Sulla Sogliadel Canone

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Capitolo XXIX

Copertina di Germoglio
Copertina con AI

Germoglio

di @ladyele1991

Haikyu!! (fandom generico) · Classificazione: Maturo · In corso

203.822 parole · 32 capitoli · 1 lettura · aggiornata il 29 settembre · nessuna recensione ›

Avvertenze

Bullismo

Tag

F/M · Drammatico · Introspettivo · Slice of life

Note dell'autore, ispirata a e personaggi

Note dell'autore

LadyEle1991

L'opera è ispirata a

Haikyuu!!

Personaggi originali

Mei Squadra maschile e femminile della Shiroi Cho

Capitoli

32 capitoli, dal 10 maggio al 29 settembre

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Riassunto

Riassunto

Slice of life su un'adolescente che cerca di germogliare, grazie all'amore per la pallavolo e al sostegno dei suoi amici

Capitolo 29

Ma - Parte 7.1

4.864 parole, circa 24 minuti

Copertina del capitolo 29

La folla esultò quando la squadra femminile del Karasuno segnò il punto della vittoria contro la Aoba Johsai. Tra sudore, sguardi concentrati e mosse rapide, le giocatrici dalle ali nere dimostrarono di non avere nulla da invidiare alla controparte maschile. Proprio come loro, avevano volato in alto, sempre più in alto, e Saeko, insieme a tutta la tifoseria di quartiere, si era sgolata per dare tutto il proprio supporto. Persino il solito, misterioso vecchietto che seguiva da sempre le partite del Karasuno — del quale non si era mai capito se si presentasse per tifare o solo per criticare — sembrò borbottare un accenno di compiacimento.


Il telecronista levò alto il suo grido, e le luci del palazzetto dello sport lo seguirono all'unisono. La giornata era volata via rapida, regalando forti emozioni, momenti critici, attimi di pura passione e anche di profondo raccoglimento personale. Le ragazze di tutte le scuole aderenti avevano dato il proprio contributo per rendere quella giornata speciale e per intrattenere gli spettatori presenti dal vivo e collegati da casa.


Fino a giungere così alla finalissima: Karasuno VS Shiroi Chō. Quando lo speaker annunciò l'imminente scontro, una sorta di emozione sospesa aleggiò in tutto l'edificio.

Il Karasuno, anche se la fama principale riguardava la sezione maschile, per gli appassionati che seguivano i tornei della prefettura era una scuola dalla quale ci si aspettavano grandi cose in vista delle imminenti Inter-High. La Shiroi Chō, dal canto suo, era la favorita assoluta e aveva ampiamente dimostrato di non esserlo per caso.


Le divise del Karasuno femminile erano di un arancione vibrante, creando così un forte contrasto visivo con i completi neri dai dettagli dorati delle Farfalle. Il libero delle prime indossava una divisa nera, mentre quella delle seconde era bianca. Chi si intendeva di energie spirituali videro in quel contrasto cromatico una sorta di segno del destino, qualcosa che era pronto a sprigionarsi su quel rettangolo di gioco. Lo sguardo di quelle giovani atlete, del resto, era ormai brace viva.


«Accidenti, per chi dobbiamo tifare adesso?» si chiese Yamaguchi, stringendo lo sguardo sul campo.


«Nulla ci vieta di tifare per entrambe le squadre» gli rispose Takeda, con un sorriso gentile.


«Per noi due non c'è alcun problema!» dissero in coro Bokuto e Baki con un sorriso sornione, ignorando le occhiatacce scocciate degli altri ragazzi.


Un silenzio sospeso aleggiò nel palazzetto quando l'arbitro lanciò in aria la monetina per sancire quale squadra avrebbe iniziato per prima.


«La prima squadra che eseguirà la battuta di apertura sarà...» annunciò la voce del telecronista.


L'arbitro mostrò la facciata della moneta alle telecamere: era uscita testa, sarebbe toccato alla Shiroi Chō.

Gli applausi si diffusero calorosi nell'aria, finché il fischio del direttore di gara non intimò il silenzio. Al servizio c'era Sakura.

La numero uno si portò nell'angolo in fondo a destra; il suo sguardo era teso ma estremamente concentrato. Era stanca per la lunga giornata, ma non avrebbe ceduto di un millimetro. Alla sua sinistra c'era Mei in seconda linea, poi oltre lei il loro libero con il numero quattro. In prima linea, invece, si trovavano Himawari, Kaori e una loro compagna con il numero di maglia cinque. Come la capitana, tutte le Farfalle erano pronte e cariche.

Il coach Yun era in panchina con le riserve e gli altri tecnici, e il suo sguardo proiettava un silenzioso incoraggiamento verso la ragazza nella quale riponeva tanta fiducia.


L'arbitro suonò il fischio d'inizio.


I muscoli si contrassero, la lunga coda castana iniziò a ondeggiare, il braccio destro ruotò all'indietro mentre le gambe avanzarono prima di tre passi, poi le ginocchia si piegarono per caricare lo slancio. Un colpo secco, una saetta. Qualcosa di talmente rapido che sembrò far curvare la traiettoria del pallone a mezz'aria.

Il primo punto era stato segnato: un ace diretto.


«Kei, ma hai le orecchie rossissime!» notò Muronaga, inarcando un sopracciglio verso il compagno.


«Sto... Sto benissimo» rispose il biondo centrale, serrando le palpebre e contraendo la fronte per il fastidio. «Continua a seguire la partita e trai insegnamento da questa partita.»


L'azione della capitana aveva segnato una spettacolare apertura di inizio partita e, da come faceva rimbalzare la palla sul parquet in vista del servizio successivo, era palese che non fosse ancora sazia.

Le ragazze del Karasuno, dall'altra parte della rete, si fecero ancora più attente e serrarono i ranghi della difesa.


Una seconda frazione di secondo, un altro salto prodigioso e una nuova battuta al fulmicotone che tagliò l'aria puntando l'angolo opposto del campo.


Stavolta, però, le ragazze del Karasuno non si fecero cogliere di sorpresa. Il loro libero scivolò lateralmente sul pavimento con un tempismo perfetto, opponendo gli avambracci: l'impatto fu rumoroso, ma la palla schizzò alta e pulita verso il centro del campo, proprio sopra la testa dell'alzatrice delle Corvette.


«Ci penso io, ricostruiamo!» urlò la regista del Karasuno, saltando e aprendo le mani. Con un palleggio morbidissimo all'indietro, ingannò il muro a due delle Farfalle e smarcò l'asso della squadra sulla banda destra. La schiacciatrice arancione prese una rincorsa spaventosa, caricò il colpo a mezz'aria e scaraventò una diagonale violentissima che sembrava destinata a baciare la linea di fondo.


«Copertura!» tuonò la voce di Sakura.


Mei, posizionata in seconda linea, non esitò. Grazie alla reattività muscolare sviluppata nei faticosi allenamenti extra con Hinata, scattò lateralmente e si immolò in un tuffo disperato. La palla le colpì violentemente i polsi a pochi millimetri dal pavimento, rialzandosi a candela ma fuori asse. Il respiro le si mozzò in gola per l'impatto, ma l'azione era viva. Himawari si fiondò sulla sfera sporca, correggendone la traiettoria con un palleggio di tocco che rimandò il pallone verso la prima linea. Sakura era già lì, sospesa in aria: senza guardare la difesa avversaria, usò il polso per smorzare il colpo in un pallonetto millimetrico che scavalcò il muro avversario.


La palla fluttuò dolcemente, ma il Karasuno femminile dimostrò di possedere lo stesso spirito indomito e tenace delle avversarie. La loro schiacciatrice di posto quattro si buttò in avanti a pesce, salvando la palla con il dorso della mano prima che toccasse terra. Il pallone schizzò di nuovo verso la regista arancione, che non perse un solo istante: saltò e, mimando un'alzata per la prima linea, scaricò invece un fulmineo attacco di seconda intenzione, spingendo la palla con la punta delle dita direttamente nel cuore scoperto della difesa della Shiroi Chō.


Il pallone impattò il parquet con un tonfo secco prima che il libero delle Farfalle potesse intervenire. Punto del Karasuno!


Il palazzetto esplose in un boato indescrivibile. Le Corvette in campo si scambiarono un vigoroso cinque, urlando cariche a molla, mentre dall'altra parte della rete le ragazze della Shiroi Chō indurirono la mascella, i loro sguardi accesi come brace viva. Non c'era spazio per i convenevoli o per i timori reverenziali: quello scambio infinito, fatto di salvataggi impossibili e letture fulminee, aveva appena messo in chiaro le cose. Lo scontro per la finalissima si annunciava accesissimo, una vera e propria battaglia in cui nessuna delle due squadre avrebbe concesso un solo spiraglio all'avversaria.


«Certo che le tue amiche ci sanno proprio fare. Gli sponsor impazziranno nel vedere tutto questo!» esclamò Madoka, rivolgendosi alla figlia.


Hitoka aveva il cuore a mille mentre osservava quella serie di azioni furiose. In quanto manager del Karasuno sapeva bene di dover fare il tifo per le ragazze della propria scuola, ma in quel momento tutti i suoi pensieri erano rivolti a Mei. La sua amica stava dando una prova di sé straordinaria, e poteva solo immaginare che cosa le stesse passando per la testa.


Mei, dal canto suo, in realtà non pensava più a niente, se non a difendere il campo e a supportare al meglio le compagne. Sapeva che in migliaia la stavano fissando e che, tra tutte quelle persone, c'erano non solo i suoi amici ma anche i suoi genitori. Se quello spettacolo li aveva minimamente incuriositi, ora la stavano guardando e lei sperò con tutto il cuore che stessero rivalutando l'idea di farle cambiare scuola.


«Mei, viene verso di te!» urlò Himawari, avvisandola sulla traiettoria della palla.


«L'ho vista!» rispose prontamente l'alzatrice. Intercettò il pallone e, con un perfetto palleggio, lo indirizzò verso Kaori, la quale tentò un pallonetto astuto, ma la capitana del Karasuno riuscì a intercettare il colpo appena in tempo.


La palla riprese a volare da una parte all'altra della rete a una velocità spaventosa, trasformando il rettangolo di gioco in un catino ribollente di pura adrenalina. Non c’era un solo secondo per riprendere fiato: ogni singola azione si consumava sul filo dei millesimi di secondo, in un susseguirsi frenetico di rincorse, balzi prodigiosi e impatti violenti che facevano rimbombare le pareti del palazzetto dello sport.


Le ragazze del Karasuno e della Shiroi Chō si muovevano all’unisono, come se i corpi fossero mossi da un unico, instabile istinto di squadra. Alle schiacciate esplosive impresse dalla prima linea arancione rispondevano i tuffi disperati e i salvataggi acrobatici in bagher delle Farfalle, che raccoglievano la sfera a un soffio dal pavimento ricominciando immediatamente a tessere la trama dell'attacco. Sotto i riflettori accecanti, il sudore imperlava la pelle e la fatica cominciava a bruciare nei muscoli, ma lo sguardo di ogni singola atleta rimaneva ancorato a quel nucleo di cuoio in movimento, sgranato e colmo di una determinazione feroce.


Ogni pallonetto astuto veniva intercettato all'ultimo istante con riflessi felini; ogni muro a tre, solido e granitico, costringeva le attaccanti a colpi di polso fulminei per aggirare le mani protese e cercare le linee scoperte del campo. Sugli spalti il tifo era un'esultanza continua, una marea di voci e tamburi che accompagnava il ritmo serrato degli scambi. In mezzo a quel caos furioso, Mei governava il ritmo delle sue compagne con una lucidità d'acciaio, saltando e smistando palloni tesi con tocchi morbidi e ingannevoli, mentre le Corvette rispondevano colpo su colpo con contrattacchi rapidi e imprevedibili. Era una battaglia totale, un corpo a corpo aereo dove nessuna delle due formazioni accennava a cedere un solo centimetro, prolungando scambi infiniti che tenevano gli spettatori con il fiato sospeso, in attesa del fischio successivo.


La fatica accumulata durante l'intera, estenuante giornata cominciò a riscuotere il suo prezzo proprio nel momento meno opportuno. Il Karasuno femminile, spinto da una grinta inesauribile, era riuscito a portarsi avanti nel punteggio, bloccando ogni tentativo di fuga delle Farfalle. Poi, l'imprevisto: su una palla alta e tesa rimandata dalla difesa arancione, Mei scattò per posizionarsi, ma le gambe non risposero con la solita prontezza. Calcolò male il tempo del salto e il pallone le sfiorò i polpastrelli in modo sporco, spegnendosi inesorabilmente fuori dalle linee di delimitazione.


Fischio dell'arbitro. Tre punti di vantaggio per il Karasuno.


Un senso di profondo scoraggiamento avvolse Mei come una cappa di piombo. Sentendosi sopraffare da una stanchezza micidiale, tentò di rialzarsi, ma la testa le girò violentemente per un secondo, costringendola a poggiare una mano a terra per non perdere l'equilibrio. I brividi le attraversarono la schiena, mentre il dubbio e la paura di aver rovinato tutto ricominciavano a insinuarsi nei suoi pensieri.


Sakura le si avvicinò immediatamente, afferrandola per un braccio per sostenerla. «Mei, rialzati! Guardami, siamo ancora in gioco, non è successo niente!» la esortò la capitana con tono fermo, cercando di scuotere l'amica. Ma la numero due si sentiva svuotata di ogni energia.


Improvvisamente, però, una voce si levò sopra il baccano del palazzetto, talmente alta, profonda e potente da far vibrare i vetri della struttura.


«FORZA, MEIIII!»


Un silenzio di sasso cadde per un istante sulla tifoseria del Karasuno lì vicino. Tutti nei dintorni si voltarono verso gli spalti, sgranando gli occhi. Aone, che fino a quel momento era rimasto immobile e serio come una statua di pietra a osservare le varie sfide, era scattato in piedi. Il gigante del Dateko, superando ogni sua proverbiale timidezza e riservatezza, aveva deciso di farsi sentire con tutta la forza che aveva in gola per incoraggiare la sua "farfalla del cuore". Quell'urlo, così carico di fiera determinazione e affetto incondizionato, ruppe l'aria, ridando di colpo calore al corpo ghiacciato di Mei.


Come se non bastasse, a quell'urlo liberatorio si unirono — superato lo stupore iniziale — anche Hinata e Nishinoya, seguiti da Hitoka e Asahi dall'altra parte del palazzetto. A ruota si aggiunsero tutti gli altri loro amici: l'intero gruppo stava esortando Mei a rialzarsi e a riprendere la sfida con tutta la grinta che aveva.


Mei non credeva ai propri occhi e alle proprie orecchie. Tutte quelle persone stavano gridando solo per lei, dicendole di rimettersi in piedi e dimostrandole quanto credessero in lei. Come un'ondata travolgente, le ritornarono alla mente i ricordi dei primi mesi di allenamento: le vessazioni, le umiliazioni e quegli sguardi pieni di biasimo che riceveva continuamente. Troppo grassa, troppo impacciata, troppo timida e ingenua... Chi avrebbe mai scommesso un solo yen su una come lei? 

Eppure adesso erano tutti lì per lei. Mei tirò su con il naso e puntellò con decisione le mani alle ginocchia. No, la partita non era ancora finita e il risultato poteva essere ancora ribaltato.


«Sakura» disse la numero due — ora che entrambe si trovavano in prima linea, con Mei in posizione di Posto due sulla destra e la capitana al centro in Posto tre. «Ti servirò tutte le alzate di cui avrai bisogno» il suo tono era tornato incredibilmente determinato. «Ce la faccio.»


Sakura la studiò per un attimo in silenzio, poi annuì con profonda soddisfazione. «Ma certo che ce la fai.»


Il fischio dell'arbitro ridiede il via al gioco e la Shiroi Chō si mosse con la precisione di un meccanismo perfetto. Non appena la palla superò la rete, la ricezione del libero fu impeccabile, indirizzando la sfera esattamente verso la zona di Posto due.


Mei scattò, saltò e rimase sospesa in aria: nei suoi movimenti non c’era più alcuna traccia della stanchezza di prima. Con una lucidità straordinaria e senza nemmeno bisogno di guardare, percepì lo scatto fulmineo della sua capitana al centro. Con un colpo di polso morbido e millimetrico, Mei aprì un palleggio teso e velocissimo, una vera e propria saetta che andò a impattare i palmi di Sakura nell'esatto millesimo di secondo in cui la numero uno raggiungeva l'apice del suo salto. La capitana scaraventò il pallone a terra con una potenza devastante, eludendo il muro del Karasuno e siglando un punto spettacolare.


L'intesa tra le due era totale, assoluta; in mezzo al campo, Mei e Sakura andavano a formare un duo dalla coordinazione semplicemente spaventosa, capace di rispondere colpo su colpo alle avversarie.


Dagli spalti, il coach Ukai osservò quell'azione rapida con un sorriso sornione, per poi voltarsi di scatto verso i suoi due allievi. «Ecco un altro duo bislacco! Attenti alla concorrenza, ragazzi!» esclamò ridacchiando, rivolgendosi direttamente a Hinata e Kageyama.


Mentre Hinata spalancò la bocca pronto a protestare per difendere il primato della loro bizzarra "veloce", Kageyama, sorprendendo tutti, accettò la provocazione con assoluto spirito di competizione.


«Trattandosi della loro controparte femminile, non c'è alcun problema» commentò l'alzatore con la sua solita aria seria e distaccata, incrociando le braccia. «Anzi, significa che ha avuto dei buoni maestri.»


«Un maestro!» ribatté Hinata, puntualizzando subito.


«Ma come? Ti includo nel complimento e non ti va bene neanche così?!» rispose il compagno, con aria indignata.


I due ripresero a bisticciare di brutto, facendo sospirare per l'ennesima volta i compagni e gli insegnanti a causa della loro totale mancanza di stanchezza.


Quando toccò a Kaori in battuta, ella era pronta a esaltare le proprie abilità sul campo e dimostrando che, nonostante la "tragedia dell'unghia rotta" alla precedente partita, la numero tre era ugualmente determinata a non cedere di un solo millimetro.


Il pallone scagliato superò la rete come una saetta tesa, dando inizio all’azione più furiosa dell’intero incontro. Le giocatrici del Karasuno si fiondarono in un recupero disperato, tenendo a galla la sfera per un soffio e proiettandola immediatamente in avanti con un contrattacco rapidissimo. I fotografi si scatenavano con i flash nel vedere quelle azioni così dinamiche, mentre i taccuini dei recruiter delle università si riempivano di appunti presi freneticamente a bordo campo. La partita proseguiva senza sosta, raggiungendo il suo culmine assoluto nel Sendai City Gymnasium: i cuori di tutti i presenti battevano all'unisono con il rumore sordo degli impatti, finché, nel vivo di quel set unico, non si raggiunse il match point per entrambe le squadre.


La tensione era ormai palpabile e l'adrenalina scorreva a fiumi tra le Farfalle della Shiroi Chō. Sul punteggio di ventiquattro pari, ogni singola atleta si muoveva come mossa da un unico impulso elettrico. Il Karasuno rispose alzando un muro granitico che intercettò la prima poderosa schiacciata di Sakura; il pallone rimbalzò indietro con violenza, ma il libero delle Farfalle si immolò in un bagher difensivo perfetto, rialzando la traiettoria e indirizzandola verso il centro della prima linea.


Mei scattò in avanti, leggendo il rimbalzo con grande lucidità. Sentiva i muscoli bruciare per la fatica accumulata, ma nella sua testa risuonava solo l'eco delle urla di incoraggiamento dei suoi amici. Saltò, restando sospesa nell'aria sotto la luce accecante dei faretti. Con la coda dell'occhio percepì il muro avversario che si stava già schierando per intercettare Sakura, pronta a scattare al centro. Con un colpo di polso fulmineo ed estremamente fluido, Mei cambiò la direzione del palleggio all'ultimo millesimo di secondo, smarcando la palla all'indietro per una "fast" velocissima.


Himawari, intuendo lo schema alla perfezione, era già decollata sulla banda destra: la numero dieci impattò la sfera con un colpo secco e devastante, scaraventandola oltre le mani protese della difesa e siglando il punto del venticinque a ventiquattro.


Mancava solo un ultimo, decisivo passo per chiudere il turno. Il palazzetto era un'unica marea di urla e tamburi che spingeva le Farfalle verso la meta. Al servizio successivo del Karasuno, la Shiroi Chō contenne l'attacco con una ricezione acrobatica di Kaori, che non esitò a buttarsi di lato sul rettangolo. La palla si impennò alta. Mei si posizionò nuovamente sotto la sfera, flettendo le ginocchia per darsi lo slancio. Questa volta non c'era spazio per le finte: le sue dita accompagnarono il pallone in un'alzata altissima, una parabola perfetta e tesa che andò a invitare lo stacco imperioso di Sakura. La capitana volò in aria a un'altezza impressionante, con il numero uno che brillava sul petto, e scaricò tutta la rabbia e l'orgoglio accumulati in una schiacciata micidiale che fulminò la difesa arancione, ma all'ultimo istante una delle giocatrici avversarie salvò la palla e in una serie di rapide azioni, il Karasuno femminile si rimise di nuovo in pista.


Il gioco proseguiva sul filo del rasoio, in una serie infinita e furiosa di passaggi in cui nessuna delle due squadre accennava a cedere il punto decisivo. Il match point continuava senza esclusione di colpi, trasformando il campo in un'arena bollente dove a ogni schiacciata violentissima del Karasuno rispondeva un salvataggio miracoloso della Shiroi Chō. Si era raggiunto finalmente il momento decisivo, quell'attimo sospeso in cui o avrebbe vinto la Shiroi Chō, chiudendo definitivamente la partita, oppure si sarebbe continuato ad andare ai vantaggi in una lotta a oltranza.


Di nuovo Mei sentì la stanchezza sopraffarla in modo spietato, mentre le gambe iniziavano a tremare vistosamente a ogni scatto. Il suo corpo non era mai stato abituato a uno sforzo così prolungato e intenso, al punto che ormai si sentiva la bile in gola e il petto le bruciava a ogni respiro. Le veniva quasi da piangere per la frustrazione; sapeva che anche le altre compagne erano sfinite, ma dato che lei era in sovrappeso sentiva che il proprio fisico stava raggiungendo il limite, sul punto di cedere da un momento all'altro.


Ma, proprio quando la mente si stava per annebbiare e la vista rischiava di farsi sfocata, un nuovo grido di esultanza si levò potente tra gli spalti, sovrastando persino il baccano dei tamburi e chiamando a gran voce il suo nome. Mei sollevò lo sguardo, faticando a credere alle proprie orecchie, e rimase completamente stupita nel vedere i suoi genitori: Toki e Otome erano lì, in piedi sulla balaustra, e si agitavano come forsennati per incitarla, loro che da sempre erano stati la rappresentazione del rigore e del distacco in persona.


Gli occhi le divennero immediatamente lucidi per l'emozione, ma lo shock di quel supporto inaspettato fu come una scossa elettrica. Ancora una volta, Mei sentì che qualcosa dentro di lei si smuoveva fin nel profondo, sbloccando un'ultima, disperata riserva di energia per farla andare avanti e farle riprendere saldamente il controllo del gioco.


«Forza Mei!» sussurrò Hinata, anche lui con lo sguardo lucido.


«Lei, lei vincerà, io ne sono certo!» aggiunse Nishinoya vicino a lui. «Ricordiamoci che fa parte della squadra dei tappetti.»


Hinata annuì, per poi vedere che il compagno si era messo una mano in tasca, come a controllare che fosse ancora presente il suo contenuto.


Shimizu iniziò a sventolarsi con una mano, per la tensione era sudata e accaldata. Tanaka si offrì subito di andarle a prendere qualcosa da bere.


«Ma no, rischi di perderti il finale» rispose lei, scuotendo il campo. «Ti dispiace però se ti stringo la mano? Sono tesissima.»


Tanaka divenne subito rosso e balbettò un sì, ma Shimizu non aveva tenuto conto che così facendo la tensione a mille l'avrebbe trasmessa a lui. Tuttavia, da vero cavaliere, si lasciò stritolare la mano per tutto il tempo rimanente.


Il pallone si impennò di nuovo, carico di tutta la tensione di quella finalissima. Il Karasuno aveva rimandato indietro un attacco spaventoso, ma la Shiroi Chō si mosse con una coordinazione che rasentava la perfezione astratta. Kaori si immolò in un tuffo disperato, rialzando la sfera con un bagher sporco che volò dritto verso la rete; Himawari scattò per la copertura, proteggendo il pallone con un palleggio di precisione che andò a invitare l'inserimento della regista.


Mei, con le lacrime agli occhi e le gambe che gridavano pietà, trovò nelle parole dei suoi genitori una forza che non credeva di possedere. Strinse i denti, staccò i piedi da terra con un balzo fluido e rimase sospesa nell'aria. Il muro del Karasuno si era già schierato a tre per bloccare Sakura, che stava arrivando come una furia al centro. Fu in quel millesimo di secondo che il legame tra l'alzatrice e la sua capitana toccò l'apice: Mei, con un colpo di polso fulmineo ed elegantissimo, fintò l'apertura laterale per ingannare la difesa arancione, ma aprì invece un palleggio teso all'indietro, una traiettoria millimetrica che andò a baciare le dita di Sakura nell'esatto istante in cui la numero uno raggiungeva il culmine del suo volo. La capitana, con il dodici impresso idealmente nella mente e l'uno d'oro sul petto, scaricò tutta la sua potenza sul pallone, schiantandolo sul parquet nell'unico centimetro scoperto della difesa avversaria.


Un tonfo secco. Poi, il silenzio.


Per un secondo infinito, un'incredulità assoluta avvolse l'intera struttura; nessuno osava respirare, gli occhi di tutti erano fissi sulla linea di fondo campo per capire se la palla fosse dentro o fuori. Poi, l'arbitro tese il braccio verso il campo della Shiroi Chō, emettendo un fischio lungo e liberatorio.


In quel momento, il palazzetto esplose dall'euforia finale. Le giocatrici delle Farfalle rimasero immobili per un istante, quasi incapaci di elaborare la realtà, prima di lasciarsi andare a un'esultanza selvaggia e commossa. Sakura, Kaori e Himawari si fiondarono su Mei, travolgendola a terra e sommergendola in un abbraccio collettivo fatto di lacrime, risate e urla di puro trionfo. Erano una squadra vera, unita e imbattibile.


«E il pallone è dentro! È dentròoooo!» esultò il telecronista dell'emittente locale, urlando a squarciagola nel microfono mentre i flash dei fotografi illuminavano a giorno il campo. «La Shiroi Chō conquista l'incontro e scrive la storia di questa giornata! Una vittoria fantastica, epica e più che meritata per queste splendide atlete che hanno dimostrato il vero significato del gioco di squadra!»


Dagli spalti, Hinata e Nishinoya saltavano sulle sedie abbracciando chiunque capitasse a tiro, Aone strinse gli occhi e gonfiò il petto, colmo di contenuto orgoglio, mentre Toki e Otome Azumane, con gli occhi lucidi, applaudivano aperti la loro bambina, finalmente fieri di ciò che era diventata.


Il saluto finale con le avversarie fu anch'esso colmo di commozione. Anche le corvette avevano dato il meglio di sé, e nessuno avrebbe mai potuto biasimarle per quella sconfitta.

Saeko e i suoi inneggiarono a un ultimo coro di supporto per la squadra della propria scuola, ma dedicarono anche alle giocatrici della Shiroi Chō un'esultanza piena di rispetto. In particolare, la giovane donna bionda incrociò lo sguardo di Mei, alla quale fece un profondo cenno di stima; un gesto che dalla numero due venne immediatamente ricambiato.


Takeshi non riuscì più a contenersi e, ora che era tutto finito, scavalcò gli spalti per raggiungere di corsa la sua fidanzata e avvolgerla in un caloroso abbraccio, fino a sollevarla da terra per farla girare su se stessa.


«Ma allora un lato tenero ce l'ha!» esclamò Hinata, sinceramente stupito da quella scena romantica.


«L'altra volta avresti voluto che abbracciasse anche te?» lo prese in giro Tsukishima con il suo solito tono beffardo.


Hinata divenne rosso per l'imbarazzo. «Ma che cosa dici?!»


Sakura sollevò lo sguardo verso gli spalti, parzialmente messi in ombra dai faretti puntati sul campo. Tutte quelle persone stavano esultando per lei e per la sua squadra, celebrando il loro successo. E così, di nuovo, si chiese se sua madre magari, stavolta, sarebbe stata orgogliosa di lei. Ma proprio in quel momento, il tocco gentile della mano di Mei sulla spalla la riportò bruscamente alla realtà. Sua madre se n'era andata nel rancore e lei per questo aveva sofferto moltissimo, al punto da portarsi dentro quella rabbia e quella sete di rivalsa per anni. Ma quel momento, quella situazione, tutto le stava dicendo che lei era una vincente e che le persone erano sinceramente orgogliose di lei. Quel giorno c'era persino il suo patrigno tra gli spalti, l'unico genitore che le era rimasto in vita e che, nonostante non avessero lo stesso sangue, non le aveva mai fatto mancare nulla. Quindi sì, a lei gli affetti non mancavano affatto e, ora che sul petto portava il numero uno, sentiva che era solo quello il numero che d'ora in poi avrebbe dovuto indossare con fierezza.


Prese Mei per le spalle, la fissò per un attimo con lo sguardo lucido, poi si chinò e le diede un forte abbraccio. Mei contraccambiò e, senza che le due giovani sentissero il bisogno di dirsi una sola parola, scoppiarono insieme in un pianto liberatorio.


«No, no! Ma voi non potete farlo! Poi piango anche io!» sbottò Kaori che aveva visto da vicino la scena e si gettò così anche lei addosso a loro per stringerle.


Non solo loro piansero: quasi tutto il resto della squadra si lasciò andare alle lacrime. Il coach Yun, dall'alto della sua esperienza ventennale con le selezioni femminili, aveva però già pronte le scatole di fazzoletti con dei graziosi orsetti stampati sopra, pronto a distribuirle a ognuna di loro.


🏐🏐🏐


«È con orgoglio che vi consegno questa targa e ci auguriamo tutti noi che questo sia solo uno dei primi traguardi della vostra brillante carriera.» Madoka Yachi, insieme al presidente del Sendai City Gymnasium e ad altri illustri rappresentanti di quel fantastico evento, sotto una cascata di flash consegnò sul podio la targa della vittoria a Sakura, mentre alcuni addetti si avvicinavano con i cofanetti contenenti le medaglie d'oro da mettere al collo delle vincitrici.


Il presidente strinse la mano alla capitana. «Complimenti, sei stata davvero una protagonista. Sei la degna figlia di tua madre.»


Il cuore di Sakura iniziò a battere forte, e la ragazza fece un cenno di sincero ringraziamento. «La ringrazio, signore, ma non mi ritengo tale. Non c'è nessuna protagonista, se non la squadra stessa. Io avevo bisogno di loro e loro di me.» Guardò Mei, la quale le rivolse un sorriso colmo di gratitudine e di profonda riconoscenza.


Al presidente piacque molto quella risposta e, passando poi a Mei, si congratulò calorosamente anche con lei. La sua performance era stata davvero ammirevole, al punto che l'uomo le confidò persino che era molto probabile che, dopo le Inter-High, lei potesse rientrare tra le selezionate per gli allenamenti speciali.

A quella incredibile rivelazione, Mei divenne rossa e iniziò a balbettare, ma cercò comunque di accennare un grazie sincero.


In quel preciso momento, fu come se un profondo senso di pace interiore pervadesse la mente di Mei. Nonostante si trovasse in un ambiente caotico e rumoroso, era come se improvvisamente tutto fosse diventato ovattato attorno a lei. Non per una forma di stordimento, ma perché la sua mente non era finalmente più preda di dubbi e paure: ce l'aveva fatta davvero.

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