Sulla Sogliadel Canone

Fanfiction e storie originali in italiano: leggere e scrivere

Capitolo XXXII

Copertina di Germoglio
Copertina con AI

Germoglio

di @ladyele1991

Haikyu!! (fandom generico) · Classificazione: Maturo · In corso

203.822 parole · 32 capitoli · 1 lettura · aggiornata il 29 settembre · nessuna recensione ›

Avvertenze

Bullismo

Tag

F/M · Drammatico · Introspettivo · Slice of life

Note dell'autore, ispirata a e personaggi

Note dell'autore

LadyEle1991

L'opera è ispirata a

Haikyuu!!

Personaggi originali

Mei Squadra maschile e femminile della Shiroi Cho

Capitoli

32 capitoli, dal 10 maggio al 29 settembre

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Riassunto

Riassunto

Slice of life su un'adolescente che cerca di germogliare, grazie all'amore per la pallavolo e al sostegno dei suoi amici

Capitolo 32

Ji Ta Kyo Ei - Parte 1

5.554 parole, circa 28 minuti

Copertina del capitolo 32


In una valle remota del Giappone antico, un vecchio saggio e il suo giovane allievo camminavano lungo un sentiero dissestato. Il ragazzo, desideroso di dimostrare la propria forza e indipendenza, procedeva a passi rapidi, convinto che per raggiungere la vetta della maestria dovesse contare solo su se stesso ed elevarsi al di sopra di chiunque altro.


Mentre avanzavano, il sentiero divenne stretto e scivoloso a causa del fango. Più il giovane cercava di correre da solo per superare il maestro, più scivolava, disperdendo le proprie energie. Il saggio, allora, si fermò e indicò una vicina foresta di bambù. Spiegò che, sotto la terra, ogni singolo fusto era strettamente legato agli altri attraverso una fitta rete invisibile di radici. Nessun bambù cercava di crescere rubando lo spazio al proprio vicino; al contrario, si scambiavano nutrimento e stabilità nel buio del terreno.


Il saggio raccontava che, quando i grandi venti si abbattevano sulla valle, gli alberi più isolati e rigidi si schiantavano sotto la furia della tempesta, poiché confidavano solo sulla propria singola forza. I bambù, invece, si piegavano all'unisono. Ciascun fusto poggiava sul fusto accanto, ammortizzando l'urto del vento in un abbraccio flessibile. Nessuno cercava di sovrastare l'altro: si sostenevano a vicenda nella caduta, per poi rialzarsi insieme, intatti e più fieri, non appena il cielo tornava sereno.


Quell'antica armonia incarnava lo spirito del Ji Ta Kyo Ei: il principio della mutua prosperità e del benessere condiviso. Il saggio mostrava al giovane come la vera crescita non fosse un cammino solitario basato sull'egoismo, ma un'arte sottile di collaborazione. Solo comprendendo che il successo del singolo era indissolubilmente legato al benessere della comunità, gli uomini potevano trovare la forza di superare le tempeste della vita, avanzando uniti verso un futuro luminoso


🏐🏐🏐


«Copertura! Non fatela cadere!» urlò Sakura Ayuhara, staccandosi da terra per richiamare l'attenzione delle compagne in seconda linea.


Il pallone, deviato in modo sporco dal tocco del muro avversario, schizzò lateralmente verso l'angolo scoperto del campo. Mei Azumane, che ora indossava stabilmente la maglia numero due da alzatrice titolare, scattò con una reattività muscolare mai vista prima. Con le ginocchia flesse e i piedi ben saldi, si immolò in un bagher difensivo perfetto: l'impatto le strappò un gemito dai polmoni, ma la sfera si impennò alta, pulita, viandando dritta verso il centro del campo.


«Kaori, chiudila tu!» gridò Mei da terra, mentre sollevava lo sguardo lucido e concentrato, pronta a osservare la transizione immediata dell'attacco.


La numero tre delle Farfalle, nonostante lo chignon che oscillava vistosamente per lo scatto, prese una rincorsa spaventosa, caricò il braccio destro all'indietro e volò in aria con un'elevazione degna di nota, pronta a scaricare tutta la sua determinazione sopra il muro a tre della Aoba Jōsai. Sulle tribune, gli spalti erano ghermiti di appassionati e scout universitari che non smettevano un solo istante di prendere appunti, mentre i flash dei fotografi si scatenavano per catturare la prima, infuocata battaglia dei campionati estivi.


La sezione femminile della Shiroi Chō era già nel pieno dell'azione, impegnata in un corpo a corpo aereo all'ultimo respiro contro le agguerrite rivali della Aoba Jōsai. Le giocatrici in maglia arancione e bianca del Seijō non concedevano un solo millimetro, rispondendo colpo su colpo e costringendo le Farfalle a una difesa acrobatica ed estremo.


Il tabellone luminoso del Sendai City Gymnasium segnava un punteggio teso ed esasperante, erano nel pieno mese di agosto, portando con sé l'aria rovente delle Inter-High maschili e femminili della prefettura di Miyagi, scavallate di quasi un paio di settimane a causa della modifica del calendario del ritiro. Il rumore dei palloni che impattavano sul parquet e le urla delle tifoserie si intrecciavano in un unico, immenso boato che faceva tremare le vetrate dell'edificio.


Nel frattempo, dagli spalti, amici e parenti delle Farfalle esultavano dando fondo alla propria voce, in modo da sostenere al meglio le giocatrici in campo. 


«Mei, più laterale! Le gambe, le gambe!» urlava Kageyama, sporgendosi dalla balaustra nel disperato tentativo di coordinare da lontano la sua pupilla. 


«Mei, non ascoltarlo! Se vuoi impostare bene l'attacco, spostati più a destra!» ribatté Hinata, per poi girarsi a ringhiare contro il compagno dai capelli neri. 


Mei dentro di sé li ringraziava, ma non poté fare a meno — mentre dava loro le spalle — di contrarre il viso in un'espressione di totale disagio. A questo punto, perché non scendevano direttamente in campo loro due, no? 


«Mei, segui semplicemente il tuo istinto» la rassicurò Sakura con un cenno del capo. «Qualunque scelta farai andrà bene, mi fido di te.» 


«Grazie, capitano» rispose la giovane, ricambiando con un cenno deciso del capo e ritrovando subito la giusta concentrazione.


Il fischio dell'arbitro ridiede il via all'azione e la palla, scagliata dal servizio della Aoba Jōsai, tagliò l'aria come un proiettile. Il terzo set di spareggio era agli sgoccioli, sul punteggio critico di ventiquattro pari, e un solo errore avrebbe significato la fine del torneo.


La libero della Shiroi Chō si immolò in un bagher difensivo disperato, rialzando la sfera con un impatto sordo che ne smorzò la violenza. La traiettoria, tuttavia, era sporca e viaggiava velocemente verso l'esterno del rettangolo di gioco. Kaori scattò con un riflesso felino, tuffandosi di lato e allungando il braccio per correggere la traiettoria con un palleggio di dita millimetrico. 


«Sakura, chiudila tu!» urlò la numero tre da terra.


La palla si impennò alta ma vicina alla rete. Non c'era tempo per un'alzata pulita di Mei, l'azione era troppo rapida. Sakura comprese al volo: sfruttando i suoi allenamenti extra e un'elevazione impressionante, la capitana decollò dal centro del campo con il numero uno d'oro che brillava sotto i riflettori. Impattò il pallone a mezz'aria, scaricando una diagonale strettissima e violentissima.


Il muro a tre della Aoba Jōsai saltò con tempismo perfetto, intercettando la palla: il pallone rimbalzò pesantemente indietro sul soffitto del muro, tornando nel campo delle Farfalle.


«Copertura!» tuonò Sakura, che era appena riatterrata.


Mei penetrò fulminea dalla seconda linea. Con le ginocchia flesse e una lucidità d'acciaio, si gettò in avanti a pesce, salvando il pallone di pugno a un millimetro dal pavimento. La sfera si alzò a candela verso la banda destra. 


Lì Himawari, invece di attaccare da posizione scomoda, capì al volo la situazione: intervenne prontamente sotto il pallone e, con un palleggio morbido e preciso, lo rispedì verso il centro del campo per l'accorrente capitan. 


Sakura decollò di nuovo a un'altezza spaventosa, eludendo la difesa avversaria che si era mossa in ritardo, e con un colpo secco e devastante scaraventò il pallone sul parquet, esattamente sulla linea di fondo.


Un tonfo secco, seguito dal fischio lungo e liberatorio dell'arbitro: ventisei a ventiquattro. La Shiroi Chō si aggiudicò il punto della vittoria del terzo set di spareggio.


Le ragazze, esultanti, corsero immediatamente ad abbracciarsi tra loro, stringendosi soprattutto attorno a Sakura, la loro capitana che ancora una volta aveva garantito loro la vittoria. Anche il professor Yun si avvicinò per congratularsi e comunicare che le loro prestazioni erano nettamente migliorate. Da quando avevano iniziato a fare davvero squadra e Akane era stata allontanata, quella rinnovata coordinazione aveva decisamente giovato all'intero gruppo. 


Inoltre, c'era ancora la recente vittoria all'evento speciale indetto dalla Yachi Create che continuava a battere forte nei loro cuori. Da allora, la fama della sezione femminile della Shiroi Chō era cresciuta a dismisura, giovando tantissimo sul curriculum scolastico delle giocatrici, soprattutto di coloro che frequentavano il terzo anno. Tutte le università, infatti, erano ben liete di accogliere promesse del genere nel mondo della pallavolo.


«Chikarùcciooooo!» 


Ennoshita, come al solito, venne investito in pieno dall'esuberanza di Kaori quando lei e le sue compagne riemersero dagli spogliatoi e si immisero nel corridoio, dopo quella prima giornata in cui era stato compiuto il primo passo per la scalata verso un altro grande successo. Per coordinare al meglio i tabelloni delle sezioni maschili e femminili, i ragazzi avrebbero iniziato a giocare solo dal giorno successivo; per questo avevano avuto modo di assistere almeno a quella prima giornata di gare, mentre dalla seconda il palazzetto avrebbe visto l'affollamento di entrambi i sessi.


«Allora? Sono stata brava? È vero che sono stata brava?» proseguì Kaori, aggrappata al suo fidanzato mentre saltellava sul posto. Il capitano del Karasuno ormai aveva accettato placidamente tutta quell'esuberanza, facendosi semplicemente spupazzare finché la scarica adrenalinica della ragazza non fosse scemata da sola (anche se i loro amici sapevano bene che, sotto sotto, a lui piaceva quel modo di fare così espansivo). «E guarda! Le unghie sono rimaste del tutto intatte.»


«Vorrei ben dire, con quello che sono costate!» ribatté lui con tono fermo. «E poi hai visto? Avevo ragione io, non devi fartele fare più lunghe di così.»


I suoi compagni di squadra lo guardarono con gli occhi piccoli piccoli e la bocca stretta come a voler trattenere qualcosa. Il loro capitano era ormai diventato un esperto di manicure a furia di stare appresso a Kaori.


«Glielo hai detto ai tuoi amici?» proseguì poi la numero tre delle Farfalle, guardando prima Ennoshita e poi il resto del Karasuno.


«Sì, hanno tutti accettato di venire a cena da te» annuì il ragazzo.


«Evviva! Mi fa un piacere immenso!»


«Ma, Kaori... Sei sicura che ci vuoi proprio tutti?» chiese Kinoshita, grattandosi la nuca con aria perplessa. «Insomma, la tua squadra, la nostra e immagino anche la vostra sezione maschile...»


«Sì, nessun problema, ci entrate tutti comodamente!»


«Forse ha un giardino molto grande» ipotizzò Kageyama a bassa voce, chinandosi verso Hinata.


«Grazie allora» disse Yamaguchi, porgendo un cortese e rispettoso inchino. «Possiamo portare almeno un piccolo pensiero per ringraziare dell'ospitalità?»


«Se volete, ma non è affatto necessario! Basta la vostra presenza» rispose Kaori, sfoggiando un bellissimo sorriso.


«Beh, io porterò comunque qualcosa preparato da mia mamma» confidò il pinch server a Hinata. «Mi sembra brutto venire a mani vuote quando si invitano così tante persone.»


«Concordo in pieno» rispose il numero dieci.


«Ma hanno capito che stiamo andando a casa di Kaori?» sussurrò Sakura a Mei, con un sorrisetto nervoso.


«Lasciamo loro il piacere della scoperta» rispose la compagna di squadra, mantenendo un sorriso gentile che, in realtà, serviva a nascondere un divertito segreto.


🏐🏐🏐


Il frinire dei grilli della sera fu l'unico suono che riecheggiò nelle teste di Kageyama e Hinata, i quali tenevano entrambi tra le mani un Tupperware con una pietanza preparata dalle rispettive madri.

Avevano capito che bisognava vestirsi bene, e anche il resto dei compagni lo aveva capito; si erano presentati tutti con abiti puliti e stirati, ma comunque comodi e casual. Non avevano assolutamente compreso, però, che per "la casa di Kaori" si intendesse una sorta di reggia di Versailles in miniatura. Di fronte a loro non c'erano semplici aiuole, ma un immenso parco con tanto di fontana monumentale, e il palazzo principale ricordava vagamente il Partenone, voluto così dal padre della ragazza per via delle loro origini greche.


Non appena i genitori avevano accompagnato i rispettivi figli di fronte a quell'edificio, le reazioni erano state le più disparate: da chi aveva ricontrollato tre o quattro volte il foglietto per capire se quello fosse l'indirizzo giusto, a chi aveva scaricato i figli al volo per non farsi vedere a bordo della propria auto di seconda mano. Ennoshita, in particolare, venne letteralmente cacciato dall'abitacolo con una pedata da suo padre, il quale si raccomandò caldamente di tenersi stretta e buona quella ragazza, se non voleva essere diseredato sul posto.


«Capitano... Ma tu lo sapevi?» chiese Kageyama, avvertendo un leggero tic all'occhio per lo sbalordimento.


«Sì, sapevo che era di famiglia molto ricca. Per questo non vede quasi mai i genitori, poverina...» rispose lui a tono basso, leggermente rattristato per la solitudine della ragazza. 


«Poverina?! Questa si compra tranquillamente l'intera prefettura di Miyagi se le viene il capriccio!» sbottò Tanaka, prendendo Ennoshita per il colletto della camicia bianca e iniziando a scuoterlo violentemente.


«Ma di che cosa vi stupite? La Shiroi Chō è un istituto privato estremamente competitivo, e la pallavolo non è certo il loro unico sport di punta. Per non parlare della gente di successo che tira fuori, come la madre di Yachi» disse Tsukishima che, forse intuendo già la situazione, si era presentato sfoggiando almeno una cravatta, mentre incrociava le braccia dietro la schiena.


«In effetti anche i genitori di Mei hanno un ottimo lavoro» deglutì Nishinoya, «e Takeshi non è forse il figlio del CEO di una grossa agenzia di design?»


Neanche a farlo apposta, il rombo potente di diverse automobili di grossa cilindrata e di alto livello si diffuse nell'aria. Quando i ragazzi del Karasuno si voltarono, sbiancarono completamente: da quelle vetture lussuose stavano emergendo i giocatori delle sezioni maschili e femminili della Shiroi Chō. Chi aveva già la patente guidava da solo, mentre altri viaggiavano comodamente con gli autisti privati; tra questi c'era Sakura, che emerse dall'abitacolo insieme a Mei.


«Ciao ragazzi! Come state?» chiese quest'ultima, entusiasta, non cogliendo minimamente sul momento la loro evidente espressione di disagio.


«Ma che bei vestitini... Li avete presi scontati al mercato dell'usato?» chiese Takeshi, sfoggiando un completo elegante scuro, tenendo accanto a sé Himawari che indossava invece uno yukata con stampe di farfalle e un'acconciatura decisamente complessa. 


Tutte le ragazze, in generale, indossavano uno yukata tradizionale. Mei, in particolare, portava con fiera eleganza quello con la stampa di bambù che suo cugino Asahi le aveva confezionato appositamente per la festa di Tanabata.


«Un po' fuori posto, a dire la verità» confessò Hinata con tono affranto, in risposta alla domanda dell'amica.


«Oh, non badare a ciò che ha detto Takeshi» cercò di confortarlo Mei, pur lasciandosi sfuggire una risata nervosa. «Vedrai che l'ambiente non sarà poi così "aristocratico" come sembra.»


«I vostri soprabiti, signori» chiese il maggiordomo, che accolse gli ospiti all'ingresso insieme a tutta la servitù schierata.


I membri del Karasuno avevano tutti un volto tesissimo e le spalle rigide per l'imbarazzo, a differenza della loro controparte della Shiroi Chō che invece si muoveva completamente a proprio agio in quell'ambiente lussuoso. In particolare, a irritare i Corvi era l'atteggiamento del capitano della squadra maschile delle Farfalle, il quale continuava a guardarli dall'alto in basso, come se sulla loro fronte ci fosse scritto a grandi lettere la parola "plebei".


«Chikarùcciooooo, eccoti!» La voce allegra e spensierata di Kaori irruppe improvvisamente nella grande sala, allestita con gli arredi più pregiati e tirati a lucido. Anche lei, per l'occasione, indossava un bellissimo yukata arricchito da ricami marini. Si tenne con grazia i lembi della stoffa mentre scendeva di corsa le scale, per poi fiondarsi come sempre addosso al suo fidanzato, quasi investendolo. «Muuua!» esclamò, scoccandogli un sonoro bacio d'animazione dritto sulle labbra e causando l'imbarazzo generale dei presenti, compreso lo stesso Ennoshita che iniziò immediatamente a fumare dalla testa per la vergogna. 


Dopotutto, simili effusioni non si facevano così apertamente alla luce del sole, non nella società tradizionale in cui erano cresciuti; ma Kaori, essendo figlia anche della cultura europea, sceglieva liberamente di attingere all'uno o all'altro retaggio a seconda della propria preferenza. E quando si trattava di esprimere i suoi genuini sentimenti verso il capitano del Karasuno, era fin troppo chiaro quale delle due culture preferisse adottare.


«Dannato secchione, quanto lo invidio!» ringhiò tra i denti Nishinoya. A lui si accostò subito Baki; dopotutto, dopo i fuochi d'artificio della scorsa volta, non si era poi concluso nulla di che con la numero sette della Shiroi Chō. Anzi, la ragazza, non appena lo vide tra gli ospiti, voltò persino il naso dall'altra parte con ostentata indifferenza.


Non essendo una casa tipicamente giapponese, all'interno era possibile tenere le scarpe ai piedi, cosa che per una volta i ragazzi del Karasuno apprezzarono moltissimo. Ci mancava solo che quei figli di papà iniziassero a criticarli se per caso qualcuno di loro avesse avuto un calzino un po' troppo consumato o bucato.


Era del tutto evidente che, essendo diventato ufficialmente il "fidanzato della signorina Kaori", Ennoshita godesse di un trattamento di assoluto favore rispetto a tutti gli altri presenti. Venne infatti circondato dai domestici con tutti gli onori, come se lo staff fosse sotto il suo diretto comando. Il ragazzo cercava disperatamente di apparire rilassato e disinvolto, ma era davvero un'impresa difficilissima immedesimarsi in un mondo che non gli apparteneva affatto.


«Considerando che Kaori era una lacchè di Akane, immagino che quest'ultima possieda direttamente uno Stato intero» osservò Tsukishima con le mani in tasca, rivolgendosi a Sakura.


«In realtà no. Kaori è forse la ragazza più ricca attualmente iscritta al nostro istituto» spiegò la capitana. «I genitori di Akane hanno un lavoro facoltoso, ma non sono certo dei "nobili"... E no, neanche io lo sono, se te lo stai chiedendo.»


«Peccato» sbuffò il centrale del Karasuno, distogliendo lo sguardo con finta delusione.


Sakura si accigliò un po' di più, abbassando il tono di voce. «Akane si approfittava semplicemente del fatto che Kaori non ha mai goduto davvero dell'affetto dei genitori. Questa grave mancanza ha fatto sorgere in lei un disperato desiderio di appartenenza e di sicurezza. E io e Akane siamo sue amiche fin dai tempi delle elementari. Il fatto che Akane sia sempre stata meschina e io un'autentica str...»


Tsukishima la prese prontamente per il polso, interrompendo la frase, e cercò con fermezza il suo sguardo. Non c'era alcun bisogno di parole: la sua espressione era fin troppo eloquente. Non avrebbe affatto permesso alla ragazza di sprofondare di nuovo in quei pensieri negativi sul passato.


Poi il biondo si voltò verso l'ingresso, dove Kaori, aggrappata al braccio di Ennoshita, stava raccontando qualcosa a quest'ultimo con immenso entusiasmo, mentre lui sorrideva e annuiva con dolcezza cercando di dimostrarsi interessato a ogni dettaglio. «Beh, anche lei alla fine ha capito di chi doveva fidarsi; e il fatto che lo abbia fatto con il nostro capitano, un ragazzo intelligente e posato, le gioverà senz'altro.»


«Sono pienamente d'accordo» confermò Sakura, annuendo. Subito dopo, però, assottigliò lo sguardo verso di lui. «Immagino che anche tu ti stia gongolando, allora.»


«Certo che sì» concluse Tsukishima con un sorriso appena accennato, per poi avanzare a passi lenti nella stanza.


Il disagio si dipinse nei loro occhi, anche quando una volta a tavola, quando i ragazzi di ritrovarono di fronte a loro una distesa infinita di posate, tra forchette, coltelli e cucchiaini di ogni dimensione.


«Perché ce ne sono almeno tre per ogni tipo di posata?» balbettò Kageyama, sudando freddo. «Io normalmente a casa uso solo le bacchette.»


«Anche io» confermò Yamaguchi, guardando il tavolo con totale smarrimento.


«Ricordo che nel film Titanic avevano detto che si iniziava sempre a usare le posate partendo dall'esterno... Cerchiamo di fare così anche noi» rispose Hinata, seduto con la schiena rigidissima sulla sedia imbottita.


La Shiroi Chō si era accomodata su un lato del tavolo, mentre il Karasuno occupava quello opposto, a eccezione di Mei e di alcune ragazze. Mei, in particolare, aveva voluto sedersi vicino al suo sensei. Quest'ultimo sperò con tutto il cuore di trovare un supporto psicologico almeno in lei ma, a giudicare dalle guance pallide dell'amica, era fin troppo evidente che nemmeno lei ci stesse capendo molto sul da farsi. Dopotutto, lei viveva in un normalissimo appartamento: spazioso, certo, ma appartenente alla classica borghesia.

A capotavola sedevano invece Kaori e Chikara. I compagni di squadra di quest'ultimo si aspettavano quasi che, da un momento all'altro, qualcuno entrasse nella sala per incoronarli re e regina.


«Bon appétit!» annunciò solennemente il maggiordomo, porgendo loro un perfetto inchino.


«Che cosa ci aspetta? Cucina messicana?» chiese innocentemente Yamaguchi, sentendo quel termine straniero.


Tsukishima si diede uno schiaffo in faccia con il palmo della mano. «È meglio che il nostro professore di geografia non ti senta mai pronunciare una cosa del genere, Tadashi.»


In quel preciso momento, le due doppie porte dell'ingresso della lussuosa sala da pranzo si spalancarono di colpo, facendo entrare i camerieri con ogni sorta di piatto d'alta classe. Fu una vera e propria sfilata di sapori e profumi irresistibili, dalle carni più pregiate alle verdure tagliate e cucinate nei modi più raffinati. Un tripudio culinario decisamente degno dell'elevatissimo status sociale della padrona di casa.


«Tieni Chikarùccio... E tieni anche questo, Chikarùccio!» diceva Kaori, mentre continuava a creare una piccola montagnola di prelibatezze nel piatto di Ennoshita.


«Domani pomeriggio abbiamo un torneo importante, non posso riempirmi così tanto» cercò di ribattere lui, con un sorriso stiracchiato.


«Ma questa è tutta energia pura! Vuoi vincere il campionato estivo o no?» rispose immediatamente lei, con assoluta determinazione.


In quel preciso istante, il capitano del Karasuno avvertì diverse paia di occhi che lo guardavano dritti in cagnesco dal lato destro del tavolo. Davanti a quegli sguardi fulminanti, il ragazzo faticò sinceramente a credere che il simbolo della Shiroi Chō fossero le farfalle: in quel momento, la squadra maschile sembrava piuttosto un branco di lupi feroci e affamati.


Il ragazzo iniziò a mangiare molto energicamente, nel disperato tentativo di sfogare tutta la tensione accumulata.


«Kaori, ma tu mangi sempre in questo modo?» chiese Kinoshita, con le guance completamente gonfie di tutto il cibo che era riuscito ad arraffare dai vassoi.


«Oh no, certo che no!» rise di cuore la ragazza, portandosi con grazia una mano alla guancia. «Tutto questo è stato preparato esclusivamente in onore di Chikarùccio e dei suoi amici.»


«Ma, Kaori, a me sarebbe bastata anche una semplice ciotola di ram…» Ennoshita non riuscì nemmeno a terminare la frase: Kinoshita si alzò di scatto dalla sedia per premergli con forza la mano sulla testa, costringendolo a un improvviso inchino, anche se in questo modo lo fece finire direttamente con la faccia dentro al piatto di portata.


«Chikara è infinitamente grato per la tua immensa generosità!» esclamò Kinoshita a voce altissima per coprire le parole del capitano. «Non hai idea di quante volte ci parli di te, e noi, che siamo I SUOI MIGLIORI AMICI, siamo davvero felici che abbia trovato una ragazza fantastica, brava e bella come te!» 


Narita si accodò prontamente al compagno annuendo con vigore e, proprio come lui, sfoggiò un sorriso tiratissimo e nervoso per reggere il gioco.


«Davvero?! Oh, che caro!» esclamò la ragazza arrossendo visibilmente per la felicità e iniziando a strofinare affettuosamente la guancia contro la spalla di Ennoshita. Quest'ultimo, con il sugo rosso degli spaghetti che gli stava entrando pericolosamente nelle narici, bofonchiò qualcosa di assolutamente incomprensibile.


A un certo punto si sentì il suono di una notifica. Takeshi si scusò con i presenti, dicendo che si trattava del suo telefono; quando lo prese e controllò il display, sul suo volto assunse un'espressione decisamente soddisfatta.


«Cara, ci hanno appena confermato il volo per Sharm el-Sheikh» disse il capitano della Shiroi Chō, voltandosi verso Himawari per prenderle la mano.


«Bene! Per l'occasione ho comprato anche un costume da bagno nuovo» rispose la ragazza dai capelli lisci e corvini.


«Sharm el-Sheikh? Mah, secondo me è sopravvalutata. Io vi consiglio invece le Seychelles per le vacanze estive, lì mi sono davvero divertito moltissimo» intervenne un compagno di squadra di Takeshi.


«Secondo me le Galápagos sono in assoluto le migliori» si intromise un'altra ragazza.


In pochi secondi si aprì un acceso dibattito su quale meta turistica fosse la migliore, sia per il luogo sia per le attività da fare. Il punto era che tutti i posti menzionati erano tra i più costosi in assoluto sul mercato.


Quelli del Karasuno adottarono quindi una strategia che utilizzavano spesso anche sul campo da gioco: simulare. Si limitarono a sorridere e ad annuire, lasciandosi andare di tanto in tanto a qualche esclamazione di circostanza, come se ne sapessero qualcosa al riguardo; ma era più che evidente che loro e i membri della Shiroi Chō sembrassero appartenere a due mondi completamente diversi.

Davanti a tutto quel lusso, a quei viaggi esotici e all'atteggiamento per nulla umile di alcuni di quei giocatori, la pazienza di Hinata iniziò a esaurirsi rapidamente, finché alla fine non esplose del tutto.


«Sarete anche ricchi sfondati, ma potete scommetterci che vi batteremo a occhi chiusi! Noi Corvi vi dimostreremo che cosa significa davvero la legge della strada!»


Il ragazzo si era alzato in piedi, totalmente sopraffatto dall'istinto puro, e si era sfogato puntando il dito indice dritto contro Takeshi che gli stava di fronte.

Quest'ultimo si alzò e il braccio del rosso, per continuare a puntargli il dito verso il viso, dovette sollevarlo e ancora sollevarlo. Un brivido freddo corse lungo la schiena del numero dieci del Karasuno, vedendosi improvvisamente avvolto dall'ombra del gigante e provando una forte empatia per ciò che aveva vissuto Marty McFly quando si trovava al cospetto del prepotente Biff.


«Dicevi qualcosa, tappetto?» chiese il capitano della Shiroi Chō a denti stretti.


A Hinata sfuggì un balbettio spaventato, ma per fortuna il Karasuno era una squadra unita e non avrebbe mai lasciato il proprio amico a combattere da solo in territorio nemico.


«Shōyō ha perfettamente ragione!» intervenne Nishinoya, alzandosi anche lui di scatto in piedi e piazzandosi con i pugni ben saldi sui fianchi. «Per quanto anche io speri tanto di vedere un giorno i posti che avete appena nominato, è del tutto chiaro che tutti questi agi non possono che avervi rammolliti! Sono certo che sul campo non avremo alcun problema con voi!»


Entrambe le fazioni maschili si alzarono così in piedi contemporaneamente, iniziando a ringhiare tra di loro da una parte all'altra della tavola.


«Kaori, ma perché hai invitato questa gentaglia a casa tua?» sbottò Takeshi, continuando a fissare Hinata dall'alto in basso. «È del tutto chiaro che il loro posto ideale sarebbe nella cucina della servitù.»


«Sono gli amici di Chikarùccio! Secondo te li relego nelle cucine?» ribatté Kaori, difendendoli con decisione. «Sono ospiti alla pari tanto quanto te!»


«Ospiti alla pari» ripeté il capitano della Shiroi Chō con sarcasmo. «Non sanno nemmeno distinguere la cucina francese da quella messicana.»


Yamaguchi, sentendosi preso in causa per la gaffe precedente, si grattò nervosamente la testa.


«Davvero vuoi fartela con quello lì, Kaori? Ti fa apparire solo patetica, proprio come lui.»


«Che cosa hai osato dirle?!» Questa volta a ringhiare dalla rabbia fu Ennoshita in persona: si alzò di scatto dalla sedia con una tale furia da far frusciare violentemente le gambe del legno sul pavimento. «Rimangiati immediatamente ciò che hai detto e scusati subito con lei!»


«Altrimenti?» ghignò Takeshi, per nulla intimidito.


«Altrimenti l'umiliazione che vi infliggeremo sul campo da gioco sarà talmente pesante che dovrete rinunciare persino ai tornei primaverili, pur di nascondere la faccia dalla vergogna!»


La tensione nella stanza si fece così densa che si sarebbe potuta tagliare con un coltello.


«Adesso basta! Vi ricordo che siete a casa della mia amica!» La voce di Sakura si elevò alta e perentoria; si era alzata con le braccia incrociate sotto il petto e il mento rivolto verso l'alto, fulminando i presenti. «Tu, Kenji... Se sei così ricco e potente, che necessità hai di ostentarlo continuamente con gli altri per umiliarli?»


Quelli del Karasuno annuirono solennemente, sentendosi spalleggiati dalla capitana.


«E tu, tappetto... Come ti permetti di creare zizzania a tavola solo perché sei invidioso?» continuò Sakura, voltandosi di scatto verso Hinata.


«Non... Non sono invidioso, è che...» provò a balbettare Hinata, sentendo il sangue raggelarsi nelle vene.


«Silenzio! Anche tu hai esagerato!»


«Sissignora! Scusi, signora!» rispose Hinata mettendosi sull'attenti. Ora aveva ben chiaro perché Sakura fosse il capitano indiscusso delle Farfalle: faceva una paura tremenda quando si arrabbiava sul serio.


«Grazie, Sakura» disse Kaori, per poi alzarsi in piedi a sua volta. Il suo volto, di solito radioso e allegro, era diventato improvvisamente incredibilmente serio. «Io vi ospito tutti con gioia a casa mia e voi vi mettete a litigare in questo modo? Così non si fa! E ora, come primo passo per andare d'accordo e proseguire degnamente questa cena, chiedo a ognuno di voi di consegnare immediatamente i cellulari.»


«E... E se dovessero chiamare i nostri genitori? I miei mi vengono a prendere a mezzanotte» chiese Mei, timorosa.


«Non ti preoccupare, risponderà il mio maggiordomo per rassicurarli che sta andando tutto bene» tagliò corto la padrona di casa.


Tra gli sbuffi generali e qualche sommessa lamentela, tutti i ragazzi consegnarono il proprio dispositivo, depositandolo all'interno di un elegante cestino di vimini che una cameriera portava con sé, sfilando con passi leggeri attorno al grande tavolo.


«Bene, vi ringrazio. Per i dolci ci aspetta un'altra stanza della casa; non appena avremo finito qui, ci sposteremo di là.»


«Ma non è un po' trop…» provò a intervenire di nuovo Ennoshita, ma Kinoshita agì all'istante, abbassando di scatto la testa del capitano per farlo tacere prima che potesse completare la frase.


Nonostante avessero mangiato come se non ci fosse un domani nella sala da pranzo, la stanza adibita al buffet per i dolci fece aprire loro nuovamente lo stomaco. Le leccornie erano tantissime, variegate e sembravano quasi avvolte da un bellissimo e invitante bagliore sotto i lampadari di cristallo.


«Non mi importa se domani durante la partita vomiterò anche l'anima... Mi voglio mangiare tutto quanto!» esclamò Tanaka, con le stelle agli occhi per l'emozione.


«Vorrà dire che ci prenderemo un bel digestivo per sicurezza!» si aggregò subito Nishinoya, con la bava alla bocca.


«Ma guarda che combriccola di arraffoni disperati» disse contrariato Takeshi, mentre vedeva i membri del Karasuno riempirsi il piatto fino all'orlo. «Se non stiamo attenti, si mangerebbero anche i tavoli.»


«Mei, dici che ci entra ancora un piccolo pasticcino?» 


«Secondo me sì, assolutamente».


In quel preciso istante, passarono sotto il naso del capitano della Shiroi Chō la sua fidanzata Himawari e Mei, entrambe con un piatto colmo che non era affatto da meno rispetto a quelli dei "poveracci" di quel liceo pubblico con cui stavano condividendo la serata. A quella vista, l'occhio di Takeshi batté per qualche secondo a causa del tic nervoso.


Nel frattempo, Kaori era comodamente seduta sul divano e cercava di imboccare un imbarazzatissimo Ennoshita, mentre accanto a loro si trovavano Sakura e Tsukishima che condividevano un piatto unico.


«Mi vuoi imboccare anche tu?» chiese placidamente il centrale biondo, con la sua solita espressione distaccata.


«Se i miei pugni alla crema ti piacciono così tanto, va bene» rispose la capitana delle Farfalle, mentre addentava una pasta con fiera noncuranza.


«Mhm? Kaori, ma che carine queste tazze da tè!» esclamò Mei, sedendosi a sua volta su una poltroncina lì vicina.


In mezzo a loro, posizionate su un tavolino basso, spiccavano dieci tazze da tè decagonali dai bordi arrotondati, tipicamente giapponesi, sulle quali erano dipinte a mano delle farfalle multicolore, disposte a cerchio su un vassoio di ceramica bianco e blu.


«Belle, vero? Me le ha portate mio papà direttamente dall'India. Dovrebbero portare molta fortuna e prosperità.»


Proprio in quel momento, però, la luce andò improvvisamente via, lasciando tutti i presenti nel buio più totale e nello stupore generale. Poco dopo l'elettricità ritornò, e il maggiordomo si affrettò a scusarsi spiegando che, poiché avevano rifatto di recente l'intero impianto elettrico, purtroppo i tecnici avevano avvisato che nel corso della serata potevano esserci dei sobbalzi di tensione.


Il buio improvviso aveva spaventato Kaori, che si era subito rifugiata tremando tra le braccia protettive di Ennoshita; ma anche Nishinoya si era impressionato parecchio e aveva attanagliato con forza il braccio di Tanaka, battendo i denti per la paura.


«Scollati, che figura mi stai facendo fare davanti a tutti!» protestò il numero cinque del Karasuno, cercando disperatamente di toglierselo di dosso a gomitate.


«Che strano! Che abbia sbagliato? Ero certa di averne contate dieci e invece adesso sono nove tazzine» esclamò Mei, posando nuovamente gli occhi sul tavolino di fronte a sé.


«Sono dieci, infatti» confermò Kaori, perplessa.


«No, sono nove... E c'era già tutto quello spazio vuoto tra di loro?» disse Sakura, accigliata, corrugando la fronte con sospetto.


«Himawari, ma dove sei?» La voce preoccupata del libero della Shiroi Chō fece girare di scatto la testa a molti dei presenti. «Era qui che parlava con me fino a un attimo prima del blackout!»


Takeshi iniziò subito a perlustrare la stanza con lo sguardo, tradendo una forte e immediata apprensione.


«Magari è andata semplicemente in bagno» commentò Muronaga nel tentativo di stemperare la tensione.


«Al buio, in una casa gigantesca che non conosce affatto?» gli rispose Sanzo, sollevando un sopracciglio scettico.


«Himawari?!» cominciò allora a richiamarla Takeshi a voce più alta, mettendosi a camminare freneticamente nella stanza.


«E questo?» esclamò la numero cinque della Shiroi Chō, indicando il pavimento. A terra aveva appena trovato, come se fosse stato lasciato cadere di colpo, il piattino di paste che Himawari aveva con sé fino a poco prima.


Il gelo improvviso dell'inquietudine attraversò l'intera stanza, spegnendo ogni residuo di allegria.

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