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Il giorno successivo al pic nic, Shōyō Hinata, Tobio Kageyama, Kei Tsukishima e Tadashi Yamaguchi si incontrarono di buon mattino per andare a correre insieme.
Il sole di giugno splendeva alto sulla cittadina di provincia, le cicale si facevano sentire con il loro frinire e una brezza leggera allentava la calura. Anche se non ancora ufficialmente, si poteva già dire si trovassero in piena estate.
Iniziarono, costeggiando il fiume, le cui onde catturavano raggi chiari del sole, mentre famiglie di anatre solcavano le acque.
I ragazzi iniziarono a sudare quasi immediatamente, ma non per questo si arresero tanto facilmente. Le tute nere con sopra il logo a forma di piede della società sportiva ICS, frusciavano ad ogni loro movimento, così come le ciocche dei loro capelli si agitavano, rilasciando qualche gocciolina d'acqua.
Su ognuno di loro era stampato lo stesso sguardo determinato. Presto avrebbero rivisto volti noti, come Kenma Kozume o i gemelli Miya. Questi ultimi erano ora al terzo anno, ciò voleva dire che quelli sarebbero stati gli ultimi incontri ufficiali... e di conseguenza nessuno di loro avrebbe concluso l'esperienza, senza lasciarsi alle spalle un ricordo importante.
Le gambe si alzavano e si distendevano ad un ritmo regolare, senza andare eccessivamente veloce, mentre i loro petti si alzavano e si abbassavano. La terra sotto i loro piedi si sollevava in nuvolette polverose e si attaccava alla base dei pantaloni.
A un certo punto l'orologio digitale di Tsukishima iniziò a suonare.
«Ragazzi, è l'ora della pausa» annunciò l'undici del Karasuno.
«Ma io ho ancora energie!» Esclamò Hinata, per poi farsi piccolo, piccolo quando in risposta ottenne lo sguardo furente dei suoi tre compagni.
«Se ti attaccassero una spina, risolveresti la crisi energetica nel mondo.» Commentò Kageyama, portando una mano alla faccia e scuotendo il capo.
Yamaguchi prese la sua borraccia dalla sacca e bevve qualche sorso. «Strano che non hai invitato la tua allieva ad unirti a noi»
«Anche il riposo fa parte dell'allenamento» rispose prontamente il ragazzo, «tanto ci siamo già dati appuntamento per domani»
«Ti rendi conto che in un paio di battute ti sei appena contraddetto?» Gli disse Tsukishima, con un mezzo sorriso.
«Comunque è ammirevole quello che stai facendo per quella ragazza, dico davvero.» Riprese Yamaguchi, sorridendo. «Non è da tutti interessarsi così ai problemi degli altri... e poi non ti piace da quel punto di vista, giusto?»
«No, esatto, per me è solo un'amica... ma non credo ci debba essere un secondo fine per aiutare qualcuno, no?» Poi lo sguardo si fece più cupo. «Ancora non mi capacito di come quelle sue cosiddette compagne l'abbiano potuta trattare. Sono persino peggio di Kageyama ai tempi in cui la sua nomea era più che meritata!»
«Guarda che sono a un passo da te e tu sei a un passo dal fiume» Disse quest'ultimo con un tono per nulla amichevole.
«Però, se posso darti un consiglio» disse Tsukishima «non immischiarti troppo.»
Shōyō alzò un sopracciglio.
«Tu ti entusiasmi per tutto e dai il massimo per tutto e ti ribadisco che io questo l'ammiro... ma questa può essere un'arma a doppio taglio per te.» Fece una breve pausa. «E anche per Mei.»
«Perché dici questo?» Chiese Yamaguchi, chinando la testa leggermente di lato.
«Perché ho notato come lui si premuri ad ogni piccola incertezza di Mei e lei rinsavisca solo dopo che è stata incoraggiata. Non siete padre e figlia, tu hai anche il tuo percorso e lei deve imparare a camminare con le sue gambe, al di là di quello che pensi la gente, che la incoraggi o meno»
«E questo tu lo giudichi solo da un paio di volte che ci hai visto insieme?» Rispose Hinata, con una punta di irritazione, facendo un passo verso Tsukishima.
Quest'ultimo scosse il capo. «Ti conosco da più di un anno e da più di un anno lavoriamo spalla a spalla, so bene come sei fatto quando ti metti qualcosa in testa. Anzi che non sei stato tu a chiedere di allenarti con la sua di squadra.»
«Va bene, allora la prossima volta che la vedo mi limiterò a darle una pacca sulla spalla e dirle solo "ma sì, ma fregatene".»
«Vedo che non ti si può dire proprio niente...»
«Ed io non ti ho chiesto consigli» poi guardò il suo orologio «la pausa è finita.»
Fece un paio di saltelli sul posto e poi riprese a correre.
I tre lo guardarono in silenzio allontanarsi.
«Ho davvero parlato così a sproposito?» Chiese Tsukishima, corrugando appena la fronte.
«Non credo tu sia nel torto, è vero che si butta sempre troppo a capofitto» gli rispose Yamaguchi «ma allo stesso tempo sei stato un po' troppo affrettato. Credo che Hinata riveda in Mei una parte di sé, quando era solo, e non sopporta le ingiustizie. Tuttavia ha un obiettivo chiaro in mente e non lo perderà tanto facilmente, neanche per questo.»
Kageyama rimise in borsa la borraccia e anche lui iniziò a fare qualche saltello sul posto. «Hinata è appassionato ma non è stupido, ma è anche vero che non conosce limiti... basta vedere come è finita con il Kamomedai alla primaverile. Se noteremo che sta esagerando con questa storia del sensei, ci penseremo noi a fermarlo.»
Il gruppo si ricompattò e anche il cipiglio nello sguardo di Hinata, con il passare del tempo, si ammorbidì. Tsukishima, anche se non pensava di aver detto nulla di eccessivamente sbagliato, sentì comunque che doveva trovare il modo di riappacificarsi con l'amico - anche se non l'ammise apertamente - cercando di parlare del più e del meno e degli schemi da provare nel prossimo allenamento a scuola.
Attraversarono una zona di aree sportive, con diversi campi allineati e ognuno delimitato da un'alta recisione. Lì, atleti e non potevano dedicarsi al tennis, al basket o anche solo fare jogging.
Non ci avrebbero fatto caso e sarebbero passati dritti, se Hinata non avesse già visto quella ragazza alta in precedenza che qualche giorno prima gli aveva fatto salire una gran rabbia.
«Un'altra!»
La ragazza scattò, non appena lo sparapalle lanciò l'ennesimo pallone da pallavolo, intercettandolo con un bagher impeccabile... almeno per lei.
«Quello ginocchia erano troppo distese... un'altra!»
Le braccia della ragazza erano arrossate, segno che stava continuando così già da un po'. Il sudore le colava dalla fronte, il corpo era appena tremante, ma il suo sguardo no. Il suo sguardo era acceso e determinato.
Sulla sua divisa nera con sopra stampate delle farfalle bianche spiccava netto sulla schiena il numero dodici.
«Un'altra!» Gridò ancora il suo allenatore, un uomo di mezza età con una polo bianca e lo sguardo severo. Tra le mani aveva una cartella su cui segnava i progressi della giocatrice.
Hinata si aggrappò con le dita alla griglia di ferro, osservando con attenzione e accigliato i movimenti della ragazza.
«La conosci?» Chiese Kageyama.
«È il capitano di pallavolo della Shiroi Chō» poi indurì lo sguardo «ed è una delle bulle di Mei.»
Il silenzio calò tra loro, mentre un vento un po' più forte si sollevava.
«Si sta allenando molto duramente.» Constatò sempre il palleggiatore del Karasuno.
Improvvisamente a Sakura cedettero le ginocchia e dovette puntellare le mani al terreno, per non crollare del tutto. Aveva un gran fiatone.
«Alzati, non è ancora il momento della pausa.» Le disse l'allenatore. «Dobbiamo terminare questo task.»
Sakura strizzò appena gli occhi, mentre la bocca si apriva e si chiudeva per cercare di incanalare l'aria ed il cuore le martellava in petto.
«Vuoi essere la migliore oppure no?»
«C-Certo che lo voglio!» Rispose lei in un impeto di rabbia. «Ricominciamo!»
Si diede della rapide pacche alle ginocchiere nere per togliere la polvere e si rimise in posizione di difesa.
Quando, però, l'uomo annunciò l'ennesimo pallone, il corpo non riuscì a opporsi a quella forza. Aveva raggiunto il limite della stanchezza e cadde all'indietro, sbattendo la testa contro la rete.
«Sakura, rimettiti in piedi!» Ordinò l'allenatore.
«Non le sembra che stia andando un po' troppo oltre?»
La voce di Hinata proruppe nel campo, alta e decisa, mentre a lunghi passi raggiungeva il duo.
Sakura sgranò leggermente lo sguardo, quando riconobbe quella chioma rossa.
L'allenatore guardò di sbieco il nuovo giunto. «Non sono affari che ti riguardano, sparisci ragazzino, noi qui ci stiamo allenando.»
«E lo chiama allenamento quello? Spingere così al limite una persona che benefici potrà mai darle?»
Mentre Hinata si confrontava con quell'uomo, Tsukishima si separò dagli altri tre e si avvicinò a Sakura per tenderle una mano. «Stai bene?» Le chiese, con il suo solito tono calmo.
Sakura lo guardò per un attimo esitante, poi afferrò il suo braccio. Non appena in piedi, le sfuggì un'esclamazione di stupore.
Il ragazzo alzò un sopracciglio, non comprendendo la sua reazione, ma poi mutò in un'espressione seccata, quando questa si scostò malamente.
«Nessuno vi ha detto di mettervi in mezzo.» Poi guardò Hinata. «Soprattutto tu, tappetto. Torna a fare da sensei a quella mezzacalzetta.»
Le orecchie di Hinata divennero rosse, fece per aprir bocca, ma a sorpresa fu Tsukishima a far sentire la tua voce che riecheggiò nel campo. «Ma allora è vero che sei una stronza!»
Sakura fece un passo di lato, sentendo quella voce improvvisa proprio a un passo dal suo orecchio.
«Se non ve ne andate immediatamente, chiamerò la sicurezza» disse l'allenatore, estraendo il cellulare dalla tasca. Poi guardò l'allieva. «Sono amici tuoi?»
«Ovvio che no!» Rispose la ragazza, su tutte le furie. Si voltò verso il ragazzo biondo, premendogli un paio di volte l'indice sul petto. «Tu, insultami di nuovo e ti faccio diventare più basso del tuo amico, sono stata chiara quattrocchi?» Poi si voltò verso Hinata «E tu, ricordati che se mi provochi poi sai con chi potrei prendermela, quindi vedete di girare i tacchi!»
A quel punto, i quattro fecero un passo indietro e si avviarono verso l'uscita del campetto, rabbuiati. Kageyama non puntò verso di loro, ma sputò comunque a terra.
Sakura li osservò andarsene, ma quali che fossero i suoi pensieri, vennero bruscamente interrotti dall'allenatore che ritenne quell'imprevisto una pausa sufficiente per la ragazza.
«Spero solo che quella tipa non se la prenda veramente con Mei, non vorrei aver peggiorato la situazione» disse Hinata, con le mani affondate nelle tasche.
«Sta tranquillo, se provano a torcerle anche solo un capello, se la vedranno con la squadra intera» disse Tsukishima, ancora spazientito «se quella Sakura è riuscita a farmi uscire di testa con un paio di frasi, non ho idea di che cosa possa sopportare quella poveretta.»
«Quindi ora non pensi più che io stia esagerando?»
Tsukishima lo guardò per un momento, poi tornare a guardare di fronte a sé. «Credo ancora che tu debba cercare di regolarti, ma è ovvio che una pacca sulla spalla non sia sufficiente, se si ha a che fare con certi elementi.»
Tutti e quattro poi si salutarono, dandosi appuntamento per il giorno successivo in classe, dato che quest'anno erano capitati insieme.
🏐🏐🏐
Il giorno dopo, però, Tsukishima, Kageyama e Yamaguchi si guardarono spaesati, non vedendo Hinata arrivare. Si chiesero se forse il giorno prima si fosse strapazzato troppo e non fosse stato in grado di venire a scuola.
Il ragazzo, però, entrò in seconda ora, rabbuiato e con un gesto quasi brusco posò al lato della sedia lo zaino.
Così rimase, in silenzio, prendendo appunti durante le lezioni, finché non arrivò il momento della ricreazione e così poterono chiedergli che cosa avesse e perché del ritardo.
Hinata propose di andare prima allo spaccio dell'allenatore Ukai, così che potesse sentire anche lui.
Proprio come aveva detto loro il giorno prima, quel mattino lui e Mei si sarebbero dovuti vedere per la corsa mattutina. Aveva aspettato a lungo, ma la ragazza non si era presentata. Credette che non si fosse riuscita a svegliare, ma ella rispose solo dopo un paio di squilli e con voce mesta gli aveva detto che non potevano più vedersi.
Il ragazzo non ci pensò due volte e prese un autobus per arrivare a casa sua. Si dovette attaccare letteralmente al campanello prima che qualcuno finalmente gli aprisse.
A farlo fu la madre di Mei che fissava Hinata, attraverso i suoi occhiali a goccia, con molto disappunto. Mei era poco dietro di lei, ma quando Hinata provò a rivolgerle la parola, la madre fece un passo di lato.
«Mei è in punizione.»
«Per cosa?» Chiese lui, accigliato.
«Si è spinta troppo oltre con questa cosa della pallavolo, non diventerà di certo una pallavolista da grande, quindi tutta questa dedizione è uno spreco di tempo.» Il tono della donna non ammetteva repliche, ma Hinata non avrebbe accettato una sentenza del genere.
«Anche se non lo farà a livello professionale, sua figlia adora la pallavolo, è una sua passione!»
«La sua passione adesso deve essere lo studio e basta... e deve già ringraziare che non la ritiriamo dalla squadra della scuola. Suo padre è andato su tutte le furie con questa storia dell'allenarsi anche con voi. Siete tutti ragazzi, a che vi serve una ragazza, di un'altra scuola, persino?»
Hinata non arretrò di un centimetro. «E mi dica perché non dovrebbe più vederci? Questa mattina dovevamo allenarci!»
Un nervo pulsò dalla tempia della donna che lo guardava dall'alto verso il basso. «Uscire così presto a correre prima di scuola, poi non la fa rendere in classe, mi sembra ovvio. Se tu sei un genio a scuola, buon per te. Ma Mei non è in grado... e soprattutto non è nemmeno il momento che si metta a frequentare un ragazzo.»
«Mamma, te l'ho già detto, è il mio sensei!» Intervenne la ragazza, prendendole un braccio. La madre la scostò malamente.
«Non mi interessa che cosa è! È una distrazione!» Poi tornò su Hinata «Non hai scuola? O sei uno di quelli a cui piace marinare?» Si soffermò un attimo di troppo sui suoi capelli rossi. «Tu ed i tuoi compagni dovete stare lontani da lei.»
Hinata cercò di replicare, ma la donna gli aveva già sbattuto la porta in faccia e dall'altro lato, si sentirono madre e figlia litigare in maniera accesa.
Il ragazzo rimase lì sulla soglia, immobile. Aveva fatto tutta quella strada per venire fino a lì, solo per ritrovarsi in quello stato. Eppure non aveva fatto niente di male e nemmeno Mei. Come poteva quella donna non vedere quanto alla sua stessa figlia stesse facendo bene frequentare lui e gli altri membri del Karasuno?
Al termine del racconto, Ukai si grattò la testa e una smorfia comparve sul suo viso. «Beh se i suoi non vogliono, c'è poco da fare, almeno ci evitiamo qualche bega con l'amministrazione della scuola.»
«Ma sa cosa mi importa a me dell'amministrazione della scuola? Non è giusto, le stanno tarpando le ali!» Sbottò Hinata, stringendo i pugni ed irrigidendo le spalle.
«Vada per la palestra, ma perché vietare addirittura la frequentazione fuori dalla scuola?» Si chiese Yamaguchi, accigliato.
«Purtroppo in certe famiglie è così. Esiste solo lo studio ed il lavoro, tutto il resto è rumore di fondo. Per forza che quella ragazzina non è capace poi di imporsi, quando le fanno un torto.» Gli rispose l'allenatore. Poi guardò l'orologio. «Comunque la ricreazione è quasi finita, avviatevi in classe, poi ci vedremo nel pomeriggio. Oggi faremo un bel po' di gambe, dobbiamo rinforzarle, se vogliamo superare i muri del Dateko.»
I ragazzi imboccarono il corridoio per tornare indietro, ma Hinata avanzava lento e scuro in viso, avvilito e quell'aura malinconica i suoi tre amici la percepirono come se fosse anche loro.
«Non dobbiamo arrenderci» disse Tsukishima, spezzando il silenzio. «La pallavolo è uno sport divertente e che può dare tanto a una persona.»
Hinata lo guardò con aria stupita, mentre quella dell'undici aveva una luce particolare, esaltata dai raggi trasversali del sole che attraversavano le finestre della scuola.
«Troveremo il modo per convincere i genitori di Mei, fidati di me.»
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Anche per Mei era giorno di allenamento post scuola, anche se anche lei aveva il morale a terra. L'idea che non potesse rivedere i suoi amici le aveva spezzato il cuore. Per una volta che aveva trovato qualcuno che non la guardasse con sufficienza o solo per maltrattarla, ecco che tutto questo le veniva negato.
Questo si rifletté anche sul rendimento delle sue prestazioni. Anche le cose che di solito le riuscivano almeno un po', quel giorno era come se le avesse dimenticate completamente.
«Azumane, il ritiro è prossimo e nemmeno un palleggio corretto hai ancora imparato?» La rimproverò l'allenatore, mentre si sistemava gli occhiali sul naso. «Se continui così, sarò costretto a tenerti in panchina per tutta la stagione.»
Mei abbassò lo sguardo. «Mi scusi...»
«Forse se ci attacchiamo una merendina, questa volta la prenderà di sicuro.» Disse Akane a Kaori, ma assicurandosi che la stessa Mei potesse sentire.
Quest'ultima sentì come una fitta al cuore. Era di nuovo sola, in quello spazio aperto che le faceva venire le gambe molli. Alzò lo sguardo verso Himawari, ma lei stava parlando con un'altra compagna, con aria del tutto tranquilla. Possibile che non avesse sentito quello che Akane aveva appena detto?
«Hai intenzione di crogiolarti per tutto il tempo o riprendi i palleggi?» Sakura si era avvicinata, senza che Mei se ne accorgesse subito e con aria dura il capitano la guardava.
«Sì, scusa.» Rispose lei, riprendendo immediatamente la palla in mano.
Sakura digrignò i denti e lo sguardo le si infiammò. «Non voglio scuse, voglio fatti. Già sono costretta a rappresentare anche una pappamolle come te, almeno abbi la decenza di far finta di essere viva!»
Mei la guardò dal basso verso l'alto. Sakura aveva gli occhi ridotti a due fessure. Non c'era pietà in lei, solo disgusto. Sentì montare le lacrime e la gola le si strinse, fino a farle male, graffiante.
«Perché mi tratti così? Io mi impegno ogni giorno, anche fuori da scuola...»
La voce spezzata della sua numero quattordici, però, non commosse affatto la capitana, che anzi ringhiò e in un impeto di rabbia schiacciò con forza la palla che aveva in mano, la quale impattò sul pavimento a pochi centimetri da Mei e l'impatto riecheggiò per la stanza. Mei squittì dalla sorpresa, stringendosi il suo di pallone al petto.
In quel momento tutti quanti si voltarono.
«Si vede che sei limitata, allora! Ti alleni eppure rimani grassa, lenta e goffa. Potrai circondarti di sensei e dedicarti ogni giorno, ma non ce la farai mai e in quanto zavorra stai facendo affondare anche noi!»
Il labbro di Mei tremò, il cuore iniziò a batterle all'impazzata. Sentiva tutti quegli sguardi su di sé che non osava incrociare, ma non aveva dubbi che fossero taglienti e spietati, come quelli che le stava rivolgendo Sakura in quel momento.
L'allenatore disse a quest'ultima di darsi una calmata, di non perdere tempo a litigare, ma rimase lì sul posto senza davvero intervenire.
«E ora va a piangere da papino, raccomandata dei miei stivali.» Concluse, mentre si girava di lato, facendo cenno alla compagna con cui si stava allenando di andare a riprendere la palla.
Con la coda dell'occhio, si aspettava che ora quell'inetta se ne andasse via piangendo, magari, finalmente, senza mai farsi più rivedere. Ma si accigliò leggermente, quando vide che seppur totalmente spenta e col capo chino, Mei si era semplicemente voltata ed incamminata verso il muro per dei palleggi in solitaria.
«Dannata pappamolle» borbottò a denti stretti, prima di riprendere anche lei gli esercizi.