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A volte, le nostre piccole paure e i difetti che stringiamo tra le mani sembrano volerci fermare, come un improvviso acquazzone che ci spinge a cercare riparo sotto il portico di una vecchia casa di legno. Eppure, proprio come le girandole colorate piantate nell'orto, che aspettano solo un soffio d'aria un po' più forte per iniziare a danzare, anche le nostre fragilità possono diventare la brezza che ci mette in movimento. Accettare i propri passi incerti non significa smettere di sperare, ma imparare a camminare sotto la pioggia con il cuore leggero, scoprendo che ogni singola goccia contribuisce a far fiorire i germogli che portiamo dentro.
Quando Shōyō Hinata tornò a casa salutò tutti con tranquillità, lasciando le scarpe all'ingresso con noncuranza e salendo subito le scale per correre nella sua stanza ad abbandonare lo zaino. Con calma si fece la doccia, si mise il pigiama e scese a cenare con la famiglia, che colse l'occasione per chiedergli come stessero andando gli allenamenti... come di routine in una giornata qualsiasi.
Per lui, però, quella non era stata affatto una giornata qualsiasi.
Già mentre risaliva le scale deglutì diverse volte, mentre le narici si allargavano a ritmi regolari nel tentativo di mantenere la calma. I gradini sotto i suoi piedi scricchiolarono appena e la porta della camera emise un lieve stridio quando girò il pomello.
Si avvicinò allo zaino, nel quale rovistò per qualche secondo finché non trovò l'oggetto della sua ricerca: la lettera che gli aveva consegnato Mei.
Il letto cigolò sotto il suo peso; il materasso aveva qualche annetto e ormai cedeva facilmente, ma per il giovane rimaneva un posto comodo e sicuro quando si trattava di dedicarsi a qualcosa che richiedeva la sua totale attenzione.
Lesse di nuovo quelle parole scritte nervosamente sulla bella carta stampata. Gli aveva chiesto di diventare il suo "sensei di pallavolo". Il suo allenatore, quindi? Perché allora non utilizzare quella stessa parola?
Esaminò il resto del contenuto. La ragazza gli parlava di come lo ammirasse per quel suo fare spontaneo e raggiante, di come tutti guardassero a lui come a un punto fermo. Nel leggere quelle righe provò un certo imbarazzo, perché era forse la prima volta che qualcuno gli diceva apertamente cosa pensasse di lui. In realtà non era proprio la prima volta, ma in quel caso specifico si sentì a disagio. Si trattava di vere e proprie aspettative. Qualcuno desiderava affidarsi completamente a lui per crescere.
Era bravo nella pallavolo, i risultati erano nero su bianco, benché non ancora sufficienti da essere stato chiamato ufficialmente, all'epoca, a quel ritiro per l'allenamento speciale in cui solo Tsukishima era stato selezionato. Ma un conto era giocare per sé stessi, comprendere il proprio corpo e farlo muovere al momento giusto. Un conto era insegnarlo a qualcun altro, capirne le mancanze, aggiustarne la postura. Se lui stesso commetteva ancora degli errori, come poteva essere all'altezza del compito?
Forse era meglio scusarsi e dirle che la ringraziava per aver pensato a lui, ma che non si sentiva pronto. Comunque sia, sarebbe stato meno complicato se invece il contenuto della busta fosse stato di tutt'altro genere. In quel momento tutto quello che gli interessava era solo la pallavolo e perfezionarsi in quel campo. Non era solo un divertimento scolastico come per la maggior parte dei coetanei: era un obiettivo di vita, e non poteva concedersi distrazioni.
Improvvisamente prese il cuscino e se lo mise sulla testa mentre si voltava a pancia in giù, iniziando a scalciare contro il materasso. Stava lottando sinceramente con sé stesso.
Mei non era solo la cugina di Azumane, era diventata veramente una sua amica, e un'amica gli stava chiedendo aiuto. Quella ragazza, poi, era la timidezza in persona, e aver scritto quella lettera probabilmente le aveva richiesto un enorme sforzo.
Alla fine sollevò il capo con le sopracciglia inarcate: «Sì, a questo punto chiediamo direttamente a lui.»
Dopo un paio di squilli Azumane rispose al telefono: «Pronto?»
«Ciao Asahi! Scusa l'orario, ma ho bisogno di parlarti.»
Gli spiegò rapidamente la situazione e, quando finì di parlare, per un attimo dall'altra parte ci fu solo il silenzio.
«Non ho capito se mi stai chiedendo il permesso o il perdono.»
Hinata drizzò la schiena, temendo di non essere stato chiaro: «Cosa dovrei fare? Io non sono capace. Perché non lo ha chiesto direttamente a te che giochi persino all'università, adesso?»
«Proprio perché sono all'università non posso dedicarmi a queste cose. Poi tu sei più vicino alla sua età, la capisci già meglio rispetto a me che ho diciotto anni» fece una breve pausa. «Inoltre tu sei molto bravo e appassionato, è questo che ha visto in te.»
Il ragazzo chinò il capo e abbassò leggermente la voce: «Sì, ma non credo di essere la persona adatta per seguire qualcuno come Mei.»
«Io credo invece di sì. Non hai idea della capacità che hai di far star bene le persone» rispose il suo amico, che dal tono sembrava davvero credere in ciò che diceva. Poi fece un'altra pausa, prima di proseguire: «Comunque non sei obbligato a seguirla, se non te la senti. Hai già il tuo da fare, Mei lo comprenderà.»
«Ma non ci rimarrà male?» Hinata si accorse solo un secondo dopo che la voce gli era uscita leggermente tremante. «Sembrava così fiduciosa, mi dispiacerebbe deluderla.»
«Da parte mia sei libero di ricevere o rifiutare, e nessuno ti giudicherà male. Perciò fai quello che ti senti e non preoccuparti: ha le spalle larghe, lo sa accettare un rifiuto.»
Era proprio quello che Hinata temeva, e sentirlo dire ad alta voce non poté che rattristarlo: quella ragazza conosceva già fin troppo bene il peso del rifiuto.
Quando chiuse la conversazione, si rannicchiò in posizione fetale con il viso imbronciato. Valutò gli orari scolastici, quanta distanza ci fosse tra il suo istituto e quello di Mei, i giorni in cui si allenava lui e quando si allenava lei. Effettivamente il tempo c'era: il fine settimana, ma anche il fatto che almeno un giorno a settimana lui avesse la palestra libera mentre lei no.
Ripensò a quando, prima delle superiori, si allenava pressoché da solo. I suoi amici ogni tanto lo accontentavano, ma le loro passioni erano altre. A quel tempo si sentiva solo e non supportato. Non sarebbe mai diventato quello che era ora se poi, una volta cambiate le scuole, non avesse trovato qualcuno che condivideva i suoi stessi sogni o che, in ogni caso, lo spronasse a continuare.
Infine corrugò la fronte e annuì. Aveva preso la sua decisione. Forse non sarebbe stata la migliore, ma le aveva promesso che le avrebbe dato una risposta il prima possibile, e lui non mancava mai alle promesse.
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Il giorno dopo mandò un SMS alla ragazza, chiedendole se poteva aspettarlo fuori da scuola per darle la sua risposta. Ci teneva a farlo di persona: doveva guardarla negli occhi, dirle a voce quello che pensava e voleva vedere la sua reazione dal vivo.
Dovette prendere un autobus per poter raggiungere l'istituto, il quale per fortuna non tardò ad arrivare.
Mei lo aspettava lì, nel bel mezzo dello spiazzo semideserto; ormai quasi tutti gli studenti erano andati a casa. Il vento le agitava appena i lembi della gonna e i capelli mossi, sempre un po' spettinati. Accolse l'arrivo del suo amico con un sorriso lieve e gentile, sollevando appena la mano destra.
Hinata rispose a sua volta alzando la propria, per poi correrle incontro.
«Grazie e scusa, magari eri stanca.»
Mei socchiuse appena gli occhi, scuotendo il capo: «La tua risposta era più importante.»
Hinata deglutì, mentre, accigliato, si stringeva la cartella al petto per armeggiarci dentro. Dopo qualche secondo estrasse la lettera.
La ragazza indugiò per qualche istante su di essa, poi, quando Hinata si rimise in spalla lo zaino, pensò che stesse per restituirgliela. Mei si strinse appena nelle spalle ma sorrise con fare comprensivo: del resto stava chiedendo qualcosa di impegnativo e lui doveva pensare alla propria crescita. Almeno ci aveva provato.
Allungò le dita nell'intento di riprendere la lettera quando, all'ultimo istante, Hinata la ritirò. Mei allora lo guardò con aria interrogativa.
Lui aveva un'espressione tesa: «Senti, io non sono una persona adatta a fare da sensei, davvero. Tu mi vedi a mio agio in palestra, ma non puoi capire il mal di pancia che mi coglie quando è il momento di mettermi davvero alla prova!» Tremò appena nelle spalle. «Mi scordo di lavarmi i denti, a volte mi metto i calzini spaiati e quando non mi vengono le schiacciate, accidenti se vorrei mangiarmi la testa da solo! Per non parlare di quanto divento scorbutico quando a quel saccente di Tsukishima riesce qualcosa e a me no... e della mia pagella? Vogliamo davvero parlare della mia pagella?»
Mei fece un passo quasi impercettibile indietro, sollevando le mani, travolta da quell'ondata di parole sparate a raffica e in maniera così stridula.
«Ma... ma non ti preoccupare. Posso capire perché tu non voglia farmi da sensei, non ti devi giustificare. Io capisco, davvero.»
«No, hai capito male. Io VOGLIO farti da sensei! Ma sto cercando di salvarti da un enorme mal di testa, se deciderai di seguire un tipo come me!»
Mei perse un battito. Quasi stentò a credere alle sue orecchie, temendo di aver preso un abbaglio. Ma lo sguardo marrone, che la fissava dritta negli occhi, sembrò sottolineare con assoluta serietà ciò che aveva appena detto.
Sorrise piano e le guance le divennero leggermente rosee: «Vorrà dire che se mi verrà, prenderò un'aspirina.» Poi afferrò con le dita la punta della cravatta e la stropicciò appena: «Chiaramente se non è un disturbo.»
Hinata strinse i pugni e si calmò. Ora il suo sguardo si era fatto ancora intenso, ma attraversato da una luce diversa, più ferma. «Tu vuoi migliorarti, distinguerti sul campo. È lo stesso desiderio che ha sempre attraversato anche me» deglutì. «Forse non sarò il miglior sensei che tu potessi scegliere ma, come io ti aiuterò, tu aiuterai me a diventare più sicuro in quello che faccio.» Sollevò di scatto il braccio destro, porgendole la mano: «Stringiamo questo patto, Mei. Impegniamoci fino a puzzare.»
Fortunatamente, in quel momento, nessuno era presente per udire quelle parole. Ma Mei fu onesta con sé stessa: se anche qualcuno avesse davvero sentito una tale affermazione, non gliene sarebbe importato affatto.
Ora anche il suo sguardo venne attraversato da una luce nuova e con decisione contraccambiò quella stretta. Hinata gliela strinse un po' di più, mentre agitava la presa a mezz'aria, e Mei si accorse subito di quanto la sua mano fosse salda. Un giorno anche lei l'avrebbe avuta così.
In quel momento le superò una ragazza dai lunghi capelli neri, tenuti indietro da una fascia bianca, che si voltò non appena riconobbe Mei, incuriosita da quella situazione.
«Himawari» disse Mei, riconoscendola a sua volta, mentre riabbassava il braccio. Sul suo volto passò un lieve stupore e si strinse di nuovo leggermente nelle spalle. «Credevo fossi già andata via.»
«Dovevo parlare con il professore» rispose lei con calma.
«Himawari, lui è il mio amico Hinata! Era in squadra con mio cugino, sai? Mi allenerò con lui nei prossimi giorni.»
La studentessa abbassò lo sguardo su quel ragazzo che, dalla divisa, era chiaro fosse di un altro istituto, più basso di lei di almeno una decina di centimetri.
«P-piacere!» disse il ragazzo, grattandosi la nuca con lieve imbarazzo.
«Piacere...» rispose lei con poca enfasi. «Beh, io devo andare, buona serata.»
«Aspetta, Himawari!» Mei sollevò il braccio destro verso di lei e curvò le sopracciglia, pur mantenendo il sorriso. «Facciamo la stessa strada, potremmo tornare a casa insieme.»
La ragazza la guardò per un lungo momento, poi distolse lo sguardo: «No, scusa, ma torno subito a casa, mi vedo con il mio fidanzato.»
Hinata sentì in quel momento di voler essere inghiottito dalla terra. C'era un'aria strana e, non sapendo bene come comportarsi, il suo corpo rispose nell'unico modo in cui gestiva la tensione: facendogli venire i crampi allo stomaco.
«A-allora ci vediamo domani agli allenamenti» concluse Mei, abbassando lo sguardo.
«A domani.»
Quel che seguì fu solo una folata di vento che sollevò qualche nuvola di polvere nel cortile.
Mei osservò in silenzio Himawari allontanarsi finché non girò l’angolo della strada. Passò un lungo silenzio tra lei e Hinata, con quest'ultimo che cercava di decifrarne l'espressione.
«È una tua compagna di classe?» provò a chiedere il ragazzo.
Mei scosse il capo: «Solo di palestra. Siamo finite in due classi diverse, almeno per questo primo anno. Ma ci siamo iscritte insieme al club, abbiamo fatto le medie insieme e anche lì era una mia compagna.»
«Capisco, quindi siete amiche di vecchia data.»
«Ormai credo che si debba parlare al passato...»
Hinata le posò una mano sulla spalla e lei tornò con lo sguardo su di lui. Stava sorreggendo un sorriso splendente e con l'altra mano aveva alzato il pollice: «Ti prometto che ti aiuterò a ricucire quel legame!»
Mei tirò su con il naso. Come poteva credere Shōyō di non essere all'altezza di farle da sensei? Con un gesto deciso, gli porse un profondo inchino.
Hinata schioccò velocemente la lingua sul palato e agitò il dito indice a destra e a sinistra: «No, no, non voglio i tuoi ringraziamenti. Voglio i fatti!»
Mei non rispose, chinando appena la testa di lato.
«Domani mattina presto ci vedremo per fare un po' di corsa insieme.»
Il volto della ragazza divenne per un attimo viola: «Ma... ma la campanella suona alle otto e trenta, non avremo il tempo per...»
«Per questo ci vedremo prima!» rispose lui con semplicità. «Io poi devo prendere anche l'autobus per arrivare alla mia scuola, quindi ci vedremo qui davanti per le sette.»
«Ma questo... questo vorrà dire che mi dovrò alzare alle sei!» balbettò lei.
Hinata la guardò con la stessa espressione imperativa del suo allenatore Ukai quando lui non eseguiva gli ordini. Mei sentì un brivido lungo la schiena e non poté fare altro che annuire.
🏐🏐🏐
Il mattino dopo la sveglia suonò molto presto. Ormai l'impegno era stato preso.
Quando, però, si trovarono davanti alla Shiroi Chō, era chiaro che entrambi avessero fatto uno sforzo enorme per alzarsi dal letto. Se Mei si era dovuta svegliare alle sei, lui, che abitava più lontano, si era dovuto alzare addirittura alle cinque. A questo la ragazza non aveva assolutamente pensato.
Le loro occhiaie quasi toccavano terra e a stento si salutarono.
Hinata, però, all'improvviso si diede degli schiaffi sulle guance e si fece indicare dalla ragazza dove fosse la loro fontanella.
L'acqua fresca bagnò il viso e parte delle ciocche rosse ribelli del ragazzo. Le gocce che volarono via catturarono i raggi luminosi del mattino, enfatizzando il suo sguardo che ora era tutt'altro che assonnato.
«Questo sì che ci voleva! Mei, fallo anche tu, vedrai che ti riprenderai subito!»
Mei si chinò e si sciacquò gli occhi.
«Ma no! Dei bei getti, come faccio io!»
Lui si gettò l'acqua in faccia e a ogni spruzzo fresco si svegliava un po' di più. Mei lo guardò per un attimo, poi si accigliò e fece lo stesso. Se il suo sensei lo stava facendo, allora lei doveva seguirlo. In pochi secondi anche lei sentì il medesimo vigore attraversarle il corpo e, man mano che quella freschezza le colpiva il viso, più sentiva crescere la positività.
Entrambi si misero a ridere allegramente.
Ma avevano poco tempo a disposizione e ogni minuto era prezioso. Lasciarono le rispettive cartelle alla guardiola del custode e poi tornarono sulla strada.
Si sistemarono meglio la tuta, fecero qualche saltello di riscaldamento, per poi iniziare a correre.
Dopo il primo sprint iniziale, però, l'andatura di Mei divenne decisamente più lenta. Iniziò a sudare e a avere il fiatone. Cercava di stare al passo di Hinata, ma lui era un grillo. Strinse gli occhi cercando di mettercela tutta, ma più di tanto non riusciva.
Guardò quel ragazzo correre lontano, sempre più lontano. Lui sì che aveva le ali ai piedi; lei, invece, credette di avere dei sassi. Se non riusciva a stargli dietro fin da subito, come poteva sperare un giorno di raggiungere il suo livello?
Presa da questi pensieri negativi, non si accorse, però, che l'amico aveva cambiato andatura.
«Guarda avanti o inciamperai.»
Quasi sobbalzò: Hinata si era messo al suo fianco.
«Scusa... io...» provò a dire con il fiatone.
«Scusami tu, piuttosto!» disse lui, anch'egli con un po' di fiatone ma ancora in grado di parlare tranquillamente. «Io sono più allenato di te, ma effettivamente è bene iniziare con calma. Non andare più veloce di quello che senti, rallenta o non otterrai niente da questo allenamento.»
Mei lo guardò per un attimo, poi sorrise e annuì. Rallentò così il passo, limitandosi a una corsetta leggera che il suo fisico riuscì meglio a sopportare, regolarizzando il respiro.
Hinata si adattò di conseguenza e così i due poterono fare anche un po' di conversazione mentre facevano il giro dell'isolato, costeggiando il canale che rifletteva i raggi del mattino.
«Ah, ci voleva proprio!» disse Hinata, portandosi la borraccia alla bocca una volta tornati davanti alla scuola e recuperati gli zaini. Si sedettero su una panchina esterna lì vicino per rifocillarsi dalla fatica fatta. Con l'estate era più facile sudare, e la tuta non era proprio l'alleato perfetto.
«Credi che sia andata bene?» chiese Mei, cercando il suo sguardo con gli occhi colmi di speranza.
Hinata sollevò il pollice e sorrise: «Certo, e la prossima volta andrà anche meglio! A ricreazione sentiamoci per coordinarci meglio con gli orari.»
La ragazza gli prese improvvisamente la mano tra le sue e la strinse, mantenendo comunque una certa morbidezza. I suoi occhi si fecero lucidi, mentre le gote le si tingevano appena di rosso: «Grazie, Hinata.»
Hinata la guardò per un attimo con lieve stupore, poi sorrise: «Ti prego, chiamami Shōyō.»
«Ah, ma allora è vero quello che mi hanno detto, che ti sei trovata un ragazzo!» La voce tagliente di Sakura giunse alle loro orecchie.
Con lei c'erano anche le altre due compagne di squadra e sue seguaci, Akane e Kaori. A differenza di Mei, indossavano delle gonne corte per la loro divisa, e questo metteva in risalto la tonicità delle loro gambe. Erano delle atlete alte e slanciate del terzo anno, figure che nell'istituto scolastico certo non passavano inosservate.
Mei divenne pallida come un lenzuolo e lasciò immediatamente la mano di Hinata.
«Non è il mio ragazzo, è un mio amico. È il mio sensei.»
Le ragazze dovettero portare le mani davanti alla bocca, cercando di trattenersi. «Il tuo che?» chiese Kaori.
Mei aggrottò la fronte: «Mi sta aiutando con la pallavolo.»
Il trio si lasciò andare a una risata sguaiata.
«Allora spero tu ti stia facendo pagare profumatamente» disse Akane, rivolta a Hinata. «Questa non prende una palla nemmeno se gliela consegno direttamente!»
«Ha il burro nelle mani» aggiunse Kaori.
Hinata scattò in piedi, il volto contratto in un fascio di nervi: «Come potete parlare così? È una vostra compagna! Non avrebbe mai avuto la necessità di rivolgersi altrove, se l'aveste aiutata.»
Sakura si accigliò e gli si avvicinò, sovrastandolo con il suo metro e ottanta. Hinata dovette tenere lo sguardo molto, molto in alto, perché alla sua altezza avrebbe dovuto guardare dettagli che lo avrebbero fatto diventare rosso.
«A qualcosa o sei portato o non lo sei. E lei non ci è portata, a partire dal suo aspetto. Se è ancora in squadra è solo perché il direttore pende dalle labbra del suo paparino.»
Le spalle di Hinata tremarono per la rabbia che lo stava attraversando: «Ma che fesserie vai dicendo!? Da quale piedistallo puoi sentenziare che Mei sia portata o meno in qualcosa? Chi sei tu per giudicare? Io la conosco da poco e ho già potuto scorgere il suo potenziale!»
Sakura assottigliò lo sguardo, punta sul vivo: «Sono il capitano della squadra e, se ti dico che lei è inadatta, è perché lo è.» Poi lo guardò dall'alto verso il basso e fece una smorfia: «Comunque, cosa ne potrai mai sapere anche tu di pallavolo, che sei un tappetto?»
«Come ti permetti!?»
La voce furente di Mei fece voltare tutti e quattro. Era forse la prima volta in assoluto che la vedevano veramente alterata. Gli occhi erano ridotti a due fessure e le braccia erano rigide lungo i fianchi. Le spalle si gonfiavano a ogni suo respiro.
«Prendetemi in giro quanto vi pare, io ormai ci ho fatto l'abitudine. Ma non vi permetto di insultare il mio sensei! Lui è le ali del Karasuno. Il miglior giocatore di pallavolo che io conosca, persino più di mio cugino! Grazie a lui il morale della squadra è sempre alto» aggrottò ancora di più le sopracciglia, «ed è un mio amico.»
Lo sguardo acceso per un attimo fece esitare le tre, in particolare Sakura che la guardò a lungo, ma fu solo un istante. La campanella suonò, interrompendo la tensione. Il trio se ne andò sorridendo e scuotendo il capo.
Non appena, però, Akane ebbe raggiunto Mei, le posò una mano sulla spalla e si chinò quel tanto che bastava per raggiungere il suo orecchio: «Tranquilla, certo che è solo un tuo amico. Del resto, quale ragazzo potrebbe mai provare qualcosa per te, oltre a questo?»
Mei abbassò lo sguardo con stizza, stringendo i pugni e i denti.
Akane poi sollevò lo sguardo verso Hinata, mantenendo quell'espressione azzurra e maligna: «E tu, non essere troppo gentile con lei o potrebbe farsi dei castelli in aria e attaccarsi come una cozza.»
Hinata non ci vide più dalla rabbia. Fece per correrle incontro: non aveva mai picchiato una donna, ma c'era sempre una prima volta per tutto.
All'ultimo istante, però, Mei distese un braccio: «Lascia perdere, non ne vale la pena, davvero.» Il suo sguardo era nascosto dalla frangia.
Akane sorrise in segno di trionfo, mentre girava i tacchi e si allontanava per raggiungere le amiche.
Hinata emise un ringhio sommesso e si voltò di scatto verso Mei: «Come può quella dirti certe cose e passarla liscia? È una stronza!»
«Lei, Sakura e Kaori sono il trio di punta della squadra. Saranno quello che saranno, ma è stato grazie a loro che il club ha vinto dei riconoscimenti. Se venissero cacciate, la squadra ne risentirebbe» poi un paio di lacrime caddero a terra. «Comunque riesco ad accettarlo. So di non essere come tutte le altre. Va bene così, non è un problema.»
Il ragazzo sentì salirgli il cuore in gola. Si portò davanti a lei e le scosse le spalle, esortandola a guardarlo negli occhi. Mei aveva la vista completamente appannata e gli occhi arrossati, ma sorrideva. Di quel sorriso che era una silente accettazione delle cose.
Questo provocò in Hinata ancora più rabbia: «Ehi! Non pensare mai e poi mai di essere diversa! Tu sei una ragazza proprio come tutte le altre, non hai niente che non va, ficcatelo in testa!»
Mei sorrise e sospirò: «Grazie Shōyō, sei davvero gentile.» Chinò il capo e lo scosse, agitando le ciocche castane. «E te lo assicuro, te lo spergiuro: io non mi faccio nessun castello in aria. Io davvero ti vedo come il mio sensei, desidero solo diventare forte come te.» Sussultò appena, trattenendo un singhiozzo. «Ma se credi che ti stia troppo attorno, allora dimmelo. Non voglio darti in alcun modo fastidio.»
Improvvisamente Hinata le avvolse le spalle con le braccia. Mei rimase come sospesa, colta di sorpresa, con il corpo rigido.
«Sta' tranquilla, puoi starmi attorno quanto ti pare. Sei mia amica e sei la mia allieva» sfuggì un singhiozzo anche a lui. «E ora, come prima regola, devi buttare via tutte quelle cose cattive dalla tua testa. Sono stato chiaro?»
Mei rimase in silenzio, poi, con il viso che spuntava appena sopra la spalla di Hinata, annuì: «S-sì, sensei.»
«E ora un abbraccio forte, prima di salutarci!»
«Sì, sensei!»
Forse era meglio che Hinata non utilizzasse quell'aggettivo – forte –, perché Mei lo prese alla lettera. Avvolse le braccia attorno al suo busto e non solo nella stretta gli fece quasi perdere il fiato, ma lo sollevò persino da terra di qualche centimetro. Per un attimo il ragazzo scoprì cosa significasse essere una bambola.
«Accidenti, che forza!» esclamò, passandosi una mano tra le ciocche rosse con espressione stupita. «Dì la verità! Hai sempre volutamente risparmiato quel trio di oche.»
Mei si grattò una guancia e sorrise nervosamente: «Non voglio causare problemi a papà.»
Hinata le posò una mano sulla spalla e l’altra la strinse a pugno, fino a far sbiancare le nocche: «Allora incanalala tutta nelle battute sul campo da gioco. Dai un bello schiaffo a quelle palle e vedrai che così ne darai uno bello forte alla morale delle tue compagne!» Poi la guardò dritta negli occhi: «E ora va' a lavarti il viso. Hai dei begli occhi luminosi, non dovresti arrossarli con le lacrime.»
Mei sentì per un attimo le guance calde, ma poi convertì subito quella sensazione in una rinnovata determinazione. Strinse i pugni e annuì con decisione: «Sì, sensei!»
🏐🏐🏐
«Eh? Davvero quella studentessa ha detto quelle cose alla tua amica?» chiese il professor Takeda per conferma, quel giorno stesso. Hinata, nel corso della giornata, aveva sentito il bisogno di parlare con il suo insegnante: la cosa, con il passare delle ore, lo aveva sempre più turbato.
Lui, il professore e l'allenatore Ukai si trovavano nel minimarket di famiglia dove quest'ultimo lavorava quando non allenava la squadra di pallavolo.
«Ma perché non le denuncia agli insegnanti? Che possiamo farci noi?» disse Ukai, con una guancia poggiata su una mano dietro il bancone.
«Ha paura che a rimetterci sia il club stesso. Soprattutto in questo periodo, non possono privarsi delle loro migliori giocatrici» spiegò Hinata, accigliato.
«Certo» confermò Takeda, con la stessa espressione. «Il bullismo non è tollerato nelle scuole – quantomeno non dovrebbe esserlo – e questo loro atteggiamento potrebbe anche portarle all'espulsione.» Poi sospirò: «... ma ahimè, non è detto che nel frattempo la tua amica non subisca ripercussioni peggiori. Potrebbe anche ritrovarsi la scuola contro e, a quel punto, essere costretta a lasciarla. Non oso immaginare cosa potrebbe provocare.»
«Quindi mi sta dicendo che Mei deve subire e basta? Non si può fare niente?» Il numero dieci del Karasuno era scandalizzato; stentava a credere a una cosa del genere, per quanto ammettesse dentro di sé che il professore potesse avere ragione.
Takeda irrigidì lo sguardo: «Non ho detto questo e, credimi, mi sento male sapendo che esistono ancora cose simili. È una costante che colpisce qualsiasi generazione. Anche io alla vostra età venivo preso in giro per gli occhiali, e all'epoca non c'erano le tutele che ci sono oggi... ma questo non ferma certi elementi.»
«Cosa si può fare, professore?» Hinata lo guardò con espressione quasi disperata e Takeda comprese quanto quel ragazzo ci tenesse alla sua amica. Sorrise, quasi commosso.
«Mi confronterò con il preside e vediamo se, comunicando con l'istituto di Mei, si possa fare qualcosa. Cercherò di trovare una soluzione senza che lei ne sia direttamente coinvolta.»
Lo sguardo di Hinata si illuminò: «Professore, crede di poterci riuscire?»
La luce dei neon abbagliò le lenti degli occhiali di Takeda proprio nel momento in cui se li sistemò meglio sul naso: «Affidati a me.»
In quell'istante Hinata fu assolutamente certo che lo spirito di una tigre stesse avvolgendo il suo professore.
«Io ce l'ho una soluzione più rapida» disse Ukai con nonchalance, «ma non sarebbe istruttiva per uno studente.»
«Allora se la tenga per sé, signor Ukai!» lo ammonì subito Takeda, irrigidendosi.
Più tardi, Ukai e Hinata stavano attraversando il cortile per raggiungere la palestra. Hinata si sistemò meglio il borsone in spalla, mentre i pensieri della conversazione di poco prima ancora riecheggiavano nella sua mente.
Ukai abbassò lo sguardo e, da quel che disse subito dopo, sembrò avergli letto nel pensiero: «Ora non renderlo un pensiero fisso. Non avendo la bacchetta magica, non puoi sperare di risolvere la situazione dall'oggi al domani. Fino a un mese fa neanche la conoscevi, quella ragazza.»
Hinata contrasse la mascella e corrugò la fronte: «È che proprio non riesco a capacitarmi di questa cosa. Non è mai successa, né a me né ai miei amici, una situazione del genere. Non so come comportarmi.»
«Non esiste un manuale d'istruzioni. Ci sarà sempre qualcuno che trarrà forza maltrattando il più debole. Tu e i tuoi amici siete stati fortunati, ma sarebbe potuto capitare a chiunque.» Poi scosse il capo: «È un discorso troppo lungo e ostico, ma se tu vuoi aiutare la tua amica, limitati a starle accanto comportandoti come sempre, o le farai credere che di lei provi solo pietà.»
«È quello che voglio fare, infatti! Lei è la mia allieva!»
Ukai alzò un sopracciglio, un attimo interdetto, non conoscendo ancora la questione del "sensei".
Hinata poi sospirò, mentre lo sguardo era ora rivolto all'ingresso della palestra, sempre più vicino: «Vorrei solo farle capire che una vera squadra non è quella che ha vissuto finora.»
L'allenatore si passò una mano tra la chioma bionda, facendosi pensieroso: «Ti piacerebbe che si allenasse con noi? Però, essendo una ragazza, con dei maschi potrebbe trovarsi in difficoltà... per non parlare del fatto che non sarebbe coperta dalla nostra assicurazione, nel caso in cui si facesse male...»
«Sì, per favore! È possibile!?» Gli occhi del ragazzo erano diventati due stelle. Ukai dovette fare un passo indietro, sorridendo nervosamente.
«Per me non c'è problema. Il responsabile è il professor Takeda, deve essere lui disposto a correre il rischio.»
In un istante Ukai si ritrovò la borsa di Hinata tra le braccia, mentre quest'ultimo, correndo via in un battibaleno, aveva già raggiunto il plesso scolastico.
Takeda era alla sua scrivania, con la testa appoggiata al palmo e lo sguardo assorto verso la finestra da cui faceva capolino un ramo; su quel fogliame c'era un nido. Da quasi due mesi Takeda aveva modo di vedere quei pulcini di passerotto uscire dal guscio, mettere le piume e ora erano quasi del tutto pronti a spiccare il loro primo volo.
Con l'altra mano premeva la penna sulla superficie di legno come per un tic nervoso, ed essa, a click regolari, faceva uscire e rientrare la punta.
Quando aveva assunto il ruolo d'insegnante, tra le motivazioni che lo avevano spinto a diventarlo, quella di aiutare il prossimo era proprio una delle principali. Conosceva bene l'altro lato della medaglia, quello che non viene detto ad alta voce e che viene ignorato dai più, persino dai suoi stessi colleghi pur di non impelagarsi in situazioni spinose che li avrebbero costretti a fare di più, oltre le ore per cui erano pagati.
Forse adesso ne era aumentata la consapevolezza ma, anche solo fino a una decina di anni prima, quando agli inizi del duemila era lui uno studente, tutto veniva semplicemente etichettato come "bravate di ragazzi" oppure liquidato con un "sei tu che non sei in grado di importi".
Ora era un adulto e il tempo aveva cicatrizzato quei ricordi; la sua mente, per proteggerlo, aveva rimosso quella sensazione dolorosa che gli attanagliava il cuore quando il solo respirare sembrava per gli altri il motivo per farsi delle grasse risate. La rabbia e il desiderio di tornare indietro, magari con il carattere che aveva adesso, erano però una sensazione martellante, emersa nel momento stesso in cui Hinata gli aveva raccontato i fatti del mattino. Ma se il passato non si poteva cambiare e quelle esperienze alla fine avevano fatto parte della sua crescita, la sua pelle le aveva assorbite come un veleno di cui poi era diventato immune.
Ora era lui il faro di speranza per qualcuno, quindi no... non si sarebbe tirato indietro. A costo di andare persino alla Shiroi Chō e prendere per il colletto il suo preside.
«Professore...» La voce di Hinata, la cui tonalità iniziava a mutare in qualcosa di più profondo pur rimanendo ancora legata a quella di un bambino, lo fece voltare.
Il suo studente era lì, di fronte a sé. Nel suo sguardo c'era una luce particolare, quella di chi cercava in lui un supporto, un amico. Sarà stato anche l'asso emergente della sua squadra, quello dalle cui labbra tutti pendevano, ma in quel momento non era altro che uno studente come gli altri: un ragazzo che stava vivendo la sua piena adolescenza e che stava imparando a nuotare in una società dove la fragilità era mal tollerata.
«Dimmi pure, Hinata. Cos'altro posso fare per te?» chiese il professore, mostrandogli il suo solito sorriso gentile.
Hinata inizialmente esitò, ma poi si fece coraggio: «Le volevo chiedere un enorme favore.»
«Spiegati meglio» rispose Takeda, corrugando appena la fronte.
«Volevo chiederle se fosse d'accordo a far venire Mei ad allenarsi con noi... lo so che è strano, siamo tutti maschi... ma io credo che questo sia l'unico modo affinché possa capire davvero che una squadra non è come quella che le è stata mostrata fino ad ora.»
L'insegnante non rispose subito, osservando lo studente e facendosi pensieroso.
«Lei non appartiene al nostro istituto, potrebbe essere un problema.»
«Facciamo finta che sia un'ospite che ogni tanto vuole giocare con noi!» rispose di getto il ragazzo.
Takeda alzò un sopracciglio, chiaramente contrario a un'affermazione del genere. Subito dopo abbassò lo sguardo e si sistemò meglio gli occhiali.
«Se vuole unirsi a noi, allora si faccia firmare dai genitori un'autocertificazione in cui loro stessi danno il consenso. Con il preside poi parlerò io... ma solo per questo mese, prima del ritiro, e già così è ris...»
«Grazie mille, professore!» A Hinata bastava già avere ottenuto quei pochi giorni di concessione. Era raggiante e sprizzava gioia da tutti i pori, mentre agitava le braccia verso il soffitto.
Takeda non riuscì a trattenersi e sorrise, contagiato da quell'allegria.
Sì, non aveva alcun dubbio. Adorava il suo lavoro.
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