Sulla Sogliadel Canone

Fanfiction e storie originali in italiano: leggere e scrivere

Capitolo XXXI

Copertina di Germoglio
Copertina con AI

Germoglio

di @ladyele1991

Haikyu!! (fandom generico) · Classificazione: Maturo · In corso

203.822 parole · 32 capitoli · 1 lettura · aggiornata il 29 settembre · nessuna recensione ›

Avvertenze

Bullismo

Tag

F/M · Drammatico · Introspettivo · Slice of life

Note dell'autore, ispirata a e personaggi

Note dell'autore

LadyEle1991

L'opera è ispirata a

Haikyuu!!

Personaggi originali

Mei Squadra maschile e femminile della Shiroi Cho

Capitoli

32 capitoli, dal 10 maggio al 29 settembre

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Riassunto

Riassunto

Slice of life su un'adolescente che cerca di germogliare, grazie all'amore per la pallavolo e al sostegno dei suoi amici

Capitolo 31

Ma - Parte 7.3

6.746 parole, circa 34 minuti

Copertina del capitolo 31

Quasi tutta la squadra del Karasuno e della Shiroi Chō, con i rispettivi parenti e amici, si spostò al parco Kameiwa una volta che le atlete si furono cambiate e rivestite in abiti civili. A differenza del palazzetto dello sport, che iniziava gradualmente a sfollare ora che le gare erano finite, l'area verde era più attiva che mai, ospitando centinaia di persone in quello che era a tutti gli effetti uno dei primi matsuri della prefettura in vista delle vacanze estive.


Per quella sera il professor Takeda dovette fare gli straordinari per sorvegliare i propri studenti, i quali erano decisamente difficili da trattenere. Se non avesse avuto la certezza assoluta che, in fin dei conti, si trattava di ragazzi con la testa sulle spalle, probabilmente "la tigre del Karasuno" si sarebbe scatenata anche in quell'occasione.


Presero letteralmente d'assalto gli stand dove si potevano affittare gli yukata e, uno dopo l'altro, uscirono da dietro i tendoni dei camerini indossando quegli splendidi abiti tradizionali.

Asahi, che ormai si sentiva uno stilista a tutti gli effetti, iniziò immediatamente a valutare con occhio critico le cuciture e la consistenza dei tessuti. Chiaramente, trattandosi di capi offerti a noleggio per il pubblico, non poteva certo aspettarsi fatture di alta qualità. Anche se gli altri compagni non comprendevano quella sua esagerata pignoleria, Azumane trovò però il pieno appoggio della signora Yachi; la donna gli confidò sorridendo di provare la stessa sensazione di fastidio ogni volta che si imbatteva in locandine fatte da qualche improvvisato, se non addirittura generate con l'intelligenza artificiale. I due si guardarono d'intesa: era ormai evidente che quella non sarebbe rimasta la loro unica collaborazione professionale.


Quando le ragazze emersero dai camerini, ai ragazzi parve che le fanciulle fossero avvolte da un bagliore brillante e non poterono fare a meno di arrossire all'unisono. Erano davvero una più carina dell'altra. 


«Bene, possiamo avviarci» disse Ukai, mentre si sistemava meglio i lembi del proprio yukata blu scuro. «Inutile dire di non creare casini ma, se avete voglia di fare un po' di sana baldoria, per oggi non c'è nulla di male.»


L'allenatore ignorò bellamente l'occhiataccia severa di Takeda. 


«Concordo in pieno con lei, signor Ukai» intervenne il coach Yun il quale, ora che tutta la tempesta era passata, mostrava un'aria decisamente più distesa e serena.


«Ma, professore, non possiamo lasciarli del tutto a briglia sciolta» disse Takeda, leggermente esitante.


L'anziano allenatore gli diede un paio di pacche decise sulla schiena, così forti da togliere per un attimo il respiro al trentenne. «Ma che sarà mai un po' di svago? Sono giovani e spensierati» poi lo guardò dritto negli occhi, con una luce profonda. «Sa, anche se lei è giovane e oggi mi ha dato una grandissima lezione, credo che anche io, con i miei lunghi anni di esperienza, possa dargliene una a mia volta. Si rilassi, Takeda-sensei.»


Takeda si strinse leggermente nelle spalle e alla fine cedette, sorridendo. «Va bene, ragazzi, distribuitevi pure, ma non disperd...»


I suoi studenti, in realtà, se n'erano già belli che andati al primissimo via libera di Ukai; nel giro di un secondo, erano rimasti solo gli adulti lì nei paraggi dell'ingresso.


I ragazzi si divisero in vari gruppi. Il trio storico ormai diplomato, insieme a Shimizu, Tanaka e Nishinoya, si diresse verso sinistra. Gli ultimi due, come al solito, facevano a gara a chi offriva più cose alla loro adorata ex manager, al punto che gli altri tre senpai da una parte si dissero felici del fatto che ormai capitasse di vedersi con loro solo nelle occasioni speciali.


A un certo punto, però, vennero raggiunti anche da Saeko e dal gruppo dei tifosi di quartiere che, a giudicare dai volti decisamente arrossati, sembravano aver già trovato il modo migliore per "dissetarsi" dopo essersi sgolati per l'intera giornata.

La ventenne buttò con foga un braccio attorno al collo del fratello minore, il quale storse subito il naso nel sentire l'alito della sorella che odorava palesemente di sakè. 


«A me non li offri i dango? E dai, offrili a me!»


«Pussa via, ubriacona!» ribatté lui scandalizzato, cercando disperatamente di togliersela di dosso.


Saeko però non mollava la presa e si avvicinò ancora di più, fino a sfiorargli l'orecchio. «Noi li distraiamo, tu approfittane.»


Ryu non comprese immediatamente il senso di quelle parole, ma subito dopo la sorella si buttò di peso su Nishinoya, sempre muovendosi con quei gesti incerti e decisamente teatrali. «Tappetto! Me li compri tu i dango?»


Anche Nishinoya iniziò ad agitarsi per tentare di liberarsi, ma la ragazza era ostinata. Non solo il libero, ma anche Asahi, Daichi e Kōshi vennero letteralmente placcati da Makoto Shimada, Yūsuke Takinoue e dagli altri tifosi stravaganti. Tutti quanti vennero bloccati, tranne Tanaka e Shimizu; tant'è che i due si guardarono per un istante del tutto spaesati, finché lo sguardo del numero cinque del Karasuno non si accese di pura gioia, mostrando un sorriso colmo di gratitudine verso la sorella.


«Kiyoko, fuggiamo prima che prendano di mira anche noi!» disse il ragazzo, prendendole con decisione la mano.


Shimizu chinò appena il capo di lato, non comprendendo subito la situazione. Ma, qualche istante dopo, anche lei accennò a un bellissimo e complice sorriso, annuendo.


Approfittando così del caos totale, i due corsero via tenendosi per mano. Saeko si voltò giusto in tempo per vedere le loro schiene farsi sempre più lontane, fino a scomparire definitivamente tra la folla di avventori. La giovane donna sorrise tra sé e sé: era davvero felice per suo fratello minore.

Il gruppo più corposo era quello in cui si trovavano Mei, Hinata e Yachi. A loro si erano uniti quasi tutti i membri del Karasuno e della Shiroi Chō. Mancavano all'appello giusto Kaori, Ennoshita, Kinoshita e Narita. La numero tre delle Farfalle, infatti, non aveva esitato un solo secondo a prendere per un braccio il capitano del Karasuno per cercare di portarselo via da sola; e quello, del tutto allarmato, aveva afferrato Kinoshita per il colletto del suo yukata marrone, il quale a sua volta si era aggrappato disperatamente a Narita. 

Ogni stand suscitava una grandissima curiosità, da quelli dedicati alla bigiotteria a quelli dei giochi a premi, fino a catturare l'attenzione soprattutto con i banchi del cibo. Un richiamo irresistibile per coloro che erano reduci da una lunghissima giornata di accese battaglie sul campo. 

Himawari, in particolare, iniziò a sbavare vistosamente davanti ai takoyaki che stavano friggendo proprio sotto i suoi occhi, mentre il profumo invitante le entrava dritto nelle narici.


«Li vuoi?» le chiese prontamente Takeshi, con la sua solita espressione decisa.


Himawari annuì timidamente.


«Due doppie porzioni, e subito!» ordinò il gigante della sezione maschile della Shiroi Chō, rivolgendosi al proprietario dello stand con assoluta decisione.


«D-doppie?!» sbottò allarmata la ragazza, sgranando gli occhi.


«Certo.»


«Ma sono troppe per me...»


«Sciocchezze!» ribatté lui con fermezza. «Oggi hai faticato tantissimo, devi rimetterti in forze!»


Himawari così si ritrovò tra le mani una vaschetta di plastica straripante di palline di pastella ripiene di polpo, ricoperte di maionese e salsa dolce, che andavano a formare una vera e propria piccola piramide fumante. Aveva un'espressione grata ma, allo stesso tempo, sul suo volto comparvero delle lacrime caricaturali. Quei takoyaki se li sarebbe sognati anche la notte, per moltissime notti a venire.


Quello, però, diede ufficialmente il via allo stomaco brontolante delle altre compagne. Neanche a dirlo, Bokuto e Baki ne approfittarono immediatamente per fare la loro mossa galante. I loro portafogli, alla fine di quella serata, avrebbero pianto amaramente; ma se così facendo anche una sola ragazza avesse apprezzato quel gesto, per loro sarebbe stata comunque una vittoria.


«Dolce Sakura, vuoi anche tu una doppia porzione come la tua amica?» le chiese l'ex giocatore del Fukurōdani, stropicciandosi le mani tra loro come un pangolino in calore.


Sakura, però, non se n'era accorta minimamente, concentrata com'era a leggere il menu e a confrontarsi con le altre. Se ne accorse invece Tsukishima che si mise subito in mezzo, lanciandogli un'occhiataccia truce ed emettendo nuvolette di fumo dalle narici. Anche se il biondo era stato un suo allievo durante il ritiro estivo dell'anno prima, Bokuto convenne all'istante che in quel momento fosse decisamente meglio tenersi alla larga: Sakura, per qualche oscuro motivo, era off-limits... Ce n'erano comunque altre nove in squadra che potevano ancora essere conquistate.


«Mei, tu che cosa prendi?» chiese intanto Yachi all'amica.


Mei si strinse nelle spalle, a disagio. Erano tutte cose dall'aspetto delizioso e, fosse stato per lei, le avrebbe assaggiate tutte; ma, a causa dei suoi problemi ormonali, assimilava anche fin troppo e provava un forte imbarazzo all'idea di mettersi a mangiare il panino deluxe davanti a tutta quella folla. Temeva che le persone nei dintorni potessero pensare: "Ovviamente la cicciona si prende la porzione più grande", una sensazione simile a quando era uscita con Nishinoya. 


«Io... Io credo che mangerò a casa» disse, accennando un sorriso timido. «C'è una fettina di pollo che è rimasta in frigo, non vorrei andasse a male.»


«Eh, ma dai! Stiamo mangiando tutti qui, che fai, ci guardi e basta?» insistette Yachi nel tentativo di convincerla, prendendola per un braccio.


Mei si limitò a sorridere e a scuotere il capo, ripetendo che per lei non c'era assolutamente alcun problema e che non aveva poi così tanta fame.


La ragazza, però, aveva dimenticato che il suo sensei era accanto a lei, e che non era il suo mentore per caso. Hinata ormai era in grado di leggerla come un libro aperto e corrucciò lo sguardo. Invece di mettersi a farle la solita ramanzina, le sue pupille si assottigliarono e un vero e proprio lampo di genio gli attraversò la mente. Discretamente, si affiancò ad Aone e gli tirò una manica dello yukata nero per invitarlo a chinarsi, così da potergli sussurrare qualcosa all'orecchio (visti i trenta centimetri buoni di statura a separarli, non gli sarebbe stato possibile farlo direttamente).

L'ex centrale del Dateko inizialmente assunse un'aria confusa; ma poi, man mano che Hinata finiva di parlare, la sua espressione divenne prima sorpresa e infine estremamente decisa.


«Mei, mangia. Devi rimetterti in forze anche tu.»


Senza perdere tempo a fare la fila, Aone sottrasse con mossa fulminea il panino deluxe dal piatto di Yamaguchi, un attimo prima che il povero pinch server potesse addentarlo. Il ragazzo si vide portare via la sua adorata cena da sotto il naso, rimanendo a bocca aperta come un cucciolo smarrito.


Mei lo guardò esitante, mentre Aone la fissava con il piatto proteso in avanti. Si strinse nelle spalle. «D-davvero, non ho fame...» rispose lei, agitando le mani e sorridendo nervosamente.


«Hai giocato per ore di fila, non ti sei fermata un solo istante e sul campo hai rischiato di svenire due volte. Non provare a dire a me una cosa del genere!» Aone alzò la voce, forse per la prima volta in vita sua, e lo fece proprio con Mei; non se ne pentì affatto, anzi, sostenne lo sguardo della giovane con assoluta fermezza. 


Il labbro di Mei tremò leggermente e una gocciolina di disagio le scese lungo la tempia, mentre abbassava gli occhi. Aone allora le poggiò una mano sulla spalla, con una delicatezza che sembrava quasi stonare con la sua stazza imponente. «Tu prima mi hai detto una cosa importante che ho apprezzato molto, e allora adesso voglio dirla io a te. Tu sei bellissima esattamente come sei, e non dovresti rendere conto a nessuno di come appari o se qualcuno ti giudica. Se hai voglia di ridere, tu ridi; se hai voglia di dormire, tu dormi... E se hai fame, mangia! E se qualcuno osa dirti qualcosa...» Spostò per un attimo lo sguardo minaccioso verso i passanti: chiunque incrociò gli occhi del gigante dai capelli bianchi divenne viola dalla paura e tirò dritto, anche se il giovane in realtà non aveva fatto assolutamente nulla.


Mei lo guardò e le guance le si imporporarono all'istante, mentre rivolgeva un sorriso colmo di gratitudine ad Aone, che sembrava tenere davvero moltissimo a lei. «Sei... Sei davvero gentile. Grazie.»


Aone si grattò la nuca, con una punta di tenero imbarazzo.


«Quasi quasi me lo prendo anche io!» esclamò Yachi, per spezzare la tensione. «Sembra davvero squisito!»


«Anche io!» si aggiunse Hinata, affiancandosi a loro con entusiasmo.


«Tu lo fai solo perché speri che ti regali qualche centimetro in più in altezza!» lo canzonò la sua manager.


«E... E se anche fosse?!» ribatté il numero dieci, punto sul vivo. «Prendo due piccioni con una fava!»


Mei e Yachi risero di cuore davanti all'agitazione del loro amico. Anche Aone si lasciò sfuggire un sorriso rilassato.


«Uno, due e tre!» dissero i tre ragazzi poco dopo, sedendosi su una panchina per addentare in contemporanea il loro super panino.


Nel frattempo, Aone non aveva affatto dimenticato che il primo panino era stato sottratto a una povera vittima innocente. Si era subito rimesso in coda alla cassa per ricomprarlo a Yamaguchi, il quale lo ringraziò stringendogli la mano in un misto di profonda commozione e gratitudine.



Ennoshita, Kinoshita, Narita e Kaori arrivarono all’altezza del banco dove, per vincere un premio, si dovevano buttare giù delle piramidi di barattoli. Avrebbero proseguito oltre se la ragazza non avesse iniziato a tirare con insistenza la manica dello yukata color crema, a righe verticali, del capitano del Karasuno.


«Chikarùccio, me lo prendi?» chiese la giovane, con gli occhi luminosi e circondata da luccichii magici.


«Eh?» fece Ennoshita, non comprendendo subito la richiesta. 


Allora Kaori glielo indicò con il dito: era un panda di peluche obeso, con una canna di bambù cucita sulla zampetta destra. Il giocattolo si trovava in cima ai premi del tiro a segno, e la ragazza ne era rimasta completamente incantata. 


«Sono tutte fregature, andiamo avanti» tagliò corto lui.


«Nooo! Per favore, almeno provaci!» ribatté lei, continuando a tirarlo per il braccio.


«Non ho soldi da buttare in queste sciocchezze!»


«E daiii!»


«E dai, “Chikarùccio”, fai contenta la tua ragazza» lo prese in giro Kinoshita, ridacchiando dietro la mano e voltandosi verso Narita, che mostrava la medesima espressione sornione.


«Non vorrai mica farla rimanere male» rincarò la dose Narita.


Tra Kaori che insisteva e i due compagni di squadra che lo provocavano senza sosta, Ennoshita sentì salire una profonda rabbia, mista a un imbarazzo insostenibile.


«E basta!» alla fine sbottò, attirando inevitabilmente l’attenzione dei passanti. Nel pronunciare quelle parole pestò un piede a terra e agitò le braccia per divincolarsi, anche se Kaori era ancora saldamente aggrappata a lui. «Vi ho già detto e ripetuto che lei non è la mia rag…»


In quel preciso momento, per l’ennesima volta, Ennoshita si beccò lo chignon di Kaori dritto sul naso. Quest’ultima si era improvvisamente voltata di spalle e se n'era andata a passo celere, senza dire una sola parola.


«Kaori, dove vai?» provò a chiedere il ragazzo, sentendo improvvisamente il cuore martellarle all'impazzata nel petto per il senso di colpa. Lei, tuttavia, lo ignorò completamente e scomparve in un attimo tra la folla.


«Accidenti, sembra si sia offesa sul serio» disse Kinoshita, rimasto a bocca aperta e sinceramente dispiaciuto. Anche Narita se ne rammaricò, rendendosi conto di aver esagerato.


Ennoshita diede loro le spalle in silenzio, continuando a fissare immobile quel muro di persone che ormai aveva completamente sommerso la ragazza.


L’aveva cercata per diverso tempo, temendo a un certo punto che Kaori se ne fosse andata a casa da sola. Non voleva offenderla, ma in quel momento si era sentito al colmo dell’imbarazzo. Da quando l’aveva conosciuta, i compagni di squadra non facevano che prendersi gioco di lui, e lui non era affatto abituato a ricevere tutte quelle attenzioni. Era sempre stato un tipo riservato, diligente sia nello studio sia nella pallavolo. Invece, da quella fatidica volta in spiaggia, tutto sembrava essersi capovolto: Kaori era vulcanica ed estroversa, mentre lui era l’esatto opposto.


Stava quasi per gettare la spugna quando alla fine la trovò, potendo finalmente tirare un enorme sospiro di sollievo. Kaori era seduta su una roccia nei pressi del laghetto del parco e stava tracciando dei piccoli solchi sulla superficie dell'acqua con un bastoncino. Era tutta sola e rannicchiata su se stessa; eppure, anche con la sola luce soffusa dei lampioni e delle lanterne del festival, Ennoshita non poté ignorare il fatto che fosse davvero molto graziosa con addosso quel colorato yukata azzurro a fiori di loto.

Chikara si strinse maggiormente al petto il proprio yukata e si diresse a passi lenti verso di lei.


«Mi hai fatto preoccupare» disse il capitano del Karasuno, sedendosi sulla roccia bassa accanto a lei. «Non sparire mai più in questa maniera, per favore.»


«Uff… Scusa, papà» rispose lei, roteando scherzosamente gli occhi al cielo per poi corrucciare la fronte. «E poi che cosa ti importa? Io mica sono la tua ragazza.»


Ennoshita strinse gli occhi, irrigidendosi per un istante a causa di quella stoccata. Poi, però, infilò la mano sinistra nell'apertura dello yukata per estrarre un oggetto dalla tasca interna. Kaori si ritrovò improvvisamente sotto il naso il peluche desiderava tanto.


«Sei... Sei riuscito a vincerlo?»


«Non da solo. Ho dovuto costringere Hisashi e Kazuhito ad aiutarmi.»


Kaori, con il viso illuminato dalla gioia, fece per afferrarlo, ma poi si bloccò e girò di scatto il capo con stizza. «No, ora non lo voglio più!»


«Come non lo vuoi?! Dopo tutta la fatica e i soldi che ci abbiamo impiegato!»


Kaori incrociò le braccia al petto con fermezza. «Queste cose si fanno unicamente per la propria fidanzata, e io non lo sono per te, no?»


Ennoshita, con aria profondamente dispiaciuta, si rigirò il panda di peluche tra le mani, senza riuscire a trovare le parole adatte per ribattere.


Nel frattempo, il vociare in lontananza delle persone che passeggiavano e il gracidare ritmico delle ranocchie sui sassi che sporgevano dall'acqua, riempivano quel silenzio imbarazzato. Chikara si rese conto di aver impiegato troppo tempo a risponderle quando vide che Kaori, con un sospiro affranto, fece l'atto di alzarsi per andarsene di nuovo.


«No, resta!» disse lui allarmato, afferrandola prontamente per la manica.


«E perché dovrei farlo? Tanto l’ho capito benissimo che ti sto antipatica» rispose lei a denti stretti, senza guardarlo.


«No! Non mi sei antipatica… Forse a volte non sopporto quando mi riempi il cellulare di messaggi... Ma no, antipatica non lo sei assolutamente» deglutì, facendosi forza. «Per favore, rimani qui con me.»


Kaori allora tornò a sedersi sulla roccia, allisciando con cura il tessuto azzurro del proprio abito tradizionale.


«Mi dispiace se ti ho dato questa brutta impressione» proseguì Ennoshita, concentrando lo sguardo sulla superficie scura dell'acqua e stringendo nervosamente le dita dei piedi nelle geta di legno. «Solo che non sono abituato… A tutta questa... Esuberanza, ecco» si grattò la nuca con un sorriso tirato. «Insomma, perché proprio io? Non avrai mica uno stuolo di ragazzi che ti fa la corte lì a scuola?»


«Sì, in effetti è così.»


«D-davvero?» Strabuzzò gli occhi il capitano, il quale non poté negare a se stesso di aver provato un improvviso e fastidioso moto di gelosia che gli stringeva le viscere.


Kaori annuì, abbassando lo sguardo per ammirarsi le unghie rifatte di recente. Si era fatta dipingere dei piccoli fiori di loto che si abbinavano alla perfezione allo yukata affittato per il matsuri. «Io, Akane e Sakura siamo considerate le ragazze più carine della scuola.»


«Ma… Ma allora perché ti comporti in questo modo proprio con me? Io non ti… Insomma, non faccio assolutamente nulla per attirare la tua attenzione.» Ennoshita si passò il pollice e l'indice tra le sopracciglia, cercando di mantenere la calma.


«Ed è proprio perché non mi sbavi dietro come tutti gli altri che mi piaci» confessò Kaori, voltandosi a guardarlo dritto negli occhi. «Non sei come gli altri ragazzi. Non cerchi di attirare i miei sguardi a tutti i costi… Non mi fischi dietro ogni volta che passo per i corridoi.»


Ennoshita si voltò immediatamente a studiarne il profilo, mentre la numero tre delle Farfalle tornava a lanciare dei piccoli sassolini nel laghetto.


«Beh, non è decisamente nella mia natura» ammise, grattandosi la nuca con imbarazzo. «Ma non è una questione di nobiltà d'animo. È che io non sono espansivo come potrebbero esserlo Tanaka o Nishinoya; mi limito semplicemente a fare il mio dovere e basta.»


«Lo so, sei un tipo studioso e diligente» annuì Kaori. «E sei persino il capitano di una squadra di pallavolo.»


«Mah… Solo per una pura coincidenza. Se Daichi non avesse insistito tanto, non sarei mai diventato il leader. Considera che al secondo anno, per un periodo, avevo persino mollato il club.»


«Può capitare a tutti un momento di stop. Ma alla fine sei tornato e sei stato talmente bravo e affidabile che i tuoi compagni ti hanno nominato capitano.»


Ennoshita incassò la testa tra le spalle, colpito da quelle parole. «Sì, ma al di là di quello, io rimango una persona quasi insignificante. Se la nostra vita fosse un anime, io sarei quello con meno immagini distribuite, proprio a causa del mio ruolo marginale e di contorno.»


Kaori si lasciò sfuggire una limpida risata. «Beh, meno male che ci troviamo nella vita reale allora... Perché in quel caso saremmo in due!»


Ennoshita la guardò confuso. Kaori si strinse a sua volta nelle spalle e alzò lo sguardo verso una lanterna di carta rettangolare poggiata sulla sponda; dalla sua luce fioca e calda si potevano scorgere alcuni moscerini che vi ronzavano intorno.


«Io non faccio altro che nascondermi dietro alle altre persone, accodandomi a loro solo per apparire a mia volta» proseguì lei con un tono di voce insolitamente profondo, quasi malinconico. «Sakura è una vera regina oltre che la nostra capitana, Akane comanda tutti quanti a bacchetta e, benché io faccia parte del trio di punta delle Farfalle, rimango comunque l'ultima ruota del carro, quella che si limita ad accompagnarle. Persino Mei oggi sul campo ha emanato una luce accecante che ha conquistato tutti.»


«Eppure ti ho vista giocare oggi, e sei incredibilmente brava» rispose lui, quasi incredulo che lei si vedesse in quel modo così sminuito.


«E io ho visto giocare te» ribatté Kaori, girandosi leggermente verso di lui, sorridendogli. «E anche tu lo sei, Chikarùccio.»


Ennoshita strinse tra le dita il panda di peluche, che sembrava fissarlo con i suoi occhietti vispi di plastica nera. «Quindi... Se ti chiedessi a chi pensi per primo, se qualcuno ti nominasse il Karasuno...»


«A te» rispose lei senza un solo attimo di esitazione, sollevando anche l'indice della mano sinistra per dare ancora più forza e solennità alle proprie parole.



Ennoshita si voltò di colpo per quell'affermazione che gli stava facendo battere il cuore a mille; per di più, la ragazza ora era completamente girata verso di lui. I suoi occhi verdi e le labbra rosee appena umide catturavano la luce fioca delle lanterne, mostrando dei leggeri riflessi che mettevano ancora più in risalto la sua naturale bellezza.


«Insomma… Sembra che un’ammiratrice, tutto sommato, l’abbia anch’io» scherzò il capitano del Karasuno, ridendo piano per nascondere l'emozione.


«E sai, riguardo a questo, tu mi hai fatto da “sensei”» aggiunse Kaori.


Ennoshita strabuzzò gli occhi, colto di sorpresa, senza sapere subito cosa rispondere.


Kaori allargò ancora di più il proprio sorriso. «Mi hai insegnato che non serve avere un ampio e generico pubblico per sentirsi apprezzati» spiegò con dolcezza. «Anche poche persone vanno benissimo, purché siano quelle giuste.»


Lo sguardo di Ennoshita si colmò di una profonda commozione. Le parole di Kaori non suonavano affatto male, anzi, curavano ogni sua insicurezza. Forse era davvero così: anche se all'ingresso in campo del Karasuno la folla avesse acclamato solo Kageyama e Hinata, a lui sarebbe bastato che ci fosse un’unica persona sugli spalti a urlare il suo nome. Con la certezza assoluta che lei stesse facendo il tifo non per seguire la massa, ma per reale ammirazione verso di lui.


Chikara stava finalmente per rispondere, quando vide le dita di Kaori avvicinarsi di soppiatto al peluche nel tentativo di afferrarlo. Ennoshita allora sollevò il braccio verso l'alto, impedendole di raggiungerlo nonostante lei continuasse a tendere le braccia verso l'alto.


«Avevi detto che non lo volevi più.»


«Ho cambiato idea!»


«Questo lo darò solo alla mia ragazza.»


Kaori gonfiò le guance con un broncio e si portò le mani ai fianchi. «E allora dichiarati, no?»


Ennoshita divenne completamente rosso in viso; i suoi lineamenti sembrarvano quasi paralizzati da tutta l’agitazione che lo aveva appena colpito in pieno petto.


Nel frattempo, Kinoshita e Narita stavano a loro volta cercando i due compagni, avendoli persi di vista da un bel pezzo. Quando finalmente raggiunsero la zona tranquilla del laghetto, li trovarono proprio nel momento esatto in cui il loro capitano, con un misto di imbarazzo e dolcezza, stava consegnando il panda di peluche alla ragazza.


Tra momenti di pura gioia, spensieratezza e romanticismo, la serata trascorse rapida ma serena.


Sulla scia di quell'entusiasmo dilagante e rinfrescati dalla piacevole brezza serale, non solo gli adolescenti ma anche gli adulti si concessero un momento di totale svago.


«Avanti, professore, ancora un piccolo bicchierino!» disse ridacchiando Ukai, con il volto completamente arrossato dall'alcol.


«Ma no... Io non potrei, hic! I ragazzi... La mia responsabilità, hic!» rispose Takeda, anche lui visibilmente brillo e con la spallina della giacca leggermente cadente. Quello era ormai l'ennesimo goccetto che lui, Ukai, insieme al professor Yun, a Madoka e ad altri adulti del comitato stavano condividendo, seduti alle panche da picnic dello stand della birra.


«Se mi chiederete... Professor Yun, come riesce a gestire da vent'anni le squadre femminili? Il segreto è... Averle costantemente in casa! Oltre a mia moglie, io ho ben tre figlie femmine! Hic!» sbottò l'anziano allenatore, anche lui diventato rossissimo in volto. «Gossip, film romantici, gelosie e bisticci di ogni tipo... Sono un esperto assoluto di tutte le sfumature di rosa! È un'arte complicata che solo i veri uomini sanno affrontare... Hic! E fidatevi cecamente di me: quando una ragazza vi dice che non ha "niente", quel "niente" non significa mai "niente"!»


«Ah, che meraviglia! Questa bellissima esperienza ha fatto tantissima pubblicità alla mia agenzia. Quasi quasi l'anno prossimo lo ripeto di sicuro, ma per adesso... Ancora un altro bicchiere, oste!» esclamò Madoka Yachi, unendosi anche lei ai vari brindisi, finalmente rilassata per il fatto che tutto si fosse concluso nel migliore dei modi.


«Signora Yachi, per favore, non esageri!» la pregò il suo segretario personale, che si manteneva rigorosamente sobrio solo per evitare che il suo capo facesse qualche clamorosa sciocchezza davanti a tutti.


Le lancette degli orologi girarono veloci e, così, si scivolò lentamente verso il momento tanto atteso dei fuochi d'artificio.


Mei e il suo gruppo si riunirono a tutti gli altri ragazzi che erano ancora in giro per i banchi, così da poter assistere tutti insieme allo spettacolo finale. Solo alcuni di loro mancavano all'appello, avendo preferito dei punti più appartati e tranquilli del parco per godersi i fuochi in modo molto più romantico.


Come Bokuto e Baki, ad esempio. Dopo tanta fatica, spavalderia e dopo aver dato fondo fino all'ultimo centesimo dei loro portafogli — quando neanche al precedente matsuri il fatto che il primino si fosse fatto male giocando era riuscito a impietosire nessuna — alla fine le loro avance avevano fatto breccia: la numero cinque e la numero sette della Shiroi Chō avevano ceduto al loro invito.


Con la studentessa del terzo anno felicemente sotto il braccio del ragazzo dai capelli ribelli e grigi, e quella del secondo anno sotto il braccio del ragazzo dai capelli radi e neri, i due si fecero un occhiolino d'intesa in un gesto complice. Proprio come due giovani Bebo e Felice del noto cinepanettone italiano.


Li raggiunsero infine Kaori, Ennoshita, Kinoshita e Narita. Il capitano del Karasuno ora teneva un braccio attorno alle spalle della giocatrice della Shiroi Chō, la quale a sua volta stringeva al petto, tutta felice, il suo panda di peluche.


I presenti li guardarono con curiosità, vedendoli arrivare in quel modo. Ennoshita allora, facendosi forza, si sentì in dovere di proclamare ufficialmente, seppur con un immenso imbarazzo, che Kaori era davvero la sua ragazza.


«Lo sapevamo già!» rispose un coro unanime, per nulla sorpreso, sia da parte del Karasuno che della Shiroi Chō. A quanto pare lo sapevano tutti quanti, tranne lui stesso.


«Ma... Ma dove è finita invece la nostra splendida manager?!» si chiese con apprensione Nishinoya, guardandosi freneticamente attorno, non vedendo più Shimizu da nessuna parte.


«Vuoi dire la mia futura cognata?» chiese ghignando e braccia incrociate, Saeko, alla quale nel frattempo era misteriosamente passata la sbornia. «Anche lei e Ryu hanno preferito cercare un punto più appartato del parco.»


Il libero del Karasuno rimase letteralmente impietrito, con la mascella a terra e con il rintocco di una campana a morto che aleggiava nella sua mente come un'eco funesta.


«Forza, Yū, non ti abbattere! Vedrai che conoscerai anche tu qualcuna un giorno!» gli disse Hinata per confortarlo, dandogli una calorosa pacca di supporto sulla schiena.


«Ma per adesso, goditi i fuochi d'artificio con il team dei tappetti!» si accodò Mei con un gran sorriso. 


Yachi, Hinata, Nishinoya e Mei si abbracciarono, passando un braccio sulle rispettive spalle per fare cerchio.


«E se ti può consolare, domani ti preparo i tuoi mochi preferiti» concluse Mei, guardandolo con occhi entusiasti.


«I mochi al Gari Gari-kun?!» chiese per conferma il ragazzo, sinceramente commosso da quel pensiero.


Mei annuì felice. 


Effettivamente una persona che lo apprezzava sul serio c'era, pensò Nishinoya... Effettivamente Mei era davvero carina... Ma ciò che forse sarebbe potuto sbocciare morì sul nascere proprio lì dove si trovava: Aone lo stava tenendo d'occhio fin da quando erano dentro il palazzetto dello sport, e continuava a fissarlo con quella sua solita aria truce che questa volta era decisamente volontaria.


No, dopotutto non poteva mettersi a pensare a Mei solo perché con Shimizu era andata male; e poi lui stesso, ben due volte, le aveva detto che provava per lei solo una profonda amicizia... Si era cacciato da solo in friendzone. La testa gli ciondolò in avanti, completamente avvilito.


Un sibilo acuto annunciò l'inizio dello spettacolo e tutti quanti alzarono all'unisono lo sguardo verso il cielo nero di Sendai.


Quei fuochi colorati erano la rappresentazione perfetta della fine di qualcosa di importante ma, allo stesso tempo, l'inizio luminoso di qualcos'altro.


«Tra meno di un mese, questi stessi fuochi li rivedremo per festeggiare le Inter-High» commentò Kageyama, fermo accanto a Hinata, tenendo gli occhi incollati alle scie luminose.


Il numero dieci del Karasuno sollevò lo sguardo per osservare il profilo serio e concentrato del compagno di squadra. Subito dopo, annuì con assoluta decisione.


«Vedrete, ce la farete sicuramente» disse Mei, cercando gli occhi del suo sensei e quelli di Nishinoya per infondere loro tutto il proprio coraggio.


«Ma sei sicura di non essere una corvetta sotto mentite spoglie, in realtà?» rise quest'ultimo, portandosi con spensieratezza le mani dietro la nuca.


Mei arricciò il naso all'insù. «No, io sono una Farfalla» rispose con sincero orgoglio. «Ma voi sarete sempre i miei più cari amici!»


«Ti ricordo che le sfide importanti aspettano anche noi» commentò Sakura avvicinandosi a loro, dopo aver udito quelle parole. Un sorriso determinato si dipinse sul suo viso dai lineamenti fieri e dagli zigomi alti. «Sei pronta, Mei?»


«E me lo chiedi?» rispose l'alzatrice delle Farfalle, mostrando la medesima, incrollabile espressione della sua capitana.


Mentre questo accadeva e i giovani colmi di speranza si sentivano sospesi nel tempo, guardando già al futuro e pronti ad affrontare il prossimo obiettivo, altrove, ma sempre all'interno del parco, un'altra battaglia interiore era in corso. Saeko aveva dato modo al fratello di prendere per mano Shimizu e portarla via da quel caos, così che potessero finalmente avere un momento tutto per loro.


Inizialmente Ryu se l'era cavata piuttosto bene, offrendole dello zucchero filato o guardando insieme dei piccoli spettacoli con le marionette. Ma, man mano che la serata avanzava, la consapevolezza che, con tutta quella confusione in giro, difficilmente qualcuno dei loro conoscenti li avrebbe intercettati, aveva finito per creare una sorta di silenzioso imbarazzo. Tanaka voleva mostrarsi affabile, galante e anche un po' spavaldo, proprio come stavano facendo Bokuto e Baki; ma a parte quando a spalleggiarlo c'era Nishinoya per fare i pagliacci insieme, cercare di cavarsela da solo gli stava facendo venire un panico incontrollabile. Era già stato un miracolo che alla festa di Tanabata, a Tokyo, fosse riuscito a prenderla da parte per scrivere insieme il loro desiderio sui tanzaku; ora, purtroppo, non aveva nemmeno quella scusa.


E così, tra un arrancamento e l'altro, arrivò anche per loro il momento di alzare lo sguardo per ammirare lo spettacolo dei fuochi d'artificio.


Mentre quelle luci colorate si riflettevano negli occhi e sulle lenti degli occhiali di Shimizu, Tanaka deglutì vistosamente. Ne osservò il profilo perfetto quasi con timidezza: per l'occasione lei aveva scelto uno yukata blu con la fantasia floreale — il blu le donava tantissimo, constatò tra sé — e i capelli erano in parte raccolti sulla nuca, creando un effetto arruffato ma elegante.

La trovava in assoluto la ragazza più bella del mondo e forse, proprio per questo, aveva paura di farsi troppi castelli in aria. Lei era una modella, si era diplomata con il massimo dei voti... Cosa mai avrebbe potuto vedere in un tipo come lui, che a scuola arrancava solo per strappare una sufficienza?


Però, allo stesso tempo, Shimizu era lì con lui, no? Ormai si chiamavano confidenzialmente per nome e lei sembrava davvero felice di essere fuggita con lui, dato che non aveva fatto alcun tentativo per raggiungere il resto del gruppo. Inoltre, Ryu ricordava ancora con quale gratitudine lei lo avesse guardato al mare quando, in un momento di fragilità, si era vergognata delle cicatrici che aveva sulle gambe e lui, con assoluta naturalezza, le aveva fatto capire che anche con quei segni lei rimaneva una ragazza splendida.


Che cosa doveva significare tutto quello allora? Poteva davvero avere una concreta possibilità con la donna dei suoi sogni?


I fuochi avevano forse ormai raggiunto il loro culmine; una volta cessati, anche quel matsuri avrebbe avuto fine. E quella... Quella era davvero un'occasione d'oro troppo importante per essere sprecata in quel modo.


“Io sono Ryūnosuke Tanaka, diciassette anni e schiacciatore di punta del Karasuno. Sono al terzo anno di liceo e tra meno di un anno mi diplomerò. Sono giovane, ma sono anche un uomo. E amo Kiyoko Shimizu. Perciò ora le dirò esattamente tutto ciò che penso... Ora!”


Ma tutte le sue buone intenzioni si mutarono all'improvviso in un volto rosso peperone, completamente contratto dallo sforzo e con il fumo che gli usciva da ogni orifizio della testa.


“Ora!” si ripeté mentalmente, ma il suo corpo non reagiva affatto: quelle parole d'amore proprio non volevano saperne di uscirgli di bocca.


«Ti senti bene, Ryu?» chiese la ragazza, voltandosi a guardarlo e vedendolo con quella strana ed esasperata espressione contratta sul viso. «Hai per caso la febbre?»


Kiyoko fece per sollevare la mano e toccargli la fronte per controllare la temperatura, ma lui fece immediatamente un balzo all'indietro agitando le braccia all'impazzata, con un batticuore così violento da rimbombargli fin dentro le orecchie.

Lei allora ritrasse la mano, stringendosela al petto e abbassando leggermente il capo. «Scusami... Non dovevo permettermi.»


«No, ma no! Che cosa dici?!» Tanaka divenne improvvisamente pallido come un fantasma, terrorizzato dall'aver rovinato tutto. 


Shimizu sorrise dolcemente e le sue guance si fecero un po' rosee. «È che ricordo ancora come fosse ieri quando, al nostro primissimo incontro, tu sbottasti chiedendomi di sposarti» si strinse nelle spalle, ripensandoci. «Mi avevi fatto tanta tenerezza. E tutte quelle volte che cercavi di catturare la mia attenzione, anche a costo di coprirti di ridicolo, a me in realtà hanno sempre fatto spuntare un sorriso.»


Tanaka ascoltava quelle parole con lo sguardo sgranato e le braccia completamente abbandonate lungo i fianchi. Che cosa diamine stava dicendo Shimizu?


«E sono stata davvero felice che, anche quando è finita la scuola, tu sia stato così entusiasta di rivedermi. E quando mi hai dato quel cartoncino a forma di gattino per esprimere il desiderio...» scosse leggermente il capo, con un tono un po' commosso e malinconico. «Ma forse mi sono sbagliata. Tu sei solo molto gentile e non hai il coraggio di dirmi che, quando mi hai fatto quella proposta, stavi solo scherzando... Perciò mi dispiace se ti sono sembrata troppo appic...»


Non riuscì a finire la frase perché Tanaka la prese improvvisamente per le spalle, con uno sguardo acceso, profondo e magnetico. Aveva ancora un tremendo, forsennato batticuore nel petto e non poteva farci assolutamente nulla. Avrebbe affrontato un drago sputafuoco a mani nude, ma esprimere i propri sentimenti... Quella sì che era un'impresa titanica per lui.


«Sappi che quella proposta non è mai decaduta, Kiyoko!» disse con tutta la feroce determinazione del suo cuore. «E te la rifarò ancora, e ancora, e ancora! Starmi appiccicata? Ma io ti voglio attaccata a me come la colla!» Si rese conto solo in quel millesimo di secondo che quelle parole potevano risultare decisamente ambigue e inappropriate; così iniziò a balbettare come un motore in avaria, ormai al colmo della cottura totale. «Cioè... Insieme... Per mano... Al cinema... Al luna park... Io... Io...»


La risata limpida e argentina di Shimizu gli fece capire all'istante che, anche in tutta quella sua totale inettitudine nell'esprimersi, lei lo apprezzava esattamente per l'uomo sincero che era.


«Quindi ora hai un debito con tua sorella» disse Shimizu, divertita.


Tanaka strinse i denti. «Dannazione, sì» rispose rapidamente, per poi chinarsi su di lei e baciarla sulle labbra, mentre gli ultimi, splendidi fuochi d'artificio coronavano quel momento magico che il numero cinque del Karasuno aveva vissuto fino ad allora soltanto nei suoi sogni, e che finalmente era diventato pura realtà.


... Ovviamente, nei giorni successivi avrebbe valutato molto attentamente se e come confidare all'intera squadra quella incredibile novità, anche se l'irresistibile intenzione di vantarsene di brutto con Nishinoya gli pulsava già sotto la pelle con una forza devastante.



Così, in quel tripudio di luci, tra mani strette con discrezione mentre tutti erano intenti a guardare verso l'alto, dichiarazioni finalmente liberate alla luce del sole, promesse e nuovi obiettivi, si concluse ufficialmente quella fantastica giornata.


Mei sarebbe rimasta alla Shiroi Chō e così non avrebbe dovuto abbandonare la pallavolo, né i suoi splendidi amici. Grazie a loro, tutte le sue insicurezze erano state finalmente curate o, quantomeno, accettate. Si sarebbe sempre un po' imbarazzata, era più forte di lei, ma adesso sapeva bene che, per qualunque timore, avrebbe potuto confidarsi liberamente, esattamente come loro potevano fare con lei. Ognuno, alla fine, ha i propri difetti e le proprie paure; tutto stava nel modo in cui le cose venivano affrontate, e nel capire che era proprio questa diversità a renderli unici.


E ora, con questa nuova consapevolezza nel cuore, lei, così come le sue compagne di squadra e i suoi amici del Karasuno, avrebbero affrontato a testa alta i campionati estivi.


In ultimo, prese con delicatezza la mano di Hinata, il quale si voltò per un attimo interrogativo verso di lei. Ma poi la sua espressione mutò in un sorriso radioso quando l'amica lo guardò e gli alzò il pollice in su. Shōyō allora rispose con lo stesso identico gesto fiero, mentre la luce multicolore dei fuochi d'artificio si rifletteva, calda e splendente, nei loro occhi carichi di futuro.



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