il cellulare iniziò a vibrare. Non conosceva il numero, ma a quell'ora non poteva essere un call center.

«Il professor Takeda?»

Non appena l'uomo sentì la voce del signor Azumane, perse un battito.

«Sì, sono io.»

«Sono il signor Azumane, volevo dirle che poi sono andato ad assistere, come da lei suggerito, agli allenamenti di mia figlia.»

«Molto bene e...»

Il sussultò del signor Azumane dall'altra parte della linea, gli lasciarono la frase in sospeso.

«Non immaginavo che potessero esistere elementi così perfidi. Va bene che non sia allo stesso livello delle giocatrici più esperte, ma perché insultarla a quel modo? E l'allenatore era come se avesse le orecchie tappate.»

«Mi dispiace che abbia dovuto assistere a questo... ma spero che ora lei abbia compreso la situazione.»

«Ma perché non si è ribellata!?» C'era una nota di disperazione mista a rabbia, nella voce del signor Azumane, cosa che fece incupire lo sguardo di Takeda. «È in sovrappeso, va bene, ma che importa loro? Ha anche dei problemi ormonali, non è che è grassa perché sta sempre attaccata al frigo.»

«Non si deve giustificare con me, e che sua figlia sia in sovrappeso per motivi di salute o per una forma di dipendenza, non è di mia competenza. In quanto professore di un liceo, so, però, bene che tutto questo non è tollerabile e che il desiderio mio e dei miei ragazzi di includerla nei nostri allenamenti non è un capriccio. Stiamo cercando di aiutare sua figlia.» Poi si umettò le labbra e la voce gli uscì leggermente più bassa di quanto avrebbe voluto, ma in quel momento, nel pronunciare quelle parole, anche lui si sentì esposto. «Non sempre si è nelle condizioni di potersi liberare. Non è debolezza, ma quando sei da solo e se persino i tuoi genitori ti ritengono responsabile di quello che stai passando, semplicemente entri in uno stato in cui puoi solo indurire le spalle e stringere i denti. Sopportare e ancora sopportare. Aspettare, finché quel torrente che preme sulle tue spalle non si esaurisca da solo.»

«E lei è contrario a farlo presente alla direzione?» Chiese il signor Azumane, con tono leggermente indurito.

Takeda scosse il capo, anche se non poteva vederlo. «Non ho detto questo, è bene che lo sappiano, ma prima di passare a questo che comprometterebbe gli equilibri della squadra, se è d'accordo vorrei prima tentare con gli allenamenti con i ragazzi del Karasuno. Aiuterà Mei ad avere una visione diversa di quello che è il vero sport ed il rispetto reciproco. Può dare il suo consenso?»

Dall'altra parte ci fu un lungo silenzio, poi quasi in un sussurro. «Davvero quei ragazzi sono suoi amici?»

Takeda sorrise e rise piano. «I migliori che Mei potesse mai trovare.»

🏐🏐🏐

Il pomeriggio dopo, Hinata ed i suoi compagni stavano facendo qualche esercizio di stretching, allungandosi lungo le gambe e cercare di raggiungere la pianta del piede con le mani, quando Takeda annunciò la sua presenza. Sul suo volto c'era un bel sorriso.

«È un po' in ritardo oggi,» osservò Ukai, sporgendosi appena dalla sedia di legno.

«Ha ragione, scusate, ma dovevo prima passare a prendere qualcuno.»

«E chi?»

«La nostra nuova compagna di squadra.»

Detto questo si scostò di lato e dietro di lui, mentre stropicciava il bordo della giacca della tuta della Shiroi Chō, c'era Mei.

«S-scusate il ritardo,» disse lei, con le guance leggermente arrossate.

In un attimo, sia Hinata che Yachi erano corsi da lei per abbracciarla e alle loro spalle, le voci dei ragazzi che le davano il benvenuto si accavallavano l'una sull'altra.

Mei contraccambiò l'abbraccio, mentre una lacrima le scendeva dalla guancia.

«Tutto grazie al professor Takeda che ha convinto i miei genitori.»

Gli studenti allora gli porsero un inchino, grati per ciò che avevano fatto ed i loro sguardi colmi di rispetto e gioia furono per il professore il riconoscimento più grande che avrebbe mai potuto ambire in tutta la sua carriera.

«Ho fatto solo il mio dovere...» disse, poi, posando una mano sulla spalla di Mei. «Ricordati sempre che l'iris trova sempre un modo per germogliare, anche se le priorità della vita sembrano altre. Ti è stata data questa possibilità, sono certo che saprai sfruttarla al meglio, non è così?»

Lo sguardo di Mei si rinnovò immediatamente di determinazione e poi annuì. «Certo, professore!»

«Bene, bene...» disse Ukai avvicinandosi, con le mani sui fianchi e sorridendo. «Lo sai sì che non ci andrò più morbido solo perché sei una femmina, vero?»

Mei lo guardò come se ne fosse intimidita, ma poi abbozzò a una risata. Per un attimo ad Ukai parve di scorgere in lei lo stesso sguardo di Hinata quando raggiunge il massimo della sua concentrazione. «Questa farfalla le dimostrerà come si battono le ali.»

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