Sulla Sogliadel Canone

Fanfiction e storie originali in italiano: leggere e scrivere

Capitolo XXX

Copertina di Germoglio
Copertina con AI

Germoglio

di @ladyele1991

Haikyu!! (fandom generico) · Classificazione: Maturo · In corso

203.822 parole · 32 capitoli · 1 lettura · aggiornata il 29 settembre · nessuna recensione ›

Avvertenze

Bullismo

Tag

F/M · Drammatico · Introspettivo · Slice of life

Note dell'autore, ispirata a e personaggi

Note dell'autore

LadyEle1991

L'opera è ispirata a

Haikyuu!!

Personaggi originali

Mei Squadra maschile e femminile della Shiroi Cho

Capitoli

32 capitoli, dal 10 maggio al 29 settembre

Scegli il capitolo
Riassunto

Riassunto

Slice of life su un'adolescente che cerca di germogliare, grazie all'amore per la pallavolo e al sostegno dei suoi amici

Capitolo 30

Ma - Parte 7.2

3.967 parole, circa 20 minuti

Copertina del capitolo 30

Mei si prese ancora un momento per sé, stringendosi le mani al cuore.


“Ce l'ho fatta... Ce l'ho fatta... Davvero...” si disse con incredulità tra sé e sé. Non era un sogno, ma la pura realtà. Lei era stata parte di un meccanismo, era stata uno degli ingranaggi fondamentali di quella splendida vittoria. E ora era lì, sul podio, insieme alle sue compagne per ricevere una medaglia che non portava al collo solo per merito della fatica altrui, ma perché ottenuta lottando con i denti insieme alla squadra: se l'era meritata.


Quasi non si accorse della miriade di flash o delle parole formali dei funzionari; in quel momento era come sospesa in una bolla e il suo animo era un autentico turbinio. Non sapeva se voleva saltare, urlare o mettersi a piangere, al punto che era rimasta semplicemente immobile a osservare quel susseguirsi di complimenti e strette di mano.


Tornò alla realtà solo quando scese dal podio e poté finalmente riunirsi ai suoi amici. I primi ad andarle incontro furono Yachi e Hinata, che le gettarono le braccia al collo con foga. Tutti e tre si toccarono le fronti all'unisono, lasciandosi andare a un pianto liberatorio.


«Ora, Shōyō, tocca a te! Fai vedere a tutti di che pasta sei fatto!» disse Mei, con la voce ancora rotta dalla commozione.


«Ti ricordo che il torneo delle Inter-High aspetta anche te!» ribatté ridacchiando il numero dieci del Karasuno.


Mei era talmente stanca e sopraffatta che in quel momento alle Inter-High proprio non ci pensava, anche se l'entusiasmo di poter fare il bis la eccitava non poco.


«Mei!» La voce di Nishinoya sovrastò i tre. Il libero del Karasuno aveva lo sguardo serio e concentrato, con i pugni stretti lungo i fianchi.


Improvvisamente Mei si sentì spingere da dietro. Yachi le aveva dato una bella spinta per mandarla in avanti, al punto che la ragazza traballò pericolosamente sulle punte e agitò freneticamente le braccia per non finire addosso al ragazzo dal ciuffo biondo.


«Yū... Grazie per aver fatto...»


Nishinoya l'abbracciò all'improvviso, in un gesto pieno di calore, con la mano che le premeva dolcemente sulla nuca in un moto di istintiva protezione e conforto. Con il viso nascosto nell'incavo del collo del ragazzo, dove poté avvertire chiaramente l'odore fresco del dopobarba, Mei divenne rossa come un peperone.


«Ti chiedo scusa, Mei. Ti prego, non te ne andare! Non volevo ferirti, io... Io... Anche se per me sei un'amica, ti voglio un bene dell'anima. Quindi, per favore, non andare in quella scuola privata, non rinunciare al tuo istituto per colpa mia, solo perché sono uno scemo. Potrai sempre contare su di me... Io sono felice che qualcuno come te veda qualcosa di bello in un tipo come me, quindi non pensare mai più che io non ti voglia intorno.»


Probabilmente il ragazzo aveva pensato a un discorso meglio articolato e profondo per esprimere ciò che sentiva, ma lì, sul momento, tutto si era ridotto a delle brevi frasi pronunciate tra l'emozione e la balbuzie.


Mei si scostò leggermente e lo guardò dritto negli occhi. Poi, timidamente, sollevò la mano destra per accarezzargli la guancia. «Anche io mi devo scusare. Come ho potuto pensare anche solo per un attimo che tu fossi come gli altri ragazzi, che mi prendono in giro per l'aspetto? Tu... Tu mi sei piaciuto fin da subito proprio perché sei spontaneo, cristallino e con uno spiccato senso di protezione... Come potevo non inn...» Le orecchie le iniziarono letteralmente a fumare; si stava decisamente lasciando trasportare troppo dal momento. «Vabbè, ci siamo capiti, no? Quindi grazie per la tua sincerità e non ti preoccupare: anche essere solo tua amica, per me, va benissimo così.»


«A tal proposito... Ti ho preso una cosa qui fuori, agli stand della fiera» disse lui con un filo di voce, portando la mano alla tasca della tuta. Ne estrasse un portachiavi a forma di tappo di bottiglia nero e giallo, abbozzando un sorriso timido. «Io tra qualche mese mi diplomerò» spiegò il ragazzo, «e ho intenzione di viaggiare per il mondo, scoprire nuovi posti, e questo vuol dire che potremmo non vederci per un lungo periodo. Voglio darti questo affinché tu possa ricordarti di me, anche quando sarò lontano.»


Mei accolse quel dono con gli occhi lucidi, per poi stringerlo di nuovo in un abbraccio pieno di entusiasmo. «Lo accetto con tutto il cuore, anche se non avrei avuto bisogno di questo per ricordarmi di un caro amico.»


Nishinoya, ridendo, contraccambiò la stretta. «La squadra dei tappetti rimane unita nello spirito, dopotutto!»


In quel preciso momento, però, un brivido gelido corse lungo la schiena del numero quattro. Una presenza alta, imponente... E profondamente invidiosa si era materializzata alle sue spalle. Takanobu Aone era dietro il libero del Karasuno e non sembrava affatto apprezzare che Nishinoya stesse abbracciando Mei, con la quale in precedenza aveva già avuto un appuntamento a due al parco di Kotodai. 


Non appena Yū incrociò lo sguardo truce del gigante del Dateko, ebbe la certezza assoluta che quest'ultimo si stesse chiedendo se da quel momento in poi dovessero considerarsi rivali in amore... Ma Nishinoya non ci teneva proprio a sfidare un omone di quella stazza!

Mei, invece, non si era accorta affatto di quella crisi silenziosa. «Comunque sia, non ti preoccupare, non acconsentirò al trasferimento. Io non voglio andarmene...» Si strinse nelle spalle e abbassò lo sguardo. «Spero solo che i miei siano d'accordo.»

«Vedrai che saranno d'accordo, non c'è alcun motivo per cui tu te ne vada!» Aone alla fine aveva raccolto tutto il proprio coraggio e si era finalmente affiancato a loro.


Improvvisamente le porse un solenne inchino. «Anche io voglio scusarmi. Se ti sei sentita ingannata l'altro giorno è stato anche per colpa mia; avevo acconsentito a quel piano solo per poter arrivare all'improvviso e farmi conoscere meglio da te.» Senza sollevare lo sguardo, il giovane gigante del Dateko aveva il volto completamente attraversato dall'imbarazzo.


«Ah, quindi era quello lo scopo?» chiese Mei stupita, guardando prima Nishinoya e poi la nuca di Aone.


Il libero del Karasuno si strinse nelle spalle e poi annuì. «Non pensavamo che sarebbe finita con te in lacrime, dico davvero. Non volevamo ingannarti o cose del genere, è che Aone... Credo davvero che ci tenga a te, e io e Shōyō volevamo solo aiutarlo...»


«Anche Shōyō?!» Mei si voltò verso Hinata che era ancora accanto a Yachi; anche il numero dieci ora sudava freddo, mentre la ragazzina bionda lo teneva fermo per un orecchio con una smorfia severa.


Poi Mei tornò a guardare Aone, che era rimasto immobile in quella posizione di profondo rispetto.


La numero due lo fissò, stringendosi le mani al petto. «Ma... Mi conosci appena...»


«Ti conosco abbastanza per sapere che ragazza gentile e generosa sei, e oggi hai dato dimostrazione anche di una grande determinazione» rispose Aone a denti stretti, senza sciogliere l'inchino. «Ma, a causa del mio aspetto, tutti pensano sempre che io sia un teppista, se non addirittura un criminale. Persino quando offro il posto a sedere sugli autobus ai vecchietti, loro fuggono via spaventati! Perciò Nishinoya e Hinata volevano solo trovare un modo per potermi presentare a te senza che tu ti spaventassi.» Il cuore del ragazzo stava tamburellando forte nel petto.


«Ma tu non mi fai paura, te l'ho detto anche l'altra volta...»


Aone curvò le spalle e strinse i pugni. «Sì, lo ricordo... Ma non ci posso fare niente... Lo so che faccio paura...»


«Se pensi questo di te, allora le persone avranno davvero paura di te» rispose Mei, compiendo un timido passo in avanti. «Quando cammino, a volte le persone mi danno le spallate perché non mi vedono proprio. Magari avessi la tua altezza! Non avrei nemmeno più problemi al cinema, eheh!»


«Avanti, Aone, smettila di stare piegato così!» disse Nishinoya, sorridendo a trentadue denti con le mani incrociate dietro la nuca. «Dalle anche tu il tuo regalo, lo hai preso insieme a me!»


«G-giusto» balbettò il gigante del Dateko. Armeggiò nervosamente nella tasca della tuta fino a estrarre un pacchettino di carta rosa con sopra una piccola coccarda. «Ti... Ti prego di accettarlo.»


Mei si ritrovò sotto il naso quel regalino, al culmine dell'imbarazzo a sua volta. Lì, di fronte a tutti, stava ricevendo... Un pegno d'amore? Fortunatamente, a guardare la scena in quel momento c'erano solo gli altri suoi migliori amici; Asahi e il resto della squadra per ora erano concentrati tra interviste e abbracci con i parenti.


La ragazza lo accolse tra le mani e, leggermente esitante, lo aprì: dentro vi trovò un omamori shiawase giallo, un tipico amuleto giapponese che in quella precisa versione augurava tanta felicità.


«G-grazie» disse timidamente. 


«Tu... Tu sei di agosto come me, quindi ho pensato che il giallo ti si addicesse» le orecchie del ragazzo dai capelli bianchi fumavano vistosamente e aveva lo sguardo fisso verso l'alto. Era chiaro che stesse raggiungendo il massimo del controllo di cui era capace per non sprofondare a terra.


«È... È il mio colore preferito, in effetti...» confessò Mei, stringendosi nelle spalle.


«D-davvero?!»


Nishinoya gli diede una gomitata complice sul fianco.


In quel preciso momento arrivarono anche i genitori di Mei. Lei si voltò immediatamente verso di loro, mentre inconsciamente si stringeva al petto l'amuleto appena ricevuto. Il cuore iniziò a martellarle all'impazzata nel petto. I signori Azumane avevano un'espressione indecifrabile; probabilmente anche loro erano rimasti stupiti dalla propria stessa ed energica reazione di poco prima sugli spalti.


Hinata, Yachi e Nishinoya si strinsero subito attorno a Mei in segno di protezione. Anche Aone compì un passo in avanti, affiancandosi a loro. 

In quel momento, persino il professor Takeda e Ukai si accorsero della scena e rimasero immobili, come in attesa.

Madoka Yachi aveva fatto le cose in grande, e Mei e le sue compagne avevano offerto uno spettacolo straordinario. In particolare Mei aveva ampiamente dimostrato le proprie reali capacità. La pallavolo, per lei, non era un semplice sport per passare qualche pomeriggio e tenersi un po' in forma, ma una vera e propria passione che non era affatto roba da persone lavative. Al contrario, insegnava a quei giovani come impegnarsi sul serio in qualcosa... Tuttavia, se nemmeno quella dimostrazione avesse convinto i genitori, alla fine non ci sarebbe stato più nulla da fare.


I signori Azumane rimasero inizialmente in silenzio a osservare. Vedevano come la loro figlia stringesse le mani alla sua amica dal codino biondo, e notarono che anche tutti quegli altri ragazzi avevano fatto capannello intorno a lei per difenderla. 


«Nell'istituto privato che ti abbiamo trovato avresti un'alta formazione. Non ci importa che costi di più, perché lo consideriamo un investimento per il tuo futuro» disse Otome.


Mei abbassò immediatamente lo sguardo e un leggero fremito di tensione attraversò tutto il gruppo. Anche Takeda fece un passo avanti, ma per il momento preferì non intervenire.


«Però tu preferiresti diplomarti con i tuoi attuali amici e continuare a giocare con loro a pallavolo, non è vero?» La voce della donna si fece insolitamente più morbida, mentre una luce del tutto nuova le attraversò lo sguardo dietro le lenti degli occhiali.


«È così!» esclamò Mei con forza, attirando l'attenzione di chi nella palestra era ancora distratto. Così facendo, anche le sue compagne di classe, il coach Yun e gli altri amici si voltarono di scatto. Tutti compresero che era finalmente giunto il fatidico momento della verità. «Io ho tantissimi amici qui, amici su cui posso contare e con cui sostenerci a vicenda. Faccio parte di una squadra fortissima, composta da ragazze eccezionali.»


Sakura e Kaori si guardarono, sorridenti. Anche Himawari sorrise, seppur in modo decisamente più riservato.


«E un giorno... Un giorno voglio diventare la capitana di questa squadra!» proseguì Mei, con una luce fiera e determinata negli occhi. «Grazie a tutti loro, al fatto che non hanno mai smesso di credere in me, io SO che posso crescere, che posso diventare un elemento fondamentale. Anche con tutti i miei difetti, anche se le ginocchia iniziano a tremarmi per la stanchezza. So che avrò sempre qualcuno pronto a tenermi per il braccio per non farmi crollare, e che così potrò dare ancora di più!»


In quel preciso istante, fu come se il brusio di sottofondo del palazzetto fosse del tutto scomparso per lasciare spazio a una melodia carica di energia: il battito del cuore di Mei e di tutti coloro che, udendo quelle parole così accorate, si erano uniti al suo pensiero.


I genitori, sentendo tutto questo e vedendo la reazione appassionata della figlia, inizialmente rimasero ammutoliti. 

In quel momento si avvicinarono anche Asahi e i suoi genitori. L'ex asso del Karasuno si posizionò di fianco alla cugina, guardando gli zii dritto negli occhi. «Per tutta la vita non avete fatto altro che paragonarla a me. Ma la verità è che sono io a dover imparare moltissimo da Mei. Nonostante tutte le difficoltà lei è sempre andata avanti, solo ed esclusivamente con le proprie forze. E non c'è alcun titolo prestigioso che regga il confronto con una simile determinazione. Per favore, zii. Siate orgogliosi di lei, così come lo sono già io.»


«E come lo siamo anche noi!» si aggregò subito il fratello di Toki, con il pieno supporto della moglie.


Mei ingoiò la saliva a fatica. Se in quel momento a tenerla ancorata a terra non ci fossero state la presa salda di Yachi sul braccio, la presenza di Hinata alle sue spalle e la vicinanza protettiva di Nishinoya, di Aone e di suo cugino Asahi, probabilmente il cuore le sarebbe esploso nel petto per la tensione. C'erano inoltre anche gli sguardi attenti dei suoi due allenatori, del professor Takeda, di Sakura e di tutta la squadra delle Farfalle. Era come una barriera invisibile che la proteggeva, qualcosa che Mei temeva terribilmente potesse infrangersi da un momento all'altro.


Ma i suoi genitori non risposero affatto con l'esito negativo che lei stessa temeva. I coniugi si guardarono intensamente per un istante, poi fissarono la figlia e capitolarono, annuendo all'unisono.


«Desideriamo solo che tu abbia successo nella vita. Sei la nostra unica figlia e anche noi ti conosciamo» concluse Otome, facendo un passo avanti. «So che siamo sempre stati molto duri con te, ma lo abbiamo fatto unicamente affinché tu potessi diventare più forte. Oggi, però, abbiamo capito che la tua forza non si determina attraverso la nostra severità, ma dal supporto che doni e che ricevi dagli altri. Se frequentare la Shiroi Chō e giocare a pallavolo te la forniscono, allora va bene. Lasciamo le cose esattamente come stanno. A settembre proseguirai tranquillamente i tuoi studi nel tuo liceo.»


Prima ci fu un attimo di incredulo silenzio, poi un'esclamazione di pura e travolgente gioia si sollevò dal parterre, accompagnata da un applauso generale di tutti i presenti. Era quella, dopotutto, la vera e più grande vittoria di quell'intero evento benefico.


Mei si abbracciò prima calorosamente con tutti i suoi amici, saltellando e ridendo finalmente spensierata come non faceva da mesi. Poi si scostò dal gruppo e corse incontro ai suoi stessi genitori, gettando le braccia al collo di entrambi per poterli stringere e ringraziare con tutto il cuore. Questi ultimi, per la prima volta liberi dal loro rigido formalismo, sorrisero dolcemente e contraccambiarono quell'abbraccio familiare.


Mei sarebbe rimasta con la sua squadra e i suoi splendidi amici, e tutto ciò che ora si prospettava davanti a sé era solo un futuro incredibilmente felice.



🏐🏐🏐

Ora che la tensione più grande si era finalmente dissipata, l'allegria che pervase i giovani si fece ancora più travolgente. Grazie alle parole e all'esempio di Mei, che aveva superato l'ostacolo più grande della sua vita, quella giornata si trasformò in un'ispirazione anche per chi, fino a quel momento, si era tenuto tutto dentro credendo di non essere all'altezza.


Il primo tra tutti fu proprio Aone. Non appena i genitori di Mei si staccarono dall'abbraccio con la figlia, un'ombra imponente si abbatté su di loro. I signori Azumane non erano molto più alti della ragazza: la madre aveva la stessa statura di Mei e il padre la superava di appena una decina di centimetri. Di conseguenza, quando si ritrovarono davanti il gigante del Dateko che sfiorava i due metri, con quell'aria naturalmente truce e i pugni serrati lungo i fianchi, ai coniugi venne d'istinto l'impulso di stringersi alla figlia, pur sudando freddo per lo spavento.

Ma al di là dell'apparenza minacciosa, il ragazzo era un perfetto galantuomo e porse loro un solenne e cortissimo inchino.


«Buonasera, signori Azumane. Io sono Takanobu Aone, tra poco più di un mese compirò diciotto anni e sono seriamente interessato a vostra figlia.» 


I signori Azumane rimasero completamente spiazzati.


«Frequento l'ultimo anno al Dateko, ho ottimi voti e sono stato anche il capitano della mia squadra di pallavolo. Sto già lavorando sodo per costruirmi un futuro solido nel settore edile. Spero possiate concedermi il permesso di corteggiare vostra figlia. Beninteso, sempre che anche a Mei vada bene.»


A Nishinoya, Hinata e Yachi si palesò in quel preciso momento il flash di una scena proveniente dritta da un'altra epoca. Aone stava davvero prendendo la cosa in modo terribilmente serio... Forse persino fin troppo.


«Non siamo mica nell'Ottocento» commentò Toki accennando un sorriso tirato, con una vistosa goccia di sudore che gli scendeva dalla tempia. «Ma grazie per esserti presentato a noi con tanta educazione. Sembri... Sembri davvero un bravo giovanotto.» Il padre guardò poi la figlia. «Tu che cosa vuoi fare, Mei?»


Mei divenne rossa come un peperone e iniziò a balbettare frasi sconnesse, al colmo del più totale imbarazzo.


Fortunatamente, però, i suoi amici le vennero in soccorso a loro volta. Aone aveva decisamente ecceduto con il coraggio, così i ragazzi del Karasuno gli saltarono addosso in gruppo per trascinarlo via di peso e scusarsi freneticamente con i genitori di Mei per quella bizzarra scenata.


«Sono davvero buffi i tuoi amici!» esclamò infine Otome, scoppiando in una fragorosa risata. Un istante dopo lei, il marito e la figlia si guardarono negli occhi e risero insieme, uniti e felici come non succedeva da tantissimo tempo.


Il turno di avvicinarsi a Mei toccò infine al professor Takeda e al coach Ukai. 


«Hai visto, farfallina, che alla fine tutto è andato per il meglio?» commentò l'allenatore dai capelli biondi, sorridendole.


Mei annuì visibilmente commossa e guardò sia lui che l'insegnante con immensa gratitudine.


«Devo anche a voi due quello che sono diventata adesso» ammise con dolcezza.


Takeda e Ukai le sorrisero benevoli, fieri del suo percorso.


«Professor Takeda» intervenne Otome, sistemandosi gli occhiali sul naso con un'espressione insolitamente distesa. «Anche io le devo un profondo ringraziamento. I suoi insegnamenti e la sua determinazione sono giunti fino a noi. Nonostante lei sia un docente giovane, ci ha dimostrato molta più maturità di quanta ne abbiamo avuta noi genitori. Lei è davvero degno del ruolo che ricopre in quella scuola.»


I signori Azumane gli porsero un solenne e rispettoso inchino. A quelle parole, Takeda si sentì immediatamente sull'orlo della commozione. Spesso aveva temuto, nel profondo del suo cuore, di non essere riuscito a fare abbastanza per i suoi ragazzi; e invece ecco lì, proprio di fronte ai suoi occhi, una famiglia felicemente riunita, una studentessa salvata dal baratro dell'insicurezza, e lui aveva dato il massimo affinché tutto questo si realizzasse.

Il giovane insegnante contraccambiò l'inchino con profonda solennità.


Gli argini emotivi si infransero del tutto, però, quando anche Hinata e gli altri suoi studenti lo ringraziarono a loro volta per la sua instancabile dedizione. Takeda poté leggere in ognuno di quei giovani volti una stima sincera e incrollabile. In quel momento, non si sentiva affatto il quattrocchi insignificante di quando era stato lui uno studente. Era un adulto, una guida vera, ed era diventato il loro faro in quella splendida e tormentata peripezia che è il mondo della scuola e dell'adolescenza. Un forte senso di completezza lo pervase fin nel profondo dell'anima.

Anche a tutti loro porse un ultimo inchino, per poi sollevarsi e asciugarsi rapidamente una lacrima da sotto le lenti degli occhiali.


A chi invece il coraggio di esprimere ciò che sentiva non mancava affatto era Kaori. Individuato di nuovo Ennoshita in mezzo a quel caos di persone, gli saltò addosso per gettargli di slancio le braccia al collo. Fortunatamente il capitano del Karasuno, a differenza di quanto accaduto quella mattina, si preparò meglio all'impatto e rimase ben saldo sulle gambe.


«Sono stata brava, vero Chikarùccio? Ho lottato fino alla fine anche con l'unghia spezzata! Sono stata brava, eh? Eh?»


Kinoshita e Narita ridacchiavano sotto i baffi godendosi la scena, mentre Kaori strofinava affettuosamente la guancia contro quella di lui, proprio come un gattino. Ennoshita assunse un'espressione visibilmente a disagio e rassegnata; ormai aveva capito che poteva solo lasciarla fare, almeno finché le pile della ragazza non si fossero scaricate da sole.


«E grazie di essere venuto a vedermi!»


«Sono venuto a vedere la partita in generale, per sostenere la tua squadra e le ragazze del Karasuno» precisò lui, cercando di mantenere un tono distaccato e privo di enfasi.


Ma Kaori non si arrese. «E nella mia squadra ci sono anche io! Quindi sei venuto a vedere anche me!»


«Sì... No... Certo... Tutta la squadra, come ti ho appena detto. Non solo te» balbettò lui, sentendo le guance andare a fuoco. «E poi c'erano anche i tuoi genitori a fare il tifo, no?»


«Oh no, i miei genitori non ci sono» disse lei scuotendo il capo, facendo oscillare il suo solito chignon biondo. «Sono fuori per lavoro già da qualche mese, ormai.»


«Ah... Beh, ci sarà stato qualche altro tuo parente, o un amico.»


Kaori ridacchiò di cuore, come se Ennoshita avesse appena pronunciato una battuta incredibilmente buffa. «Le mie amiche erano tutte in campo con me. A fare il tifo sugli spalti specificamente per me c'eri solo tu, e ti ringrazio tantissimo.»


Il capitano del Karasuno rimase completamente senza parole. Restò con la bocca socchiusa nel disperato tentativo di ribattere o formularle una frase di senso compiuto, ma Kaori, con la sua solita e travolgente spensieratezza, proseguì annunciando che lei e le altre ragazze avevano intenzione di concludere in bellezza la serata al festival allestito nel parco adiacente. Aggiunse che per chiudere l'evento ci sarebbero stati anche i fuochi d'artificio e che c'era persino la possibilità di affittare degli yukata sul posto. 


Narita e Kinoshita accettarono l'invito immediatamente ed entusiasti, mentre per Ennoshita dovette rispondere Kinoshita stesso: afferrò l'amico per la mascella, muovendogliela su e giù e mimando una voce in falsetto per farlo acconsentire a tutti i costi. Quando il capitano finalmente reagì per liberarsi dalla presa del compagno, Kaori era ormai già corsa via, diretta verso Sakura e le altre compagne di squadra.


Chikara abbassò lo sguardo e strinse i pugni lungo i fianchi. Perché non aveva avuto il coraggio di dirle che sì, era venuto a tifare per tutti, ma soprattutto per lei? Ma, del resto, lui si considerava solo un elemento di nicchia, mentre tutti gli altri intorno a lui brillavano di luce propria. Pensò che non c'era motivo di corrucciarsi troppo: dopotutto, dopo quel grande successo, Kaori avrebbe presto rivolto le proprie attenzioni a qualcun altro. Era convinto di essere per lei solo un passatempo temporaneo e, con un carattere tanto riservato come il suo, era certo che quel momento sarebbe arrivato molto presto.

Le battaglie per la vittoria si erano concluse, ma la giornata non era finita.

Lascia un segno

Ti è piaciuto questo capitolo? Fallo sapere a chi l'ha scritto.

Capitolo successivo Ma - Parte 7.3 ›

Commenti

Sul capitolo intero. Le note ai passaggi stanno a margine del testo.

Accedi per commentare.

Caricamento…

Dello stesso autore

  1. La mia adorata sposa26 capitoli
  2. The World Before9 capitoli
  3. Il quinto petalo66 capitoli