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Nelle terre dove la natura detta il ritmo del tempo, la primavera custodisce un segreto profondo, in cui il destino dei più piccoli si intreccia indissolubilmente con la vita della terra. Esiste un fiore, l'iris giapponese, che possiede foglie dritte e affilate come spade. Secoli fa, un decreto ne vietò la coltivazione sui terreni fertili per fare spazio al cibo, ma questo fiore trovò un modo straordinario per sopravvivere, arrampicandosi sui tetti di paglia delle case, radicandosi nel cielo e diventando il guardiano protettivo di ogni famiglia.
Quando la stagione raggiunge il suo culmine, questo legame tra la natura e la nuova vita si manifesta in una celebrazione millenaria dedicata alla crescita. È alla Festa dei Bambini, il momento in cui l'aria si riempie di enormi carpe di stoffa colorata che danzano nel cielo, imitando i pesci che risalgono le correnti più forti. In questo preciso giorno, le foglie dell'iris vengono raccolte dai tetti e immerse nell'acqua calda dei bagni rituali, rilasciando un'essenza balsamica e potente.
Non si tratta di una semplice coincidenza, ma di un unico, grande rituale di passaggio. L'acqua profumata dall'iris trasmette lo spirito della pianta, insegnando a chi vi si immerge la virtù della flessibilità e della resistenza alle tempeste della vita. Le carpe nel cielo e gli iris sui tetti parlano la stessa identica lingua: quella del coraggio che sfida la corrente e della bellezza che fiorisce anche nei luoghi più difficili. Perché crescere non significa soltanto diventare grandi, ma assorbire la forza della terra per trasformarla in un futuro luminoso.
«Andare ad allenarti con una squadra di un'altra scuola? Non se ne parla affatto! Vai già in palestra due volte a settimana, dove lo trovi poi il tempo per lo studio? Con tutti maschi, poi.»
Quando Hinata aveva scritto a Mei della possibilità di allenarsi nel Karasuno, non ci aveva visto più dalla gioia e immediatamente aveva chiesto ai suoi genitori di farsi fare l'autocertificazione.
Purtroppo i genitori non condividevano il suo stesso entusiasmo, non vedevano cosa potesse mai spingere la loro unica figlia a doversi dedicare a un sport che doveva essere solo un passatempo e un modo per tenersi in forma.
«Per favore, è solo per questo mese. Mi servirà anche per il ritiro!»
«Devi per forza partecipare anche al ritiro? Tra poco ci saranno anche gli esami estivi e non verrai bocciata per dare due calci a un pallone.»
«Non mi farò bocciare, anche mio cugino ce l'ha fatta!»
«Tu non sei Asahi.»
Mei corse in lacrime in camera sua, era frustrata ed arrabbiata. Non aveva mai dato problemi a scuola, non aveva i voti massimi in assoluto, ma nella sua media stava bene. Tuttavia per i suoi genitori non bastava.
Studio, studio e ancora studio. Tutto il resto non era che un contorno. Non capivano la sua passione, neanche le volte che assistevano alle partitelle delle elementari o alle medie, avevano mai capito che colpire quel pallone, intercettare, servire, fare punto, svegliavano in lei qualcosa che la soddisfazione per un bel voto non avrebbe mai eguagliato.
Aprì il cassetto della scrivania ed estrasse l'album da disegno. Guardò i suoi lavori. Erano carini, non c'erano sbavature, ma nemmeno quelli erano eccezionali.
Raffiguravano per lo più singoli oggetti, occhi, bocche. Dettagli e non macro insiemi. Le avevano sempre dato una forma di conforto, di controllo. Ci aveva provato a creare un paesaggio ad aprirsi ad un mondo più vasto, ma questo le metteva ansia, le faceva perdere il punto e si sentiva spaesata... esposta.
Del resto era sempre stato così, seppur ancora molto giovane ed il mondo non faceva che darle conferma che non sbagliava a prediligere gli angoli agli spazi aperti.
Sul campo da gioco non c'era un rifugio, però, era lei di fronte a una rete e circondata da persone, le quali inevitabilmente puntavano tutti gli occhi su di lei, quando la palla volava proprio verso di lei. E lì lei riusciva a stare perché il suo dettaglio diventava lo stesso pallone. Concentrava tutto il suo luogo sicuro su di esso... ma spesso questo rifugio la tradiva o era lei a tradire lui e così quel contatto non avveniva o le sfuggiva e allora ecco che così perdeva ogni forma di stabilità. Alle mercé di quegli sguardi giudicanti, impietosi.
Singhiozzò. Si sentiva talmente inetta...
Poi, però, il flash del ricordo del giorno in cui aveva visto i compagni di suo cugino allenarsi sopraggiunse come un luce in fondo al tunnel. Anche lì il campo era aperto, anche lì ognuno di loro era esposto, ma non avevano alcun timore. Potevano persino scusarsi, ma tanto sapevano che erano già stati perdonati e quello scusa diventava solo una prassi, una forma di educazione, non vero senso di colpa, quale provava lei quando doveva essere lei a dirlo.
E quando aveva intercettato la palla per proteggere la sua amica, anche in quel momento tutti la stavano guardando ma non si sentiva a disagio. Anzi, desiderava che tutti lo facessero, che vedessero che anche lei era brava
"...come prima regola, è buttare via tutte quelle cose cattive dalla tua testa." Aveva detto il suo sensei.
Mei drizzò la schiena e anche se il suo sguardo era ancora lucido, apparve da subito più risoluto.
Sì, non doveva alimentare quel loop e non doveva lasciarsi sopraffare dalla negatività. Doveva trovare un modo, un modo per convincere i suoi genitori che lei era responsabile e certo non meno di Asahi.
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Quando aveva scritto ad Hinata per dirgli che purtroppo i genitori non volevano firmare l'autocertificazione e quindi l'impossibilità di partecipare agli allenamenti, il ragazzo aveva iniziato a sbraitare al telefono e in qualche modo le fece piacere, anche se le aveva quasi rotto un timpano. Era forse la prima volta che un amico si prendeva così a cuore la situazione.
Essendo che il giorno dopo era sabato, il ragazzo volle indire una riunione al parco centrale, coinvolgendo oltre, Mei e Yachi, anche la squadra del Karasuno ed all'appello risposero Kageyama, Nishinoya, Tanaka, Ennoshita, Tsukishima e Yamaguchi. Aveva cercato di coinvolgere anche Asahi, ma purtroppo il ragazzo era in piena sessione estiva e doveva sfruttare ogni singolo giorno, ma non mancò di ringraziare con sincera commozione il suo amico, per quello che stava facendo per sua cugina.
Quando Yachi si presentò con il cestino da picnic, un vestito ed un cappellino bianco, mentre sventolava la mano allegra e solare, i ragazzi, in particolare i soliti Nishinoya e Tanaka, si chiesero se un angelo stesse per caso venendo loro incontro. Tanaka, però, non mancò di sottolineare che per quanto la loro amica potesse sembrare un cherubino, la sua adorata Shimizu era un serafino.
Tsukishima rimase sinceramente colpito che quel rozzo del suo amico potesse conoscere così bene la gerarchia degli angeli.
«Ah ed ecco la nostra ospite d'onore!» Esclamò Hinata, sorridendo a trentadue denti, quando arrivò, un po' trafelata anche Mei, con in dosso una tuta nera con sopra stampate delle farfalle bianche, i capelli raccolti in una coda e una palla stretta tra le braccia.
«Scusate, ho perso l'autobus!»
«Figurati, avevamo appena iniziato a mettere le cose sul telo!» Disse Nishinoya, alzando il pollice.
«Grande! Almeno tu te la sei ricordata!» Esultò, sempre Hinata, prendendole dalle mani il pallone, sollevandolo come un trofeo.
«Non vorrete mettervi a fare veloci anche in un parco?» Disse Ennoshita, alzando un sopracciglio e utilizzando quel suo tipico tono gentile che in realtà celava una minaccia seria, quando colse lo sguardo d'intesa di Hinata e Kageyama, non appena si scoprì che lì vicino c'era un'area dedicata.
«Ogni occasione è buona per allenarsi!» Rispose il numero dieci, con le fiamme agli occhi.
«Sì, ma se poi colpite qualcuno, poi dovrò scusarmi io!»
«Mei, tu che cosa hai portato?» Chiese Yachi all'amica, mentre quest'ultima apriva la sua borsa termica.
«Tamagoyaki e dei mochi al Gari-Gari-kun»
«Mochi al Gari-Gari-kun?» Gli occhi di Nishinoya si illuminarono. «Dove... dove li hai trovati?»
Mei lo guardò per un attimo incerta, poi si strinse nelle spalle. «Beh li ho fatti io, non credo ce ne siano in giro.»
«Posso... posso assaggiare?»
Mei gliene porse uno e Nishinoya gli diede un morso. Lo masticò per qualche secondo, con l'aria da giudice chef, ma che subito mutò in un'espressione commossa.
«Qui tra noi abbiamo anche l'Arcangelo Sachiel» disse, mentre si massaggiava la guancia ed il buon sapore gli scendeva lungo il palato.
«Cos'è oggi siete stati pervasi dalle visioni mistiche!?» Commentò Tsukishima, sconcertato.
«Ti prego, Mei,» Nishinoya, le prese improvvisamente le mani «vieni ad allenarti con noi e porta ogni volta queste delizie!»
Mei divenne instantaneamente rossa, non sapendo come reagire alla spontaneità del ragazzo. Per fortuna intervenne Yachi che lo spinse via. «La vuoi come compagna di squadra o come pasticcera?»
Nishinoya non comprendeva perché non potesse avere entrambe le cose e Yachi continuò a rimproverarlo.
Mei nascose una risata dietro la mano, imporporando le guance.
La mattina trascorse tra scherzi e risate, il gruppo di adolescenti era spensierato ed allegro, concedendosi almeno per quel giorno la libertà dal pensiero che il ritiro si faceva sempre più prossimo ed avrebbero dovuto dare il meglio di sé quasi come fossero ai nazionali.
Mei provava a stare al passo con i discorsi, loro si conoscevano da tanto, quindi non sapeva bene come inserirsi. A volte ebbe persino l'impressione di non aver parlato abbastanza ad alta voce, perché raramente rispondevano ai suoi commenti o persino quello che aveva già detto lei, qualcun altro lo ripeteva e allora essi reagivano.
Lentamente ma inesorabilmente, per quanto cercò di opporsi ad esso, sentì come se stesse scivolando in un angolo appartato, mentre le spalle di quelle persone si imponevano di fronte a lei.
Ma proprio un attimo prima che un'aura opprimente schiacciasse del tutto le sue, una voce si levò.
«Ehi! Stai bene?» Le chiese Yachi, prendendole la mano.
Mei sorrise, incassando appena la testa ed annuì.
«Perché non parliamo un po' noi due? Sono stufa di sentirli blaterale su partite e videogiochi. Non ci capisco niente.»
«Non sono blateri! Tu non l'hai vista la diretta streaming del torneo più atteso dell'anno,» gracchiò Tanaka strizzando gli occhi, «se non sei appassionata, fatti tuoi!»
«E tra poco io e Mei muteremo in delle head shaking dolls!»
Come aveva fatto Mei a non accorgersi che effettivamente anche la sua amica stava intervenendo poco? Solo ora si rese conto che Yachi non aveva mai aspettato che la coinvolgessero ma partiva all'attacco. Cercava le aperture, alzava e sovrastava le altre voci, quasi a volerle murare con l'imposizione delle sue idee.
Seppur fatto di parole, alla fine anche quel confronto poteva essere paragonato ad una partita di pallavolo. Gli attacchi deboli non superano la rete, quelli rapidi o schiaccianti invece sì e non per forza con la ricerca del punto, ma abbastanza decisi affinché la sua voce venisse intercettata da qualcuno.
«Yachi ha ragione,» disse Hinata «ci siamo qui riuniti soprattutto per parlare del fatto che dobbiamo trovare il modo di far partecipare anche Mei ai nostri allenamenti.
«Sempre... sempre che non sia un disturbo, ovviamente.» Aggiunse la ragazza, grattandosi la nuca e sorridendo imbarazzata.
«Se la presenza di una ragazza sul campo ci farebbe giocare peggio, staremmo messi male,» disse Ennoshita, per poi guardare di sottecchi Nishinoya e Tanaka «giusto, ragazzi?»
«Perché guardi proprio noi!?» Esplosero entrambi in contemporanea.
«Anzi, almeno c'è un elemento nuovo,» aggiunse Tsukishima, con calma «ci conosciamo tutti tra noi e non abbiamo più l'elemento sorpresa.» Poi guardò Mei, mentre si sistemava gli occhiali. «Piuttosto devi essere convinta te. Siamo tutti maschi e non possiamo andarci morbidi, non ora che dobbiamo allenarci seriamente in vista del ritiro.»
«Io non voglio che ci andiate morbidi,» rispose lei, aggrottando lo sguardo «non ho paura delle braccia arrossate... vorrei solo... vorrei solo...» Non sapeva neanche lei cosa dire. Voleva gridare a tutti loro che sì, voleva diventare fortissima e voleva fargliela vedere a quel gruppo di oche.
«Farfalla monarca.»
La voce di Yamaguchi fece voltare tutti all'unisono. Per un attimo ne rimase imbarazzato, poi, però, alzò il dito e ripeté quel nome. «Lei fa parte delle farfalle no? E vuole diventare l'asso del suo campo. Quindi un regina. Questa specie, inoltre, rappresenta anche la rinascita e la trasformazione.» Guardò Mei, sorridente. «Quindi è questo che vorresti, no? Diventare una farfalla monarca.»
Mei lo guardò inizialmente stupita, poi si illuminò ed annuì.
«Molto bene, allora!» Esclamò Hinata. «Tu ora sei un bruco, è chiaro, ma vedrai che per quando avremo finito sarai diventata tale!»
Mei si voltò verso di lui e sgranò gli occhi, vedendo il suo sguardo così acceso ed entusiasta. Per un attimo le parve come se il ragazzo si stesse facendo carico di tutto il suo essere. Ancora una volta egli rappresentava tutto ciò che lei volesse diventare. «Sì, sensei!»
«Ma in che cosa sei più portata?» Chiese Ennoshita, alzando un sopracciglia, sinceramente incuriosito.
«Beh... in realtà non ho un ruolo...»
«Secondo me è adatta al libero.» Disse Nishinoya, «avete visto con che prontezza ha parato l'altro giorno, no?»
«Cosa preferisci?» Chiese Tanaka, «Attacco o difesa?»
Mei si grattò una guancia. «Più che altro mi piace essere di supporto.»
«Ti piace il palleggio?» Chiese Kageyama.
Lei annuì.
«E ti riesce bene?»
«Beh... è il movimento in cui perdo meno la palla.»
In quel momento Kageyama venne avvolto da un'aura di superbia e una corona apparve sulla sua testa. «Allora sarà una palleggiatrice!»
I presenti sbiancarono. Era chiaro. Nel momento in cui era stato messo in mezzo qualcosa che facesse anche solo vagamente cenno alla nobiltà, le antennine del re despota si erano drizzate. Era rimasto in silenzio, ad aspettare che i bifolchi dicessero la loro, per poi dare la sentenza finale.
Mei sospirò. «Il problema è che ai miei genitori non interessa, non vogliono che trascuri lo studio... ma è possibile allenarsi e mantenere buoni voti, mio cugino lo ha sempre dimostrato. Lo stesso vale per voi, giusto, sensei?»
Un freddo gelido cadde tra i presenti. Hinata, Kageyama, Nishinoya e Tanaka, divennero quattro lenzuoli, mentre l'occhio severo di Ennoshita li fulminava.
«Certo che è possibile, con l'impegno... qui qualcuno sa bene che vuol dire la parola "rimandato"» disse quest'ultimo.
«Ci parlerò io» disse improvvisamente Hinata. Mei credette di aver capito male, ma quando l'amico si alzò in piedi con lo sguardo deciso, ebbe conferma che non fosse stato un abbaglio. «So bene cosa significa non avere supporto, ma ti si sta presentando un'occasione unica e non sarà un cavillo burocratico ad ostacolare i tuoi obiettivi.»
«Giusto!» Si accodò Yachi, alzandosi anche lei in piedi. «Verrò anche io. In quanto manager della squadra, è mio dovere presentarmi, così i genitori di Mei si sentiranno anche più rassicurati.»
«Allora, in quanto capitano, non posso esimermi!» Disse Ennoshita.
Tutti quanti a ruota, tra chi si alzava o comunque rivolgeva a Mei uno sguardo entusiasta, tutti desideravano aiutare la ragazza.
Mei rimase del tutto spiazzata. Quei ragazzi la conoscevano da così poco, non aveva fatto niente di particolare per guadagnarsi la loro stima... eppure loro erano pronti ad aiutarla. In un attimo, sentì montare le lacrime. Era felice e allora stesso tempo provava un senso di colpa. Non perché avesse fatto qualcosa di male, ma non sentiva neanche di meritarselo.
«Grazie...» disse, cercando di asciugarsi le lacrime agli occhi con un fazzoletto. «Siete molto gentili.»
Yachi le posò una mano sulla spalla, cercando il suo sguardo e quando lo incontrò le sorrise dolcemente. «No... siamo tuoi amici.»
Per suggellare questo momento, decisero di farsi una fotografia e fu la stessa Mei a scattarla. Un ricordo che anche negli anni avrebbe custodito con grande affetto.
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Quando decisero che fosse giunto il momento di tornare a casa, era ormai il tramonto. Erano tutti sfiniti. Chiaramente, dopo pranzo, il richiamo della rete nell'area di gioco aveva fatto da pifferaio magico per il gruppetto di pallavolisti, che non appena ebbe l'occasione si cimentò in un quattro contro quattro, con Yachi a bordo campo che faceva il tifo per entrambe le squadre.
Ennoshita disse chiaramente che il duo bislacco questa volta non poteva fare coppia - aveva seriamente paura che quei due entusiasti si facessero prendere la mano e finissero per colpire un anziano o un bambino e in quanto capitano, poi si sarebbe dovuto prostrare.
Così a fare da alzatrice ad Hinata fu designata Mei, la quale cercò di fare il possibile per cercare di essere all'altezza del compito.
Non era facile, però, quei ragazzi erano davvero eccezionali e lei faceva molta fatica a rispondere con i tempi giusti. Tuttavia, nessuno di loro la rimproverava o guardava male per i suoi sbagli e sorridevano con lei, se riusciva a fare un buon passaggio o persino un punto.
Kageyama inoltre non mancava di darle consigli per fare una buona alzata e lo faceva in modo talmente professionale che Hinata sentì il bisogno di ricordargli che il sensei fosse lui.
«Geloso, Hinata?» Lo canzonò Tanaka.
Hinata rispose in maniera anche fin troppo enfatica e tutti si misero a ridere.
Poi arrivò il momento di Mei per battere. Fece un paio di passi in avanti, preparandosi alla schiacciata, anche se con tutti quei paia d'occhi puntati addosso il cuore aveva iniziato a martellarle in petto. Non era ancora brava in questo ed ebbe paura di fare brutta figura.
Il sensei, però, intuì i suoi pensieri e la interruppe prima che potesse portare a compimento il gesto.
«Fai nel modo in cui ti trovi più sicura, non devi dimostrare niente a nessuno.»
Per la ragazza fu come essere sollevata da un peso. Annuì e sorrise, per poi cambiare posizione e colpire la palla con una battuta dal basso.
La palla volò in alto... e superò la rete.